Digitized by Google
Digitized by Google
Digitized by Google
ITINERARIO
DI ROMA
E
DELLE SUE VICINANZE
COMPILATO
DA ANTONIO NIBBY
SECONDO IL METODO DEL VASI
OTTAVA EDIZIONE
diligentemente rettificata dall’editore
AGOSTINO VALE N TINI
CON GIUNTE RIGUARDANTI OGNI NUOVA SCOPERTA ARCHEOLOGICA
E QUALUNQUE INNOVAZIONE AVVENUTA
DOPO l'edizione precedente
ROMA 1870
TIPOGRAFIA DI ENRICO SINIMBERGHI
Si vende dai principali libraj
e negozianti di stampe.
Digitized by Google
Digitized by Google
Questa Edizione è posta sotto la protezione della legge del-
rEminentissimo Cardinal Camerlengo del 26 Settembre 1826;
e perciò l’Editore Proprietario intende impedirne formalmente
qualunque contrafazione o ristampa a forma degli articoli della
legge suindicata.
Digitized by Google
t
PREFAZIONE
Stando all’opinioue più comune, Roma fu fondata da Romolo,
discendente da Enea e dai re Albani, l’anno 753 avanti l’era vol-
gare. Essa, da principio, non si estese oltre i confini del monte
Palatino; ma dopo il ratto delle Sabine e le guerre che ne se-
guirono, anche il monte Capitolino fu chiuso entro il suo recin-
to, ed allora la valle che separa i due monti divenne il suo Foro.
Numa, successore di Romolo, aggiunse alla città una parte del
Quirinale. Tulio Ostilio, terzo re di Roma, dopo avere disfatto
Alba Longa, pose a stare gli Albani sul Celio, e racchiuse que-
sto monte entro le mura. Anco Marzio, che gli succedette, dopo
distrutte le città latine di Tellene, Ficana e Politorio, ne traslo-
cò gli abitanti sull’ Aventino, e riunì questo colle a Roma. Esso
fondò pure una cittadella sul Gianicolo, e gettò un ponte di le-
gno sul Tevere, che fu chiamato ponte Sublicio, reso poi cele-
bre dal valore di Orazio Coelite. Servio Tullio compì l’amplia-
mento della città includendovi il resto del Quirinale, il Viminale
e l’Esquilino: la cinse di nuove mura saldissime, costrutte con
massi qnadrati di tufa, e fortificò questo recinto con un aggere,
o baluardo, che, cominciando all’ angolo estremo del Quirinale,
terminavasi vicino all’arco di Gallieno sull’ Esquilino. Mediante
questo ingrandimento, la città comprese in sè i sette colli, oltre
una piccola parte del. Gianicolo, e venne ad avere un perime-
tro di circa otto miglia.
Da Servio, fino all'impero di Aureliano, il recinto di Roma
non andò soggetto a cambiamenti, quantunque la parte abitata
si estendesse molto fuori delle mura Serviane. Aureliano però,
temendo qualche sorpresa da parte dei barbari, diede mano alla
grande opera di cingere con nuove mura tutta la parte abitata
della città; esse però furono compiute da Probo, circa l’anno 276
dell’era cristiana. Se vogliasi credere a Vopisco, scrittore con-
temporaneo, questo recinto ebbe 50 miglia di giro; perimetro
A
Digitized by Google
vi Prefazione.
che sembrerebbe al tutto impossibile ed esagerato, se non si ri-
flettesse alla grandezza immensa ed all’infinita popolazione della
città signora dell’universo, e se si volesse scordare lo spazio va-
stissimo che le fabbriche pubbliche occupavano: d’altronde, vo-
lendo stare all’ odierno recinto, si renderebbe quasi impossibile
trovare luogo alle case dei cittadini. È però un fatto, che più
non esistono vestigia riconosciute delle mura di Aureliano, e
che le attuali mura, oltre ad essere molto più ristrette, non aven-
do che 16 miglia e mezzo di circonferenza, mostrano, per molti
riflessi, di appartenere ad un’epoca posteriore a quella di Aure-
liano; e la parte più antica di esse è dell'epoca di Onorio, il qua-
le ristabilì le mura della città verso l’anno 402 dell’era volgare.
All’epoca stessa appartengono parecchie delle attuali porte, con-
forme rilevasi dallo stile e dalle iscrizioni ancora esistenti. Sulla
sponda destra del Tevere la città rimane difesa da bastioni co-
strutti secondo le regole della moderna architettura militare: il
Vaticano però fu cinto di mura nell’ anno 8Ó0, da Leone IV, per
assicurare la basilica di s. Pietro contro le scorrerie dei Saraceni.
Fu già indicato che la città attuale ha circa 16 miglia e mezzo
di giro; ma solo ad un terzo si può calcolare la parte abitata,
giacché il rimanente è ridotto ad orti, a giardini, a vigne ed a
ville.
Si contano dodici porte aperte, otto sulla riva sinistra del Te-
vere, ed appellansi: Flaminia, o del Popolo, Salaria, Pia, S.
Lorenzo, Maggiore, S. Giovanni, S. Sebastiano, o Appia, e S.
Paolo: quattro sulla riva destra, cioè, due nel Trastevere, che
si chiamano: Portese, & S . Pancrazio . e due nella città Leonina
al Vaticano, dette Cavalleggeri, ed Angelica. Oltre a queste, si
contano sulla riva sinistra del Tevere altre cinque porte chiuse,
cioè la Pinciana, la Viminiale; la Afetronis, la Latina, e ì’ Ar-
de a tin a; e tre sulla riva destra, al Vaticano, e sono: la Fabbri-
ca, la Per fusa, e la porta Castello ; senza far parola di altre mi-
nori, che da gran tempo sono ugualmente chiuse.
Il fiume Tevere solca la città nell’ approssimativa direzione dal
nord al sud, ed agevola il trasporto delle mercanzie e dei viveri.
Si passa da una riva all’ altra mediante quattro ponti , costrutti
interamente in pietra, per mezzo di uno, formato parte in pietra
e parte in filo di ferro, come ancora per un ponte sospeso, tutto
di ferro, I primi quattro ponti si chiamavano anticamente JElius,
Janiculensis, Fabricius, Gratiani ; oggi però sono volgarmen-
te denominati S .Angelo, Sisto , Quattro Capi, e S. Bartolom-
meo: il quinto ponte, già Palatinus , ed oggi Ponte-Rotto , è
Digitized by Google
Prefazione. vn
quello ristaurato per metà in filo di ferro ; l’ ultimo può dirsi so-
stituito all'antico ponte Vaticanus.
Fino dai tempi di Servio Tullio , li orna fu divisa in quattro
quartieri, che egli denominò Regiones, cioè: la Palatina, la Su-
burrana, la E s quiiina, e la Collina. Augusto però fece un nuo-
vo riparto della città, dividendola in XIV Regioni, le quali ave-
vano i seguenti nomi : I.' C apena, II.' Calimontana, III.' Iris
et Serapis, IV.' Via Sacra, V .' Esquilina, VI.' Alta Semita,
VII.' Via Lata, Vili.' Forum. Romanum, IX.' Circuì Fla-
rninius , X.' Palatium , XI.' Circuì Maximus , XII.' Piscina
Publica , XIII.' Aventina , XIV.' Transtiberina.
Anche al presente Roma è divisa in XIV quartieri o Rioni,
nome derivante da Regiones, e sono: IA Monti, HA Trevi,
III.0 Colonna, IVA Campo Marzo, VA Ponte , VIA Pacione,
VII A Regola, Vili A S. Eustachio , IXA Pigna, XA Campi-
telli, XI A S . Angelo, XII A Ripa, XIII A Trastevere, XIV A Bor-
go. Credo inutile far osservare che, sebbene i quartieri siano il
medesimo numero , pure non esiste alcuna analogia fra l’ antica
e la moderna divisione della città. La popolazione di Roma ascen-
de ad oltre 200,000 abitanti.
Ad onta che Roma abbia perduto la sua potenza, tuttavia può
essere ancora riguardata come la più imponente città dell’ uni-
verso. Saccheggiata ed incendiata in epoche diverse , trovò essa
ognora, in mezzo alle proprie rovine , di che risorgere dalle sue
disgrazie. Gli obelischi, le colonne, le statue, i bassorilievi e
tanti altri capolavori delle arti belle, trovati fra le sue rovine , o
scavati di sotto le sue macerie , ove l’ ignoranza del medio evo
ovvero i barbari gli avevano sepolti ; gli avanzi dei templi, de-
gli archi trionfali , dei circhi , dei teatri , degli anfiteatri , delle
terme, dei sepolcri, degli acquidotti, e degli altri edilìzi che ad
ogni passo s’incontrano, muovono a stupore e ad ammirazione
coloro che si recano ad osservarli ; e colla loro magnificenza co-
stituiscono la principale splendidezza di questa metropoli.
Molti fra’ monumenti di Roma moderna gareggiano per ma-
gnificenza con quelli dell’ antica Roma ; ad ogni passo s’ incon-
trano chiese sontuose, magnifici palazzi, ricchi di quadri e di
statue, stupende piazze, meravigliose fontane. Sonovi alquante
ville, alcune delle quali racchiudono sorprendenti raccolte di mo-
numenti artistici si antichi e sì moderni , e contansi tre stupendi
musei pubblici, ove sono riuniti i capolavori della scultura egi-
zia, etnisca, greca, e romana. Si direbbe che la Provvidenza
creasse Bramante , Michelangelo, Raffaello , il Vignola, il Ber-
Digitized by Google
Vili Prefazione.
nini , il Canova , lo Stem , e tanti altri celebri artefici , per arric-
chire Roma e formarne la più magnifica città dell’universo.
I monumenti d’ arte di tutte, le epoche , i capolavori che Ro-
ma racchiude , e la dolcezza del clima la rendettero sede delle
arti belle ; di guisa che , oltre l’ inclita Accademia artistica detta
di san Luca , la quale è mantenuta a spese del nostro Governo ,
le corti straniere di Francia, di Russia, di Spagna, ecc., e molte
corti ancora della Germania mantengono in questa Metropoli
giovani studenti , perchè si perfezionino nell’ esercizio delle arti
belle.
Da lungo tempo esistono in Roma numerosi stabilimenti let-
terarii , fra’ quali è d’ uopo nominare prima d’ ogni altro l’ Uni-
versità, che chiamasi l’Archiginnasio Romano, ovvero la Sa-
pienza , la cui fondazione risalisce, almeno, al XIII secolo. Oltre
questa Università , vi sono , le pubbliche scuole del Seminario
Romano e del Collegio Romano ; i collegi Nazareno, Capranica,
Innocenziano o Pamphily-Doria, Ghislieri, dementino, di Pro-
paganda Fide , Inglese , Scozzese , Irlandese , Americani ecc. ;
come pure il Seminario Pio , e quello di s. Pietro. Sonovi pari-
menti in Roma molte accademie , o società di dotti , cioè : l’ Ac-
cademia cattolica, per le materie teologiche e filosofiche; l’Ac-
cademia dei Lincèi , per la cultura delle scienze fisico-matema-
tiche ; l’Accademia di Archeologia, per gli studii delle antichità;
e finalmente quelle che servono alla letteratura ed alla poesia la-
tina ed italiana , le quali sono , le Accademie Tiberina , dell’Ar-
cadia, dell’ Immacolata Concezione ed altre. Fioriscono in Roma
buon numero di letterati, forse più che in ogni altra città d’Ita-
lia e dei paesi stranieri.
II principale commercio di Roma consiste in oggetti di belle
arti, ossiano cammei, musaici, pitture, sculture, incisioni, foto-
grafie ecc. Vi sono fabbriche di seterie, di panni, di fiori, e di
perle artifiziali, di pettini, di corde armoniche ecc.
In Roma, più che altrove, abbondano gli stabilimenti di ca-
rità; poiché, oltre quelli mantenuti da nazioni estere pe’loro na-
zionali, avvi lo spedale di Santo Spirito, ove si ricevono gl’ infer-
mi di ogni classe, di ogni paese, e di ogni religione, gli esposti,
ed i pazzi. Sonovi pure gli spedali: di s. Giacomo degl’incura-
bili, destinato in ispecie a curare le piaghe e le malattie veneree;
di s. Giovanni in Laterano, per le donne prese da febbre; della
Consolazione, pei feriti; di s. Gallicano, per le malattie cutanee;
di s. Rocco, per le partorienti. Fra i luoghi destinati al sosten-
tamento dei poveri, sono più notevoli: il grande ospizio di s. Mi-
Digitized by Google
IX
Prefazione.
chele a Ripa, pe’ giovanetti, per le fanciulle orfane, e pei vecchi;
il conservatorio delle Mendicanti, per le zitelle orfane; la casa
degli Orfani, e finalmente la Casa d’industria, che viene detta
Pio Instituto di carità.
Quantunque questa città non possa emulare altre capitali per
riguardo ai luoghi di divertimento, tuttavia ha due anfiteatri
nei quali, specialmente nella stagione estiva, si danno differenti
spettacoli; ha pure uno sferisterio, ossia giuoco del pallone; due
grandi teatri, denominati di Argentina, e di Tordinona, o di
Apollo; il teatro Valle per opere buffe, e rappresentazioni co-
miche e drammatiche, ed altri teatri minori, come Capranica,
Metastasio, ecc. .
Digitized by Google
X
CRONOLOGIA
DE’ FATTI PIU' IMPORTANTI DELLA STORIA DI ROMA
DALLA STIA FONDAZIONE FINO ALLA MORTE DI AUGUSTO.
An.di Avanti
Rima l’E.Valg.
1 753 Fondazione di Roma sul monte Palatino.
4 • 749 Ratto delle Sabine.
8 745 II monte detto allora Tarpeio, e poscia Capitolino,
è chiuso in Roma.
39 714 Numa Pompilio sul trono.
83 670 Tulio Ostilio eletto re.
88 665 Alba-Longa distrutta. Il monte Celio aggiunto al-
la città.
113 640 Anco Marzio re.
125 628 L’ A ventino cinto di mura.
134 619 Fondazione d’Ostia.
139 614 Tarquinio Prisco ascende al trono.
154 599 Circo Massimo.
175 578 Servio Tullio succede a Tarquinio.
190 563 Nuovo recinto di Roma. Il Quirinale, il Viminale,
e l’Esquilino compresi nella città.
200 553 Primo lustro.
214 539 Confederazione fra i Romani e i Latini. Tempio di
Diana, eretto sull’ Aventino a spese de’ confe-
derati.
219 534 Mortedi Servio. Tarquinio Superbo usurpa il trono.
234 519 Circo e Cloaca Massima compiuti.
242 511 Tempio di Giove Capitolino.
243 510 Morte di Lucrezia. Espulsione de’ re. Fondazione
della repubblica.
244 509 Morte di L. Giunio Bruto, console.
246 507 Orazio Coelite. Muzio Scevola.
257 496 Vittoria del dittatore Postumio sopra i Latini al
lago Regillo. Morte di Tarquinio a Cuma.
259 494 Prima ritirata del popolo sul monte Sacro. Mene-
nio Agrippa.
262 491 Coriolano esiliato.
Digitized by Google
Cronologia di Roma.
XI
An.di
Avanti
Roma
l’E.Y.Ig
265
488
Veturia e Volumnia placano Coriolano. 'Tempio del-
la Fortuna Muliebre.
276
477
I 300 Fabii uccisi presso il Cremerà.
301
452
I Decemviri.
302
451
Promulgazione delle leggi delle XII tavole.
304
449
Morte di Virginia. Abolizione del Decemvirato.
308
445
Primi tribuni militari .
314
439
Cincinnato dittatore. Morte di Spurio Melio, ucciso
da Servilio Ahala.
.357
396
Presa di Veio.
363
390
Roma incendiata dai Galli, e ristabilita da Camillo.
370
383
Supplizio di Marco Manlio Capitolino.
387
366
Pretori. Edili Curali .
388
365
Camillo muore di peste.
410
343
Guerra contro i Sanniti.
413
340
Publio Decio Mus si sagrifica per la patria nella
guerra latina.
415
338
I Rostri sono eretti.
432
321
Disfatta alle Forche Caudine.
441
312
Censura di Appio Claudio il Cieco.
473
280
Guerra contro Pirro.
474
279
Publio Decio Mus rinnova l’esempio dell’ avo nella
guerra sannitica.
478
275
Curio trionfa di Pirro.
487
266
L’Italia dipendente da Roma.
489
264
Prima guerra punica.
511
242
Vittoria di Caio Lutazio alle isole Egadi. Fine della
prima guerra punica. La Sicilia ceduta ai Ro-
mani.
522
231
La Sardegna ridotta in provincia romana. Conqui-
sta della Corsica.
535
218
Seconda guerra punica.
537
216
Battaglia di Canne.
552
201
Fine della seconda guerra punica.
563
190
Disfatta di Antioco.
569
184
Censura di Catone. Basilica Porcia.
570
183
Morte di Annibaie.
572
181
Legge Annale.
582
171
Guerra macedonica contro Perseo.
586
167
Trionfo di Paolo Emilio.
Digitized by Google
XII
Cronologia di Roma.
Ao.di Avanti
Roma l'E.Volg.
606 147 Cartagine distrutta.
620 133 Numanzia conquistata. Tiberio Gracco.
632 121 Morte di Caio Gracco.
647 106 Giugurta fatto prigione.
662 91 Guerra sociale, o italica.
665 88 Mario e Siila.
667 86 Mario muore essendo console per la settima volta
670 83 Incendio del Campidoglio.
672 81 Siila dittatore.
675 78 Morte di Siila.
678 75 Cicerone questore in Sicilia.
690 63 Congiura di Catilina.
693 60 Primo Triumvirato.
695 58 Cicerone in esilio.
696 57 Teatro di Pompeo.
700 53 Morte di Crasso.
704 49 Cesare e Pompeo.
705 48 Battaglia di Parsalo. Morte di Pompeo.
706 47 Dittatura di Cesare.
709 44 Morte di Cesare.
710 43 Secondo Triumvirato. Morte di Cicerone.
720 33 Edilità di Agrippa.
722 31 Battaglia d’Azio nell’ Epiro.'
726 27 Tempio di Apollo sul monte Palatino.
767 Morte di Augusto.
Digitized by Google
XIII
CRONOLOGIA
DEGL’IMPERATORI ROMANI
DALLA MORTE DI AUGUSTO
FINO ALLA CADUTA DELL’IMPERO OCCIDENTALE.
Ottaviano Augusto fonda l’ impero dopo le vittorie di Filippi e
d’Azio l’anno 30 avanti l’era volgare, e dopo d’aver regnato
44 anni muore, lasciando l’impero a Tiberio l’anno 14 del-
l’era volgare.
EraVolg.
14 Tiberio.
37 Caligola.
41 _ Claudio.
54 Nerone.
68 Galba.
69 Ottone.
69 Vitellio.
69 Vespasiano.
79 Tito.
81 Domiziano.
96 Nerva.
98 Traiano.
117 Adriano.
138 Antonino Pio.
161 Marco Aurelio, e Lucio Vero.
180 Commodo.
193 Pertinace.
193 Didio Giuliano. ^
193 Settimio Severo.
198 Antonino Caracalla, e Geta suo fratello.
217 Macrino .
218 Eliogabalo.
222 Alessandro Severo.
235 Massimino I.
237 Gordiano I, e Gordiano II.
237 Massimo e Balbino.
238 Gordiano III.
A**
Di^itized by Google
xiv Cronologia degl ’ Imperatori.
EraVolg.
244 Filippo col figlio.
249 Decio.
251 Gallo e Volusiano.
253 Emiliano, Valeriano, e Gallieno.
268 Claudio II.
270 Aureliano.
275 Tacito e Floriano.
276 Probo.
282 Caro.
283 Carino, e Numeriano.
284 Diocleziano.
286 Massimiano.
305 Costanzo Cloro, e Massimiano Galerio.
306 Costantino Magno.
306 Massenzio.
308 Massimino II.
308 Licinio.
337 Costantino II, Costanzo, e Costante.
361 Giuliano.
363 Gio viano.
364 Valentiniano I, e Valente.
367 Graziano.
375 Valentiniano II.
379 Teodosio I.
383 Arcadio.
393 Onorio.
402 Teodosio II.
421 Costanzo lì.
425 Valentiniano III.
450 Marciano.
455 Avito.
457 Maioriano, e Leone.
461 Libio Severo.
467 Antemio.
472 Olibrio.
473 Glicerio.
474 Nepote, e Zenone.
475 Romulo, o Augustolo, il quale, detronizzato da Odoacre
re degli Eruli nell anno 47 6, fu l’ ultimo imperatore
d' Occidente.
Digitized by Google
CRONOLOGIA
DEI PONTEFICI DOMANI
xv
Di S. PIETRO SINO i’ NOSTRI GIORNI COLL’ iNNO
DELLA LORO ELEZIONE.
Eri V«lg.
1
42
S. Pietro, di Bethsaide in Galilea, stabilisce la sede
in Roma.
2
65
S. Lino, da Volterra in Toscana.
3
78
S. Anacleto, o Cleto, Ateniese.
4
91
S. Clemente I, romano. ,
5
100
S. Evaristo, di Betlem.
6
109
S. Alessandro I, romano.
7
119
S. Sisto I, romano, della gente Elvidia.
8
127
S. Telesforo, greco.
9
139
S. Igino, ateniese.
10
142
S. Pio I, di Aquileia.
11
157
S. Aniceto, siro.
12
168
S. Sotero, di Fondi nella Campania.
13
177
S. Eleuterio, di Nicopoli.
14
193
S. Vittore I, affricano.
15
202
S. Zefirino, romano.
16
219
S. Callisto I, romano, della gente Domizia.
17
223
S. Urbano I, romano.
18
230
S. Ponziano, romano, deliagente Calfurnia.
19
235
S. Antera, greco.
20
236
S. Fabiano, romano, della gente Fabia.
21
251
S. Cornelio, romano.
22
252
S. Lucio I, romano.
23
253
S. Stefano I, romano.
24
257
S. Sisto II, ateniese.
25
259
S. Dionisio, greco.
26
269
S. Febee I, romano.
27
275
S. Eutichiano, toscano.
28
283
S. Caio, dalmata.
29
296
S. Marcellino, romano.
30
308
S. Marcello I, ramano.
31
310
S. Eusebio, di Cassano in Calabria.
»
Digitized by Google
XVI
Cronologia dei Papi.
Era. Volg.
311 S. Melchiade, affricano.
314 S. Silvestro I, romauo.
336 S. Marco, romano.
337 S. Giulio I, romano.
352 Liberio, romano; da alcuni creduto della famiglia
Savelli.
S. Felice II, romano; entra a far numero fra i papi
di questo nome, ed esercitò la potestà pontifi-
cia durante l’esilio di Liberio, per lo spazio di
oltre due anni, o come di lui vicario, o perchè
creato papa col di lui consenso: quindi depose
il papato.
366 S. Damaso I, portoghese.
384 S. Siricio, romano.
398 S. Anastasio I, romano.
401 S. Innocenzo I, di Albano.
417 S. Zosimo, greco.
418 S. Bonifacio I, romano.
422 S. Celestino I, della Campania.
432 S. Sisto III, romano.
440 S. Leone I, detto il Grande, romano.
461 S. Ilaro, o Ilario, di Cagliari.
467 S. Simplicio, di Tivoli.
483 S. Felice III, romano.
492 S. Gelasio I, romano.
496 S. Anastasio II, romano.
498 S. Simmaco, di Sardegna.
514 S. Ormisda, di Frosinone.
523 S. Giovanni I, toscano.
526 S. Felice IV,. di Benevento.
530 Bonifacio II, romano.
532 Giovanni II, romano.
535 S. Agapito I, romano.
536 S. Silverio, di Frosinone.
538 Vigilio, romano.
555 Pelagio I, romano.
560 Giovanni IH, romano.
574 Benedetto I, romano.
578 Pelagio II, romano.
590 S. Gregorio I, detto il Grande, romano.
604 Sabiniano, di Volterra.
Digitized by Google
Cronologia dei Papi.
XVII
67
Era Volg.
607
68
608
69
615
70
619
71
625
72
640
73
640
74
642
75
649
76
654
77
657
78
672
79
676
80
678
81
682
82
684
83
685
84
687
a5
687
86
701
87
705
88
708
89
708
90
715
91
731
92
741
93
752
94
752
95
757
96
768
97
772
98
795
99
816
100
817
101
824
102
827
103
827
104
844
105
847
Bonifacio III, romano .
Bonifacio IV, di Valeria nel paese de’ Marsi.
S. Deodato, romano.
Bonifacio V, napolitano.
Onorio I, della Campania.
Severino, romano; regnò mesi 2, giorni 4.
Giovanni IV, dalmata.
Teodoro I, greco.
S. Martino I, di Todi.
Eugenio I, romano.
S. Vitaliano, di Segni.
Adeodato, romano.
Dono I, romano.
S. Agatone, siculo.
S. Leone II, siculo.
S. Benedetto II, romano.
Giovanni V, di Antiochia.
Conone, siculo; regnò mesi 11.
S. Sergio I, oriundo d’ Antiochia, nato in Palermo.
Giovanni VI, greco.
Giovanni VII, greco.
Sisinnio, siro; regnò giorni 20.
Costantino, siro.
S. Gregorio II, romano, che alcuni vogliono della
famiglia Savelli.
S. Gregorio III, siro.
S. Zaccaria, greco.
Stefano II, romano; non consacrato, perchè mori
dopo tre giorni dalla sua elezione.
Stefano III, romano.
S. Paolo I, romano.
Stefano IV, siculo.
Adriano I, romano.
S. Leone III, romano.
Stefano V, romano.
S. Pasquale I, romano.
Eugenio II, romano.
Valentino, romano; regnò giorni 40.
Gregorio IV, romano.
Sergio II, romano.
S. Leone IV, romano.
1 lized by Googk
XVIII
Cronologia dei Pagi.
Era VoIr.
106
855
Benedetto III, romano.
107
858
S. Niccolò I, romano.
10R
867
Adriano II, romano.
109
872
Giovanni Vili, romano.
110
882
Marino I, di Gallese.
111
884
Adriano IH, romano.
112
885
Stefano VI, romano.
113
891
Formoso, romano.
114
896
Bonifacio VI, romano; regnò giorni 15.
Ilo
896
Stefano VII, romano.
ne
897
Romano, di Gallese; regnò mesi 4.
m
897
Teodoro II, romano; regnò giorni 20.
118
828
Giovanni IX, di Tivoli.
112
900
Benedetto IV, romano.
120
903
Leone V, d’Ardea; regnò giorni 31.
121
903
Cristoforo, romano.
122
904
Sergio III, romano.
123
211
Anastasio III, romano.
124
913
Landone, della Sabina.
125
914
Giovanni X, romano.
120
928
Leone VI, romano.
127
929
Stefano Vili, romano.
128
931
Giovanni XI, Conti, romano.
129
936
Leone VII, romàno.
130
939
Stefano IX, tedesco.
131
943
Marino II, romano.
132
946
Agapito II, romano.
133
956
Giovanni XII, Conti, romano.
Leone Vili, intruso nel pontificato l’anno 963, de-
posto, nuovamente l’usurpa l’anno 964 a’24 di
giugno e lo ritiene sino alla morte, cioè sino
all’anno 965.
134
964
Benedetto V, romano.
135
965
Giovanni XIII, romano.
136
972
Benedetto VI, romano.
137
974
Dono II, romano.
138
975
Benedetto VII, Conti, romano.
139
983
Giovanni XIV, vescovo di Pavia, regnò mesi 9; fu
privato del pontificato e della vita da Franco-
ne, che usurpò il papato col nome di
Bonifazio VII. Egli aveva invasa altra volta la se-
Digitized by Google
Cronologia dei Papi. Xix
Era Valg.
de apostolica avendo ucciso il papa Benedetto
VI: questa volta ritenne il pontificato per me-
si due.
140 985 Giovanni XV, romano, non consacrato; regnò po-
chi giorni.
141 985 Giovanni XVI, romano.
142 996 Gregorio V, tedesco, figlio di Ottone duca della
Franconia e Carintia.
Giovanni XVII, detto Giovanni Fi lagato, calabre-
se, vescovo di Piacenza: esso col mezzo di Cre-
scenzo tiranno di Roma usurpa il papato l’an-
no 997, ma ne fu scacciato l’anno 998 dall’im-
peratore Ottone IH.
143 999 SilvestroII, d’Orilac in Alvergna.
144 1003 Giovanni XVIII, di Rapagnano; regnò mesi 4, gior-
ni 22.
145 1003 Giovanni XIX, romano-
146 1009 Sergio IV, romano.
147 1012 Benedetto Vili, Conti, tusculano.
148 1024 Giovanni XX, romano.
149 1033 Benedetto IX, romano; abdicò dopo anni 10 e me-
si 7 di papato.
150 1044 Gregorio VI, romano.
151 1046 Clemente II, sassone.
152 1048 Damaso II, di Baviera.
153 1049 S. Leone IX, di Alsazia.
154 1055 Vittore II, svevo.
155 1057 Stefano X, di Lorena.
156 1058 Benedetto X, Conti, romano; abdicò, e da molti
non è riputato legittimo.
157 1058 Niccolò II, di Borgogna.
158 1061 Alessandro II, Badagio, milanese.
159 1073 S. Gregorio VII, Aldobrandescki, di Soana.
160 1086 Vittore III, Epifani, di Benevento.
161 1088 Urbano II, nato in Reims.
162 1099 Pasquale II, di Bieda, diocesi di Viterbo.’
163 1118 Gelasio II, dei Caetani, nato in Gaeta.
164 1119 Callisto II, nato a Quingey tra Besanzone e Sa-
bms, da Gughelmo il grande, detto Testa
Ardita, conte di Borgogna
165 1124 Onorio II, bolognese.
Digitized by Google
XX
Cronologia dei Papi.
En V»lg.
166 1130
167 1143
168 1144
169 1145
170 1153
171 1154
172 1159
173 1181
174 1185
175 1187
176 1187
177 1191
178 1198
179 1216
180 1227
181 1242
182 1243
183 1254
184 1261
185 1265
186 1271
187 1276
188 1276
189 1276
190 1277
191 1281
192 1285
193 1288
194 1294
195 1294
196 1303
197 1305
198 1316
199 1334
Innocenzo II, romano, della famiglia dei Papi, o
Papereschi.
Celestino II, di Città di Castello.
Lucio II, Caccianemici, di Bologna.
Eugenio III, Paganelli, di Pisa.
Anastasio IV, romano.
Adriano IV, Breakspeare, inglese.
Alessandro III, Bandinelli, senese.
Lucio III, Allucignoli, di Lucca.
Urbano ITI, Crivelli, milanese.
Gregorio Vili, De-Morra, di Benevento; regnò
mese 1 e giorni 28.
Clemente HI, Scolari, romano.
Celestino III, Orsini, romano.
Innocenzo HI, dei Conti di Segni, nato in Anagni.
Onorio in, Savelli, romano.
Gregorio IX, Conti, di Anagni.
Celestino IV, Castiglione, milanese.
Innocenzo IV, F teschi, di Genova.
Alessandro IV, Conti, di Anagni.
Urbano IV, Pantaleon, àe’Court-Palais,ài Troyes
nella Sciampagna.
Clemente IV, Foulquois, o dei Folchi, nato a Saint-
Gilles sul Rodano.
Gregorio X, Visconti, piacentino.
Innocenzo V, savoiardo; regnò mesi 5, giorni 2.
Adriano V, Fieschi, gonovese; regnò giorni 38.
Giovanni XXI, di Lisbona.
Niccolò III, Orsini, romano.
Martino II, di Montpencien: suol essere chiamato
Martino IV, poiché si computano sotto que-
sto nome i due papi, Marino I, e Marino II.
Onorio IV, Savelli, romano.
Niccolò IV, Masci, ascolano.
S. Celestino V, de-Mouron, napolitano.
Bonifacio Vili, Caetani, di Anagni.
Benedetto XI, Boccasini, di Treviso.
Clemente V, de Goutk, nato in Villandrau in Gua-
scogna.
Giovanni XXII, d’Euse, od Osse, di Cahors.
Benedetto XH, Fournier, nato in Saverdun, nella
contea di Foix.
Digitized by Google
Cronologia dei Papi.
XXI
200
EnV'lg.
1342
201
1352
202
1362
203
1370
204
1378
205
1389
206
1404
207
1406
208
1409
209
1410
210
1417
211
1431
212
1447
213
1455
214
1458
215
1464
216
1471
217
1484
218
1492
219
1503
220
1503
221
1513
222
1522
223
1523
224
1534
225
1550
226
1555
227
1555
228
1559
229
1566
230
1572
231
1585
232
1590
233
1590
Clemente VI, Roger, nato nel castello di Maumont,
nella diocesi di Limoges.
Innocenzo VI, d’ Aubert, nato presso Pampadour,
nella diocesi di Limoges.
Urbano V, de Grimaud, nato nel castello di Gris-
sac nel Gévaudan.
Gregorio XI, Roger, nato in Maumont, nella dio-
cesi di Limoges.
Urbano VI, Prignani, napolitano.
Bonifacio IX, Tomacelli, napolitano.
Innocenzo VII, Migliorati, di Sulmona.
Gregorio XII, Coriaro, veneziano.
Alessandro V, di Candia.
Giovanni XXIII, Coesa, napolitano.
Martino V, Colonna, romano.
Eugenio IV, Condulmero, veneziano.
Niccolò V, Parentucelli, di Sarzana.
Callisto III, Borgia, spagnuolo.
Pio II, Piccolomini, senese.
Paolo II, Barbo, veneziano.
Sisto IV, della Rovere, di Savona.
Innocenzo Vili, Cibo, genovese.
Alessandro VI, Lenzuoli-Borgia, di Valenza.
Pio III , Tedeschini-Piccolomini , senese ; regnò
giorni 26.
Giulio II, della Rovere, di Savona.
Leone X, Medici, fiorentino.
Adriano VI, Florent, di Utrecht.
Clemente VII, Medici, fiorentino.
Paolo III, Farnese, romano.
Giulio III, Ciocchi, romano.
Marcello II, Cervini, di Montepulciano; regnò gior-
ni 21.
Paolo IV, Carafa, napolitano.
Pio IV, Medici, milanese.
S. Pio V, Ghislieri, ligure.
Gregorio XIII, Buoncompagni, bolognese.
Sisto V, Peretti, nato nella terra di Grotte a mare
nella Marca di Fermo.
Urbano VII, Castagna, romano; regnò giorni 23.
Gregorio XIV, Sfrondati, milanese.
«
Digitized by Google
XXII
Cronologia dei Paj/i.
Era V*lg.
234 1591
235 1592
236 1605
237 1605
238 1621
239 1623
240 1644
241 1655
242 1667
243 1670
244 1676
245 1689
246 1691
247 1700
248 1721
219 1724
250 1730
251 1740
252 1758
253 1769
254 1775
255 1800
256 1823
257 1829
258 1831
259 1846
Innocenzo IX, Facchinetti, bolognese.
Clemente Vili, Aldobrandini, fiorentino.
Leone XI, Medici, fiorentino; regnò giorni 27.
Paolo V, Borghese, romano.
Gregorio XV, Ludovisi, bolognese.
Urbano Vili, Barberini, fiorentino.
Innocenzo X, Pamphily, romano.
Alessandro VII, Chigi, senese.
Clemente IX, Bospigliosi, di Pistoia.
Clemente X, Altieri, romano.
Innocenzo XI, Odescalchi, di Como.
Alessandro Vili, Ottoboni, veneziano.
Innocenzo XII, Pignattelli, napolitano.
Clemente XI, Albani, di Urbino.
Innocenzo XIII, Conti, romano.
Benedetto XIII, Orsini, romano.
Clemente XII, Corsini, fiorentino.
Benedetto XIV, Lambertini, bolognese.
Clemente XIII, Rezionico, veneziano.
Clemente XIV, Ganganelli, di s. Angelo inVado
Pio VI, Bruschi, di Cesena.
Pio VII, Chiaramonti, di Cesena.
Leone XII, della Genga, nato alla Genga feudo di
sua famiglia.
Pio Vm, Castiglioni, di Cingoli.
Gregorio XVI, Cappellari, di Belluno nel Friuli.
Pio IX, de’conti Mastai Ferretti, nalo in Siniga-
glia il 13 Maggio 1792, esaltato al soglio pon-
tificale il 17 Giugno 1846, e coronato il giorno
21 dello stesso mese.
Digitized by Google
XXIII
CATALOGO CRONOLOGICO
DEGLI AUTISTI PIU’ CELEBRI
MENZIONATI IN QUEST OPERA
DISPOSTI PER ORDINE ALFABETICO (*).
PITTORI
Nitrita Morie
1518 Albani Francesco, bolognese. 1660
Alberto Duro, vedi Durerò.
1494 Allegri Antonio, da Coreggio. 1534
1560 Amerighi Michelangelo, da Caravaggio. 1609
Arpino (Cavaliere d'), vedi Cesari.
Baciccio, vedi Gauli.
1573 Baglioni Giovanni, romano. 1680
1478 Barbarelli Giorgio, da Castelfranco. 1511
1590 Barbieri Gio. Francesco, da Cento. 1666
1528 Barocci Federico, da Urbino. 1612
Bassano, ved. Ponte.
1708 Battoni Pompeo, lucchese. 1787
Beccafumi Domenico, da Siena. 1549
1421 Bellini Gentile, veneziano. 1500
1424 Bellini Giovanni, idem. 1514
1684 Beuefiale Marco, romano. 1764
1596 Berrettini Pietro, da Cortona. 1669
1656 Bloemen Gio. Francesco, d’ Anversa. 1740
1474 Bonarruoti Michelangelo, fiorentino. 1564
Borgognone, ved. Courtoys Guglielmo.
1600 Both Giovanni ed Andrea, da Utrecht. 1650
1623 Brandi Giaciuto, da Poli. 1701
1550 Brilli Matteo, d’ Anversa. 1584
1556 Brilli Paolo, idem. 1626
1501 Bronzino Angelo, toscano. 1570
1619 Brun (le) Carlo, parigino. 1690
1500 Buonaccorsi Pietro, toscano. 1547
1532 Cagliari Paolo, veronese. 1588
Cagnaccio, ved. Caulassi.
Calabrese (il), ved. Preti.
1586 Calandra Giambattista, da Vercelli. 1644
(*) La mancanza di alcune date deriva dal non essere conosciute ancora con
precisione.
Digitized by Google
xxiv Cronologia degli Artisti.
Nateila Marie
1495 Caldari Polidoro, da Caravaggio. 1542
1594 Callot Giacomo, da Nancy.
1602 Camassei Andrea, da Bevagna. 1649
Caracci Annibaie, bolognese. 1609
1555 Caracci Antonio, idem. 1619
1558 Caracci Agostino, idem. 1601
Caravaggio Michelangelo, ved. Ameriglii.
1585 Caroselli Angelo, romano. 1653
1616 Castiglione Benedetto, genovese. 1670
1607 Caulassi Guido, da Castel Durante. 1687
1752 Cavallucci Antonio, da Sermoneta. 1795
1602 Cerquozzi Michelangelo, romano. 1660
1560 Cesari Giuseppe, d’Arpino. 1640
1654 Chiari Giuseppe, romano. 1727
1628 Cignani Carlo, bolognese. 1719
1230 Cimabue, fiorentino. 1300
Claudio Lorenese, ved. Gelée.
1498 Clovio Giulio, di Grisone in Croazia. 1578
1676 Conca Sebastiano, da Gaeta. 1764
Coreggio, ved. Allegri.
1621 Courtoys Giacomo, da s. Ippolito. 1676
1628 Courtoys Guglielmo, idem. 1679
Daniele, ved. Ricciarelli.
1616 Dolci Carlo, fiorentino. 1686
Domenichino, ved. Zampieri.
1613 Duguet Gaspare, soprannomato ilPussiuo, romano. 1675
1471 Durerò Alberto, di Norimberga. 1528
Fattore, o Fattorino, ved. Penni.
1634 Ferri Ciro, romano. 1689
1450 Francia Francesco, bolognese. 1535
1480 Francucci Innocenzo, da Imola. 1550
Garofalo Benvenuto, ved. Tisi.
1638 Garzi Luigi, di Pistoia. 1721
1600 Gelée Claudio, lorenese. 16®
1611 Gemignani Giacinto, di Pistoia. 1681
1644 Gemignani Ludovico, romano. 1697
1641 Gennari Cesare, bolognese. 1688
1634 Ghezzi Giuseppe, ascolano. 1721
1612 Giordano Luca, napolitano. 1705 *
Giorgione, ved. Barbarelli.
1276 Giotto da Bondone, toscano. 1336
Digitized by Google
Cronologia degli Artisti. xxv
Nascila
Giulio Romano, ved. Pippi.
1571 Grammatica Antiveduto, senese. 1626
1606 Grimaldi Gio. Francesco, bolognese. 1680
Guercino, ved. Barbieri.
1592 Honthorst Gherardo, da Utrecht. 1662
Innocenzo da Imola, ved. Francucci.
1581 Lanfranco Giovanni, parmigiano. 1647
Laureti Tommaso, siciliano. 1600
1484 Licinio Gio. Antonio, veneziano. 1540
1580 Locatelli Giacomo, bolognese. 1628
Lotti Lorenzo, da Bergamo. 1536
1485 Luciano fr. Sebastiano, veneziano. 1547
1460 Luini (da) Bernardino, milanese. 1530
Luini Evangelista, idem. 1585
1601 Luini Tommaso, romano. 1636
1666 Luti Benedetto, fiorentino. 1724
1430 Mantegna Andrea, padovano. 1505
1625 Maratta Carlo, da Camerano. 1713
1469 Marco (da s.) fr. Bartolommeo, fiorentino. 1517
1401 Masaccio, fiorentino. 1442
1494 Maturino, fiorentino. 1528
1599 Meel o Miei Giovanni, fiammingo. 1664
1728 Mengs Antonio Raffaele, d'Aussig. 1779
1616 Mola Giambattista, francese. 1661
1621 Mola Pierfrancesco, da Coldrì. 1666 •
1643 Molyn Pietro, da Haarlem. 1701
1618 Murillo Bartolommeo, di Siviglia. 1682
1528 Muziano Girolamo, d’ Acquafredda. 1590
1494 Nanni Giovanni, da Udine. 1561
1535 Nogari Paris, romano. 1600
Notti (delle) Gherardo, ved. Honthorst. •
Novara, ved. Ricci.
1663 Odazzi Giovanni, romano. 1731
Orizzonte, ved. Bloemen.
1500 Palma Giacomo, d°. il Palma vaccino, veneziano. 1568
1544 Palma Giacomo, detto il Palma giovane, idem. 1626
1610 Passeri Gio. Battista, romano. 1679
1654 Passeri Giuseppe, idem. 1714
1550 Passignani Domenico, fiorentino. 1638
1488 Penni Gio. Francesco, idem. 1528
Perugino, ved Vanno echi.
Digitized by Google
xxvi Cronologia degli Artisti.
N««ila Morte
1480 Peruzzi Baldassare, da Siena. 1530
1557 Piazza Cosimo, da Castel Franco. 1021
Pierin Del Vaga, ved. Buonaccorsi.
1454 Pinturicchio Bernardino, perugino. 1513
Piombo (del) Sebastiano, ved. Luciano.
1492 Pippi Giulio, romano. 1546
Polidoro, ved. Caldari.
1510 Ponte Giacomo, da Bassano. 1592
Pordenone, ved. Licinio.
1613 Preti Mattia, da Taverna in Calabria. 1699
1490 Primaticcio Francesco, bolognese. 1570
1(571 Procaccini Andrea, romano. 1734
1550 Pulsone Scipione, da Gaeta. 1588
Pussino Gaspare, ved. Duguet.
1594 Pussino Niccolò, d’ Andelys. 1665
Raffaele da Urbino, ved. Sanzio.
1479 Razzi Gio. Antonio, detto il Sodoma, da Vercelli. 1554
1563 Reggio (da) Raffaellino. 1620
1575 Reni Guido, bolognese. 1642
1606 Rembrandt, da Leydeu. 1674
1588 Ribera Giuseppe, de Xativa. 1659
1537 Ricci Giambattista, da Novara. 1612
1500 Ricciarelli Daniele, da Volterra. 1557
1512 Robusti Giacomo, veneziano. 1594
1617 Romanelli Gio. Francesco, da Viterbo. 1662
1552 Roncalli Cristoforo, detto delle Pomarance. 1626
1615 Rosa Salvatore, napolitano. 1673
1577 Rubens Pietro Paolo, da Colonia. 1640
1600 Sacchi Andrea, da Nettuno. 1661
1557 Salimbene Ventura, senese. 1613
1510 Salviati Francesco, fiorentino. 1563
1605 Salvi Giambattista, da Sasso ferrato. 1685
1483 Sanzio Raffaele, da Urbino. 1520
1585 Saraceni Carlo, veneziano. 1625
Sarto (del) Andrea, ved. Vannucchi.
Sassoferrato, ved. Salvi.
1616 Scaramuccia Luigi, milanese. 1680
1551 Scarsella Ippolito, detto lo Scarsellino, ferrarese. 1621
1570 Scliidone Bartoloinmeo, modenese. 1615
Scipione Gaetano, ved. Pulsone.
Sicciolante Girolamo, da Sermoneta. 1580
Digitized by Google
Cronologia degli Artisti.
XXVII
N «itila
Morie
1638
Sirani Elisabetta, bolognese.
Sodoma, ved. Razzi.
1665
1657
Solimena Francesco, napolitano.
1747
1576
Spada Leonello, bolognese.
Spagnoletto, ved. Ribera.
1622
1585
Stanzioni Massimo, napolitano.
1656
1699
Sublevras Pietro, d’Uzès.
1747
1566
Tassi Agostino, perugino.
Tempesta (il), ved. Molvn.
1644
1555
Tempesti Antonio, fiorentino.
1630
1610
Téniers David, d’ Auyersa. .
1690
1617
Testa Pietro, lucchese.
Tintoretto, ved. Robusti.
1652
1481
Tisi Benvenuto, detto il Garofalo, ferrarese.
Tiziano, ved. Vecelli.
1559
1656
Trevisani Francesco, romano.
1746
1600
Valentin Pietro, francese.
1632
1599
Van-Dyck Antonio, d’ Anversa.
1641
1565
Vanni Francesco, senese.
1609
1488
Vannucchi Andrea, fiorentino.
1530
1446
Vannuccbi Pietro , o il Perugino, di Città della
Pieve.
1524
1512
Vasari Giorgio, aretino.
1574
1477
Vecelli Tiziano, veneziano.
1576.
1570
Vecchia (de) Giuseppe, fiorentino.'
1610
•
Venusti Marcello, mantovano.
Veronese Paolo, ved. Cagliari.
1580
1452
Vinci (da) Leonardo, toscano.
1519
1653
Voglar Carlo, da Maestriclit.
1695
1582
Voupt Simone, parigino.
1641
Wander Pietro, da Haarlem.
1642
1581
Zampieri Domenico, bolognese.
1641
1543
Zuccari Federico, da Urbino.
1609
1529
Zuccari Taddeo, idem.
seti, Tom.
1566
1602
Algardi Alessandro, bolognese.
1654
1487
Bandinelli Baccio, fiorentino.
1559
1538
Bernini Gio. Lorenzo, napolitano.
1680
1562
Bernini Pietro, da Sesto, toscano.
1629
Digitized by Google
xxviii Cronologia degli Artisti.
N aititi
Morir
1524
Bologna Giovanni, da Douai.
1608
1474
Bonarruoti Michelangelo, fiorentino.
1564
1552
Buon vicini Ambrogio, milanese.
1622
1757
Canova Antonio, da Possagno.
1822
1500
Celimi Benvenuto, fiorentino.
1570
Cordieri Niccolò, lorenese.
1612
Donatello, fiorentino.
1466
Egidio, fiammingo.
1600 -
1619
Fancelli Iacopo Antonio, romano.
1671
1610
Ferrata Ercole, daPelsotto.
1686
Fiammingo, ved. Quesnoy..
1602
Finelli Giuliano, da Carrara.
1657
1666
Gros (le) Pietro, parigino.
1719
1628
Guidi Domenico, da Massa.
1701
1740
Houdon, parigino.
1820
Lorenzo, detto il Lorenzetto, fiorentino.
1530
1576
Maderno Stefano, lombardo.
1636
1644
Mazzuoli Giuseppe, da Volterra.
1725
1580
Mochi Francesco, da Montevarchi.
1646
1658
Monot Pietro, da Besancon.
1733.
1614
Naldini Paolo, romano.
1684
1551
Olivieri Pietro Paolo, romano.
1599
Porta (della) Guglielmo, milanese.
1542
Porta (della) Giambattista, idem.
1597
1454
Pollaiolo Simone, fiorentino.
1509
1594
Quesnoy Francesco, di Bruxelles.
1643
1624
Raggi Antonio, milanese.
1686
1671
Rossi (de) Angelo, genovese.
1715
1658
Rusconi Camillo, milanese.
1728
Simone, fratello di Donatello.
* 1470
Sansovino, ved. Tatti.
1705
Slodtz Michelangelo, parigino.
1764
1477
Tatti Giacomo, da Sansovino.
1570
Theudon Giovanni, francese.
1680
Vacca Flaminio, romano.
1600
ARCHITETTI.
1392
Alberti Leon Battista, fiorentino.
*
1602
Algardi Alessandro, bolognese.
1654
1511
Ammannati Bartolommeo, fiorentino.
1586
Digitìzed by Google
* Cronologia degli Artisti. xxix
Naieila . -Marie
1507 Barozzi Giacomo, da Tignola. 1573
1596 Berrettini Pietro, da Cortona. 1669
1598 Bernini Gio. Lorenzo, napolitano. 1680
1659 Bibiena Galli Ferdinando, bolognese. 1739
1599 Borromini Francesco, da Bissone. 1667
Bramante, ved. Lazzari.
1377 Brunelleschi Filippo, fiorentino. 1444
1474 Bonarruoti Michelangelo, fiorentino. 1564
1681 Canevari Antonio, romano. 1737
1559 Cardi Luigi, da Cingoli. 1613
1460 Contucci Andrea, da Monte Sansovino. 1529
1653 Desgodetz Antonio, parigino. 1728
1634 Fontana Carlo, da Bruciato. 1714
1543 Fontana Domenico, da Mili. 1607
1540 Fontana Giovanni, idem. 1614
1699 Fuga Ferdinando, fiorentino. 1780
1300 Gaddi Taddeo, idem. 1350
1691 Galilei Alessandro, fiorentino. 1737
1443 Giamberti Giuliano, da s. Gallo. 1517
1435 Giocondo (frà), veronese.
Giulio Romano, ved. Pippi.
1444 Lazzari Bramante, urbinate. 1514
Ligorio Pirro, napolitano. 1580
1559 Lombardi Carlo, aretino. 1620
Longhi Martino il vecchio, da Vigiù. 1600
Longhi Martino il giovane, milanese. 1656
1569 Longhi Onorio, idem. 1619
1556 Maderno Carlo, da Bissone. 1629
1407 Maiano (da) Giuliano, fiorentino. 1477
1725 Milizia Francesco, da Oria. 1798
1551 Olivieri Pietro Paolo, romano. 1599
1518 Palladio Andrea, vicentino. 1580
1481 Peruzzi Baldassare, senese. 1536
Picconi Antonio, da s. Gallo. 1546
1420 Pintelli Baccio, fiorentino. 1480
1492 Pippi Giulio, Romano. 1546
1454 Pollaiolo Simone, fiorentino. 1509
1555 Ponzio Flaminio, lombardo. 1610
1539 Porta (della) Giacomo, romano. 1604
1708 Posi Paolo, senese. 1776
1642 Pozzi Andrea, da Trento. 1709
Digitized by Googl
xxx Cronologia degli Artisti. •
Nascila ■ < Borie
1611 Rainaldi Carlo, romano. 1691
1570 Rainaldi Girolamo, idem. 1655
1410 Rossellini Barnardo, fiorentino. 1460
1616 Rossi (de) Gio. Antonio, romano. 1695
1637 Rossi (de) Mattia^ idem. 1695
1699 Salvi Niccolò, idem. 1751
Sangallo il vecchio, ved. Giamberti.
Sangallo Antonio, ved. Picconi.
Sansovino, ved. Tatti.
1484 Sanmicheli Michele, veronese. 1559
1483 Sanzio Raffaele, da Urbino. , 1520
1552 Scamozzi Vincenzo, vicentino. 1616
Serbo Sebastiano, bolognese. 1552
1581 Sorta Giambattista, romano. 1651
1479 Tatti Giacomo, toscano. 1570
1700 Vanvitelli Luigi, idem. 1773
Vignola, ved. Barozzi.
1443 Vinci (da) Leonardo, toscano. 1519
Volterra (da) Francesco, idem. 1588
Digitized by Google
INDICAZIONE
XXXI
dilli: (eremohii; ecclesiastiche
CHE HANNO LUOGO NELLE CAPPELLE PONTIFICIE
E NELLE PRINCIPALI CHIESE DI ROMA.
GENNAIO.
1. Circoncisione. La mattina, alle 10, cappella papale in uno
dei palazzi apostolici (1) , alla quale assistono il papa, i
cardinali e tutta la corte pontificia (*).
5. Alle 3 pomeridiane, vespri papali in uno dei palazzi suin-
dicati (*).
6. Epifania. La mattina, alle 10, cappella papale come sopra (*).
Alle 4, processione solenne nella chiesa di Ar acali.
17 . Festa di s. Antonio abbate alla sua chiesa presso s. Maria
Maggiore, ove si conducono i -cavalli per essere benedetti.
18. La cattedra di s. Pietro. Cappella papale nella chiesa di san
Pietro in Vaticano, alle ore 10.
FEBBRAIO.
2. La purificazione. Festa votiva di Roma in ringraziamento di
essere stata salvata dal terribile terremuoto del 1703. Alle
ore 9, cappella papale nella basilica Vaticana, ove ha luo-
go la benedizione e la distribuzione delle candele.
Il primo giorno di quaresima, ossia il di delle Ceneri, cappella
papale in uno dei palazzi apostolici (’) , ove si benedicono
e si distribuiscono le ceneri; e durante la quaresima, v'è
cappella papale tutte le domeniche (*).
MARZO.
7. Cappella cardinalizia nella chiesa di s. Maria sopra Minerva,
per la festa di s. Tommaso d’ Aquino.
(1) Tutte le funzioni segnate con quest' Asterisco (*) hanno luogo in quello dei
due palazzi Apostolici, in cui risiede il papa in quel tempo: nel palazzo del Vati-
cano si fanno nella cappella Sistina, e nel palazzo del Quirinale nella cappella
Paolina, e sempre ri assistono il papa, i cardinali, e lo corte pontificia.
B*
Digitized by Google
XXXII
Cermonie Ecclesiastiche.
9. Cappella cardinalizia nella chiesa di b. Francesca Romana,
presso l’arco di Tito, per la festa di essa santa.
25. L’ Annunciazione di Maria Vergine. Cappella papale in san-
ta Maria sopra Minerva.
SETTIMANA SANTA.
La Domenica delle Palme . alle ore 8, cappella papale in s. Pie-
tro in Vaticano, o in uno dei palazzi apostolici: il papa
benedice e distribuisce le palme.
Il Mercoledì Santo, circa le ore 5 pomeridiane, ufficio solenne e
Miserere nel palazzo apostolico al V aticano, al quale as-
siste il papa con i cardinali.
Il Giovedì Vanto, nella Sistina, alle ore 9, cappella papale: dipoi,
il papa va a deporre il santissimo Sacramento nella conti-
gua cappella Paolina, comparte la benedizione al popolo
dalla gran loggia della basilica Vaticana, e nella medesima
basilica lava i piedi a 13 poveri sacerdoti, di differenti na-
zioni, ai quali poi serve in tavola nel loggiato della fac-
ciata della basilica stessa. Circa le ore 5 pom., nella cap-
pella Sistina, ufficio* e Miserere come nel giorno prece-
dente. Al tramontare del sole si lava l’altare papale nella
basilica Vaticana.
Il Venerdì Santo la funzione si fa alle 9, pure nella cappella
Sistina, e vi assiste il papa con i cardinali. Alle ore 5 po-
meridiane v’ è l’ ufficio ed il Miserere come nei giorni pre-
cedenti. Un’ora dopo il mezzogiorno, in molte chiese ed
oratori si pratica il pio esercizio, detto delle tre ore di
agonia, in commemorazione dei patimenti sofferti da Gesù
Cristo sulla croce.
Il Sabato Santo, cappella papale in uno dei palazzi apostolici (*).
In s. Giovanni in Luterano si battezzano gli ebrei e i tur-
chi convertiti alla fede cattolica, ed il eardinalVicario con-
ferisce gli ordini sacri a quelli che hanno scelto abbrac-
ciare lo stato ecclesiastico. Circa le ore 4 pomeridiane,
Messa solenne in rito armeno nella chiesa di s. Biagio a
strada Giulia, oppure in quella della Madonna de’ Mira-
coli sulla piazza del popolo. Nel medesimo giorno si be-
nedicono le case.
Il (fior no di Pasqua, alle 9, il papa canta messa nella basilica
Vaticana, ed a mezzogiorno, dalla gran loggia della fac-
ciata, dà la benedizione al popolo (1).
(1) La tera del medesimo giorno, a un’ora dopo l’Avf Maria, v'è rillumina-
Digitized by Google
Cermonie Ecclesiastiche.
XJtXlIl
II lunedì, martedì e domenica susseguente, v’ è cappella papale
in uno dei palazzi apostolici (*).
APRILE.
25. Festa di s. Marco Evangelista alla sua chiesa presso il pa-
lazzo di Venezia. La mattina, alle 8, parte da questo chiesa
una processione composta di tutto il clero di Roma, e por-
tasi alla basilica Vaticana per implorare da Dio il perdono
dei peccati: chiamasi delle Litanie Maggiori.
MAGGIO.
2. Festa di s. Atanasio , vescovo d’ Alessandria e dottore di
s. chiesa. Messa in rito greco nella chiesa di s. Atanasio
al Babuino.
26. Festa di s. Filippo Veri. Cappella papale in s. Maria in Val-
licella, detta la Chiesa Nuova.
Il giorno dell’ Ascensione , cappella papale in s. Giovanni in Lu-
terano, ed il papa dopo di avere assistito alla messa, dalla
gran loggia della stessa basilica comparte la benedizione
al popolo.
Il giorno della Pentecoste, alle ore 10, cappella papale in uno dei
palazzi apostolici (*).
Il giorno del Corpus Domini, verso le ore 8 incomincia la gran
processione del santissimo Sacramento, composta di tutto
il clero di Roma regolare e secolare, e nella quale il papa,
portato su d’ una macchina apposita , sta genuflesso ado-
rando il Santissimo che ha innanzi. In questo giorno , e
negli otto giorni susseguenti, vi sono delle processioni in
molte parti della città, fra le quali si distinguono quella a s.
Giovanni in Laterano, che ha luogo nella domenica succes-
siva dopo il vespro , alla quale interviene talune volte il
papa, e quella a s. Pietro in Vaticano, nell’ ottava, ossia il
giovedì seguente , a cui, tutti gli anni, prende parte il som-
mo pontefice coi cardinali.
rione della cupola di •. Pietro in Vaticano, e nel giorno seguente, all' ora suddetta,
ha luogo un fuoco artificiale, detto la Girandola.
Quello che rende veramente singolare questo maraviglioso fuoco d* artifizio, in-
ventato da Michelangelo per eseguirsi al castel s. Angelo, ove appunto si soleva in-
cendiare nei tempi decorsi, cioè sino al 1849, sono le due imponenti scappate di
4500 razzi ognuna, che partono tutti ad una volta, presentando uno spettacolo unico
al certo in simil genere, e che dà un'idea delle tremende eruzioni del Vesuvio e
dell ’ Etna.
Digitized by Google
xxxiv Ceremonie Ecclesiastiche.
GIUGNO.
24. Festa di s. Giovanni Battista. Alle ore 10, cappella papale in
s. Giovanni in Laterano.
28. Vigilia della festa degli apostoli Pietro e Paolo. Alle 6 pome-
ridiane, vespri solenni papali in s. Pietro in Vaticano.
Dalle 5 alle 7 ‘/* pomeridiane è illuminato il sotterraneo
della Basilica; ma soltanto agli uomini è permesso l’in-
gresso (1).
29. Festa dei ss. Pietro e Paolo. Il papa canta messa in s. Pietro
in Vaticano. Vespri cardinalizi nella stessa chiesa.
Anche in questo giorno è permesso agli uomini di visi-
tare il sotterraneo della Basilica, ed a tale oggetto è aperto
dalle 6 alle 11 antimerid., e dalle 5 alle 7 pomerid. (2).
LUGLIO.
14. Cappella cardinalizia nella chiesa de’ ss. apostoli, in onore di
s. Bonaventura.
31. Gran festa nella chiesa del Gesù, in onore di sant’ Ignazio.
AGOSTO.
1. Festa di s. Pietro in Vincoli. Nella chiesa di questo nome sul-
l’Esquilino, si espongono alla venerazione de’ fedeli le ca-
tene di s. Pietro che ivi conservansi, e vi restano esposte
per otto giorni.
15. L’Assunzione. Cappella papale in s. Maria Maggiore , ed il
papa, dopo la messa, comparte la benedizione al popolo
dalla gran loggia della stessa basilica.
SETTEMBRE.
8. La Natività della Madonna. Cappella papale nella chiesa di
s. Maria del Popolo.
14. L’esaltazione della croce. Cappella cardinalizia in s. Marcello.
(1) La «era del medesimo giorno, a un’ ora dopo l’Ave Maria , v’ è l' illumina-
zione della cupola, e nel giorno seguente, parimenti alla «tessa ora, viene incendia-
ta la Girandola , del qual fuoco artificiale ai fece parola in nota alla pagina pre-
cedente.
(2) La domenica dopo la festa de’ ss. Pietro e Paolo, il sotterraneo è aperto nelle
ore suindicate; ma alle sole donne si permette l' ingresso.
Digitized by Google
Cerimonie Ecclesiastiche.
xxxv
29. S. Michele. Festa solenne nella sua chiesa a Ripa Grande.
In questo giorno, nell’ annesso Ospizio Apostolico v’ è l’e-
sposizione degli oggetti di belle arti, -e delle manifatture
ivi eseguite.
NOVEMBRE.
1. Festa di tutti i Santi. Alle ore 10, cappella papale in uno dei
palazzi apostolici (*). Alle 3 pomerid., ufficio de’ morti nel
medesimo , palazzo , e vi assiste il papa con i cardinali (*).
2. Cappella papale come sopra, pe’ fedeli defonti. — Il gior-
no 3 v’ è pure cappella papale per i papi defonti. — Il gior-
no 5 v’ è pe’ cardinali.
Durante l’ ottava della commemorazione de’ defonti, sono aperti
i cimiteri alla pietà de’ fedeli , ove accorrono in folla. Nei
cimiteri annessi alla chiesa, detta della Morte , ed a quello
di s. Maria in Trastevere, come ancora nei cimiteri attinenti
agli ospedali di s. Spirito , e di s. Giovanni in Laterano si
rappresentano , con figure lavorate in cera, dei fatti della
storia sacra, o della storia ecclesiastica.
4. S. Carlo Borromeo .Verso le 10 antimeridiane, cappella papa-
le nella chiesa di s. Carlo al Corso, ove il Santo Padre si
reca in gran pompa.
29. Cappella papale in uno dei palazzi apostolici (*), pel riposo
dell’anima dell’ultimo pontefice defon to.
DECEMBRE.
La prima domenica dell’Avvento, alle ore 10, cappella papale
nel palazzo al Vaticano; indi il papa porta in processione
il ss. Sacramento, e l’espone nella cappella Paolina illumi-
nata sontuosamente a cera.
Durante l’Avvento , ogni domenica v’ è cappella papale in uno
dei palazzi apostolici (*).
8. Concezione di Maria Vergine. Cappella papale in uno degli
accennati palazzi (*). Festa solenne in Ar acali , ed alle 3
pomeridiane processione, che esce dalla chiesa, e traversa
una parte del Foro Romano.
24 Vigilia di Natale. Vespri papali in uno dei palazzi aposto-
lici (*): alle 8 della sera, cappella papale nel palazzo me-
desimo, ed il papa benedice il cappello e lo stocco, che
manda poi in dono a qualche sqvrano cattolico.
25. Natale. Alle 3 della mattina, messa solenne in s. Maria Mag-
giore, e vi si espone la culla di Gesù Bambino sull’ aitar
Digitized by Google
xxxvi C eretti onte Ecclesiastiche.
maggiore, ove resta per tutto il giorno. Alle 10 il papa
canta messa, in s. Pietro in Vaticano.
Da questo giorno «ino al dì dell’Epifania, in alcune chiese vedesi
rappresentata la Nascita di Gesù Cristo: di tali rappresen-
tazioni, quelle più rimarchevoli sono, nella chiesa di Ara-
cali, ed in quella di s. Francesco a Ripa Grande.
26. Alle ore 10, cappella papale in uno dei palazzi apostolici, in
onore di s. Stefano (*).
27. Cappella come sopra, in onore di s. Gio. Evangelista (*).
31 . Vespri solenni in uno dei palazzi apostolici (*). Circa le 4 po-
meridiane si canta il solenne Te Deum nella chiesa del Ge-
sù, al quale assistono, il papa, i cardinali, ed i magistrati
di Roma.
Digitized by Google
TAVOLA
IIXVII
DELLE MISURE E PESI
CHS SONO IN USO IN ROMA, RAGGUAGLIATI COL SISTEMA METRICO.
MISURE LINEARI O DI LUNGHEZZA.
misure architettoniche. — La canna architettonica si divi-
de in palmi 10, il palmo in once 12, l’oncia in minuti 5. — La
canna architettonica equivale a metri 2, millimetri 234.
misure mercantili . — La canna mercantile, la quale serve
per il commercio di panni, tele, stoffe, ecc., si divide in palmi 8,
il palmo dividesi in due mezzi palmi, in terzi, ed in quarti. — La
canna mercantile equivale a metro 1, centimetri 99.
misure agrimensorie. — La catena d’agrimensore dividesi
in 10 staioli. Ogni staiolo corrisponde a palmi 5 e tre quarti
della canna architettonica. — La catena agrimensoria equivale
a metri 12, millimetri 846.
misure itinerarie. — Il miglio moderno romano viene for-
mato da 1000 passi geometrici, ciascuno de’quali dividesi in 5 pie-
di: il piede è uguale a palmi architettonici 1 ed un terzo, ed es-
sendo il passo geometrico composto di palmi 6 e due terzi, il mi-
glio corrisponde a canne architettoniche 666 e due terzi. — Il
miglio moderno romano equivale a metri , 1489 mi II. 478. — Il
pano geometrico equivale a metro 1, millimetri 489.
MISURE QUADRATE O DI SUPERFICIE.
misure architettoniche. — La canna architettonica qua-
drata si divide in 100 palmi quadrati, il palmo in 144 once qua-
drate, e l’ oncia in 25 minuti quadrati. — La canna architetto-
nica quadrata equivale a metri quadrati 4, millimetri 992. —Il
palmo equivale a decimetri quadrati 4, millimetri 992.
misure agrarie. — Dallo staiolo quadrato nascono due mi-
sure di campagna, cioè la pezza ed il nibbio.
La pezza serve di unità di misura ne’ terreni chiusi, come vi-
gne, giardini, orti ecc. Il nibbio è l’unità di misura per le gran-
di superficie, e pei terreni aperti, come prati, seminativi ecc., e
corrisponde a 112 catene agrimensorie quadrate.
B**
Digitized by Google
XXXVIII
Misure e Pesi.
La pezza di terreno è composta di 4 quarte, la quarta di 40
ordini, e l’ordine di 10 staioli. — La pezza di terreno equivale ad
are 26, centiare 40. — L'ordine equivale a centiare 16.
Il rubbio di terreno corrisponde a 7 delle dette pezze: è com-
posto di 4 quarte, la quarta di 4 scorzi, lo scorzo di 4 quartucci,
e il quartuccio di 175 staioli. — Il rubino di terreno equivale ad-
are 184, centiare 84. — Lo scorzo equivale ad are 11, centiare 55.
MISURE CUBICHE E DI CAPACITA’.
Il barile da vino, che serve ancora per la misura de’ liquori
ecc., si divide in 32 boccali; il boccale in 4 fogliette: dividesi
pure in due mezzi barili, ed in quattro quarti, detti quartaroli.
Il boccale si suddivide in due mezzi, e la foglietta' in due mezze
fogliette. — Sedici barili formano una botte. — Il barile da vino
equivale a decalitri 5, litri 8, decilitri 3. — Il boccale equivale
a lit. 1, decil. 8.
Il barile da olio si divide in due mezzi barili, oppure in 28 boc-
cali, il boccale in 4 fogliette, e la foglietta in 4 quartucce. — Il
barile da olio equivale a decalitri 5, litri 1, decàlitri 4. — Il
boccale equivale a litri 2.
MISURE DEGEI ARIDI.
Il rubbio da grano si forma da 640 libbre. Si divide in 4 quar-
te, ovvero in 22 scorzi. Lo scorzo dividesi in due mezzi scorzi,
ciascuno dei quali in due quartucci, e questi in due mezzi quar-
tucci.— Il rubbio da grano equivale ad ectolitri2, decalitri 9. —
Lo scorzo equivale a decalitri 1.
RAGGUAGLIO DE PESI.
La libbra che si usa in commercio, si compone di 6912 grani.
Si divide in 12 once, l’oncia in 24 denari, il denaro in 24 grani.
Dieci libbre formano una decina.
La libbra medicinale é pure di 6912 grani, e divisa in 12 on-
ce. L’oncia però dividesi in 8 dramme, la dramma in 3 scrupoli,
lo scrupolo in 24 grani, ed il grano in 24 parti, dette ventiquat-
tresimi di grano. — La libbra equivale ad ectogranmi 3, deca-
grammi 3, grammi 9, decigrammi 0, centigrammi 7, milligram-
mi 1 . — La decina equivale a chilogrammi 3, ectogrammi 3,
deca. 9, gram. 0, decig. 7, cent. 1, miti. 8.
Digitìzed by Google
XXXIX
INDICAZIONI PRELIMINARI
Regolamento snt Passaporti.
•
Chiunque giunge ai confini dello stato pontificio, e che esibisce
un passaporto munito della vidimazione dell’ autorità pontificia
all’estero, ottiene il risto entrare senza il pagamento di alcuna
tassa. — Al ritiro del passaporto si consegna un riscontrino , e
con questo ognuno riprende il proprio passaporto, o durante la
corsa sulla ferrovia, oppure all’ arrivo in Róma. Frattanto col
mezzo del suddetto visto, il viaggiatore può andare liberamente
in qualsivoglia parte dello stato pontificio, e viaggiare a suo
piacere sopra tutte le ferrovie romane. — Il viaggiatore che vuole
lasciare Roma, dopo aver preso il visto del suo passaporto dal-
1’ Ambasciatore o Console della nazione cui appartiene , deve
presentarsi alla direzione generale di polizia, e da questa ritira
il visto di partenza, previo il pagamento di lire cinque, o di due
e mezza, secondo la propria condizione. — Tornando ad uscire
dallo stato si ottiene al confine il visto gratuito.
»
Posta delle lettere. — Paiatto Madama.
I corrieri arrivano e partono ogni giorno, eccetto la domeni-
ca. — Inoltre, il giovedì e la domenica, la posta spedisce le let-
tere anche pei battelli a vapore francesi, che partono da Civita-
vecchia direttamente per Marsiglia.
Gli uffici per la distribuzione ed il ricevimento delle lettere,
si aprono tutti i giorni alle ore 9 del mattino, e rimangono aperti
fino alle ore 5 pomeridiane, eccettuata soltanto la domenica in
cui si chiudono alle 11 antimeridiane.
Quanto all’ affrancamento delle lettere ci limiteremo a dire,
che non è obbligatorio affatto per l’intero stato pontificio, nè per
diversi altri stati.
Banchieri.
N. B. Non indicheremo che i principali, ed altrettanto pra-
ticheremo per tutte le altre professioni.
Spada, Flamini e C.° — Via de' Condotti, N° 20.
Freebom e C.° — Via de' Condotti, N° 11.
Digitized by Google
XL
Indicazioni Preliminari.
Plowden Cholmely e C.1 — Piazza di Sciar ra, N° 234.
Macbean e C.° — Corso. N° 318.
Pakenham Hooker e C.1 — Piazza di Spagna, N° 20.
Guerini. — Via della Colonna, N# 22.
Marignoli e Tomassini. — Corso, N° 374.
Calle.
di Roma — Piazza dis. Carlo al Corso, N° 119 a 121.
Greco — Via de' Condotti N° 86: luogo di appuntamento degli
artisti. È qui che gli artisti stranieri si fanno indirizzare
ordinariamentè le loro lettere,
delle Convertite — Corso, N1 179 A, e 179 B.
sulla Piazza di Pietra, N° 62.
» Piazza di s.Luitji de' Francesi, N° 28.
di Venezia — Piazza di Venezia, N° 131 a 133.
Viveri.
Tutti i generi commestibili abbondano in Roma e sono di qua-
lità eccellente: le famiglie che alloggiano in appartamenti mo-
biliati, possono ordinare i loro pranzi presso:
Bédau Via della Croce, N° 81.
Dufour » della Mercede, N‘ 19 e 20.
Rock Piazza di Spagna, N° 27.
Nazzarri » » N“ 81 a 83.
Spillmann Via de' Condotti, N“ 10.
Gli ultimi due servono nelle case rinfreschi per balli e serate,
fornendo la biancheria, l’argenteria, i cristalli e le porcellane
che possono occorrere: essi affittano anche belli saloni per pranzi
particolari.
Locande.
Costanzi
di Roma
delle Isole Britanniche
di Russia
di America e grande Brettagna
di Londra
di Europa
di Alemagna
Cesaij
Via di s. Niccolò da Tolentino.
Piazza dì s. Carlo al Corso.
Piazza del Popolo.
Via del Babuino.
9 9
Piazza di Spagna.
» 9
Via de' Condotti.
Via di Pietra.
Digitized by Google
In dicazioni Preliminari.
XI. f
della Minerva Piazza iella Minerva.
d'Inghilterra Via di Bocca di Leone , Piazza
Tor Ionia.
Quelle famiglie che vogliono rimanere per alquanto tempo
in Roma, possono trovare facilmente camere ed appartamenti
mobiliati da prendere ad affitto in tutte le parti centrali della
città, e particolarmente in piazza di Spagna, in via del Babui-
no, lungo il Corso, e quasi in tutte le strade che fanno capo alla
piazza ed alle vie suddette, come pure sulla piazza della Tri-
nità de’ Monti, sulla pazza Barberini, e nelle strade principali
che sboccano su di esse piazze.
Trattorie.
del Lepre. — Via de' Condotti, N° 81 . — Ivi si mangia a prezzi di
lista, assai moder ti: questa trattoria è frequentata dagli
artisti.
del Falcone. — Piazza di s. Eustachio, Ts’° 58 , non lontano dal
Pantheon: ivi si cucina all'uso romano,
delle Colonne. — Piazza di s. Carlo al Corso, N° 116 a 118.
Bédau. — Via della Croce, M°81 .
Borioni
Pannarle.
Via del Babuino, N° 98.
Cavetti
Piazza di s. Lorenzo in Lucina, N° 34.
Cesanelli
Macel de’ Corvi, N° 87 .
Oicconi
Via di Pacione. N° 28.
I .angeli
Piazza di s. Pantaleo.
.Volpi-
Via Savelli, N° 10.
Di Apollo,
• Teatri.
ossia di Tordinona Via di Tordmona .
Argentina
Via di Torre Argentina.
Capranica
Piazza Capranica.
Valle
Via del Teatro Valle :
Metastasio
Via di Pallacorda.
Le rappresentazioni teatrali cominciano, d’ ordinario, due ore
e mezza dopo il tramontar del sole: il prezzo di entrata varia
secondo la specie dello spettacolo, e secondo il merito degli
artisti.
Digitized by Google
XLII
In dicaz ion i P rei ir» in ari.
Musei.
Museo del Laterano. — Si può vedere tutti i giorni, dalle ore 10
alle 3, eccetto le feste.
della Villa Borghese. — Si può vedere il sabato, purché
non sia giorno festivo. Dal 1° novembre a tutto apri-
le, da un’ ora dopo mezzo giorno fino a mezz' ora pri-
ma del tramontare del sole. Dal 1° maggio fino a
tutto luglio , e dal 1° di settembre a tutto ottobre ,
viene esso aperto tre ore e mezza prima del tramonto,
e rimane visibile per lo spazio di 3 ore (nel mese di
agosto è sempre chiuso). — Nel medesimo tempo è an-
che aperta la Galleria dei quadri.
della Villa già Albani. — Non si può vedere se non che
con un permesso speciale, che si accorda a chiunque
10 domandi.
della Villa Ludovisi. — Idem.
del Campidoglio. — Viene aperto al pubblico il lunedi ed
11 giovedì, purché non siano giorni festivi, alle ore 5
prima del tramonto del sole, e rimane aperto per lo
spazio di 4 ore. — Nel medesimo tempo sono aperte al
pubblico la Galleria dei quadri e la Protomoteca ,
ambedue poste nel palazzo de' Conservatori, che ri-
mane incontro al Museo.
— — del Vaticano. — Esso è aperto al pubblico, meno la gal-
leria Etrusca, dal mezzodì alle ore 3, nei soli giorni
di lunedì, qualora non sia festa. — Si possono vedere
al tempo stesso le Camere e le Logge di Raffaello,
come ancora gli arazzi dello stesso artista.—// gio-,
vedi santo poi rimane aperto al pubblico dalle ore 9
antimeridiane, fino ad una mezz' ora prima del tra-
montare del sole.
Il museo Vaticano, come pure il Capitolino possono essere
veduti anche in altri giorni , salvo le feste, coll’ assistenza dei
custodi, i quali, al Vaticano si trovano dalle ore 9 alle 3; al Cam-
pidoglio, dalle ore 8, ad un’ ora prima del tramontare del sole. .
N. B. I ministri, o i respettivi consoli indicano ai forestieri
il modo di procurarsi i permessi dei quali parlammo , come pure
quelli che bisognano per visitare la galleria Etrusca, il giar-
dino al Vaticano, ecc.
Digitized by Google
In dicazion i Prelim in ari.
XLIU
(■allerte di quadri, o dipinte a fresco,
coll’ indicazione de’ respettivi luoghi
E DEI GIORNI ED ORE NELLE QUALI SI POSSONO VEDERE.
N. B. Quelle che saranno contrassegnate coll asterisco * ,
possono essere vedute in tutti i giorni, eccettuati i festivi.
Galleria ‘dell’ Accademia , detta di san Luca. — Via Bonella,
N° 44, vicino alla chiesa di s.Luca al Foro Roma-
no.— Dalle ore 9 alle 3.
'Barberini. — Via delle Quattro Fontane. Il lunedì, il
. martedì ed il mercoledì, dal mezzo giorno alle 5: il
giovedì, dalle ore 2 alle 5 pomeridiane; il venerdì ed
11 sabbato, dalle 10 alle 5.
Borghese. — Palazzo Borghese. — Dalle ore 9 alle 3,
eccettuati i sabati ed i giorni festivi.
Chigi. — Corso, N° 371.
'Colonna. — Piazza de' ss. Apostoli, N° 06. — Dalle
ore 11 alle 3.
Corsini , Via della Lungara , N° 10. — Il lunedì , il
giovedì ed il sabato, come ancora il primo ed il de-
cimoquinto giorno di ogni mese, dalle ore 9 antime-
ridiane alle 3. Inoltre , dalla domenica delle Palme
fino alla domenica in Albis , è visibile ogni giorno
nelle ore suddette.
Doria. — Al Corso, N° 305. — Il martedì ed il vener-
dì, dalle ore 10 alle 2, purché non sia giorno festivo.
. Farnese (dipinta a fresco) . — Palazzo Farnese.
della Farnesina (dipinta a fresco). — Via della Lun-
gara, incontro al palazzo Corsini. — Il primo ed il
decimoquinto giorno di ogni mese dalle ore 8 alle
12 del mattino.
Rospigliosi. — Piazza del Quirinale, ossia di Monte-
cavallo , N° 65. — Il mercoledì ed il sabato , dalle
ore 10 alle 3. — Nella settimana santa, e nella sus-
seguente si può vedere tutti i giorni. — Questa Gal-
leria è in ispecie rimarchevole pel celebre affresco
di Guido Reni, rappresentante l' Aurora.
Sciarra. — Sul Corso, N° 239. — Il sabato dalle ore 9 al-
le 3, qualora la Principessa proprietaria sia in Roma.
Digitized by Google
xuv* Indicazioni Preliminari.
Spada. — Palazzo Spada, vicino alla piazza Farnese. —
Il lunedi, il mercoledì ed il sabato, dalle ore 10 alle
3, purché non siano giorni festivi.
del Vaticano. — Tutti i giorni , meno le feste ed i lu-
nedì, dalle ore 9 alle .2 e mezza.
N. B. In quanto alla galleria Capitolina ed augurila della
villa Borghese, si veggano le indicazioni dei Musei.
Vetture pel contorni di Roma.
Per Albano. — Via di s. Claudio, N° 94. — Via de' Barbieri,
N* 1 A. — Vìa delle Botteghe Oscure, N° 44.
Per Frascati. — Via di s. Marco, N# 10. *
Per Tivoli. — Piazza di Monte Citorio. N° 124.
N. B. Tutte le sopraindicate vetture prendono i viaggiatori
nelle loro abitazioni, e partono pel loro destino ogni giorno .
Sonovi anche vetture periodiche per Genzano , V elletri , Su-
bisco, Palestrina, Paliano, Genazzano, ecc.
Gli Omnibus per recarsi a s. Paolo fuori le mura stazionano,
in certe date ore del giorno, in Piazza di Venezia. — Il prezzo
dei posti è di 6 soldi, tanto per andare, quanto per tornare.
L’ Agenzia centrale delle Ferrovie Romane si trova
sulla piazza di Monte Citorio N° 129; e sulla stessa piazza, al
N° 121, è l’ufficio dei Telegrafi elettrici.
DigitiZed by Google
Indicationi Preliminari.
XLV
o
O i
TARIFFA DELLE VETTURE DI PIAZZA
° .
o -2
o a
o r -s
P 7 a
Vetture a un cavallo
© o
Se £
—
® 3.5
ci 3
3
ce — ®
Q -a
NELL’INTERNO DELLA CITTÌ
Lir.
Cen.
Lir.
Cen.
Per una corsa, da una a due persone. .
A)
80
1
n
Idem, con tre persone
1
»
1
20
Per ogni ora, anche con tre persone. .
1
70
2
20
FUORI OELLA CITTÀ FINO A 3 MIGLIA
Per ogni ora, anche con tre persone. .
2
20
2
70
Vetture a «lue cavalli
, NELL’INTERNO OELLA CITTÀ
Per una corsa, fino a cinque persone. .
1
50
1
70
Per ogni ora
2
20
2
70
FUORI DELLA CITTÀ FINO A 3 MIGLIA
Per ogni ora
2
70
3
20
OSSERVAZIONI
1. * — Allorché il servizio è ad ora, il tempo decorso dopo la'
prima ora, si calcola di quarto in quarto.
2. ” — Nulla è giammai dovuto al cocchiere per il sacco da
notte, cappelliera, ombrello, ed altri piccoli oggetti; ma si pa-
gheranno 50 centesimi per ogni collo di maggior peso o volume.
3. ° — Rimane libera la contrattazione delle Vetture a due
cavalli, da un’ora pomeridiana fino ad un’ora dopo YAve Ma-
ria, negli otto giorni di Carnevale, pel passeggio al Corso.
Digitized by Google
Digitìzed by Google
Digitized by Google
ITINERARIO
D I R 0 M A
PRIMA GIORNATA
DAL PONTE MOLLE AL CAMPIDOGLIO.
PONTE MOLLE.
"V" enendo inRoma.per la via diViterbo(/?ff»KW Toltumnaé), che
corrisponde all’antica ria Cassia, o per quella di Otricoli ( Ocri -
rolum), che coincide colla ria Flaminia, si passa il Tevere a due
miglia da Roma sul ponte detto oggi Molle, e che altre volte si
chiamò Molvius1 o Mulvius, ed anche Milrius, da cui derivala
denominazione moderna. Hi crede comunemente che fosse co-
struito da Emilio Scauro,esivuol basare questa opinione, dicendo,
che Milrius viene da Jimilius; ma è positivo che questo ponte
era costrutto, per lo meno, un secolo prima di Scauro, giacché
Tito Livio ne parla come esistente fin dall'epoca della vittoria
riportata dai Romani sopra Asdrubale nella battaglia del Metauro
presso Fossombrone, battaglia che diede fine alla seconda guerra
punica. È tuttavia possibile che Scauro l’avesse rifatto o risar-
cito verso la metà del VII secolo di Roma. Da quest’epoca, l’ar-
resto quivi avvenuto degli ambasciatori Allobrogi implicati nella
congiura di Catilina, le sfrenatezze di Nerone, e la famosa batta-
glia fra Costantino e Massenzio, combattuta presso£fl:r« Rubra.
a 9 miglia da Roma, rendettero celebratissimi questo ponte ed i
luoghi circonvicini.
Esso, una cui parte è antica, fu ristorato più volte: da prima,
circa la metà del secolo XV , da Niccolò V , e poscia da Calli-
sto III, le cui arme veggonsi sulla torre. Da quel tempo le testate
del ponte erano di legno e movibili, per difenderne più facilmente
il passo: Pio VII però, nel 1805, le fece costruire d’opera mura-
ria co’ disegni del Valadier. Fu allora che vennero collocate al-
la testata del ponte, verso la città, le statue della Madonna e di
1
Digitized by Google
2
Prima Giornata.
s. Giov. Nepomuceno, e che l’antica torre venne forata e tras-
formata in arco trionfale per celebrare il ritorno dello stesso pon-
tefice dopo ch’ebbe coronato Napoleone I imperatore de’Fran-
cesi. Nel 1824 furono erette nella testata rivolta alla campagna,
le due statue rappresentanti s. Giovanni che battezza il Reden-
tore, opere assai medioeri del Mochi.
Finalmente questo ponte, il quale nelle vicende politiche del
1849 era stato assai danneggiato per impedirne il passo all’eser-
cito francese, venne ristorato nel 1850; quindi fu ricostruito l’arco
presso la torre, dalla parte che guarda la città, si rinnovarono i
parapetti ed il lastrico, e furono riparate altre parti che avevano
sofferto. Intale occasione il ponte fu reso più agevole e comodo.
Appena passato questo ponte, entro una vigna a sinistra si
scorge un tempietto quadrato con en trovi una statuetta di s. An-
drea, a cui fu eretto da Pio II nel luogo stesso, ove quel ponte-
fice venne a ricevere la testa di detto santo, trasportata dal Pe-
loponneso a Roma.
La. strada che dal ponte Molle conduce a Roma segue, all’in-
circa, la stessa direzione dell’antica via Flaminia.
Poco meno di un miglio prima di giungere alla porta del Po-
polo, si trova a sinistra una chiesina eretta da Giulio III in onore
di s. Andrea, in memoria d’essere stato liberato, mentre era pre-
lato, nel 1527, il giorno festivo a quell’apostolo, dalle mani di
Carlo V che ritenevalo siccome ostaggio di Clemente VII. L’ar-
chitettura è di Giacomo Barozzi da Vignola, ed a ragione que-
st'edifizio si ritiene come de’ più gentili e corretti di Roma mo-
derna; per cui nel 1828 venne ristorato con molta diligenza.
Procedendo verso la città, si scorge pure a sinistra un grazioso
casino, detto di Papa Giulio, perchè fu fabbricato da Giulio III:
e l’architettura spetta al suddetto Vignola.
Il bel palazzo che sorge in fondo della strada che s’apre a lato
del ricordato casino, viene conosciuto col nome di palazzo di Pa-
pa Giulio. Il medesimo Giulio IH fecelo erigere co’ disegni dello
stesso Vignola, decorandolo di eleganti ornati in istucco, e con
belli affreschi dei Zuccari; tali decorazioni però rimasero assai
guaste dagli usi diversi ai quali servì l’edifizio.
Dopo esser passati sotto un arco, detto Arcoscuro, che rimane
nella piazza ov’è l’indicato palazzo, fatto un miglio e mezzo, si
perviene ad una sorgiva d’acqua minerale, chiamata Acqua Ace-
tosa dal suo sapore addetto. Alessandro VII, nel 1661, fece co-
struire co’ disegni del Bernini la fontana quivi esistente. Quest’ac-
qua riesce ottima a medicare parecchie malattie, per cui in estate
molte persone vi si recano a berne.
Digitìzed by Google
3
Porta del Popolo.
Ritornando sulla via maestra, prima d’entrare nella città, si
vede a sinistra il doppio propilèo formante il moderno ingresso
della villa Borghese, della quale si parlerà in seguito, per non
interrompere l’ordine itinerario che mi sono proposto. La strada
incontro a quell’ingresso conduce all’ammazzatoio, o macello pub-
blico, costrutto colla direzione dell’architetto Martinetti. — Si
entra in Roma per la
POHTA DEL POPOLO.
Allorquando l’imperatore Onorio fece ricostruire le mura di
Roma, l’anno 402 dell’era volgare, venne da questo lato aperta
una porta che fu detta Flaminia , dal nome della via su cui si
apriva. Essa rimaneva sul declivio della collina, in un luogo forte,
ma non comodo, per cui, o sotto Narsete, o alcun tempo dopo,
cioè fra i secoli VI e VII, venne tramutata ove è attualmente, ed
al fine del secolo XIV ebbe il nome di Porta del Popolo, a causa
della sua vicinanza colla chiesa di s. Maria del Popolo. Pio IV,
nel 1561, fecene decorare il prospetto esteriore, co’ disegni del
Bonarruoti, da Giacomo Barozzi da Vignola. Si può asserire che
tale decorazione sia meschina; essa si compone di 4 colonne do-
riche, due di granito, due di breccia, e negl’intercolunnii sono
poste le statue dei ss. Pietro e Paolo, lavori mediocri del Mochi.
La facciata interna venne ridotta come oggi si vede, nel 1655, da
Alessandro VII, con architettura del Bernini, all’occasione del-
l’arrivo in Roma della regina Cristina di Svezia. — Questa porta
forma nobile ingresso alla
PIAZZA DEL POPOLO.
Quest’immensa piazza è veramente magnifica, e rende avyer-
tito il viaggiatore ch’egli entra nella metropoli della religione e
delle arti; nell’antica capitale del mondo. Due vastissimi emici-
cli, adorni di fontane, di sfingi e di statue, fiancheggiati da quat-
tro fabbriche uniformi, e duebelle chiese, circondano questa piaz-
za nel cui centro elevasi un grande obelisco egizio. L’emiciclo
a sinistra è coronato dal pubblico passeggio sul monte Pincio.
In mezzo a ciascuno degli emicicli è una fontana sormontata
da un gruppo colossale in marino: quello dalla parte del Pincio
rappresenta Roma fra il Tevere e l’ Aniene; l’altro incontro figura
Nettuno fra due tritoni, tutti lavori dello scultore Ceccarini. I
quattro piedistalli terminanti gli emicicli sostengono le statue
1' .
Digitìzed by Google
4 Prima Giornata.
delle Stagioni, cioè: la Primavera, del Gnaccarini; l’Estate, del
Laboureur, figlio; l’Autunno, dello Stocchi; l’Inverno, del Baini.
Delle quattro fabbriche uniformi, quella a destra, entrando la
porta del Popolo, contiene la dogana pertinente alla stessa porta,
due sale per l'esposizione di opere di belle arti di artisti viventi,
ed una vasta caserma; le altre tre fabbriche servono ad usi di-
versi. Fu al tempo di Pio VII che questa piazza, cui si diede for-
ma ellittica, venne ampliata e decorata, conforme si vede, co’ di-
segni dell’architetto Valadier.
A lato delle due chiese uniformi, che si presentano di faccia,
s’aprono tre grandi strade rettilinee, fiancheggiate da belli edi-
lizi, in ispecie quella di mezzo lunga oltre un miglio e che appel-
lasi Corso. Nel centro poi della piazza ammirasi, conforme già
si accennò, un superbo obelisco egizio. Esso elevasi col suo pie-
distallo, sopra una spaziosa gradinata quadrangolare, decorata
negli angoli da quattro leoni moderni di stile egizio, scolpiti
in marmo bianco, i quali versano acqua dalla bocca uelle sottopo-
ste conche. Quest’obelisco, intagliato a geroglifici, ha 23 met. e
75 c. di altezza non compreso il piedistallo, ed in origine fu eret-
to dal re Ramesse III, cioè dal gran Sesostri, in Eliopoli, città
del basso Egitto, perchè servisse di decorazione al tempio del
Sole a cui era dedicato. Il nome di quel re, più volte ripetuto
nelle cartelle, prova l’esattezza di Ammiano Marcellino, il quale
ci ha in parte conservata la traduzione delle iscrizioni, fatta da
Ermapione. Plinio, per errore, o piuttosto coloro che ce ne tras-
misero èe opere, chiamarono il detto re, Semserte. Dopo la bat-
taglia d’Azio e la conquista dell’Egitto, Augusto fece traspor-
tare quest’ obelisco in Roma, lo collocò nel circo Massimo, e ne
rinnovò la dedicazione al Sole, conforme si legge nell’ antico
piedistallo dal lato che guarda la porta della città. Sisto V,
nel 1587, fecelo levare dal Circo, rotto com’era in tre pezzi, e
lo volle eretto sulla piazza di cui trattiamo, colla direzione di
Domenico Fontana.
Siccome in Roma esistono parecchi monumenti di tal sorta:
così sarà bene ricordare, che gli obelischi furono eretti dai re
di Egitto, prima che questo fosse conquistato dai Persiani, sotto
Cambise; che il loro esempio veuuei mitato dai Tolomci e dai Ro-
mani, talché simili monumenti si possono attribuire a queste tre
differenti epoche. Quanto a quelli esistenti in Roma, l’obelisco
nella piazza del Popolo, quello sulla piazza di Monte Citorio e
l’altro di s. Giovanni in Luterano, appartengono certo all’epoca
primitiva, ossia a quella dei Faraoni , come di leggieri si conosce
Digitìzed by Google
Place tini Penurie „
agle
IP 2 jfr-TZ, 22 Ik IOSSXì 1P©IP©Xj®.
Digitized by Google
5
Chiesa di s. Maria del Popolo.
al disegno, al soggetto delle iscrizioni, ed ai nomi che vi si leg-
gono, i quali, dopo le scoperte dello Young e del Champollion
giuniore, proseguite dal prof. Bossellini di Pisa, cessarono dal-
l’essere un enigma. — A lato alla porta della città, da sinistra
entrando, si trova la
CHIESA DI S. MARIA DEE POPOLO.
Secondo la tradizione comunemente accettata, papa Pasquale
Il edificò questa chiesa circa il 1099, per liberare il popolo dai
fantasmi e dalle apparizioni notturne, attribuite, in quel secolo
d'ignoranza, al cadavere di Nerone, le cui ceneri, secondo Sve-
tonio, vennero sepolte sul colle degli orti (collis kor forum), oggi
chiamato Pincio, entro il sepolcro della sua famiglia. Si crede
ancora che questa chiesa venisse rifabbricata dal popolo romano
nel 1227, e che da ciò derivasse il nome dato ad essa, comuni-
cato poscia alla piazza ed alla porta attinente; della città. Sisto
IV riedificolla coi disegni di Baccio Pintelli. I nipoti di lui, come
ancora Agostino Chigi ed altri distinti personaggi, concorsero
ad ornarla, e quindi va riguardata come una delle più importanti
chiese di Roma, in ispecie per le sculture e gl’intagli dei secoli
XV e XVI.
L 'interno si divide in tre navate. La prima cappella a diritta,
entrando in chiesa, appartiene ai Venuti e fu dedicata alla Ma-
donna ed a 8. Girolamo dal card. Domenico della Rovere, che
antecedentemente n’ebbe il possesso. Il quadro sull’altare, rap-
presentante la nascita di Gesù, è opera pregiatissima di Pintu-
ricchio, il quale condusse pure nelle cinque ■ lunette alcuni fatti
della vita di s. Girolamo; ma sventuratamente questi belli dipinti
vennero guasti dal tempo. Il sepolcro a sinistra, eretto alla me-
moria del card. Cristoforo della Rovere, è una delle lodate opere
del Becolo XV. A lato poi di questa cappella è il monumenti)
eretto nel 1857 all’egregio pittore di genere, Francesco Catel,
prussiano: tal monumento fu scolpito dal Troscliel a spese della
moglie del defunto.
Segue la cappella Cibo, la cui pianta è una croce greca pre-
ceduta da un vestibolo che ne forma una croce latina. Essa va
adomadi 16 colonne corintie di diaspro di Sicilia, ed è incrostata
di marmi rarissimi, per cui questa cappella può annoverarsi fra
le piil splendide di Roma. Il cardinale Alderano Cibo, morto
nel 1700, la ridusse nello stato attualo, con architettura di Carlo
Fontana, ed il sepolcro di esso cardinale si scorge a destra en-
Digitized by Google
6
Prima Giornata.
trando. Il quadro a sinistra, ponendo piede nel vestibolo, rappre-
senta s. Lorenzo, ed è lavoro di Gio. Maria Morandi; quello a
destra, esprimente il martirio di s. Caterina, fu condotto da M.r
Daniel. Sull’altare, Carlo Maratta dipinse sopra il muro la Con-
cezione coi santi Giovanni, Agostino, Gregorio ed Ambrogio.
La cupola ha bella forma, e venne colorita da Luigi Garzi.
La terza cappella fu eretta da Sisto IV, che la dedicò alla Ma-
donna e ad altri santi. Nel quadro dell’ altare, Pinturicchio rap-
presentò Maria Vergine con alcuni santi, e l’Eterno Padre sul-
l’alto. Egli dipinse anche la volta, le lunette ed il bel quadro col-
l’Assunta: tali dipinti ebbero un diligente ristauro sotto la di-
rezione del Camuccini. A destra è il sepolcro di Giovanni della
Rovere, ed a sinistra si scorge, su di un’urna marmorea, la sta- .
tua giacente di un vescovo, fusa in bronzo e condotta in buono
stile. La cappella è chiusa da una gentile balaustrata.
Sopra l’altare della quarta cappella osservasi un bassorilievo
del secolo XV, rappresentante s. Caterina, in mezzo ai ss. An-
tonio da Padova e Vincenzo Martire, opera lodevole particolar-
mente per gli squisiti intagli che ne adornano la parte architet-
tonica. Anche nei due monumenti laterali è ammirabile la per-
fetta esecuzione dello scarpello di quell’epoca: quello a destra
fu eretto a Marcantonio Albertoni cav. romano, morto nel 1486;
l’altro spetta ad un card, di Lisbona, mancato ai vivi nel 1508.
Da questa navata minoro, passando in quella trasversale, si ha
di fronte la cappella di Pietro Feoli che, avendola acquistata nel
1858, ne rinnovò intieramente la decorazione coi disegni del-
l’Architetto Gio. Battista Benedetti. Il quadro dell’altare, rap-
presentante s. Tommaso da Villanova in atto di fare elemosina,
è opera di Casimiro De Rossi, a cui appartengono anche gli
affreschi che abbelliscono la cappella. Nelle pareti laterali sono
due sepolcri in marmo bianco, eretti alla memoria di alcuni della
famiglia Feoli. I disegni spettano al ricordato architetto, i ritratti
furono scolpiti da Giuseppe Nucci, ed il rimanente si deve a Giu-
seppe Palombini. Quasi incontro alla descritta cappella si scorge
il sepolcro del card. Podacatharo di Cipro, opera in marmo bian-
co, grande per mole, ma di niun merito in arte.
L’antica immagine della Madonna che si venera sull’altar mag-
giore è ima di quelle attribuite a s. Luca. Dietro ad esso altare
esiste il coro, la cui volta fu dipinta dal Pinturicchio, ed i due
belli sepolcri nei lati, adorni di statue e di gentili intagli, sono
apere in marmo di Andrea Contucci da Sansovino; essi meritano
di essere considerati come i migliori lavori d’ornato moderno che
Digitized by Google
7
Chiesa di s. Maria .del Popolo.
siano in Roma, tanto furono disegnati con purgatezza e condotti
con amore. Il gran pontefice Giulio II li fece erigere, quello a
dritta in memoria del card. Basso, l’altro al card. Ascanio Sforza.
L’Assunta nella successiva cappella è un ottimo quadro di An-
nibaie Caracci; i laterali, rappresentanti la crocifissione di s. Pie-
tro e la conversione di s. Paolo, vennero condotti da Michelan-
gelo da Caravaggio, e le pitture della volta furono eseguite da
Innocenzo Tacconi e dal Novara, sui cartoni del Caracci. Quasi
incontro a questa cappella avvi il gran sepolcro di Bernardino
Lonato, i cui ornati sono ben condotti.
Di qui s’entra nella navata minore, ove la penultima cappella,
appartenente alla famiglia Chigi, è una delle più rinomate di Ro-
ma. Il celebre Raffaello diedene il disegno, e preparò i cartoni
pe’musaici della cupola, per le pitture del fregio e per il quadro
dell’ altare, incominciato a dipingere da Sebastiano del Piombo,
ed ultimato da Francesco Salviati, che colorì pure il resto della
cappella ad eccezione del David e dell’ Aronne nelle due lunette,
i quali sono opere del Vanni: tutte le indicate pitture hanno molto
sofferto, causa l’umidità del luogo. Il palliotto dell’altare è in
bronzo con bassorilievi modellati da Lorenzetto. Negli angoli di
questa cappella, veramente magnifica, sono quattro statue, delle
quali, il Daniele nella fossa de’ leoni e l’Abacucco liberato dal-
l’angelo sono sculture del Bernini, che condusse pure i sepolcri
di Agostino e di Sigismondo Chigi. Le altre due statue, rappre-
sentanti Elia, e Giona seduto sulla balena, vennero scolpite, da
Lorenzetto; il Giona è specialmente degno di osservazione, per-
chè fu condotto sul modello del Sanzio, e sotto la sua direzione.
Fuori di questa cappella è il ricco monumento sepolcrale della
principessa Odescalchi Chigi, eretto con disegno di Paolo Posi.
La cappella seguente appartiene ai Pallavicini. Dai lati del-
l’altare sono due belli ciborii in marmo bianco, ed a sinistra ve-
desi il sepolcro del card. Antoniotto Pallavicini, che sei fece eri-
gere ancor vivo nel 1501, essendo mancato al secolo nel 1507.
Gli ammiratori delle sculture del XV e del XVI secolo, po-
tranno visitare anche la sacristia e l’attinente vestibolo.
Dalla piazza del Popolo muovono, come si disse, tre bellissime
strade. Quella a destra, detta di Pipetta, va lungo il Tevere, e
termina alla piazza di s. Luigi de’ Francesi; quella a sinistra,
chiamata del Babuino, passa per la piazza di Spagna, e conduce
a poca distanza dal monte Quirinale; qjiella di mezzo è la
Digitized by Google
8
Prima Giornata.
STRADA DEL CORSO.
Questa strada, aperta sulle tracce della via Flaminia , prende
il nome dalle corse de’ cavalli che vi si fanno fin dai tempi di Pao-
lo II. Essa ò la principale strada di Roma; ha più di un miglio in
lunghezza, o cammina dirittamente fin quasi alle radici del mon-
te Capitolino. Fu rettificata ed abbellita in ispecie dai pontefici
Pio III, Leone XII, e Gregorio XVI. Già si accennò che due
chiese d’architettura uniforme decorano, nei lati, l'ingresso alla
via del Corso, verso la piazza del Popolo: di esse, quella a sini-
stra è la
CHIESA DI S. MARTA DI MONTE SANTO.
Questa chiesa fu incominciata nel 1(5G2, d’ordine di Alessan-
dro VII, e compiuta dal Cardinal Gastaldi, sotto la direzione del
Bernini e co’ disegni del Rainaldi.
Nella prima cappella eranvi quattro bei quadri di Salvator Ro-
sa; ma essendo questi stati tolti, ve ne furono sostituiti due del
march. Venuti e due del cav. Cavalieri: gli stucchi ch’ivi si os-
servano sono di Frane. Papaleo, siciliano. Nella terza cappella
si scorge una sacra Famiglia di Niccola Berrettoni, il migliore
fra gli scolari del Maratta. Ai lati dell’ aitar maggiore sono i bu-
sti in bronzo dei pontefici Alessandro VII, Clemente IX, Clemen-
te X, ed Innocenzo XI, collocativi dal Cardinal Gastaldi, per gra-
titudine dei benefizi da essi ricevuti, e furono eseguiti dal Lucenti
il quale scolpì anche quei gemetti che reggono le armi. Nella
prima cappella che segue dall’altro lato, avvi un quadro di Carlo
Maratta esprimente i santi Francesco e Giacomo innanzi alla Ma-
donna; i laterali furono dipinti dal Garzi, e da M.r Daniel. La
cappella successiva è ornata con pitture rappresentanti storie di
s. M.“ Maddalena de’ Pazzi, lavori del Gemignani, e gli stucchi
sono del Carcani. — L’ altro angolo del Corso è formato dalla
CHIESA DI S. MARIA DE’ MIRACOLI.
Anche questa chiesa, al pari della precedente, venne incomin-
ciata da Alessandro VII, con architettura del Rainaldi; ma Carlo
Fontana, che ne diresse la costruzione, cambiò la cupola, l’altar
maggiore ed i due sepolcri che l’accompagnano.
A sinistra, entrando, il quadro con s. Antonio è del Gua-
scard. I quattro angeli che sostengono il quadro della Madonna
sopra l’altar maggiore, sono del Raggi. Nei sepolcri del card.
Digitized by Google
Chiesa di Gesù e Maria.
9
Guastaldi e del marchese Benedetto Guastaldi suo fratello, il bu-
sto in bronzo di quest’ ultimo è lavoro del Lucenti, e la Speranza
e la Prudenza come pure i genii, appartengono al Baggi: il busto
in bronzo del cardinale, le statue della Fede e della Carità ed i
genii, sono del Lucenti.
Usciti da questa chiesa, poco dopo essere entrati nella via del
Corso, si trova a destra il palazzo, già Randanini, oggi Feob,
segnato co’ numeri 518 e 519. Esso era celebre per una superba
collezione di antiche sculture, delle quali ne esistono ancora al-
cune nel cortile, e lungo le scale. — Poscia si trova a sinistra la
CHIESA DI GESÙ’ E MARIA.
Venne essa eretta dai padri riformati di s. Agostino, verso il
1640, co’ disegni di Carlo Milanese, e successivamente rimase
compita, co’ sussidii di Giorgio Bolognetti vescovo di Rieti, dal
Rainaldi, il quale fece il prospetto, e decorò splendidamente l’in-
terno con belli marmi e stucchi dorati. In essa si osservano pa-
recchi sepolcri della famiglia Bolognetti. Il quadro dell’ aitar
maggiore e le pitture della volta sono del Brandi. Nella sacri-
stia, il quadro dell’ altare ed i tre affreschi della volta sono opere
di Lanfranco. • — Quasi incontro alla descritta chiesa, rimane la
CHIESA DI 8. GIACOMO.
Questa bella chiesa viene detta degl' Incurabili, a causa dello
spedale annessole, in cui si curano i poveri infermi affetti da ma-
lattie incurabili. Essa venne eretta al pari che lo spedale nel 1338
dal card. Giacomo Colonna, ed allora fu detta in Augusta, perchè
sorge in prossimità del Mausoleo di Augusto. Nel 1600 venne
riedificata dal card. Anton M.* Salviati, co’ disegni di Frane, da
Volterra, ma l’architetto Carlo Maderno portolla a compimento.
L’ interno è di figura ellittica con tre cappelle per parte, e fu
ristaurato ed abbellito, nel 1863, di una nuova decorazione, di-
retta dall’ architetto Morichini. Nella seconda cappella a destra
è osservabile un bassorilievo di M.'Le Gros, rappresentante s.
Francesco di Paola che implora da Maria Vergine la guarigione
di alcuni malati: l’esecuzione del bassorilievo è molto buona, ma
la sua composizione riesce confusa. I due quadri laterali con dei
fatti relativi alla vita del suddetto santo, sono del Passeri. Nella
cappella incontro scorgesi una statua di s. Giacomo, lodevole
lavoro d’ Ippolito Buzi. Sull’ aitar maggiore era già un quadro
1”
Digitized by Google
10 Prima Giornata.
del Kicci da Novara, a cui fu sostituito un bel dipinto di France-
sco Grandi, rappresentante l’Eterno Padre. Le altre cappelle
contengono quadri del Roncalli, Rei Passignani, di Antiveduto
Grammatica e dello Zucchi.
Nell’occasione dell’accennato ristauro, Silverio Capparoni ese-
guì gli affreschi nella volta e quelli nelle pettine delle finestre la-
terali. Nella volta rappresentò la Triade augustissima colla Ver-
gine Maria, s. Giacomo portato in cielo dagli angeli, i quattro
principali dottori della chiesa latina, ed altrettanti della chiesa
greca, gli evangelisti ed i profeti Geremia, Isaia, Zaccaria, ed
Ezechiele: nelle pettine delle finestre dipinse le immagini di al-
quanti apostoli, e di parecchi santi e sante martiri.
L’annesso spedale, ricostruito d’ordine di Gregorio XVI co’ di-
segni di Pietro Camporese, fu reso più comodo e salubre. — Pro-
seguendo il cammino lungo il Corso, si trova a destra, a breve
distanza, la
CHIESA HI S. CARLO.
Fu questa edificata nel 1612 dai Lombardi, con architetture
d’ Onorio Longhi, e dopo la morte di lui, venne proseguita da
Martino suo figlio, rimanendo compiuta nell’interno da Pietro da
Cortona. Il card. Omodei fece fare il disegno della facciata da
Giambattista Menecucci e dal P. Mario da Cancpina, cappuccino,
dopo aver rifiutati parecchi disegni, fra i quali quello del Rai-
naldi; ma l’opera riuscì pesante, e fuori di proporzioni.
Questa magnifica chiesa ha tre navate divise da pilastri co-
rintii, e va adorna di pitture e di stucchi dorati. La cappella a
destra della crocera, costruita coi disegni di Paolo Posi, è la più
splendida, essendo decorata con belli marmi, con bronzi dorati e
con sculture. Il quadro dell’altare rappresenta la Concezione, ed
è una copia in musaico di quello di Carlo Maratta, esistente nella
chiesa di s. Maria del Popolo. La statua del David è. di Pietro
Pacilli, e quella di Giuditta del Le Brun.
Il quadro dell’ aitar maggiore, esprimente s. Carlo presentato
al Redentore dalla Madonna, è ima delle migliori opere del Ma-
ratta. La volta della navata grande e quella della tribuna, furono
dipinte da Giaciuto Brandi, a cui spettano anche i Profeti nei
petti della cupola, ed i dipinti nella volticella della lanterna della
stessa cupola. Nella terza cappella a sinistra, entrando nella chie-
sa, si scorge il monumento sepolcrale di Lorenzo e Serafina
Meucacci, eretto loro dai figli, servendosi dell’abile artefice Fi-
lippo Gnaccarini. Le tre figure nelle nicchie, esprimono le tre
Digitìzed by Google
Chiesa della ss. Trinità.
11
virtù Teologali; e nel bassorilievo si osserva l’ultimo addio del
padre alla sua famiglia. In questa chiesa è sepolto Alessandro
Verri, autore delle Notti Romane.
Usciti dalla descritta chiesa troverete poco dopo, a sinistra, la
spaziosa e bella strada, detta via de’ Condotti, ove, non appena
giunti, si ha la superba prospettiva della chiesa della Trinità de’
Monti o, retta sul Pincio; poiché l'ampia gradinata, l’obelisco e la
chiesa, veduti così da lungi, formano mia scena veramente ma-
gnifica e sorprendente. La detta strada, conduce sulla piazza di
Spagna, ed è così denominata a causa dei condotti dell’ acqua
Vergine che la percorrono entro cunicoli sotterranei.
Al principio di questa via è la chiesa dedicata alla ss. Trinità,
eretta nel 1741 dai pp. trinitarii calzati di Castiglia sul disegno
di Emmanuele Rodriguez, portoghese, ma fu terminata dall’ar-
chitetto Giuseppe Hermosilla, spagnuolo . Essaè di forma ellittica
ed ha sette altari con buoni quadri, fra’ quali si distinguono una
s. Agnese del Benefiale, ed una Pietà di Antonio Velasquez.
Incontro alla via de’ Condotti, corrisponde quella della Fon-
tanella di Borghese, il cui angolo sinistro è formato dal
PALAZZO RUSPOLI.
Questo grandioso edilìzio, che si estende lungo il Corso, ed ha
il suo principale ingresso 6ulla via della Fontanella di Borghese
num.° 56, si distingue particolarmente fra i palazzi di Roma, pel
suo stile severo, e per le sue forme robuste. Fu fatto fabbricare
dalla famiglia Ruccellai, co’ disegni di Bartolommeo Ammannati.
Il card. Ulrico Caetani, che acquistollo indi a poco, fece costruire,
colla direzione dell’ architetto Breccioli, la loggia ed il corni-
cione: a questo stesso cardinale è pure dovuta la scala grande
formante il principale ornamento del palazzo, la quale venne ese-
guita con disegno di Martino Longhi il giovane. In seguito com-
pero Ilo la famiglia Ruspoli che ancora lo possiede. La suddetta
scala si compone di 115 gradini di marmo bianco, d’un solo
pezzo, eccettuati quelli che furono successivamente rotti. — Su-
bito dopo il palazzo Ruspoli, segue la piazza della
CHIESA DI 9. LORENZO LV LUC1XA.
La denominazione di questo sacro tempio sembra derivare dalla
sua vicinanza all’antico Terento, ove, secondo Zosimo, sacrifica-
vasi agli Dei Lucini. Si fa risalire la sua origine a Sisto III,
Digitized by Google
12
Prima Giornata.
verso l’ anno 435, e quantunque tale origine non si possa provare
con argomenti certi, se ne hanno di quelli che attestano la sua
esistenza nel VI secolo. Benedetto II la ristorò nel 685, ed Adria-
no I nel 780. Celestino III tornò a fabbricarla e consacrolla di
nuovo nel 1196. Nell’ anno 1606 Paolo V la diede ai chierici re-
golari minori, i quali la risarcirono servendosi deH’arcliitetto Co-
simo da Bergamo. Finalmente nell’ 1858 fu da essi nuovamente
ristaurata e decorata di pitture a fresco.
Il dipinto del soffitto e gli affreschi delle pareti appartengono
all’ultimo ristauro, e sono opere di Roberto Bompiani. Il s. Lo-
renzo nella prima cappella a destra è di Tommaso Salini. La se-
conda cappella, dedicata a s. Antonio da Padova, fu eretta coi
disegni del Rainaldi, ed il quadro principale di essa, rappresen-
tante quel santo, è di Massimo Stanzioni, napolitano.
Sull’ aitar maggiore, costrutto dal Rainaldi, si ammira il su-
perbo quadro di Guido, esprimente il Crocifisso, donato a que-
sta chiesa dalla march. Angelelli. La successiva cappella, sacra
a s. Margherita da Cortona ed a s. Francesco, fu dipinta a fre-
sco da Marco Benefiale. Fra gli artisti sepolti in questa chiesa,
si vuol ricordare in ispecie il celebre Pussino, il cui monumento,
postogli dal visconte di Chateaubriand, si scorge presso la secon-
da cappella a destra. Paolo Lemoine no formò il disegno e ne
scolpì il busto: il bassorilievo figura il rinvenimento del sepolcro
eh Saffo in Arcadia, soggetto eseguito dal Pussino.
Uscendo dalla chiesa si ha subito a destra il palazzo Fiano
(N.° 4), il quale, voltando sul Corso, si estende sino incontro alla
via della Vite. Fra questo palazzo e T angolo dèstro di detta via
sorgeva T arco trionfale dell’ imperatore Marco Aurelio, ornato
di bassorilievi in marmo bianco, e di colonne di verde antico. Sic-
come quest’ arco impediva la circolazione nel Corso, Alessan-
dro VII fecelo demolire. I due bassorilievi vennero trasferiti al
Campidogho e posti nel secondo ripiano della scala del palazzo
de’ Conservatori: le colonne servirono a decorare la cappella Cor-
sini in s. Giovanni in Laterano. Una iscrizione in marmo, situata
in questo punto del Corso, ricorda il miglioramento apportato
ad essa strada da Alessandro VII. — Seguendo la prima via a
sinistra, detta delle Convertite, si giunge subito sulla piazza ,
ov’ è la
CHIESA DI S. SILVESTRO IN CAPI TE.
Questa chiesa è detta in Capite, per distinguerla da un’altra
sacra al medesimo santo pontefice, e perchè vi si custodisce il
Digitìzed by Google
13
Palazzo già Verospi.
capo di s. Gio. Battista. Si ritiene che fosse eretta nel 261; ma
è poi certo che esisteva nel VII secolo, e che venne rifabbricata
da Paolo I verso la metà del secolo seguente. Rimasta a lungo
in abbandono, fu riedificata nel 1286, e poscia, nel 1690, venne
ridotta nello stato attuale mercè un ristauro diretto dall’archi-
tetto Giovanni De Rossi. I dipinti nella gran volta, rappresen-
tanti l’ Assunta, s. Gio. Battista, s. Silvestro ed altri santi, spet-
tano a Giacinto Brandi: quelli nella volta della crocera sono del
Roncalli, e gli altri nella tribuna, del Gemignani. Le pitture
delle cappelle sono prive di ogni merito, salvo quelle nella cap-
pella del Crocefisso. — Ripigbando la via del Corso, dopo al-
quanti passi, s’incontra a destra il
PALAZZO GIÀ» VEROSPI (N.° 374).
Questo palazzo di piccola mole venne fabbricato da Onorio
Longhi. In passato conteneva una raccolta di buone sculture an-
tiche, gran parte delle quali adorna oggi il museo Vaticano. Ad
onta perù della perdita fatta, esso è ancor degno di osservazione
pe’ celebri affreschi dell’ Albani, che abbelbscono la volta di una
grande sala, ove rappresentò i pianeti ed alcune ore del giorno,
sotto l’aspetto di poetiche allegorie; opera che, per l’invenzione,
la gnzia e l’eleganza, forma l’ammirazione degh artisti. — Segue
immediatamente il gran
PALAZZO CHIGI (N.° 371).
L’architettura di questo vastissimo palazzo non è al certo di
stile il più puro, ma in complesso è un bell'edifizio. Fu inco-
minciato da Giacomo della Porta, proseguito da Carlo Mademo
e compiuto da Felice della Greca, per servire di dimora a’ nipoti
di Alessandro VII dell’illustre famiglia Chigi. Questo palazzo
ha un ampio vestibolo, una comoda scala, ed una corte vastis-
sima e bella, se non che alquanto deturpata colle decorazioni di
pessimo gusto, pertinenti al Della Greca.
Nel secondo ripiano della scala è collocato, come simbolo di
buona guardia, un bel cane di marmo, simile, nel lavoro e nella
grandezza, a quelb che decorano l’ingresso alla sala degh ani-
mali nel Vaticano: è questa un’opera di grandioso stile, e di
assai buona esecuzione.
Il primo piano ha quattro sale decorate con quadri dei celebri
pittori degli scorsi secoli, cioè, di Garofolo, di Guercino, di Mi-
Digitized by Google
<*
14 Prima Giornata.
chelangelo da Caravaggio, di Mazzolino, di Dosso Dossi da
Ferrara, dell’ Albani, del Romanelli, di Tiziano, di Salvator Rosa,
di Domenichino, di Niccola Russino, di Ghirlandaio, del Sodo-
ma, di Guido Reni, di Tintoretto, di Luca d’Olanda, del Mola,
di Annibaie Caracci, ecc. Vi si osservano pure tre belle statue
antiche, rappresentanti Venere, Mercurio ed Apollo.
Nel secondo piano esiste un gabinetto decorato con disegni di
celebri artefici, cioè di Giulio Romano, del Bernini, del Sac-
elli ecc.; ed ivi si osserva eziandio un antico musaico rappresen-
tante uccelli. Questo palazzo contiene pure una biblioteca assai
ricca in manoscritti greci, latini ed italiani. — Uno dei pro-
spetti del descritto palazzo corrisponde sulla
PIAZZA COLONNA.
In questa piazza, la quale si crede occupi una porzione dell’an-
tico foro di Antonino Pio, sorge tuttora la maravigliosa colonna
eretta dal Senato e popolo romano ad onore di Marco Aurelio
Antonino, per le vittorie da lui riportate sui Marcomanni ed altri
popoli di Germania. I soggetti rappresentati di bassorilievo, i
quali l’ornano per intero in ispirale, provano il grossolano errore
di chi fece eseguire l’iscrizione moderna del piedistallo, cioè a
dire, che fosse eretta ad Antonino Pio.
I ricordati bassorilievi si riferiscono alle geste dell’imperatore
Marco Aurelio in Alemagna. Vi si scorge in ispecie la figura di
Giove Pluvio, a cui i pagani attribuirono il prodigio della piog-
gia che i soldati della legione fulminante ottennero dal vero Dio.
Quantunque tali bassorilievi abbiano merito minore di quelli della
colonna Traiana, tuttavia si conosce che gli scultori si studia-
rono d’imitarli. In cima alla colonna era la statua di Marco Au-
relio Antonino, in bronzo dorato.
Questa colonna, d’ordine dorico, si compone di 28 massi di
marmo bianco, collocati orizzontalmente l’uno sull’ altro. Si
ascende agiatamente alla cima di essa colonna per ima scala in-
terna a chiocciola, tagliata nel marmo; e questa scala conta 190
gradini, rimanendo illuminata per mezzo di 41 feritoie. Il dia-
metro della colonna è di 3 met. e 69 c., la sua totale altezza
ascende a 44 met. e 15 c., compresavi la statua, cioè a dire: il
piedistallo, 7 met. e 22 c.; lo zoccolo della colonna, 64 cent.; la
colonna con base e capitello, 28 met. e 41 c.; il piedistallo e la
base della statua, 3 met. e 86 c. ; la statila, 4 met. e 2 centimetri.
Facciamo poi osservare che 5 met. e 69 c. dell’antico piedistallo,
Digitized by Google
LojtfD^inie
Digitized by Google
SFIt A. SS® A. C®1L,<2WS?A
Piazza Colonna. 15
ove è la porta antica, rimangono sepolti sotto il piano attuale
della strada.
Questa colonna ricevette assai danno negl’incendii di Roma, e
dal tocco dei fulmini, per cui Sisto V fecela ristorare. In tale
occasione, la parte del piedistallo antico che rimaneva sopra il
suolo fu ricoperta con nuovi marmi, e ridotta come oggi si vede,
colla direzione di Domenico Fontana. Allora fu collocata sulla
cima della colonna la statua di s. Paolo in bronzo dorato, dedi-
candola ad esso santo, e nel piedistallo furono scolpite le iscri-
crizioni che vi si leggono.
Incontro alla colonna, dal canto del Corso, è una fontana ali-
mentata dall’acqua, detta Vergine. Essa fonte venne eretta da
Gregorio XIII co’disegni di Giacomo della Porta, ed il bacino è
per intero formato del marmo detto comunemente porta santa.
I quattro lati di questa piazza vengono formati: dal prospetto
del palazzo Piombino, che rimane lungo il Corso, da una faccia-
ta del surricordato palazzo Chigi, dal palazzo già Niccolini ed
ora Ferraiuoli, a cui si congiunge la chiesetta di s. Bartolommeo
de’ Bergamaschi, ed infine dall’ edifizio ov’è il quartiere della
guardia di piazza, il quale fu ridotto nello stato attuale nel 1839,
con architettura di Pietro Camporese. I due orologi nell’attico
sono illuminati nella notte, e la maggior parte delle colonne del
portico aggiuntovi furono scoperte negli scavi dell’antico Veio.
Dietro tale edifizio si trova la
PIAZZA DI MONTE CITOBIO.
II monticello su cui s’apre questa piazza non è naturale, ma si
forma delle ruine dell’anfiteatro di Statilio Tauro. Nel secolo XII
era detto Mons Acceptorius, e non è facile conoscerne l’etimo-
logia; certo è peraltro, che da tal nome derivò al luogo l’attuale
denominazione.
Nel mezzo di detta piazza sorge l’ obelisco eretto in Eliopoli
da Psammetico I, re di Egitto, il cui nome è spesso ripetuto nei
cartelli geroglifici; quindi è chiaro l’errore di Plinio che lo at-
tribuì a Sesostri. Augusto trasportatolo in Roma lo collocò nel
Campo Marzio, ove servi di gnomone per la meridiana, tracciata
su d’ un quadrante in bronzo incassato nel suolo sopra lastre di
marmo, dal che gli venne il nome di obelisco solare.
Esso obelisco si rinvenne, sotto Benedetto XIV, l’anno 1748,
al Largo dell' Impresa, ove si legge una iscrizione indicante il
luogo preciso in cui anticamente era innalzato. Il celebre Zaba^
Digitized by Google
16
Prima Giornata.
glia, con facile meccanismo, lo trasse dalla profondità in cui gia-
ceva sepolto e lo portò sul piano stradale, ove rimase negletto
fino a che il pontefice Pio VI, colla direzione dell’architetto An-
tinori e dopo averlo fatto instaurare, lo fece erigere su questa
piazza nel 1789, ornandone la cima col globo ed il raggio in
bronzo per alludere all’uso cui servì nel Campo Marzio. In tale
occasione fece trasportare nel giardino Vaticano il gran piedi-
stallo antico, trovato negli scavi praticati nel giardino della casa
della Missione, il quale, d’ordine di Benedetto XIV, era stato
posto nel luogo stesso ove oggi sorge l’obelisco.
E questo di granito orientale rosso, ed ha met. 21 e 80 c. d’al-
tezza senza il piedistallo moderno, pure dello stesso marmo, il
quale è alto 4 met. e 17 centimetri. In esso piedistallo si leggono
delle iscrizioni moderne, una delle quali fu copiata dall’obelisco
in piazza del Popolo. Il detto piedistallo posa su di un doppio
zoccolo in marmo bianco, alto 2 met. e 90 c.; di guisa che l’al-
tezza totale del descritto monumento è di met. 28 e 87 c., non
compreso il globo di bronzo che lo termina. — L’edifizio prin-
cipale di questa piazza è il
PALAZZO DI MONTE CITOUIO.
Al Bernini, a quel fecondo e poetico genio, che riempì Roma
di moderni edifizi, appartiene il disegno di questo palazzo, edi-
ficato sulle rovine dell’ anfiteatro di Statilio Tauro. Il Bernini
l’incominciò per ordine d’Innocenzo X, nel 1650, ma essendo
rimasto incompiuto per la morte di quel pontefice, fu poscia ter-
minato colla direzione di Carlo Fontana, sotto Innocenzo XII,
che vi stabilì i tribunali di giustizia civile, e perciò ebbe il nome
di Curia Innocenziana.
Il prospetto di questo magnifico palazzo ha tre grandi porte
sormontate da un balcone, tre ordini di finestre, e si termina con
un campanile con orologio al di sotto-. Il cortile è di figura se-
micircolare, e nel fondo vedesi decorato d’una fontana.
Oggi nel descritto palazzo, oltre i tribunali civili, hanno sede
anche quelli criminali cogli uffizi dipendenti da essi, e vi si trova
pure la Direzione generale di polizia. — Vicino al palazzo stesso
rimane la
CASA DELLA MISSIONE.
Nel 1642 Maria di Vignarod, duchessa d’Aiguillon in Francia,
fece fabbricare questa casa per la congregazione dei sacerdoti
della missione, fondata da s. Vincenzo de’Paoli. I detti sacerdoti,
Digitized by Google
Casa della Missione.
17
per loro istituto, fanno le missioni nei paesi dello stato pontifi-
cio, e danno gli esercizi spirituali ai chierici secolari che devono
prendere gli ordini sacri, a fine d’istruirli nella perfezione cri-
stiana e nella liturgia.
L’annessa chiesa, dedicata alla ss. Trinità, fu riedificata nel
1741 per beneficenza del card. Giacomo Lanfredini, con disegno
del padre della Torre, superiore della congregazione stessa. I
quadri delle cappelle sono di M.r Vien, di Giuseppe Bottani, di
Sebastiano Conca, del Melani, del Monosilio, e di Pietro Perotti.
Scavando nell’attiguo giardino, spettante a questa pia casa,
si trovò, nel 1705, la colonna che Marco Aurelio e Lucio Vero
eressero ad onore di Antonino Pio, loro padre adottivo. Essa era
di granito rosso : il suo piedistallo era in marmo bianco, con al-
torilievi rappresentanti le decursioni militari che si facevano at-
torno al rogo, e l’apoteosi di Antonino e Faustina, con la seguente
iscrizione :
DIVO . ANTONINO . AVGVSTO . PIO
ANTONINVS . AVGVSTVS . ET
VERVS . AVGVSTVS . FILII
La colonna era lunga 15 met. e 9 c., avendo 5 met. e 46 c.
di circonferenza. Siccome essa era stata assai guasta da un in-
cendio, cosi fu adoperata pel ristauro degli obelischi eretti dal
pontefice Pio VI. Il piedistallo, che Benedetto XIV aveva fatto
erigere sulla piazza di Monte Citorio, fu, conforme si disse, tras-
portato nel giardino Vaticano d’ordine di Pio VI. — La strada
incontro al palazzo di Monte Citorio, conduce vicino alla piazza
di Pietra , ove si osservano i magnifici avanzi del
TEMPIO, DETTO DI ANTONINO PIO.
La pianta di quest’edifizio non fa dulntare di riconoscerlo per
un tempio. Il trovarsi prossimo al Foro di Antonino, e la sco-
perta avvenuta nel secolo XVI d’una iscrizione in cui si parla
del tempio di Antonino Pio, sono assai validi argomenti, finché
non siano smentiti da altre scoperte più decisive, per crederlo
consacrato a quell’ imperatore dal Senato e popolo romano nel
Foro di lui. Non rimangono di questo tempio che sole undici
grandi colonne sorreggenti un magnifico cornicione in marmo, il
quale si crede dal volgo di un solo masso, causa il diligente ri-
stauro in istucco, fattovi dal Borromini nel secolo XVII. Le sud-
dette colonne formavano la parte settentrionale del portico cir-
condante il tempio. Esse sono di marmo, scanalate, e d’ordine
Digitized by Google
18
Prima Giornata.
corintio, ma danneggiate assai dagl’incendii: hanno un metro e
33 c. di diametro, e met. 12 e 68 c. di altezza: la loro base è
attica, ed il capitello va ornato di foglie d’olivo. Circa il fine del
XVII secolo questo edifizio venne ridotto a servire di prospetto
alla dogana delle merci che giungono in Roma per la via di terra,
ed è per ciò che gli si dà il nome di Dogana di terra.
Dalla piazza in cui siamo, incamminandosi per la via di Pietra,
si sbocca sul Corso, proprio sulla piazza che piglia la sua deno-
minazione dal
PALAZZO SCIARRA (N.° 239).
La bella architettura di questo palazzo è di Flaminio Ponzio,
eccettuato il disegno del portone, il quale credesi di Antonio
Labacco, e che non merita certo le tante lodi che gli sono pro-
digate. Nel primo piano esiste una bella collezione di scelti qua-
dri, riguardata come una delle più interessanti di Roma.
prima sala. — 1. S. Giovanni nel deserto, del Locatelli. —
2. Pece homo, del cav. d’Arpino. — 3. S. Barbara, di Pietro
da Cortona. — 4. Maria Vergine co’santi Lorenzo ed Antonio,
della scuola di Pietro Perugino. — 5. Un gran quadro di M.r
Valentin, rappresentante la decollazione dis. Giovanni Battista.
— 6. Ritratto incognito, di scuola veneziana. — 7. Una Madon-
na, di scuola fiorentina. — 8. S. Pietro che libera l’Energumena,
del Romanelli. — 9. Cleopatra, opera del Lanfranco, ammirabile
pel gusto e per la forza del colorito. — 10. Una bella copia della
tanto celebrata Trasfigurazione di N. Signore dipinta da Raf-
faello, la quale si reputa di Giulio Romano. — 11. Il sacrifizio di
Abramo, di Gherardo delle Notti. — 12. Una Madonna, di Gio-
van Bellini. — 13. Una sacra Famiglia, d’ Innocenzo da Imola.
— 14. S. Tommaso da Villanova in atto di fare elemosina, del
Romanelli. • — 15. Altra- bell’opera di M.r Valentin, la quale of-
freci Roma trionfante col Tevere ed il Tigri. — 16. La Samari-
tana, di Benvenuto Garofalo. — 17. Lo sposalizio dis. Caterina,
di scuola senese. — 18. La strage degli innocenti, di Bassano.
— 19. Un quadretto di Carlo Dolci dipinto da ambe le parti, ve-
dendovisi l’orazione nell’orto, e Cristo in croce. — 20. Maria
Vergine colBambino, di Tiziano. — 21. Ritratto del card.Fran-
cesco Barberini, di Carlo Maratta. — 22. Una Deposizione di
croce, di Bassano. — 23. S. Francesca Romana, di Carlo Vene-
ziano. — 24. Maria Vergine con due santi vescovi, del Vouet.
seconda sala. — .1 e 2. Un paese ed una bambocciata, dì
scuola fiamminga. — 3. Una battaglia, di Borgognone. — 4.
Paese della prima maniera del Brilli. — 5 e 6. Due paesi, del
Digitized by Google
Palano Sciarra.
19
Locatelli. — 7. Una veduta prospettica di antichi monumenti,
lavoro dell’Orizzonte. — 8, 9, 11 e 12. Tutti paesi, del Locatelli.
— 10 e 13. Paese, e caduta d’acqua, di Andrea Both. — 14.
Sorprendente paese popolato di figure, con veduta di mare, della
seconda maniera di Paolo Brilli. — 15. Gran quadro di paese,
del suddetto Both. — 16. Grazioso passetto, di Salvator Rosa.
— 17 e 18. La fuga in Egitto, ed il tramontare del sole, di Clau-
dio da Lorena. — 19 e 20. Due paesetti, del Locatelli. — 21.
Veduta del Vesuvio, di scuola veneziana. — 22. Altro bellissimo
paese sul fare di quello indicato al numero 14, egualmente del
Brilli nella sua seconda maniera. — 23. Prospettiva, dell’Oriz-
zonte. — 24. Paese della prima maniera del Brilli. — 25. Paese,
di Giovanni Both, scolare di Claudio. — 26. Interno della chiesa
del Gesù in Roma, lavoro del Gagliardi, in cui Andrea Sacchi
dipinse le figure. — 27. Una prospettiva, dell’Orizzonte. — 28.
Paese della prima maniera del Brilli. — 29. Altro paese, del sur-
ricordato Both. — 30. Paese, delLocatelli. — 31.Paese fiammin-
go. — 32. Paese, dell’Orizzonte. — 33. Paese, della scuola di
Claudio. — 34. Altro paese fiammingo. — 35. Paese, d’ Andrea
Both. — 36. Paese, di Niccolò Pussino, rappresentatovi s. Matteo
in atto di scrivere. — 37 e 39. Paesi della prima maniera di Clau-
dio. — 38. S. Gio. Battista che battezza il Redentore sulle rive
del Giordano, del Breughel. — 40. Paese, delLocatelli. — 41.
Quadretto fiammingo con costumi. — 42. Veduta del molo di
Napoli, opera pregevole del Canaletto. — 43. Paese, della scuola
di Claudio. — 44. Paese fiammingo. — 45. Il tramortar del sole,
di Andrea Both. — 46 e 47. Paesi, del Locatelli. — 48. Pro-
spettiva, dell’ Orizzonte. — 49 e 50. Altri due paesi, del Loca-
telli. — 51, 52 e 53. Due paesi ed una bambocciata, opere fiam-
minghe. — 54. Paese della prima maniera del Brilli.
terza, sala. (1). — 1. Le nozze di Cana, del Pomarancio. —
2. 11 Calvario, della scuola del Bonarruoti. — 3. Quadretto di
costumi, di scuola fiamminga. — 4. Il Salvatore che sferza i
profanatori del tempio, quadro assai lodevole di Bassano. — 5.
Una Deposizione di Croce, del Barocci. — 6. Una Madonna con
due santi, opera stupenda di Francesco Francia. — 7. Assalto
di un castello, del Tempesta. — 8. La Carità, di Elisabetta Sb-
rani. — 9. Una caccia, di Benvenuto Garofalo. — 10. Il Naza-
(1) In questa sala è provvisoriamente collocata un'antica copia, d'autore Incerto,
della celebre caccia di Diana di Domenichino: taluni però opinano che sìa una replica
eseguita dal medesimo artista. E qui stimiamo opportuno avvertire che per collocare
il detto quadro ne souo stati traslocati molti altri, i quali si trovano qua e là nella
stessa camera, tuttora designati coll'antico numero d'ordine.
Digitized by Google
20
Prima Giornata.
reno, opera fiamminga. — 11. Sacra Famiglia, di Andrea del
Sarto. — 12. Una caccia, del Tempesta. — 13. Bambocciata,
di Bassano. — 14. Madonna, della scuola del Bonarruoti. — 15.
La flagellazione di N. Signore, dello Scarsellino. — 16. Costumi
rurali, di Bassano. — 17. Un’allegoria relativa al nuovo e vec-
chio testamento, lavoro di Gaudenzio Ferrari. — 18. Maria Ver-
gine che torna dall’ Egitto, di Bassano. — 19. S. Brunone, di
Pietro da Cortona. — 20. Una sacra Famiglia, dello Scarsellino.
— 21 Una bambocciata, di Bassano. — 22. Sansone, del Ca-
roselli. — 23. Noli me tanyere, di Garofalo. — 24. Un paese,
del Breughel. — 25. Mosè colle tavole della legge, opera di
Guido Reni nella sua maniera forte. — 26. La vestale Claudia
che tira il vascello sul quale è il simulacro di Pessinunte, qua-
dro molto stimato di Benvenuto Garofalo. Lateralmente a
questo quadro veggonsi due belli ritratti, quello a destra è
opera del Bronzino, l’altro di Girolamo Sicciolante da Sermo-
neta. — 27. Una sacra Famiglia, dell’ Albani. — 28. Una Ma-
donna, della scuola di Coreggio. — 29. Bellissimo quadretto
con costumi, del Téniers. — 30. L’orazione nell’orto, di Bassano.
— 31. Quadro di autore incognito. — 32. Una sacra Famiglia,
di Carlo Maratta. — 33. Una copia della Fomarina dipinta da
Raffaello, eseguita da Giulio Romano. — 34 e 35. Paesi, di
scuola fiamminga. — 36. Una sacra Famiglia con alquanti an-
geli in varie guise scherzanti, di Luca Cranach. — 37. La strage
degl’innocenti, dello Scarsellino. — 38. Le tre età dell’uomo, di
Simone Vouet. — 39 e 42. Paesetti fiamminghi. — 41. L’ ado-
razione de’ Magi, di Garofalo. — 40 e 43. Due piccoli ritratti
dipinti da Téniers.
quarta sala. — 1. Sacra Famiglia, opera assai lodevole di fra
Bartolommeo da s. Marco. — 2. Bel dipinto dello Schidone, espri-
mente l’evangelica parabola della zizzania. — 3. Didone abban-
donata, dello Scarsellino. — 4. Due Arcadi intenti a contemplare
un teschio umano, del suddetto Schidone. — 5. S. Giovanni
Evangelista, di Guercino. — 6. Un suonatore di violino, ritratto
incognito, ma che da taluni si crede l’effigie del celebre Tebal-
deo, opera sublime di Raffaello, che, come apparisce dalla data
originale, fu da esso eseguita nel 1518. — 7. S. Marco Evange-
lista, di Guercino. — 8. Erodiade che riceve dal carnefice la re-
cisa testa del Battista, opera del Giorgione. — 9. 11 ratto delle
Sabine, dello Scarsellino. — 10. S. Gio. Battista nel deserto,
del Breughel. — 11 . Il figliuol prodigo, del Monper. — 12. L’A-
mor coniugale, di Agost. Caracci. — 13. Venere che portatasi
Digitized by Google
Palazzo Sciarra.
21
nella fucina di Vulcano, ordina a questo le armi per Enea, del
Breughel. — 14. La Samaritana, deH’Àlbani. — 15. Le tenta-
zioni di S. Antonio, del Breughel. — 16. I giuocatori, opera
assai encomiata di Michelangelo da Caravaggio. — Al disopra
osservasi il martirio di s. Erasmo, di Niccolò Pussino; abbozzo
del quadro di esso artista che ammirasi nella pinacoteca Vati-
cana. — 18. Orfeo nella regia di Plutone, del Breughel. — 19. La
famigerata Maddalena, di Guido Reni. — 20. La fuga in Egitto,
dell’ Albani. — 21. Una fiera di contadini, del Breughel. — •
22. Un quadro del Giotto, esprimente la passione del Reden-
tore. — 23. Veduta di un’isola, del Breughel. — 24. La fami-
glia di Tiziano dipinta da esso stesso. — 25. Un bellissimo ri-
tratto incognito, del Bronzino. — 26. S. Sebastiano, .di Pietro
Perugino. — Al disopra è collocato il famosissimo dipinto di
Leonardo da Vinci, rappresentante la Modestia e la Vanità. —
28. S. Giacomo, di Guercino. — 29. Il famoso ritratto cono-
sciuto sotto il nome della Bella di Tiziano, dipinto da lui stesso.
— 30. S. Girolamo, del sunnominato Guercino. — 31. R tran-
sito della Madonna, opera sublime di Alberto Durerò. — 32. Al-
tra Maddalena, di Guido Reni, detta delle radici, forse più pre-
giata della sopra descritta, e di cui può dirsi in certo modo una
replica con qualche variazione.
Sulla piazza di Sciarra, che piglia nome dal descritto pa-
lazzo, nel 1641, mentre si praticavano alcuni scavi, alla profon-
dità di 5 met. si scoperse l’antico lastrico, e di contro all’arco di
comunicazione, detto dei Carbognani , si trovarono parecchi
frammenti di colonne, una iscrizione spettante a Claudio, esi-
stente ora nel palazzo Barberini, ed una medaglia d’oro avente
in un lato l'effigie di Claudio, e nel rovescio un arco e la figura
equestre di esso imperatore. Questa scoperta assieme ad altre
fatte nel decorso del passato secolo, sotto Pio VI, e taluni ru-
deri allora esistenti, fecero stabilire l’opinione, che l’arco trion-
fale eretto a Claudio dal Senato e popolo romano, per la con-
quista della Bretagna e delle Orcadi, fpsse posto verso il crocic-
chio dell’arco de' Carbognani. Il Nardini riporta l’accennata
iscrizione, conforme venne supplita dal Grange de Gage:
ti . clavdio drusi f. caisari
avg xsto germanico pio
pontifici max. trib. Poi ix.
cos. v. imperatori xvi. patri patriai
Senatvs. POPslusque romanus quod
Digitized by Google
22
Prima Giornata.
reges . vaitanniai perduelles sine
vlla iAcrvra celeriter caiperit
gentesq. extremarum orchadum
primvs . indicio facto imperio adiecerit
s. p. q. r.
Incamminandosi per la strada incontro il palazzo Sciarra, si
trova subito la piazza e la
CHIESA DI 8. IGNAZIO.
Il card. Ludovico Ludo visi, nipote a Gregorio XV, cominciò
ad erigere, nel 1626, questa chiesa, in onore di s. Ignazio da Lo-
iola, ma non rimase compiuta se non che dopo la morte di lui,
colla spesa di 200,000 scudi romani da esso a tal uopo lasciati.
Domenich ino ne diede due disegni diversi, da ciascuno de' quali
il P. Grassi, gesuita, prendendo una parte, formò quello che
venne eseguito. L’ Algardi diede il disegno della facciata, la quale
è in travertini, ornata con due ordini di colonne, corintie e com-
posite, e di pilastri simili.
Questa chiesa, divisa in tre navate per mezzo di grandi pila-
strate corintie, è veramente imponente e magnifica, e la sua pian-
te a croce latina è superiore ad ogni elogio. Il P. Pozzi, gesuita,
dipinse con gran magistero d’ arte nella gran volta, l’ingresso
trionfale di s. Ignazio nel paradiso, e le quattro parti del mondo
figurate da altrettante nobili e maestose donne; opera che per
l'amenità delle tinte, pel fuoco pittoresco, e sopratutto per l’ef-
fetto della prospettiva si rende sorprendente e classica. Il me-
desimo artefice condusse pure i dipinti nei petti della finte cu-
pola, e quelli della tribuna, come ancora somministrò i disegni
pe’ due sontuosi alteri della crociate. Essi sono in tutto simili,
decorati con bei marmi, con bronzi dorati e con quattro colonne
spirali incrostate di verde antico. Su quello a destra, pertinente
ai Lancellotti, si osserva un bassorilievo scolpito da M.r le Gros,
che vi espresse s. Luigi Gonzaga con assai bella maniera d’ese-
cuzione. Sotto l’altare, entro un’urna rivestite di lapislazzuli, ri-
posa il corpo del santo. Sopra l’altare incontro è un bassorilievo
rappresentante l’ Annunziate, lavoro di Filippo Valle. In fondo
alla piccola navata a destra, è collocato il magnifico monumento
sepolcrale di Gregorio XV, opera del suddetto le Gros. Inoltre,
sull’altare della prima cappella di queste navata, è un quadro
del surricordato P. Pozzi, fiancheggiato da due rare colonne di
giallo antico, e rappresentante s. Stanislao Kostka: l’altare poi
Digitized by Google
Collegio Romano. 23
della cappella appresso ha una stupenda tela del Trevisani, di-
pintavi la morte di s. Giuseppe; ed al medesimo artista appar-
tiene la comunione di s. Luigi Gonzaga, eseguita a fresco in una
delle lunette.
Il grandioso edifizio del Collegio Romano, attinente a questa
chiesa, esisteva fin dal 1582, avendolo fatto fabbricare Grego-
rio Xm con architettura di Bartolommeo Ammannati. Attorno
ad un vasto cortile, formato da un portico a due ordini, sono di-
stribuite le scuole ove i padri gesuiti insegnano le lingue latina,
greca ed ebraica, le umane lettere, la rettorica, le diverse parti
della filosofia e la teologia. Una vasta casa, unita a questo col-
legio, comprende: le abitazioni di essi padri, una specola degnis-
sima di osservazione, una ricca biblioteca, in cui si ammira un
quadro di Gherardo delle Notti, ed un prezioso museo. Questo
porta il nome del P. Kircber che lo formò, ed in esso si conten-
gono molte antichità in bronzo, in marmo, ed in terra cotta ;
come pure vi esiste una completa raccolta di monete romane an-
tiche, procurata dal card. Zelada, e vi si osservano non pochi
oggetti di storia naturale.
Poco distante da questo museo si trova V Aula Massima , rie-
dificata dopo l’incendio sofferto nel 1849. Ivi alla fabbrica si ag-
giunse un piano destinato ad uso di gabinetto fisico, a cui è pros-
sima la cappella della Congregazione, ampliata dopo l’incendio
ed abbellita con pitture del Gagliardi e del Balbi.
Tornando sul Corso, troverete quasi subito sulla destra il gran
palazzo già Simonetti ( N .° 307 ), edificato co’ disegni di Ales-
sandro Specchi, oggi proprietà del principe Boncompagni.
Di rimpetto vedesi la
CHIESA. DI S. MAIICELLO.
Seguendo un'antica tradizione, il pontefice s. Marcello I, nel
305, edificò in questo luogo una chiesa nella casa di Lucina,
matrona romana, prossima ad un tempio d’Iside. Si vuole inol-
tre, che il tiranno Massenzio profanasse il santuario facendolo
servire di scuderia pei cavalli, ponendovi a custodia il santo pon-
tefice, che si crede vi morisse di stento . La chiesa di cui si parla,
fu poscia riedificata in onore dello stesso santo, e nel VI secolo
era già titolo cardinalizio e collegiata. Gregorio XI, nel 1375,
soppresse la collegiata, ed avendo ristorato la chiesa diedela in
cura ai pp. serviti. Questi la riedificarono nel 1519 co’ disegni
di Giacomo Sausovino, che trasportò la facciata sul Corso, meu-
Digitized by Google
24
Prima Giornata.
tre prima rimaneva dalla parte opposta. La facciata attuale però,
di pessimo stile, fu eretta con architettura di Carlo Fontana, al
cominciare del XVIII secolo.
Questa chiesa, di una sola navata con cinque cappelle por
parte, è stata instaurata nel 1867, colla direzione dell’architetto
Virginio Vespignani, il quale, oltre che vi ha apportato dei mi-
glioramenti architettonici, in ispecie nella tribuna, ne ha rinno-
vata intieramente la decorazione.
Nella terza cappella, a destra, entrando, è osservabile il sepol-
cro di Monsignor Grifoni vescovo Triventino, la cui figura, rap-
presentata giacente, ma soltanto abbozzata, si crede opera del
Bonarruoti. A sinistra è il deposito del card. Tommaso Weld,
morto nel 1837, erettogli dal suo genero Lord Carlo Ugo Clif-
ford, a cui appartiene questa cappella, sotto la quale fecevi co-
struire un sotterraneo co’ disegni di Agostino Giorgioli. La cap-
pella che segue, dedicata al ss. Crocefisso, contiene le più pre-
giate pitture di questa chiesa. Nella volta osservasi la creazione
di Èva, bel lavoro di Pierih Del Vaga, che dipinse anche il s.
Marco, e quasi per intero il s. Giovanni, ad eccezione della testa
e del braccio nudo. Appartengono al medesimo artefice i due
angeletti che abbracciano un candeliere, ed il rimanente delle
pitture sono di Daniele da Volterra, il quale, coll’aiuto di Pel-
legrino da Modena, compì i dipinti di questa cappella; ma gli
sportelli che chiudono il Crocefisso vennero poscia coloriti da
I ,uigi Garzi . Il sepolcro che ivi entro si osserva, eretto al card .
Ercole Consalvi, secretarlo di stato di Pio VII, fu eseguito da
llinaldo Rinaldi.
Passando alla tribuna, in cui il Vespignani aprì le due cantorie
laterali, osservasi il nuovo quadro dell’altar maggiore, dipinto a
fresco, in fondo all’apside, da Silverio Capparoni, che vi rappre-
sentò s. Marcello in gloria. Sotto di esso altare che, con savio
accorgimento, venne trasportato nel mezzo della tribuna, ele-
vandolo sopra alcuni gradini di marmo bianco, scorgesi la pre-
giatissima urna di basalte , nella quale si conservano le sacre
spoglie di s. Marcello e di altri santi. I nuovi affreschi ai lati
delle finestre, sono opere di Gio. Battista Polenzani, e rappre-
sentano: a sinistra di chi osserva, s. Filippo Benizi, e s. Giu-
liana Falconieri; a destra, il beato Francesco Patrizi e la beata
Giovanna Soderini. Tutte le altre pitture di questa tribuna si ri-
feriscono alla vita di Maria Vergine, essendovi pure quei profeti
e quelle sibille che in ispecial modo parlarono della Regina de’
cieli. Questi affreschi si devono a Gio. Battista da Novara, a cui
Digitized by Google
Chiesa di s. Maria in Via Lata.
25
appartengono eziandio le storie della passione del Redentore
intorno alla chiesa, e la crocefissione nella parete ove è la porta
principale. Tutte queste pitture furono diligentemente ristaurate
dal suddetto Polenzani. In questa chiesa è sepolto il celebre viag-
giatore Pietro Gilles, morto nel 1555 (1).
Uscendo dalla chiesa e dirigendosi a sinistra, si trova quasi
subito, pure a manca, la via de’ ss. Apostoli che corrisponde al-
l’antico Vi chs Indis, cosi detto perchè eravi un tempio dedicato
ad Iside soprannomata Exorata, ed incontro alla suddetta via,
sul Corso, rimane la
CHIESA m 8. MARIA IV VIA LATA.
L’antica regione detta Via Lata, vicino al cui limite rimane
questa chiesa, diede motivo alla denominazione ad essa data. Si
crede che fosse eretta nel luogo ove dimorò s. Paolo presso il
centurione il quale, secondo gli atti degli Apostoli, l'ebbe con-
dotto in Roma per comando di Festo. Si crede ancora che la
sorgente che si trova nella chiesa sotterranea scaturisse per ser-
vire a battezzare coloro che, conforme si ha dagli atti apostolici
suddetti, furono convertiti da s. Paolo alla Fede di Cristo. Poco
dopo venne quivi eretto un oratorio il quale, essendo rimasto se-
polto dalle mine dei propinqui edifizi, divenne sotterraneo, ed è
quello appunto a cui si scende per una moderna scala.
Sull’altare di quest’oratorio sono le effigio de’ santi apostoli
Pietro e Paolo, scolpite dal Fancelli, e nel pavimento scorgesi
la sorgiva di cui si parlò. Si ritiene che la chiesa fosse in origine
eretta dal pontefice Sergio I, poco prima dell’anno 700 dell’era
volgare. Innocenzo Vili la riedificò circa il 1485, ed in tale oc-
casione venne demolito un arco trionfale ivi prossimo, che si cre-
de fosse quello eretto a Gordiano III. Nel 1662 fu rifabbricata
co’ disegni di Cosimo da Bergamo e di Pietro da Cortona, il
quale fece il portico e la facciata adorna di due ordini di colon-
ne, corintie e composite. Cosimo da Bergamo architettò l’inter-
no, che ha tre navate divise da 12 colonne di. cipollino, poscia
incrostate di diaspro di Sicilia. Il s. Andrea, nella prima cap-
pella a destra, in atto di baciare la croce, è un’opera di Giacinto
Brandi, condotta sullo stile di Guercino.
Il monumento sepolcrale che trovasi presso il fondo della nave
piccola a sinistra, fu eretto da pietà filiale, l’anno 1856, aZe-
(1) È fama che presso questa chiesa esistesse un macello, nd un uncino del quale
il popolo appese, per un piede, il cadavere di Cola di Rienzo.
2
Digitized by Google
26 Prima Giornata.
naide Bonaparte, nipote a Napoleone I, ed il busto della defonta
è opera del Tenerani. Questa principessa morì in Napoli nel 1854,
ma le mortali spoglie vennero trasportate in Roma, e racchiuse
in detto sepolcro. Incontro è quello del suo figlio Giuseppe man-
cato ai vivi nel 1865. — Alla descritta chiesa si congiunge il
magnifico
PALAZZO BORIA.
Questo palazzo, già Pamphily, è uno dei più grandi e sontuosi
di Roma, componendosi di tre parti, ossia di tre vasti edilìzi,
costruiti in epoche diverse. La parte che guarda il Corso fu
eseguita coi disegni del Valvasori, il quale la decorò di una
facciata di stile assai bizzarro e ricco, dimodoché, per così dire,
annunzia la magnificenza dell’illustre famiglia a cui appartiene
il vastissimo edifizio. L’ architettura della parte rispondente in-
contro al palazzo di Venezia, è di Paolo Amaly, e la terza parte,
che rimane sulla piazza del Collegio Romano, fu edificata colla
direzione di Pietro da Cortona, meno il vestibolo d’ingresso, che
è del Borromini. Questo vestibolo si rende osservabile per le dif-
ficoltà superate nel costruirne la volta, la quale è piana e soste-
nuta da alcune colonne di granito orientale. La nobile famiglia
Doria, una delle più antiche e delle più celebri d' Italia, avendo
ereditati i beni della casa Pamphily, possiede ed occupa questo pa-
lazzo, che fece abbellire sontuosamente, aggiungendovi anche
una cavallerizza coperta assai vasta.
Entrando dal portone a lato della chiesa di s. Maria in Via
Lata, la scala in fondo del portico a sinistra conduce alla famosa
galleria di quadri, disposta nel primo piano coll’ordine che segue.
prima sala — l.Fruttaiuola, di Gio. Paolo Zenardi. — 2. Qua-
dro con animali, di M.r Rosa, detto da Tivoli. — 3. Burrrasca, di
Pietro Mulier, detto il Tempesta vecchio. — 4. Paese, di Ga-
spare Pussino, in cui rappresentò la penitente s. Maria Egizia-
ca. — 5. Il diluvio universale, dello ScarseUino. — 6. Un uomo
a cavallo portante della cacciagione, del Castiglioni. — 7 e 8. Una
foresta ed un paese del suddetto Pussino. — 9. Paese in cui è
rappresentato un torneo, di Gio. Battista Dossi. — 10. Paese con
animali, di Giovanni Roos. — 11. Quadro con bestiame, di M.r
Rosa. — 12. Un’accademia di musica, del cav. Calabrese. — 13.
Giove con altre divinità, del Lorenzino. — 14. Altro quadro con
bestiame, del sudd. M.r Rosa. — 15 e 16. Paese di forma assai
stretta ed alta, del sunnominato Pussino. — 17 e 18. Animali, di
Gio. Roos. — 19. Veduta campestre con marina ed avanzi di au-
Digitized by Google
Palazzo Porta.
27
tichi edilìzi, di Niccolò Pulsino. — 20. Paese, di Paolo Brilli. —
21, 22 e 23. Paesi, di Gasp. Pussino. — 24. Dettaglio di paese,
del medesimo. — 25. Paese rappresentatovi Mercurio, del sud-
detto. — 26. David colla testa di Golia, del Caravaggio. — 27.
Altro dettaglio di Paese, di Gasp. Pussino. — 28. Paese arric-
chito di figure, di Guercino. — 29 e 30. Paesi, di Gasp. Pus-
sino. — 31. Erminia accolta dal Pastore, del Romanelli. — 32.
Cacciagione, del Castiglioni. — 33. Veduta dell’ antico edifizio
conosciuto sotto il nome di Trofei di Mario, opera della scuola
di Salvator Rosa. — 34. Paese colla fuga in Egitto, di Gasp. Pus-
sino. — 35. 11 sagrifizio di Noè, di Pietro da Cortona. — 36. Gli
animali che entrano nell’arca, del Bassano. — 37. Una battaglia,
del Borgognone. — 38. Paese, della scuola di Salvator Rosa. —
39. Semiramide, del Braner.
Questa sala va pure ricca di alquanti marmi, ed ecco l’ indi-
cazione de' più rimarchevoli. Il sarcofago più vicino airingresso
è di romano scarpello, ed offreci, in altorilievo, Meleagro alla
caccia del cinghiale Calidonio; poco lungi da quest’antico mo-
numento si osserva una bellissima replica della ninfa del Lou-
vre, e poi un altro sarcofago parimenti di romana scultura sul
quale è espressa la favola di Marzia: tal pregevole marmo fu sco-
perto in Lorio ed illustrato dal Cardinali. Tra le finestre è collo-
cata una statua di Bacco Indiano, detto dai Greci Pionysius
Pyon: essa elevasi sopra un'ara rotonda adorna di baccanti, ope-
ra romana, scoperta in Albano,. nel sito ov’era la villa di Pom-
peo. Volgendosi all’altra parete, si osservano: un sarcofago su
cui sono espressi, in altorilievo, i furtivi amori di Diana con En-
dimione; due ritratti scolpiti dall’Algardi, uno dei quali rappre-
senta papa Innocenzo X Pamphily, l’ altro il principe Pamfilio
Pamphily, ed infine scorgesi un lato di quei triclinii su cui i Ro-
mani giacevano a mensa: anche questo raro monumento fu sco-
perto in Albano nel luogo già sopra indicato. Fra gli oggetti
collocati nel mezzo di questa sala è rimarchevole Ulisse sotto il
ventre di un ariete per sottrarsi dalla prigionia di Polifemo, mar-
mo illustrato dal Winckelmann.
seconda sala. — 1 e 2. Battaglie deLReder, detto M ,r Lean-
dro. — 3. Gesù aiutato dal Cireneo, del Bronzino. — 4. La Ca-
rità Romana, di Pietro Valentin. — 5. La Circoncisione di Gesù,
di Giov. Bellini. — 6. Una festa campestre, grazioso quadretto
del Van-Breda. — 7. La Nostra Donna con diversi santi, di Mar-
co Basaiti. — 8. Il Salvatore, di scuola fiorentina.— 9 e 10. Bat-
taglie, del Reder. — 11. S. Marta, di scuola bolognese. — 12. La
2’
Digitized by Google
28
Prima Giornata.
Madonna col Bambino, del Rondineljo. — 13. Bellissimo ritratto
della moglie di Holbein, dipinto da lui medesimo. — ■ 14. Giu-
ditta, attribuita a Guido Reni. — 15. Le tentazioni di s. Anto-
nio, del Mantegna. — 16. Ritratto di donna, del Tintoretto. —
17. Marzia ed Olimpo, di Annibaie Caracci. — 18. Il Salvatore
che porta la croce, del Muziano. — 19. S. Giovanni sulle rive
del Giordano, di Guercino. — 20. Grazioso paesetto, del Roth.
— 21. I.o sposalizio della Madonna, del Pisanello. — 22. Stu-
pendo quadretto di genere, di Wouwermans. — 23. S. Silvestro
papa alla presenza di Massimino II, opera assai bella di Pisa-
nello. — 24. Una bella Madonna, di Frane. Francia. — 25. Una
Virtù, di antica maniera. — 26. Quadretto fiammingo. — 27.
Dittico , di Taddeo De Bartolo da Siena. — 28. L’ Annunziata,
di fra Filippo Lippi. — 29. S. Leone papa incatenando il drago,
opera commendovole del Pesellino. — 30. Sacra F’amiglia, di
Lorenzo Costa. — 31. Una Virtù, di antico stile. — 32. Qua-
dretto fiammingo. — 33. S. Agnese sul rogo, di Guercino. —
34. Quadretto di Wouwermans. — 35. La nascita della Madon-
na, del Pisanello. — 36. Paese, del Both. — 37. Una Maddale-
na, del Tiziano. — 38. Un Ecce Homo, della scuola de’ Caracci.
— 39. Altro Ecce Homo, di Scuola veneziana. — 40. Giunone
che mette gli occhi d’Argo nella coda del pavone, di Carlo Sa-
raceni. — 41. Gesù al limbo, di Giuseppe Ainz. — 42. Bellissi-
mo ritratto di Holbein, dipinto da sè stesso nel 1545. — 43. M.
Vergineeoi Bambino, del Rondinello. — 44. Un’Addolorata, della
Siraui. — 45. S. Girolamo, del Palma vecchio. — 46. Famiglia
villareccia, del Bassano. — 47. Veduta del porto di Napoli, del
Breughel. — 48. Susanna al bagno, di Annibaie Caracci. — 49.
Putto scherzante con un leone, attribuito al Tiziano. — 50. L’ar-
ca di Noè, del Bassano. — 51. Paese con Adamo ed Èva, del
pittore suddetto. — 52. Paese colla fuga in Egitto, di scuola
fiamminga. — 53. S. Girolamo, dello Spagnoletto. — 54 e 55.
Ritratti di filosofi, del Prete genovese. — 56. Sacra Famiglia, di
Pier-Francesco Mazzucelielli. — 57. Madonna, di autore inco-
gnito. — 58. Sacra Famiglia, bozzetto di Paolo Veronese. —
59 e 60. Quadri di autore incognito. — 61. Una prospettiva, del
Viviani. — 62. Ritratto del card. Giorgio I, di Luca Torelli. —
63. Nascita di Gesù, del Calvart. — 64. Paese, dell’Orizzonte.
— 65 e 66. Paesi, del Monper. — 67. Mezza figura rappresen-
tante l’Inverno, di autore incognito. — 68. Paese della scuola di
Passino. — 69. Burrasca, del Manglard. — 70. S. Francesco, del
Muziano. — 71 e 72. Quadretti prospettici, di autore incognito.
Digitized by Google
Palazzo Boria.
29
— 73. La conversione di s. Paolo, di Taddeo Zuccari. — 74. S.
Francesco, di autore incognito. — 75. Paese, del Locatelli. —
76. La Carità Romana, di Simone Cantarini da Pesaro. — 77 . Al-
tro paese, del Locatelli. — 78. Deposizione di croce, del Cal-
vari — 79. Una Madonna, del Lodi. — 80. S. Sebastiano, di
Pietro Perugino. — 81. Copia di un quadretto fiammingo.
' I due gruppi in marmo bianco, nel mezzo della sala, sono ope-
re dell’Algardi;ed il bellissimo Centauro, in rosso antico e bigio,
fu scoperto in Albano, nel 1849, nel già citato luogo di delizie
del gran Pompeo. — La porta a destra mette alla
terza sala. — 1. L’Autunno, del Romanelli. — 2. Paese, del
Monticelli. — 3. Erminia che si presenta al pastore, di Pietro da
Cortona. — 4. S. Maria Maddalena, del Murillo. — 5. Una Ma-
donna col Bambino, del Rubens. — 6. Paese, del Demarchis. —
7. Bersabea al bagno, quadro di bell’effetto del Bronkorst. —
8. Il Salvatore, del Morini. — 9. Madonna, di Sassoferrato. —
10. Altra Madonna, del Morini. — 11. Semiramide, della scuola
de’Caracci. — 12. Maria Vergine, della scuola del Perugino. —
13. Paese, dell'Orizzonte. — 14. Venere coronata dalle Stagioni,
di Filippo Lauri. — 15. Sacra Famiglia, bell’opera di Andrea Del
Sarto. — 16. Paese, dell’Orizzonte. — 17. La Primavera, del Roma-
nelli.— 18. S. Pietro, di autore incognito. — 19. Paese, delBu-
siri. — 20. Gesù caduto sotto la croce, di Francesco Montemez-
zano.— 21. Un Profeta, d’ Andrea Sacelli. — 22. Paese, delBu-
siri. — 23. Maria Vergine col Bambino, di Simone Cantarini da
Pesaro. — Fra i busti che adornano questa sala è rimarchevole
quello della principessa donna Ohmpia Pampliily.
quarta sala. — 1. Marte, Venere e Cupido, di Paris Bour-
bon. — 2. Un bel ritratto di Costanza Landi, della scuola di Leo-
nardo da Vinci. -, 3. Paese colla nascita di Adone, opera di
molto merito dello Swanevel. — 4. La cena del Salvatore in casa
del Fariseo, del Cigoli. — 5. Erminia e Tancredi ferito, di Guer-
cino. — 6. Battaglia, di antica scuola. — 7. La cena in Emaus,
del Lanfranco. — 8. Altro bel paese, dello Swanevel, col ratto di
Adone. — 9. Un venditore di meloni, del Caravaggio. — 10. Mad-
dalena, del Caracci. — 11. 11 figliuol prodigo, del Bassano. —
12. Testa di studio dipinta dal Barocci. — 13. S. Girolamo, dello
Spagnoletto. — 14. Ritratto, forse di un medico occupato nello
studio di un teschio umano, opera di Luca Giordano. — 15. S.
Dorotea, del Lanfranco— 16. S. Girolamo, di scuola napolitana.
— 17 Una Deposizione di croce, di Paolo Veronese. — 18. Paese
con caccia, di Paolo Brilli. — 19. Paese, di autore incognito. —
Digitized by Google
30 Prima Giornata.
20. Paese, dell’Orizzonte. — 21. Quadretto di genere, di Miche-
langelo. Cerquozzi. — 22. Porto di mare, di Giovanni tìriffier. —
23. Scuola di fanciulle, di Pasqualino Rossi. — 24. Paese, del
Monper. — 25. Paese con Bacco ed Arianna, di autore inco-
gnito.—26. Paese, del Masturso. — 27. Paese, dell’Orizzonte. —
28. Altro porto di mare, del Griffier. — 29. Erminia che in men-
tite spoglie si presenta al pastore, del Cerquozzi. — 30. Ritratto
di una religiosa, scuola fiamminga. — 31. Il presepe, opera di
Carletto Caliari. — 32. Bel paese con caccia, di Paolo Brilli. —
33. Sposalizio di s. Caterina, di Scipione Gaetano. — 34. S. Gio-
vanni Battista, del Caravaggio. — 35. Sacra Famiglia con Maria
Vergine coronata, di Ludovico Caracci. — 36. Testa dipinta dal
Mola. — 37. S. Pietro in carcere visitato dall’angelo, del Lan-
franco.— 38. Fuga di Giacobbe, copia di un dipinto del Bassano.
Nel mezzo della sala osservasi una statua giacente del Nilo
scolpita in basalte, lavoro dei tempi di Adriano, ed è pure rimar-
chevole un secchio etrusco in bronzo, istoriato all’ intorno.
quinta sala. — 1. SacraFamiglia, di Giorgio Vasari. — 2. Due
mezze figure, scuola fiamminga. — 3 e 4. Marine, del Manglard.
— 5 e 6. Paesi, di autori incogniti. — 7. Il Redentore attorniato
dai Farisei, quadro a lume di notte, del Bassano. — 8. Paese. —
9. Gesù all’ orto, del Bassano. — 10. Il sacrifizio di Noè, del me-
desimo.— 11. Il palazzo Saìviati, del Russino. — 12. Marina, di
Apollonio da Bassano. — 13 e 14. L’Europa e l’Asia, di Fran-
cesco Solimene. — 15. Un paese, di autore incognito. — 16. S.
Agnese, del Tiziano. — 17. Gli avari, opera di gran merito di
Quintin Metzyis, detto il F’abbro d’ Anversa. — 18. La Predica-
zione di Cristo, scuola fiorentina. — 19. Paese, dell’Orizzonte. —
20. Veduta di campagna. — 21. Sposalizio di s. Caterina, lode-
vole produzione di Domenico Beecafumi. — 22. Sacra Famiglia
con s. Caterina, prima maniera di- Tiziano. — 23. Paese, del-
l’ Orizzonte. — 24. Due mezze figure, di Giorgio Barbarelli. —
25. S. Giuseppe, di Guercino. — 26. Flora, di Ercole Gennari. —
27. Bel paese, di Domenichino. — 28 e 29. L’Affrica e l’Ame-
rica, del Solimene. — 30. Paese, del Bassano. — 31. Veduta del
Tevere presa da Rifetta, del Pussino. — 32. Gesù in Emaus, del
Bassano. — 33. La vendemmia, del medesimo. — 34. Paese, di
Ermanno Swanevel. — 35. Cristo che scaccia i profanatori dal
tempio, del Bassano. — 36. Burrasca, di scuola fiamminga. — -
37. Paese, del Demar chis. — 38. Sacra Famiglia, copia, scuola
di Andrea del Sarto. — 39. S. Girolamo, di autore incognito. —
40. Una santa, di scuola senese. — 41. Ecce Homo, quadretto di
Digitized by Google
Palazzo Dona.
31
autore incognito. — 42. Mezza figura d’uomo con lanterna in
mano, di maniera fiamminga. — 43. Paese, del Bavarese. —
44. Madonna, di autore incognito. — 45. Paese, di autore inco-
gnito.— 46. "Battaglia, di scuola fiamminga. — 41. Burrasca, del
Manglard. — 48. Cristo con due apostoli, di autore incognito. —
49. — Paese, di autore incognito. — 50. Paese, del Both. —
51. Porto di mare, del Manglard. — 52. Sacra Famiglia con due
sante, del Bonifazio. — 53. Nascita di Gesù Bambino, opera
fiamminga. — 54. Donna in preghiera, di autore incognito. —
55. Paese, del Bavarese. — 56. S. Sebastiano, di autore inco-
gnito. — Il gruppo in marmo bianco rappresentante la lotta di
Giacobbe coll’angelo, è della scuola del Bernini.
sesta sala. — 1, 2 e 3. Un paese e due nevate, di autori in-
cogniti.— 4. Testa di un filosofo, del Prete genovese. — 5. Sacra
Famiglia, del Botticelli — 6. Strage degl’innocenti, di Luca
Giordano. — 7. La cena di Gesù cogli apostoli, scuola vene-
ziana.— 8. Ritratto della principessa donna Olimpia Pamphily. —
9. La castità di Giuseppe, di autore incognito. — 10, 11 e 12. Qua-
dri fiamminghi. — 13. Madonna col Bambino che dorme, di Carlo
Maratta. — 14. Assunta, del Caracci. — 15. Tobia e l’angelo,
di Filippo Fiorentino. — 16. Il buon pastore, scuola tedesca. —
17. Veduta campestre con famiglia villareccia, del Pasqualino. —
18. Paese, del Monticelli. — 19. Paese, di Pietro Laar. — 20.
Paese, di Gaspare Pussino. — 21. La conversione di s. Paolo, di
Taddeo Zuccari. — 22. Assunzione di Maria Vergine, diDomeni-
chino. — 23. Una Madonna, dello Schidone. — 24. Paese fiam-
mingo. — 25. Bel Paese, del Monticelli. — 26. Madonna col
Bambino e s. Giovanni, di autore incerto. — 27. Giovanetto che
suona, del Caravaggio. — 28. Erodiade, scuola del Pasignani. —
29. S. Giovanni, scuola di Guercino. — 30. Ritratto di un fan-
ciullo, abbozzo del Van-Dyck. — 31. S. Pietro che disputa con
Simon Mago, di Pietro Tearini. — 32 e 33. Quadri con animali,
di Giovanni Roos. — 34 e 35. Vedute d’incendii, di Alessio De-
marchis. — 36. Una prospettiva, del Viviani. — 37. S. Girola-
mo, scuola di Guercino. — 38. Madonna, scuola del Coreggio. —
39. Sposalizio di s. Caterina, scuola di Gio. Bellini. — 40. Lotta
in campagna, di Adriano Manglard. — 41. Un paese, di Paolo
Brilli. — 42. Un s. Girolamo, di Annibaie Caracci. — 43 e 44.
Due vedute di campagna. — 45. S. Girolamo, scuola del Mu-
ziano. — 46. S. Eustachio, maniera di Alberto Durerò. — 47.
Porto di mare, del Manglard.
gabinetto. — 1. Piccolo paese fiammingo. — 2. Costume a
chiaro di lume, di Gherardo delle Notti. — 3. Paese, dell’ Oriz-
Digitized by Google
32
Prima Giornata.
zonte. — 4. Bellissimo quadretto del Breughel, in cui rappre-
sentò una caccia. — 5. Paese fiammingo. — 6. Altro quadretto
a chiaro di lume, di Gherardo delle Notti. — 7. Paese, dell’Oriz-
zonte. — 8. Sorprendente paese fiammingo. — 9. Plori e frutta,
del Breughel. — 10. Paese fiammingo. — 11. Testa con tur-
. bante, del Rubens. — 12. Visione di s. Giovanni, del Breughel.
— 13. Quadretto fiammingo. — 14. Fiori e frutta, del Breughel.
— 15. Quadro fiammingo. — 16. Ritratto di donna, del Cara-
vaggio. — 17. Creazione dell’uomo, del Breughel. — 18. Qua-
dretto fiammingo. — In questo gabinetto osservasi un altrobu-
sto di donna Olimpia Pamphily, scolpito dall’ Algardi.
settima sala. — 1. Caduta del Velino, dell’ Orizzonte. —
2. Paese, del Tempestino. — 3. Paese, di Salvator Rosa. 4.
Paese, di Marzio Masturso. — 5. Burrasca fiamminga. — 6. Paese
di autore incognito. — 7. Paese, del Tempestino. — 8. Paese, di
Salvator Rosa, in cui rappresentò Belisario. — 9 e 10. Paesi, di
autori incogniti. — 11. Paese, del Tempestino. — 12. Combatti-
mento, di scuola fiamminga. — 13. Paese, di Agostino Tassi. —
14. Riposo in Egitto, del Both. — 15. Cascatelle di Tivoli, del-
l’Orizzonte.— 16. Paese, del Tempestino. — 17. Paese, di Apol-
lonio daBassano. — 18. Nevata, di Bartolommeo Fiammingo. —
19. Strage degl’innocenti, del Mazzolini. — 20. Paese, del Mon-
per. — 21. Paese, del Both. — 22. Veduta di un ponte, del Bas-
sano. — 23, 24 e 25. Veduta di antichi edifizi, del Viviani. — •
26. Veduta di una campagna romana, in cui si trita il grano. —
27. Paese, di Giacomo Spagnuolo. — 28. L’arca di Noè, copiata
da un originale del Bussano. — 29 e 30. Vedute del Foro Romano,
opere fiamminghe. ,
ottava sala. — 1. S. Pietro, dello Spagnoletto. — 2. Cena
in Emaus, del Bussano. — 3. S. Giovanni Battista, del Cara-
vaggio. — 4 e 5. Paesetti, del Locatelli. — 6. Turbine in cam-
pagna, dell’Orizzonte. — 7. Presa di Castro, del Borgognone,
in cui Carlo Maratta colorile figurine sulle nubi. — 8 e 9. Interni
di due studii, uno di pittura, l’altro di scultura, di Tommaso
Wych. — 10. Paese, dell’Orizzonte. — 11 e 12. Quadretti di
genere, di Niccola Berghem. — 13. Madonna, di Carlo Cignani.
— 14. Deposizione dalla croce, di Cecchino Salviati. — 15. La
cucina di Epulone, del Bassano. — 16. Lazzaro risuscitato dal
Salvatore, di autore incognito. — 17. Maria Vergine con alcuni
angoli, di Ludovico Caracci. — 18. Quadro con cacciagione,
dello Spadino. — * 19. Paese, del Bavarese. — 20. Paese, del
Monper. — 21. La podestà delle chiavi, di autore incognito. —
22. S. Sebastiano, di Ludovico Caracci.
Digitizetfby Google
Palazzo Porla.
33
nona sala. — 1. Burrasca, del Mulier. — 2, 3 e 4. Marine
fiamminghe. — 5. S. Antonio nel deserto, di Giacinto Brandi. —
6. Bel quadro con frutta, del Zenardi. — 7 e 8. Venditore di
pesce, e venditrice di erbaggi, di Gio. Battista Weeninx. — 9
e 10. Costumi con volatili e venditore di pesce, del suddetto. —
il. Cacciagioni e frutta, dello Spadino. ■ — 12. La cucina di
Epulone, di Luca Giordano. — 13. Burrasca, del Tempesta. —
14. Una marina, del Tempestino. — 15 e 16. Due belle marine
fiamminghe. — 17. Paese, di scuola napolitana. — 18. Paese, del
Botb, espressovi Gesù con alquanti angeb. — 19. Paese, del
Monper. — 20. Agar, scuola romana. — 21. Paese, delMonper.
— 22 e 23. Prospettive, del Yiviani. — 24 e 25. Paesi, del Bava-
rese.— 26. Battaglia, scuola del Borgognone. — 27 e 28. Paesi,
del Bavarese. — 29 e 30. Battaghe, del Graziani. — 31. Paese,
di Giovanni Spagnolo. — 32. Paese, del Martinotti. — 33. Paese,
di scuola napohtana. — 34. Paese, dell’Orizzonte. — 35. Paese,
del Monper.
decima sala. — 1. Paese con bestiame, del Roos. — 2. Bel
quadro con frutta, del Cassana. — 3 e 4. Cacciagione, dello
Spadino. — 5. Fiori di Mario di Nuzzi, detto Mario de' Fiori.
— 6. Cacciagione, di Andrea Vekiceven. — 7. Frutta, del Ze-
nardi. — 8. Altro quadro di cacciagione, del Vekiceven. — 9.
Pernici, dello Spadino. — 10 e 11. Due pregevob quadretti di
genere fiamminghi. — 12. Frutta, del Zenardi. — 13 e 14.
Paesi con animali, di Giovanni Roos. — 15. Frutta, del Cassana.
— 16. Fiori, di Mario de’Fiori. — 17. Cacciagione, dello Spa-
dino. — 18. Prospettiva, del Viviani. — 19. Frutta, del Novarra.
— 20. Altro quadro di frutta, del Zenardi. — 21 e 22. Caccia-
gione, dello Spadino. — 23 e 24. Quadri con frutta, di autore
incognito.' — 25. Frutta assai naturab, del Novarra. — 26.
Frutta dipinto sopra una tavola coperta con tappeto , opera
veramente hnpareggiabile del Zenardi.
gban galleria, primo braccio a sinistra. — 1. Gesù Bam-
bino adorato dagli angeli, di maniera antica. — 2. Sacra Fa-
miglia, rappresentata sopra masse di nubi, con al disotto due
santi francescani, di Garofalo. — 3. Paese colla Maddalena, di
Annibaie Caiacci. — 4. Galatea, di Pierino del Vaga. — 5. Una
sacra Famigha, del Breugliel. — 6. Paesetto fiammingo. — 7.
Altro paesetto fiammingo, detto di Torreggiani. — 8. Due
ipocriti, del Fabbro d’ Anversa. — 9. Sacra Famiglia, di Sas-
soferrato. ■ — 10. S. Eustachio, maniera di Alberto Durerò.
— 11. Madonna col Bambino in culla e due santi, di Gio-
2**
Digitized by Google
34
Prima Giornata.
vanni Miele. — 12. Un paesetto fiammingo. — 13. Deposizione
di croce, del Padovanino. — 14. Ritratto di un vecchio con ve-
ste nera, del Tiziano. — 15. Una sacra Famiglia, di Andrea del
Sarto. — 16. La creazione degli animali, del Breughel. — 17
e 18. Due vedute di Venezia, di Gaspare degli Occhiali. — 19.
Enea condotto all’inferno dalla Sibilla, del Breughel. — 20. Lot
colle sue fighe, di Gherardo delle Notti. — 21. Il figliuol pro-
digo, di Guercino. — 22 e 23. Due cantanti, di Gherardo delle
Notti. — 24. S. Giovanni, dello Schidone. — 25. Il Riposo in
Egitto, paese di Claudio Lorenese. — 26 . La visitazione di s. Eli-
sabetta, di Garofalo. — 27. Cena in campagna, di Francesco
Chatel. — 28 e 29. Quadretti, di Gherardo delle Notti. — 30.
Ritratto di donna che legge, di Luca d'Olanda. — 31. Lotta di
amorini e baccanti, di Francesco Gessi. — 32. Il riposo in Egitto
con un angelo che suona il violino, di Carlo Saraceni. — 33 e
34. Paesi, di Francesco Wallint. — 35. Gesù al Calvario, di
Paolo Brilli. — 36. Paese di Gaspare Pussino, in cui suo fratello
Niccolò dipinse la fuga in Egitto. — 37. Madonna col Bambino
e san Giovanni, di Andrea del Sarto. — 38. Le Nozze Aldobran-
dine, copia fatta da Niccolò Pussino. — 39. Ritratto di uomo in
veste rossa, del Tintoretto. — 40. Piccola Madonna col Bam-
bino, dello Schidone. — 41. Creazione della donna, del Maratta.
— 42. Veduta del Colosseo con paese, dell’Orizzonte. — 43. Una
marina con paese, opera fiamminga detta di Torreggiani. — 44.
Quadretto fiammingo. — 45. Maria Vergine in atto di adorare
Gesù Bambino, di Guido Reni. — 46. Quadretto di autore in-
cognito. — 47. Sacra Famiglia con s. Cecilia e s. Caterina, del-
l’ Albani. — 48. Paese, dell’Orizzonte. — 49. Un angelo suonante
il tamburello, di Paolo Veronese. — 50. Sacra Famiglia co-
piata da Giulio Romano da un dipinto del Sanzio. — 51. Cristo
che caccia i venditori dal tempio, di Dosso Dossi.
Anche gl’ interstizi delle finestre , tanto di questo primo brac-
cio quanto degli altri due che seguono , veggonsi decorati di
quadri-, ma essendo tutti, piò, o meno, di mediocre merito, sti-
miamo opportuno tralasciarne l'indicazione.
Secondo braccio. — l.S. Pietro che piange, di Giovanni Lan-
franco. — 2. Ecce Homo , di Lodovico Caracci. — 3. Un fau-
no, mezza figura, del Rembrandt. • — 4. Vecchio che legge, di
scuola bolognese — 5. S. Pietro , opera di Guercino. — 6. Maria
Vergine col Bambino e due santi, del Francia. — 7. Testa di
angelo, del Barocci. — 8. S. Pietro, di Guido. — 9. S. Paolo,
Digitized by Google
Palazzo Boria. 35
di Guercino. — 10. La Maddalena, del Calabrese. — 11. Cristo
in croce, di Giov. Maria Morandi. — 12. S. Francesco con due
angeli, di Annibaie Caracci. — 13. Disputa di Gesù coi dottori,
del Mazzolino. — 14. Bartolo e Baldo, ritratti sorprendenti co-
loriti da Raffaele Sanzio. — 15. S. Girolamo, del Caracci. —
16. Gesù alla tomba, del Mazzolino. — 17. Ritratto di un uomo
con libro in mano, del Tiziano. — 18. Ritratto di un giudice,
del Pordenone. — 19. Ritratto di donna, del Rubens. — 20.
Quadretto di genere, di David Rykaert. — 21. Ritratto di una
vedova, del Van-Dyck. — 22. La Maddalena assisa, di Carlo
Saraceni. — 23. Ritratto con lunghi capelli, del Tiziano. — 24.
Calvino, Lutero e Caterina, del Giorgione. — 25. Il primo ele-
mento, l’Aria, del Breugkel. — 26. Il sacrifizio di Abramo, del
Tiziano. — 27 e 28. Paesi ovali, di Domenichino. — 29. Pae-
se, di Goffredo Waals. — 30. Secondo elemento, la Terra, del
Breugkel. — 31. Ritratto dipinto dal Tiziano. — 32. Ritratto di
uomo con mantello, del suddetto. — 33. Ritratto di un principe
Pamphily, del Van-Dyck. — 34. Ritratto di un giudice, di Lo-
renzo Lotto. — 35 e 36. Vedute con costumi, dell’Ossenbeck.
— 37. Ritratto della moglie di Rubens, dipinto dal medesimo.
— 38. Ritratto di donna, della scuola di Van-Dyck. — 39. Ri-
tratto, di Scipione da Gaeta. — 40. Erodiade, del Pordenone.
— 41 e 42. Paesetti fiamminghi. — 43. Adorazione dei Magi, di
Annibaie Caracci. — 44. Il presepe, del Parmigianino. — 45.
Sansone che beve alla mascella, di Guido Cagnacci. — Busto
in marmo del celebre ammiraglio Andrea Boria. — 46. Ma-
donna col Bambino, del Parmigianino. — 47. La Concezione,
del Beccafumi. — 48 e 49. Vedute con costumi, dell’Ossenbeck.
— 50. Ritratto d’un francescano, del Rubens. — 51. Carlo II,
del Giorgone. — 52. Ritratto di Giansenio, del Tiziano. — 53.
Giovanna II regina di Napoli, opera maravigliosa di Leonardo
da Vinci. — 54 e 55. Paesetti fiamminghi. — 56. La Maddalena,
del Tiziano. — 57. Ritratto di un poeta, del med.. — 58. Gesù
incontrato dalla Veronica, di Niccolò Frangipane. — 59. Mezza
figura di donna, di Gherardo delle Notti. — 60. Terzo elemento,
l’Acqua, del Breughel. — 61. Nascita di Gesù, di Gio, Batt.
Benvenuti, detto l'Ortolano. — 62. Cristo condotto al Calvario,
di antica scuola fiamminga — 63. La creazione d’Èva, del Breu-
ghel. — 64. Paese con effetto d'inverno, scuola di Téniers. —
65. Quarto elemento, il Fuoco, del Breughel. — 66. Sacra Fa-
miglia con paese, di Benvenuto Garofalo. — 67. Ritratto d’uo-
mo con fiore in mano, di Pietro Tysses. . — 68. Ritratto di un
Digitized by Google
36
Prima Giornata.
duca di Ferrara, del Tintoretto. — 69. La Gloria che corona la
Virtù, abbozzo di Coreano. — 70. Il paradiso terrestre, del
Breughel. — 71. Ritratto d’uomo con fioro in mano, del Rubens.
— 72. Ritratto d’uomo con veste guarnita di pelo, del Moroni.
— 73 Un giovane in ginocchio, di Guercino. — 74. San Fran-
cesco, del Caracci. — 75. S. Girolamo, del Mascherino. • — 76.
Convito in campagna, di David Téniers. — 77. Mezza figura eli
donna, del Kolben. — 78. Riposo in Egitto, di Luca Leyden.
detto Luca d’Olanda. — 79. Gesù in croce, del Muziano. — 80.
Ritratto di Tiziano con la sua moglie, quadro dipinto da esso
stesso. — 81. Gesù in croce, scuola de’C'aracci. — 82. Figurine
sopra una rupe, di Salvator Rosa. — 83. Piccolo ritratto di
donna, di autore incognito. — • 84. Sacra Famiglia, di Garofalo.
— 85. Predicazioni di s. Giov. Battista, del Trevisani. — 86.
Testa con turbante, copia di un originale del Rubens. — 87. Ma-
donna, di Gio. Morini. — 88 e 89. Piccoli paesi, di autore inco-
gnito. — 90. Il Salvatore, del Morini. — 91. Ritratto di donna,
del Tiziano. — 92. La nascita di Gesù, del Trevisani.
Terzo braccio. — 1. Assunzione, lunetta di Annibaie Caracci.
— 2. Ritratto di donna Olimpia Pampbily, di autore incognito.
— 3. Sibilla, di Massimo Stanzioni. — 4. Porto di mare, del
Rubens. — 5. Paese di Claudio da Lorena, con Mercurio che
invola i buoi ad Apollo. — 6. La fuga in Egitto, lunetta di An-
nibaie Caracci. — 7. S. Girolamo, dello Spagnoletto. — 8. Ri-
tratto d’uomo con gran collare, del Van-Dyck. — 9. San Gio-
vanni, di M.r Valentin. — 10. Ritratto della moglie di Tiziano,
dipinto da esso stesso. — 11. Ritratto di Macchiavelli, del Bron-
zino. — 12. Il Molino, paese di Claudio da Lorena. — 13. Paese
colla fuga di Giacobbe, del Bassano. — 14. La Visitazione, lu-
netta di Annibaie Caracci. — 15. Ritratto di un giovane, di au-
tore incognito. — 16. Gesù in croce, del Bonarruoti. — 17. In-
torno prospettico in cui è effigiata la s. Vergine col Bambino, di
Giovanni Meire. — 18. La Pietà, di Annibaie Caracci. — 19. La
Natività, lunetta dello stesso. — 20. Gesù in croce, di Scipione
Gaetano. — 21. S. Caterina, di Garofalo. — 22. Un eremita,
del Meire. — 23. Paese di Claudio da Lorena, con il sagrifizio
di Apollo. — 24. Paese del Bassano, in cui rappresentò il Re-
dentore tentato dal demonio sulla sommità della rupe. — 25. S.
Rocco medicato dall’angelo, di Bartolommeo Schidone. —
26. Ritratto, dipinto dal Mazzolo. — 27. Altro ritratto, del Gior-
gione. — 28. L’adorazione de’ Màgi, lunetta di Annibaie Ca-
racci. — 29. Ritrattq di Lucrezia Borgia, di Paolo Veronese. —
Digitized by Google
Palazzo Porla.
3 1
30. Endimione, di.Guercino. — 31. Sacra Famiglia, di fra Bar-
tolommeo das. Marco. — 32. Porto di mare, del Rubens. —
33. Paese con Diana cacciatrice, di Claudio da Lorena. — 34. La
sepoltura di G. Cristo, limetta di Annib. Caracci. — 35. Ritratto
di Caterina, detta la Vannozza, di Dosso Dossi da Ferrara.
gabinetto. — 1. Ritratto di un letterato, d’autore incognito.
— 2. Ritratto dell’ammiraglio Andrea Doria, di Sebastiano del
Piombo. — 3. Ritratto di Giannetto Doria, opera del Bronzino. —
4. Ritratto di s. Filippo Neri, fanciullo, del Barocci. — 5. Ri-
tratto d’Innocenzo X Pamphily, di Diego Velasquéz. — 6. De-
posizione dalla croce, di Giovanni Emelinpk.
Il quarto braccio, che compie il quadrato della gran galleria,
è splendidamente decorato di ricchi specchi, di dorature, di pre-
gevoli statue antiche, e di belle pitture a fresco de’ fratelli Me-
larli ecc. ; e tal decorazione, in cui sfoggia la ricchezza ed il buon
gusto, presenta un colpo d’occhio magnifico e sorprendente.
Ma, oltre a quanto abbiamo sinora osservato, questo dovizio-
sissimo palazzo racchiude nel suo seno non poche altre mera-
viglie; poiché va anche ricco di un superbo museo di antiche
sculture, di una classica collezione di paesi di G. Pussino, e di
molti altri quadri di rinomati maestri: queste opere adornano la
sala da ballo, quella del trono, la cappella ecc. ; ma tali rarità
non sono visibili che con particolare permesso del principe.
Incontro alla facciata principale del palazzo Doria, rispon-
dente sul Corso, si trova il palazzo, già dell'Accademia di Fran-
cia (N.° 275), ed oggi posseduto dal duca Salviati della casa
Borghese: il bel prospetto è architettura di Carlo Rainaldi.
Proseguendo il cammino lungo il Corso, si giunge sullaj9/«zz«
rii Venezia, sul cui angolo destro, appena si sbocca in essa, sorge
il palazzo, altre volte Rinuccini (N.° 130). Ivi dimorò a lungo e
morì madama Letizia, madre di Napoleone I , la quale compe-
ndio, e lo lasciò, morendo, ai nipoti, figli di Luciano Bonaparte:
questo palazzo fu eretto co’ disegni di Matteo De Rossi. — A si-
nistra della piazza di Venezia è il
PALAZZO TOIU-OMA (SI. 133).
Questo palazzo fu fatto edificare dalla famiglia Bolognetti con
architetture di Carlo Fontana. Sul principio del corrente secolo
comperollo il duca Giovanni Torlonia, il quale ne procurò l’ab-
bellimento. Il principe Alessandro suo figlio, seguendo l’esem-
pio del padre, l’ha reso così magnifico ed imponente, che vuoisi
Digitized by Google
38 Prima Giornata.
riguardare come uno dei più splendidi ed eleganti di Roma. Sif-
fatti abbellimenti vennero eseguiti colla direzione e co’ disegni
di Sigismondo Carretti. Questo palazzo contiene un teatro, un
ippodromo, ed una galleria. Quest’ultima è ricca di scelti quadri
d’autori insigni, e di antiche opere di scultura. Gli apparta-
menti, fomiti di mobili di assai buon gusto, e d’una ricchezza
sorprendente, furono decorati con pitture de’ migliori artefici
moderni. In una vasta sala, eretta a bella posta, si ammira il bel
gruppo colossale di Ercole e Lica, opera lodatissima del Ca-
nova. — Incontro a questo palazzo sorge il
PALAZZO DI VENEZIA.
Quest’immenso e colossale edifizio, di severa e semplice- ar-
chitettura, e coronato di merli, appartenuto già alla repubblica
di Venezia, diede il nome alla piazza ove ha termine il Corso.
Esso fu eretto nel 1468, ai tempi di Paolo II , con disegni di
Giuliano da Maiano, il quale si valse delle pietre cadute dal Co-
losseo . Parecchi pontefici vi dimorarono , e Carlo Vili re di
Francia lo abitò nel 1494, allorquando si recava a conquistare il
regno di Napoli. Clemente Vili lo donò alla repubblica di Ve-
nezia perchè servisse di dimora ai suoi ambasciadori presso la
santa Sede. Oggi appartiene a S. M. l’imperatore d’Austria, e
serve di residenza alla sua legazione. — Congiunta a questo pa-
lazzo, dal lato meridionale, è la
CHIESA DI S. MARCO.
Il pontefice s. Marco, nel 336, edificò questa chiesa. Dopo es-
sere stata più volte risarcita, fu rifabbricata dalle fondamenta,
nell’833, da Gregorio IV. Poscia, nel 1468, Paolo II, veneziano,
conservando l’antica tribuna adorna di musaici, la riedificò as-
sieme al palazzo annesso, colla direzione di Giuliano da Maiano.
In fine essa venne per intero ristorata ed abbellita di stucchi do-
rati e di pitture, a spese del card. Quirini.
Il quadro della prima cappella a destra è del Palma, celebre
pittore veneziano; quello della seconda è di Luigi Gentili; Carlo
Maratta dipinse il quadro della terza, ed il cav. Gagliardi eseguì
quello della quarta. Il s. Marco nella cappella in fondo alla nave
fu colorito da Pietro Perugino, ed i laterali appartengono alBor-
gognone. Dei tre quadri nella tribuna, quello di mezzo è del
Romanelli. I laterali sono del ricordato Borgognone. Il dipinto
Digitized by Google
Sepolcro di C. Poblicio Bibulo. 39
dell’altare vicino alla sacristia venne condotto da Ciro Ferri;
quello dell’altare successivo è del Mola. Il bassorilievo nella cap-
pella del beato Gregorio Barbadigo fu scolpito da Ant. Deste.
Uscendo da questa chiesa per la porta maggiore, dopo per-
corsa la breve via di s. Marco, che rimane a sinistra, voltando
a destra, viene subito di contro la via di Mar/orio, ove non
appena posto il piede, veggonsi a sinistra gli avanzi del
SEPOLCRO DI C. POBLICIO BIBI LO.
A senso della seguente iscrizione, incisa su questo antico mo-
numento sepolcrale, il luogo ove fu eretto venne concesso dal
senato e popolo romano a C. Poblicio Bibulo, edile del popolò,
in considerazione de’meriti suoi.
C. POBLICIO L. F. BIBVLO .ED. PL. HONORIS
VIRTVTISQVE CAVSSA SENATVS
CONSVLTO POPVLIQVE IVSSV LOCVS
MONVMENTO . QVO . IPSE POSTEREIQVE
EIVS . INFERRENTVB ^WÌLICE . DATVS . EST
Allorquando venne eretto questo monumento, esso trovavasi
fuori delle mura di Servio Tullio, e propriamente in un bivio
uscendo dalla porta Ratumena, giacché l’iscrizione rimasta in-
tatta sulla faccia occidentale, era replicata anche sulla meridio-
nale, ove ne rimangono delle tracce. Quando il recinto venne
ampliato, questo monumento, come pure molti altri della medesi-
ma specie, vi rimasero compresi: altrettanto avvenne di quello della
gente Claudia, posto poco lontano. Il sepolcro di Bibulo, al pari
di quelli degli Scipioni, di Caio Cestio, di Cecilia Metella e di
Servilio Quarto, le iscrizioni dei quali sussistono ancora, sono
molto ben conservati, in ispecie i primi quattro, e meritano d’es-
sere considerati come i più importanti monumenti sepolcrali del-
l’antica Roma. Quello di cui qui si tratta è in travertini e de-
corato con quattro pilastri sorregenti una bella cornice, i quali
hanno questo di singolare, che vengono diminuendosi dalla metà
tino alla parte superiore. Il monumento si componeva di due or-
dini, ma oggi l’ordine primo rimane per intero sepolto nel suolo.
Tornando alla piazza di Venezia, e quindi al palazzo di tal no-
me, incontro alla facciata principale del medesimo, la quale si
estende lungo la spaziosa via del Gesù, vedesi quella parte del
palazzo Boria che fu eretta nel 1743 dai principi Pamphily, coi
disegni di Paolo Amalj, ved. a pag. 26, il quale vi fece due in-
Digitized by Google
40
Prima Giornata.
greesiassai meschini per la grandezza dell’edifizio (N.1 107 e 112).
Segue immediatamente il palazzo Grazioli, rinnovato ed aggran-
dito con architetture del cav. Antonio Sarti; poscia viene il gran
palazzo Altieri, uno de’più belli e vasti di Roma, eretto nel pon-
tificato di Clemente X, che era di tale famiglia, con disegno di
Giovanni Antonio De Rossi. Nel primo ripiano della scala si vede
la statua d’un prigioniero barbaro. L’ingresso principale di questo
palazzo (N.° 94) risponde sulla piazza della chiesa del Gesù, e ri-
mane di rimpetto al palazzo Petroni, ora Bolognetti (N.®46),
fabbricato colla direzione del cav. Fuga.
CHIESA DEE GESÙ*.
*
Questa magnifica chiesa è senza dubbio una delle più grandi e
delle più ricche di Roma. Essa venne edificata nel 1575 dal card.
Alessandro Farnese co’disegni del rinomato Vignola, il cui sco-
lare Giacomo Della Porta la prosegui, facendo erigere la cu-
pola e la facciata adorna con pilastri corintii e compositi, divisi
in due ordini.
L’interno, veramente maestoso, è decorato con pilastri com-
positi, con istucchi messi ad oro, con isculture in marmo, e con
buone pitture. 1 pilastri suddetti, che erano già d'opera muraria,
acquistarono assai maggiore bellezza, mercè la generosità del
principe Alessandro Torlonia, il quale, nel 1861, feceli rinnovare
in giallo di Verona con basi di marmo bianco venato; ed al me-
desimo si devono pure degli altri abbellimenti che accrescono la
ricchezza di questa chiesa, fra’ quali il sontuoso frontespizio che
ne decora la porta principale.
La cappella a destra, sotto la crocera, venne eretta con dise-
gno di Pietro da Cortona, ed è abbellita di scelti marmi, e di
quattro belle colonne fra le quali osservasi un quadro rappresen-
tante la morte di s. Francesco Saverio, opera di Carlo Maratta.
L’altar maggiore, fatto di nuovo nel 1,842, è decorato di pre-
ziosi marmi, e diedene il disegno il cav. Antonio Sarti, che vi
conservò le quattro rare colonne di giallo antico, esistenti già
sul primitivo altare architettato da Giacomo Della Porta. Il qua-
dro, esprimente la circoncisione di Gesù, cheosservasi su di esso
altare, è uno de’ buoni dipinti del Capalti, e venne sostituito a
quello condotto dal Muziano rappresentante il soggetto medesi-
mo. Vicino al detto altare, a sinistra di chi lo guarda, è il sepol-
cro del card. Bellarmino, il cui busto fu scolpito da Pietro Ber-
nini. Gli affreschi nella volte della tribuna, quelli della gran cu-
Digilized by Google
Chiesa, del Gesù.
41
pula e de’suoi petti, come pure gli altri nell’ ampia volta della
chiesa, ove si scorge s. Francesco Saverio portato in cielo, pos-
sono annoverarsi fra le migliori opere del Baciccio.
A sinistra, sotto la crocera, si ammira la splendida cappella
di s. Ignazio, eretta co’disegni del P. Pozzi, gesuita. Questa cap-
pella, una delle più ricche di Roma, è decorata con quattro su-
perbe colonne incrostate di lapislazzuli, e listate di metallo do-
rato, del qual metallo sono anche le basi ed i capitelli. I piedi-
stalli di dette colonne, la cornice ed il frontespizio che sosten-
gono, sono di verde antico. Nel mezzo del frontespizio risalta un
gruppo in marmo bianco, rappresentante la ss. Trinità, scolpito
da Bernardino Ludovisi, eccettuata la figura di Cristo che è la-
voro di Lorenzo Ottone. Il globo terraqueo retto dagli angeli
che fanno parte di questo gruppo, è formato del maggior masso
di lapislazzuli che siasi sin qui veduto. Il quadro dell'altare, rap-
presentante s. Ignazio, fu condotto dal P. Pozzi, e dietro al qua-
dro stesso è collocata la statua del santo in argento. Il corpo di
lui riposa sotto l’ altare entro un’ urna di bronzo dorato ricca di
pietre preziose, e di bassorilievi, tanto in bronzo dorato quanto
in marmo bianco, rappresentanti diversi fatti della vita del santo.
Dai lati dell’altare si ammirano due eccellenti gruppi in marmo,
uno de’ quali venne scolpito daGiov. Teudon, e rappresentala
Fede adorata dai più barbari popoli; l’altro, eseguito da M.r Le
Gros, esprime la Religione, la quale, stringendo la croce nella
sinistra, fulmina colla destra l’Eresia, rappresentata sotto l'effi-
gie d' un uomo con un serpe, e di una decrèpita femmina. I di-
pinti nella volta di questa cappella, sono del suddetto Baciccio.
La descritta chiesa appartiene ai pp. della compagnia di Ge-
sù, e nell’annesso edifizio, che serve ai medesimi di casa profes-
sa, risiede il loro generale. Questa ampia fabbrica fu eretta dal
card.Odoardo Farnese con architetture di Girolamo Rainaldi.
Uscendo dalla porta grande della descritta chiesa, e volgendo
a sinistra per la via di Aracoeli. si offre allo sguardo la stupenda
prospettiva del moderno Campidoglio, a cui fa bel contraposto il
disadorno e grezzo prospetto della cliiesa di Aracoeli, e più an-
cora l'immensa scalinata per cui vi si ascende. Questa scalinataè
di 124 gradini, formati di pezzi di marmo bianco di specie diver-
se, presi da antichi edifizi di Roma, e particolarmente dal tempio
di Venere e Roma. Un’iscrizione collocata a sinistra della porta
grande della suddetta chiesa ed altri documenti, provano che
questa scalinata venne costruita l'anno della pestilenza 1348, col
prodotto delle elemosine dei fedeli, da certo maestro Lorenzo,
artefice del rione Colonna.
Digitized by Google
42
ITINERARIO
DI ROMA
SECONDA GIORNATA
DAL CAMPIDOGLIO AL LATERANO.
MONTE CAPITOLINO.
Questo monte, uno dei più celebri dell’antica Roma, ebbe il no-
me che porta ai tempi di Tarquinio Prisco, allorquando, scavan-
dosi le fondamenta del tempio di Giove, si rinvenne un capo
umano (caput), il quale fu dagli auguri riguardato come un pre-
sagio che la città sarebbe un giorno la capitale del mondo. An-
tecedentemente fu detto Saturnius, perchè Saturno v'ebbe di-
mora, fabbricandovi una città che appellò Saturnia: e Tarpeius,
dopo la morte di Tarpeia, figlia d’ un capitano posto da Romolo
su questo colle per difenderlo contro i Sabini. La sua forma
presenta una ellisse irregolare che curva le sue estremità verso
l’ovest. I due vertici che sorgono alle estremità di essa ellisse
vennero contraddistinti dagli antichi co’nomi di Capitolium e di
Arx ; il primo a causa del tempio di Giove Capitolino, l’altro a
motivo della cittadella o fortezza di Roma, ivi eretta: il primo
rimane verso il nord, il secondo verso l’ovest. Queste due som-
mità sono separate da una piccola valle, che fu detta per ciò, In-
termontium . Questo colle ha circa 4400 piedi romani antichi di
circonferenza, e 150 di altezza sul livello del mare .
Anticamente il monte Capitolino era circondato con mura da
ogni canto, e non si rendeva accessibile se non verso il Foro, da
dove vi si saliva per tre strade, cognite co’nomi di Clivus sacer,
o Clivus asyli, Clivus Capitolinus, Centum gradus rupis Tar-
peiae. La prima, eh’ ora si direbbe salita sacra o dell’ asilo, era
cosi detta perchè si poteva riguardare come un proseguimento
della via Sacra, e perchè conduceva all’ asilo aperto da Romolo
nell ' Intermonzio. Per questa strada i trionfatori salivano al tem-
Digitized by Google
Monte Capitolino. 43
pio di Giove Capitolino, e la direzione di essa seguiva il retti-
lineo della cordonata per la quale oggi si ascende dall’ arco di
Settimio Severo al Campidoglio. La salita Capitolina, ossia Cli-
vus Capitolini componevasi di due rampe, una delle quali an-
dava dal Foro all’ arco di Tiberio, ove oggi esiste lo spedale delle
donne ferite, detto della Consolazione; e l’altra era una prose-
cuzione di detta via, di cui si scorge il lastrico al di là della co-
lonna di Foca. Esse due rampe si riunivano dietro il tempio della
Fortuna, sotto la casa moderna formante angolo, e di quivi s’ in-
dirizzavano del pari verso l’ Intermonzio, passando innanzi all’in-
gresso del portico del Tabulario, e sotto la torre colle armi di
Bonifazio IX da cui venne eretta. Si scorgono gli avanzi dell’an-
tico lastrico di tale salita fra i tempii della Fortuna e di "Vespa-
siano, e inferiormente alla torre sudd.* La terza salita, cominciava
dal Foro, ed era denominata dei cento gradini della rocca Tar-
peia, perchè era stata costrutta a foggia di gradini tagliati nel
tufo, ed essa terminava alla cittadella vicino alla rocca Tarpeia.
La cittadella, Arx era in tutto divisa dal resto, e circondata
da mura e da torri quadrate, anche verso l’ Intermonzio . Le
mura seguivano l’ andamento irregolare del cigliare del monte,
ed erano formate con grandi massi rettangolari di pietra vulca-
nica o tufo grigiastro, conforme si può vedere in una specie di
corridoio sotto il palazzo già Caffarelli. Tali fortificazioni furono
eseguite da Camillo, dopo la ritirata dei Galli, siccome leggesi
in Livio. Nella fortezza, Arx, erano, la casa o piuttosto la ca-
panna di Romolo, quella di Tazio, e quella di Manlio Capitolino,
il quale impedì ai Galli la presa del Campidoglio. Dopo il giudi-
zio e la morte di questo uomo ambizioso, fu atterrata la sua casa,
e suh’area di essa fu eretto il tempio di Giunone Moneta. In que-
sto luogo vedevasi pure il tempio di Giove Feretrio, eretto da
Romolo per deporvi le spoglie opime prese ad Acrone re dei
Cenninesi. Dopo Romolo ebbero questa gloria, Cornelio Cosso
che uccise Tolunnio re dei Veienti, e Marcello il quale uccise
"Viriodomaro re dei Galli. Questo tempio era così piccolo, che,
conforme ci attesta Dionisio d’Alicarnasso, quando fu riedificato
da Augusto non avea se non 10 piedi romani antichi in lun-
ghezza su 6 di larghezza. Ivi erano anche altri templi ed are,
dimodoché, aveva il nome di Arx sacrorum, fortezza de’ sacri-
fizi. La Curia Calabra, sala di dove il pontefice minore annun-
ziava al popolo il rinnovarsi della luna per regolare il calendario,
rimaneva sulla cittadella a lato alla capanna di Romolo.
Nella parte settentrionale dell’ Intermonzio era l’Asilo, circuito
stabilito in origine da Romolo per accrescere la popolazione
Digilized by Google
44
Seconda Giornata.
della sua città. Innanzi all’ Asilo esisteva il tempietto di Veiove.
Interni on:io comprendeva anche dei portici, fra’ quali si cita
quello di Scipione Nasica, e l’ A trium publicum. Di verso il lato
meridionale dell’ Interni onzio esistevano: il Tabulario, l’Ateneo,
scuola delle arti liberali, fondata da Adriano, e la Bibhoteca
Capitolina.
Sulla sommità ove oggi esiste la chiesa d’ A raeoeli, ergevasi
il celebre tempio di Giove Capitolino, detto anche Giove Ottimo
Massimo, fatto edificare da Tarquinio Superbo in adempimento
del voto di Tarquinio Prisco all’occasione dell’ultima guerra
contro i Sabini, il quale avevane pattate le fondamenta. Essendo
stato soggetto a tre incendii, fu rifabbricato successivamente da
Siila, da Vespasiano e da Domiziano. Il suo circuito, dopo la rie-
dificazione di Siila, era di T70 piedi romani antichi, la sua lun-
ghezza, secondo Dionisio d’ Abcamasso, ascendeva a 200 piedi,
e la larghezza a 185. Il prospetto guardava il mezzogiorno,
avendo innanzi un portico composto di un triplice ordine di co-
lonne sul davanti, e d’un ordine doppio lateralmente. La sua
cella, o sala, si divideva in tre navate: in fondo alle due laterali
esistevano due edicole, o cappelle, ima sacra a Giunone, l’altra
a Minerva; l’edicola della navata di mezzo era sacra a Giove.
Questo tempio era un’ imitazione di quello antecedentemente
eretto da Numa sul Quirinale, chiamato poi il Campidoglio an-
tico. per distinguerlo dal nuovo di cui trattiamo. Innanzi al tem-
pio in discorso i trionfatori sacrificavano in rendimento di grazie
per le vittorie ottenute. Nella corte che precedeva il tempio,
chiamata Area Capitolina , circondata da portici, si dava il gran
banchetto trionfale dopo il sacrifizio. Ai tempi dell’imperatore
Onorio quest’ edifizioera ancora integro, e fu Stilicone che co-
minciò a spogliarlo d’una parte de’ suoi ornamenti. Genserico,
nel 455, tolse la metà delle tegole di bronzo dorato che lo copri-
vano: nell’ Vili secolo esso cadde in rovina, e nell’ XI se n’ era
perduta ogni traccia. — Veniamo ora al
CAMPIDOGLIO MODERNO.
Esso è affatto diverso dall’antico; e sebbene non presenti più
allo sguardo quella severa e formidabile maestà, tuttavia an-
dando ricco di oggetti preziosi per antichità e por isquisitezza
d’ arte, rendesi uno dei più interessanti luoghi di Roma. La sua
moderna decorazione si deve al pontefice Paolo III, che eresse
le due fabbriche laterali con architetture di Michelangelo, facen-
Digitized by Google
fflAM IP E3& K> Z e?
Digitized by Google
Campidoglio Moderno. 45
do rinnovare il prospetto del palazzo Senatorio, ed aprendo an-
che l’ampia salita che rimane al nord-ovest. Egli fece costruire
eziandio, co' disegni del ricordato artista, la bella e spaziosa cor-
donata per cui vi si ascende dalla piazza d ' Araco eli.
Ove hanno principio le due balaustrate fiancheggianti questa
cordonata, si osservano due belli leoni di granito nero in istile
egizio, i quali gittano acqua dalla bocca in sottoposte conche:
ossi vennero qui trasferiti, d’ ordine di Pio IV, dalla chiesa di
s. Stefano del Cacco, innanzi a cui stavano collocati, e dove fu-
rono scoperti.
In cima alla cordonata si elevano, su grandi piedistalli, le
statue colossali di Castore e Polluce, scolpite in marmo pente-
lico, aventi a lato i loro cavalli. Esse vennero trovate ai tempi
del surricordato pontefice, vicino alla Sinagoga degli ebrei, e
Gregorio XIII fecele trasportare ove ora si veggono. Presso tali
statue si scorgono due belli trofei in marmo, conosciuti col no-
me di trofei di Mario; ma la loro scultura sembra appartenere
all’ epoca di Settimio Severo. Questi trofei stavano al loro posto
sull'Esquilino, servendo di decorazione ad un’antica fontana,
conosciuta col nome di castello dell’acqua Giulia, ove restarono
fino a che Sisto V non li ebbe fatti trasportare nel luogo attuale.
Lo stesso papa volle qui collocate le statue di Costantino Augu-
sto, e di Costantino Cesare, scoperte sul Quirinale entro le terme
di Costantino. Finalmente, delle due colonne che qui si scorgo-
no, quella a destra ascendendo, indicava il primo miglio della
via Appia, ove si trovò nel 1584; 1’ altra dal canto opposto, ap-
partenne del pari alla stessa via ed indicava il settimo miglio.
Questa fu quivi collocata nel 1854.
Il principale ornamento della piazza di Campidoglio, che forma
un quadrato perfetto, è la superba statua equestre di Marco Au-
relio, fusa in bronzo, anticamente dorata, la quale, dal medio evo
in poi, esisteva vicino alla basilica Lateranense, ove rimaneva
obbliata. Sisto IV la fece erigere sulla stessa piazza delLaterano,
e Paolo III ordinò che venisse trasferita nella piazza in cui l’am-
miriamo, ponendola su di un gran piedistallo di marmo. È questa
l’ unica grande statua equestre in bronzo delle molte dell’ antica
Koma, che sia giunta fino a noi. Michelangelo Bonarruoti, col-
la cui direzione venne quivi eretta, faceva di essa grandissimo
conto. — La piazza del Campidoglio è circondata da tre edifizi:
quello di mezzo è il
Digitized by Google
46
Seconda Giornata.
PALAZZO SENATORIO.
Questo palazzo fu eretto da Bonifazio IX a foggia di fortezza, .
sugli avanzi dell’antico Tabulario, perchè servisse di residenza
al senatore di Roma. Paolo III, volendo abbellire il Campidoglio,
ne incaricò, come si disse, il Bonarruoti, il quale rinnovando il
prospetto di questo palazzo lo decorò con pilastri corintii. In-
nanzi ad esso è una bella scala a due rampe, ornata al di sotto
d’una gran fontana eretta per ordine di Sisto V, e decorata con
tre statue antiche: quella di mezzo, in marmo bianco, con pan-
neggiamento di porfido, rappresenta Minerva assisa, e fu trovata
a Cora: le altre due in marmo pario, scolpite in colossali dimen-
sioni, figurano il Nilo ed il Tevere: esse appartengono all’epoca
degli Antonini, e provengono dal tempio di Serapide, esistente
già sul Quiripale, ove in oggi è la villa Colonna.
La suddetta scala, a due rampanti, conduce in uno sterminato
salone, ove si scorgono le statue dei pontefici Paolo III e Gre-
gorio XIII, oltre quella di Carlo d’Angiò, re di Napoli, il quale
nel secolo XIII tenne la dignità di senatore di Roma, Il campa-
nile che sorge al disopra del descritto palazzo, fu ere to da Gre-
gorio XIII co’ disegni di Martino Longhi il vecchio. Dal detto
campanile si ha la più estesa veduta di Roma e de’ suoi contorni.
La loggia da cui si gode tal vista, è decorata con una statua di
Roma cristiana che tiené la croce, la cui sommità si trova a 93
metri sul livello del mare.
Nel 1650 il palazzo Senatorio fu considerevolmente rinnovato
nel suo interno, con architetture di Enrico Calderari, per collo-
carvi tutti gli uffizi del comune di Roma. In tale occasione venne
aperto, dal lato della rupe Tarpeia, un bell’ingresso, pel quale,
mediante un’ ottima scala, si ascende ai suddetti uffizi, -r- Al
principio di essa scala si trova l’ingresso del
TABCLARIO.
Il Tabulario prese il nome dalle tavole di bronzo che v’erano
custodite, contenenti i senatus-consulti ed i decreti del popolo,
i trattati ih pace e di alleanza, ed altri documenti pubblici.
Quinto Lutazio Catulo, console nel 676 di Roma, e successore
di Siila nella dittatura, eresse questo magnifico edilìzio. Esso ri-
mase incendiato all’occasione d’un combattimento fra’ soldati di
Vitellio e quelli di Vespasiano, e venne ristorato da quest’ultimo
imperatore, il quale, secondo Svetonio, vi rifece tremila tavole
Digitìzed by Google
Tabulario. 47
in bronzo, facendo ricercare in tutto l’impero gli esemplari degli
atti pubblici.
Il prospetto degl’imponenti avanzi del gran portico del Tabu-
lario, risponde sotto il palazzo Senatorio dal lato rivolto verso il
Foro, di dove si ammira anche la stupenda sostruzione su cui
riposa. Esso è d’ordine dorico, in grandi massi di pietra gabina
(sorta di peperino), eccettuati i capitelli ed il cornicione che sono
di travertino.
In seguito delle moderne scoperte fatte in questo edifizio, si
conobbe distintamente la distribuzione delle diverse sale che ri-
manevano sopra, ed in qual modo, p§r mezzo d’una scala pra-
ticata in una di esse sale, si era prontamente in comunicazione
col Foro, passando sotto il piano del suddetto portico. Si sco-
persero anche due grandi scale, le quali, corrispondendo con
quella pur ora ricordata, conducevano ai diversi piani dell'edi-
fizio, e si deve ritenere che, mediante un altro portico, esso si
estendesse fino alla valle (intermovtium ) del Campidoglio. Ag-
giungeremo in fine, che il portico da noi veduto, fu destinato
specialmente nel medio evo, a differenti usi, e soprattutto a ma-
gazzino di sale ed a prigione. — Tornando sulla piazzo di Cam-
pidoglio, visiteremo primieramente il Museo Capitolino, esi-
stente in yno dei due palazzi d’architettura uniforme, e precisa-
samente in quello a sinistra di chi osserva il palazzo Senatorio.
MUSEO CAPITOLINO.
Il pontefice Clemente XII diede principio a questo ragguar-
devole Museo, il quale poi venne considerabilmente arricchito
dai suoi successori.
N. B. Stantechè spesso vengono mutati di luogo gli oggetti,
è facile che il lettore non trovi ogni cosa al posto che indichia-
mo; la quale avvertenza facciamo anche pel museo Vaticano, le
gallerie pubbliche , e quelle de' princìpi romani.
cortile. — Nel fondo del cortile grandeggia la bella statua
colossale giacente dell’Oceano, cognita col nome di Marforio;
nome che gli derivò dal Foro di Marte o di Augusto, vicino a
cui era posta. Dai lati di questa statua stanno due satiri, ristau-
rati a foggia di cariatidi, i quali erano nel palazzo Valle: essi
furono trovati vicino alla piazza a cui fecero dare il loro nome,
e che rimane nelle vicinanze ove fu il teatro di Pompeo. All’ in-
torno del cortile veggonsi alquanti busti di poca importanza ;
Digitized by Google
48
Seconda Giornata.
ma però sono molto interessanti parecchie iscrizioni relative ai
pretoriani, scoperte vicino alla, villa già Albani, entro la vigna
dei De’ Cinque, ove sembra esistesse il loro cimiterio. I due sar-
cofaghi, situati uno a destra, l’altro a manca, furono rinvenuti
nelle catacombe di s. Sebastiano: sono rozzamente lavorati, ma
il coperchio di quello a sinistra si rende interessante pei dettagb
della caccia con armi e con reti. — Rientriamo nel vestibolo per
ivi osservare i pochi monumenti che offrono qualche interesse.
vestibolo. — Vicino all’ingresso, a sinistra entrando, dopo una
statua di Endimione con a lato il suo cane, avvi un bel torso
colossale che in altri temj* esisteva in Bevagna. Poscia, in se-
guito di alcuni altri monumenti, si scorge un’urna abbellita d’un
bassorilievo esprimente un baccanale. In fondo sorge ungrande
piedistallo sulla cui faccia anteriore è scolpita una provincia ro-
mana, ma la parola VNGARIA che vi si legge è moderna.
Questo piedistallo fu scoperto vicino alla Pialla di Pietra in-
sieme a molti altri, egualmente ornati con bassorilievi rappre-
sentanti altre provincie romane; e siccome il Foro di Antonino
Pio estendevasi fino al luogo ove essi piedistalli vennero trovati,
così dobbiamo credere che ne costituissero una parte di decora-
zione. Sul piedistallo da noi descritto è collocata una testa co-
lossale di Cibele, rinvenuta nella villa Adriana in Tivoli, e da un
canto si scorge la parte inferiore di una statua di re prigioniere,
in paonazzetto, la quale formò ornamento all’arco di Costantino.
Prima di visitare l'altro lato del vestibolo, entriamo nelle sale
a sinistra, aggiunte al museo dal pontefice Pio IX.
Sale a sinistra. — La prima di queste sale contiene sol-
tanto alcuni monumenti in bronzo. Di essi, i due più grandi occu-
pano il mezzo della sala, un cavallo, cioè, ed un considerevole
frammento d’un toro. Questi due preziosi bronzi furono sco-
perti nel 1849, riedificando una casa nel ricolo delle Palme in
Trastevere, ove, in pari tempo, si rinvenne eziandio una assai
bella statua in marmo che osserveremo nel museo Vaticano; e
tanto questa quanto quelli dovettero appartenere senza dubbio ai
bagni pubblici detti di Hmjp elide, i quali esistevano appunto in
questa regione. Inoltre meritano d’essere osservati: la bella statua
d’uno dei dodici Camilli, ministri ai sacrifizi, il piccolo gruppo
di Ecate, ossia Diana triforme , ed il bel vaso trovato nel mare
d’ Anzio, H quale fu donato da Mitridate re di Ponto al ginnasio
degli Eupatoristi, conforme è indicato dall'iscrizione greca che
vi si legge. Prima di entrare nella sala che segue, vogliamo accen-
nare un'antica bilancia, un tripode ed una tavola parimenti di
Digitized by Google
Museo Capitolino. 49
bronzo, avente una iscrizione relativa a Settimio Severo, a Giulia
sua moglie ed a Caracalla, de’ quali vi si scorgono i ritratti.
Nel mezzo della seconda sala, scorgesi una Diana di Efeso in
marmo bianco, colla testa, le mani ed i piedi di bronzo: e nella
sala seguente sono rimarchevoli due sarcofaghi con bassorilievi,
scolpitavi la caccia del cinghiale di Calidonia.
altro lato dbl vestibolo. — Tornando all’ingresso del
vestibolo, vuoisi osservare una bella statua di Diana, il panneg-
giare della cui veste è molto bene eseguito.Più lungi, dallo stesso
lato, è rimarchevole un gentile bassorilievo rappresentante la
caccia del cinghiale di Calidonia, e di faccia avvi un simulacro
dell’imperatore Adriano in veste di sacrificatore. Di prospetto
alla scala signoreggia una statua colossale, rinvenuta sull’ Aven-
tino, e ristampata per un Marte, la cui corazza è d’assai purgato
stile. In fondo al vestibolo si scorge Ercole che abbatte l’idra,
statua rinvenuta vicino a s. Agnese sulla ria Nomentana: accanto
vedesi un pregevole frammento, in porfido, d’una statua muliebre
panneggiata. — A destra si ha l’adito nelle sale delle urne.
prima sala. — Nel mezzo di questa sala sorge un’ara antica,
quadrata, dintorno a cui veggonsi rappresentate le fatiche di
Ercole: tale monumento, d’antichissimo stile greco, fu trasferito
da Albano in Roma verso la metà dello scorso secolo. Il busto
collocatavi sopra ci porge l’effigie dell’imperatore Adriano; gli
altri busti disposti aU’intomo della sala, sono in gran parte inco-
gniti e di uiuna importanza. •
secónda sala. — Le pareti di essa sono coperte da 122 iscri-
zioni antiche, parte in marmo e parte in terracotta, cronologica-
mente disposte, e spettanti agli Augusti, ai Cesari ed ai consoli,
daTiberio fino aTeodosio I. Pochi monumenti di scultura sono in
questa sala, ed il più osservabile è il grande sarcofago in marmo
scoperto nella vigna Amendola sulla via Appia. Gli stupendi
bassorilievi scolpitivi sul davanti e nei lati, offronci una battaglia
fra Romani e Galli, quella cioè ch’ebbe luogo nell’anno 335 pri-
ma dell’era volgare. La storia ne fa sapere che fu combattuta a
Telamone in Toscana, e si rendette celebre per la morte di Attilio
Regolo, console romano, e di Aneoresto, re de’ Galli, che da se
stesso si uccise. Le figure dei guerrieri barbari sono rimarche-
voli per la somiglianza che hanno colla famosa statua detta il
Gladiatore moribondo, non solo pe’ capelli irti, ma anche per la
nudità delle membra e per la rassomiglianza delle armi. Vicino
alla finestra è collocato il cippo sepolcrale di Tito Statilio Apro,
misuratore dei pubblici edilìzi, e perciò in un lato del monu-
3
Digilized by Google
50 Seconda Giornata.
mento, fra differenti strumenti architettonici, si scorge l’antico
piede romano, diviso in 16 digiti.
terza sala. — Il grande sarcofago denominato di Alessan-
dro Severo, costituisce il principale ornamento di questa sala, e
fu esso scoperto a circa tre miglia da Roma sulla moderna strada
di Frascati. Dalle due figure giacenti sul coperchio ebbe il nome
di Alessandro Severo e di Mammea; ma tali figure non sono c' e
due ritratti incogniti. Entro questo sarcofago si rinvenne il fa-
migerato vaso di vetro, già dei Barberini, ed oggi formante par-
te delle rarità del museo Britannico, col nome di vaso Portland,
perchè il duca di questo nome fecene dono ad esso museo. Le
ceneri delle due persone alle quali venne eretto il sepolcro erano
chiuse in quel vaso. Le sculture che abbelliscono questo sarco-
fago sono di buono stile e si riferiscono alle gesta di Achille. Sul
davanti è espressa l'ira di quell’eroe contro Agamennone, allor-
ché questi ebbelo minacciato di togliergli Briseide: vi si raffigu-
rano Agamennone, Nestore, Ulisse, Diomede e Calcante; ed
Achille vi è rappresentato nel punto in cui viene rattenuto da
Minerva. Nella faccia dal lato della finestra si osserva la par-
tenza di Achille dall’isola di Sciro, e vi si riconoscono Licomede
e Deidamia. Nella faccia opposta vennero rappresentati i capi-
tani greci, supplicanti Achille a tornare alla pugna per vendi-
care la morte di Patroclo; ed in quella di dietro, lasciala di la-
voro alquanto negletto, è espresso Priamo prostrato innanzi ad
Achille, pregandolo a rendergli il corpo di Ettore.
Sulla parete a destra di questo monumento, fu incastrato un
disco di marmo adorno di musaici, ed avente nel mezzo un qua-
dro di porfido. All’intorno del disco sono rappresentati, coniBCul-
ture semi-barbare, i fatti della vita di Achille, dal suo nascere
fino alla sua vendetta sul corpo di Ettore. Questo disco esisteva
nella chiesa d ’Aracoeli. Viene poi un piccolo musaico, scoperto
nel bosco d’ Anzio. In esso si volle esprimere la Forza vinta da
Amore, osservandovisi un leone stretto in lacci da alcuni amo-
rini, ed Ercole, che, in abiti donneschi, va trattando il fuso e la
conocchia per compiacere alla sua Jqle. Poscia si scorge un’edi-
cola con due figure in bassorilievo, ossia un monumento palmi-
reno dedicato ad Aglibolo e Malacbelo, divinità di Paimira, da
Marco Aurelio Eliodoro, con iscrizione bilingue, greca, cioè, e
palmirena: versola porta scorgesi un bassorilievo quadrato, sco-
perto in Civita Lavinia, figurante un Arcigallo, ossia sacerdote
di Cibele, coi simboli del suo culto. Finalmente, ai lati della por-
ta, sono: una statuina di Giove ed una di Plutone assisi, rinve-
nute nelle Terme di Tito.
Digitized by Google
Museo Capitolino. 51
Facendo ritorno nel vestibolo e salendo la scala incontro alla
statua di Marte, si veggono nelle pareti di essa scala gli avanzi
della pianta di Roma antica, rinvenuti nel tempio di Romolo e
Remo sulla via Sacra: fra questi frammenti meritano speciale os-
servazione quelli che ci hanno conservato, in tutto o in parte, la
pianta dei bagni di Sura, ricordati da Dione, del portico di Ot-
tavia, della basilica Emilia, della Grecostasi, della basilica Ulpia,
della basilica Giulia, dei Sepia Julia, delle terme di Tito, della
scena del teatro di Marcello, del teatro di Pompeo, ecc.
La suddetta scala conduce ad un lungo corridoio, detto la Gal-
leria, tutto ripieno di antichi monumenti. Prima però di percor-
rere l’accennato corridoio, entreremo nella sala, che si trova su-
bito a destra, cioè nella
sala detta DEi brokzi. — Essa conserva ancora il primitivo
suo nome, perchè conteneva la maggior parte dei bronzi, già da
noi osservati.
In fondo alla sala osservasi una graziosa statuina di una fan-
ciulla, scherzante con una colomba. Incontro alla finestra è posto
il bel sarcofago su cui si vede espressa la favola di Diana e di
Endimione.. Sopra questo sarcofago vedesi un musaico rappre-
sentante maschere ed altro, rinvenuto nel 1824 sull’ Aventino,
entro la vigna dei pp. gesuiti. Dal sinistro lato della finestra in-
contro, si scorge la celebre tavola iliaca (piccolo bassorilievo
custodito sotto cristallo) in cui sono espressi i principali fatti
della guerra di Troia.
Il sarcofago in prospetto all’ altra finestra, sebbene di cattiva
scultura, riesce interessantissimo per la storia della filosofia degli
antichi , essendovi figurata la dottrina degli ultimi Platonici ,
circa la formazione e la distruzione dell’uomo. Al disopra di
questo sarcofago venne incastrato nella parete il rinomato mu-
saico, detto delle Colombe del Furietti, perchè rinvenuto da
monsignor Furietti nella villa Adriana, ed è riguardato, a ragio-
ne,. come il monumento più bello di tal sorta che siaci rimasto.
Esso è una copia o una imitazione di quello di Soso, che ammi-
ravasi in Pergamo, e di cui Plinio parla come di un lavoro su-
blime. Finalmente, entro un piccolo armadio, a lato della prima
finestra entrando, si veggono alcuni stili d’avorio, dei quali fa-
cevano uso gli antichi per iscrivere sulle tavolette spalmate di
cera, e che furono trovati nel Tabulario l’anno 1850. Non fare-
mo parola dei busti disposti all’intorno di questa sala, giacché
sono quasi tutti incogniti. — Rientriamo nella
3*
Digitized by Google
52 Seconda Giornata.
galleria.. — Di prospetto alla scala per cui salimmo si osser-
vano due busti di rara conservazione: quello a sinistra di chi
guarda, è di Marco Aurelio, l’altro è di Settimio Severo: incon-
tro sono, il busto di Faustina, moglie di Antonino Pio, ed un
busto di uomo, ritratto incognito. Le iscrizioni poste nelle pareti
appartennero al colombario dei liberti di Livia, scoperto sulla
via Appia nel 1726.
Nel sinistro lato di questa galleria, sono immediatamente ri-
marchevoli, un Sileno seduto, ed un Fauno che suona il flauto:
di faccia si scorge Amore che spezza l’arco.
In prospetto alla sala già visitata, è la statua sedente di Tra-
iano Decio, e poi segue quella di Agrippina con Nerone suo fi-
glio, avente al collo la bolla aurea: incontro, vedesi la statua del-
l’Ebrietà con un vaso nelle mani, rinvenuta sulla via Nomentana.
Viene poscia una testa ridente di Bacco, posta su d’ un cippo
con iscrizione relativa al collegio de’ suonatori di lira e di tromba.
Di faccia alla finestra scorgesi Ercole fanciubo che strangola
i serpenti, situato sopra un sarcofago scolpitovi il ratto di Pro-
serpina, corrispondente molto al poema di Claudiano su tale sog-
getto: di prospetto avvi un’ umetta cineraria con amorini alati
di buonissimo stile.
Volgendosi a sinistra si vede una statua della musa Euterpe,
trovata in Tivoli, e di faccia v’ha un Fauno rinvenuto sull’Aven-
tino nel 1712.
Incontro alla finestra, è la statua d’un Discobulo ristorata dal
Monot, il quale ridussela a rappresentare un eroe che cade com-
battendo: di prospetto si vede un vaso di vino, scolpitovi intorno
un baccanale.
Vengono poi le statue d’un figlio e di una figlia di Niobe, una
di faccia all’altra; esse erano state aggruppate insieme, e cosi ri-
masero per gran tempo.
A sinistra, è rimarchevole il celebre busto di Giove, detto della
Valle, dal nome della famiglia ch’ebbelo posseduto; incontro,
osservasi una testa di Arianna coronata di pampini.
Di faccia alla finestra sta collocato un sarcofago, trovato in
Nepi nel 1746, sul quale è scolpito Bacco fanciullo consegnato
ad Ino. Segue una statua consolare incognita, di faccia alla quale
avvi una statua di Psiche, proveniente dalla villa d’Este in Tivoli.
La statua sedente, a sinistra, rappresenta Giuba Mesa, e fu
trovata nel 1817 fuori la porta s. Sebastiano. Vengono in segui-
to: una bella erma di Giove Ammone ed una statua di Cerere se-
dente, incontro a cui si scorge una Musa.
Digitized by Google
Museo Capitolino. 53
A sinistra, vedesi collocata una statua di Bacco, a destra, una
di Giove; e da questo lato seguono i busti, di Ottaviano Augu-
sto, di Giuba Sabina, e di Marco Aurebo giovine; ed incontro
ad essi sono, una testa di Giove Serapide, un busto dell’impera-
tore Adriano formato di alabastri diversi, ed una testa deb’impe-
ratore Cabgola. A destra, si osserva una statua di Pallade, co-
pia antica della celebre Vebterna che esiste in Parigi.
Finalmente si ammira il superbo vaso di marmo pentehco ,
scolpito a fogliami, il quale fu trovato presso il sepolcro di Ce-
ciba Metella. Esso è collocato sopra un’ara antica rotonda di
marmo bianco, e sonovi rappresentate le dodici divinità maggio-
ri, cioè: Giove, Giunone, Minerva, Ercole, Apollo, Diana, Marte,
Venere, Vesta, Mercurio, Nettuno e Vulcano. Il Winkelmann
rifiuta l’opinione, che quest’ara fosse trovata a Nettuno. — En-
trasi quindi nella
sala, degl’imperatori. — La rara collezione dei ritratti de-
gl’ imperatori e dei membri delle loro famigbe, che si conserva
in questa sala, le fece dare il nome di sala degl’imperatori.
Nel mezzo di essa ammirasi la pregiatissima statua sedente,
riconosciuta da taluni per Agrippina, mogbe di Germanico, da
altri per sua figlia, e finalmente da alcuni per Domizia; ma a no-
stro parere non è che il ritratto di una dama romana incognita,
simulacro ammirabile principalmente per la naturale positura e
per l’egregio stile del panneggiare.
Sull’alto delle pareti veggonsi incastrati alquanti bassoribevi,
tutti di buono stile, ed ecco quah sono i più pregiati: tra le due
finestre, la caccia del cinghiale di Cabdonia: nella parete incon-
tro, Perseo che bbera Andromeda, marmo trovato nello scavare
le fondamenta del palazzo Muti; Endimione dormiente, opera su-
perba scoperta sull’ Aventino, ed in fine, al disopra della porta,
il giovanetto Ila rapito dalle ninfe, soggetto molto raro.
N. B. Quanto ai ritratti disposti intorno alle pareti in or-
dine cronologico, quelli scritti in corsivo sono i più notevoli, sì
per la rarità, e sì per Tarte.
1. Giubo Cesare dittatore: ritratto incerto. — 2. Ottaviano
Augusto. — 3. Marcello: ritratto incerto. — 4. Tiberio. — 5.
Altro Tiberio.. — 6. Druso seniore. — 7. Druso giuniore. — 8.
Antonia giuniore, mogbe di Druso seniore. — 9. Germanico,
e 10. Agrippina seniore sua moglie. — 11. Caligola: incerto. —
12. Claudio. — 13. Messalina, quinta mogbe di Claudio. — 14.
Agrippina giuniore, sesta mogbe di Claudio. — 15. Nerone
Digitized by Google
54
Seconda Giornata.
giovanetto. — 16. Nerone in età matura. — 17. Poppea, se-
conda moglie di Nerone. — 18. Sulpicio Galla. — 19. Salvia
Ottone. — 20. Aulo Vitellio: incerto. — 21. Flavio Vespasiano.
— 22. Tito Vespasiano. — 23. Giulia, figlia di Tito. — 24.
Flavio Domiziano, e 25. Domizia Longina, sua moglie: incerto.
— 26. Nerva Cocceio. — 27. Ulpio Traiano, e 28. Plotina sua
moglie. — 29. Marciana, sorella a Traiano. — 30. Matidia,
figlia di Marciana. — 31. Elio Adriano. — 32. Altro Adria-
no. — 33. Giulia Sabina, moglie di Adriano. — 34. Elio Cesar-
re, figlio adottivo di Adriano. — 35. Antonino Pio, e 36. Fau-
stina seniore sua moglie. — 37. Marco Aurelio giovane. — 38.
Marco Aurelio in età matura, e 39 Faustina giuniore sua mo-
glie. — 40. Galerio Antonino. — 41. Lucio Vero, e 42. Lucilla
sua moglie: ritratto incerto. — 43. Commodo, e 44. Crispina
sua moglie. — 45. Pertinace. — 46. Pidio Giuliano, e 47
Manlia Scantilla sua moglie: incerto. — 48. Pescennio Nigro:
incerto. — 49. Clodio Albino: incerto. — 50. Settimio Se-
vero. — 51. Altro busto di Settimio Severo. — 52. Giulia
Pia, seconda moglie di Settimio Severo. — 53. Caracalla.
— 54. Settimio Geta. — 55. Macrino. — 56. Piodumenia-
no. — 57. Eliogabaìo. — 58. Annia Faustina, terza mo-
glie di Eliogabaìo. — 59. Giulia Mesa. — 60. Alessandro Se-
vero, e 61. Giulia Mammea sua madre. — 62. Giulio Massi-
mino. — 63. Massimo. — 64. Gordiano Affricano seniore. —
65. Gordiano giuniore. — 66. Massimo Pupieno. — 67. Celio
Balbino. — 68. Gordiano Pio. — 69. Filippo giuniore. — 70.
Traiano Pedo. — 71. Quinto Erennio. — 72. Ostiliano. — 73.
Treboniano: incerto. — 74 e 75. V olusiano. — 76. Gallieno, e
77. Salonina sua moglie. — 78. Salonino loro figlio. — 79.
Marco Aurelio Carino. — 80. Diocleziano. — 81. ' Costanzo
Cloro. — 82. Giuliano Apostata. — 83. Magno Decennio. —
Segue la.
sala dei filosofi. — Questa sala piglia il nome della colle-
zione dei ritratti dei filosofi, storici, poeti e dotti che contiene.
Nel mezzo della sala è collocata una bella statua sedente, in
cui si riconosce il famoso Marcello, trionfatore di Siracusa.
Anche qui le pareti soho ricoperte di bassorilievi, de’quali
ecco i più degni di osservazione: nella parete incontro alla fine-
stra, il corpo di Ettore portato al rogo, accompagnato da Ecuba
e da Andromaca piangenti; nella parete dell’ingresso, un sacri-
fizio ad Igia, in rosso antico; a sinistra di questo, un frammento
di un bassorilievo rappresentante una scena bacchica, col nome
Digitized by Google
Museo Capitolino. 55
del celebre scultore Callimaco, ricordato da Plinio e da Pausa-
nia, ed in fine diversi frammenti di antichi fregi di buon gusto.
N. B. Riguardo ai ritratti, quelli scritti in corsivo sono i
più identici.
1. Virgilio, poeta latino. — 2 e3. Eraclito. — 4, 5e6. Socrate.
— 7. Alcibiade. — 8. Cameade di Cirene. — 9. Aristide. —
10. Seneca di Cordova. — 11 e 12. Saffo poetessa di Lesbo. —
13, 14 e 15. Lisia oratore. — 16. Marco Agrippa. — 17. Gerone,
re di Siracusa. — 18. Isocrate. — 19. Teofrasto. — 20. Marco
Aurelio. — 21. Diogene il cinico. — 22. Archimede. — 23. Ta-
lete da Mileto. — 24. Asclepiade, celebre medico. — 25. Teone,
scolare di Platone. — 26. Apuleio. — 27. Pitagora di Samo.
— 28. Alessandro il Grande. — 29. Possidonio, architetto ce-
lebre. — 30. Aristofane. — 31 e 32. Demos tene. — 33 e 34. So-
focle: aduno di questi ritratti viene dato, senza ragione, il nome di
Pindaro. — 35. Aulo Persio Fiacco. — 36. Anacreonte. — 37.
Ippocrate. — 38. Arato. — 39 e 40. Democrito. — 41, 42 e
43. Euripide. — 44 al 47. Omero. — 48. Corbulone. — 49. Sci-
pione Affricano. — 50. Aristomaeo. — 51. Pompeo Magno. —
52. Catone. — 53. Aristotile. — 54. Aspasia. — 55. Cleopatra.
— 56. Leodamante. — 57. Mesio Epafrodito. — 58. Erodoto. —
59.Cecrope, primo red’ Atene. — 60. Tucidide. — 61. E schine. —
62. Metrodoro. — 63. Erma a due facce, Metrodoro ed Epi-
curo suo discepolo. — 64. Epicuro. — 65. Pitodoro, atleta vin-
citore. — 66. Focione. — 67. Agatone. — 68 e 69. Massinissa,
re dei Numidii. — 70. Antistene. — 71. Giunio Rustico. — 72
e 73. Giuliano Apostata. — 74. Domizio Enobarbo. — 75. Ci-
cerone. — 76. Terenzio. — 77, 78 e 79. Apollonio tianense. —
80. Archita di Taranto. — 81. Periandro. — 82. Eschilo, poeta
tragico. Non si può conoscere quali personaggi siano rappresen-
tati nei ritratti esistenti sulla facciata della finestra. — Di quivi
si entra nel
salone. — In mezzo ad esso sono parecchie statue, cioè: un
Giove ed un Esculapio in marmo bigio morato, rinvenuti in An-
zio: due Centauri in marmo grigio cupo, imitanti le sculture in
bronzo, sia nella tinta, sia nel lavoro: sono questi conosciuti col
nome di Centauri del Furietti, perchè furono scoperti nella villa
Adriana dal cardinale di tal nome: nel plinto si leggono i nomi
d’ Aristea e Papia, artefici d’Afrodisio, dai quali vennero scolpiti.
In mezzo poi alle descritte statue v’è quella di Ercole fanciullo,
in basalto, trovata sull’ A ventino, e sorge su di un’ ara quadrata
Digilized by Googl
56 Seconda Giornata.
rinvenuta in Albano: le quattro facce di quest’ara vanno adorne
di bassorilievi allusivi alla teogonia di Esiodo, giacché vi si scor-
ge Rea presa dalle doglie del parto; la medesima dea che dà a
divorare a Saturno una pietra avvolta in un pannolino, invece
del suo figliuolo Giove; Giove allattato dalla capra Amaltèa, ed
i Coribanti che ballano percuotendo delle armi per celarne le
grida; finalmente Giove salito al trono e circondato dai numi.
Le statue attorno al salone, cominciando a destra entrandovi,
sono: Minerva coll’egida; una Musa con fiori di loto nelle mani
e piume in capo, ad indicare la vittoria riportata dalle Muse
sulle Sirene: un gruppo, detto di Veturia e Coriolano, ma che
rappresenta due ritratti incogniti in aspetto di Venere e (fi Marte,
trovato nell’isola Sacra; un’Amazzone ferita, di assai pregiato
lavoro ; una bella statua di Marco Aurelio ; Apollo colla lira ;
Tolomeo Apioue sotto figura di Apollo; Igia, dea della salute;
un Arpocrate, dio del silenzio, monumento assai stimato, e sco-
perto nel 1774 nella villa Adriana in Tivoli; Poiitimo liberto, cac-
ciatore, avente nella destra una lepre, ed il cui nome è scolpito
nella base; questa bella statua fu trovata nel 1174 presso la porta
Latina. Poscia seguono: Diana Cacciatrice; un pregevolissimo
busto colossale di Antonino Pio; la Clemenza colla patera e la
lancia, statua scoperta sull’ Aventino ; Talia colla tromba e la
maschera; una Prefica, ossia una di quelle donne prezzolate per
piangere nei funerali degli antichi, oppure, secondo qualche dotto,
Ecuba moglie di Priamo, deplorante la morte di Polidoro e di
Polissena; un Ginnasiarca, statua lodota assai dal Winckelmami,
scoperta nella villa Adriana in Tivoli; Tolomeo re di Egitto, me-
diocre lavoro; un’Amazzone ferita, opera di buono stile.
Nel nicchione è posta la statua semicolossale di Ercole in
bronzo dorato, espresso colla clava e i pomi delle Esperidi: tale
statua fu scoperta nel secolo XV, tra s. Maria in Cosmedin e
s. Anastasia, dove era anticamente il tempio, detto di Ercole
Vincitore. Le due belle colonne di portasanta ai lati del nicchio-
ne, hanno circa 4 metri d’altezza, e le due Vittorie sulla curva
di essa nicchia, decoravano l’arco di Marco Aurelio, eretto sul-
l’antica vìa Flaminia, e che poi rimaneva sul moderno Corso,
conforme si accennò allapag. 12. Vengono poscia: Giulia Pia,
moglie di Settimio Severo, in abito di vestale; Mario in veste
consolare; Adriano col parazonio e lo scudo , rinvenuto in Ce-
prano; un Atleta; Lucilla, moglie di Lucio Vero, sotto forme di
Cerere; Augusto; un bel busto colossale di Traiano; Minerva,
armata di lancia e scudo , qui trasportata dalla villa d’ Este in
Digitized by Google
Museo Capitolino. 57
Tivoli; una statua di Apollo Pitio colla lira ed il tripode; in fine
un bel Fauno avente in mani un pomo e delle uve. — La sala
successiva è denominata
' sala del Fauno. — Il bellissimo Fauno di rosso antico, col-
locato nel centro di questa sala, e dal quale essa piglia il nome,
fu scoperto nella villa Adriana. Tra le iscrizioni che qui si con-
servano, la più interessante è quella incisa in bronzo, per essere
una porzione d’un decreto originale del senato, con cui si con-
ferisce a Vespasiano la dignità imperiale. Questo raro monu-
mento era in s. Giovanni in Laterano, ove avevaio fatto esporre
alla pubblica vista il celebre Niccolò di Bienzi.
Incominciando dalla sinistra ad osservare gli altri più rimar-
chevoli monumenti di questa sala, si scorge un sarcofago su cui
sono rappresentati gli amori di Diana ed Endimione, e di sopra
avvi una testa di Tideo d’altorilievo. Viene poi una bell’ara sacra
ad Iside, in cui si veggono, la cisti mistica, Anubi ed Arpocrate;
e poscia segue un bel fanciullo trastullantesi con una maschera.
Di contro avvi un altro fanciullo che giuoca con un cigno, copia
di quello in bronzo, eseguito da Boeto cartaginese, e ricordato
da Plinio; questo monumento è posto su di un’ara sacra al Sole
con iscrizione latina e palmirena; finalmente merita la nostra at-
tenzione uno stupendo sarcofago in cui è rappresentata la guerra
delle Amazzoni contro gli Ateniesi: questi bassorilievi sono d’un
lavoro e d’una conservazione mirabili, e le Amazzoni prigioniere
scolpite sul coperchio, esprimono in modo sorprendente fi dolore.
Questo monumento venne scoperto vicino alla sorgiva dell’acqua
Vergine, nella tenuta di Salone. — Viene in seguito la
sala detta del gladiatore. — Nel mezzo della sala è col-
locata la celebre statua cognita col nome di Gladiatore mori-
bondo. Questo monumento dell’arte antica, la cui sublimità di
lavoro e la cui conservazione sono tali da far sì che si possa pa-
ragonare colle più insigni statue, rappresenta un soggetto più
nobile assai che non un gladiatore. Questa vile razza d’uomini
non cominciò ad essere in favore in Roma che sotto Commodo,
e per conseguenza a quell’epoca soltanto si sarebbe potuto eri-
gere una statua di tal sorta; ma il lavoro di quella di cui si tratta
è assolutamente greco, e di gran lunga anteriore al regno di
Commodo. Osservando minutamente il carattere della testa, i
baffi, il collare, che è il torques degli antichi, i capelli irti ed i
rimanenti accessorii, non rimane alcun dubbio per non ricono-
scere nella statua un Gallo, e si può supporre che essa formasse
3**
Digitìzed by Google
58
Seconda Giornata.
parte d’un gruppo allusivo alla disfatta dei Galli al tempo della
loro spedizione in Grecia.
Cominciando l’esame di questa sala dalla sinistra, vicino alla
porta per cui entrammo, si osservano: una pregiatissima statua
semicolossale, volgarmente tenuta per Giunone, ma che rappre-
senta una Musa; essa particolarmente distinguesi per maestosa
movenza, per grandiosità di stile e per l’ottima esecuzione del
panneggiamento: quindi seguono, una pregevole testa di Ales-
sandro il Grande; una superba Amazzone che tende l’arco; una
bella testa muliebre coronata d’ edera, conosciuta col nome di
Arianna; una statua di Faustina seniore, moglie di Antonino Pio,
rappresentata co’ simboli della Concordia. Questa statua, che
non ha gran merito artistico, fu scoperta, nel 1863, nella villa
Massimi presso le terme Diocleziane, ed il pontefice Pio IX
volle arricchirne questo museo. Poscia veggonsi: una statua di
Apollo Licio, scoperta presso la Solfatara sulla via Tiburtina ;
un filosofo greco, Zenone, trovato in Civita Lavinia; una figura
panneggiata di donna con vaso nelle mani, detta comunemente.
Pandora, ma che noi piuttosto crediamo Elettra portante le liba-
zioni al sepolcro d’Agamennone suo padre: il Fauno di Prassi tele,
cioè una copia di quello di tal celebre artefice , rinvenuta nella
villa Adriana in Tivoli: il celebre Antinoo -del Campidoglio, si-
mulacro di squisito disegno, e di ammirabile esecuzione; Flora, o
una delle Ore del giorno, statua egregiamente panneggiata, sco-
perta nella suddetta villa : una bella statua d’ Iside ed una testa
di Marco Bruto, uccisore di Cesare, ritratto unico. Questa sala
va anche ricca di tre colonne rarissime, una cioè di alabastro
orientale, una di nero antico, ed una di breccia traccagnina.
gabinetto. — In questo gabinetto, non mai aperto al pub-
blico, sono tre monumenti degni d’ essere ammirati come clas-
sici: la celebre Venere Capitolina, statua di marmo pario d’un
lavoro squisito e conservatissima, la quale si rinvenne presso la
chiesa di s. Vitale: il sublime gruppo di Amore e Psiche, sco-
perto sull’ Aven tino nello scorso secolo, ed una bellissima statua
di Leda. — L’edifizio in prospetto del descritto museo, appellasi
PALAZZO DEI CONSERVATORI.
Questo palazzo è così chiamato perchè i Conservatori di Ro-
ma vi tenevano le loro adunanze. Esso va ricco di una conside-
revole galleria di quadri, di buon numero di antiche sculture, di
pregévoli pitture a fresco ecc., e racchiude anche la Protomo-
Digitized by Google
Palazzo dei Conservatori. 59
teca fondata dal pontefice Pio VII, della quale, sebbene rimanga
all’ingresso dell’edifizio, terremo discorso in seguito.
Entrando dunque nel vestibolo si ha subito a destra una sta-
tua di Giulio Cesare, ritratto riconosciuto come Tunico che esi-
sta in Roma di quel grande uomo. A sinistrai se ne scorge una
di Augusto avente ai piedi una prua, in memoria della vittoria
d’Azio, e poscia osservasi la figura d’una Baccante.
In fondo al cortile, dietro la cancellata di ferro, sono due re
barbari in marmo bigio, ed una statua di Roma sedente su d’un
piedistallo moderno, in cui venne incastrata la chiave d’un arco
trionfale, probabilmente eretto a Traiano, come lo fa credere lo
stile del lavoro, essendovi acuita una provincia conquistata, se-
dente, forse la Dacia. A manca si osserva una testa colossale di
bronzo, attribuita a Commodo, quantunque non abbia alcuna
rassomiglianza co’ritrattidi lui che sono impressi nelle medaglie.
A destra si vede un bel gruppo, assai danneggiato dalle acque,
rappresentante un leone che sbrana un cavallo, ristaurato, come
si crede, da Michelangelo, e trovato nelle acque dell’Almone,
fiumicello fuori la porta s. Paolo. Nei lati di questo cortile sono
rimarchevoli, per la loro straordinaria grandezza, alquanti fram-
menti di antiche statue colossali, fra’ quali è una testa di Domi-
ziano, posta sopra un piedistallo avente nel prospetto una pro-
vincia romana di bassorilievo.
Tornando nel vestibolo, si trova a destra la scala. Di prospetto
alla prima rampa, venne incastrata nella parete una moderna
imitazione della celebre colonna rostrale di marmo pario, eretta
a C. Duillio, console, per la vittoria navale riportata sui Cartagi-
nesi l’anno di Roma 492, talché fu egli il primo che ottenesse
il trionfo navale. La colonna originale era ornata coi rostri in
metallo, tolti dalle navi nemiche. Al di sotto si legge un fram-
mento dell’antica iscrizione, pure in marmo, vetusta copia di
quella che in origine fu posta a Duillio, insieme alla colonna ro-
strale, per cui vuoisi riguardare come un monumento raro del-
l’antica lingua latina: il frammento in discorso fu scoperto nel
Foro, presso l’arco di Settimio Severo.
scala del palazzo dei conservatoki. — Nel primo ripiano
di questa scala sono collocate entro due nicchie le statue risto-
rate di Urania e di Talia; e nelle pareti del piccolo cortile atti-
guo veggonsi quattro superbi bassorilievi relativi a Marco Au-
relio. Nel primo è rappresentato quell’imperatore in atto di sacri-
ficare innanzi il tempio di Giove Capitolino; nel secondo si scor-
ge il suo trionfo ; nel terzo è egli figurato a cavallo, avente da
Digitìzed by Google
60 Seconda Giornata.
sinistra il pretore che gli chiede la pace in noma dei Germani, i
quali ivi si vedono ginocchioni; il quarto esprime il momento in
cui Roma gli offre il globo, simbolo del potere imperiale. Que-
sti bassorilievi furono scoperti costruendo il sotterraneo della
chiesa di s. Luca al Foro Romano, e per lungo tempo restarono
nel luogo del loro discoprimento.
Il cortile di cui trattasi, nel 1867, fu coperto con cristalli ed
abbellito di analogo pavimento. All’intorno vi furono collocati
quattro antichi busti in marmo, e nel mezzo un grande piedi-
stallo sormontato da un busto di Adriano. In una faccia di que-
sto piedistallo leggesi una iscrizione ad onore dell’ imperatore
Adriano, postagli dai capi e ministri delle vie e strade delle quat-
tordici regioni dell’antica Roma. Sulle facce laterali sono scol-
piti i nomi delle strade di cinque di quelle regioni. Questo piedi-
stallo, che insieme al busto vedovasi precedentemente in una delle
sale de’fasti de*i Conservatori di Roma, è un prezioso monumento
per l’antica topografia della città.
Proseguendo a salire, si osserva subito, da sinistra, un piccolo
bassorilievo rappresentante Muzio Curzio, sabino, montato sul
suo cavallo, nel punto di lanciarsi a traverso le paludi che in-
gombravano la piazza del Foro, durante la battaglia fra Tazio e
Romolo: questo bassorilievo, di stile molto antico, fu trovato
presso la chiesa di s. Maria Liberatrice. Sulla parete opposta,
si legge una interessante iscrizione in versi alessandrini, la quale
ricorda la presa di Milano fatta da Federico IL
In el successivo ripiano furono incastrati nelle pareti due basso-
rilievi i quali erano all’arco di Marco Aurelio, già esistente sul
Corso, vicino al palazzo Fiano, conforme si disse a suo luogo.
Uno di tali bassorilievi rappresenta Marco Aurelio in piedi sulla
tribuna in atto di leggere un suo discorso al popolo; nell’altro
si vede lo stesso imperatore seduto, e Faustina giuniore portata
verso il cielo, alludendo all’apoteosi di lei. — La porta che pro-
spetta la scala mette nelle
sale dei conservatori. — La prima di esse sale è detta del
cavaliere di Arpino, perchè questo pittore ebbevi rappresentati
i primi fatti della storia romana, cioè: Romolo e Remo trovati
dal pastore Faustolo sotto il fico Ruminale, alle radici del Pala-
tino; Romolo che coll'aratro traccia il ricinto di Roma; il ratto
delle Sabine; il sacrifizio di Numa, accompagnato dalle vestali;
la battaglia de’ Romani contro i Yeienti; ed il combattimento
degli Orazi e dei Curiazi: questi ultimi due dipinti sono i migliori
della sala. In essa si osservano tre statue di pontefici sedenti:
ligitizbtì by Googl
Palano dei Conservatori. 61
quella di Urbano Vili, opera del Bernini, e quella di Leone X,
lavoro detestabile di Giacomo del Duca, sono in marmo; l’altra,
che è in bronzo* fu modellata dall’Algardi e rappresenta Inno-
cenzo X. Ivi si veggono pure i ritratti in bassorilievo, di Cristina,
regina di Svezia, e di Maria Casimira, regina di Polonia: vi sono
anche due busti incogniti, come ancora uno storione in bassori-
lievo; e ciò a causa che, di tutti i pesci di tale specie pescati nel
Tevere e superanti la misura di questo in marmo, la parte di
sopra, indicata dal segnale che ha sul collo, era dovuta ai Con-
servatori di Roma. — La porta a destra, in fondo della sala, in-
troduce nella
pkima anticamera. — In questa sala Tommaso Laureti conti-
nuò la storia romana in affreschi. -Egli vi dipinse: Muzio Scevola
in atto d’ardersi la destra al cospetto di Porsenna re di Etruria;
Bruto, nemico ai Tarquinii, che condanna a morte i due suoi
figli; Orazio Coelite che, solosul ponte Sublicio, respinge l’eser-
cito etrusco; e la battaglia al lago Regillo, vinta da Aulo Postu-
mio, la quale decise la sorte dei Tarquinii, che per sempre rima-
sero esclusi da Roma. Si osservano anche in questa sala diverse
statue di generali pontificii, come a dire, Marc 'Antonio Co-
lonna che vinse e disfece i Turchi nella famosa battaglia di Le-
panto, o delle Curzolari; Tommaso Rospigliosi; Francesco Al-
dobrandini; Carlo Barberini, fratello di Urbano Vili, ed Ales-
sandro Farnese, che si rendette celebre nella guerra di Fiandra;
e tale statua è antica colla testa di moderno lavoro. Vi si scor-
gono inoltre due colonne di verde antico, sostenenti due teste;
una di Traiano, l’altra di Settimio Severo; un bassorilievo in
marmo lumachella , esprimente la lupa che allatta Romolo e
Remo, eseguiti modernamente in giallo antico; ed in fine i busti
di Virginio Cesarmi, e di Luigi Mattei, come pure un ritratto in
pittura di Flaminio Delfini.
La terza sala, detta seconda anticamera, è decorata d’un bel
fregio di autore incognito, dipinto a fresco e rappresentante il
trionfo del console Mario, dopo aver disfatto i Cimbri. Nel
mezzo di questa sala è la famosa lupa antica, in bronzo, allat-
tante Romolo e Remo. Essa fu trovata alle radici del Palatino,
fra la chiesa di s. Maria Liberatrice e quella di s. Teodoro, cioè
presso il sito in cui esistè il fico Ruminale, ove fu eretta l’anno
di Roma 458, da Cneo e Quinto Ogulnio, edili curali, e della
quale parlano Tito Livio e Dionigi, come ancora esistente in detto
luogo ai tempi loro. Laonde non si vuol credere che sia questa
quella lupa che, all’epoca di Cicerone, poco prima della congiura
Digitized by Google
62 Seconda Giornata.
di Catilina, era sul Campidoglio e venne rovesciata dal fulmine.
Questo monumento merita speciale attenzione per essere uno dei
meglio conservati che siano giunti fino a noi, usciti di mano di
antichi artefici di Roma, o più probabilmente di Etruria: i àue
fanciulli sono lavoro moderno, e furono scolpiti dal Della Porta.
Le tracce che si scorgono nella lupa di cui parlasi e che si cre-
dono prodotte dal fulmine, quando pure ciò fosse vero, nulla
proverebbero in favore dell’opinione di chi pretende, che essa
sia quella ricordata da Cicerone, giacché, oltre le ragioni asse-
gnate, quest’oratore parla della lupa Capitolina come non più
esistente al suo tempo, dicendo: fuisse, mcministis. Nella me-
desima sala si scorgono ancora: una pregiatissima statua di stile
etrusco, in bronzo, rappresentante un giovanetto che sembra
procuri togliersi una qualche cosa da un piede, e viene detto
volgarmente Marzio 'pastore ; una piccola Diana triforme; una
mezza figura, forse di Adone; un bellissimo ritratto del Bonar-
ruoti eseguito di sua mano, colla testa in bronzo ed il rimanente
in marmo colorato; il rarissimo busto in bronzo coll’effigie di L.
Giunio Bruto, primo dei consoli, e vendicatore della romana
libertà, e quattro busti incogniti, due de’ quali collocati entro
nicchie. Nella parete ove sono i ritratti del Bonarruoti e di G.
Bruto, fu incastrato il bassorilievo d’un antico sarcofago, su cui
osservasi la socchiusa porta d’Ades fra i genii delle Stagioni,
simboli tutti dell’eternità. Sonovi pure due belli quadri, uno rap-
presentante Cristo morto, opera condotta con bell’effetto di luce
dal P. Piazza, cappuccino; l’altro del Romanelli, espressavi s.
Francesca Romana.
Una parete della quarta sala, detta camera de’ fasti, è coperta
con frammenti di marmoree iscrizioni contenenti i celebri fasti
capitolini: questi frammenti vennero trovati, nella maggior parte,
sotto il pontificato di Paolo III, vicino alla chiesa di s. Maria Li-
beratrice alForo Romano, ed una porzione sene rinvenne nei luo-
ghi propinqui, al cominciare del corrente secolo. Questi fasti do-
vevano anticamente essere deposti nel Comizio, o nella Curia
Ostilia, edifizi che rimanevano vicini alla suddetta chiesa. Sonovi
inoltre due grandi iscrizioni moderne, una in memoria delle vit-
torie riportate da Marc’ Antonio Colonna, e l’altra per ricordare
ai posteri quelle conseguite da Alessandro Farnese. Questa sala
contiene pure alquante erme, fra lequaliavvene una di Socrate;
e*tra le due finestre osservasi un quadro in lavagna del cav.
d’Arpino, rappresentante Maria Vergine fra due angeli in ado-
razione. Gli affreschi di questa sala, ristaurati nel 1865 dal cav.
Ercole Ruspi, si devono a Sandro Botticelli.
Digilized by Google
Palazzo dei Conservatori.
63
Nella successiva sala, detta dell’udienza, adorna di un fregio
d’autore in ognitó, in cui veggonsi rappresentati dei giuochi
olimpici, gli oggetti più interessanti sono: due teste entro nic-
chie, una detta di Scipione Affricano, l’altra di Filippo il Mace-
done; un busto di Tiberio; un busto, detto di Appio Claudio, in
rosso antico; una testa di Medusa, scolpita dal Bernini; due anitre
in bronzo, ed una copia, di autore incognito, di ima sacra Fa-
miglia, dipinta da Raffaele.
Si entra quindi nella sala degli arazzi, detta anche sala del
trono, adorna di un fregio dipinto a fresco, espressevi le prin-
cipab gesta di Scipione Affricano. Tali affreschi furono sempre
da tutti erroneamente attribuiti ad Annibaie Caracci ; ma, nel
1853, il cav. Carlo Ruspi, rinomato ristauratore di pitture an-
tiche, a cui fu affidato il ristauro del suddetto fregio, ebbe agio
di potersi assicurare essere questo un lavoro di Daniele da Vol-
terra. Le pareti sono coperte da arazzi eseguiti in Roma nel-
l’ospizio di s. Michele, e rappresentano: Roma trionfante; la ve-
stale Tuzia; la lupa allattante Romolo e Remo; la punizione del
maestro dei Falisci, ed i ritratti di Giulio Cesare, di Pompeo, di
Emilio, di Scipione Affricano e di Camillo. De’ quattro busti
antichi posti negli angoli, imo rappresenta Arianna, il secondo
Flora, e gli altri due sono incogniti.
L’ultima sala fu dipinta a fresco nel 1496 da Benedetto Bon-
figli, perugino, il quale vi rappresentò diversi fatti della storia
romana, relativi alle guerre puniche. Questi affreschi furono ri-
staurati nel 1860 dal ricordato cav. Carlo Ruspi.
La cappella congiunta a questa sala, va adorna di buone pit-
ture; il quadro dell’altare, espressavi la Madonna, fu colorito
sulla lavagna dal Nucci; i quattro Evangelisti negli angoli ap-
partengono al Caravaggio; l’Eterno Padre nel soffitto e gli altri
dipinti, sono della scuola dei Caracci; il s. Eustachio, la s. Ceci-
lia,.il s. Alessio e la beata Luisa Albertoni spettano al Romanelli:
la Madonna, a sinistra, è del Pinturicchio.
In un’altra sala di quest’appartamento, la quale rimane dis’-
giunta da quelle già visitate, fu collocata, nel 1867, una colle-
zione assai interessante di vasi e bronzi tirreni, etruschi e ro-
mani. Questa collezione è un dono di Augusto Castellani al Co-
mune di Roma.
L’ingresso incontro à quest’ultima sala dà adito a due stanze
aperte, sulle pareti delle quali si vedono incastrati i moderni fasti
dei Conservatori di Roma; e negli angoli della seconda. veggonsi
pure le misure normali pel grano, il vino, e l’olio, in uso in Roma
' Digilized by Google
(54 Seconda Giornata.
nel secolo XIV. — Di quivi si entra in un cortile, ove, a manca,
è l’ingresso della scala che conduce alla
GALLERIA DEI QUADRI DEL CAMPIDOGLIO.
L’immortale pontefice Benedetto XTV fece erigere queste due
sale per collocare in esse quadri che vi si ammirano, ponendola
a disposizione di quelli che studiano l’arte della pittura.
prima sala. — Entrando in essa, che è quella di fronte alla
scala, si osserva il busto dell’insigne fondatore scolpito dal Ver-
chassé: sulla porta avvi quello dell’immortale Pio VII, con ima
iscrizione indicante i cambiamenti da lui fatti eseguire nella gal-
leria di cui parliamo.
Cominceremo la descrizione dei quadri raccolti in questa sala
da quelli ch’ornano la facciata a sinistra, e propriamente dal-
l'angolo a mano manca entrando, ove in alto si osserva un ri-
tratto di donna, condotto dal Giorgione. Viene poi una Madonna
con parecchi santi, copia d’un quadro di Paolo Veronese, ese-
guita dal Bonatti; sulla prima finestra, l’apparizione degli an-
geli ai pastori, è opera delBassano. Posciaseguono: unagrande
tela rappresentante il sacrifizio di Ifigenia, di Pietro da Cortona;
un ritratto di donna, del Bronzino; s. Lucia, di Benvenuto Ga-
rofalo, ima delle migliori opere di questo pittore, nella quale
sorpassò il suo stile ordinario; un ritratto d’uomo, di scuola ve-
neziana; una Madonna in gloria, del suddetto Garofalo; l’ado-
razione dei Magi, lavoro dello Scarsellino; il ritratto di Guido,
dipinto da sè stesso; il battesimo di Cristo, della scuola carac-
cesca; s. Girolamo, di Guido; lo Sposalizio di s. Caterina, di
Garofalo: sopra la seconda finestra, il riposo di Nostra Donna,
copia d’un quadro di Tiziano, eseguita da Pietro da Cortona;
indi osservami: il ratto delle Sabine, tela di grandi proporzioni,
colorita dal suddetto; una s. Famiglia, di Agostino Caracci;
un’altra sacra Famiglia con s. Girolamo, di Garofalo; la parabola
dei lavoratori della vigna, del Feti; la coronazione di s. Caterina,
del ricordato Garofalo; una Madonna con parecchi santi, lavoro
del Botticelli; l’adorazione deiMagi, dello Scarsellino; una sacra
Famiglia, della scuola di Raffaello; s. Francesco, di Ludovico
Caracci; un paese, rappresentatovi il martirio di s. Sebastiano,
dipinto di Domenichino: sulla terza finestra, l’adorazione de’
Magi, del Passano; poi seguono: un ritratto di Urbano Vili,
lavoro di.Pietro da Cortona; Orfeo che suona la lira, del Pus-
sino; un uomo che accarezza un cane, di Ludovico Caracci; una
Digilized by Google
Galleria dei Quadri del Campidoglio. 65
Madonna, di Gaudenzio da Ferrara; la Samaritana del Palma
vecchio; il trionfo della Croce, di Domenico Palembourg.
Nella seconda facciata si osservano: una copia della Giuditta
di Guido, eseguita dal Maratta; la partenza di Agar e d’ Ismaele
dalla casa di Abramo, bellissimo dipinto del Mola; Gesù che in-
segna nel tempio, di scuola ferrarese; una sacra Famiglia, dello
Schiavoni; la Carità, di Annibaie Caracci; la Sibilla Persica,
opera insigne di Guercino; la presentazione di Maria al tempio,
di frate Bartolommeo da s. Marco; due quadretti di Annibaie
Caracci, rappresentanti, uno, la Madonna, s. Cecilia, ed un santo
carmelitano, l’ altro, la Madonna e s. Francesco; una bella sacra
Famiglia, di Garofalo; una miniatura di Maria Febee Tibaldi
Subleyras, rappresentatavi la cena di Gesù in casa del Fariseo.
Seguono: due quadretti, cioè, lo Sposalizio di s. Caterina, attri-
buito al Coreggio, ed una Nostra Donna dell' Albani, pittura
stimata assai; una Maddalena, di Tintoretto; David, avente ai
piedi la testa di Goba, del Romanelh; Ester, del Mola; un boz-
zetto del celebre quadro di Agostino Caracci, esprimente la Co-
munione di s. Girolamo, che osservasi in Bologna; Gesù che
insegna nel tempio, di Dosso Dossi da Ferrara, e lo Sposalizio
di Maria Vergine, di antica scuola ferrarese.
Sulla terza facciata vedesi, in alto, un s. Giovanni Battista,
di Daniele da Volterra; poi seguono: Gesù co’ dottori, del Va-
lentin; la Sibilla Cumana, di Domenichino, dipinto inferiore a
quello dello stesso artefice, rappresentante il soggetto medesimo
e che si osserva nella galleria Borghese; sopra la finestra, Ermi-
nia ed il pastore, di Lanfranco; poscia, Giacobbe ed Esaù che
si dividono, grande quadro di Raffaelbno del Garbo; ima veduta
di Nettuno, villaggio vicino ad Anzio, del Van vitelli; ima Mad-
dalena, di Guido; il trionfo di Flora, di Niccolò Pussino; una
veduta di Grottaferrata, del Vanvitelb; s. Giovanni Battista, di
Guercino: sulla finestra di mezzo scorgesi l’adorazione del vitello
d’ oro, di Luca Giordano; quindi, un grande quadro in cui Giu-
seppe Testa rappresentò Giuseppe venduto dai fratelli; un paese
colla Maddalena, del Caracci; una Maddalena, dell’ Albani; il
trionfo di Bacco, di Pietro da Cortona; un orizzonte, del Van-
Bloemen; s. CeciUa, del Romanelh: sulla prima finestra entrando,
Mosè che fa scaturire l’acqua dalla rupe, di Luca Giordano, ed
in seguito veggonsi: una Madonna con alquanti santi martiri,
della scuola di Coreggio, e l’anima beata, di Guido.
Lungo la quarta facciata si scorge subito in alto, un ritratto
d’uomo, del Dossi, ferrarese; poi, un altro ritratto, di Domeni-
Digitized by Google
66 Seconda Giornata.
chino; un chiaroscuro rappresentante un architetto, di Polidoro
da Caravaggio; un abbozzo dell’anima beata, di Guido; un s.
Francesco, di Luca Giordano; uno stupendo dipinto del Rubens,
rappresantante Romolo e Remo allattati dalla lupa, nel punto in
cui vengono trovati da Faustolo;un ritratto, del Giorgione; Ra-
chele, Lia e Labano, di Ciro Ferri; un santo vescovo, di Gio-
vanni Bellini; un quadro coi ritratti di due uomini, del Tiziano:
sopra la porta d’ ingresso, Circe che presenta la bevanda ad
Ulisse, della Sirani. Si vedono poi: il ritratto d’un religioso, del
Giorgione; una Madonna, di scuola veneziana; s. Sebastiano, di
Giovanni Bellini; un ritratto d’uomo, del Velasquez, opera di
eccellente colorito; la Madonna che adora il divino suo figlio, di
Pietro da Cortona; una Madonna assisa fra alcuni santi, lavoro
creduto del Francia; un ritratto, del Bronzino; la coronazione
della Madonna con s. Giov. Battista, d’autore incognito;un chia-
roscuro rappresentante Meleagro, di Polidoro da Caravaggio; e
la disputa di s. Caterina, del Vasari. — Si entra quindi nella
seconda sala. — Cominciando a percorrere questa sala dalla
facciata in cui è la porta d’ingresso, l’osservatore si arresterà,
senza dubbio, per ammirare il ratto di Europa, sublime opera di
Paolo Veronese, a tutta ragione annoverata fra i dipinti classici.
Sulla porta si vede Tizio, bella pittura di scuola veneziana, e si
scorge pure un quadro con due filosofi, del cav. Calabrese. Se-
guono poscia: una Madonna che scherza col Bambino Gesù, del
cav. Liberi; un s. Sebastiano, di scuola caraccesca; Natan e
Saul del Mola; Cristo in casa del Fariseo, del Bassano; ed una
Madonna, di Paolo Veronese.
Nella seconda facciata si offre subito agli occhi, sull’alto, vi-
cino all’angolo, la venuta dello Spirito Santo, di Paolo Veronese.
Vengono in seguito: la Nostra Donna con s. Girolamo ed una
santa, del Campi da Cremona; l’ adorazione dei Magi, di Garo-
falo; il s. presepe, quadro non terminato, di Gaudenzio; il tem-
pio di Vesta, del Van vitelli, a cui appartengono del pari i sei
quadretti che seguono appresso, cioè: la veduta dei due ponti
dell’isola del Tevere; quella della riva di esso fiume presso Ri-
petta, e quelle di s. Giovanni de’ Fiorentini, di caste! s. Angelo,
dei prati di castello, e di ponte rotto. I due quadri sull’ alto,
rappresentanti il transito della Madonna e l’ assunzione di Lei,
sono opere di Cola della Matrice, ed il banchetto di Epulone,
posto di sotto, è del cav. Cairo. Ai lati di questo quadro si os-
servano: due vedute del VanviteUi, cioè, Monte Cavallo e Ponte
Sisto, e due paesi di Claudio. Superiormente, vicino alla finestra, si
• Digitized by Google
Galleria dei Quadri del Campidoglio. 61
vede l’Ascensione del Salvatore, di Paolo Veronese: al di sotto,
sono: un quadro allegorico di scuola caraccesca: una Madonna
in gloria, di Benvenuto Garofalo, ed un ritratto di donna, di
Giovanni Bellini: sulla finestra si scorge un paese, del Crescenzio.
Il grande quadro oblungo, situato fra le finestre, rappresenta
la disfatta di Dario ad Arbella; è questa una superba opera di
Pietro da Cortona, sopra la quale si osserva la coronazione di
spine, eseguita dal Tintoretto. A sinistra del grande quadro
suddetto si scorge, in basso, una s. Cecilia, di Ludovico Caracci,
e al di sopra sono: l’Innocenza con una colomba, bel dipinto del
Romanelli; una bambocciata, di Michelangelo Cerquozzi; una
sacra Famiglia, di Girolamo Carpi; un giovane nudo con un ca-
prone, di Caravaggio; un Amorino, di Guido; un ritratto di
donna non termi nato , del sudetto ; una battaglia, del Borgognone ;
un Ecce Homo, del Barocci; un ritratto di Giulio II, di autore
incognito; una testa di un giovane sullo stile del Caravaggio, ed
una battaglia del Borgognone. Al di sopra di questa veggonsi:
una mezza figura di donna, abbozzo di Guido, e Gesù Cristo
colla croce, incontrato dalla s. Veronica, del Cardone: vicino a
questo quadro si osserva un s. Giovanni Evangelista, del Cara-
vaggio, e seguono poi al di sotto: il Redentore e la donna adul-
tera, del Tiziano; la veduta delle miniere di allume, di Pietro da
Cortona; l’Europa, di Guido, Reni, e la conversione di s. Paolo,
dello Scarsellino.
Sopra la finestra è un paese, del Crescenzio: in seguito si
veggono: una mezza figura di donna, della scuola di Raflaello;
Giuditta, di Giulio Romano; una Madonna, di Garofalo; laPro-
batica Piscina, da alcuni attribuita a Domenichino, e da altri al
Caracci, ed un paese, di Claudio; al di sopra sono: un presepe,
di Gaudenzio; un contadino assiso, di stile fiammingo; una testa
d’uomo, del Muziano, ed una di donna sul fare di Coreggio:
più sopra, e proprio nel mezzo, si osservano due abbozzi di Paolo
Veronese: la Maddalena, inferiormente, è dell’autore stesso, e
l’ Annunziata appartiene al Garofalo: di sotto a questo dipinto
si scorgono, una Madonna, di Carlo Cignani; un presepe, del
Garofalo, e Gesù colla croce, di scuola fiorentina: segue, una
Madonna col Bambino Gesù e s. Giovanni Battista, del suddet-
to Garofalo; e di sopra si veggono: un s. Giovanni Battista,
del Parmigianino; una vecchia che fila, di stile fiammingo; una
Diana, del cav. d’ Arpino, ed una testa d’un giovane, sul fare
di Tiziano: più in alto è una sacra Famiglia, di Andrea Sacchi;
e dopo vengono, la fuga in Egitto, dello Scarsellino ;*m s. Fran-
cesco, di A'. Caracci, ed il giudizio di Salomone, del Bassano.
Digitìzed by Google
68
Seconda Giornata.
La terza facciata rimane occupata, quasi per intero, da un
grande quadro di Guercino, rappresentante santa Petronilla, di-
pinto di stile largo, econdotto con moltissim’arte; asinistra di esso
quadro classico si trovano: un’Allegoria, eseguita da Simon Pro-
feta; un quadro del Giorgione, rappresentante la Madonna col
Bambino Gesù e b. Giuseppe; la Natività di Maria Vergine, del-
l’Albani vecchio, ed una fiera fiamminga, di Breughel: a destra
sono, una Maddalena, di scuola guercinesca, e la Natività della
Nostra Donna, dell’Albani.
Nella quarta facciata si scorge subilo, in 'alto, e proprio nel
mezzo, Gesù e la donna adultera, di Gaudenzio: a sinistra di que-
sto quadro sono: il battesimo di Gesù Cristo, del Tiziano, ch’eb-
be la fantasia di porvi il suo ritratto in profilo; ed un s. France-
sco, di Ludovico Caracci: a destra si vedono: il vecchio Simeo-
ne, del Pasignani, ed una sacra Famiglia, del ricordato Caracci.
Sotto il grande quadro, nel mezzo, si osserva una Madonna, di
Pietro Perugino: a sinistra è un 'astrologa con un giovanetto, del
Caravaggio; ed a destra, un s. Matteo, di Guercino. Ritornando
sulla mano manca, si vedono, vicino all’angolo, un s. Bernardo,
di Giovanni Bellini, ed un soldato assiso, di Salvator Rosa. Ven-
gono poscia: un s. Girolamo, di Pietro Paeini; un ritratto d’uo-
mo, di Giovanni Bellini; un paese, di Domenichino; il superbo
ritratto del celebre Bonarruoti, dipinto di sua mano; una Madon-
na, di Annibaie Caràcci; il ritratto di Giovanni Bellini, dipinto
da sè stesso; un’altra Madonna, di Annibaie Caracci; Gesù Cri-
sto e s. Giov. Battista, abbozzo di Guido; il ritratto d’un prete
spagnuolo, di Giov. Bellini, ed una strega, di Salvator Rosa: sulla
finestra avvi un festone di fiori, eseguito da Mario deTiori.
Sulla parete, fra le due finestre di questa facciata, si ammira
soprattutto il bel quadro di Guercino, rappresentante Cleopatra
al cospetto di Augusto: dal lato sinistro è un bel s. Sebastiano,
di Ludovico Caracci, e poscia seguono al di sopra: il Redentore
in gloria, di Bassano; la flagellazione di Gesù, di Tintoretto; ini
8. Antonio, del cav. d'Arpino; un ritratto d’uomo, del Bronzino;
Endimione dormiente, a luce di luna, del Mola; un s. Giovanni
Battista, di Guercino; un ritratto d’uomo, di Annibaie Caracci;
il battesimo di Cristo, del Tintoretto, e Gesù che scaccia i pro-
fanatori dal tempio, del Bassano: si vede in fine, il bellissimo s.
Sebastiano, di Guido Reni, e sopra la finestra è osservabile un
serto di fiori, di Mario de’Fiori.
Il più grande quadro posto sulla parete, fra la finestra e la
porta d’ingresso, spetta al Bassano, e rappresenta la fucina di
Digitized by Google
Protomoteca.
69
Vulcano, o piuttosto una bottega di fabbro-ferraio. Cominciando
poi da sinistra, si scorgono: un Amorino seduto, di Elisabetta St-
rani; lo sposalizio di s. Caterina, di Dionigi Cai vasi; Lucrezia,
abbozzo di Guido; un quadro con due ritratti, opera del Van-
Dyck; un ritratto d’uomo, del Muziano; un presepe, del Mazzo-
lino da Ferrara; una s. Barbara, da alcuni attribuita ad Annibaie
Caracci, e da altri a Domenichino; una sacra Famiglia, del Man-
tegna; Gesù nel tempio fra’ dottori, del Lippi; un ritratto d’uo-
mo, del Bassano: un’altra tela con due ritratti, lavoro del Van-
Dyck; Cleopatra, abbozzo di Guido; una sacra Famiglia, delPar-
migianino, ed un s. Sebastiano, di Garofalo. — Tornando a scen-
dere nel vestibolo del palazzo, e di quivi uscendo nel portico, si
trova a sinistra l’ingresso della
PROTOMOTECA.
Già da due secoli si costumava di collocare nel Pantheon dei
monumenti e dei ritratti alla memoria d’uomini illustri italiani.
Il numero essendosene a dismisura aumentato, il sommo ponte-
fice Pio VII destinò parecchie sale di questo edilìzio per farvi
trasferire tutti i busti collocati nel Pantheon, e per ivi porre quelli
di coloro i quali, nati in Italia, fossero in avvenire giudicati de-
gni di tale onore. Nella prima sala si legge una lunga iscrizione
latina, contenente le leggi di questo stabilimento. Sono esse di-
vise in sei articoli, e del tenore seguente: l.° essere destinato il
luogo a perpetuare la memoria degl’illustri italiani; 2.° dover
servire non solo ad accogliere i busti già collocati nel Pantheon,
ma quelli àncora che successivamente vi si vorranno porre; 3.*
quest’onore avranno solamente i più elevati ingegni, ma non mai
prima di morire; 4° i tre Conservatori di Roma riceveranno le
proposte di ammissione, consulteranno all’uopo le differenti Ac-
cademie, e la risoluzione rimane riservata al Sovrano, il quale,
discrepando i pareri, nominerà dei giudici; 5.° non potranno i ri-
tratti avere altra forma, che quella di busti, o di erme, i primi di
grandezza simile a quello di Leonardo da Vinci, le seconde in
proporzioni uguali a quella del Galilei, ed esclusivamente di mar- •
•io statuario; 6.° i Conservatori di Roma, finalmente, rimanere
incaricati della custodia dello stabilimento e dell’esecuzione della
legge, da cui non potranno, sotto qualsiasi pretesto, allontanarsi.
Nella stessa sala poi veggonsi collocati i ritratti dei celebri
stranieri che esistevano nel Pantheon, i quali possono essere ri-
guardati come italiani, perchè passarono la maggior parte della
Digitized by Google
70
Seconda Giornata.
loro vita in Italia, e quivi si perfezionarono e vi ricevettero i più
grandi incoraggiamenti, essi sono: Giuseppe Suée, pittore fran-
cese; Niccolò Fuegino, pure pittore francese, il cui ritratto venne
eseguito a spese di M.r d’ Angincourt; Raffaele Mengg, pittore,
ritratto postogli dall’Azara; Giovanni Winckelmann, ristoratore
dell’archeologia, busto scolpito dal Doel a spese del consigliere
Reiffenstein; Angelica Kauffmann, pittrice, ritratto postole dai
suoi eredi.
Nella seconda sala si scorgono i ritratti di varii compositori di
musica che si resero celebri dal XVI al XIX secolo.
La terza sala, ossia il salone, contiene molti ritratti di uomini
sommi nelle arti belle, e d’illustri poeti, oratori, scienziati e let-
terati. Inoltre, nel mezzo della parete principale osservasi il busto
di Leone XII, qui posto dagli Arcadi, insieme ad una iscrizione
onoraria ad esso pontefice, da cui ottennero l’ uso di queste sale
per le più solenni adunanze arcadiche .
Nella quarta sala, oltre il busto del sommo pontefice Pio VII,
scolpito dal Canova, sono i ritratti di molti celebri artefici che
fiorirono dal XIII al XVI secolo.
Entro la quinta sala si trovano riuniti i ritratti di coloro che
si distinsero nelle arti belle, dal XVI al XIX secolo.
La sesta sala comprende i ritratti dei poeti, oratori, scienziati
e letterati che fiorirono dal XV al XIX secolo.
Nella settima sala fu collocato il monumento eretto alla me-
moria del gran Canova per comando del pontefice Leone XII, e
scolpivate il commend. Gius, de Fabris; ivi si osserva anche il
busto di Emmanuele Filiberto, duca di Savoia, illustre nelle ar-
mi, morto nel 1580; ri tratto scolpito dal piemontese Luigi Gauda.
Anticamente dietro quest’edifizio era la cittadella (arx) di Ro-
ma, la quale sorgeva sulla celebre Rupe Tarpeia, di cui si vede
una parte dal lato verso la piazza della Consolazione. La rupe
ha tuttora una considerevole altezza; ma conviene riflettere
che le demolizioni a piè di essa rialzarono il piano di 13 metri
almeno, e che te scoscendimento della creta ha pure molto con-
tribuito a diminuirne la primitiva elevazione. Si ha dall’ istoria,
. che da questa rupe, la quale componesi di una tufa rossastra, ve-
nivano precipitati quelli che eran rei di alto tradimento verso 1t
libertà della patria; e Manlio vi fu precipitato per siffatta cagio-
ne, quantunque avessela difesa contro gli stranieri.
L’ instituto archeologico ivi stabilì il seggio delle sue riunio-
ni. — Sull’opposta vetta è la
Digitized by Google
Chiesa di s. Maria d' Aracalt. 71
CHIESA DI S. MADIA VARAMELI.
Sull’area ove già innalzavasi il celebrato tempio di Giove Ca-
pitolino, nel medio evo venne eretta ufia chiesa la quale in ori-
gine fu detta S. Maria de Capitolio; e, disprezzando certe tra-
dizioni troppo volgari, s’ignora quando e perchè vennele dato il
nome d ' Aracoeli. Fino all’anno 1252 era questa un’abbadìa di
benedettini, e Innocenzo FV ivi pose i frati minori osservanti.
Nel 1464, il card. Oliviero Caraffa ristaurolla; e finalihente aven-
do molto sofferto nel 1798, fu risarcita nel principio del secolo
presente.
La chiesa è divisa in tre navate da 22 colonne di differente
diametro, di lavoro diverso, e quasi tutte di granito egiziano,
eccettuatene tre che sono di marmo: dal che rimane smentita
l’assertiva ereditaria del popolo, che esse avessero appartenuto
all’antico tempio di Giove Capitolino, poiché, secondo Plutarco,
erano quelle tutte di marmo pentelico; si può ritenere piuttosto
che venissero tolte da differenti edilìzi; sulla terza colonna a si-
nistra, entrando in chiesa dalla porta maggiore, leggesi verso il
capitello, l’epigrafe: a cvbicvlo avgvstorvm, e forse vi fu in-
cisa per indicare che fu presa dal palazzo imperiale.
Entrando in questa chiesa per la porta principale, è degna d’os-
servazione la prima cappella a destra, per gli stupendi affreschi
del Pinturiccliio che l’adornano, rappresentanti alcuni fatti della
vita di s. Bernardino da Siena, a cui la cappella è dedicata: tali
pitture furono ristorate colla direzione del Camuccini. Nella se-
guente cappella intitolata alla Pietà, il quadro ad olio fu colo-
rito da Marco da Siena; le altre pitture sono del Pomarancio.
Nella quinta cappella, sacra a s. Matteo apostolo, il quadro e gli
altri dipinti, tutti relativi alla vita di lui, appartengono al Mu-
ziano, e furono ristorati da Giovannello da Montereale. Il pic-
colo sepolcro che qui osservasi, scolpito dalcav. Alessandro La-
boureur, fu eretto nel 1852 alla memoria del march. Carlo An-
tiei-Mattei, dalla pietà de’ suoi figli. Il 8. Pietro d’Alcantara
scolpito in marmo, che si vede nella seguente cappella, come
pure tutte le altre sculture sono di Michele Mailie, borgognone;
gli stucchi appartengono al Cavallini; e Marcantonio, napoli-
tano, dipinse la volta. Dopo la porta laterale trovasi la cappella
di s. Pasquale Baylon: il quadro dell’altare fu eseguito da Vin-
cenzo Vittorio Valenziano, e i dipinti laterali spettano a M.r Da-
niele Soites. La cappella a dritta nella crocera, eretta ad onore
di s. Francesco, fu riedificata nel 1727. Essa appartenne ai Sa-
Digitized by Google
72 Seconda Giornata.
velli, de’ quali vi si osservano due sepolcri, ed il quadro dell’al-
tare è del Trevisani.
Sull’ aitar maggiore, edificato nel 1590, si venera un’antica
immagine della M ad onda. Dietro esso altare è il coro, ove si
scorge, in alto, il bel sepolcro di Giambattista Savelli, lavoro
della scuola di Sansovino . Nella crocera , a sinistra andando
verso la sacristia, osservasi la così detta cappella santa, isolata
e sorretta da otto colonne di broccatello, la quale essendo stata
demolita nèl 1798, veime riedificata a spese dell’archiconfrater-
nita del Gonfalone l’anno 1832.
Nella sacrestia ammirasi un magnifico quadro della scuola di
Raffaello, forse di Giulio Romano, e rappresenta la s. Vergine,
s. Gio. Battista e s. Elisabetta.
Tornando in chiesa, cominceremo la visita dell'altra navedalla
seconda cappella, sacra a s. Margherita da Cortona. L’altare,
ornato di due belle colonne di giallo antico, ha un quadro di
Pietro Barberi: i laterali, esprimenti la conversione e la morte
della santa, sono di Filippo Evangelisti.
Il deposito a destra nella cappella di s. Michele, eretto nel
1853, fu scolpito dal cav. Alessandro Laboureur, per ordinedel
march. Luigi Marini, volendo questi in tal modo onorare la me-
moria dell’estinta sua sposa, che osservasi ritratta nel busto, e
del suo primogenito effigiato nel medaglione. E tal monumento
viene in bel modo compiuto dalle due statue esprimenti il dolore
dello sposo e della figlia dell’estinta donna.
L’Ascensione sull’altare della quarta cappella, è del Muoiano:
le altre pitture appartengono a Niccolò da Pesaro. Nella settima
cappella, dedicata a s. Antonio da Padova, gli affreschi della
volta sono del detto Niccolò; il Muziano vi dipinse una lunetta,
ed i suoi scolari vi rappresentarono alquanti fatti della vita del
santo. L’ultima cappella, intitolata alla Madonna, fu dipinta dal
ricordato Niccolò da Pesaro.
Annesso alla chiesa è il convento de’ religiosi minori di s.
Francesco, e contiene una delle principali biblioteche di Roma.
Dalla piazza del Campidoglio muovono due strade che scen-
dono al Foro Romano: seguendo quella a sinistra di chi osserva
il palazzo Senatorio (è una cordonata) si costeggiano le sostru-
zioni del Tabulario ; in fine di detta cordonata trovasi a manca
il Carcere Mamertino, volgarmente conosciuto col nome di s.
Pietro in Carcere, perchè dedicato al culto di esso apostolo.
Volendovi scendere per visitarlo, troverete il custode nella so-
prastante cappella, detta il Crocifisso di Campo Vaccino.
Digitized by Google
Carcere Mamertino.
73
CARCERE MAMERTINO.
Il nome di questo carcere deriva da Anco Marzio, quarto re
di Roma. Vairone, che dà molti particolari di quest’ antica fab-
brica, dice che fu costrutta a piè del Campidoglio, ove era stata
una cava di pietre. La stanza tuttora esistente è formata di la-
stre rettangolari in pietra vulcanica locale, cioè di tufa rossa-
stra; tuttavia si corgono, presso il moderno altare, gl'indizii del-
l’antica cava non coperti di pietre da taglio. Questa stanza ha la
figura di un trapezio lungo 7 met. e 75 c., largo 5 e 75, c., alto
4 e 20 c.; e veniva scarsamente illuminata da una finestruccia,
di cui si veggono le tracce verso il nord-est. Non avvi indizio
di porta per introdurvisi , giacché le porte attuali sono moderne;
quindi convieu credere che vi si calassero i rei dal foro che è
nella volta, ora chiuso da un’inferriata. La faccia verso oriente
è ancora ben conservata, e su d’una fascia in travertino che la
corona, si leggono i nomi dei consoli surrogati nell’anno 22 del-
l’era volgare, cioè: Caio Vibio Rufino e Marco Cocceio Nerva,
i quali sembra lo ristorassero per un decreto del senato; e tal
fascia spetta forse a quell’epoca. La scala che metteva alla pri-
gione ebbe nome di Scalae Oemoniae, a causa de’ gemiti di
quelli che vi erano condotti. Per questa medesima scala erano
trascinati i cadaveri di coloro che avevano subito il supplizio
nel carcere, per essere gittati dal ponte Sublicio nel Tevere, fa-
cendo loro percorrere il Foro ed il Velabro, spettacolo che mi-
rava a spaventare il popolo.
Tali esecuzioni si facevano nel carcere inferiore, costruito da
Servio Tullio, sesto re di Roma, per ciò appunto era chiamato
carcere Tulliano. Esso rimane 3 met. e 87 c. al disotto dell’an-
tico piano di Roma, e fu scavato nella roccia. I rei venivano ca-
lati in questo sotterraneo per un foro che ancor si vede in mezzo
della volta. Coloro che erano chiusi nel carcere Mamertino udi-
vano le grida e scorgevano il patir di quelli ch’erano tormen-
tati o messi a morte nel carcere Tulliano. La storia ci narra la
morte, che parecchi celebri personaggi dell’antichità subirono in
questo carcere. Ivi morì di fame Giugurta: in esso furono stroz-
zati, per ordine di Cicerone, i complici della congiura di Car-
lina, Lentulo, Cetègo, Statilio, Gahinio e Cepario: ivi fu ucciso
Seiano per comando di Tiberio, ed ivi ebbe morte Simeone, figlio
diGiora capo de’ Giudei preso da Tito. Da un passo di Giuseppe
sembra che la sorte riserbata ai capi delle nazioni vinte era d’es-
sere uccisi in questo carcere, mentre il trionfatore recavasi a sa-
4
Digitized by Google
74 Seconda Giornata.
crificare a Giove sul Campidoglio: per lo meno si può ritenere
che quegl’infelici, dopo aver servito alla pompa trionfale, veni-
vano racchiusi nel carcere Tulliano sino al giorno in cui erano
trasferiti in alcuna delle fortezze d’Italia, conforme accadde a
Siface, re de’ Numidii, il quale da prima fu inviato a Carseoli, e
quindi a Tivoli, ove finì di vivere; ed a Perseo, re de’ Macedoni,
che fu mandato ad Alba Fucense, ove dopo cinque anni di pri-
gionia terminò la vita.
La pia tradizione che i ss. Pietro e Paolo apostoli siano stati
chiusi in questo carcere per ordine di Nerone, accrebbene la ri-
nomanza, e diede motivo che venisse consacrato al principe degli
apostoli. Nel carcere Tulliano esiste ima sorgente d’acqua che
piamente credesi fatta prodigiosamente scaturire dai ss. apostoli
per battezzare i custodi della prigione, Processo e Martiniano,
che in seguito subirono il martirio.
La cappella poi che rimane al disopra del descritto carcere,
nella quale si ha in gran venerazione un’antichissima immagine
del Crocifisso, venne intieramente rinnovata con disegno del
cav. Boldrini. La detta cappella fu riaperta nell’ottobre 1854, e
l’antico culto vi si ripromosse e vi si ristabilì con solenne pro-
cessione; ed in tale circostanza il sommo pontefice Pio IX, sa-
lito sulla loggia che corona l’ingresso della cappella stessa fece
una divota allocuzione al folto popolo ivi accorso. — Al disopra
del carcere Mamertino e della suddetta cappella rimane la
CHIESA DI S. GIUSEPPE DETTA DE* FALEGNAMI.
Questa chiesa appartiene alla confraternita de’ falegnami, i
quali la eressero nel 1598 con architettura di Giambattista Mon-
tani. Il quadro dell’altar maggiore, rappresentante lo sposalizio
di Maria Vergine, fu eseguito, secondo alcuni, da Benedetto
Bramante, e secondo altri, da Orazio Bianchi. la nascita di Cri-
sto, che si osserva sull’altare a sinistra, è la prima delle opere
esposte al pubblico da Carlo Maratta: il quadro dell’altare in-
contro, esprimente s. Anna, è di Giuseppe Ghezzi ; quello della
Assunta, appartiene a Giacinto Geminiani, e la morte di s. Giu-
seppe, sull’altare incontro, venne condotta dal Romanelli. Le
pitture nelle due piccole logge, sono di Federico Zuccari.
Le tre colonne che si osservano a destra, uscendo dalla de-
scritta chiesa, e precisamente innanzi alle sostruzioni del Tabu-
lario, sono gli avanzi del
Digitized by Google
75
Tempio di Vespasiano.
TEMPIO DI VESPASIANO.
Queste tre colonne vengono generalmente designate nelle an-
tiche guide di Roma, come avanzi del tempio di Giove Tonante,
eretto da Augusto, dopo tornato dalla guerra di Spagna, in me-
moria di essere scampato da un fulmine che gli cadde vicino
durante quella spedizione. Il Bunsen ed altri antiquarii tedeschi
pretendono che le suddette tre colonne appartengano al tempio
di Saturno; noi però, seguendo l’opinione delcav. Luigi Canina
e di altri eruditi archeologi, crediamo che facessero parte del
tempio di Vespasiano.
Questo tempio avendo sofferto, probabilmente a causa dell'in-
cendio che distrusse l’Ateneo, e che rovinò altre molte fabbriche
da questo lato, fu instaurato dagl’ imperatori Settimio Severo e
Carcalla. Leggesi ancora un frammento della iscrizione che ri-
corda tale ristauro, come pure si rileva facilmente l’epoca in cui
fu eseguito analizzando lo stile della cornice: essa è ricca, gli
ornati sono minuti, tuttavia il lavoro è debole, incerto e trascu-
rato; si possono vedere alcuni frammenti di questa cornice nel
portico del Tabulario, e paragonati con quelli del cornicione del
tempio della Concordia, la differenza è si palese, che si può dire
possono servir di guida a riconoscere due epoche assai diverse
della romana architettura, quella, cioè di Augusto, e quella di
Settimio Severo, ossia la perfezione, e la decadenza delle arti.
Non ci rimane di questo monumento se non che tre colonne del
portico sorreggenti un pezzo considerevole del cornicione, osser-
vabile per i diversi strumenti sacrificatorii scolpiti di bassorilievo
nel fregio. Le colonne sono scanalate, d’ordine corintio, ed in
marmo lunense, detto da noi di Carrara, ed il loro diametro è
di 1 met. e 28 centimetri.
In seguito delle ultime scoperte si venne a conoscere che a
causa dell’ineguaglianza del suolo, e per non chiudere la rampa
del Clivo Capitolino che passava innanzi a questo tempio, era
stato eretto tale edifìzio su d’una specie di piattaforma rivestita
all’esterno di marmo, e si fu costretti a collocarne la scala fra
gl’intercolunnii. L’antico lastrico in massi poligoni di lava ba-
saltina, il quale si scorge avanti a questo tempio, è quello del-
l' antica via, o Clivo Capitolino. — Sul margine di essa rampaèil
TEMPIO DELI, A FORTUNA.
Fino agli ultimi tempi si credette generalmente che quel por-
tico di 8 colonne che osservasi presso il tempio di Vespasiano,
4*
Digitized by Google
76 Seconda Giornata.
fosse un avanzo del celebre tempio della Concordia eretto da
Camillo e riedificato da Tiberio, ove il senato si adunava alcuna
volta; ma il luogo in cui esistono tali avanzi non si accorda af-
fatto con simile denominazione. Il tempio della Concordia era
fra il Campidoglio ed il Foro, al peri di quello di cui si tratta,
ma il suo prospetto guardava verso il Fbro stesso, conforme as-
serisce Plutarco, mentre il portico tuttora esistente è rivolto di
fianco. Il tempio della Concordia, secondo Dione, era vicinis-
simo al carcere Mamertino, e gli avanzi indiscorso non gli sono
così prossimi come viene designato da tale indicazione. Final-
mente, stando ad una iscrizione che ha esistito in s. Giovanni Lu-
terano fino al secolo XVI, il tempio della Concordia fu ristorato
da Costantino, giacché era cadente per vetustà; mentre poi nel
fregio del portico di cui si parla, leggesi che il senato ed il po-
polo romano rifabbricarono quest’ edilìzio che era stato incen-
diato; talché il detto portico ed il tempio della Concordia non
Bono affatto una medesima fabbrica. Un simile ragionamento
divenne un fatto certo fin dall’anno 1817, quando si scoperse il
vero collocamento del tempio della Concordia, conforme si ve-
drà in seguito. Altri hanno preteso che esso fosse il tempio di
Giunone Moneta, di Vespasiano, della Concordia primitiva, di
Saturno ecc.; ma siffatte opinioni sono prive d’ogni probabilità,
e si oppongono direttamente alle testimonianze degli antichi
scrittori. Io stimo che l’opinione del Nardini sia la più verosi-
mile, perchè, in mancanza di prove materiali, viene sostenuta
dalle assertive di antichi autori, nè si può allegare alcun passo
d’un solo scrittore greco o latino che contradica la sua opinione.
10 dunque insiem con esso ritengo l’edifizio in discorso come il
tempio della Fortuna che esisteva sulla rampa Capitolina, e
presso quello di Vespasiano. Questo tempio essendo stato in-
cendiato sotto Massenzio, venne riedificato dal senato. Assai cat-
tivo n’è lo stile, e tutte le colonne hanno un diametro diverso;
11 che prova essore stato ristaurato, in parte, cogli avanzi d’altri
edilìzi, ed in tempi di estrema decadenza per le arti. Le colonne
sono d’ordine ionico, in granito egiziano; alcune hanno 3 met.
e 86 c. di circonferenza, e tutte sono alte 12 met. e 84 c., com-
presi la base ed il capitello. 8ei di esse ornano il prospetto, il
quale era decorato da un frontespizio, le altre due appartengono a
quelle che esistevano nei lati del portico. Il fregio, privo d’ogni
ornato all’esterno, è decorato al di dentro con fogliami ed altri
arabeschi: una parte di esso appartiene al tempio primitivo, ed è
di un lavoro che ricorda i bei tempi della romana architettura;
Digitized by Google
Schola Xantha. 11
i
l’altra parte, elio si distingue per una rozza esecuzione, in con-
fronto della prima, spetta all’epoca in cui il tempio venne riedi-
ficato dopo l'incendio, ed ha tutta l’ apparenza di essere stata
eseguita sul cominciare del IV secolo. Fra questo tempio e quello
di Vespasiano, si scorge l’antico lastrico del Clivo Capitolino.
SCHOLA XANTHA.
A destra di chi osserva il prospetto del tempio pur ora descrit-
to, ed inferiormente al margine del Clivo Capitolino si scorgono
le taberna, ossia gli uffizi ove stanziavano gli scrivani archivisti
(scriba) degli edili curali; i quali uffizi costituivano ciò che era
detta Schola Xantha. Queste taberna furono ristorate nel 1857,
e si estendono fino al Tabulario, con cui formano angolo retto. Le
iscrizioni rinvenute all’epoca della primitiva loro scoperta, ci fu-
rono precipuamente conservate da Lucio Fauno; allorquando pe-
rò, nel 18515, questo edifizio venne scoperto di nuovo, si rinvenne
spogliato di ogni ornamento.
PORTICO DEGLI DEI CONSENTI.
Nell’area soprastante ai suddetti uffizi (taberncc), si scoper-
sero, nel 1834, sette camere in parte appoggiate al Tabulario,
ed in parte alla rupe Tarpeia. Si riconobbe che anticamente
erano precedute da un portico con colonne, delle quali si rinven-
nero grandi ammassi di avanzi, e solo due rocchi di esse erano
rimasti ritti sulle loro basi. Il lavoro dei capitelli e delle colonne
manifesta un’opera spettante al III secolo dell’ era cristiana, al-
l’epoca, cioè, di Settimio Severo. Diversi bolli però , impressi sui
mattoni, trovati nell’opera muraria delle camere, hanno la data
del regno di Adriano, ed all’epoca stessa si riferisce l’opera la-
terizia. Da tutto questo si può concludere che l’intero edifizio
fu eretto in origine sotto Adriano, e che in seguito Settimio Se-
vero ne facesse riedificare il portico. La storia ci dice, e più spe-
cialmente Orosio, che questa parte di Roma venne incendiata
sotto Commodo, e si può ritenere che in seguito di tale disastro,
Settimio Severo si determinasse a ristaurare, non solo il tempio
di Vespasiano, conforme si fece osservare, ma eziandio il monu-
mento in discorso. D’altronde è fuori di questione, che esso fosse
riedificato da Vezio Pretestato, prefetto di Roma nell'anno 1120,
come lo attesta l’iscrizione che vi si legge, e che riportiamo più
sotto.
Digitized by Google
78
Seconda Giornata.
Nel 1858, non solo furono risarcite sei delle suindicate camere
o celle, lasciando la settima tale quale fu scoperta, ma venne
anche riedificato il prospetto del corrispondente portico. A ta-
le uopo si tornò a porre in opera quanto apparteneva all'edifizio,
e si supplì alle mancanze con lavori in travertino. Questo portico
si compone di dieci colonne corintie del diametro di 55 centimetri,
e dell’ altezza di 2 met. e 10 c., le quali sorgono sulle stesse
basi antiche trovate al loro posto. Cinque delle suddette colonne,
formate con rocchi di quelle antiche, sono di bel cipollino: es-
se sono scanalate ed i loro capitelli di marmo bianco veggonsi
adorni di vittorie e di trofei. Le altre cinque colonne fanno parte
di ciò che fu sostituito in travertino, ma due delle medesime
hanno capitelli antichi simili ai già ricordati. Sul cornicione, che
poco o nulla ha di moderno, è scolpita l’ iscrizione seguente.
Nel fregio si legge, in due linee: Deorum consentivi* sacro-
SANCTA SIMVLACRA CVM OMNI LO NE CVLTV IN —
pettivs praetextatvs v. c. pra rbi; — e nell’archi-
trave: CVRANTE LONGERIO ONSVL.
Si sa che erano detti Dii Consenti, le dodici principali divi-
nità, delle quali così Ennio classifica i nomi: Giunone, Vesta,
Minerva, Cerere, Diana, Venere, Marte, Mercurio, Giove, Net-
tuno, Vulcano ed Apollo. Ed è per ciò che si crede eli’ ivi do-
vessero essere dodici camere o celle, e noi siamo dell’ opinione
del Canina, che le altre cinque possono esistere sotto la moderna
salita che, costeggiando la rupe Tarpeia, conduce al Campido-
glio. — Vicino al tempio di Vespasiano, verso la cordonata del
Campidoglio, sono gli avanzi del
TEMPIO DELLA CONCORDIA.
I
Questo edilìzio, così interessante nella storia romana e nella
topografia dell' antica città, venne scoperto di mezzo un cumulo
di frammenti di marmo d’eccellente lavoro, i quali lo decora-
vano. Tre iscrizioni votive, una delle quali, perfettamente con-
servata, ne hanno stabilito il collocamento, e trovasi uniforme
a quanto ce ne dicono gli antichi scrittori. Esso era rivolto
verso il Foro, e vicino alle carceri, fra il Campidoglio ed il Foro,
conforme ne insegnano Plutarco, Dione e Pesto.
Al presente non si veggono che gli avanzi della cella, che era
incrostata per intero di giallo antico, di paonazzetto, e di affri-
cano. Sembra pure, dai frammenti che si sono trovati, che l’in-
terno fosse decorato di colonne di giallo antico e di paonazzetto,
Digitized by Google
79
Tempio della Concordia.
con basi adorne di ricchi intagli e corrispondenti, per lo stile,
ad alcune basi trovate sotto le terme di Tito, le quali si osservano
nel portico del museo Capitolino. Una sola iscrizione ci conservò
il nome di quello che lo dedicò, che fu Marco Artorio Gemino,
prefetto dell’erario militare. Tutto quanto appartiene a questo
edilìzio è danneggiato assai dal fuoco, lo che prova essere stato
distrutto da un incendio. Nei frammenti della pianta dell’antica
Roma, si osserva una parte di questo tempio e si rileva che il
portico era più stretto che la larghezza della cella. Sulla soglia,
formata di un solo pezzo di porta-santa, scorgesi l’incassatura
d’un caduceo, .che doveva essere in bronzo, attributo della dea
alla quale il tempio era sacro, e vi si osservano anche i fori en-
tro cui stavano i cardini. La disposizione ed il posto di tali fori
provano che la porta era situata in mezzo all’ apertura invece di
essere posta agli angoli, dimodoché essa giravasi attorno al pi-
lastro centrale. Non si conosce in qual epoca questo tempio an-
dasse in ruina, ma certo ciò accadde prima dell’ Vili secolo,
poiché la chiesa de’ ss. Sergio e Bacco, che apparteneva a detta
epoca e che venne distrutta sotto Paolo III e Pio IV, aveva già
occupata una parte dell’ area del descritto tempio. — Avendo
osservato tutto ciò che esiste nel declivio del Campidoglio, de-
scriveremo il
FORO ROMANO.
Il più celebre luogo dell’antica Roma era senza dubbio il Foro
Romano, tanto a causa della vetusta sua fondazione, che risali-
sce al tempo dell’alleanza fra i Romani ed i Sabini, sotto Romolo
e Tazio, quanto per le assemblee che ivi teneva il senato ed il
popolo romano, e per la magnificenza degli edifizi che lo deco-
ravano. L’etimologia della voce Forum fu tolta dagli antichi
da a ferendo, cioè a dire, portare quello che si doveva vendere,
imperocché il Foro, in origine, serviva di mercato.
Di presente la celebrità di questo luogo, che vuoisi riguardare
come il più classico di Roma antica, spinge i dotti, fin da quat-
tro secoli, a venire ad esercitare il loro ingegno per poterne as-
segnare i limiti e stabilire la posizione degli edifizi che vi esiste-
vano. Fino ai nostri dì, il Nardini meglio di ogni altro sembra
si accostasse al vero, e se egli distesene di soverchio i confini
verso oriente, si deve convenire che al tempo in cui scriveva,
cioè circa la metà del secolo XVII, tornava difficilissimo for-
marsi un’ idea precisa di questo luogo, tanto era ingombro e svi-
sato dalle torri e dalle pessime fabbriche del medio evo, e dei
Digitized by Google
80
Seconda Giornata.
tempi più moderni. Egli dovette rimettersene all’autorità degli
scrittori antichi, essendo affatto mancante di prove reali; da ciò,
prima che esse prove venissero a confermare o confutare il suo
sistema, era questo il più verosimile; ma le escavazioni intraprese
dal governo nel 1827 valsero a far conoscere che bisogna dimi-
nuire i limiti dell’asse del Foro verso oriente, la qual cosa non
distrugge interamente quel sistema, poiché riguardo al sito ed
alla disposizione degli edilìzi rimane confermato dalle recenti
scoperte.
Tutti gli antichi autori sono d’accordo circa l’epoca della pri-
ma fondazione del Foro, cioè all'alleanza fra’ Romani e Sabini :
questi due popoli avendo occupato le sommità del Palatino e del
Campidoglio, e perciò rimanendo l'uno dall’altro diviso, era neces-
sario che avessero un punto di riunione pel commercio; natural-
mente la specie d'istmo il quale, movendo dalle radici della rupe
Tarpeia, s’andava a congiungere colla discesa del Palatino verso
l’angolo settentrionale della collina, venne scelto all’uopo. Que-
st’istmo , o lingua di terra , bagnata a destra ed a manca da paludi ,
formava di sua natura, come dice Dionigi d’Alicamasso, una spe-
cie di valle ineguale coperta di boschi, ed in parte solcata da palu-
di. In seguito de’ recenti scavi si conobbe che il suolo, ad onta dei
miglioramenti i quali Roma, nella sua potenza, potè apportarvi,
discende sensibilmente verso l’ovest, o verso ilYelabro, come
pure verso l’opposto lato, ossia verso la chiesa di s. Luca; per
conseguenza in epoca così lontana come quella di Romolo e Ta-
zio, allorquando i due popoli uniti non ascendevano che a circa
3000 abitanti, è naturale credere ch’essi profittarono del suolo
di quella parte di valle ch’offriva minori difficoltà a ricevere una
forma regolare. A tal uopo eglino tagliarono gli alberi ingom-
branti l’istmo suddetto, e colmarono gli avvallamenti del terre-
no che, nelle stagioni piovose, divenivano paludi. Risalendo sem-
pre ai primi tempi di Roma, è forza rimaner convinti che il ter-
reno scendeva assai, muovendo al di là della colonna di Foca,
dalla parte che guarda la via delle Grazie, venendo verso l’arco
di Settimio Severo ed il Foro di Nerva, giacché negli ultimi
scavi si scoperse che anche sotto gFimperatori esso terreno di-
scendeva sempre, ed a quest’epoca, prima che venisse formato
il Foro Traiano, si sa, per testimonianza di Dione e per mezzo
dell’iscrizione del piedistallo della colonna Traiana, che il Qui-
rinale ed il Campidoglio si avvicinavano in guisa che convenne
tagliare il declivio duna di tali colline, evidentemente del Qui-
rinale, per ampliare il Foro, e che la parte tagliata del declivio
Digitized by Goógle
UTL B USI !> T^f IMITI *141
Digitized by
Google
2"©m®
Digitized by Google
Foro Romano.
81
aveva la medesima altezza della gran colonna Traiana; di guisa
che rimaneva naturalmente un bacino fra la gola che congiun-
geva il Campidoglio al Palatino, e le discese del Quirinale, del
Viminale e deH’Esquilino, ed in tal bacino riunivansi le acque
che scendevano dalle colline stesse: altrettanto avveniva dal-
l’altro lato, di modo che le acque scendenti dall’ A ventino, dal Ce-
bo, dal Palatino, e dal Campidogho verso il Tevere, scorrendo in
un suolo ineguale, e venendo rattenute dai cespugli, formavano
stagni che si allargavano per le alluvioni del fiume, ed in inverno
ed in primavera ivi esisteva un vero lago, cui si dava il nome
di Velabro. Dunque, basandosi su questi fatti e sull’autorità di
Dionisio, che dice chiaramente trovarsi il Foro fra il Campido-
gho ed il Palatino, sembra potersi affermare che i confini pri-
mitivi di esso Foro verso oriente, sono determinati da quegli
scalini che si scopersero ad occidente della colonna di Foca, e
che questa colonna è fuori de’ limiti del Foro Romano, ma che
vi fu compresa dall’ingrandimento che diedegb Giubo Cesare,
con quella parte cui si diede il nome di Foro di Cesare. Un passo
chiarissimo di Vairone, il quale sembra non fosse osservato da
tutti gli antecedenti topografi, afferma che ai suoi tempi, cioè
prima dell’amphamento fatto da Cesare, il Foro aveva 1 jugert
di superficie: ora, secondo Columella, ogni jugero corrisponde-
va ad un parabologramma di 120 piedi romani antichi, su 240,
in conseguenza di che la superficie del Foro era di 201,600 piedi
quadrati. Laonde esso non era quadro, ma quadri-lungo, poiché
Vitruviodice apertamente che iFori nelle città d’Italia facevansi
di forma oblunga nell’ordinaria proporzione di 2 a 3, allorquan-
do il luogo non vi ponesse ostacolo: dunque possiamo accertare
che il Foro Romano aveva 550 piedi di lunghezza e 366 di lar-
ghezza; l’estensione in vero non era vasta, ma non bisogna scor-
darsi che la città stessa non aveva che circa un miglio di giro, ed
è per ciò che, ampbandosi la città, rendutosi insufficiente, venne
in seguito aggrandito verso l’est da Cesare e da Augusto. Ce-
sare aggiunse lo spazio che, dall’ antica strada scoperta presso
la colonna di Foca, va fino a tutto l’angolo orientalo dell’arco
di Settimio Severo; ed Augusto quello che muovendo dal detto
angolo, si estende verso la chiesa di s. Luca ed il carcere Ma-
mertino. Tali aree o piazze vennero chiamate il Foro di Cesare
ed il Foro di Augusto, ma in fatto non erano se non che pro-
lungamenti ed ingrandimenti del primitivo Foro Romano.
Gli scavi fatti in epoche diverse ed in differenti punti provano
che il Foro continuò a sussistere fin per lo meno al XI secolo,
4**
»
Digitized by Coogle
82
Seconda Giornata.
e chela totale sua ruma rimonta ai guasti del 1084, quando, cioè.
Roberto Guiscardo arse e saccheggiò questa parte di Roma, di-
fendendo la causa di Gregorio VII. Dalla detta època questo
quartiere della città rimase per più secoli abbandonato, e venne
destinato a servir di deposito delle macerie e delle immondizie,
di guisa che nel corso de’ secoli esse si accumularono in modo
che il piano attuale è circa 8 metri più elevato dell’antico. Verso
il 1547, regnando Paolo III, vi si praticarono molti scavi, ma es-
sendo diretti al solo scopo di trame fuori gli oggetti d’ arte ed
i marmi, essi produssero nuove devastazioni anche nelle parti
più rozze delle fabbriche; e non si ebbe cura di levare alcun di-
segno del collocamento e della positura degli edifizi. Poscia que-
sto luogo fu destinato per il mercato del bestiame, ed in ispecie
de’ buoi, per cui se ne avvilì il nome, che invece di esser chia-
mato il Foro Romano, si disse il Foro Boario, o Campo Vacci-
no. Al cominciare però del nostro secolo gli si rendeva il suo no-
me antico, oggi reso pressoché popolare.
Stando alle ragioni ed ai documenti che abbiamo indicati, i
confini del Foro Romano vengono circoscritti dalla chiesa di s.
Maria della Consolazione, da quella di s. Teodoro, già tempio di
Vesta, dal monumento di cui ci restano tre colonne 'presso la
chiesa di s. Maria Liberatrice, e dal tempio della Fortuna che
rimane al di fuori.
Quantunque il Foro abbia perduto il vetusto splendore, le ro-
vine che ne rimangono, la memoria degli avvenimenti ai quali
fu teatro, i sublimi avanzi dell’arte che vi si ammirano, ne for-
mano il luogo più interessante di Roma. — Prima però di de-
scrivere ciò che si osserva nel Foro, stimiamo necessario dare
l’ indicazione generale degli
EDIFIZI DEL FORO.
Il Foro era circondato da un portico a due ordini che rende-
vane regolare la forma. Sotto questo portico, al pianterreno v’e-
rano botteghe (tabernae) ,\ie\Y oràme superiore esistevano camere
per la riscossione delle imposte. Dintorno al portico furono eret-
te, in epoche diverse, parecchie fabbriche per differenti usi, le
quali, stando all'autorità degli antichi scrittori e dei frammenti
della pianta di Roma antica, esistenti nel museo Capitolino, erano
così disposte.
Verso il mezzo del lato meridionale del Foro, erano: la Curia,
o la sala dei senato, e a diritta di questa il Comizio, ossia il luogo
Digitìzed by Google
83
Edifici del Foro.
destinato alle assemblee popolari ed ai processi; la Grecostasi o
la sala in cui si ricevevano gli ambasciatori stranieri, e l'arco Fa-
biano, eretto da Fabio vincitore degli Allobrogi; a sinistra erano:
il tempio di Castore e Polluce, il piccolo lago di Giuturna, ed il
terhpio di Vesta. Il lato occidentale conteneva il tempio di Giu-
lio Cesare, la basilica Giulia e l'Area (piccola piazza) di Opi e Sa-
turno. Sotto il Campidoglio, o dal lato settentrionale, si vedeva
il tempio di Saturno ossia l’Erario, l’arco di Tiberio, il tempio di
Vespasiano e la Schola Xantha. Dal canto orientale erano le due
basiliche Emiliane e quelle hotteghe ove Virginio tolse il coltello
con cui uccise la propria figlia.
Il centro della piazza conteneva pure dei celebri monumenti,
cioè, la tribuna d’onde gli oratori parlavano al popolo, e chiama-
vasi Rostro , perchè ornata dei rostri delle navi tolte dai Bomani
agli Anziati. Essa era posta innanzi alla Curia, e vi sorgevano
attorno le statue degli ambasciatori romani che erano stati uccisi
nella loro missione. Sotto Giulio Cesare questa tribuna fu trasfe-
rita verso l’angolo meridionale del Foro, per cui fu chiamata no-
va rostro , ed il luogo ove esisteva in origine si disse reterà.
Presso la tribuna fu eretta una colonna a Claudio II, ed incontro
al tempio di Giulio Cesare ergevasi una colonna di giallo antico
posta a suo onore. A piè del tempio di Saturno esisteva una co-
lonna dorata con sopravi indicata la distanza delle città princi-
pali dell’impero, a seconda delle grandi strade, lo che facevaie
dare il nome di Mìlliarium Aureum ; questa colonna fu resa ce-
lebre per la morte di Galba. Verso il centro del Foro erano, il
lago Curzio e la statua equestre di Domiziano, e non lungi dal-
T arco di Settimio Severo sorgeva la colonna rostrale eretta a
Caio Duillio per la vittoria navale riportata su’ Cartaginesi; ve-
di a pag. 59.
Oltre siffatti monumenti, de’ quali si può assegnare il luogo,
altri molti ce ne vengono ricordati dagli antichi autori come esi-
stenti nel Foro, ma che non è dato assegnarne con egual cer-
tezza la situazione, come a dire, i Giani, portici sotto cui si riu-
vano i mercanti e gli usurai, diversi affatto dal tempio di Giano
sì celebre per la ceremonia di chiuderlo in tempo di pace e di te-
nerlo aperto durante la guerra; la Pila Horatia. ossia pilastro
su cui Orazio pose le spoglie de’Curiazi ; la colonna di C.Menio
vincitore de'Latini, ecc.
Dato un cenno generico degli edifizi che decoravano il Foro,
Ci faremo a descrivere T attuale stato de’ monumenti ancora esi-
stenti in esso e nelle sue vicinanze. — Dappresso al carcere Ma-
mertino, all’estremità nord-est del Foro di Cesare avvi T
Digitized by Google
84 Seconda Giornata.
ARCO DI SETTIMIO SEVERO.
Circa il 205 dell’era cristiana, quest’arco trionfale fu eretto
dal senato e popolo romano in onore di Settimio Severo, e di
Antonino Caracalla e Geta figliuoli di lui, per le vittorie otte-
nute sui Parti, e sopr’altre nazioni barbare dell’oriente. L’arco è
in marmo greco, ed ha tre fornici come quello di Costantino;
ne formano la decorazione otto colonne scanalate d’ordine com-
posito, ed alcuni bassorilievi di mediocre lavoro, pertinenti al-
l’epoca della decadenza dell’arte, e rappresentanti le spedizioni
fatte da quell’imperatore contro i Parti, gli Arabi e gli Adia-
beni, dopo la morte di Pescennio e di Albino, conforme leggesi
nella iscrizione, che era in lettere rilevate di bronzo. Al fine della
terza linea di essa ed in tutta intera la quarta il marmo è un poco
incavato, perchè Caracalla, ucciso ch’ebbe Geta suo fratello, fe-
cene cancellare il nome, sostituendovi altre parole. Le volte dei
fornici, o arcate, vanno adorne di cassettoni e di rosoni, gli uni
dagli altri diversi.
Nel lato occidentale di quest’arco , è una scala interna di marmo
conducente sulla sommità del monumento, ove già esisteva la
statua dell’imperator Settimio Severo, sedente, assieme a Geta
e Caracalla suoi figli, su d’un carro trionfale tratto da sei cavalli
di fronte, fra due fantaccini e due cavalieri. — A sinistra del-
l’arco di Settimio Severo osservasi la
CHIESA DI S. LUCA.
L’origine di essa rimonta alle più antiche chiese di Roma, e
nel 1256 fu ristorata da Alessandro IV che dedicolla a s. Mar-
tina. Sisto V avendola data all’Accademia de’ pittori nel 1588,
eglino la riedificarono sotto Urbano Vili coi disegni di Pietro da
Cortona, intitolandola al loro protettore, l’evangelista s.Luca.
Il quadro della cappella a diritta, effigiatovi s. Lazzaro pin-
tore, è di Lazzaro Baldi; e l’Assunta nella cappella incontro si
deve a Sebastiano Conca. Il quadro dell’altar maggiore, rappre-
sentante s. Luoa in atto di dipingere la Nostra Donna, è upa co-
pia di Antiveduto Grammatica, eseguita sull’originale di Raf-
faello che vedremo nell’attigua galleria dell’Accademia: sullo
stesso altare si osserva la statua di s. Martina, buona scultura
di Niccola Menghino. Questa chiesa contiene i modelli colossali,
in gesso, del Cristo di Thorwaldsen, e della Religione del Cano-
va , come pure il monumento sepolcrale dell’archeologo Luigi
Digilized by Google
Accademia di s. Luca.
85
Canina, eseguito dal Tenerani a spese del duca di Northum-
berland. Il sotterraneo di questa chiesa merita d esser veduto
per la sua volta piana e per la ricca cappella erettavi da Pietro
da Cortona a proprie spese, e dove giace, sotto l’altare, ricco di
bronzi dorati e di pietre preziose, il corpo di s. Martina.
La casa congiunta alla chiesa serve di residenza all’ Accade-
mia di belle arti, detta di s. Luca, fondata sotto Sisto V. Essa
Accademia componesi di pittori, scultori ed architetti, i quali
dirigono le scuole di belle arti, facendone parte anche molti per-
sonaggi distinti come membri onorarii. Nelle sale, oltre a grande
numero di ritratti e ad alcuni quadri eseguiti dagli Accademici,
osservansi delle opere classiche de’ più celebri pit tori degli scorsi
secoli. Questa rara collezione è con bell’ordine disposta in tre
sale.
GALLERIA DELL'ACCADEMIA DETTA DI S. U CA.
salone. — I quadri più pregevoli, incominciando dalla pa-
rete a sinistra, entrando, sono: una sorprendente burrasca di
mare, del Tempesti; una piccola veduta di ruderi antichi con al-
quante vacche, del Berghem; un paese con dei cavalli, diWan-
Bloemen; lo sposalizio di s. Caterina, di Hemmling; una depo-
sizione di croce, opera fiamminga; MariaVergine addolorata, di
Guido Reni, fra due teste eseguite dal Mola; le tre Grazie, ab-
bozzo del Rubens; una vivacissima mezza figura di s. Girolamo,
di Salvator Rosa; Maria Vergine col Bambino e due angeli,
opera del Van-Dyck collocata fra due superbi paesi- dell’ Oriz-
zonte; un paese del Wouwermans; s. Girolamo nel deserto, di
Tiziano; una bella veduta di antichi monumenti, del Pannini, al
quale appartiene l’altra collocata incontro; un sorprendente ri-
tratto d'Innocenzo XI da taluni attribuito al Velasquez, e da
altri, con maggior fondamento, al Baciccio; una maravigliosa
marina, del Yemet, il cui effetto del levare del sole è veramente
sorprendente e magico; una Maddalena, del Masucci, ed una
bella testa di s. Francesco intento a leggere, dello Schidone.
De’ cinque paesi sulla parete seguente, i due laterali sono di
Salvator Rosa, in uno de’ quali ritrasse le cascatelle di Tivoli;
quello nel mezzo è dell’Orizzonte, e gli altri due appartengono
al Russino. Le due figure in terra cotta, negli angoli di questa
facciata, furono modellate da Michelangelo, le altre due da Gio-
vanni Bologna.
Sulla parete appresso seguono: un’altra bella marina, il tramon-
tare del sole, del Vemet; s. Girolamo che disputa con i capi di
Digitized by Google
8G Seconda Giornata.
una sinagoga, dello Spagnoletto; un quadro di Salvator Rosa,
con tre belle teste di studio; la Vanità, di Paolo Veronese; una
cantatrice, opera stupenda di Gherardo delle Notti; un bel ri-
tratto di donna, del Van-Dyck; un brillante dipinto di Giorgio
Harlow, inglese, rappresentante Wolsey che riceve il cappello
cardinalizio dalle mani dell’arcivescovo di Cantorbéry , nella
cattedrale di quella città; una Madonna, di Sassoferrato; il ri-
tratto di Tiziano, dipinto da sè stesso nella sua fresca età; l’an-
gelo che annunzia ai pastori la nascita del Redentore, opera di
gran merito di Bassano; la Vanità, di Tiziano; ima bella mezza
figura rappresentante s. Girolamo, di Agostino Scilla ; un qua-
dretto con ruderi antichi ed animali, di Asseden, e due sor-
prendenti marine, una di Claudio da Lorena, l’altra del Vernet.
salone, detto di haffaello. — 11 gran quadro a destra,
rappresentante Bacco ed Arianna, è opera di Guido Reni, ma
non delle migliori, seguono: una vezzosa Susanna, di PaoloVe-
ronese; una sacra Famiglia, dell’ Albani; una bella marina, del
Vernet, e tre quadretti, due de’ quali di autori incogniti, ed uno
di Tiziano, che vi dipinse la testa di s. Giovanni Battista ancor
fanciullo. La Galatea ritrassela Giulio Romano dall’affresco di
Raffaello, che vedremo alla Farnesina; il quadro con Bacco ed
Arianna fu colorito da Niccolò Pussino, sull’originale di Ti-
ziano; il paese sotto, sparso di animali, è di Giuseppe Rosa; il
bel paese a lato appartiene all’artista inglese Parcher, ed il bel-
lissimo quadro con frutta, è di pennello fiammingo.
Nel centro della successiva parete ammirasi un pregiatissimo
dipinto di Raffaello, rappresentante s. Luca in atto di ritrarre la
Nostra Donna, e nel quale l’immortale artefi e si piacque intro-
durre il proprio ritratto. Il quadro a destra, dipintovi il Fariseo
che mostra la moneta al Redentore, credesi di Tiziano; e Guido
Reni colori il grazioso Amorè in quello a sinistra. Il ritratto del
famoso ammiraglio Cornaro, collocato al disopra, è del*Gior-
gione ; quello dall’altro lato , di personaggio incognito, con-
dusselo il Tintoretto. Al Bronzino appartengono i due quadri
laterali, rappresentanti s. Andrea e s. Bartolommeo, ed al Van-
vitelli si devono i due dipinti al disotto, nei quali ritrasse una
veduta di Roma, ed una di Tivoli.
Nell’angolo della seguente parete osservasi il Genio della Sto-
ria, del Cavallucci, ed una mascherata di scuola veneziana.
Succede poi un affresco di Guercino, trasportato su tela: questo
stupendo lavoro esprime Venere ed Amore. Dopo un abbozzo
di Tiziano, è forza arrestarsi maravigliati a considerare con quale
Digitized by Google
Galleria del? Accademia di s.Luca. 87
illusione di colorito, e con quanta naturale e viva espressione
Guido Cagnacci valse a rappresentare Lucrezia violentemente
assalita da Sesto Tarquinio. Segue il bellissimo putto condotto a
fresco da Raffaello, opera che , a tutta ragione , viene tenuta
delle migliori che uscissero di mano a quelTinarrivabile maestro.
Si ammira quindi la tanto celebrata Fortuna, dipinta da Guido
Reni, il quale rappresentavala assai bene, come sorvolante sul
globo terrestre, seguita da un amorino. A Paolo Veronese ap-
partiene lo sposalizio di s. Caterina. La tela che viene dopo offre
un maraviglioso dipinto di Tiziano, il quale vi rappresentò la
ninfa Calisto entro il bagno, ed altre leggiadre ninfe che a lei
fanno corona. Nell’angolo si osserva, una deposizione di croce,
del Chiari. Al disopra de’ quadri che decorano questa parete
sono collocati alquanti belli paesi dell’Orizzonte, fra’ quali scor-
gesi un Anacoreta, del Mola.
Superiormente ai due ingressi laterali veggonsi quattro di-
pinti; i due a destra sono del Palma vecchio, e rappresentano Lot
colle figlie, e Dalila che recide i capelli a Sansone; gli altri due
spettano al Palma giovane, che vi colorì le tre Grazie, e Ber-
sabea veduta dal re David. Fra i quadri che adornano le facce
dei piloni osserveremo: un quadretto del cav. d’Arpino espri-
mente Perseo che libera Andromeda dal mostro marino; un boz-
zetto di Tiziano, dipintovi il pontefice Paolo III co’ suoi nipoti;
un superbo ritratto di Claudio Lorenese, del Murillo; una Ma-
donna, di Carlo Maratta; la Speranza, di Angelica Kauffmann,
ed una sorprendente testa pensante ( il Pensiero ) opera del
Greuze, artista francese.
sala dei quadri moderni. — Fra i dipinti che si contengono
in questa sala, si distingue sopra tutti un bellissimo quadretto in
cui è figurata poeticamente l’Iride: il gentile soggetto fu tro-
vato dall’ingegno di Guido Reni, il quale espresselo in disegno,
di cui l’inglese Head si valse per eseguire questa graziosa tela.
Osserveremo inoltre la Vestale sepolta viva, della scuola di Ghe-
rardo delle Notti; s. Cecilia, di Andrea Pozzi; Ebe che porge il
nettare a Giove, sotto forma di aquila, del Pellegrini, vene-
ziano, ed una Sibilla del Benvenuti. Questa sala contiene purè
molti ritratti di Accademici, alquanti de’ quali eseguiti da artisti
di gran merito, e fra questi facciamo rimarcare quello dell’ar-
chitetto Uggeri, opera del Vizrtz, l’altro di Gibson, scultore in-
glese, del Williams, e quelli delle pittrici Angelica Kauffmann
e Virginia Le Brun dipinti da loro stesse. Meritano inoltre d’es-
sere ricordati i ritratti dei pittori Balestra o Pellegrini, e quelli
Digitìzed by Google
88 Seconda Giornata.
dello scultore Albacini, e dell’architetto commendatore Luigi
Potetti, poiché da questi generosi Accademici vennero instìtuiti
dei concorsi a vantaggio dei giovani che studiano le arti belle, ed
all’uopo arricchirono di opportune rendite l’Accademiadis.Luca,
la quale ha la cura e la direzione di tali concorsi.
Entro le sale del primo piano si possono osservare quadri, di-
segni, modelli di creta cotta e di gesso, opere tutte le quali, nei
concorsi dell’Accademia di s. Luca, meritarono il premio ai gio-
vani studenti delle belle arti che le eseguirono. Quivi si vedono
ancora i gessi delle famose sculture di Egina, esistenti in Mo-
naco.— Uscendo, si ha quasi di faccia la porta laterale della
CHIESA DI S. ADRIANO.
La facciata rimonta ai V secolo dell’era volgare: essa è in
mattoni ed in passato vedevasi rivestita di stucco, con ornati: la
porta poi era foderata di bronzo e venne trasferita a s. Giovanni
in Laterano, ai tempi di Alessandro VII. Allorquando, nel 1649,
fu ricostruito l’ interno di questa chiesa, vi si trovò un piedistallo
con iscrizione che diceva, come Gavinio VettioProbiano, prefetto
della città, decorasse la basilica con una statua. Tal piedistallo
appartenne probabilmente alla basilica Emilia eretta da Paolo
Emilio sul finir della repubblica, conforme abbiamo da Cicerone,
ed era celebre per le sue colonne di paonazzetto.
La ricordata basilica, come afferma Stazio, rimaneva nel lato
orientale del Foro, cioè di faccia alla chiesa in discorso, ma al di
là della colonna di Foca ove, secondo dissi, aveva principio il
Foro Romano: quindi è da credere che il suddetto piedistallo fosse
stato portato nel luogo in cui venne scoperto per valersene come
di materiale. — Di contro alla descritta chiesa ergesi la
COLONNA DI FOCA.
Fu soltanto negli scavi del 1813 che si conobbe l’epoca e l’uso
per cui tale colonna era stata eretta; giacché allora vi si scoper-
se nel piedistallo T iscrizione che indica come essa, sormontata
da una statua dorata di Foca, fosse eretta da Smaragdo, esarca
d’ Italia, nell’ anno 608, ad onore di quell’imperatore ed a causa
delle beneficenze, della quiete e della libertà da lui conservate
all’Italia. Gli scavi successivi posero allo scoperto il monumento
e misero in luce parecchie iscrizioni, quali sono quelle degli dei
Aver ranci, di Minerva A ver ranca, di Marco Cispio figlio, pre-
Digitized by Google
Colonna di Foca.
89
tore, di Lucio, di Costanzo Cesare, ecc.: vi si rinvennero anche
tre piedistalli in mattoni, già incrostiti di marmo, i quali servi-
rono a sorreggere grandi colonne di bel granito rosso, di cui si
trovarono dei rocchi, ed mi gran numero di frammenti.
La colonna di Foca è in marmo, d’ordine corintio, scanalata,
ed in origine dovette appartenere a qualche edilìzio dell’epoca
degli Antonini, d’onde Smaragdo probabilmente tolsela. Essa
ha 1 met. e 22 cent, di diametro, con un piedistallo alto 3 met.
e 54 centimetri. Sembra, sì per questa colonna, si per la deco-
razione del luogo, che, nel 'VII secolo, il Foro di Cesare, in cui
s’innalza, fosse tuttavia una delle piu cospicue parti di Roma.
Il nome diFoca era stato raso dall'iscrizione dopo la sua caduta;
ma in seguito alle ultime escavazioni vi fu nuovamente scolpito,
al pari di altre lettere che vi mancavano.
BASILICA GIULIA.
Nelle escavazioni ordinate dal governo l’anno 1834 fra la co-
lonna testé descritta ed il Clivo Capitolino, bì scopersero gli sca-
lini esterni della detta basilica. Tali escavazioni, ricominciate con
maggior ardore nel 1850 sotto la direzione dell’architetto ar-
cheologo Luigi Canina, e proseguite fin presso la via Sacra,
posero allo scoperto quasi tutto il piano dell’ edilìzio, lastricato
in marmi di specie diverse, ove si osservano interessanti avanzi
delle antiche costruzioni.
Due documenti valgono a determinare la positura e la forma
della basilica, la quale fu cominciata da Giulio Cesare e compiuta
da Augusto nell’ area del Comizio, che al tempo degl’imperatori
non serviva più ad alcun uso. Il primo documento ci si offre
dalla iscrizione Ancirana ben cognita, dimostrante eh’ era col-
locata fra il tempio di Castore e quello di Saturno, e che essendo
stata rovinata dal fuoco, venne riedificata dal medesimo Augu-
sto in più ampie dimensioni, intitolandola ai due suoi figli Caio
e Lucio, ed ordinando che, se egli non avesse potuto finirla, do-
vessero terminarla i suoi eredi. Abbiamo poi l’altro documento
in due frammenti dell’ antica pianta di Roma esistenti nel museo
Capitolino, nei quali si scorge delineata la forma della basilica
Giulia, colla indicazione del tempio di Saturno in una delle sue
estremità, costituita da una grande navata oblunga, circondata
esteriormente, nella parte inferiore, da tre file di pilastri che,
congiungendosi a mezzo di archi, formavano un duplice portico.
Quanto all’elevazione ed agli ornati esterni di questa basilica,
Digitized by Google
90
Seconda Giornata.
non se ne potrebbe dare una idea nè più conveniente nè più pro-
babile di quella che viene dimostrata nella classe III della gran-
d’ opera sui monumenti di Roma antica, scritta e pubblicata dal
prefato Canina. Consentendo noi perfettamente con esso, il por-
tico esteriore doveva, senza dubbio, essere terminato a foggia
di terrazzo, mentre è probabile che superiormente, all’interno,
si ergesse un second’ ordine di pilastri formanti un portico sem-
plice attorno alla parte superiore della suddetta navata.
Riguardo agli ornamenti, i pilastri del portico inferiore anda-
van forse decorati con mezze colonne doriche, e quelli del por-
tico superiore con mezze colonne ioniche, ed è probabile che il
terrazzo fosse attorniato da un attico, su cui posassero altret-
tante statue quanti erano i sottostanti pilastri. — Di faccia alla
colonna di Foca, verso l’arco di Tito, se ne osservano altre tre,
le quali formavano parte della
GREC09T ASI ,
Questi mirabili avanzi dell’ antica architettura non poterono
appartenere, avuto riguardo al loro collocamento, nè al tempio
di Giove Statore, nè a quello di Castore e Polluce, imperocché
il primo rimaneva più verso la cima del Palatino, e l’ altro più
presso al Velabro, ove esisteva la fonte di Giutuma.
Varii passi di antichi autori ed i frammenti dell’antica pianta
di Boma esistenti in Campidoglio, accertano che i sudd.1 avanzi
spettino alla Grecostasi, edifizio eretto pel ricevimento degli am-
basciatori stranieri fin dal tempo di Pirro; e si disse Grecostasi,
cioè la stazione de' Greci, perchè gli ambasciatori di lui, che erano
greci, furono i primi ad esservi ricevuti. Tale edifizio essendo
andato in ruina, fu riedificato da Antonino Pio, nel luogo occu-
pato dalla primitiva Grecostasi e dal Comizio; ma rimase affatto
distrutto nel terribile incendio avvenuto sotto il regno di Carino.
Per ciò che spetta al Comizio, era esso congiunto alla Curia,
o sala del senato, e serviva pe’ comizii curiati, ossia alle ragu-
nanze popolari per curie, allorquando si trattava di eleggere un
sacerdote, o di promulgare alcuna legge, e talvolta ivi ammini-
strossi eziandio la giustizia, e furonvi messi a morte i malfattori.
Molta parte de’ Fasti Capitolini fu trovata in queste adiacenze
nel secolo XVI, vedi a pag. 62. La Grecostasi era rivolta verso
il tempio di Antonino e Faustina: la sua facciata si componeva
di otto colonne, e le tre che rimangonci appartengono ad uno dei
lati, ciascun de’ quali ne aveva tredici; ma non si conosce ancora
Digitized by Google
Grecostasi. 91
se eran vi colonne nel punto in cui l’ edilizio raggiungeva la Cu-
ria. Tali colonne sono di marmo pentelico, scanalate e d’ordine
corintio, aventi 1 met. e 44 c. di diametro e 14 met. e 84 c. di
altezza, compresi la base ed il capitello. 11 cornicione che esse so-
stengono è grande, maestoso, ed è lavorato delicatamente e con
finitezza; come pure i capitelli pareggiano in bellezza quelli del
Pantheon, e servono, assieme alle colonne, d’ esemplari per le
proporzioni e per gli ornati dell’ordine corintio. — Poco lungi
dai descritti avanzi, verso il Velabro, esistono quelli della
CURIA.
Serviva questa alle assemblee del senato, ed aveva il suo pro-
spetto rivolto al Campidoglio. Era detta Curia Ostilia, perchè
eretta da Tulio Ostilio, terzo re di Roma; Siila ristorolla, ma po-
scia rimase preda del fuoco, quando fu arso il corpo di P.Clo-
dio, il nemico di Cicerone. Augusto eressela di nuovo, e chia-
molla Curia Giulia, dal nome di Giulio Cesare suo padre adot-
tivo. Gli avanzi di questa sala si osservano nella casa del legna-
iuolo accanto a s. Maria Liberatrice, unitamente ai ruderi della
Greco stasi, e palesano un’eccellente costruzione in mattoni. Il
prospetto della Curia, che probabilmente era ornato da un por-
tico con colonne a cui si ascendeva per molti gradini, è andato
a terra. — Proseguendo il cammino verso il Velabro s incontra il
TEMPIO DI VESTA, OGGI CHIESA DI S. TEODORO.
Questa chiesa, di forma circolare, venne eretta da papa Adria-
no I, nel secolo Vili, sulle mine del famoso tempio di Vesta,
custodito dalle vergini Vestali, e dove si conservava il fuoco sa-
cro ed il Palladio. Si riconosce nella costruzione, che l’edifizio
venne rifabbricato in epoca molto avanzata di decadimento, ed
in esso Niccolò V, correndo il 1450, rifece la porta d’ingresso e
la volta. La tribuna va adorna d’un musaico del secolo Vili, ed
il quadro dell’altar maggiore fu colorito da uno de’ fratelli Zuc-
cari. Degli altri due, il s. Giuliano martire appartiene al Bacic-
elo, ed il s. Crescentino a Giuseppe Ghezzi.
Sotto il declivio del Palatino, che signoreggia la suddetta
chiesa e la Curia, esistevano: il Lu fere ale, grotta sacra a Pane,
ed il Fico Ruminale, a piè di cui Faustolo rinvenne Romolo e
Remo. — Tornando da s. Teodoro al Foro, ed attraversatolo, si
perviene alla direzione dell'antica
Digitized by Google
92 Seconda Giornata.
VIA SACRA.
Questa celebre via ebbe il nome dai sacrifizi (sacra) che se-
guirono dopo la pace fra Romolo e Tazio. Essa cominciava in-
nanzi al Colosseo, costeggiava il tempio di Venere e Roma e la
basilica di Costantino, passava innanzi al tempio di Romolo e
Remo, a quello di Antonino e Faustina, ed entrava nel Foro per
l’arco Fabiano, di cui si fece ricordo trattando in generale del
Foro stesso. Presso quest’arco, un ramo di essa via si dirigeva
al tempio di Vesta, e conservava il nome di via Sacra, andan-
do a terminare colla via Nuova che moveva dal Foro e raggiun-
geva il circo Massimo, seguendo all’ incirca l’andamento della
strada attuale, che dal Foro conduce verso la chiesa di s. Ana-
stasia. Il principal ramo della ria Sacra traversava esso Foro,
e pel Foro di Cesare e quello di Augusto, saliva al Campidoglio;
ed è probabile che per clivus sacer (salita sacra) Orazio inten-
desse parlare della salita del Campidoglio. Stando a Varrone, la
via Sacra metteva capo alla cittadella, che veniva chiamata Arx
sacrorum. — Il primo edifizio che si presenta a sinistra, lungo
la via Sacra, è il ,
TEMPIO DI ANTONINO E FAISTIXA,
OGGI CHIESA DI 8. LORENZO IX MIRANDA.
Questo tempio, che da parecchi anni venne isolato per cura
del governo, fu eretto con decreto del senato in onore di Fausti-
na; e dopo la morte di Antonino, marito di lei, vi fu unito an-
che il nome di esso. E prostilo-esastilo, ossia avente un portico
innanzi alla cella, con sei colonne in prospetto e tre in ciascun
lato: tali colonne sono di marmo caristio, detto oggi cipollino,
e si possono ritenere come le maggiori conosciute di simile mar-
mo, giacché hanno 13 met. e 80 c. d’altezza, contandovi la base
ed il capitello. Esse sostengono uno stupendo cornicione, com-
posto di enormi massi di marmo bianco; e sul fregio, esistente
ancora nei lati, veggonsi candelabri, grifi e vasi sacri, scolpiti
assai bene di bassorilievo, mentre sul frontespizio si legge il nome
di Antonino e Faustina. Le pareti della cella erano di grossi massi
di pietra albana, ossia peperino, incrostati con lastre di marmo
bianco. Anticamente si ascendeva a questo tempio a mezzo d’una
scaladi 21 gradino, attualmente distrutta, e dalla base delle co-
lonne al piano della via Sacra vi sono circa 5 metri.
Digitized by Google
93
Tempio di Romolo e Remo.
Sugli avanzi del descritto tempio, venne costruita la suindicata
chiesa di s. Lorenzo, e forse fu detta in Miranda a causa dei
mirabili monumenti antichi dai quali rimane attorniata.
Ivi presso si trova il
TEMPIO m ROMOLO E REMO, OGGI CHIESA
DEI SS. COSMA E DAMIANO.
Seguendo gli scrittori ecclesiastici, che trattano dell’ origine
della chiesa de’ ss. Cosma e Damiano, si viene a rilevare che il
tempio di cui parliamo venne eretto a Romolo e Remo. La cella
che tutt’ora si conserva, e costituisce il vestibolo della chiesa,
ha forma circolare; ed il suo pavimento si componeva di lastre
di marmo, sulle quali era stata incisa la pianta dell'antica Roma,
della qual pianta, verso la metà del secolo XVI, si trovarono
molti frammenti, di presente collocati nel museo Capitolino, ved.
a pag. 51. L’opera muraria di questo tempio ed una iscrizione
che si leggeva ancora nel secolo XVI sulla sua facciata, e di cui
conservasi copia in un manoscritto della biblioteca Vaticana,
danno a conoscere che venne eretto ai tempi di Costantino.
A lato al detto tempio, nel 527, s. Felice IV costruì una chiesa
che intitolò ai ss. Cosma e Damiano, valendosi della cella di esso
come vestibolo del sacro tempio, e lo stesso pontefice ornò la tribu-
na coi musaici che ancor si veggono. L’innalzarsi del suolo ester-
no rendette la chiesa soverchio umida, per cui Urbano Vili fe-
cela rifabbricare sul piano moderno, conservando la parte supe-
riore della tribuna antica, e decorando il novello santuario con
pitture tuttora esistenti.
La superior parte della cella dell’ antico tempio, serve anche
oggi di vestibolo alla chiesa: vi si praticarono due aperture, e vi
si pose un' antica porta di bronzo, eh’ era già in Perugia cogli
stessi stipiti di marmo che vi si osservano, ricchi di ornati di non
elegante lavoro; e nella medesima circostanza vi furono collocate
le due belle colonne di porfido, sostenenti il cornicione. Il pavi-
mento del vestibolo, come pure quello della chiesa moderna,
vengono sorretti da gagliardi piloni.
Si scende nell’antica chiesa sotterranea per un’agevole scala,
costruita di fianco alla tribuna, e vi si osservano l’altar maggiore
isolato, sotto cui riposano i corpi dei ss. Cosma e Damiano, ta-
lune cappelle, e qualche pittura. Dal detto sotterraneo si scende
in un altro, ove esiste una Sorgiva d'acqua, detta di s. Felice.
Le due colonne di cipollino che si scorgono avanti all’oratorio
della Via Crucis, il quale rimane a lato della descritta chiesa,
Digitized by Google
94 Seconda Giornata.
formavano parte del portico del suddetto tempio di Romolo e
Remo, e rimangono al loro primitivo luogo. Esse hanno 10 met.
di altezza, compresivi base e capitello, conforme si conobbe nel
1753, mediante le opportune escavazioni ivi operate. — I tre
grandi archi che veggonsi poco lungi da quest’oratorio, sono gli
avanzi della
BASILICA DI COSTANTI IVO.
Aurelio Vittore narra che Massenzio, circa il 311 dell’era vol-
gare, eresse una basilica con gran magnificenza, e che il senato
la dedicò poscia a Costantino, che fu rivale di lui nell’ impero,
per lo che ebbe il nome di Basilica di Costantino. Un anonimo,
contemporaneo di questo imperatore, pubblicato dall'Eccardo,
mostra che tale basilica era stata edificata sulle rovine de’magaz-
zini di pepe ed altre merci orientali, fabbricati da Domiziano,
detti Horrea Piperatoria, i quali rimasero distrutti da un gran-
de incendio l’anno 191 dell’era volgare, come abbiamo da-Galie-
no e da Dione. La pianta dell’edifizio è ben quella duna basilica,
essendoché colpiste in una sala assai vasta, divisa in tre navi per
mezzo di enormi piloni. Lo stile della costruzione e degli ornati
è simile a quello delle terme Diocloziane e Costantiniane, e di al-
tri edifizi contemporanei al cominciare del IV secolo dell’era vol-
gare; di più le impronte de’grandi mattoni hanno in genere il
marchio di tal epoca, ed in un masso crollato della volta, si sco-
persero nel 1828 parecchie medaglie, fra le quali una rarissima
in argento, colla testa di Massenzio. Laonde io credo che tali
avanzi appartengano a quella basilica, che vien detta Basilica
Constàntini nel catalogo delle antiche regioni della città, scritto
da Rufo, da Vittore, e da un anonimo designato col nome di No-
tizie dell’ impero-, i quali autori la pongono nella regione della
via Sacra, ove appunto esistono i detti avanzi.
Dal secolo XV fino alla metà del secolo passato, erasi dato il
nome di tempio della Pace a questo grande edilizio; ma dopo
quanto fu da me detto, stimo sia inutile dimostrare che tale
denominazione abbia a riporsi fra le apocrife di altri monumenti
di Roma, che troppo facilmente si diedero in un’ epoca in cui si
era talmente ignoranti della meteriale topografia della città, che,
conforme si può vedere nel Biondo da Forlì, fu appellato Quiri-
nale il monte Pincio.
La basilica di cui trattasi aveva circa 96 metri di lunghezza. 64
di larghezza, e quasi 22 e mezzo di altezza; era divisa in tre na-
vate da piloni, e quella di mezzo veniva decorata da otto colonne
Digitized by Google
95
Basilica di Costantino.
in marmo bianco scanalate, d’ordine corintio. Una di queste co-
lonne rimaneva ancora in piedi nel 1614, allorquaifeo il pontefice
Paolo V fecela trasportare innanzi alla basilica di s. Maria Mag-
giore, ove oggi si vede sormontata dalla statua in bronzo di
Maria Vergine. Ad onta della sua altezza, questa colonna lascia
scorgere nelle sue proporzioni, nel lavoro, e nelle parti non ri-
storate del capitello, una grande analogia di stile col rimanente
della fabbrica.
La navata settentrionale è sufficientemente conservata, del
pari che il portico d’ingresso; ma si osserva un cambiamento di
stile nella costruzione primitiva dell’ edifizio, giacché in origine
aveva un solo ingresso verso il Colosseo, dove è il portico, ed in
fondo alla grande navata una tribuna; mentre poscia fu aperto
un altro ingresso incontro al Palatino, decorandolo con quattro
colonne di porfido, e riducendo in tribuna l’arco di mezzo della
nave settentrionale. Cogli ubimi scavi furono scoperti non pochi
avanzi del pavimento in giallo antico e marmo bianco, alcune
parti dell' incrostamento delle pareti, alcune basi e capitelli, al-
cune colonne, porzione del cornicione e i due rocchi di colonne
di porfido, che veggonsi riuniti in una sola colonna, entro il cor-
tile del palazzo de’ Conservatori. In siffatta occasione si scoper-
sero pure nella tribuna aggiunta talune pitture assai rozze del
secolo Xm, le quali indicavano che ivi fosse stata sepolta qual-
che persona, di cui infatti vi si rinvennero le ossa. Tali pitture,
essendo state condotte sul muro, mancante d’incrostatura e di
ornati, danno a conoscere che l’edifizio in quell'epoca era già ro-
vinato. — Vicino a questa basilica trovasi la
CHIESA DI S. FRANCESCA ROMANA.
La sua origine è antichissima, essendo stata eretta da papa
Paolo I, e poscia riedificata da Leone IV . Paolo V la rinnovò
con architetture di Carlo Lombardi, che innalzò il prospetto tale
quale si vede. Innanzi all’altar maggiore avvi il sepolcro di s.
Francesca, eretto con disegno del Bernini, che lo adornò di pre-
ziosi marmi e di bronzi dorati; e nella crocera si scorge il sepol-
cro di Gregorio XI, lavoro di Pietro Paolo Olivieri, il quale rap-
presentò nel bassorilievo il ritorno della s. Sede in Roma, avve-
nuto nel 1317, dopo essere rimasta per 70 anni in Avignone.
Uscendo dalla chiesa si ammira 1’
Digitized by Google
96 Seconda Giornata.
ARCO DI TITO.
Quest’arco trionfale fu eretto dal senato e popolo romano ad
onore di Tito, figlio di Vespasiano, per aver conquistato Geru-
salemme, ed è in marmo pentelico, coll’ornamento di stupendi
bassorilievi. Quantunque sia meno grande di altri archi trionfali
e non abbia se non un solo fornice, pure è il più bel monumento
di simile specie che siane pervenuto. Era ornato in ciascuno dei
due prospetti con quattro mezze colonne scanalate d’ordine com-
posito, ma non ne rimangono che due in ciascuna faccia, le quali
sorreggono un cornicione su cui si eleva l’attico.
Per di sotto all’arco, dai due lati, veggonsi due bassorilievi,
che, ad onta de’guasti sofferti dal tempo, sono tuttora degni
d’ammirazione per la sublimità del lavoro: quello a sinistra rap-
presenta Tito trionfante su d’un carro tirato da quattro cavalli
di fronte, i quali sono guidati da una donna simboleggiante Ro-
ma, mentre la Vittoria corona l’imperatore, e molti soldati il pre-
cedono e lo seguono. Il bassorilievo a destra esprime la parte
più interessante della pompa trionfale che precede il carro, cioè,
alquanti prigionieri, la mensa aurea coi vasi sacri, le trombe d’ar-
gento, il candelabro d’oro a sette rami, portato in ispalla dai
soldati coronati, ed altre spoglie del tempio di Gerusalemme.
Nel centro dell’archivolto, ornato di squisiti rosoni, si scorge
l’effigie di Tito sedente, portata da un’aquila, alludendo all’apo-
teosi di lui. Questa rappresentanza ed il titolo di dictis dato a
Tito nell’iscrizione, provano che l’arco fu eretto dopo la sua
morte, regnando Domiziano. Lo stile di questo monumento è
somigliante in tutto a quello di altri edifizi eretti da quest'ulti-
mo imperatore. Si osservano negli angoli dalle due facce del-
l’arco quattro Vittorie assai bene scolpite e di ottimo gusto. Nel
fregio del cornicione, dal lato del Colosseo, è figurato il seguito
del trionfo, ove si scorgono, il simulacro del fiume Giordano
portato su d’una lettiga e dimostrante la conquista della Giudea,
molte figure che conducono buoi pe’sacrifizi, e parecchi soldati
collo scudo rotondo con sopravi una testa di Medusa. Pio VII
fece ristaurare l’arco descritto, valendosi dell’ architetto Vala-
dier. — Dietro la chiesa di s. Francesca Romana esistono le
mine del
TEMPIO DI VENERE E ROMA.
Adriano imperatore diede egh stesso i disegni di questo tem-
pio dirigendone anche la costruzione. Dione ce ne tramandò la
Digitized by Googl
Tempio di Venere e Roma . 97
memoria, ponendone il luogo primitivo Bulle ruine dell’atrio della
casa aurea di Nerone alla sommità della via Sacra e presso al-
l’anfiteatro, talché non si può dubitare affatto nè del colloca-
mento di esso, nè del nome che debbe darsi alle ruine ih discor-
so. Danneggiato da un incendio, questo tempio venne riedifi-
cato da Massenzio, conforme asserisce Aurelio Vittore, e come
si può dedurre dallo stile della cella.
Questo tempio s’ergeva nel mezzo d’un recinto oblungo, co-
stituito da un portico a due file di colonne di granito bigio, delle
quali osservansi tuttora alcuni rocchi, sparsi sul suolo. Aveva
il portico 150 met. di lunghezza e 96 met. e 50 c. di larghezza,
vedendosi ancora le sostruzioni su cui ergevasi ; e le colonne
avevano circa un metro di diametro. Il tempio divìdevasi in due
parti, essendovi due celle distinte e separate, e due prospetti;
quantunque non costituisse che un sol corpo, per cui vuoisi ri-
guardare come un sol tempio. Esso deve annoverarsi fra quelli
cheVitruvio chiama pseudo-dipteri, imperocché avevadue file di
colonne in ciascun prospetto, ed una solamente nei lati. La sua
lunghezza era di 107 metri, la larghezza di 52, ed i due prospetti
venivano decorati da un ordine di 10 colonne per ciascuno, men-
tre i lati ne avevano 20. Queste colonne erano tutte di marmo
proconese, cioè bianco con venature grige, di quasi '2 metri di
diametro, scanalate e d’ordine corintio. Le pareti esterne della
cella erano rivestite dello stesso marmo, ed il pavimento vede-
vasi formato della stessa pietra.
Si ascendeva al portico di cinta ed alla corte del tempio, tanto
dal lato del Foro, quanto da quello del Colosseo, salendo visi dal
primo, per mezzo d’una gradinata generale, alcuni gradini della
quale si veggono ancora presso la chiesa di s. Francesca, e dal
secondo, verso.il Colosseo, per due scale a due rampe poste al-
l’estremità. Dalla corte si giungeva al vestibolo del tempio per
sette gradini che giravano tutto all’intorno, come ancor si può
rilevare, ed eranvene altri cinque per salire alla cella. L’interno
delle due celle rimaneva decorato con colonne di porfido di 70
centimetri di diametro, delle quali si rinvennero molti frammenti
negli ultimi scavi : la volta in cassettoni era messa ad oro ; i
muri interni ed il pavimento erano incrostati di giallo antico e
di serpentino. Oltre parecchi frammenti di colonne, abbiamo
ancora sufficienti avanzi per formarsi un’idea giusta dell’edifizio,
nelle cui celle si scorgono tuttavia i luoghi ove sorgevano le
statue delle due dee. — Il descritto tempio rimane a’piedi del
5
Digitized by Google
98 Seconda Giornata.
MONTE PALATINO.
La tradizione quasi generalmente ammessa dagli antichi au-
tori circa il nome di questo celebre colle è, che Evandro vi fon-
dasse una città cui diede il nome di Pallantium pigliandolo da
quella cosi chiamata in Arcadia, donde egli derivava; nome che
fu mutato in Palatium, da cui venne l’altro di Mone Palatimi*.
Esso è attorniato dagli altri colli di Roma, avendo all’ovest
l’Aventino, al sud il Celio, all’est l’Esquilino, al nord-ovest il Vi-
minale, il Quirinale ed il Capitolino. La sua forma è di un trapezio
di 6400 piedi romani antichi di circuito, e di 52 metri di altezza
sopra il livello del mare; contrasegnandone i limiti, e quasi gli
angoli, la chiesa di s. Anastasia, il circo Massimo, l’arco di Co-
stantino, e la chiesa di s. Maria Liberatrice. Ivi fu la culla di Roma,
e su questa collina abitarono i primi cinque re; poiché gli ultimi
due dimorarono suH’Esquilino. È noto che, fino dai primordii
della repubblica, Publicola cominciò ad erigere la propria casa
sulla vetta denominata Velia , abbandonandone poi il pensiero a
causa de’ sospetti suscitatisi per ciò nel popolo, talché fecela
atterrare, e riedificolla alle radici del colle. Nell’ultimo secolo
della repubblica i Gracchi, Fulvio Fiacco, Quinto Catulo, Lucio
Crasso, l’oratore Cneo Ottavio Scauro, Ortensio, Cicerone, Clo-
dio, Giulio Cesare, Marcantonio, Claudio Nerone padre di Tibe-
rio, ed Ottavio padre di Augusto ebbero le loro case sul Pala-
tino. — Alla casa di Augusto si deve il principio del
PALAZZO DE’ CESARI.
Augusto nacque sul Palatino nella casa paterna il 23 settem-
bre dell’anno 691 di Roma, cioè 62 anni avanti l’era volgare, e
da principio ivi dimorò; ma distrutta la casa da un incendio, fe-
cela riedificare in più ampie dimensioni, e volle renderla magni-
fica aggiungendovi un tempio sacro ad Apollo, in memoria della
battaglia d’Azio, ed una biblioteca, che poscia divenne celebre
sotto il nome di biblioteca Palatina. Il palazzo occupava il mezzo
del colle dal lato verso l’ Aventino, ed in seguito venne consi-
derabilmente ampliato da Tiberio, ché lo estese fino all’estremità
del colle stesso dal canto del Yelabro, e per distinguere que-
st’edifizio da quello di Augusto, gli «i diede il nome di casa Ti-
beriana. Caio Caligola lo accrebbe ancora, e fece erigere un
prospetto con portici verso il Foro, ed un ponte sostenuto da
colonne in marmo, ad oggetto di congiungere esso palazzo col
Digitized by Google
V alazzo de Cesari.
99
Campidoglio; sembra però che tal ponte venisse demolito da
Claudio suo successore, del pari che la casa da Caligola comin-
ciata a fabbricare sul Campidoglio. L’intero Palatino non bastò
a Nerone per l’ingrandimento che volle dare al suo palazzo, per
cui occupò tutto lo spazio che ricorreva fra quel colle e l’Esqui-
lino, e protrasse la sua casa fino agli orti di Mecenate, ch’esi-
stevano di là da s. Maria Maggiore, sotto YAggere.
Un cosi sterminato palazzo racchiudeva vasti giardini, boschi,
laghi, bagni ed una quantità di edifizi, di guisa che rassomi-
gliava ad una città. Fu esso in gran parte distrutto da un in-
cendio, ricordato da Tacito e da Svetonio, avvenuto nel 64 del-
l’era volgare, per cui Nerone ristoravalo con tanta splendidezza
e ricchezza, che chiamossi donius aurea Neronis. Torna difficile
dare ad intendere la sontuosità del novello palazzo, il quale, a
testimonianza degli antichi scrittori, era circondato di portici
decorati con tremila colonne, ed aveva un vestibolo non meno
magnifico, innanzi a cui sorgeva il celebre colosso in bronzo, del
fondatore, eseguito dal famoso Zenodoro, ed avente 39 metri di
altezza. In questo palazzo moltissime camere e sale andavano
ornate di colonne, di statue, di marmi fini, e può dirsi che in esso
fossero raccolte le ricchezze dell’impero, risplendendo dovunque
per oro, per marmi, per avorio, per pietre preziose ecc . Le sale da
pranzarvi erano decorate con tribune d’onde si versavano di con-
tinuo fiori e profumi; ed ogni sorta di lusso, di mollezza e di pro-
fusione veniva adoperata per i piaceri d'un padrone che sembrava
non provar diletto se non di cose difficili e strane. Severo e Ce-
lere, architetti della casa imperiale, adoperarono tutte le cure
per renderlo singolarissimo, ed Amulio, eccellente pittore, spe-
sevi tutta la sua vita per dipingerlo. Accertane Svetonio, che
allorquando Nerone vi dormi la prima volta, disse: d’essere in
fine alloggiato come si conviene ad un uomo.
Alla morte di Nerone il mirabile edilizio non trovavasi ancor
compiuto, per cui Ottone assegnò una considerabilissima somma
. per terminarlo; ma per la brevità del suo regno i suoi ordini non
ebbero effetto; e pare che alla parte posta suH’Esquilino toccasse
questa sorte. È fuor di dubbio che Vespasiano e Tito demoli-
rono o volsero ad altri usi quella parte che rimaneva fuori del
Palatino, e che eressero il Colosseo e le terme, dette di Tito, su
d’una porzione della casa • aurea di Nerone. Nulladimeno allo
stesso Vespasiano si deve il principio del magnifico palazzo
eretto dagl’ imperatori Flaviani sul Palatino, continuato poscia
dai loro successori, i quali fecero pure degli abbellimenti e delle
5'
Digitized by Google
100 Seconda Giornata.
variazioni in quella parte della casa aurea di Nerone che era stata
conservata su quel colle, poiché anch’essa formava parte della
residenza de’ Cesari; ma dopo il trasferimento del seggio impe-
riale in Bisanzio, l’intero edilizio rimase quasi in abbandono. Si
può presumere che nella presa di Roma per opera di Alarico,
l’anno 410, l’edifizio in discorso soffrisse gravi danni; ma, se-
condo Procopio, è certo che nel 455, Genserico, capo de’ Van-
dali, saccheggiollo e ne rapi tutti i vasi di bronzo che ancor
conteneva, fra’ quali erano i vasi e gli utensili sacri del tempio
di Gerusalemme; ed è credibile che altrettanto accadesse allor-
quando Roma venne in mano di Totila. Ad onta di tutto ciò fu
sempre risarcito, ed abbiamo dagli autori contemporanei che nel
secolo VII l’imperatore Eraclio vi dimorò,- e cheneU’VIII secolo
erane ancora in piedi una gran parte. Al presente però non offre
che ruine più o meno imponenti per le masse, ed in generale
assai pittoresche, le quali producono vedute stupende, in ispecie
dal lato del Foro e del circo Massimo. Queste ruine si estendono
in diverse proprietà coltivate a vigne, orti e giardini, ma le piti
interessanti sono negli
ORTI FARNESI ANI.
Aperti tutti i giovedì.
L’ ingresso principale di questi orti rimane incontro alla basi-
lica di Costantino, ed è un’opera del Vignola, decorata con due
colonne doriche sostenenti un balcone. Questi orti, già proprietà
dei Borboni di Napoli, furono comperati nel 1861 per 250 mila
franchi, dall’imperatore Napoleone III, allo scopo di praticarvi
delle vaste escavazioni, onde mettere meglio allo scoperto tutte
le rovine ivi esistenti dell’ antica residenza de’ Cesari. La dire-
zione degli scavi venne affidata all’eruditissimo archeologo cav.
Pietro Rosa, che nel 1862 diede principio agli opportuni lavori,
ed ecco un breve cenno sui risultati sinora ottenuti.
Appena salita la cordonata di fronte all’ ingresso si trova una
specie di portico ov’ è una duplice scala, il cui branco a sinistra
sbocca di fronte ad un ampio viale; inoltratevi per esso, e dopò
una trentina di passi, dirigendovi sulla destra, troverete presso
le mura che circondano questi orti un avanzo dell’ antico lastri-
cato del Clivus Palatinus, il quale, incominciando dalla via
Sacra, presso l’arco di Tito, si estendeva sino alla Porta Vetus
Palata, cioè sul sito della porta Mugonia delle mura di Romolo:
alcuni avanzi della Porta Vetus Palata si riconoscono tuttora.
Digitized by Google
Orti F artesiani.
101
In questo pendio del colle dimorarono Anco Marzio e Tarquinio
Prisco, ed è presumibile che in questo luogo, presso la via Sa-
cra, sorgesse il tempio di Giove Statore edificato da Romolo.
Tornando sul sentiero già percorso si hanno, a sinistra, delle
imponenti ruine del palazzo di Caligola, sotto le quali si trovano
tre ingressi che introducono in alquanti lunghi corridoi appara
tenenti alle sostruzioui del colossale edilizio eretto da quell' im-
peratore. Questi corridoi si estendono sino alle sue terme, situate
di fronte e sotto il moderno casino che ivi elevasi, e si perviene
sul luogo delle medesime, tanto dai detti corridoi, quanto dalla
duplice scala che trovasi pochi passi dopo i sopraccennati in-
gressi. Giunti sul luogo delle terme, volgendosi verso il mo-
derno casino e percorrendo il sentiero principale che apresi a
destra, si scorgono a poca distanza, sull’istesso lato, gl’interes-
santi avanzi del palazzo dei Flaviani.
Questo grande e sontuoso edifizio, che nel secondo e terzo se-
colo fu la residenza degl’ imperatori romani, venne in parte co-
struito sopra la valle . del Palatino che divideva la Velia dal
Germalus, e si estendeva sino al ciglio del colle dal lato che
domina il circo Massimo. Il magnificò edifizio, dalla parte ver-
so la via Sacra aveva 1’ Atrium seguito dal Tablinum , i cui
avanzi ne circoscrivono la pianta di forma quadrilunga. A sini-
stra, appena entrati nel Tablinum, si penetra nel Lararium,
luogo consacrato ai Lari domestici, ed a destra in una basi-
lica, della quale rimane ben conservato il piantato dell’ apside e
delle mura, vedendovisi eziandio alcune basi delle colonne che
determinano la lunghezza della grande navata. In essa si ammi-
nistrava la giustizia, e si crede che sia la Basilica Iovis di cui
si fa menzione negli atti dei ss. martiri Silvestro e Lorenzo .
Dopo il Tablinum segue il Peristylium, da dove si scende, per
mezzo di una moderna scala, in due camere sotterranee, forse
dell’ epoca di Augusto, incorporate poscia dai Flaviani nelle
fondamenta del loro palazzo. Sono volgarmente conosciute, ma
senza sufficienti ragioni, col nome di bagni di Livia, e si osser-
vano alcuni avanzi di pitture in arabeschi. Più oltre si passa nel
Triclinium, appellato da Giulio Capitolino iovis cjenatio, e che
congiuntamente al Peristylium designa co’ nomi di Sicilia e
iovis c.fiNATio, ossia quella parte del palazzo ove trovavasi l’im-
peratore Pertinace allorquando venne assalito ed ucciso dai Pre-
toriani. Dal lato destro del Triclinium si entra nel Nymphaeum,
vedendovisi l’ insieme di una grande fontana isolata che lo deco-
rava. Al di là del Triclinium eravi un portico che, da questo
Digitized by Google
Seconda Giornata.
102
lato, formava l’ estremità del palazzo Flaviano.Esso fu edificato
sopra considerevoli costruzioni dei tempi della repubblica, ed
infatti al disotto delle sei colonne d’ ordine corintio appartenenti
al medesimo, e rialzate al loro posto, si osserva una parte di tali
costruzioni. Il palazzo in discorso aveva un portico anche dalla
parte occidentale, sostenuto da colonne di pietra tiburtina delle
quali si vedono gli avanzi lungo il lato della Basilica' Ionie
ed anche più oltre verso il sud-ovest. Fra le sopraccennate co-
lonne corintie ed il ciglio del colle sono le fondamenta di due
edifizi chiamati la Bibliotheca e Y Academia.
Proseguendo la nostra visita costeggiando sempre il ciglio del
monte verso la parte occidentale, e lasciando a destra il luogo
in cui si suppone che fosse il tempio di Giove Propugnatore, si
giunge sul sito dove fu la capanna di Faustolo, tugurium Faur
a tuli , ove dimorò Romolo quando si stabilì sul Palatino. In
prossimità del tugurio di Faustolo, conforme assicura Solino,
trovavasi la così detta scala di Caco, Scalae Caci , e perciò viene
poco più oltre indicata sul ciglio del colle. Le mine che seguo-
no di fronte al sentiero in cui siamo, consistenti in alquante ca-
mere a volta, che si estendono sulla destra, appartengono alla
casa di Tiberio, Domus Tiberiana, ed il grandioso radere che
elevasi isolato di faccia a tali mine fece parte dell' edifìzio desti-
nato a prendere gli augurii, Auguratorium . Fra l’ Auguratorio
ed il luogo di sopra accennato, ove credesi che fosse il tempio
di Giove Propugnatore, sono le fondamenta di un edifìzio a cui
era congiunto un portico, e si suppone che tale edifìzio potesse
essere il collegio degli Auguri.
Recandosi ora al di sopra delle ruine della casa di Tiberio, si
trova subito, a sinistra, un piccolo piazzale ove apresi un sen-
tiero che si protrae lungo il precipizio fonnato dalle sostruzioni
del palazzo di Caligola, e che domina il tempio di Vesta, oggi
chiesa di s. Teodoro. Questo sentiero conduce sino all’estremità
nord-est del colle, ove si trovano- alquante camere inerenti al
palazzo di Caligola, alcune delle quali conservano ancora il loro
pavimento in musaico, come pure qualche traccia degli affreschi
che le abbellivano. In questa parte del colle aveva principio il
famoso ponte costruito da quel magnifico e capriccioso impera-
tore per congiungere il Palatino col Campidoglio. Di quivi scen-
dendo sul Clivus Yictoriae si ammirano i sorprendenti avanzi
della Porta Romana, poiché la Porta Romana , come dice Festo,
fuit insti tuta a Romulo infimo Clivo Yictoriae , e per mezzo di
tale clivo, di cui oggi si torna a calcare l’antico lastricato, co-
municava col Foro Romano.
Digitìzed by Google
Orti F arnesiani.
103
»
Incontro alla Porta Romana si apre un sentiero pel quale, co-
steggiando considerevoli avanzi del palazzo di Caligola, si giun-
ge in quella parte del colle ove erano le case di Clodio e di Ci-
cerone, e quella occupata da Giulio Cesare come pontefice massi-
mo; e le solite iscrizioni ne indicano la loro probabile situazione.
Pochi oggetti d’arte sono stati finora ritrovati nelle escava-
zioni di cui abbiamo trattato, coi più pregevoli de’ quali è stato
formato un piccolo museo in un moderno casino quivi esistente,
ove sono stati anche collocati tutti gli altri oggetti più interes-
santi scoperti in questi scavi, come vetri, monete, signa, tegu-
laria ecc., e vi si osserva pure una collezione di pezzi di marmi
colorati ridotti a pulimento, come saggi delle diverse qualità di
pietre adoperate nella decorazione del palazzo de’ Cesari.
Uscendo dagli orti Farnesiani ed incamminandosi per la salita
del Palatino, che rimane presso l’arco di Tito, poco prima di
giungere alla chiesetta di s. Bonaventura, ove si conserva il
corpo di s. Leonardo da Porto Maurizio, si costeggia a destra la
VILLA PALATINA.
Questa villa già Mattei, Spada ecc. venne comperata, nel 1857,
dalle monache della Visitazione, ed avendovi fondato il loro mo-
nastero n’è vietato l’ ingresso. In questa villa esistono le tre an-
tiche camere sotterranee, scoperte nel 1777 dal Rancoureil, ap-
partenenti al pianterreno della casa di Augusto, sulle ruine della
quale è fondata la villa. La forma e la conservazione di queste
camere destavano 1’. ammirazione di chiunque le visitava. Il por-
ticlietto di un moderno casino era abbellito di pitture eseguite
da Giulio Romano, coi disegni di Raffaello, ma questi affreschi
furono staccati e portati altrove.
Nel giardino contiguo a questa villa sono gli avanzi di un
cortile oblungo che serviva di palestra, ossia di arena agli atleti,
ed era circondato da un portico con colonne composite. Nel
mezzo,, dal lato orientale, si vede ancora in piedi una tribuna
ornata di nicchie per statue, ed ivi si dava lo spettacolo de’giuo-
chi atletici nei giorni piovosi. Dietro lo stesso lato, al piano del
cortile, è una gran sala la cui volta perfettamente conservata
rimane abbellita con cassettoni in istucco. — Tornando all’arco
di Tito, e seguendo l’antica via Sacra , di cui si calca tuttora
il lastrico Composto di grandi poligoni di lava, prima di giun-
gere all’anfiteatro Flavio, si trova una fonte, detta la
Digitìzed by Google
104 ^ Seconda Giornata.
META SUDANTE.
In questo luogo, fin dal tempo di Seneca, esisteva già una
fonte che aveva lo stesso nome, e sembra che rimanesse presso
la casa di lui ; ma l’attuale è posteriore a quell’epoca, giacché
venne costrutta con molta magnificenza da Domiziano, conforme
sappiamo da Càssiodoro. Quantunque rovinata, essa conserva
tuttora la sua forma tale quale si scorge su parecchie medaglie,
rappresentanti il Colosseo, ossia la forma di un cono, o di una
meta circense, e siccome versava acqua, ebbe nome di Meta Su-
dante. Negli ultimi scavi si scopersero le tracce dell’antico ba-
cino, che aveva 80 piedi romani antichi di diametro, e che fu
ristaurato all’intorno per conservarne la forma; ma sembra,
dalla costruzione, che detto bacino fosse posteriore alla meta.
In questo punto coincidono i confini di quattro antiche re-
gioni di Roma, cioè della II, III, X e IV, ed è a quest’ultima
che spetta la fonte; potendo esser forse che per simile circo-
stanza ad essa venisse data la forma duna meta, ossia di un li-
mite . — Incontro alla descritta fonte , presso il Colosseo , si
scorge a livello del suolo il fondamento, costruito in travertini,
del piedistallo del
COLOSSO DI NERONE.
Conforme venne già accennato, allorquando Nerone edificò
la casa aurea, fece fare da Zenodoro, celebre scultore del suo
tempo, un colosso in bronzo alto 39 metri, rappresentante il
proprio ritratto, sotto le forme di Apollo, o del Sole. Fu esso
collocato nel vestibolo, e Vespasiano lo trasferì nell’atrio della
casa medesima, il quale trovavasi appunto colà ove poi Adriano
eresse il tempio di Venere e Roma, nella quale occasione l’impe-
ratore stesso fecelo trasportare, col mezzo di 24 elefanti, in-
nanzi all’anfiteatro. A lui dunque si deve ascrivere la costruzione
del detto piedistallo, che era anche esso ricoperto di bronzo.
Sotto il regno di Commodo fu mutato aspetto al colosso, dan-
dogli la figura di questo imperatore, quantunque dopo la morte
di lui, fosse nuovamente ridotto a rappresentare il Sole. Al prin-
cipio del V secolo esisteva tuttavia, ma poscia venne atterrato
per servirsi del bronzo in altri usi. — Ivi presso è 1’
ANFITEATRO FLAVIO, O COLOSSEO.
Flavio Vespasiano imperatore, tornato dalla guerra giudaica,
fece erigere questo anfiteatro nell’area ove antecedentemente era
Digitìzed by Google
Digitized by Google
AH3‘2l!rXATmO "J'X.Jii.’jra© 2)XMO e@i.©s3as©
Digitized by Google
105
Anfiteatro Flavio, o Colosseo.
il lago degli orli Neropiani, quasi nel centro dell’antica Roma.
Beda, scrittore del secolo Vili, fu il primo a dargli il nome di
Colosseo, a causa della sua grandezza gigantesca. Tito fecene la
dedicazione, e Domiziano lo compì, secondo asserisce l’anonimo
di Eccardo. La forma degli anfiteatri era quella di due teatri
riuniti, cioè ellittica, e furono inventati dai Romani, che li chia-
marono anfiteatri, voce composta dalle parole greche Aj
©EÓT09V: cioè, luogo in cui tutto alT intorno vedesi lo spettacolo.
Tali edilìzi essendo serbati ai giuochi sanguinosi, la dedica di
quello di cui si tratta fu solennizzata con combattimenti di gla-
diatori e cacce di belve; giuochi che durarono cento giorni, e
vi rimasero uccise cinquemila bestie feroci, e parecchie migliaia
di gladiatori. Vi si dettero anche combattimenti navali, per la
facilità che si aveva d’inondarlo; quantunque non mancassero
in Roma delle naumachie, cioè luoghi appositamente fatti per
simili combattimenti. Dopo aver esso servito oltre tre secoli agli
accennati spettacoli, e fino all’anno 523 ai combattimenti di
belve; dal secolo XI sino al .1312 fu usato come fortezza da ta-
lune nobili famiglie, ed in ispecie dai Frangipani e dagli Anni-
baldi; ed è a quest’epoca che voglionsi attribuire le maggiori
ruine dell’ edilìzio. Venne poi destinato di nuovo agli spettacoli,
dandovisi nel 1332 un solenne tornèo. Nel 1381, quella parte
ehe ora manca, era già caduta, e fu mutata in ospedale la por-
zione che ancor sussiste. In seguito se ne estrassero i materiali in
servizio dei maggiori palazzi di Roma, cioè di quello di Venezia,
della Cancelleria, dei Farnesi, e pel porto di Ripetta.
Dal principio del secolo attuale si prese molta cura della sua
conservazione. Pio VII fecevi parecchie riparazioni, fra le quali
l’ampio e solido sperone dal lato orientale: Leone XII volle fos-
sero proseguiti tali risarcimenti, e fece costruire l’altro sperone
verso occidente, il quale è assai meglio immaginato del primo,
giacché non solo impedisce la ruina di questo lato, ma ne con-
serva l’architettura: Gregorio XVI fecevi praticare molte co-
struzioni e riparazioni; e finalmente Pio IX, andando sulle orme
de’ predecessori più splendidi, appena salito al trono pontificio
risolvette, non solo di far riparare, dal second’ordine fino all'ul-
timo, una parte degli ambulacri dal canto della via di s. Gio-
vanni in Laterano, ma ordinò ancora, che venissero ridotti al
primitivo stato , ricostruendo i pilastri e le volte non più esi-
stenti. Siffatti ristaimi, diretti dall’erudito archeologo ed archi-
tetto Luigi Canina, oltre al permettere di salire agiatamente e
con sicurezza fino all’ordine terzo dei portici per godere delfica-
106 Seconda Giornata.
ponente vista dell’interno dell’edifizio , porgono al forastiere
istruito una idea giusta dell’interna costruzione degli ambulacri,
conforme erano nella loro integrità.
L’anfiteatro Flavio ergesi su due scaglioni, ed era all’ esterno
circondato da tre ordini di arcate erette le une sulle altre, e fram-
mezzate da mezze colonne, sorreggenti il loro cornicione. Ogni
ordine si componeva di ottanta archi con altrettante mezze co-
lonne, e l’ intero edifizio terminavasi con un quart’ ordine, ossia
attico, adorno di pilastri e di finestre. Il primo de’ quattro ordini
di architettura che abbelliscono le arcate è dorico, il secondo
ionico, il terzo ed il quarto sono corintii. Le arcate dell’ ordine
primo vanno contradistinte con numeri romani, perchè esse co-
stituivano altrettanti ingressi che, per mezzo di scale, conduce-
vano ai portici superiori ed alle gradinate, di guisa che ognuno
poteva recarsi senza disagio al luogo assegnatogli, e terminati i
giuochi, potevano "gli spettatori uscire prontamente e senza cal-
ca. Fra le arcate portanti i numeri XXXVIII e XXXIX, avvi
uno de’grandi ingressi, corrispondente al mezzo della larghezza,
e non porta numero, mancando anche di cornicione, e solo la-
sciando scorgere qualche traccia d’una decorazione in marmo:
esso mette dirittamente ad una sala ornata di stucchi, di dove
gl’imperatori passavano recandosi al podio. •
La forma di questo vasto edifizio è ovale, ed ha 527 metri di
circonferenza esterna, e 50 met. e 45 c. di altezza. Si può asserire
che tutto in esso fu fatto con la semplicità e solidezza che richie-
devansi dall’ ampiezza e dalla massa d’ un sì magnifico monu-
mento, la cui immensità non può comprendersi se non osservan-
dolo dal primo e dal second’ordine de’ portici. Negli anni 1811 e
1812 furono demoliti i muri coi quali erano stati chiusi modera-
tamente gli archi del prim’ ordine, e si scopersero le mezze co-
lonne ed i pilastri che rimanevano quasi a metà sotterrati: ven-
nero sgombrati tutti i portici, tantoché vi si può passeggiare,
ammirando la maravigliosa altezza e l’interno recinto di così stu-
pendo edifizio. Sotto il piano attuale dell’ arena furono scoperti
dei muri paralleli, alcuni ellittici ed altri rettilinei, i quali soste-
nevano l’arena che era vacua al disotto; e dalla loro costruzione
si riconobbe che in parte spettavano al secolo V dell’era cristia-
na. E indubitato poi che l’anfiteatro fu danneggiato dai terremo-
ti, e ristorato da Lampadio e Basilio, prefetti di Roma, nel 437
e 485. All’occasione della scoperta dei muri suddetti si rinvenne
il passaggio sotterraneo ove Commodo fu assalito da alcuni con-
giurati, e se ne risarcì qualche porzione. Vi si trovarono ancora
Digitized by Google
Anfiteatro Flavio, o Colosseo. 107
parecchi rocchi di colonne in marmo, alquanti frammenti di sta-
tue e di bassorilievi, ed alcune iscrizioni, fra le quali sono più in-
teressanti, quella di Lampadio prefetto di Roma, cherisarcll’are-
na, il podio, le porte di dietro e le gradinate per gli spettatori;
e l’altra di Basilio, pure prefetto di Roma, il quale, dopo un ter-
remoto, ristorò nuovamente l’arena ed il podio.
L’arena, o piazza interna, aveva due ampli ingressi, uno verso
l’est, l’altro verso l’ovest. Fu detta arena, a causa della sabbia
di cui era coperto il piano in servizio de’combattenti. Ancb’essa
è ovale, ed ha 92 met. di lunghezza su 58 e mezzo di larghezza,
contandone 241 di circonferenza, e rimaneva attorniata da un
muro sufficientemente alto per impedire agli animali di potersi
slanciare sugli spettatori: in detto muro erano alquante porte e
parecchie aperture chiusè con cancelli di bronzo, d’onde venivano
introdotte le bestie feroci, e per dove entravano i gladiatori. Il
piano di detto muro chiamavasi ^ocfa’o, ed ivi erano i posti serbati
aH’imperatore e sua famigliarsi senatori, ai principali magistrati
ed alle vestali. Superiormente al podio avevano origine le gra-
dinate per gli altri spettatori, alle quali davano adito alquanti in-
gressi, detti vomitoria (vomitovi). Le gradinate rimanevan divi-
se, da basso in alto, per mezzo di due ripiani, in tre scomparti,
detti pracinctiones, o marnano; il primo de’quali aveva 24 gra-
dini, il secondo 16, ed il terzo 10, oltre la galleria. Questa es-
sendo di legno rimase consunta dal fuoco sotto il regno, di Ma-
crino, per cui venne costruita in materiale solido da Eliogabalo
e da Alessandro Severo, e componevasi di 80 colonne sorreg-
genti un soffitto. Le meniana erano suddivise da piccole scale
praticate nelle gradinate stesse, formandone la separazione, e tali
parti erano dette cunei. Nelle gradinate potevano capire fino ad
87 mila spettatori, ed il terrazzo superiore poteva contenerne ol-
tre 20 mila. AH’esterno si osservano, nella cornice dell’ anfitea-
tro, dei fori sotto i quali sonovi delle mensole su cui posavano i
travi foderati di bronzo che sostenevano il velario, ossia quella
tenda da cui veniva coperto l’ anfiteatro, per difendere dal sole
gli spettatori.
Quasi tutti i fori che scorgonsi in questo monumento, come
pure in molti altri, furono fatti ne’tempi di mezzo, per toglierne
•via i perni di ferro che collegavano le pietre. A causa poi della
pia tradizione che dice, come moltissimi cristiani ebbero a soste-
nere in questo luogo il martirio, essendo stati condannati ad es-
ser ivi preda delle fiere, vi furono erette all’intorno dell’arena,
verso la metà dello scorso secolo, quattordici edicole o cappel-
Digitized by Google
108
Seconda Giornata.
line, in cui sono dipinti i misteri della passione di desìi, per ciò
vi ai suol fare la divota ceremonia della Via Crucis nei dì festivi,
e nei venerdì, due ore avanti notte. — Uscendo dall’ anfiteatro
dal lato in cui vedemmo la Meta Sudante, si trova a sinistra un
ameno giardino pubblico, e 1’
ARCO DI C09TA1VTIN0.
Questo magnifico arco trionfale fu eretto dal senato e popo-
lo romano a Costantino in memoria delle vittorie da lui riportate
su Massenzio e Licinio, conforme lo attesta la grande iscrizio-
ne che si legge nelle due facce dell’arco stesso. Il monumento
ha tre fornici, ed è ornato con otto colonne corintie, sette delle
quali sono di giallo antico, ed una, in parte di marmo bianco: è
pure decorato con alquanti bassorilievi che non sono uguali
per merito, essendovi stati impiegati parecchi avanzi di un arco
di Traiano. Tanto dal soggetto, quanto dallo stile, si rileva che
le colonne, una parte del cornicione, gli otto bassorilievi qua-
dri, gli otto tondi nelle due facce principali, ed i due grandi
bassorilievi quadri nei lati appartengono all’arco di Traiano,
mentre il rimanente è lavoro delTepoca di Costantino. Sette
delle statue di re prigionieri sono di paonazzetto, ed ancli’esse
furon prese dall’arco di Traiano, mentre l’ottava, in marmo bian-
co, è opera moderna del tempo di Clemente XII, che fece ristau-
rare il monumento..
Quanto ai due bassorilievi che si scorgono sotto il maggior
fornice, sembra dallo stile che possano riferirsi ad un’epoca in-
termedia fra Traiano e Costantino. Nel prospetto rivolto al Co-
losseo, il primo bassorilievo a sinistra di chi guarda, situato nel-
l’attico, allude all’ingresso di Traiano in Roma; il secondo al ri-
stauro della via Appia da lui eseguito; il terzo ad una distribu-
zione di viveri; il quarto a Partomasiri, re d’Armenia, spogliato
del trono da Traiano. I due bassorilievi quadrilunghi dai lati del-
l'arco si riferiscono alla battaglia data da Traiano a DeCebalo re
dei Duci, ed alla vittoria su di esso riportata. I quattro bassori-
lievi nella faccia dell’attico dall’opposto lato, esprimono: Tra-
iano che proclama Partomaspate re dei Parti; la scoperta d’una
congiura ordita daDecebalo; Traiano in atto d’arringare i suoi
soldati, e l’imperatore stesso facente il lustro, ed offerente il sa-
crifizio detto suovetaurile. Gli otto bassorilievi tondi, sui fornici
minori, rappresentano a vicenda cacce, e sacrifizi offerti dal me-
desimo imperatore ad Apollo, a Marte, a Silvano ed a Diana.
Digilized by Google
de Co instai infili.
Digitized by Google
Digitized by Google
Chiesa di s. Gregorio. 109
Si legge in più libri che Lorenzo de’ Medici, nipote di Cle-
mente VII, fece spiccar le teste de’ re prigionieri che decorano
l’arco in discorso, e che mandolle a Firenze; ma non si è affatto
certi dell'autenticità di questa tradizione, quantunque sia posi-
tivo che Clemente XII fece rifar dette teste da Pietro Bracci,
sui modelli antichi. Quest’arco aveva eziandio degli ornati in
porfido ed in bronzo, e la parte superiore dovette essere abbel-
lita con un carro trionfale di Costantino tirato da quattro cavalli
in bronzo. Nell’attico apresi una camera. — La via che corre
sotto l’arco descritto è l’antica via Trionfale, e conduce alla
CHIESA DI S. GREGORIO.
S. Gregorio Magno papa, dell’antica e nobil famiglia Anicia,
aveva in questo luogo la sua casa paterna. Egli nel 584, prima’
di essere eletto al pontificato, vi eresse una chiesa in onore di
s. Andrea apostolo, e vi fondò un monistero pe’ monaci bene-
dettini dai quali venne abbandonato dopo la morte del santo
fondatore. Gregorio II, nell’Vm secolo, fecevi edificare una
chiesa in onore di quel santo pontefice, alla quale il card. Sci-
pione Borghese, nel 1633, fece il prospetto ed il portico qua-
drangolare, coi disegni di Giambattista Soria; e la stessa chiesa
fu fatta ricostruire nel 1734, con architettura di Francesco Fer-
rari, dai monaci camaldolesi ai quali era stata concessa fin dal-
l’epoca della sua fondazione.
Essa è a tre navi divise da 16 colonne antiche, le più di gra-
nito, e Placido Costanzi dipinse la volta. Il bel quadro nellacap-
pellain fondo della nave a destra, entrando, viene attribuito ad
Andrea Sacchi, ed esprime s. Gregorio Magno. L’altare di essa
cappella è stimatissimo per le sculture che l’ornano, e nella pre-
della dell’altare stesso vuoisi osservare la bella pittura del Si-
gnorelli. Il quadro dell’altar maggiore è del Balestra, veronese.
Passando nell’altra nave, si trova un ingresso che dà adito alla
cappella di s. Gregorio Magno, il quale si vede rappresentato
nel quadro dell’altare, copia di sconosciuto autore, sostituita al
celebre originale di Annibaie Caracci, di presente in Inghilterra.
L’architettura di detta cappella è di Francesco da Volterra, com-
piuta da Carlo Maderno, ed il Ricci da Novara dipinsene la cu-
pola. Tornando nella minor nave, il quadro sul penultimo altare,
rappresentante Maria Vergine ed alcuni santi canlaldolesi, è una «
delle migliori opere di Pompeo Battoni.
Digitized by Google
no
Seconda Giornata.
Uscendo dalla chiesa incontrasi a dritta, sotto il portico, l’in-
gresso ad un terrazzo, di dove si ha una veduta al sommo pit-
toresca delle ruine del palazzo de’ Cesari, ed ivi esistono tre an-
tiche cappelle, rista urate per cura del card. Baronio. La prima è
dedicata a s. Silvia, madre di s. Gregorio Magno: la statua della
santa, posta sull’altare fra due colonne di porfido, è opera del
Cordieri, scolare del Bonarruoti, e le pitture della volta sono di
Guido Reni, eseguite d’ordine del card. Borghese nel 1608. La
seconda cappella, sacra a s. Andrea, ha sull’altare, fra due co-
lonne di verde antico, un quadro del cav. Roncalli, detto il Po-
marancio, ed i santi Pietro e Paolo, condotti di chiaroscuro nei
lati, sono di Guido Reni. Sulle pareti di questa cappella si am-
mirano i due celebri affreschi, eseguiti in concorrenza uno da
Domenichino, l’altro da Guido Reni. Il primo di essi artefici
condusse quello rappresentante la flagellazione di s. Andrea, ed
il Reni eseguì l’altro, esprimente il santo medesimo che, con-
dotto al martirio, adora la croce. Entro la terza cappella, detta
di s. Barbara, si vede nel fondo una statua di s. Gregorio, ab-
bozzata da Michelangiolo e compiuta da Niccolò Cordieri: la ta-
vola di marmo collocata nel ipezzo, è la stessa su cui s. Gre-
gorio Magno dava a mangiare ogni giorno a dodici poveri pel-
legrini. La descritta chiesa rimane sul pendìo del
MONTE CELIO.
Questa collina, la più lunga e la meno regolare delle altre, ha
16,000 piedi romani antichi di circonferenza, e 43 metri di altez-
za dal livello del mare. Da principio si chiamò mone Querque-
tulanus, conforme abbiamo da Tacito, causa i boschi di querce
che la coprivano: sotto Romolo però, o sotto Tarquinio Prisco,
non essendo in ciò d’accordo gli autori, ebbe il nome di Ccelius,
da Cele Vibenna, capitano degli Etruschi, il quale venne in soc-
corso de’ Romani. Una porzione di tal collina, quasi disgiunta
dal rimanente, fu detta Cceliolus, o piccolo Celio. Tulio Ostilio
congiunse l’intera collina alla città ponendovi a stanza gli Al-
bani, dopo la distruzione di Alba-Longa. Un incendio avvenuto
sotto Tiberio produssevi gravi danni, e le cure che si diede que-
sto imperatore nel risarcirli le fecero dare il nome di monto Au-
gusto, secondo rilevasi da Tacito. Dall’ anno 1080 cessò il Celio
d’essere abitato, allorquando cioè Roberto Guiscardo lo desolò
col ferro e col fuoco.
Digitized by Google
Ili
Chiesa de' ss. Giovanni e Paolo.
Ascendendo la collina dal lato della piazza di s. Gregorio, e
pigliando il cammino a destra, si passa sotto taluni archi del
secolo XIII, costruiti a sostegno della
CHIESA DE' SS. GIOVANNI E PAOLO.
Fu eretta nel IV secolo da s. Pammachio monaco, sopra la
casa de’ ss. Giovanni e Paolo martiri, e dopo essere stata pos-
seduta da diversi ordini religiosi, fu concessa da Clemente XIV
ai pp. passionisti. La chiesa di cui trattasi fu ristaurata più
volte, ed in ultimo venne riedificata coi disegni di Antonio Ca-
nevari, conservando quanto oravi d’interessante e pregevole,
come pure l’antico portico sorretto da otto colonne , sei delle
quali sono di granito. L’interno è diviso in tre navi da 16 co-
lonne parimenti di granito; ed il pavimento rimane abbellito, in
parte, da una specie di musaico in pietre dure di colori differenti,
come porfido, serpentino, ecc., lavoro del IV secolo, di faticosa
e difficile esecuzione, del genere di quelli che gli antichi chiama-
rono opus alexavdrinum, perchè condotto a perfezione ai tempi
di Alessandro Severo, e se ne trovano esempi in quasi tutte le
chiese antiche. Sotto l’altar maggiore, in un’urna di porfido, ri-
posano i corpi dei santi titolari. Le pitture migliori esistenti
in questa chiesa, sono quelle che adornano la volta della tribuna,
eseguite dal Pomarancio, ed il quadro del cav. Benefiale nella
cappella in fondo alla nave destra rappresentante il martirio
di s. Saturnino. Sull’altare della cappella in fondo alla nave si-
nistra, osservasi un quadro di Filippo Balbi, nel quale figurò
s. Paolo della Croce, fondatore de’ passionisti, le cui venerate
spoglie si conservano sotto l’altare stesso.
Entrando nell’orto congiunto alla chiesa, veggonsi gli avanzi
d’un edifizio formato di grossi massi quadrati di travertino, che
si crede sia una parte del Vivarium, cioè del serraglio per le fie-
re destinate all’anfiteatro, di cui l’edifizio in discorso, composto
di due piani, dei quali l’inferiore sta sotterra, sembra contempo-
raneo, a causa della sua costruzione. Per le arcate di esso si pe-
netra in un’antica cava, che, per la sua altezza e per l’effetto che
produce al chiaror di fiaccole, riesce assai pittoresca.
I rimanenti ruderi che si osservano nella piazza innanzi alla
chiesa fecero probabilmente parte del vetusto Macellum Ma-
gnani, cioè del grande mercato di carni e di pesci che esisteva
nella regione del Cebo; ed una tradizione del volgo conservane
memoria, appellando tali avanzi la Pescheria Vecchia. — Pi-
gliando la via incontro alla chiesa, si perviene tosto all’
Digitized by Google
112 Seconda Giornata.
ARCO DI nOL ABELLA .
Quest’arco in travertino venne eretto l’anno 10 dell’era vol-
gare dai consoli Publio Cornelio Dolabella, e Caio Giunio Si-
lano, sacerdote di Marte (Flamen Martialis), conforme si ha dal-
l’iscrizione antica tuttora esistente nella faccia del monumento
rivolta incontro all’est. Il sacerdozio tenuto da Silano fa suppor-
re che l’arco fosse come un ingresso al campo marziale esistente
sul Celio, ove si davano le Equina, sorta di giuochi equestri,
che ordinariamente avevan luogo nel campo di Marte, ma che
allorquando questo era allagato dal Tevere, si solevano celebrar
re nel campo marziale, posto sul Celio, secondo ciò che dice Ovi-
dio, in onor di Marte. Nerone si valse dell’ arco in discorso come
sostegno del suo acquidotto, di cui s’incontrano alcuni avanzi
lungo questa strada, procedendo verso s. Giovanni in Laterano.
Si sbocca quindi su d’una piazza, chiamata della Navicella, ove
esiste la
CHIESA DI S. MARIA IN DOMN1CA.
Fu eretta nel luogo in cui era la casa di s. Ciriaca matrona ro-
mana, dalla quale prese il nome. Viene detta ancora della Navi-
cella per una barchetta in marmo da Leone X fatta porre in-
nanzi alla chiesa in discorso, che per ordine del medesimo fu
rinnovata intieramente coi disegni di Raffaello . L’interno di essa
va adorno di 18 stupende colonne di granito e due di porfido. Il
fregio che gira intorno al santuario fu colorito a chiaroscuro da
Giulio Romano e da Pierin del Vaga, e Lazzaro Baldi dipinse i
quadri degli altari.
Nello spazio ricorrente fra questa chiesa e quella di s. Stefano
Rotondo erano in antico gli alloggi de’ soldati stranieri, detti
Castra Peregrina : la scoperta fatta quivi di parecchie iscrizioni
allusive a que’ soldati, servi a fame determinare il collocamento.
Siffatto vastissimo quartiere esisteva tuttavia nel secolo IV, im-
perocché nel 359 ivi fu rinchiuso Cbodonoomar , re degli Ale-
manni, fatto prigioniere da Giuliano alla battaglia di Argento-
ratum, presso l’attuale Strasburgo, ed il quale, come dice Am-
miano Marcellino, mori nel quartiere stesso.
Presso la chiesa della Navicella si trova la villa, già Mattei,
ed ora chiamata Caelimontana, nella quale esiste un obelisco di
granito egizio, la cui superior parte è antica e coperta di gero-
glifici: quest’obelisco in altri tempi era vicino alla chiesa d’ Ara-
eoe li, e venne donato dai frati minori al duca Ciriaco Mattei che
Digitized by Google
Villa Calimontana.
113
lo eresse ove oggi si vede. Sotto il portico del palazzo attinente
alla villa, sono due grandi piedistalli coperti d’iscrizioni, e con-
sacrati dai militi della V.* coorte de’ "Vigili a Caracallae Massi-
mino. Questi due piedistalli furono scoperti nel 1821, fra il pa-
lazzo suddetto e la chiesa della Navicella, e tale scopertane in-
duce maggiormente a credere che ivi appunto avesse i suoi quar-
tieri quella coorte. Procurandosi degli abbellimenti alla suddetta
villa, oltre i ricordati piedistalli, erano stati scoperti anteceden-
temente un antico musaico ed una duplice erma in marmo colle
teste di Socrate e di Seneca.
Volgendosi al cammino presso il cui imbocco esiste un grande
masso di muro, s’incontra subito a diritta, una porta contrasse-
gnata col N.° 7, ove dimora il custode della
CHIESA IH S. STEFANO ROTONDO.
Credono taluni che quest’edifizio fosse il tempio di Fauno, al-
tri lo credono di Bacco o di Claudio, e qualcuno fecene perfino
un luogo di mercato, ed un arsenale. Allorquando però si co-
nosce che venne fabbricato intieramente con colonne di differenti
ordini d’architettura e di diversi diametri; allorquando si osserva
la croce sopra ai capitelli di alcuna d'esse; allorquando si sa da
Anastasio Bibliotecario, che s. Simplicio papa sacrò la chiesa
verso il 467, si è costretti confessare, esser questo un edifizio
cristiano del V secolo, eretto cogli avanzi d’altri edifizi più an-
tichi; ed a causa della sua forma circolare, viene detto s. Stefano
Rotondo.
La chiesa di cui si ragiona aveva un doppio portico, ma es-
sendo quasi tutta rovinata, Niccolò V, che la ristaurò nel 1452,
fece chiudere gl’intercolunnii del primo peristilio, e formò cosi il
muro di circonferenza esterna ch’oggi si vede. L’interno di que-
sta chiesa conserva un’idea della magnificenza degli antichi edi-
fizi di Roma pagana, ed ha 38met. e 30 c. di diametro. Essa è
sostenuta da 56 colonne di granito e di marmo, nella maggior
parte ioniche, altre corintie. Sulle pareti erette fra gl’intercolun-
nii si osservano delle pitture del Pomarancio, e talune di Anto-
nio Tempesta, rappresentanti gli spaventevoli tormenti che i
martiri sostennero sotto i giudei, sotto gl’imperatori romani, ed
i re vandali, mantenendo la fede cristiana. Queste pitture venne-
ro ristorate, e le due di esse le quali rendonsi distinte per istile
diverso, furono di nuovo condotte dal Manno, pittore siciliano.
Tornando indietro per la percorsa via fin presso l’arco di Do-
Digitized by Google
114
Seconda Giornata.
labella, prenderete la strada a destra, al cui termine volgerete
prima a diritta, e poscia, fatti pochi passi, a sinistra, vi trove-
rete sulla piazza della
CHIESA DI S. CLEMENTE.
Secondo l’antica tradizione, s. Clemente I (terzo pontefice do-
po s. Pietro) della famiglia Flavia, di stirpe imperiale, aveva la
sua casa fra il Celio e l’Èsquilino. Esiste va in questa casa un ora-
torio che, dopo la morte del Santo, fu trasformato in chiesa de-
dicata1 al nome di lui, conforme ne fa fede s. Girolamo il quale,
scrivendo di quel santo pontefice, dice, che: nominis ejusmemo-
riam usgue hodie Roniae extructa ecclesia custodit. Nel prin-
cipio del V secolo questa chiesa doveva già essere stata ridotta
a forma di basilica, poiché s. Zosimo papa, nel 41T, la ricorda
con tale denominazione nella sua lettera ai vescovi affricani, re-
lativa al giudizio che egli vi tenne contro Celestio pelagiano. In
seguito, nel 449, s. Leone I la nomina come titolo, nella lettera
diretta a s. Flaviano patriarca di Costantinopoli, e se ne fa di
nuovo menzione, fra i titoli, nel Concilio romano, tenuto sotto
papa Simmaco, l’anno 499. In questa basilica s. Gregorio Magno
pronunziò le omelie XXXIII e XXXVIII; ed il medesimo santo,
nel IV libro dei dialoghi, toma a parlarne, descrivendo la san-
tità e la morte di s. Servolo paralitico, che cessò di vivere sotto
il portico esterno del santuario. Abbiamo da Anastasio Bibliote-
cario, che il tetto della basilica di s. Clemente fu ristorato da A-
driano I; e che Leone III e Leone IV le fecero molti donativi e
la arricchirono di sacri arredi. Giovanni VIII ne riedificò il coro,
conforme lo dimostra il monogramma di lui, ripetutamente scol-
pito nei plutei che ne costituiscono il recinto.
Nelle devastazioni avvenute in Roma nel 1084 per opera di Ro-
berto Guiscardo, la basilica di s. Clemente sofferse immensi e
gravissimi danni. Laonde, nel 1108, fu essa per intero riedificata
da Pasquale II, che ne aveva avuto il titolo, e che vi fu eletto
papa. Siccome però il suolo all’ intorno erasi dovuto rialzare
assai, anche a causa delle macerie provenienti dai vicini edifizi
atterrati nella devastazione di Guiscardo; così, rinnovando la
chiesa, venne questa ricostruita superiormente all’antica basilica,
conforme si è potuto conoscere a’ nostri giorni. In seguito di tale
riedificazione, la chiesa ebbe diversi ristauri ed abbellimenti, in
ispecie sul finire del secolo XIII, epoca a cui appartiene il mu-
saico della tribuna. Nel primo periodo del secolo XV fu decorata
Digitized by Google
115
Chiesa di s. Clemente.
di pitture e poscia di sculture, opere che tuttora vi si osservano.
Histo V, oltre alcuni risarcimenti eseguiti nell’interno, vi fece
aprire la porta laterale: in fine Clemente XI, con architettura
di Carlo Stefano .Fontana, ridusse l’ interno nel modo che ora si
vede, conservando tutto ciò che riguarda l’antichità, e, colla di-
rezione dello stesso architetto, ristaurò l’atrio nelle parti man-
canti, e riedificò la facciata che rimane nell’atrio stesso.
La storia da noi esposta, per quello che spetta anche all’epoca
anteriore alla ricostruzione di Pasquale II, fu, in generale, fino
ad oggi attribuita all’attuale chiesa di s. Clemente, mentre è
chiaro non poter riguardare se non la basilica primitiva dedicata
a quel santo, e •scoperta di recente sotto, al moderno sagro tem-
pio, di cui da prima prendiamo a trattare.
Quantunque ora si conosca, che l'attuale chiesa di s. Clemente
non risalisca ad un’ epoca remotissima, come in passato si cre-
deva generalmente, tuttavia essa è sempre una delle più interes-
santi di E orna, non solo pei preziosi monumenti delle arti mo-
derne chè contiene, ma anche perchè meglio di ogni altro antico
santuario ci presenta le parti di cui componevansi le primitive
chiese; parti analoghe alle ceremonie ed ai riti che prescriveva
l’antica liturgia. Al presente poi dobbiamo ritenere come cosa
quasi indubitata, che alcune delle sue parti appartennero in ori-
gine all’antica basilica che visiteremo al disotto.
L’ ingresso primitivo della chiesa di cui si parla, ha nell’ in-
nanzi un portichetto sostenuto da quattro colonne, tre delle quali
sono di granito bigio ed una di cipollino. Da questo ingresso,
che viene aperto soltanto ne’ giorni di grandi solennità, si passa
nell’ atrio circondato da un portico, da dove si perviene alla chie-
sa. Questo portico è sostenuto da quattro pilastri in opera mu-
raria, e da sedici colonne quasi tutte di granito bigio, sulle quali
furono adattati antichi capitelli ionici.
La chiesa di cui si parla ha tre navate, divise fra loro da due
file di colonne, otto per ogni lato, con un pilastro nel centro; il
tutto sorreggente arcate sopra cui si alzano le pareti laterali. Tali
colonne, provenienti da antichi edifizi, sono di differenti marmi,
oltre di che, quattro di esse sono scanalate, le altre lisce; e tutte
con capitelli ionici in istucco.
Nella nave di mezzo si vede un recinto di marmo bianco aven-
te, come si accennò, il monogramma di Giovanni Vili, simile a
quello che si. scorge nelle monete di quel pontefice. Ciò serve a
dimostrare l’epoca della costruzione di quest’opera, la quale,
con i suoi amboni, indubitatamente fu tolta dall’ antica basilica
Digitìzed by Google
116
Seconda Giornata.
e collocata nell’ attuale chiesa, superiormente riedificata da Pa-
squale II, come si è detto di sopra. Siffatto recinto costituiva
il coro nelle primitive chiese, ed era il luogo in cui prendevano
posto i suddiaconi, i chierici minori ed i cantori. Ai lati del coro,
si elevano due pulpiti, o ambone s, costruiti in marmi diversi: da
quello a sinistra dell’ osservatore, che è il più elevato, il diacono
leggeva il vangelo, proclamava gli editti pontificii, denunziava
gli scomunicati ecc; dall’ altro si leggeva l’ epistola dal suddia-
cono. Di fianco a questo secondo pulpito è il leggio che serviva ai
lettori per leggere al popolo le profezie e le sacre lezioni, ed ai
cantori per cantare il graduale; in fine presso l’ ambone a sini-
stra elevasi una colonnina spirale, abbellita di musaici, destinata
a sostenere il cereo pasquale. Segue il santuario, che nei primi-
tivi tempi della Chiesa era affatto separato dal rimanente del
tempio, come ancora si usa nella Chiesa orientale. Ivi esiste l’al-
tare della Confessione, che, secondo l'antico costume, è rivolto
ad oriente. Esso è coperto da un tabernacolo sostenuto da quat-
tro colonne di paonazzetto, al disopra delle quali si osservano
ancora i ferri e gli anelli delle cortine che originalmente lo ve-
lavano. Quest’altare racchiude l’urna in cui si conservano le
sacre spoglie del pontefice s. Clemente, e quelle di s. Ignazio
martire, vescovo di Antiochia.
Intorno all’ apside, o tribuna, ricorre l’ antico sedile che costi-
tuiva la stazione de’ preti, presbyterium, e nel centro elevasi, su
tre gradini, la sedia episcopale del titolare, fatta eseguire da
Anastasio Giuniore l’anno 1108, cioè all’epoca della riedifica-
zione di questa chiesa, ed ecco l’iscrizione che vi si legge: ana-
STASIVS PRESBITEB CARDINALIS ’HVIVS TITVLI HOC OPVS FECIT
et pekfecit. Al disopra del sopraccennato sedile si osservano
dipinti il Salvatore e Maria Vergine in mezzo agli apostoli, sepa-
rati l’ uno dall’ altro da un albero di palma. Questa pittura a fre-
sco, sebbene assai danneggiata dai ritocchi e dall’umidità, pur
tuttavia merita di essere ricordata, essendo un’ opera dell’ antica
scuola romana, eseguita, secondo il Rondinini, storico di questa
chiesa, da Giovenale da Celano, pittore del XIV secolo, e di cui
fa menzione il Lanzi. La parete superiore dell’ apside è tutta ab-
bellita con musaici, fatti eseguire nel 1299 dal card. Giacomo
Tomasio dell’ ordine de’ minori, titolare di questa chiesa, e di ciò
fa fede un’ epigrafe che osservasi incastrata nel pilone a destra
del grand’ arco, al disopra di un piccolo ciborio, eseguito per
ordine del cardinale stesso; ed ecco il tenore dell’epigrafe:
Digilized by Google
Chiesa di s. Clemente.
117
EX ANNIS DOMINI PROLAPSIS MILLE DVCENTIS
NON'AQINTA NOVEM IACOBVS COLLEGA MINORVM
HVIVS BASILICAE TITVLI PARS CARDINIS ALTI
HAEC IVSSIT FIERI QVO PLAVSIT ROMA NEPOTE
PAPA BONIFACIVS OCTAVVS ANAGNIA PROLES.
Nella fronte dunque dell’apside sono rappresentati: il Salva-
tore in atto di benedire; s. Pietro con s. Clemente; s. Paolo con
s. Lorenzo martire; i profeti Isaia e Geremia; i simboli de’ quattro
evangelisti, e la città di Betlemme e di Gerusalemme, siinboleg-
gianti la nascita e la morte del Redentore. Nella volta, ossia ca-
tino dell’ apside stesso, veggonsi condotti in musaico differenti
arabeschi, con in mezzo il Crocifisso fra Maria Vergine e s. Gio-
vanni. Negli arabeschi poi sono frammiste alquante figurine di
santi, fra le quali si riconosce quella di s. Domenico, eseguita ai
tempi di Urbano Vili che fece instaurare i descritti musaici.
Questa tribuna ha uno stupendo pavimento in opera alessandri-
na, che si estende lungo le tre navate, coperte dai biasimevoli
soflitti fattivi fare da Clemente XI; ed in quello della navata di
mezzo, scorgesi s. Clemente portato al cielo dagli angeli, dipinto
da Giuseppe Chiari. Gli affreschi nelle pareti di questa navata,
eseguiti per ordine dello stesso pontefice, si riferiscono a s.Cle-
mente, alle sante Flavia e Domitilla, a s. Ignazio martire ed a
s. Servolo.
Passando ora nelle navi laterali, e primieramente in quella a si-
nistra, la cappella in fondo, verso la tribuna, ha un quadro di
Sebastiano Conca, rappresentante laMadonna del Rosario. Nella
cappella in fondo della navata a destra, si osserva una marmo-
rea statua di s.Gio. Battista, opera assai pregevole del primo
periodo del secolo XV, e si crede di Simone, fratello del celebre
Donatello . Presso l’altare di questa cappella sono due monumenti
sepolcrali del secolo XV, ambedue degni di osservazione pel
bello stile degli ornati e delle altre sculture; ma quello eretto al
Cardinal Roverella, che rimane più prossimo all’ altare, si rende
assai più mirabile, in ispecie per la squisitezza della parte orna-
tiva. Delle due cappelle prossime alla porta principale della chie-
sa, quella sacra a 8. Domenico ha tre quadri del pittore scozzese,
Ignazio Stugford: di questi dipinti, quello collocato sull’altare
rappresenta il santo titolare della cappella, gli altri due offronci
due miracoli operati dal santo stesso.
L’ altra cappella deve riguardarsi come una delle più interes-
santi che sieno in Roma per la storia della pittura. Fu questa
Digilized by Google
118 Seconda Giornata.
per intero dipinta da Maso da s. Giovanni nel Fiorentino. Maso,
che fiorì nella prima metà del secolo XV, fu uno de’ primi risto-
ratori della pittura, e dalla sua maniera di vivere, come suol
dirsi a caso, essendo tutto immerso nei pensieri dell’arte, fu so-
prannomato Masaccio. L’affresco che egli eseguì nella parete
principale di questa cappella, rappresenta Cristo crocefisso fra
i due ladroni, pittura arricchita con gran moltitudine di figure.
Nelle pareti laterali ritrasse alquante storie della vita di s. Cate-
rina, espresse secondo le leggende di quel tempo. Nella volta
Spinse gli evangelisti coi quattro principali dottori della chiesa
latina, e nel sottarco della cappella colorì dodici mezze figure
rappresentanti gli apostoli. Il merito di una gran porzione di
queste pitture andò in gran parte perduto pei replicati ritocchi;
ma alquante figure della volta ed alcune parti dei dipinti delle
pareti, che non furono alterate dai ristauri, danno prova evidente
della somma abilità di Masaccio. Le pitture di questa cappella
furono incise da Carlo Labruzzi e pubblicate da Giovanni Del-
l' Armi nel 1809.
La descritta chiesa è officiata dai pp. domenicani irlandesi, che
vi hanno il loro convento. Nel 1857, dovendosi eseguire de’ ri-
stauri nel convento, e quindi facendo delle escavazioni presso la
sacrestia, venne scoperto un muro con qualche avanzo di anti-
chissime pitture. Fatte pertanto ulteriori ricerche dal dotto e ze-
lante priore, il R. P. Giuseppe Mullooly, si conobbe che ivi esi-
steva una navata di un grandioso edifizio, e non errò il R. P.
Priore opinando, che potesse appartenere alla primitiva chiesa
eretta in onore del pontefice s. Clemente, della quale si fece già
menzione. In fatti col progresso dei lavori si verificò la realtà di
quanto aveva saviamente opinato il sullodato Priore, ed in pari
tempo si conobbe che la vetusta basilica era stata fondata sopra
solidissime costruzioni di epoche diverse dell’antica Roma! A
questa interessantissima scoperta per la storia, per le arti, e per
la sacra liturgìa, non mancò prender parte la Commissione di
archeologìa sacra, ordinando che gli opportuni lavori fossero
eseguiti sotto la direzione dell’architetto Francesco Fontana,
membro della stessa Commissione.
Il sacro edifizio si trovò affatto colmo di terra e di macerie, e
sopra tale ammasso posava il pavimento della soprastante chiesa
con quanto esiste nella navata grande. È dunque evidente che
ingenti spese si richiedevano per lo sgombro dell’edifizio, e per
le sostruzioni a sostegno della chiesa superiore. E grazie alla
munificenza di Papa Pio IX, come pure alle generose oblazioni
Digilized by Googl
Chiesa di s. Clemente.
119
degli eruditi visitatori, ed alle premure del zelante ed instanca-
bile R. P. Mullooly, l’antichissimo santuario è stato reso intiera-
mente praticabile, osservandovisi una interessante serie di affre-
schi, che rimontano, almeno, dall’ Vili al X secolo, e forse an-
che al XI (1).
Presso la sacristia è la scala che conduce nella sotteranea ba-
silica, e mette precisamente nel Narthex, ossia in quella specie
di vestibolo che precede le navate, nel quale, conforme pratica-
vasi nei primi secoli del cristianesimo, i catecumeni assistevano
a’divini uffici ed alle sacre ceremonie (2).
narthex. — Esso in origine era diviso dal corpo della basi-
lica per mezzo di alcune colonne isolate, ma in seguito, allo scopo
di rassodare l'edifizio, furono collegate insieme con un saldo
muro, che in oggi vedesi decorato di due belli affreschi, uno per
lato all'ingresso della navata grande, ambedue votivi e ben con-
servati. Quello a sinistra rappresenta la traslazione del corpo di
s. Clemente dalla basilica Vaticana a questa chiesa. La solenne
traslazione ebbe luogo sotto Nicolò I, che resse la cattedra di
s. Pietro dall’anno 858 all'8(57; e quel santo pontefice non solo si
distingue fra’ vescovi ed altre dignità ecclesiastiche che seguono
il feretro, ma vedesi eziandio rappresentato sull’altare in atto di
salutare il popolo con queste parole: pax Domini sit semper ro-
biscum. Il descritto dipinto può giudicarsi lavoro del X secolo,
ed il nome della divota donna che lo fece eseguire, ci viene ricor-
dato dalla sottostante iscrizione, che, “in linguaggio della vera
fede, dice: eoo maria macelleria p timore dei et remedio
anime mee lec. p.o.r.f.c.
Anche l’altro affresco appartiene all’epoca suindicata. Esso è
diviso in due compartimenti da elegante fregio in arabeschi, e
si deve alla pietà di certo Beno di Rapiza, come appunto risulta
dalla iscrizione che vi si legge, della quale ecco il tenore: in no-
mine DNI EGO BENO DE RAPIZA P AMORE BEATI CLEMENTIS ET
REDEMPTIONE ANIME MEE PINGERE FECIT (sic). Il COmp&rtimentO
principale ha per soggetto mi miracolo^alla tomba di s. Cle-
mente conforme è narrato nella leggenda del santo pontefice.
Alcun tempo dopo la morte di s. Clemente, gettato nel mare
(1) Di queste antiche pitture a fresco se ne trovano accurate fotografie, e si pos-
sono acquistare in s. Clemente e nel negozio Spithòver, in piazza di Spagna.
(2) Il santuario di cui trattasi si può vedere illuminato, in alcune ore prima del-
VAve Maria, il secondo lunedi di quaresima ed i giorni in cui si celebra la fasta
di s. Clemente e di s. Ignazio martire, (23 Nov. e 1 Feb.). Anche negli altri giorni
si può visitare, dirigendosi a tale effetto al sagrestano della chiesa.
Digilized by Google
120
Seconda Giornata.
con un’ancora al collo, le acque si ritirarono da quel luogo, la-
sciando scoperto per alcun tempo un tempietto di marmo, nel
quale i cristiani trovarono il corpo del Santo. Siffatto prodigio
si rinnovò per più secoli nel di anniversario del martirio di s. Cle-
mente, quindi il vescovo del Chersoneso veniva a celebrarvi la
messa. Perciò nel centro del marmoreo tempietto elevasi l’urna
sepolcrale preparata a guisa di altare, e da un lato del dipinto
scorgesi il vescovo che viene processionalmente alla testa del
suo clero, uscendo dalla porta di una città sulla quale leggesi
Cersona. Un giorno dunque che aveva luogo tale ricorrenza,
una divota vedova seguiva la processione sino alla tomba del-
l’illustre martire, portando seco, sulle braccia, un suo figliuoletto.
Terminata la sacra ceremonia se ne partiva, ed essendo ancora
assorta nel fervore della preghiera obliò l’amato fanciullo; in-
tanto le acque tornano al posto, e l’infelice madre perde ogni
speranza di più rivedere l’unico suo conforto. Nel seguente an-
niversario tornava sul luogo della tomba, lusingandosi di potere
almeno raccogliere qualche avanzo dell’amato fanciullo; ma in-
vece, con inesplicabile sorpresa, lo scorge presso il sepolcro del
Santo come se allora si destasse da dolce sonno; perciò si osser-
va a piè dell’urna la riconsolata madre nel momento che rialza
fra le braccia il caro figliuoletto. Onde poi simboleggiare il mare
vennero dipinti d’intorno al tempietto alquanti pesci di diverse
specie, osservando visi, da un lato, l’ istrumento del martirio di
s. Clemente. Il compartimento inferiore di questo affresco, ha nel
mezzo un grande medaglione coll’effigie di s. Clemente , e nei
lati figurano Beno de Rapiza con Maria sua moglie, e i due loro
figliuoli, Clemente ed Altilia.
Sul muro incontro scorgesi, fra due colonne, un altro affre-
sco, non meno pregevole de’precedenti. La figura del Salvatore,
che occupa il centro del dipinto, ha nella sinistra un libro, e colla
destra benedice, secondo il rito greco, esempio unico fra tutte
le pitture di tal genere esistenti in Roma. Ai lati del Salvatore
sono gli arcangeli Michele e Gabriele, che gli presentano due
sacerdoti, uno de’quali sostiene un libro, l’altro un calice: presso
questi figurano, uno per lato, s. Clemente e s. Andrea coi loro no-
mi scritti in linea verticale, mentre gli arcangeli lo hanno al di-
sopra. Sulla stessa parete, dopo i due pilastri in muro che sono
a sinistra, v’è dipinta la testa di un santo, che credesi opera del
V secolo, e quasi incontro vedesi un’altra testa di epoca più re-
mota. Tutti i marmorei frammenti raccolti in questo luogo, tanto
scritti, quanto scolpiti, come pure i diversi sarcofaghi che vi si
osservano, furono trovati fra le macerie che riempivano l’edifizio.
Digitized by Google
Chiesa di r. Clemente. 121
navate della basilica. — Tre navate divise da 16 colonne
di differenti marmi, distribuite in due file, costituiscono il corpo
della basilica. Alcune di queste colonne si trovarono murate in
forma di grandi pilastri quadrilunghi, e fra quelle non murate,
ora però incastrate ne’nuovi muri di sostruzione, ve ne sono due
pregiatissime, una di breccia corallina, l’altra di bellissimo verde
antico, ambedue nella piccola navata a destra. La navata di mez-
zo fu edificata di straordinaria larghezza, dimodoché ad onta che
sia andata soggetta ad una restrizione a causa dell’antico muro
inalzatovi nel destro lato, e ad onta che in oggi rimanga pure
in certo modo sezionata dai 16 pilastri costruiti a sostegno della
navata grande della basilica superiore, nulladimeno apparisce
tuttora considerevolmente spaziosa (1). In fondo a questa navata
si scende al nuovo apside sostenuto da quattro colonnine di gra-
nito, e innanzi ad esso è stato eretto un altare, coperto da una
specie di calotta in marmo bianco, sorretta da quattro colonne
di bellissima breccia di Seravezza. Quivi, penetrando dietro l’ar-
pside, si trovano alcuni ambienti di antichissima costruzione,
ne’quali furono scoperte delle tracce di lavori in istucco, ed una
iscrizione col nome di Rufino.
Premesso questo breve cenno architettonico sulle tre navate
costituenti il corpo della basilica, faremo parola deg-li affreschi
che tuttora vi si osservano, piccolo avanzo di quelli che in gran
copia la decoravano. Due di tali affreschi veggonsi sul muro
ov’è l’ingresso della navata grande. Uno di essi rappresenta l’as-
sunzione di Maria Vergine, vedendo visi gli apostoli al disotto in
movenze di sorpresa e di ammirazione. A destra del dipinto è s.
Vito, a sinistra s. Leone IV, papa, avente il nimbo quadrato di
colore azzurro, indizio che il santo pontefice era ancora vivente
all’epoca, in cui l'affresco venne eseguito; cosicché è questa una
opera che rimonta alla metà del IX secolo. L’altro affresco ha
per soggetto Gesù in croce deplorato dalla desolata madre e da
s. Giovanni Evangelista. Nell’angolo dell’aderente muro sono tre
piccoli affreschi di più antica data de’ due precedenti, e rappre-
sentano: le Marie al sepolcro del Redentore, dopo risorto; Cristo
che trae Adamo ed Èva dal limbo, e le nozze di Cana. Sulla fac-
cia poi della grossezza di questo muro, v’ è dipinto s. Prospero,
il quale scrisse energicamente contro l’eresia pelagiana, condan-
(1) Al disopra di questa navata ne corrispondono due della chiesa superiore, ciò*
la navata grande e quella minore a destra; e le colonne da cui sono divise posano sul-
l'antico muro sopraindicato, costruito evidentemente all’uopo.
6
Digitized by Google
122
Seconda ' Giornata.
nata in questa chiesa, nel 417, da s. Zosimo papa. Questa figura
mancante della parte inferiore, ha il nome scritto al disopra.
Inoltrandosi verso la tribuna, si trova, a sinistra, uno degli
accennati pilastri quadrilunghi, sulla cui faccia principale veg-
gonsi due affreschi, forse eseguiti poco prima che la basilica ca-
desse in rovina. Quello sull’alto, mancante di tutta la parte su-
periore, rappresenta il Salvatore assiso in trono, avente ai lati
gli arcangeli Michele e Gabriele, presso de’quali sono s. Clemente
e s. Nicola, tutti col nome scritto al disotto. L’altro affresco, be-
nissimo conservato, anche nel colorito, si riferisce a s. Alessio,
che, nel giorno delle sue nozze, abbandonati i genitori e la spo-
sa per darsi a vita di penitenza, dopo lungo tempo torna scono-
sciuto presso loro sotto vesti di povero pellegrino. Infatti osser-
vasi primieramente rappresentato nel dipinto, in atto di chiedere
ospitalità al nobile suo padre, il senatore Eufemiano, il quale
l’accoglie nel proprio palazzo sull’ A ventino. Poscia vi si scorge
allorché, essendo moribondo, riceve l’apostolica benedizione da
Bonifazio I; in fine v’è rappresentato allorquando, dopo morto,
viene riconosciuto dai genitori e dalla derelitta sposa che amo-
revolmente lo abbraccia. Sull’intonaco poi del lato sinistro di
questo pilastro, v’è colorito* s. Biagio che risana un fanciullo,
estraendogli una spina dalla gola; ed il lupo dipintovi sotto, che
addenta un cinghiale, allude ad un fatto della giovinezza del
santo; ma questi dipinti sono appena visibili a causa della pros-
simità del nuovo muro di sostruzione.
Anche il pilastro che segue è decorato di affreschi. Quello sul-
l’alto della faccia principale, di cui non rimane che la parte in-
feriore, rappresenta s.Pietro che colloca s. Clemente sulla catte-
dra pontificale, vedendovisi eziandio s. Lino e s. Cleto, come pure
due sacerdoti con indosso le sacre vesti, e due soldati romani in
costume del tempo: ciascun santo ha il proprio nome scritto
sotto. L’affresco di mezzo, totalmente integro, ha per soggetto
il pontefice s. Clemente che celebra la messa. Da un lato sono i
ministri dell’altare e due vescovi; dall’altro canto scorgesi il pa-
gano Sisinio, il quale, colpito da istantanea cecità per avere po-
sto in ridicolo i santi misteri ed i venerabili ministri di Dio, vie-
ne accompagnato da due giovanetti per uscire dal sacro tempio.
Dal canto opposto sono rappresentati, in piccole dimensioni, i di-
voti che fecero eseguire il dipinto, i cui nomi vengono ricordati
nella sottostante iscrizione, la quale dice: ego beno de rapiza
cf MARIA VXOR MEA P AMORE DÌ ET BEATI CLEMENTIS P. G. R. F. C.
Dopo un elegante fregio segue il terzo affresco, rozzamente ese-
Digitized by Google
Chiesa di s. Clemente.
123
guito, e sembra allusivo all’erezione della basilica. Sul lato sini-
stro di questo pilastro è colorito Daniele nella caverna de’ leoni;
ma anche questo è poco visibile come il s. Biagio nel pilastro
precedente. Quivi si riconosce, meglio che in altra parte, la co-
struzione dell’antico pavimento della basilica.
A lato di questo pilastro si passa nella navata a sinistra, ove,
sulla prossima parete in fondo, veggonsi molte tracce delle pit-
ture che la decoravano, fra le quali doveva esservi la crocefis-
sione di s. Pietro, osservaudovisi due piedi rivolti in su, confitti
sopra un avanzo di croce. Quivi presso, sulla parete a sinistra,
si osservano alcuni avanzi di pitture relative a s. Cirillo; e sull’alto
della parete ov’ è l’ ingresso per cui da questa nave si entra nel
Narthex. sono rappresentati alcuni tratti della vita di s. Liberti-
no. Quest’ ultimi dipinti, probabilmente dell’ Vili secolo, sono
assai danneggiati.
Rientriamo ora nel Narthex, ed a piè della scala donde siamo
discesi, troveremo l’ingresso dell’altra piccola navata. Inoltran-
dosi in essa s’incontra, a destra, una nicchia adorna di affreschi
del VII, o dell’Vm secolo. Nel fondo v’è dipinta Maria Vergine
col Bambino, e nell’archivolto l’effigie del Salvatore. Nei lati ri-
mangono le sole teste di s. Eufemia, e di s. Caterina; al disotto è
il sacrifizio di Abramo. Subito dopo questa nicchia si vede, in
alto, ungruppo di teste, ed un altro gruppo, meglio conservato,
rimane dopo la piccola finestra. Tutte queste teste (sono 51) ap-
partennero evidentemente ad un grande affresco che decorava
questa parete. Più oltre, dopo ascesi due antichi gradini, osser-
vasi una grande figura del Salvatore, rozzamente eseguita e man-
cante della testa. Il Salvatore è in atto di benedire colla destra,
ed ha due libri nella sinistra. In fondo a questa navata si scende
a vedere le antichissime costruzioni già da noi accennate, ove
sono diverse camere ed un angusto passaggio rettilineo, che,
traversando tutta la basilica, conduce fin sotto l’altra piccola na-
vata, di dove si ascende nuovamente nella chiesa superiore.
La grande strada che corre innanzi alla descritta chiesa con-
duce diritto dal Colosseo al Laterano, e lungo la medesima, ver-
so il fine, s’incontra sulla destra un grazioso casino, il cui pro-
spetto viene elegantemente abbellito da svariati ornamenti in
terra cotta, riprodotti da antiche opere in isculturaed in intaglio.
Questo casino fu edificato nel 1846 dal march. Pietro Campana,
Ma se usciti dalla chiesa di s. Clemente, v’ incamminerete per
la strada che apresi quasi incontro, troverete, a sinistra, una
breve salita che conduce subito alla chiesa de’santi Quattro Co-
6*
Digitized by Google
124 Seconda Giornata.
ronati, eretta da Pasquale II, ove si osservano otto colonne in
granito di mezzana grandezza, ed otto ancor minori collocate
nella parte superiore; e nel coro si veggono alcuni dipinti di
Giovanni da s. Giovanni. — Seguendo la strada di fronte alla
suddetta chiesa vi troverete egualmente al luterano.
Digitized by Google
125
ITINERARIO
DI ROMA
TERZA GIORNATA
DAL LATERANO AL QUIRINALE.
PIAZZA DI S. GIOVANNI IN DATERANO.
Il nome di Laterano che ha questa regione di Roma viene da
Plauzio Laterano che quivi ebbe il suo palazzo. Nel mezzo di
quest’ampia piazza si ammira il maggiore degli obelischi di Ro-
ma, il quale era stato eretto in Tebe da Theutmosi II, re di Egit-
to, conforme rilevasi dalle cartelle che vi si leggono. Costantino
il Grande, stando ad Ammiano Marcellino, trasportollo pel Nilo
fino ad Alessandria, volendolo condurre a Roma; ma la morte
troncò il suo disegno, per cui Costantino suo figlio compivalo,
e pervenuto che fu in Roma, fecelo erigere nel circo Massimo.
Dopo la rovina di questo, rimase coperto da circa 8 metri di ter-
ra e di macerie, fino a che Sisto V fecelo disotterrare, ed aven-
dolo trovato rotto in tre pezzi, ordinò si ristaurasse e venisse
eretto sulla piazza di cui trattiamo, colla direzione di Domenico
Fontana. Esso è di granito rosso, coperto di geroglifici, e la sua
altezza, non compresi la base ed il piedistallo, ascende a met. 31
e 77 centimetri.
Da un lato di questa piazza, sono due vasti ospedali per le
donne prese da febbre, in uno de’ quali il pontefice Pio IX, nel
1865, fondò una clinica per le donne partorienti. Questa piazza
rimane particolarmente decorata dall’insigne basilica Lateranense
e dal palazzo dello stesso nomo, il quale, essendo rimasto con-
sunto da un incendio, fu riedificato da Sisto V, coi disegni del
ricordato Fontana, ed in seguito, dopo diverse vicende, ebbe un
considerevole ristauro por ordine di Gregorio XVI.
Questo vastissimo palazzo, che fu la prima residenza de’papi,
oggi va superbo di accogliere nel suo seno, non solo una con-
Digitized by Google
126 Terza Giornata.
siderevole e preziosa raccolta di antiche iscrizioni cristiane, ma
anche gran copia di oggetti assai pregevoli per l’antichità e per
le arti; talché vi si osservano due importanti musei, uno cristia-
no, l’altro profano, come ancora una galleria di belle opere in
pittura ecc.Di quanto abbiamo accennato, visiteremo primiera-
mente il
MI SEO PROFANO (1).
Il museo del quale imprendiamo a parlare fu fondato per volere
del surricordato pontefice Gregorio XVI, il quale ordinò che in
questo palazzo si formasse una copiosa raccolta di oggetti di
belle arti, e specialmente di antiche sculture. Salito poi al seg-
gio apostolico il sommo pontefice Pio IX, non solo volse egli
ogni sua cura a rendere sempre più interessante e ricco questo
museo, ma volle porre eziandio le fondamenta del museo cri-
stiano, che visiteremo in seguito.
prima sala. — Il pavimento di essa va adorno di un musaico
antico, in cui si vedono rappresentati tre pugillatori: esso mu-
saico peraltro non è che la minima parte di una grand’ opera di
tale sorta, che avremo agio di osservare ascendendo al piano su-
periore.
I marmi di maggior pregio i quali decorano questa sala, sono
senza dubbio i bassorilievi: perciò appunto entreremo a discor-
rere brevemente di quelli che fra essi riescono più interessanti.
Volgendosi dunque dalla parete ove è l’ingresso nella sala,
si osserva uno stupendo bassorilievo, in cui si riconosce Giasone
e Medea, al quale soggetto alludono precisamente l’albero, ed il
drago che vi si scorge fra i rami. Il bassorilievo che segue, in-
castrato nella successiva parete, presenta due pugillatori, comu-
nemente conosciuti co’ nomi di Darete e di Entello: questo mar-
mo fu scoperto sul principio del secolo XVI vicino all’arco di
Gallieno, ed essendo un’opera di sommo merito, venne disegnata
da Raffaello, ed incisa dal celebre Marcantonio. Nel terzo bas-
sorilievo, proveniente dal Foro Traiano, si vede eg*giamente
scolpito quell’imperatore, circondato dai littori e da altri perso-
naggi. L’ultimo dei bassorilievi dai quali è decorata questa pa-
rete esprime la leggiadra ninfa Leucotea, che dà bere a Bacco
ancor bambino: questo pregevolissimo lavoro di scultura appar-
tenne già alla celebre galleria dei Giustiniani, da dove passò nel-
(1) Affinchè, visitando questo museo, si rinvenga subito l'ordine tenuto nella no-
stra descrizione, conviene farsi condurre primieramente nella sala ove esiste il mu-
saico dei tre pugillatori.
Digitized by Google
Museo Profano. 127
l’appartamento Borgia al Vaticano. Quasi incontro al ricordato
bassorilievo se ne scorge un altro, anch’esso pregevole molto,
in cui sono rappresentati i furtivi amori di Marte e Rea Silvia, e
quelli di Diana ed Endimione. Pressoché tutti i monumenti che
decorano questa sala erano nelle sale Borgia al Vaticano, da do-
ve furono qui trasferiti d’ordine del pontefice Pio IX.
seconda sala. — La superba raccolta di antichi frammenti
di architettura e di ornato che qui vedesi, proviene egualmente
dalle ricordate sale Borgia in Vaticano. Questi marmi preziosis-
simi, degni veramente d’essere ammirati per la squisitezza e fi-
nezza di esecuzione degli svariati intagli, ci porgono una giusta
idea della magnificenza e del buon gusto che regnavano negli
edifizi della romana grandezza; ed in ispecie poi di quelli fra es-
si, i quali esistevano nel Foro Traiano, ove per l’appunto furono
scoperti .
terza sala. — Una sorprendente statua di Antinoo, sotto
l’effigie di Vertunno, costituisce il principale ornamento di que-
sta sala. Fu trovata in Ostia nel 1798, e venne qui trasportata
nel 1862, togliendola dal Braccio Nuovo del museo Vaticano.
quarta sala. — In mezzo ad essa sorge una tazza di rarissimo
marmo colorato, trovata vicino al santuario, detto la Scala San-
ta (1). A destra si presenta il simulacro di Germanico; a sinistra
un Fauno, e di faccia alle finestre la statua di Marte : questi tre
pregevoli marmi erano conservati nei magazzini del museo Va-
ticano. I moltissimi cippi sepolcrali disposti attorno a questa sala,
furono per la massima parte scoperti sulla via Appia in diffe-
renti epoche.
quinta sala. — Nel mezzo si vede signoreggiare un superbo
cervo, scolpito in marmo bigio : questo pregevole monumento
d’arte fu trovato vicino alla porta Portese. 11 gruppo mitriaco
che è a destra proviene dai già accennati scavi presso la Scala
Santa. Tra i marmi poi che sono disposti intorno alla sala, vo-
gliono essere distinti, per merito del lavoro, due piccole e gra-
ziose erme di fauni, una statua di Esculapio, una musa ed una
vacca, il tutto di marmo bianco.
(1) Allorquando nel 1854 furono gittate le fondamenta del piccolo convento eretto
a lato di questo santuario, di cui diremo a suo luogo, si rinvennero negli scavi oc-
correnti all'uopo, alcuni oggetti d'arte, fra l quali un magnifico musaico, che osser-
veremo nelle camere di Raffaello, in Vaticano. Esso musaico decorava il pavimento
d'una sala che potè servire ad uso di bagni. Oltre poi la tazza che qui osserviamo,
vedremo eziandio in questo museo altri monumenti provenienti dagli scavi medesimi.
Digitized by Google
128 Terza Giornata.
sesta sala. — Questa sala viene detta dei Cesari, perchè vi si
ammirano otto statue della famiglia imperiale, due muliebri, e
sei virili, due delle quali mutilate e sedenti. Delle dette statue,
quella a destra di chi entra nella sala, offre il simulacro di Bri-
tannico; seguono poi: Cesare, Tiberio, Agrippina, Claudio, Bra-
so, Germanico e Livia che sta posta innanzi alla parete delle
finestre: le ricordate statue offrono un esempio della scultura
greco-romana. Avanti però di uscire da questa sala, è d’uopo
parlare d’un piccolo bassorilievo rappresentante tre delle dodici
città dell’alleanza Toscana, o Etrusca, personificate co’ nomi di
Vetulonmses, toni, che forse si potrebbe leggere Vulcen-
tani, e Tarquinienset. Questo frammento di bassorilievo fu sco-
perto aCervetcri, ove si scopersero del parile statue suaccennate,
lo che dimostra, come le città toscane ebbero eretto que’simula-
cri imperiali in Ceree , oggi Cerveteri.
settima sala. — Prima ancora di porre il piede in questa
sala, non si può a meno di non rimanere sorpresi alla vista di un
superbo simulacro in marmo, che si scorge di prospetto all’ in-
gresso. È questo un capolavoro di greca scuola, e rappresenta
un filosofo, o un oratore, avente ai piedi la cisti, con entravi i
papiri. Questa figura, in cui si fu d’opinione di riconoscere l’efli-
gie di Sofocle, ha tanta verità di espressione, tanta sublimità
d’arte, ed in ispecie cosi grande dignità d’atteggiamento, che si
sarebbe indotti a credere, avere vita il marmo, e la voce essere
per uscire di bocca al simulacro. Un sì prezioso monumento, il
cui merito vince ogni elogio, fu donato dalla nobile famiglia
Antonelli, dalla quale venne trovato presso Terraciua ( l’antico
Anxur). Un altro superbo monumento di scultura greca merita
speciale attenzione in questa sala, ed è la figura d’un Fauno dan-
zante, scoperto nella via di s. Lucia in Selce, nel rioue Monti. La
statua di Apollo, e quella rappresentante una matrona romana,
furono prese dai magazzini del museo Vaticano.
ottava sala. — La stupenda statua di Nettuno, di stile
greco-romano, fu scoperta a Porto. I simulacri di tale divinità
sono rari, stantechè essa aveva in Roma un solo tempio; uno
ne aveva in Ostia, uno in Anzio, ed un altro nell'isola Sacra,
ove, nel IV secolo, si celebravano ancora le feste, dette Neptu—
nalia.
nona sala. — Sorgono in questa sala tre colonne di marmo
bianco, due delle quali hanno intagli ad arabeschi, ed una è ab-
bellita d’ intagli di lavoro diverso. I capitelli, i fregi e gii altri
frammenti architettonici che qui si osservano, fra’quali marmi
Digitìzed by Google
Museo Profano. 129
avvene di squisito lavoro, provengono in parte dalle più recenti
scoperte fette sulla via Appia, ed il rimanente dal Foro Romano
e dai magazzini del museo Vaticano.
decima sala. — Occupa il mezzo di essa Amore che, stando
sopra un delfino, scherza con un’anitra; monumento che si deve
anch’esso alle più volte ricordate scoperte fette presso la Scala
Santa. I due basamenti sepolcrali, posti uno di feccia all’altro
addosso alle pareti laterali, si crede derivino dalla via Appia. Le
due rarissime colonne di lumaehella furono trovate, nel pontifi-
cato di Gregorio XVI, non lungi dalla chiesa di s. Giacomo de-
gl’incurabili, sul Corso. Tutti gli altri oggetti esistenti in questa
sala appartennero al sontuosissimo sepolcro degli Aterii, sco-
perto sulla via Labicana a circa 4 miglia da Roma. Sopra tutto
sono rimarchevoli i due bellissimi busti collocati nella parete a
destra, fra’ quali osservasi uno dei bassorilievi che ornavano lo
stesso sepolcro, vedendosene un altro nella parete incontro. Am-
bedue questi bassorilievi ci offrono differenti monumenti ed archi
trionfali, uno de’quali, secondo T iscrizione che vi si legge, sor-
geva sulla via Sacra. Inoltre, nel bassorilievo frammezzo ai due
busti, si rende osservabile una macchina della quale si servivano
gli antichi per sollevare oggetti assai pesanti. Siffatte rappre-
sentanze inducono a credere che il titolare del sepolcro fosse
un architetto.
undecima sala. — Si osservano qui, una statua di Diana
Efesina, ed alquanti sarcofaghi trovati nelle camere sepolcrali,
scoperte nel 1858 sulla via Latina. Quello nel mezzo della sala è
ornato di un .bassorilievo relativo a Bacco. Sulla faccia del sarco-
fago a ridosso della parete sinistra, sono scolpite due bighe tirate
da centauri, poste una di faccia all’altra, essendovi Bacco sulla
biga a sinistra, ed una donna con in mano mia maschera in quella
a destra. Il sarcofago incontro è adorno di un bassorilievo diviso
in due scene, rappresentanti Ippolito e Fedra , e la caccia del
cinghiale, avendo sulla faccia del coperchio le avventure di Edi-
po. Il bassorilievo del sarcofago che segue da un lato, diviso in
tre scomparti, rappresenta: a sinistra, Adone nell’ atto di acco-
miatarsi da Venere, a destra, la caccia del cinghiale, e nel mezzo,
la morte del medesimo Adone, mentre uno de’servi della caccia
gli terge il sangue dalla ferita.
decimasecon da sala. — Si veggono in essa le tre urne tro-
vate ai loro posti entro un sepolcro, scoperto intatto, nel 1837,
nella vigna Lozzano fuori la porta Pia, ed illustrato dal cav. Grifi.
Di tali urne, due sono pregiatissime, a causa degli stupendi
6**
Digitized by Google
130
Terza Giornata.
bassorilievi che le ornano. In una di esse è scolpita la morte dei
figli di Niobe, i quali rimasero uccisi a colpi di frecce da Apollo
e Diana, nel momento in cui assistevano, in Tebe, ad un pub-
blico spettacolo, presenti, il loro padre Anfione, che si scorge
in una delle estremità, e la madre loro Niobe, situata nell’ estre-
mità opposta in atto di abbracciare due dei proprii figliuoli. Il
bassorilievo dell’ urna incontro, esprime Oreste che, in preda alle
furie, vendica la morte di suo padre, trafiggendo Egisto e Cli—
tennestra. La terza urna non offre alcun interesse.
decimaterza sala. — Il grande sarcofago posto nel mezzo,
servì di tomba a Cecilio Valliano. "Volgendosi poi a destra, si os-
serva la statua di Dogmazio, scoperta nel 1856 sulla piazza della
Pilotta, mentre ivi si gittavano le fondamenta d’ ima casa. I
quattro frammenti di statue colossali, in porfido, furono rinve-
nuti vicino all’ arco di Costantino. La statua innanzi all’altra pa-
rete, ci porge l’effigie del severo ed imparziale Catone, ed il bas-
sorilievo successivo, collocato su d’ima memoria sepolcrale della
famiglia Furia, sembra rappresenti Pilade sostenente Oreste.
decimaquarta sala. — Appena entrati, si presenta agli sguar-
di dell’osservatore una superba statua d’uno schiavo, la quale
non solo si rende interessante pel merito artistico, ma sì ancora
perchè, non essendo compiuta, presenta i punti risaltanti che ser-
virono di guida al lavoro; lo che ne accerta, che gli antichi scul-
tori eziandio praticavano il metodo meccanico dei 'punti, confor-
me lo praticano gli scultori moderni. Questo pregevole monu-
mento fu trovato, regnando Gregorio XVI, nel gittare le fonda-
menta d’una casa in via de’ Coronari; il frammento- poi di statua
di porfido, loricata e non compiuta, fu scoperto negli orti Far-
nesiani, regnando pure il sunnominato pontefice.
le sale XY e XVI contengono grande quantità di oggetti
di differenti specie, cioè, sarcofaghi, urnette cinerarie, cippi se-
polcrali, frammenti ili marmi scolpiti, statue ecc.; tutti oggetti
provenienti dagli scavi che da varii anni si vanno praticando in
Ostia, per ordine del governo, e colla direzione del barone P.
Ercole Visconti, commissario delle antichità. Fra i tanti marmi
scolpiti raccolti in queste due sale, merita la nostra attenzione
la bella statua giacente, di grandezza naturale, quivi trasportata
da Ostia nel 1869. Questa statua si rende interessante, non solo
pel merito d’arte e per la sua perfetta conservazione, ma più
ancora per la rarità del soggetto. Essa rappresenta Ati, bellis-
simo giovinetto frigio, a cui Cibele affidò la cura dei suoi sacri-
fizi, a patto che egli non avesse mai a rompere il voto di castità.
Digitized by Google
Museo Sacro. 131
Avendo però Ati mancato alla promessa che di ciò fece, con-
giungendosi colla Ninfa Singaride, Cibele ne prese vendetta,
convertendolo in un pino. L’artefice di questa statua, volendo
alludere a quanto superiormente accennato, ponevale in capo il
berretto frigio, avente in cima il fiore di loto, e nella mano de-
stra le metteva fiori e spiche, cingendole, in fine, la fronte con
una corona di nascenti pine. In queste due sale è pure rimar-
chevole una nicchia abbellita di un musaico, rappresentante Sil-
vano col suo cane a lato.
MUSEO SACRO.
Già si disse che questo museo venne fondato dal pontefice
Pio IX. Entrando dunque in esso, dopo attraversata la prima
sala, si ha ingresso in quella che precede il grande salone di Si-
sto V, a cui si ascende per una nobile scala, adorna nelle pareti
con alcuni bassorilievi, e fiancheggiata da alquanti sarcofaghi
abbelliti con isculture. Anche nel salone si osserva una quantità
di marmi di simil sorta e lavoro, e tanto questi quanto que’primi
sono preziosi monumenti di sculture cristiane dei secoli IV e V,
i quali erano custoditi in luoghi diversi di Roma, ed in ispecie
nella biblioteca Vaticana. Nel ripiano superiore poi della scala a
due rampe, la quale resta nel fondo di questo medesimo salone,
si osserva la statua di s. Ippolito, vescovo di Porto. Il santo è
rappresentato seduto, e nella sedia si legge inciso, in lingua
greca, il celebre calendario, ossia ciclo pasquale, da lui compo-
sto nel 223, per combattere gli errori degli eretici, detti Quar-
tadecimani, i quali celebravano la pasqua nello stesso giorno in
cui suol essere celebrata dagli ebrei. La statua in discorso fu
trovata nelle catacombe di s. Lorenzo, priva della testa che è di
lavoro moderno.
Dal salone di Sisto V si passa nei tre bracci di portici o log-
giati attinenti al primo piano, i quali insieme al quarto braccio,
che rimane suddiviso in alquante camere, circondano magnifica-
mente il cortile del palazzo. Nelle pareti di questi loggiati si vede
incastrata la considerevole raccolta d’iscrizioni cristiane, la quale
qui venne con bell’ordine disposta dal cav. Derossi.
Entrando nelle suaccennate camere, si osservano nelle prime
due alquante copie di antiche pitture, esistenti tuttora nei cimi-
terii cristiani: la terza di esse camere contiene gli affreschi stac-
cati dalle pareti della chiesa di s. Agnese fuori di porta Pia, sulla
via Nomentana, opere del secolo XV.
Digitized by Google
132
Terza Giornata.
Si entra quindi nelle sale dell’appartamento. Il pavimento
della prima sala è abbellito con un musaico in arabeschi, avente
nel mezzo una testa muliebre, il quale fu scoperto in Roma risto-
rando il palazzo Sora. I frammenti poi, egualmente in musaico,
che si scorgono sopra due grandi mensole, formarono parte
d’ una stupenda opera di tal genere, trovata in una vigna fuori
la porta s. Paolo, ove si crede esistessero gli orti dei Servilii.
Siffatto lavoro, condotto con gusto veramente squisito e coi
più vivi e svariati colori, offreei un’idea del famoso A'GOÌp'iìXcg
(pavimento) eseguito da Soso in Pergamo, e ricordato da Plinio.
Il quadro di mezzo si trovò quasi per intero distrutto, meno al-
cune parti congiunte ai lati della riquadratura da cui era circon-
dato, e sono appunto que’frammenti nei quali si veggono piànte,
figure egizie, ecc. ecc. Tutti gli altri frammenti che qui si osser-
vano formavano tre lati della riquadratura suddetta, e rappre-
sentano maschere sceniche, gli emblemi della tragedia e della
commedia, coi nomi degli autori, e gli avanzi di una cena, cioè,
gusci d’ostriche, residui d’insalate, pesci, gamberi, ecc. Questa
sala comprende inoltre i cartoni originali della celebre deposi-
zione di croce di Daniello da Volterra, del s.Tommaso del Ca-
muccini, e del martirio di s. Stefano, di Giulio Romano.
Si osservano nel successivo salone: il ritratto di Giorgio IV,
re dTngliilterra, da lui donato al pontefice Pio VII, lavoro di
assai brillante effetto, del pittore inglese Lawrance; un’ Annun-
ziata, del cav. d’Arpino, ed una bellissima copia della celebrata
Assunta di- Guercino , esistente in Pietroburgo , eseguita dal
Bruni, valente pittore russo.
In questo salone è l’ingresso per cui si ascende ad una rin-
ghiera da dove con maraviglia si osserva il gran musaico dei
pugillatori, scoperto nelle terme di Caracalla, che, sebbene non
intiero, forma il pavimento di una immensa sala.
Tornando nel salone, e traversando la sala che visitammo
per la prima, {lasseremo nelle sale che vengono dopo, per os-
servarvi la raccolta di quadri già da noi accennata.
prima sala. — Una pregevole tavola dipinta dal beato An-
gelico da Fiesole, in cui espresse Maria Vergine, ed alcuni fatti
della vita di lei; due quadri di Marco Parmigiani, in uno de’
quali è effigiata la nostra Donna con alcuni santi, e nell’altro la
medesima nostra Donna coi santi Girolamo e Giovanni Battista;
un quadro, o Trittico della scuola del Crivelli, nel cui centro
figura la Madonna col Bambino, vedendovisi quattro santi nei
lati, ed un quadro di autore incerto, rappresentante Maria Ver-
Digitized by Google
Galleria Lateranmse.
133
ghie, s. Antonio Abbate ed i santi apostoli Andrea e Giacomo.
— seconda sala. Due arazzi , rappresentativi i principi degli
apostoli Pietro e Paolo, lavorati nell’ospizio di s. Michele a Ripa,
ritraendoli dagli originali condotti ad olio da frate Bartolom-
meo da s. Marco; Gesù che paga il tributo, quadro che dicesi
del Caravaggio; una Madonna di Carlo Crivelli, eseguita nel
1482 come risulta dalla data originale; una Madonnina con due
santi di scuola senese; un ritratto di Sisto V, di Sassoferrato,
ed un sorprendente ritratto dipinto da Rembrandt. — terza
sala. Una sacra Famiglia, creduta di Andrea Del Sarto; un’As-
sunta, di Niccola della Matrice, tavola che ha la data del 1515;
un quadro di pennello lucchese, in cui è rappresentato il batte-
simo di un fanciullo, per immersione, ed una deposizione di cro-
ce, di scuola lombarda. — quarta sala. L’annunziazione di Ma-
ria, pittura in tavola attribuita al Francia; due quadri di scuola
senese, uno coi santi Lorenzo e Benedetto, l’altro con s.Geltru-
de e s. Maria Maddalena; un quadro di Filippo Lippi, rappre-
sentante, nel mezzo, la coronazione della Madonna, e nei lati al-
quanti santi e varii angeli; il battesimo di Gesù, di Cesare da
Sesto, ed un s. Girolamo colorito a tempra dal padre del som-
mo Raffaello. — quinta sala. In essa si osservano due dipinti
attribuiti al Caravaggio, ed un quadro, che può dirsi un Tritti-
co, diviso in dieci compartimenti, disposti in due ordini, uno
sull altro. Nel mezzo dell’ordine inferiore è la figura di un santo,
eseguita di bassorilievo, e nei quattro compartimenti laterali ,
sono dipinti altrettanti santi. Nell’ordine superiore veggonsi
rappresentati, in mezze figure, il Nazareno nel centro, e quattro
santi nei lati. Quest’antichissima tavola, avente la data del 1464,
è opera di Antonio Demurano. — sesta sala. Quivi vedesiuna
copia dell’affresco di Domenichino, rappresentante il martirio di
s. Andrea, già da noi osservato nella chiesa di s. Gregorio sul
monte Celio: questa bella copia fu eseguita dal Silvagni per ordi-
no di Gregorio XVI.
Passiamo ora nel salone de' concilii, ove osservasi una colle-
zione di sculture in gesso, colorite ad imitazione di terre cotte.
Tale collezione si compone di busti, statue ed altorilievi rappre-
sentanti Indiani dell’ America settentrionale. Da siffatte sculture
si rilevano i loro prediletti abbigliamenti, le diverse fogge di
vestire di alcune autorità, e parecchie costumanze di quei popoli,
sia in tempo di pace che di guerra. Questa collezione fu quivi
posta nel 1861, ed è opera dell’artista tedesco Pettrich , il quale
dimorò alquanti anni in quelle regioni. Uscendo dal palazzo si
tized by Google
134 Terza Giornata.
ha subito a destra la facciata laterale della basilica Lateranense,
che quantoprima visiteremo, e poi segue il
BATTISTERO DI COSTANTINO.
Si pretende che Costantino Magno erigesse questo sontuoso
battistero nel tempo stesso che la basilica congiuntagli, nel sito
ove in antico esisteva il palazzo di Plauzio Laterano, fatto mo-
rire a causa della congiura contro Nerone, e si vuole che il fa-
cesse fabbricare allo scopo di ricevervi il battesimo da s. Silve-
stro papa. È certo che esso era eretto già nel secolo V, e che nel
IX aveva la medesima forma e le colonne stesse che tuttora lo
adomano. Spogliato de’ suoi ricchi ornamenti e rimasto in pes-
simo stato in conseguenza dei saccheggi patiti da Roma, venne
ristorato da Gregorio XIII, circa il 1575; e Urbano Vili , nel
1640, lo ridusse nel modo in cui si vede.
Il fonte battesimale, composto di un’urna antica di basalto, è
collocato nel mezzo di un’area circolare, ove si scende per tre
gradini. In questo luogo si costuma battezzare, nel sabato santo,
i turchi, i giudei, e generalmente quegl’infedeli che vengono
allafede cattolica. La detta area rimane cinta da unabalaustrata,
ed è coperta da una cupola ottagona sorretta da due ordini di
colonne, l’uno sull’altro: le otto colonne dell’ordine inferiore sono
di porfido, e sostengono un cornicione antico, sul quale sorgono
altre otto colonne in marmo bianco; sorreggenti del pari il loro
cornicione. Su questo elevasi la cupola, ornata di otto quadri di
Andrea Sacchi, rappresentanti alcuni fatti della vita di s. Gio-
vanni Battista. Le pitture a fresco sulle pareti appartengono a
Giacinto Gemignani, al Camassei, a Carlo Maratta, ed a Carlo
Mannoni. Nella cappellina a destra veggonsi due colonne di ser-
pentino ed una statua in bronzo di s. Giovanni Battista, eseguita
dal cav. Luigi Valadier sull’originale di Donatello: in quella a si-
nistra sono due colonne, d’alabastro orientale ed una statua in
bronzo di s. Giovanni Evangelista, modellata da Giambattista
Della Porta.
Uscendo dall’antica porta, ossia dal primitivo ingresso al bat-
tistero, scorgonsi ai lati di essa due colonne di porfido incassate
nel muro, le quali sostengono un cornicione antico. — Passiamo
ora nell’attinente
Digitized by Google
Basilica di s. Giovanni in Laterano. 135
BASILICA DI S. GIOVANNI IN LATERANO.
È questo il primo e principal tempio di Roma e del mondo
cattolico, per cui vien detto Ecclesia Urbis et Orbis, Mater et
Caput Ecclesiarum . Dicesi anche Basilica Costantiniana, per-
chè fondolla Costantino Magno; Basilica Lateranense, dalluogo
ove fu eretta; del Salvatore, perchè s. Silvestro papa la dedicò
'e consacrò al Salvatore; Basilica Aurea, a causa dei preziosi
doni de’ quali venne arricchita; e finalmente Basilica di s. Gio-
vanni, perchè iri seguito venne dedicata a s. Giovanni Battista
ed a s. Giovanni Evangelista. Essa si rendette anche celebre, per-
chè vi furono tenuti dodici concilii, fra generali e provinciali.
La primitiva basilica sussistette circa dieci secoli; ma nel 1308
rimase quasi interamente distrutta dal fuoco, del pari che il palaz-
zo annessole. Clemente V, residente allora in Avignone, avendo
mandato grosse somme di danaro, venne in breve riedificata, e
poscia fu ornata daUrbano Y, Alessandro VI, e Pio IV, che fecevi
il bel soffitto della nave maggiore ed il prospetto laterale con
due campanili; al qual prospetto Sisto V aggiunse il duplice por-
tico, architettato dal cav . Fontana. In esso portico, dipinto ad arar
beschi dal Salimbeni, vedesi una statua in bronzo di Enrico IV,
re di Francia, eseguita da Niccolò Cordieri per commissione de’
canonici, i quali la eressero alla memoria di quel benefattore
della basilica. Clemente VIII rinnovò tutta la nave traversa coi
disegni di Giacomo Della Porta; Innocenzo X riedificò le altre
cinque navi con architetture del Borromini, e Clemente XII die-
de l’ultima mano a cosi degno tempio, facendovi erigere il pro-
spetto principale da Alessandro Galilei . Tale prospetto è in tra-
vertini, ornato con quattro grosse colonne incassate e sei pilastri
d’ordine composito, sorreggenti un cornicione ed un frontespi-
zio, sormontato il primo da una balaustrata ove sono dieci sta-
tue colossali di diversi santi, con in mezzo quella del Salvatore.
Fra le colonne ed i pilastri ricorrono cinque logge, e quella di
mezzo vedesi decorata con quattro colonne di granito.
Cinque ingressi mettono in un magnifico portico, decorato
da 24 pilastri in marmo d’ordine composito, all’estremità sinistra
del quale venne collocata la statua colossale del gran Costanti-
no, rinvenuta nelle sue terme. Per cinque porte si entra nella ba-
silica, e quella di mezzo, in bronzo, stava alla chiesa di s. Adria-
no al Foro Romano, da dove fecola togliere Alessandro VII per
qui trasferirla; e si vuole che in origine appartenesse alla basi-
lica Emilia. L’ultima porta a destra, murata, è la cosi àstio, porta
Digitìzed by Google
136
Terza Giornata.
santa , che non bì apre se non all’occasione del giubileo per l’an-
no santo. I bassorilievi sulle dette porte appartengono a diffe-
renti scultori: quello rappresentante il Battista che predica la
venuta del Redentore è del Maini; il Ludovisi scolpì il s.Zaccaria
che impone il nome a 8. Giovanni; la decollazione di s. Giovanni
Battista è di Filippo Valle, ed a Pietro Bracci spetta il s. Gio-
vanni che rimprovera ad Erode il suo amore per Erodiade.
L’interno della basilica rimane diviso in sei navi, compresavi
la traversa; le prime cinque formanti il corpo della chiesa, ven-
gono fra loro separate da quattro file di pilastri, e l’architettura
è del Bcrrromini, conforme accennammo. Questi murò le antiche
colonne di granito, che dividevano la nave di mezzo dalle late-
rali, entro dodici piloni, e formò cinque arcate da ogni canto,
corrispondenti ad altrettante cappelle. Ogni pilone è decorato,
dalla parte della nave maggiore, con due pilastri compositi sca-
nalati, sorreggenti un cornicióne che gira intorno alla chiesa,
fra i quali, nell'inferior parte, apronsi dodici edicole, abbellita
ciascuna con due colonne di verde antico, e contenenti le statue
colossali degli apostoli, scolpite dai migliori artefici del tempo,
cioè: il s. Giacomo Maggiore, il s. Matteo, il s. Andrea, ed il s.
Giovanni, dal Rusconi ; il s. Tommaso ed il s. Bartolommeo dal
Le Gros; il s.Taddeò da Lorenzo Ottoni; il s.Simone da France-
sco Moratti; il s.Filippo da Giuseppe Mazzuoli; il s.GiacomoMi-
nore da Angelo De Rossi, ed i ss. Pietro e Paolo da Stefano Mo-
not. I bassorilievi in istucco, superiormente alle edicole, sono di
Antonio Raggi e di Angelo De Rossi, condotti coi disegni del-
l’Algardi: essi rappresentano, a destra, alcuni fatti del nuovo
Testamento, ed a sinistra, dei soggetti presi dal Testamento vec-
chio. Sopra i detti bassorilievi si osservano dodici quadri ovali,
in cui figurano altrettanti profeti, eseguiti da artisti che fiorirono
nella prima metà del secolo XVIII, e sono: ilNaum, che è il pri-
mo a destra entrando in chiesa, dipinto dal Muratori: il Michea
dal Ghezzi; il Giona dal Benefiale; l’ Abdia dal Chiari; l’ Amos dal
Nasini; il Gioele dal Garzi; 1‘OseadaU’Odazzi; il Daniele dal Pro-
caccini; l’Ezechiele dal Melchiorri; il Baruc dal Trevisani; il Ge-
remia dal Conca; risaia dal Luti. Il disegno dello stupendo sof-
fitto di questa navata viene attribuito al Bonarruoti.
La cappella Corsini, la quale è la prima a sinistra entrando in
chiesa dall’ingresso principale, vuoisi riguardare come una delle
più ricche e magnifiche di Roma. Clemente XII la eresse ad o-
nore del suo antenato s. Andrea Corsini, valendosi dell’architetto
Alessandro Galilei, che la decorò con un ordine corintio, e la
arme de S f „ .7 <e & 31. de Laitrai
Digitized by Google
3s-(‘\SE3CiX(U>d M 3, *S-S«0'7’A.SJÌJS ILi-A-Tlffi
Basilica di s. Giovanni in Latcrano. 137
incrostò di fini marmi . Sull'altare fra due stupende colonne di
verde antico, si osserva un quadro in musaico, rappresentante
s. Andrea Corsini, copiato dal dipinto di Guido esistente nel
palazzo Barberini. Siedono sul frontone dell’altare le statue del-
l’Innocenza e della Penitenza, eseguite dal Pincellotti, e di sopra
è un bassorilievo figurante s. Andrea Corsini che soccorre l’eser-
cito fiorentino nella battaglia d’Anghiari. Nel nicchione dallato
degli evangelii, ornato con due colonne di porfido, ergesi il bel
monumento sepolcrale di Clemente XII, in cui si vede una ric-
chissima urna antica, parimenti di porfido, già esistente nel por-
tico del Pantheon: la statua in bronzo di quel pontefice fu mo-
dellata dal Maini , e le due statue laterali vennero scolpite in
marmo dal Monaldi. Il sepolcro di faccia appartiene al card.
Neri Corsini, zio di Clemente XII: la statua del cardinale, con
allato un putto e la figura della Religione, sono lavori del sud.
Maini. Si osservano inoltre in questa cappella quattro nicchie
colle statue in marmo rappresentanti le Virtù Cardinali, cioè la
Temperanza scolpita dal Valle, la Fortezza dal Rusconi, la Pru-
denza dal Comacehini, e la Giustizia dal Lironi. Sopra ciascuna
di dette quattro nicchie è un bassorilievo pure in marmo, espri-
mente alcun tratto della vita di s. Andrea Corsini: ne furono au-
tori il Benaglia, M.r Anastasio, il Bracci e M.r Adam. La cupola
è tutta ornata di stucchi messi ad oro; il pavimento si compone
di scelti marmi, ed il cancello che chiude l’ingresso è quasi in-
teramente di bronzo dorato. Nel sotterraneo riposano le spoglie
degl’illustri Corsini, e sull'altare si ammira un bellissimo grup-
po in marmo, opera di Antonio Montauti, rappresentante Cristo
morto in grembo alla divina sua Madre.
Passando nelle piccole navi dell’opposto lato, merita attenzio-
ne, sulla faccia interna del primo pilone presso l’ingresso, un
affresco, espressovi papa Bonifazio Vili, fra due cardinali, in
atto di pubblicare da una loggia il giubileo per l’anno 1300, ope-
ra attribuita a Giotto.
Viene poscia la sontuosa cappella della famiglia Torlonia,
compiuta nel 1850: l’architettura è di Quintiliano Raimondi, le
cui ceneri riposano nell’annesso sotterraneo . Essa è decorata con
pilastri di marmo bianco d’ ordine corintio , e le pareti , fino al
cornicione, sono incrostate di fini marmi. I>a cupola è ornata di
cassettoni e di stucchi dorati, e l’ intero pavimento componesi
di pietre di differenti colori, Sull’altare, ricco di preziosi marmi
e di metalli dorati, si ammira un quadro d’ altorilievo in marmo
bianco, figurante la Deposizione di croce, scolpito dal commend.
Digitized by Google
138 Terza Giornata.
Pietro Tenerani. Le statue collocate nelle nicchie ai lati dell’al-
tare rappresentano la Fortezza, opera di Filippo Gnaccarini, e la
Temperanza, di Achille Stocchi: le altre due nelle nicchie ai lati
dell’ingresso figurano la Giustizia, di "Vincenzo Gaiassi, e la Pru-
denza, di Angelo Bezzi. Da man destra ergesi il monumento se-
polcrale posto alla memoria del duca 1). Giovanni Torlonia. La
statua del defunto sta seduta sull’ alto, e nell' imbasamento del-
l’ urna sepolcrale si scorge rappresentato di bassorilievo il mo-
mento del suo morire; dai lati sono le statue della Carità e del
Commercio. Questo monumento fu immaginato e incominciato
dallo scultore Mainoni, continuollo il Chialli e lo compì Giusep-
pe Barba. Il sepolcro incontro è della duchessa Donna Anna,
moglie a D. Giovanni Torlonia. La statua di lei sta in piedi su
d’un basamento adorno di un bassorilievo esprimente la fonda-
zione d’un monistero, fatta dalla defunta, ed ai lati del sepolcro
veggonsi, la statua della Bontà e quella d’un genio; il tutto scol-
pito dal Barba- I quattro evangelisti di bassorilievo in marmo
bianco, situati nei petti della cupola, vennero eseguiti dal cav.
Pietro Galli, che scolpì pure il bassorilievo dell’annessa sacre-
stia, nel quale espresse Gesù portato al sepolcro. La cancellata
die chiude l’ ingresso della cappella è interamente di bronzo, e
fu lavorata dal Luswerg.
Dalla nave maggiore, passando sotto il grand’arco sostenuto
da due ricche colonne di granito rosso orientale, alte 11 metri,
s’entra nella nave traversa, o di crocera. Nel mezzo di' essa è
l’altare papale, posto sotto un tabernacolo di stile gotico, retto
da quattro colonne, tre di granito ed una di marmo bigio, nel
quale tabernacolo custodisconsi le teste de’ ss. apostoli Pietro e
Paolo, ed altre preziose reliquie. Questo antico monumento venne
ristorato da capo a fondo nel 1851, per munificenza del ponte-
fice Pio IX, ed in tale occasione rimase sgombro da quelle ag-
giunte e da quegli ornati in legno che lo deturpavano : la parte
anteriore dell’altare, abbellita di sculture, rimase scoperta; le
buone pitture a fresco del Berna da Siena, che fregiano l’esterno
del tabernacolo, vennero risarcite, e quelle del fiorentino Gio-
vanni Cosci, che decorano la volta di esso tabernacolo, le quali
erano tutte annerite dal fumo de’ ceri, furono rinettate e rese
al primo loro splendore.
Sotto il descritto altare avvi una cappellina, detta la Confes-
sione di s. Giovanni Evangelista, la quale fu rinnovata e ridotta
come si vede dal surricordato pontefice. Si scende al piano di
essa per due rami di scala, ed ivi si osserva il sepolcro di Mar-
Google
Basilica di s. Giovanni in Laterano. 139
tino V Colonna, morto nel 1431, esistente già nella nave grande.
Tale sepolcro è degno di osservazione pel coperchio in bronzo
coll’effigie del defunto pontefice; opera assai pregiata diSimone,
scultore fiorentino, e fratello del celebre Donatello.
La volta dell’apside rimane ornata da un grande musaico in
figure ed arabeschi, fatto eseguire da Niccolò IV nel 1291 da fra
Giacomo da Turrita, che prese in suo aiuto fra Giacomo da Ca-
merino; i ritratti di essi veggonsi in piccole figure ai lati della
parte inferiore dell’opera, leggendosi il nome del primo, scritto
superiormente dal canto sinistro. Questo lavoro, rimasto imper-
fetto per la morte del Turrita, venne compiuto da Gaddo Gaddi.
Fra la Nostra Donna e la figurina di s.Francesco scorgesi il ri-
tratto di Nicolò IV in ginocchio, avente notato sotto il nome.
Nel centro poi di questa tribuna esiste un altare, su cui si os-
serva un quadro del cav. Filippo Agricola, eseguito d’ ordine
della famiglia Torlonia, e rappresentante il santissimo Salvatore
fra i ss. Giovanni Battista ed Evangelista.
In fondo alla crocera, da man sinistra, sorge il magnifico al-
tare del ss. Sacramento, eretto coi disegni di Paolo Olivieri. Esso
è decorato con un tabernacolo ricco di preziose pietre, ed è fian-
cheggiato da quattro belle colonne di verde antico. Il grande
frontespizio ed il cornicione in bronzo dorato, che formano il fi-
nimento dell’altare, posano su quattro colonne composite dello
stesso metallo, aventi 2 met. e 77 cent, di circonferenza. Taluni
archeologi credono che queste colonne sian quelle fatte fare da
Augusto dopo la vittoria d’Azio, col bronzo dei rostri delle navi
di Cleopatra, e collocate sul Campidoglio. Abbelliscono la cap-
pella quattro statue, cioè l’Elia scolpito dal Mariani, il Mosè dal
Vacca, il Melchisedecco da Egidio Fiammingo, e l’ Aroime dal
Siila Milanese, i quali artisti condussero pure i bassorilievi su-
periormente alle statue. Nella parete al disopra del detto altare,
osservasi l’Ascensione del Redentore, pittura in bel modo con-
dotta dal cav. di Arpino, le cui ossa giacciono nella basilica, in
un sepolcro dietro la tribuna, a lato a quello di Andrea Sacchi. Le
rimanenti pitture che adornano la nave traversa, rappresentano:
Costantino che dona i vasi sacri alla basilica, lavoro del B agiio-
ni; l’apparizione dell’immagine del Salvatore nella basilica, di
Paris Nogari; il trionfo di Costantino, di Bernardino Cesari; i
principi degli apostoli apparsi ad esso imperatore, del Nebbia ;
s. Silvestro cercato sul monte Soratte per comando di Costan-
tino, del suddetto Nogari; il battesimo di Costantino, del Po-
marancio; T edificazione della basilica, parimenti del Nogari; e
Digitized by Google
140
Terza Giornata.
la consacrazione della medesima, del Ricci da Novara. Gli apo-
stoli vennero eseguiti dagli stessi artefici, e gli angeli di basso-
rilievo furono scolpiti dal Mariani, dal Buzi, ecc.
Le due colonne scanalate di giallo antico sorreggenti l’orga-
no posto sulla porta laterale della chiesa, rispondente in questa
nave, contano poco meno di 9 metri di altezza, e sono le. più
belle di quante ne abbiamo. Presso; la detta porta è la cappella
del Presepe, che forma il soggetto del bel quadro dell’altare,
colorito da Niccolò Trometta da Pesaro; ed il cav. Agricola di-
pinse i principi degli apostoli che veggonsi ai lati della sacra
mensa; il monumento sepolcrale a destra, eretto al card. Rezzo-
nico, fu scolpito da Antonio D’Este.
.Nella sacrestia si può vedere un buon quadro rappresentante
l’ Annunziata, dipinto da Marcello Venusti sul disegno del Bo-
narruoti; come pure merita osservazione un quadretto attribuito
a Masaccio, esistente nella sala capitolare, espressovi un mira-
colo operato dal ss. Salvatore a prò d'un canonico della basilica.
Fra le cose più degne e preziose in essa basilica contenute, vuoisi
riporre la tavola servita al Salvatore nell’ultima cena.
Congiunto alla chiesa è un chiostro del secolo XIII, nel quale
si trovano alcuni monumenti de’ bassi tempi. — Quasi incontro
al palazzo di s. Giovanni in Laterano, dal canto orientale, avvi
il santuario della
SCALA SANTA.
Allorquando Sisto V riedificò il palazzo di s. Giovanni in lu-
terano, lasciò intatte, la cappella ed una porzione del Triclinio
di s. Leone papa, unici avanzi dell'incendio che divorò tutto l’e-
difizio, il quale estendevasi fino a questo luogo. Egli fece erigere
innanzi alla summenzionata cappella, con architetture del cav.
Domenico Fontana, un portico a cinque ingressi, e pose la Scala
Santa di faccia a quello di mezzo. Si compone essa scala di 28
gradini in marmo, i quali, dal palazzo di Pilato in Gerosolima,
furono portati in Roma, e fu detta Scala Santa perchè venne
santificata dal sangue del Redentore, da cui fu ascesa e discesa
più volte durante la sua passione. Per ciò appunto si ha in molta
venerazione dai fedeli, che la salgono colle ginocchia, scenden-
do poi per una delle quattro scale laterali; e fu ognora cosi gran-
de il numero di quelli che compivano questa divozione, da logo-
rare, col tempo, gli scalini in guisa, da essere obbligati a coprir-
li con tavole di noce, per timore di non vederli distrutti. Cle-
mente XII fu quegli che pel primo fecevi fare tale copertura ,
poscia più volte rinnovata.
Digitized by Google
Scala Santa.
141
Nella cappella eretta in cima alla stessa scala, si venera un’im-
magine antichissima del divin Salvatore, alta circa un metro e
mezzo, la quale si tiene in grande venerazione. S. Leone III po-
sevi sotto l’altare un’ampia cassa di cipresso e tre altre minori
casse ripiene tutte di reliquie, colla scritta: Sanata Sanctorum ,
dal che la cappella trasse il nome.
Allorquando il pontefice Pio IX, nel 1854, volle affidare la
custodia di cosi insigne santuario ai padri passionisti, fece edifi-
care congiuntamente ad esso un convento con vasto orto mu-
rato, servendosi dell’architetto Virginio Vespignani, colla dire-
zione del quale fece pure ristaurare tutto l’edifizio. Il suddetto
pontefice donò inoltre al santuario due belli gruppi in marmo,
scolpiti dal Jacometti, rappresentanti, Cristo in atto di esser
tradito da Giuda con un bacio, ed il Redentore che dopo la fla-
gellazione viene mostrato al popolo da Pilato.
Uscendo dalla Scala Santa e volgendo a sinistra, si trova un
nicchione, o tribuna, fatta erigere da Benedetto XIV per collo-
carvi il musaico con cui s. Leone III aveva fatto ornare il Tri-
clinio Lateranense, ossia la sala da pranzo del suo palazzo del
Laterano, per cui ha il nome di Triclinio Leoniano. Questo mo-
numento venne ristorato colla direzione del Camucoini e del Va-
ladier. — Quasi di faccia al Triclinio si trova la
PORTA 8. GIOVANNI.
Essa fu sostituita da Gregorio XIH all’antica porta di cui si
veggono ancora, a destra uscendo, le due torri che la difende-
vano; e che era chiamata Asinaria, perchè aprivasi sulla via di
tal nome, costrutta da alcuno della famiglia Asinia. La moder-
na porta dicesi di san Giovanni per esser prossima alla sopra de-
scritta basilica di s. Giovanni in Laterano; e Giacomo Della Porta
ne fu l’architetto. Nel medio evo anche la porta Asinaria, per
la stessa ragione, fu appellata di s. Giovanni, come pure Latcirar
nense. Stando a Procopio, Totila entrò per essa in Roma, in
grazia del tradimento do’soldati isaurici che l’avevano in custodia.
La moderna strada postale che muove dalla porta in, discorso,
conduce direttamente ad Albano, e chiamasi Via Ajipia Nuova.
Fra il primo ed il secondo miglio, principia a sinistra l’immenso
tenimento conosciuto col nome di Arco Travertino, ed anche
con quello del Corvo. Questo tenimento, che ha a- sinistra le
pittoresche ed imponenti arcuazioni dell’ acquedotto Claudio, si
estende per circa due miglia e mezzo, sino ad una grande torre
Digitized by Google
142
Terza Giornata.
del medio evo, detta del Fiscale. Sotto di essa torre, mediante
un grandissimo arco formato con massi di travertino senza ce-
mento (tuttora in istato di quasi perfetta conservazione), passa-
va la via Latina, la cui linea, prima di giungere fin là, traversa
diagonalmente la via Appia Nuova, poco dopo la seconda pietra
migliare, in direzione di Frascati e del Tuscolo. Qui, passato
appena il detto termine della moderna strada, si trova a sinistra
un sentiere che mette nella sunnominata tenuta, resa celebratis-
sima fin dal 1857 per le maravigliose scoperte di antichi monu-
menti sacri e profani, risultato delle gigantesche escavazioni
operatevi per proprio conto dal sig. Lorenzo Fortunati.
Procedendo sull’ indicato sentiere, per circa un terzo di miglio
prima di giungere al campo delle accennate scoperte, si osser-
vano qua e là gli avanzi di alcuni sepolcri e di altri monumenti
che qui fiancheggiavano l’antica via Latina. A taluni di essi mo-
numenti si diede il nome di tempio della Fortuna Muliebre; ma
la distanza da Roma assegnatane da Dionisio d’ Alicarnasso, da
Plutarco e da Valerio Massimo, non si accorda affatto con que-
sta tradizione, e ci fa riconoscere il vero luogo di esso tempio
nella tenuta di Roma Vecchia , circa due miglia più lontano da
Roma, quasi sull'area ove è la casa rurale dello stesso tenimento.
Quel tempio, che prese origine dalla pietà filiale di Goriolano
verso sua madre, sembra che venisse ristorato o riedificato da
Faustina, moglie di Marco Aurelio.
Giunti là, dove il Fortunati, nel 1857 e 1858, tornò a novella
luce non pochi stupendi monumenti, da molti secoli giacenti
sotterra; primo ad offrirsi agli sguardi, fra tali scoperte, è il bre-
ve e logoro tratto della via Latina, lastricata con poligoni di lava
basaltina, e fiancheggiata da marciapiedi. Questa strada, giudi-
candone dalla trascurata costruzione e dai materiali adoperativi,
appartiene evidentemente all’ epoca del basso impero. — Ivi pres-
so, a destra ed a sinistra, si trovano le disotterrate
CAMERE SEPOLCRALI.
Di questi sepolcri di Roma pagana, quello a dritta, venendo
dalla città, era preceduto da un portico tetrastilo, colla faccia
volta alla via Latina, secondo si riconosce dagli avanzi di alcuni
basamenti esistenti tuttora al loro posto. Si conosce ancora, che
il portico introduceva in un atrio ove ha origine una doppia scala
che conduce ad un ripiano, in cui esistono due camere sepolcrali
quadrilunghe. Di esse, quella fiancheggiata dalla scala suddetta
Digitized by Google
' Camere sepolcrali. 143
non presenta alcun ornamento. Entrando però nell’altra incon-
tro, si rimane sorpresi osservando la mirabile esecuzione dei con-
servatissimi stucchi, i quali ne adornano la volta, la gran lunetta
in fondo, l’arco ed il sott’arco dell’ingresso. La volta offreci un
elegante scomparto in figure quadre e circolari: in esse risaltano
stupendi bassorilievi, rappresentanti, Ninfe che cavalcano su
mostri marini, Nereidi ed altri soggetti mitologici, il tutto ab-
bellito da delicatissimi ornati, ricorrenti negli spazi fra lo scom-
parto suddetto, formato da gentili cornici che risaltano sull’ ar-
cuato intonaco. Le altre parti gi^ indicate di questa maravigliosa
tomba , sono aneli’ esse decorate colla medesima precisione e
squisitezza di lavoro, con bassorilievi ed ornati in diversi e belli
modi disposti. I muri ed il pavimento andavano riccamente
adorni con lastre di marmo, ma nei muri non resta che lo zoc-
colo, e nel pavimento si scorge piccola parte dell’ antico lastrico.
Le descritte camere sepolcrali si rinvennero .quasi affatto
riempite di terra, e nell’ultima furono trovati gli avanzi di tre
superbi sarcofaghi, ornati di pregevoli bassorilievi, ed anche
due anelli molto preziosi; lo che dimostra, che dovettero essere
personaggi ricchissimi quei sepolti nei sarcofaghi, entro i quali
se ne rinvennero le ossa. Fin qui non si conosce a qual famiglia
appartenesse un così sontuoso monumento, la cui erezione risa-
lisce al 160 dell’era cristiana, come lo provano i bolli dei tego-
loni adoperati nell’arco della seconda camera, sulla quale sor-
geva senza dubbio qualche monumentale edifizio.
Dal lato opposto della medesima via Latina, si trova l’altra
tomba, sulla quale, a livello della strada, si elevava qualche edi-
fizio con pavimento in musaico bianco e nero, e forse un tricli-
nio. Qui ha origine la scala che conduce a quest’ altro superbo
mausoleo, consistente in due camere una dopo l’altra, aventi il
pavimento di musaico bianco e nero.
La prima camera ha una grande apertura nella volta, la quale
serviva per calare nel mausoleo le urne, che di mano in mano
vi si dovevano collocare dopo la sua costruzione, stantechè l’an-
gustia e l’ andamento della scala non ne avrebbero permesso il
passaggio. In questa prima camera si eleva in tre lati un ripia-
no sorretto da archetti, su cui erano alcuni sarcofaghi, uno dei
quali bon un gran bassorilievo di mediofrissimo lavoro, mentre
gli altri erano baccellai . Uno di questi appartenne alla famiglia
dei Pancrazi, come lo prova l’ iscrizione, ed è il solo t hè tuttora
vi si osservi: i rimanenti non presentavano alcun indizio per ac-
certarsi delle famiglie a cui spettarono. Questa camera era ab-
Digitized by Google
144
Terza Giornata.
bellita di pitture; ma appena ne rimase qualche traccia, in ispe-
cie sotto alcuno dei ricordati archetti, ove tuttora si rendono
visibili degli uccelli ed altri animali.
La camera seguente, di forma quadrilunga, ha maggiore am-
piezza, e si vede egregiamente decorata nella volta con pitture
e stucchi. Questi offrono principalmente alcune scene del ciclo
troiano, cioè: il giudizio di Paride: Achille in Sciro; Ulisse e
Diomede col Palladio; Filottete in Lemno ; Priamo supplicante
Achille per riavere il corpo df Ettore, ed Ercole Citaredo, intro-
dottovi forse come avente relazione colla presa di Troia. Nel
centro della volta è espresso Giove portato dall’aquila, col ful-
mine a lato. In altri scompartì si osservano diverse divinità, e
taluni centauri combattenti con fiere. L’ effetto di così stupenda
decorazione è reso più vago e sorprendente non solo dai dipinti
frammistivi, come sono, vedute di paesi ed altro, ma anche dalla
eleganza dello scomparto, composto di squisiti ornati in istucco
risaltanti su fondi colorati, al pari che alcuni piccoli bassorilievi:
e tali fondi conservano tanta vivacità di colorito che sembran
dipinti a giorni nostri. Intorno alle pareti, ove ha origine la vol-
ta, si vedono gli avanzi di gentile cornice, sulla quale risaltano,
negli angoli , quattro graziose figurine d’ altorilievo , pure in
istucco. Quando questa camera fu sgombrata dalla terra che
riempi vaia quasi interamente, una di dette figurine era ancora
intatta; ma non tardò a venire barbaramente danneggiata, forse
da alcuno dei primi visitatori di così insigne monumento. Si può
supporre che anche le pareti della camera fossero ornate di stuc-
chi, ma di essi non rimane traccia.
In mezzo alla camera si osserva un gran sarcofago di marmo
greco, suddiviso internamente in due, per contenere due corpi:
infatti vi si rinvennero due scheletri quasi interi. Questo sarco-
fago, lungo 2 met. e 88 cent., largo un metro e mezzo circa, non
ha ornati; ed il suo coperchio, avendo le facce principali assai
alte ed inclinate l’una contro l’altra, dà al monumento un aspetto
piramidale. Attorno ad esso se ne trovarono degli altri, senz’or-
dine, tre de’ quali, della buona epoca della scultura, ammirabili
per la conservazione de- bassorilievi (1). S’ignora a qual fami-
glia appartenesse questo sontuoso mausoleo, e nulla fin qui si
rinvenne che ci autorizzi a stabilire la precisa data della stia co-
(1) Questi tre sarcofaghi, insieme ad alcuni altri, trovati pure in queste tombe,
vennero comperati dal governo, che volle arricchirne il museo Lateranense, ved.
a pag. 129
Digitized by Google
Camere sepolcrali. 145
struzione; si può credere però, che appartenga al primo periodo
dell’ epoca degli Antonini.
Riguardo poi al grande sarcofago, scompartito in due, pen-
sano taluni, giudicandone solo dalla rozzezza, che si debba a-
scrivere all’epoca semibarbara del V o VI secolo, ossia, a cinque
secoli circa dopo l’erezione del mausoleo. Noi, al contrario, lo cre-
diamo contemporaneo dello stesso mausoleo, ed anzi riteniamo
che fosse collocato ove si trova, prima della costruzione della ca-
mera che lo contiene, giacché è evidente che a causa della sua
immensa mole, non vi potette essere introdotto posteriormente;
e questa nostra opinione viene anche convalidata dal trovarsi il
sarcofago considerevolmente incassato nel pavimento. Di più,
non solo stimiamo che esso sia il sarcofago originario del mau-
soleo, ma siamo di avviso che fosse soltanto per quello edificata
la camera in cui è posto, e che per conseguenza gli altri sarcofa-
ghi, trovativi senz’ordine, ivi dovettero essere assolutamente in-
trusi. Quanto alla rozzezza del sarcofago, che così disadorno pre-
senta un carattere pesante e grossolano, ciò ne prova la molta
perizia degli antichi artefici. Infatti, chi diresse la fabbrica del
magnifico mausoleo, si valse opportunamente di tale contrap-
posto, per vie meglio far risaltare l'elegantissima decorazione
della camera che lo racchiude.
Passiamo ad osservare gli avanzi della
BASILICA DI S. STEFANO.
A pochi passi dal descritto mausoleo, sempre a sinistra della
via Latina, si scorgono gli avanzi di quella basilica che, per ben
due volte, fu eretta al protomartire s. Stefano, e della quale ab-
biamo memorie certe, cbe ce la indicano come esistente sino al
IX secolo dell’era volgare (1).
La scoperta di tale basilica, avvenuta nel dicembre 1857, e
che ci ricorda un monumento sacro de’primi secoli della Chiesa,
si rende vieppiù interessante, somministrandoci non solo indizi
sufficienti per riconoscere la forma primitiva di cosi memorando
tempio, ma anche perchè ci offre l’intera pianta della sua riedi-
ficazione, e come appunto trovavasi allorquando cadde in rovina.
La vergine romana Demetria, o Demetriade, della illustre e
consolare famiglia Anicia, fondò in origine, correndo il secolo
V, la basilica in discorso entro un suo podere e sulle rovine di
(1) Questi preziosi avanzi sono stati cinti con un aito muro, per meglio conservarli.
7
Digitized by Google
146
Terza Giornata.
una magnifica villa ; e venne da essa eretta e dedicata al proto-
martire s. Stefano, per insinuazione del pontefice s. Leone Ma-
gno. Che il santo pontefice 'persuadesse Demetriade ad erigere
questo tempio al terzo miglio sulla via Latina, ci viene ricordato
da molti scrittori, ed in ispecie dal Platina e da Pietro Carnaio
nella vita di quel papa. Che poi il santuario venisse dedicato a
s. Stefano ce ne fanno fede due iscrizioni lapidarie trovate nelle
rovine dell’edifizio. Questa basilica, per vecchiezza minacciante
rovina, fu rifabbricata fra l’ Vili ed il IX secolo da s. Leone III,
su di un livello più elevato del primitivo, servendosi, ove cadde
opportuno, del piantato do’ muri originari ; e tali costruzioni di
epoche diverse, riconoscibili a colpo d’occhio, provano la riedi-
ficazione del sacro tempio.
In origine la basilica aveva una sola navata, coll’apside retti-
lineo, ed un portico che ne decorava il prospetto. Quando venne
ricostruita da s. Leone III, non solo fu ampliata e resa più splen-
dida, ma fu anche ridotta a tre navate coll’apside curvilineo.
Le navate erano divise da 16 colonne di marmi diversi, otto
per lato: ancora sono al loro posto alcune basi di esse, dalle
quali si rileva la precisa larghezza della nave maggiore; le basi
stesse, e gli avanzi de’ muri laterali ci mostrano la larghezza
delle navi minori. La lunghezza poi della chiesa è determinata
dal piantato dell’apside e da quello deH'intemo lato del vestibolo
che dava adito al santuario.
Innanzi alla tribuna si distingue il luogo in cui era l’altar mag-
giore, come pure quello ove sorgevano gli amboni della primi-
tiva basilica: a destra si hanno gl’indizi d’un battistero quadrato,
avente nel centro un fonte assai basso, servendo al battesimo per
immersione. Inoltre, dai superstiti e disotterati muri di questa
vastissima fabbrica, si rileva che la basilica aveva innanzi un
amplissimo atrio quadrilatero circondato da portici, e che il brac-
cio di essi ricorrente innanzi al prospetto , era decorato con 34
colonne di marmi diversi. L’atrio poi era preceduto da un ospi-
zio pei pellegrini, composto di 26 camere al piano terreno: un
muro di cinta racchiudeva l’ intero santuario, compresovi il ce-
nobio, collocato dietro la tribuna, e che in parte si estendeva an-
che lungo i lati della chiesa.
’ Che la basilica di cui si parla fosse oltre ogni dire magnifica
e ricca, conforme si presentò agli occhi profetici del dotto Arin-
ghi (Roma subterranea 4651), rimane provato dalla copia de-
gli scelti marmi trovati, parte nell’edifizio stesso, parte ne’luo-
glii vicini, ma tutti ad essa appartenuti. Di tali marmi, i più ri-
Digitized by Google
Basilica di s. Stefano. 147
marchevoli sono: circa 30 colonne, quasi tutte lunghe 3 met. e 54
c., fra le quali una di verde antico di straordinaria bellezza, una
di breccia corallina, talune di bigio morato, e molte di bellissimo
cipollino. Furono anche rinvenute circa 40 basi, comprese quelle
scoperte al loro posto, già da noi accennate; e senza enumerare
molti marmi architettonici, con croci greche e latine scolpite fra i
loro ornamenti, ricorderemo 30 e più capitelli, di vario stile e gran-
dezza, d’ordine corintio, composito e ionico, aventi alcuni degli
ultimi la croce scolpita nella voluta. Accenneremo pure, non
solo la scoperta di parecchi vasi in marmo bianco con fregi di
bassorilievo frammisti di croci, ma anche quella d’ un grande
frammento di lapide dalla cui iscrizione risulta, che ai tempi di
Sergio II, cioè circa 30 anni dopo riedificata la basilica da s. Leo-
ne III, un certo Lupo Grigario fecevi a sue spese una o più
campane.
Quanto però fin qui descrivemmo o indicammo, non forma il
totale delle copiose scoperte fatte dal F ortunati nel vasto campo
delle sue indagini; giacché, essendo stato questo territorio per
gran tempo, cominciando almeno dall’epoca degli Antonini, un
luogo di delizie delle più ricche e chiare famiglie pagane, ivi si
trovarono del pani non pochi avanzi dei preziosi marmi ch'orna-
vano i loro sontuosi palazzi o altri edilizi. Fra tali marmi, tras-
portati altrove, i più interessanti erano: sei erme di greco scar-
pello, d’ottimo lavoro, due delle quali, benissimo conservate,
con teste di Bacco barbato; alquanti torsi di statue, quali nudi
quali panneggiati; una stupenda ara (visibile nel museo Kirche-
riano) adorna di un bassorilievo esprimente un sacrifizio ; una
testa eh Giove Se rapide; un Fauno della famiglia di Bacco Etru-
sco; alquante teste con ritratti di famiglia; molti avanzi di mu-
saici, di stupendi vasellami in cristallo, e di pitture decorative;
parecchi frammenti architettonici in marmi diversi, alcuni de’qua-
li assai pregevoli per la squisitezza degl’intagli, e diversi sarcofa-
ghi, nel cui novero eravene uno ornato di ottimi bassorilievi,
rappresentanti Bacco trionfante nelle Indie, ed entro il medesi-
mo si trovarono quattro scheletri umani.
Non si vuol tacere in fine, che negli scavi de'quali si disse, fu-
rono rinvenute non poche lapidi, ed oltre 500 fra monete e me-
daglie, buon numero delle quali si riferiscono agli Antonini, e
talune a Crispina Augusta, moglie di Commodo. Ricorderemo
pure, che oltre agli edifizi che si fecero osservare, si scopersero
ancora molti avanzi di fabbriche destinate ad usi diversi, spet-
T
Digitized by Google
148
Terza Giornata.
tanti all'epoca di Roma pagana, ed a quella di Roma cristiana (1).
Tornando sulla strada postale e proseguendo il cammino verso
Albano, a circa tre miglia da Roma, incontrasi, a destra, un sen-
tiero che conduce ai bagni dell 'Acqua Santa, stimatissimi inis-
pecie per le malattie cutanee.
Rientrando in Roma e pigliando la strada a destra della por-
ta, si costeggiano in parte le mura della città, le quali, in que-
sto luogo, non solo palesano meglio che altrove la loro interna
costruzione, ma porgono eziandio un esempio delle fortificazioni
del V secolo. — Dopo un quarto di miglio si giunge alla
BASILICA DI 8. CROCE IN GERUSALEMME.
Questa chiesa è una delle sette patriarcali basiliche di Roma,
e venne eretta da s. Elena, madre di Costantino il Grande, negli
orti Variani edificati da Eliogabalo, ove questo vile tiranno ed
Alessandro Severo suo successore dimorarono, ed ove era un
ampio edifizio detto il Sessorio, da cui derivò il nome di Sesso-
riana alla basilica, la quale fu detta anche s. Croce in Gerusa-
lemme, perchè s. Elena vi collocò una gran porzione della santa
Croce da lei trovata in Gerusalemme: ed in fine per essere que-
sta chiesa stata eretta dalla suddetta santa, la troviamo chiama-
ta talvolta, basilica Eleniana. S. Silvestro papa consacravala, ed
altri pontefici in epoche diverse la ristorarono, finché Benedetto
XIV la rifabbricò nel modo che si vede, coi disegni di Dome-
nico Gregorini.
L’interfto è a tre navi, divise da pilastri e da otto grosse co-
lonne di granito egizio. L’altar maggiore, isolato, rimane abbel-
lito da quattro stupende colonne di breccia corallina, sostenenti
un baldacchino. Sotto l’altare è una pregevole urna antica di
basalte, adorna di quattro teste leonine, entro la quale si conser-
vano i corpi de’ ss. martiri Cesario ed Anastasio. Nella volta della
tribuna veggonsi de’ belli affreschi del Pinturicchio, relativi al
discoprimento della santa Croce per opera di s. Elena. I due qua-
dri nell’ inferior parte della tribuna e le pitture della volta della
chiesa appartengono a Corrado Giaquinto. Dalla porta presso la
tribuna si scende alla cappella di s. Elena, fregiata con pitture
di Pomarancio, e di musaici eseguiti da Baldassar Peruzzi: leg-
gendosi sull’ingresso un’antica iscrizione in onore della santa.
(1) Quelli che volessero avere più estese notizie circa le scoperte da noi accennate,
potranno ricorrere alle dotte illustrazioni pubblicate dal Fortunati.
Digitized by Google
Orti V ariani. 149
Uscendo dalla chiesa, si veggono entro la vigna a destra, se-
gnata col N.° 11, gli avanzi di alcune costruzioni degli
«
ORTI VARIASTI.
Sappiamo da Frontino che gli archi dell’acquidotto Neroniano
avevano principio nel luogo denominato Spes vetus, a causa di
qualche tempio eretto alla Speranza ne’più rimoti tempi ove, se-
condo Lampridio, erano gli orti Variani, eh’ ebbero il nome da
Sesto Vhrio Marcello, padre d’Eliogabalo. Si osservano alcune
rovine appartenenti a questi orti, appoggiate alla chiesa di s.
Croce, e tramutate in tinelli, la più significante delle quali è
quella detta volgarmente il tempio di Venere e Amore. Di tale
edilìzio non ci rimangono che i ruderi d’ un nicchione e qualche
avanzo dei muri laterali, essendo stato demolito il rimanente per
trarne i materiali che servirono al riedific'amento della facciata
della basilica di s. Croce. Da prima si suppose che questo fosse
un tempio sacro alle due divinità suddette, perchè nel secolo XVI
si scoperse fra le ruine la statua di Venere con Amore, la quale
oggi si vede sotto il portico del cortile ottagono del museo Va-
ticano colla scritta: Veneri Felici Sacrum Sallustia Helpidius
D. D .; in seguito però si conobbe che la statua rappresentava
Sallustia Barbia Orbiana, moglie di Alessandro Severo, sotto le
sembianze di Venere.
Vicino alle accennate ruine si trova l’acquidotto di Claudio, di
cui Sisto V si valse come appoggio del suo condotto dell’acqua
Felice. Nerone divise l’ acqua Claudia, conducendone porzione
sul Celio, da dove porto Ila sul Palatino, ed ivi incominciava l’a$-
quidotto Neroniano. — La vigna dal lato opposto della chiesa,
contiene 1’
ANFITEATRO CASTRENSE.
Questo anfiteatro, costruito per intero in piattoni, aveva due
piani: il primo era decorato esternamente con colonne corintie
incassate nel muro, ed il secondo con pilastri dell’ordine stesso.
Da principio rimaneva fuori delle mura antiche, ma poi, regnan-
do l’imperatore Onorio, ne vennero murate le arcate e rimase
compreso nelle mura della città. Ebbe l’anfiteatro il nome di Ca-
strense, perchè era serbato alle pugne de’soldati contro le fiere,
ed alle feste militari, dette Ludi Castrenses.
Poco lungi, fuori della città, esisteva un circo costrutto forse
da Eliogabalo, e nel XVII secolo vi fu trovato l’obelisco di gra-
Digitìzed by Google
150 Terza Giornata.
nito, eretto da Pio VII, nel 1822, in vetta al Pincio ove è il pas-
seggio pubblico.
Presso la basilica di s. Croce, ossia nel luogo in cui era la villa
Conti, si vedono gli avanzi del serbatoio d’acqua delle terme di
s. Elena: tale denominazione è riconosciuta autentica, poiché ivi
presso fu scoperta una grande iscrizione in marmo, relativa a
8. Elena e ad esse terme. Questa iscrizione fu trasportata al mu-
seo Vaticano, ove esiste incastrata in una parete della sala a
croce greca. — Pigliando la prima strada a destra ueU’uscire
dalla chiesa di s. Croce, e passando sotto gli archi deH’acqui-
dotto Neroniano, la cui costruzione in mattoni è assai buona e
molto accurata, si perviene subito alla
PORTA MAGGIORE.
Gli antichi costumavano dare un magnifico aspetto ai loro ac-
quidotti ne’ luoghi che traversano le vie pubbliche, ed è per ciò
che l’ imperator Claudio volle che dove il suo acquidotto pas-
sava sulla via Labicana, avesse aspetto di un arco 'trionfale.
Sulle due facce si leggono tre iscrizioni a grandi lettere, la pri-
ma delle quali, posta nella parte superiore, ricorda che l’impe-
ratore Tiberio Claudio, figlio di Druso, condusse in Roma le
acque Claudia ed Amene nuova; che quella derivava da due sor-
give dette Cerulea e Curtia , ed aveva un corso di 45 miglia;
e che la seconda, ossia V Aniene nuora, avevane 62. La seconda
iscrizione indica il ristauro di questo acquidotto fatto da Tito,
figlio, di Vespasiano, e la terza accenna che Vespasiano procurò
dei ristauri considerevoli all’edifizio medesimo, giacché da molti
anni l’acqua non giungeva altrimenti in Roma. Onorio, rinno-
vando le mura della città, trasse profitto dall’edifizio stesso per
le porte Prenestina e Labicana, così chiamate dalle strade che
da esse sboccavano. Sopra la porta Labicana, oggi distrutta,
leggevasi l’iscrizione indicante che Onorio ricostrusse le mura
di Roma nel 402, e sulla Prenestina , tuttora aperta, non si leg-
ge iscrizione alcuna. Questa poi fu detta porta Maggiore, per-
chè conduce dirittamente alla basilica di s. Maria Maggiore.
Il monumento dell’ acqua Claudia, la cui faccia esterna è la
meglio conservata, vuoisi ritenere come uno de’ più magnifici
dell’antica Roma. È costruito in massi smisurati di travertino,
e si compone di due grandi archi o fornici, e di tre archetti de-
corati con colonne e piccoli frontespizi, e rimane terminato dalle
iscrizioni sopra indicate. Sisto V fece forare il monumento per
Digitized by Google
P'f.i’tr Midjfeari' <p
Digitized by Càooglc
ip<q> ja'jfjRv Sffovtrid^jcoraa
Digitìzed by Google
151
Porta Maggiore.
dar passo al suo acquidotto dell’ acqua Felice. Fin dai tempi di
mezzo era esso ingombrato da pessime fabbriche, le quali ne
celavano la bellezza, per cui il pontefice Gregorio XVI fecele
atterrare, ed allora se ne potè scorgere tutta la magnificenza. In
si fatta occasione fu scoperto l’ antico sepolcro che si osserva a
sinistra, uscendo dalla porta, il quale era stato racchiuso nei
muri d’una torre: esso appartiene agli ultimi tempi della repub-
blica, e porta il nome d’un Marco Virgilio Eurisace, fornaio ap-
paltatore: nella stessa circostanza si trovarono anche tutti i fram-
menti di antichi marmi scolpiti, che veggonsi dal canto opposto.
Ivi, nella spessezza del muro a manca della porta stessa, e però
a destra di chi guarda, si scorgono i tre condotti antichi delle
acque Giulia, Tepula e Marcia, e poco più lungi, internato nel
terreno, avvi quello detto àcAY Aniene vecchia. Intorno a questi
sei acquidotti, die quivi s’incrociano, e pe’ quali passavano le
accennate acque, vuoisi osservare che V Attiene nuova, portata in
Roma da Claudio, era la più alta, e veniva da 43 miglia lungi
dalla città con un corso di miglia 62; che Y acqua Claudia, presa
alle sorgive Cerulea e Curtia, veniva da 38 miglia di distanza
perla via di Subiaco, con un corso di 45 miglia; che V acqua
Giulia fu condotta da Agrippa l’anno 708 di Roma, il cui livello
era il terzo, ed aveva un corso di 15 miglia ; che la Tepula fu
portata in Roma nel 627 da Cneo ServiliQ Cepione e Lucio Cas-
sio Longino, ed aveva 13 miglia di corso ; che la Marcia , con-
dotta dal pretore Quinto Marcio Re nel 608 di Roma, muoveva
da 33 miglia lunge da questa, correndo lo spazio di 60 miglia,
e veniva riguardata dagli antichi come l' acqua migliore ; final-
mente, che Y Attiene vecchia fu condotta circa il 482 da Manio
Curio Dentato, che per la spesa occorrente si valse delle spoglie
riportate su Pirro, lo che rende il suo acquidotto più interessante
degli altri. Fino all'anno 1834 si conobbe il luogo ove il canale
di questo acquidotto traversava la strada, ma nelle riparazioni
della strada stessa ne. scomparvero tutte le vestigia, le quali era-
no tanto più interessanti in quanto che costituivano i soli avanzi
di tal acquidotto esistenti presso Roma. — La strada che s’apre
incontro alla porta Maggiore, segue l’andamento dell’antica
VIA LAMCAIVA.
Essa piglia il nome da Labico a cui conduceva, città del Lazio,
ricordata spesso da Livio e da altri classici autori antichi, e che
oggi corrisponde al villaggio della Colonna. Andando per que-
Digitized by Google
152
Terza Giornata.
sta via, dopo un miglio e mezzo si trovano gli avanzi dell’acqui-
dotto dell’acqua che Alessandro Severo condusse in città ad uso
delle sue terme, e che corrisponde all’odierna Felice , quan-
tunque anticamente il suo livello fosse più basso. Mezzo miglio
più innanzi si giunge a Tor Pignattara, ove, presso la strada, si
scorgono i ruderi di antiche fabbriche quasi distrutte, e non lun-
go di quivi incontrasi il mausoleo di s. Elena.
Nel circuito di questo mausoleo, ai tempi di Clemente XI, fu
edificata una chiesetta sacra ai ss. Pietro e Marcellino, la quale
ricorda l’antica basilica che i due martiri avevano in queste vici-
nanze. La bell’urna di porfido, collocata nel museo Vaticano, co-
nosciuta col nome di sepolcro di s. Elena, venne scoperta fra
queste rovine. Dalla sunnominata chiesina si scende nel cimi-
terio o catacombe, ove si vede il luogo del sepolcro de’santi Pie-
tro e Marcellino.
Parecchie iscrizioni mortuarie de’cavalieri singolari (Equites
Singulares) , rinvenute nei contorni correndo lo scorso secolo,
e che si osservano nel corridoio delle iscrizioni nel museo Vati-
cano, fanno presumere che sì fatta cavalleria scelta, acquartie-
rata sul Celio, avesse il suo cimiterio quivi presso. Taluni brani
di simili iscrizioni, scoperti dopo gli ultimi scavi, sono murati
nelle pareti del mausoleo e nel prospetto della piccola chiesa.
Tornando alla porta Maggiore, e colà pervenuti, pel cammi-
no di fianco a quello percorso, si raggiunge la
VIA PRE’VESTIiV A.
Chiamavasi già Gabina e Pr mentina, perchè conducente a
Gabi ed a Preneste. Essa aveva origine presso l’arco di Gallieno
ove esisteva la porta E squillila. Andando per tal via, a circa
tre miglia da Roma, veggonsi ampie rovine spettanti alla villa
de’Gordiani, la quale comprendeva sontuosi portici, terme ma-
gnifiche e basiliche. Una porzione delle rovine tuttora esistenti,
sono senza dubbio ricettacoli d’acqua, e nel novero di esse si os-
servano gli avanzi di due sale, oltre quelle d’un tempio rotondo
assai ben conservato, con portico rettilineo all'innanzi, e che si
crede fosse eretto alla Fortuna. Inferiormente alla cella è il sot-
terraneo conservato molto bene; e tale tempio viene volgarmente
chiamato Tor de'Sckiavi. — Entrando per la porte Maggiore, al
cominciare della strada di prospetto, entro la prima vigna a de-
stra, segnata col N.° 8, si hanno le ruine dette comunemente
Digitized by Google
153
Tempio di Minerva Medica.
TEMPIO DI MINERVA MEDICA.
A questi imponenti avanzi della basilica di Caio e Lucio si
applicò il nome di tempio di Minerva Medica, perchè nei secoli
XV e XVI il luogo era volgarmente chiamato Galluste. Tale
denominazione volgare indusse alcuni antiquarii a riconoscere
in questo edifizio il tempio di Ercole Callaico, eretto da Giunio
che vinse i Callaici, cioè il popolo della provincia di Spagna,
oggi chiamata Galizia. È però conosciuto che la basilica di Caio
e Lucio, nipoti di Augusto, rimaneva fra il Foro Romano ed il
Tevere, e che il tempio d’Èrcole Callaico ergevasi presso il circo
Flaminio; cioè a dire che i detti edilìzi erano nella parte occiden-
tale della città, mentre gli avanzi in discorso sono nella parte
più orientale. In seguito si diede comunemente il nome di tem-
pio di Minerva Medica a tali avanzi, adducendo per ragione che
quivi era stata scoperta la celebre statua di Minerva, che ora si
ammira nel museo Vaticano ; ma questa statua si rinvenne nel-
l’orto del convento della Minerva, e quindi dietro più esatte os-
servazioni e la scoperta di alquante statue, debbesi convenire
che la fabbrica di cui si tratta, per la sua forma, non potè essere
mai un tempio, ma piuttosto una sala pertinente a degli orti del
secolo HI; e quando pure la statua di Minerva fosse stata ivi
scoperta, si sa che il serpente non è adatto il simbolo particolare
di Minerva Medica, ma è bensì di Minerva in generale, come di-
vinità conservatrice e custode delle città'.
L’interno dell’ edifizio di cui trattiamo ha forma decagona : la
distanza da un angolo all’altro è di 7 metri e 9 c., avendo 70 me-
tri di circonferenza. Esso riceveva la luce da dieci finestre, e con-
teneva nove nicchie per statue. Fra quelle trovate nelle rovine
di essa sala le più osservabili sono le statue di Esculapio, di Po-
mona, di Adone, di Venere, d’un Fauno, di Ercole e di Antinoo;
le quali tutte attestano la magnificenza dell’edifizio, la cui volta
crollò nel 1828. All’esterno si veggono dei muri addossati in se-
guito a detta sala, la cui forma, gli arboscelli che la coprono ed
i punti di veduta de’ quali si gode, rendono queste ruine assai
pittoresche.
Fra il descritto edifizio e la porta Maggiore sono due colom-
barii, costruito il primo da Lucio Arruuzio, console sotto Augu-
sto l’anno VI dell’era volgare, per chiudervi le ceneri de’ suoi
liberti; ed il secondo non contiene che una camera sepolcrale
eretta per ispeculazione a fine di venderne i posti a chi ne voles-
se. Nella casa del vignaiuolo si vede un avanzo d’un castello di
7„
Dlgitized by Google
154
Terza Giornata.
acque, spettante al l'acqua Claudia ed aH’ Anime nuova. —
Giunti appena al termine della ricordata strada, si veggono sor-
gere a destra i ruderi di un’antica fonte, chiamati comunemente i
TROFEI DI MARIO.
Quantunque parecchi antiquarii abbiamo creduto che questo
monumento appartenesse all’ acqua Marcia, contuttociò in se-
guito delle osservazioni del Piranesi, il livello delle acque che
entravano in Roma forma prova di fatto che il condotto il quale
sboccava nella vasca di questa fontana, non poteva condurre se
non l'acqua Giulia. Questi ruderi vengono appellati Trofei di
Mano, a causa di due trofei in marmo che decoravano i lati del
monumento, ed i quali, d’ordine di Sisto V , furono trasferiti sulle
balaustrate del Campidoglio. Credesi che fossero eretti per la
doppia vittoria riportata da Mario sui barbari che tentavano d’in-
vadere l’Italia; esaminando però lo stile di questi trofei e la co-
struzione del monumento, è forza confessare che il tutto appar-
tiene all’epoca di Settimio Severo, il quale ristorò gli acquidotti
e le altre fabbriche di Roma. — La via dal lato opposto di tali
avanzi conduce alla
CHIESA DI S. BIBIANA.
Si crede che Ohmpia matrona romana facesse erigere questa
chiesa nel 363, nel luogo detto ad Ursum Pileatum, accanto al
palazzo di Licinio; ma è certo che nel 470 venne consacrata da
s. Simplicio papa, in onore di s. Bibiana. Onorio III fecela ri-
staurare nel 1234: Urbano Vili risarcita che l’ebbe nel 1625,
fecevi costruire la facciata coi disegni del Bernini, ed ornolla di
pitture. Essa è a tre navi, divise da otto colonne antiche, sei delle
quali in granito. Dei dieci affreschi della nave di mezzo, rappre-
sentanti l'istoria di s. Bibiana, quelli a destra entrando, sono di
Agostino Ciampelh, e quelli incontro, che furono ristaurati,
appartengono a Pietro da Cortona. Sull’altar maggiore è la statua
di s. Bibiana, tenuta come una delle migliori opere del Bernini:
sotto l’altare stesso scorgesi una ricca urna d’alabastro orientale,
entro cui riposano i corpi di s. Bibiana, di s. Demetria e della
madre loro s. Dafrosa. — Tornando ai Trofei di Mario, si trova
poco lungi, da mano destra, l’ ingresso al cortile che precede la
Digitìzed by Google
Chiesa di s. Eusebio. 155
CHIESA DI 8. EUSEBIO.
È antichissima, giacché fu titolo cardinalizio fin dai tempi di
s. Gregorio I. Senza fondamento di ragione, ed anche contro
l’autorità degli scrittori classici, si ritenne, negli ultimi secoli, che
la chiesa, l’orto e la casa annessi occupassero l’area delle terme
dell’ imperatore Gordiano giuniore, perchè nell’orto furono sco-
perte alcune camere sotterranee dipinte di buon gusto. La volta
del santuario venne colorita dal Mengs, che vi rappresentò s. Eu-
sebio in una gloria d’angeli. L’ aitar maggiore fu eretto coi di-
segni d’Onorio Longhi, ed il quadro fu eseguito da Baldasare
Croce. — Uscendo dalla chiesa, dati appena pochi passi a dritta,
si vede a breve distanza 1’
ARCO DI GALLIENO.
Stando all’iscrizione che si legge nell’architrave, quest’arco
fu dedicato a Gallieno ed a Salonina sua moglie, verso il 260,
da un privato di nome Marco Aurelio Vittore. E di mediocre
architettura, ma assai ben conservato, giacché non mancagli
che una parte nei lati, e si compone di grossi pezzi di travertino.
Nel centro del fornice era vi un brano di catena a cui stavano
appese le chiavi della porta Salsicchia di Viterbo, avendole ivi
poste i Romani in memoria e come trofeo della vittoria che ri-
portarono sui Viterbesi circa il 1225 : al presente però simil ri-
cordo più non esiste.
La chiesa di s.Vito che trovasi a lato al detto arco, è eretta
presso l’antico Macello Liviano, mercato di cui parla Cicerone,
e che venne riedificato ed ornato da Livia moglie di Augusto :
ed è perciò che la chiesa fu detta in Macellarti , dagli scrittori
de'bassi tempi. ■ — Pochi passi dopo l’arco di Gallieno s’incon-
tra sulla sinistra l’ingresso del cortile che precede la
CHIESA DEL SS. REDENTORE E DI S. ALFONSO
DE' LIGUORI.
•
Questa nuova chiesetta rimane nel luogo stesso ove in altri
tempi esistè la villa Caserta, poscia convertita in vigna, e quindi
comperata, nel 1855, dai pp. liguorini per erigere il suddetto
santuario e per istabilire il loro convento e noviziato nell’annesso
palazzo, che ridussero a tale uso.
L’indicata chiesetta, unica in Roma che sia intieramente di ar-
chitettura gotica, venne costruita sui disegni di Giorgio Vigley,
Digitized by Google
156
Terza Giornata.
inglese. Essa ha una sola navata preceduta da un vestibolo, ed
oltre l’altar maggiore contiene sei cappelle nelle quali si vene-
rano delle sacre immagini scolpite in legno da Gaspare Zum-
buscli di Monaco. L’apside poi rimane abbellito da un affresco
esprimente il Redentore colla Madonna e s. Giuseppe, opera di
Francesco Rohden, al quale appartengono eziandio i ss. Pietro e
Paolo dipinti nelle due contigue cantorie. — Tornando verso
l’arco di Gallieno, incontrasi a smista la via di s. Antonio, la qua-
le sbocca di contro alla strada che conduce direttamente alla
PORTA S. LORENZO.
Secondo l’iscrizione posta sul prospetto esterno, è questa porta
una di quelle erette sotto Onorio T anno 402. Essa venne detta
in origine Tiburtina, a causa della via così chiamata la quale
conduceva a Tibur, oggi Tivoli, ed al presente si chiama Porta
s. Lorenzo, perchè conduce alla basilica di tal santo. Fu appog-
giata la detta porta al monumento dell’ antico acquidotto delle
acque Marcia, Tepula, e Giulia, ristaurato da Augusto, da Ti-
to, e da Caracalla, conforme lo provano le iscrizioni ivi esistenti.
Mezzo miglio fuori della suddetta porta si trova la
BASILICA DI S. LORENZO FUORI LE MURA.
In questo luogo s. Ciriaca , matrona romana possedeva un
predio rustico, chiamato Fundus Veranus, ov’era un cimiterio
nel quale faceva seppellire i corpi dei santi martiri, e fra questi
fu quello di s. Lorenzo, primo diacono della chiesa romana. A
Costantino il Grande si deve la fondazione della basilica di che
trattiamo, da esso eretta nel 330 ove era il cimiterio di s. Ciriaca,
e sul luogo in cui riposava il corpo del glorioso martire. Alquan-
ti pontefici ebbero particolari cure di questa basilica, ristorandola
dai danni dtì essa cagionati dalle ingiurie del tempo e dalle in-
cursioni de’ barbari; ma i papi Pelagio II ed Onorio III, oltre che
la ristorarono ed abbellirono, ne ampliarono anche le dimensio-
ni. Taluni opinano che Pelagio la riedificasse di nuovo, ma in-
vece fu da esso ingrandita, facendovi considerevoli variazioni;
ed avendola anche arricchita di splendidi ornamenti, fa appellata
Speciosior e Nova.
Onorio III volle ampliarla anche più considerevolmente, ag-
giungendovi le tre navate ed il portico. Siffatto ingrandimento
venne quasi intieramente conseguito congiungendovi un’altra
Digitized by Google
157
. Basilica di s. Lorenzo fuori le mura.
basilica che trovavasi ad essa assai propinqua (1). In tal modo
venne mutata affatto la direzione della basilica Costantiniana, e
siccome essa si trovava su di un livello assai più basso di quella
congiuntavi, ne fu colmata la parte inferiore di terra e di mace-
rie, di guisa che la superior parte della sua navata grande potò
servire per formarvi l’attuale presbiterio. La basilica di cui trat-
tasi, anche dopo Onorio III, ebbe de’ ristauri, e finalmente nel
1657, i canonici regolari Lateranensi, che l’avevano in cura, la
misero nello stato in cui trovavasi prima della gigantesca risto-
razione operatavi, nel 1864, a spese del pontefice Pio IX.
Mediante tale ristauro, diretto dal conte Virginio Vespignani,
architetto di chiara fama, quest’insigne santuario è stato ridotto
all’antico stile basilicale, togliendovi tutti quegli sconci che ne de-
turpavano la primitiva architettura. Nel tempo stesso furono
rinnovati i cadenti tetti, e vennero eseguite altre significanti ri-
parazioni, si all’esterno come neU’intemo del sacro tempio, deco-
randolo pure di stupendi affreschi. Inoltre, anche la facciata fu
abbellita con pitture a fresco; il portico laterale venne mutato in
grandiosa sacristia, e sull’area di quella antica fu edificata la
cappella del ss. Sacramento. In fine, la superficie della primitiva
basilica Costantiniana, fu sgombrata dalla terra e dalle macerie
di cui rimaneva totalmente colma, e quindi ridonato alla pietà
de’ fedeli il venerato luogo. In occasione poi dell’ accennato ri-
stauro fu elevata sulla piazza della basilica una colonna di gra-
nito rosso orientale, sormontata dalla statua di s. Lorenzo in o-
nore del quale fu eretto il monumento. La statua venne fusa in
bronzo da Francesco Lucenti, sul lodevole modello di Stefano
Galletti. L’altez2a totale di questo elegante monumento ascende
a 24 metri, compresavi la statua, alta 3 metri circa.
Già si disse che la facciata della basilica venne abbellita di
pitture a fresco. Tali dipinti in campo d’oro, ad imitazione di
musaico, sono opera di Silverio Capparoni, eccettuata la parte
ornativa eseguita dal Mantovani. Di questi affreschi, quelli in
basso, rappresentano, in figura intiera, l’imperatore Costantino
fondatore della basilica, e quei papi che ne ebbero cure specia-
li, cioè Sisto III, Pelagio Ò, Adriano I, Onorio ni ed il ponte-
fice Pio IX, il quale, del pari che Onorio, ha nelle mani la basi-
lica di cui trattasi, per significare che da esso è stata grande-
(1) Fra gli opportuni lavori che ebbero luogo per effettuare l'indicato congiungi-
mento, fu abbattuto l'apside di ambedue le basiliche, che, in senso opposto, si tro-
vavano quaft a contatto.
Digitìzed by Google
158 Terza Giornata.
mente riparata e ristaurata, e da quello considerevolmente in-
grandita. Gli affreschi in alto, in mezze figure entro cornici or-
bicolari, ci offrono: nel mezzo, il Salvatore in atto di benedire,
avente a destra, s. Lorenzo, s. Giustino, e s. Cirilla; a sinistra,
s. Stefano, s. Ippolito e s. Ciriaca.
La facciata del portico viene decorata e sorretta da 6 colonne
ioniche di marmi diversi, ed il fregio è abbellito con musaici di
antica scuola, ove si osservano: il Redentore, s. Cirilla, e s. Tri-
fonia di lei madre, come pure s. Lorenzo, il quale accoglie papa
Onorio, presso cui è un personaggio inginocchiato. Le pitture
che ne adornano l’interno, ristaurate nel 1864, sono un avanzo
di quelle eseguitevi ai tempi di Onorio III. Nella parete di mezzo
veggonsi rappresentati alquanti tratti della vita de’ ss. Lorenzo
e Stefano. Gli affreschi della parete a sinistra ci ricordano la
storia del cingolo di s. Lorenzo. In fine, quelli sull’alto della pa-
rete a destra, si riferiscono a s. Enrico II, imperatore di Alema-
gna; quelli in basso, al giudizio dell’anima del conte Enrico,
sassone, divoto di s. Lorenzo. In questo portico, lateralmente
aH’ingresso della chiesa, sono due sarcofaghi: uno di essi va a-
dorno di bassorilievi rappresentanti alquanti genii che vendem-
miano, soggetto che spesso scorgesi espresso nei monumenti
dei primi secoli del cristianesimo. Questo sarcofago, già esisten-
te nella basilica, credesi che servisse di sepolcro al pontefice
Damaso II, morto nel 1049. L’altro fu scoperto in occasione
dell’ultimo ristauro, ed ha un bassorilievo, che sebbene appena
abbozzato, nulladimeno vi si ravvisa la risurrezione di Lazzaro,
la moltiplicazione de’ pani, Mosè colle tavole della legge, e l’E-
morroidissa. A ridosso delle pareti laterali sono collocate due
arche sepolcrali del secolo XII, che si osservavano nel chiostro
dell’annesso convento.
Entrando nella basilica, ad onta che essa non sia intieramen-
te abbellita colla nuova decorazione, e ad onta che non vada
ricca di quei sontuosi e splendidi ornamenti di cui rifulgono tan-
te altre chiese di Roma, nulladimeno si presenta allo sguardo
con sì grande maestà e severa imponenza, che t’invita a profon-
da e rispettosa venerazione (1). Il corpo di questa basilica è a tre
navi divise da 22 grosse colonne di differenti diametri: sono qua-
si tutte di granito orientale, e su di esse furono adattati antichi
capitelli ionici.
(1) In questa basilica Onorio III coronò il conte d'Auxcrre, Pietro di Courtenay,
imperatore latino di Costantinopoli, allorquando passò per Roma andando a pren-
dere possesso di quell'impero.
Digitized by Google
159
Basìlica di s. Lorenzo fuori le mura.
Da un lato dell'ingresso scorgesi il monumento sepolcrale e-
retto al Cardinal Guglielmo Fieschi, nipote d’Innocenzo IV . Al
disotto di un baldacchino di stile bizantino, in marmo bianco,
sostenuto da due colonne ioniche di egual marmo, è il sarcofago
che racchiude le ceneri dell’illustre defunto. Questo sarcofago,
dei tempi dell’antica Roma, è adorno di bassorilievi relativi ad
uno sposalizio romano, e sulla faccia del coperchio sono scolpiti
soggetti mitologici. Superiormente al sarcofago veggonsi due
affreschi eseguiti nel 1256. Quello di faccia ha per soggetto il
Redentore seduto in alto, benedicente Innocenzo IV ed il Cardi-
nal Fieschi: il papa viene presentato da s. Lorenzo e da b. Ippo-
lito, il cardinale da s. Stefano e da s. Eustachio . L’altro affre-
sco rappresenta la s. Vergine con Gesù bambino. Dall’altro can-
to dello stesso ingresso si osservano alquanti affreschi dell’epoca
di Onorio III, relativi alla vita di s. Lorenzo. Procedendo nella
stessa navata, si trovano i due marmorei amboni su’ quali si can-
tavano gli evangelii e le epistole. Quello a destra va adorno di
marmi rari, di musaici e d’intagli in marmo bianco, e v’è una
colonnina spirale, che serviva per il cereo pasquale (1).
Il pavimento di questa navata, e delle due laterali, fu fatto ad
imitazione di quello che osserveremo nella tribuna, cosicché il
sacro tempio, anche in questa parte conserva l’impronta delle
antiche basiliche dei primitivi cristiani (2). E siccome quelle ba-
siliche, per pia consuetudine, erano sempre ornate con pitture
che servissero di edificazione ai fedeli, perciò il ricordato pon-
tefice Pio IX volle che anche la navata grande di questo santua-
rio venisse decorata di analoghe pitture a fresco, ordinando che
vi fossero rappresentati i principali fatti riguardanti la vita dei
santi martiri Lorenzo e Stefano, come pure quei papi i quali si
resero benemeriti di questa insigne basilica, e tutti quei martiri
che furono sepolti nelle attinenti catacombe; ed in pari tempo
ordinava che vi figurasse, in particolar modo, Maria Vergine
col suo divin figliuolo. L’esecuzione poi degli accennati affre-
(1) Questo ambone rimane a ridosso di due colonne della navata. Il capitello di
una di esse ha nell'occhio delle volute una lueerta ed un ranocchio, emblemi alle-
gorici degli architetti greci Sauro e Batraco, autori in Roma di varii edilizi, ai qua-
li, essendo «chiavi, era proibito di porre il proprio nome nelle loro opere; ma essi
supplivano rappresentandovi, come meglio potevano, quei due animali, i cui nomi in
greca favella suonano Sauro s e Batraco s. È assai probabile che tale capitello pro-
venga dal portico di Ottavia, edificato coi disegni dei sunnominati architetti.
(2) Nel mezzo della navata grande si osservano, ritratti nel pavimento, due cava-
lieri del medio evo, € si vuole che rappresentino i due patrizi che commisero il la-
borioso lavoro.
>y Google
100
Terza Giornata.
schi venne affidata al rinomato pittore Cesare Fracassini, roma-
no. Questo sublime ingegno diede mano al gigantesco lavoro nel
1865, ma essendo stato rapito dalla morte nella fiorente età di an-
ni 30, correndo il dicembre del 1868, lasciavalo a metà compiuto.
Il Fracassali pertanto, attenendosi alle indicazioni ricevute dal
Santo Padre, rappresentò primieramente sulla facciata dell’arco-
ne pel quale da questa grande navata si passa al presbiterio,
la Madre di Dio con Gesù bambino fra due angeli, dipingendovi,
nei lati, s. Lorenzo, s. Stefano, s. Ciriaca e b. Giustino; e nei
triangoli inferiori, i profeti Daniele ed Isaia. Nella parete poi che
rimane a destra, entrando in chiesa, e precisamente fra le tre fi-
nestre che si aprono in prossimità dell’arcone suddetto, ritrasse
in figure intiere, sopra campo dorato ad imitazione di musaico,
i pontefici Niccolò V, Damaso II e Pelagio II, effigiando supe-
riormente, in sei medaglioni con campo messo parimenti ad oro,
i santi martiri Crescenzo, Concordia, Ireneo, Abbondio, Severo
e Romano. Al disotto poi delle accennate finestre, espresse, in
due grandi affreschi, s. Lorenzo che distribuisce i tesori della
chiesa a’ poveri, ed il santo stesso che presenta i poveri al pre-
fetto di Roma, dicendogli: questi sono i tesori della chiesa. An-
che gli affreschi della parete incontro, corrispondenti con bella
simmetria a quelli testé descritti, si devono al pennello del Fra-
cassini, che v’ebbe in aiuto il pittore Paolo Mei, come meglio
si dirà a suo luogo. Da un lato dunque della finestra limitro-
fe al ricordato arcone si osserva la figura del pontefice Pio IX,
e poi seguono quelle dei papi Onorio III e Adriano I; nei meda-
glioni si scorgono i santi martiri Ippolito, Cirilla, Romano il mi-
lite, Trifonia, Claudio ed il potefice Sisto III. In fine i due gran-
di affreschi che decorano inferiormente questa sezione della pa-
rete, hauno per soggetto gli apostoli che ordinano al sacerdo-
zio s. Stefano ed altri sei diaconi, e gli ebrei che trascinano il
santo stesso fuori della città per lapidarlo : questo affresco venne
colorito dal suddetto Mei, sul cartone del Fracassini. La parte
ornativa poi, che compie a maraviglia la decorazione delle pare-
ti stesse, si deve all’artista Luigi Bazzani.
Già si accennò che il Fracassini, morendo, lasciavaa metà l’in-
trapreso lavoro. Non piacendo peraltro al magnanimo pontefice
Pio IX che lo splendore decorativo di questa grande navata ri-
manesse più a lungo interrotto, deliberava, nel febbraio 1869, che
si avesse a compiere con ogni possibile sollecitudine. A tal uo-
po commise al pittore Cesare Mariani la cura Èli proseguire gli
affrescln nella parete a sinistra di chi entra nel sacro tempio,
Digitized by Google
161
Basilica di s. Lorenzo fuori le mura.
rappresentando nei due quadri principali altre azioni del proto-
martire s. Stefano; ed al cav. Francesco Grandi ordinava il pro-
seguimento di quelli nella parete a sinistra, esprimendo nei due
grandi affreschi residuali altri fatti relativi alla vita di s. Loren-
zo. Finalmente incaricava l’ artista Luigi Cochetti di dipingere
il trionfo dei martiri, nella parete soprastante alla porta; e nel
tempo stesso confermava il ricordato Bazzani per l’esecuzione
della parte ornativa. '
I nominati artisti, tutti romani, eccetto il Bazzani, nativo di
Bologna, incoraggiati dal Santo Padre, allorquando, con bene-
voli parole dava loro a conoscere quanto sopra fuaccennato,
non tardarono a porre mano al lavoro, confermando anche in
quest’opera la loro rinomanza.
Avanti di lasciare la navata, della quale fin qui trattammo,
non si vuol tacere, che anche il disótto del tetto da cui viene co-
perta, non escluse le sue cavallature, è stato intieramente abbel-
lito di analoghi ornati decorativi, in pittura, lumeggiati d’oro.
Dalla descritta navata grande, per duplice marmorea scala,
che fiancheggia l’adito alla sacra Confessione, si ascende a
quella parte della basihcaCostantiniana che, sotto Onorio m, fu
mutata in presbiterio. Questo presbiterio viene principalmente
decorato dall’estremità superiore di dodici grosse colonne dipao-
nazzetto, scanalate, le quali si elevano dalla sottostante superfi-
cie dell’antica basilica eretta da Costantino, ove figurano nella
maggior pagte della loro altezza. Queste pregevoli colonne so-
no d’ordine corintio, e due de’ loro capitelli hanno dei trofei in-
vece delle foglie d’acanto: il cornicione è formato di alquanti
pezzi presi da differenti edifizi antichi, e taluni sono egregia-
mente intagliati. Al disopra di siffatto cornicione, ricorrente in
tre lati del presbiterio, apresi una galleria, i cui bracci laterali
sono decorati con dieci colonne scanalate di paonazzetto, ed il
braccio in fondo ne ha due di porfido verde. In questa parte del
presbiterio elevasi dal pavimento l’antico seggio pontificale, ab-
l>ellito di fregi in musaico, come pure di differenti pregevoli
marmi, e lungo i due lati ricorrono i marmorei sedili dell’antico
coro. L’altare papale sorge isolato al disopra della sacra Con-
fessione, ed è coperto da un nuovo baldacchino, in marmo bian-
co, di stile bizantino, sostenuto da quattro pregevoli colonne di
porfido. Sulla faccia dell’arcone osservasi un musaico eseguito
nel VI secolo per ordine di Pelagio li. Nel mezzo ewi il Sal-
vatore seduto sopra un globo in atto di benedire, avente a de-
stra s. Pietro, s. Lorenzo e papa Pelagio coll’epigrafe Pelagiut
Digitized by Google
162
Terza Giornata.
episcopus, ed a sinistra s. Paolo, s. Stefano, e s. Ippolito. Infe-
riormente, nei lati, sono figurate le città di Betlem e di Gerusa-
lemme, come simboli della nascita e della morte del Redentore.
Finalmente è degno di particolare osservazione il bellissimo pa-
vimento in opera Alessandrina, che tanto splendore accresce al
descritto presbiterio.
Lasciando il presbiterio scenderemo nel nuovo sotterraneo,
cioè nell’area sulla quale Costantino il Grande edificò la basilica
in onore di s. Lorenzo, ed ove appunto è la sacra Confessione,
ossia la critta o sepolcro che racchiude l’urna coi corpi dei santi
martiri Lorenzo, Stefano e Giustino (1).
Questo luogo, il più venerando ed il più augusto della basi-
lica Costantiniana, che fin dal principiare del secolo XIII rima-
neva sotterra, fu tornato a novella luce dal valente architetto,
sostenendo il soprastante presbiterio mediante una grande volta
divisa in cassettoni da solidi architravi di marmo bianco, e sorr
retta da 4 colonnine isolate nel mezzo, e da 14 pilastri con co-
lonne risaltate per i due terzi del loro diametro, il tutto egual-
mente in marmo bianco. Dodici di questi pilastri si elevano a ri-
dosso delle colonne di paonazzetto, e due più solidi formano gli
angoli della navata in cui siamo. Inoltre fu demolito l’antico
muro che cingeva la venerata critta, e venne ricostruito, lascian-
dovi venti piccole aperture arcuate, per renderla visibile anche
da questa parte. Tutte queste aperture sono chiuse con gentili
grate di ferro messe ad oro, e fra due di esse, c<|Frispondenti
nella parete posteriore della critta, si custodisce la pietra sulla
quale è tradizione che venisse deposto il corpo del santo levita
Lorenzo, dopo essere stato arso dal fuoco. Questo nuovo muro
di cinta fu intieramente rivestito di marmo bianco, che nel tem-
po stesso ne costituisce l’elegante decorazione.
Questa parte centrale del sotterraneo, ossia la parte inferiore
della grande navata della primitiva basilica Costantiniana, ri-
mane circondata, in tre lati, dalle 12 grandi colonne di paonaz-
zetto che la dividono dalle due nuove navate laterali, corrispon-
denti alle antiche, e dalla navata in fondo che occupa l’area del-
l’antico Narthex, ove era l’ingresso della basilica. In una delle
(1) Scavando sotto l'antico suolo di questo luogo furono scoperti molti sepolcri
l’uno a contatto dell 'altro, e ciò prova quanto era ambita la sepoltura presso il mar-
tire s. Lorenzo. In uno di questi sepolcri si trovò un cadavere involto in tele, im-
balsamato e spalmato di gesso. Nell'esaminare l’apparecchio d'imbalsamazione fù tro-
vata sul petto dello scheletro una stupenda croce d’oro, niellata e con iscrizioni.
Questo prezioso reliquiario del VI o VII secolo, pesante circa un'oncia, è la più an-
tica e la più bella croce pettorale arricchita d'iscrizioni, che sino ad oggi si conosca.
Digitized by Google
163
Basilica di s. Lorenzo fuori le mura.
navate laterali è l’ adito al cimiterio di s. Ciriaca, nel quale però
non si può entrare. In un angolo poi della navata in fondo, ed
in due sfondi arcuati si osservano delle antiche pitture, e sopra
un antico pilastro si legge, in versi esametri rimati, il catalogo
de’santi martiri sepolti nelle attinenti catacombe. In fine vi si
scorgono due antichi altari in marmo bianco, già esistenti nella
basilica. Il pavimento del descritto sotterraneo è costruito di
marmo bianco e di bardiglio.
Tornando nella basilica per la scala a sinistra, si trova subito,
dall’istesso lato, l’ingresso della nuova grandiosa sacrestia, e poi se-
gue la cappella del ss. Sacramento, modestamente decorata con
pitture ad arabeschi . L’altare, tutto di marmo bianco con fregi
in musaico, ha un quadro non ispregevole, di Emilio Savonanzio,
rappresentante s. Ciriaca intenta a far seppellire i corpi dei santi
martiri. Nell’altra piccola navata si trova l’ingresso per cui si
scende ad una cappelletta sotterranea, celebre pe’privilegi e per
le indulgenze concesse da molti papi a coloro che la visitano. In
essa è un altare privilegiato e singolarmente venerato per i molti
divini sagrifizi che vi si celebrano, ad espiazione delle anime
purganti. I due monumenti sepolcrali che decorano l’ingresso di
questa cappella furono innalzati coi disegni di Pietro da Cortona.
Il busto di quello a destra, eretto a Bernardo Guglielmi, è opera
di Francesco Duquesnoy, detto il Fiammingo (1).
Presso la descritta basilica è il cimiterio pubblico, incomin-
ciato all’epoca quando Boma stava sotto il dominio di Napoleone
I, consacrato poscia nel 1834. Questo cimiterio fu, inseguito, con-
siderevolmente ampliato, ed ogni giorno viene arricchito di nuovi
monumenti sepolcrali, e di altri analoghi edifizi, colla direzione
dell’architetto "Virginio Vespignani. Nel piazzale che precede il
grande quadriportico, si osservano 14 edicole, contenenti la Via
Crucis, pitture a fresco. In fondo al quadriportico sorge un’ele-
gante chiesetta, sul cui altare è un buon quadro del cav. Tom-
maso Minardi. Il sommo pontefice Pio IX pose a custodia del luo-
go d’ultimo riposo i padri cappuccini, che dimorano nel convento
annesso alla ricordata basilica, la quale viene da essi ufficiata con
molto zelo e decoro.
Tornando in città per la porta s. Lorenzo, si sbocca presso la
piazza di s. Maria Maggiore, e prima di giungervi si vede a
manca un monumento di granito egizio, fatto a foggia di co-
(1) Coloro che amassero più estese notizie e storiche intorno a questa basilica,
potranno rivolgersi ni bullettini di archeologia cristiana del dotto cav. Gio. Bat-
tista De Rossi, e particolarmente al ballettino pubblicato nel giugno 1864.
Digitized by Google
164
Terza Giornata.
lonna, sormontato dalle effigie del Crocifìsso e della Madonna:
tale monumento fu eretto da Clemente Vili nel 1595, in memo-
ria dell’assoluzione data ad Enrico IV, re di Francia.
Di faccia a questa colonna è la chiesa di s. Antonio Abbate,
che si crede edificata sulle rovine di un tempio di Diana, o piut-
tosto della basilica di Sicinio.
Viene poi la gran piazza di s. Maria Maggiore, ove, su d’ un
alto piedistallo, sorge una colonna scanalata in marmo bianco,
d’ordine corintio, l’unica rifnastaci intiera di quelle che soste-
nevano la volta della basilica di Costantino , che osservammo poco
lungi dall’arco di Tito. L’accennata colonna ha di altezza 18 met.
e 78 cent., compresa la base ed il capitello, e 6 met. e 20 cent,
di circonferenza. Paolo V fecela qui erigere colla direzione di
Carlo Maderno, facendovi soprapporre la statua in bronzo di No-
stra Donna, fusa da Guglielmo Bertolot.
BASILICA DI S. MARIA MAGGIORE,
Questa chiesa occupa la vetta dell’Esquilmo, che cbiamavasi
Cispius, presso il tempio di Giunone Lucina. Rimontane l’ ori-
gine al 352, sotto il pontificato di s. Liberio, e venne eretta in
seguito di una visione che questi e Giovanni Patrizio, nobile ro-
mano, ebbero nella stessa notte, e che il seguente mattino, ossia
il 5 agosto, si trovò confermata dalla prodigiosa caduta di neve;
prodigio che diede luogo alla festa che si celebra nella stessa
chiesa ricorrendo l’ anniversario di quel giorno. La neve copriva
giusto lo spazio che contener doveva il santuario, ed è perciò
che questo prese il nome di s. Maria ad Nires, e di Basilica
Liberiana ; oggi però vien chiamara s. Maria Maggiore, essendo
la principale fra le chiese di Roma dedicate alla Madonna. Essa
è ima delle sette primarie basiliche di Roma, ed una delle quat-
tro che abbiano la porta santa.
Nel 432 il pontefice s. Sisto III ingrandivala, dandole l’attual
forma. Gregorio XI eresse il campanile, che ò il più alto della
città, e Paolo V fece costruire le due fabbriche laterali in servi-
zio del capitolo. Molti altri papi ristorarono ed abbellirono que-
sta basilica, ma soprattutti Benedetto XIV, il quale la fregiò di
marmi e di stucchi dorati, facendone riedificare il prospetto con
architetture di Ferdinando Fuga.
Esso prospetto è decorato con due ordini di colonne, uno io-
nico, l’altro corintio, con parecchie statue di travertino, e con
un doppio portico. In quello superiore si osserva il musaico che
Digitized by Google
]E «silurai» di» .'.ii» . 1L&.TÌ <* I/Ì^'eraa»'»
Digitized by Google
165
Basilica di s. Maria Maggiore.
decorava l’ antica facciata, opera di Filippo Rossuti, scolare di
frà Jacopo da Turrita. Tale musaico offreci dei fatti relativi alla
fondazione dell’ antica basilica, ed inoltre contiene la effigie del
Salvatore, quelle di alcuni apostoli, ed i simboli degli evangeli-
sti. 11 portico inferiore è ornato di quattro colonne di granito e
di alquanti pilastri in marmo bianco. La statua che vi si osserva,
venne fusa in bronzo dal cav. Lucenti, e rappresenta Filippo IV
re di Spagna, benefattore della basilica: i quattro bassorilievi
nelle pareti furono scolpiti dal Ludovisi, dal Bracci, dal Maini e
dal Lironi.
L’ interno della basilica, maestoso ed elegante ad un tempo,
componesi di tre navi divise da trentasei belle colonne ioniche
di marmo bianco, che si crede fossero prese dal tempio di Giu-
none Lucina: ve ne sono anche quattro di granito sostenenti gli
arconi laterali nella nave grande. Entrando si osservano due se-
polcri, cioè, uno a destra, eretto da Clemente X a Clemente IX
coi disegni del Rainaldi, ov’ è la statua del papa scolpita dal
Guidi, e quelle, della Fede eseguita dal Fancelli, e della Carità
lavoro di Ercole Ferrata; l’altro sepolcro di prospetto fu innal-
zato dal Cardinal Peretti, poi Sisto V, a Niccolò IV, con archi-
tettura di Domenico Fontana , e le statue furono scolpite da
Leonardo da Sarzana.
L’ aitar maggiore, isolato, componesi di un’urna di porfido
con sopravi la mensa di marmo, sostenuta agli angoli da quat-
tro angeletti in bronzo dorato. Questo altare è coperto da un
ricco baldacchino fatto eseguire da Benedetto XIV con disegno
del Fuga, e viene sostenuto da quattro colonne corintie di por-
fido, fasciate in ispirale con serti di palme in bronzo dorato, ed
aventi basi e capitelli di egual metallo; negli angoli poi di esso
baldacchino, sono quattro angeli in marmo, scolpiti dal Bracci.
Al disotto di quest’ altare esisteva già la cappellina della sacra
Confessione, a cui si scendeva per angusta ed incomoda sca-
la, e non aveva altra decorazione se non che quattro bassorilievi
del XIV e XV secolo. Non piacendo pertanto al pontefice Pio IX
che il luogo più sacro di questa insigne basilica rimanesse in tal
modo negletto, ordinava che non solo fosse intieramente rinno-
vata la sacra cappellina, ma che vi venisse eziandio costruito un
nobile e comodo accesso, e che il tutto fosse sontuosamente de-
corato, come appunto richiedeva la santità del luogo. L’archi-
tetto Virginio Vespiguani ebbe l’incarico dell’esecuzione del
lavoro; ed egli seppe mandare ad effetto assai lodevolmente il
nobile divisamente del sovrano pontefice, che volle supplire col
Google
1G6
Terza Giornata.
suo proprio peculio all’ occorrente spesa. Questa magnifica Con-
fessione venne compiuta nel 1865, ed oltre ad essere ricca di
rarissimi marmi, rimane pure abbellita da alcuni affreschi del
cav. Francesco Podesti. Essa racchiude l’insigne reliquia della
culla di N. S., ed i corpi di s. Mattia apostolo, di s. Epafro, di
s. Romula e di s. Redenta.
Passando ora alla tribuna, scorgesi, nel fondo di essa, ossia
nell’apside, un bel quadro di Francesco Mancini, rappresentante
il santo presepe; e nei lati veggonsi, incassati nelle pareti, quat-
tro bassorilievi in marmo, pertinenti all’ epoca del primitivo ri-
sorgere delle arti, i quali formavano parte del ciborio dell’ antico
aitar papale. I musaici che si osservano nella volta dell’apside
furono condotti da fra Jacopo da Turrita; e quelli tra le finestre
da Gaddo Gaddi: siffatti musaici feceli eseguire Niccolò IV,
contribuendo alla spesa il Cardinal Giacomo Colonna.
Il musaico dell’ arconp e quelli nelle pareti della nave mag-
giore rappresentano fatti del vecchio e nuovo testamento, e
vennero condotti per volere di Sisto III nel 434. Il card. Pinelli
fece eseguire gli affreschi superiormente ai musaici della gran
nave, e ne furono autori il Ferrau, il Croce, il Salimbeni, il Ric-
ci, ecc. Il bel soffitto venne incominciato da Callisto III, e rima-
se compito dal nipote di lui Alessandro VI, adoperando nella
doratura il primo oro venuto dall' America, ed offerto in onore
della Madonna dal re cattolico Ferdinando e dalla sua consorte
Isabella; in seguito però la doratura fu rinnovata.
Di prospetto alla grande arcata a destra, si trova la cappella
del ss. Sacramento, eretta da Sisto V con architettura di Do-
menico Fontana, che le diede forma di croce greca cuoprendola
con una magnifica cupola, e decorandola inoltre con pilastri
corintii, con belli marmi, e con buone pitture a fresco. Da mano
diritta si scorge il sontuoso monumento innalzato alla memoria
del gran pontefice Sisto V , coi disegni del suddetto Fontana, ed
arricchito con quattro pregiate colonne di verde antico. La sta-
tua del papa fu scolpita dal Valsoldo, che condusse pure i due
bassorilievi laterali, allusivi alla carità ed alla giustizia di quel
magnanimo pontefice: i tre bassorilievi al disopra spettano a
Niccolò ed Egidio, fiamminghi. La statua di s. Francesco, in
una delle due nicchie di fianco, fu eseguita da Flaminio Vacca;
l' altra esprimente s. Antonio, è di Pietro Paolo Olivieri. Incon-
tro al descritto monumento, sorge quello di s. Pio V, il cui cor-
po riposa nella preziosa urna di verde antico, fregiata di metalli
dorati e che apresi nell’ innanzi: il disegno e la magnificenza di
Digitized by Google
Basìlica di s. Maria Maggiore. 167
questo sepolcro, pari sono a quanto si vede in quello già osser-
vato. La statua del santo pontefice è di Leonardo da Sarzana: i
bassorilievi inferiori sono del Cordieri; di quelli superiori, la
coronazione del papa, appartiene a Siila Milanese, e gli altri due
ad Egidio, fiammingo. Le statue nelle nicchie, ai lati, rappre-
sentano s. Pietro Martire, scultura delValsoldo, e s. Domenico,
opera di Giambattista Della Porta. Sotto l'arco in prospetto al-
l’ingresso veggonsi le statue de’ ss. Pietro e Paolo, scolpite dal
Sarzana. Gli affreschi poi che adomano la cappella apparten-
gono a Giambattista Pozzi, ad Ercolino da Bologna, ad Enrico,
fiammingo, ad Andrea da Ancona, a Paris Nogari, ed a Cesare
Nebbia.
Nel centro della cappella, è l’altare del ss. Sacramento, sor-
montato da un magnifico ciborio retto da quattro angeli in bron-
zo, modellati dal Riccio; e per di sotto ad esso altare avvene un
altro sacro alla natività del Redentore, rappresentata in marmo
da Cecchino di Pietrasanta. Presso l’ingresso della cappella,
prima di uscirne, trovasi a sinistra una cappellina sacra a s. Lu-
cia, ove il quadro dell'altare spetta al Pasinati, e le altre pittu-
re appartengono al Pozzi ed al Nogari. Incontro esiste pure una
simile cappellina, avente sull’altare un quadro con s. Girolamo,
creduto dello Spagnoletto, e nei lati vi sono alcune pitture di
Andrea da Ancona.
Dopo usciti dalla cappella, si trova a destra, in fondo alla na-
ve minore, un antico sepolcro italo-gotico del card. Consalvo
Rodriguez, morto nel 1299. Tal monumento venne intieramente
eseguito da Giovanni Cosimato, romano, rappresentandovi nel
musaico, la Nostra Donna, s. Mattia e s. Girolamo, oltre il ri-
tratto del defunto in atto di pregare.
Nell’opposta nave laterale, incontro alla cappella del ss. Sa-
cramento, avvi l’altra superbissima della famiglia Borghese, in-
titolata alla Madonna, la quale fu eretta nel 1611 d’ordine di
Paolo V, Borghese, coi disegni di Flaminio Ponzio, in forma di
croce greca con sua cupola. Essa è interamente incrostata di
scelti marmi, e va adorna di belli pilastri corintii e di ottime pit-
ture. Sotto le arcate di fianco ammiransi due maestosi sepolcri
con istatue e bassorilievi, ed ambedue decorati con quattro pre-
gevoli colonne di verde antico. Il sepolcro a destra venne eretto
a Clemente Vili Aldobrandini, la cui statua uscì dallo scarpello
di Siila Milanese: il bassorilievo alla diritta è opera del Buonvi-
cini, e quello a manca di Camillo Rusconi. Dei tre bassorilievi
sull’alto, quello di mezzo venne lavorato da Pietro Bernini, cui
168 Terza Giornata.
spettano anche le quattro figure in guisa di termini; quello a de-
stra fu condotto da Ippolito Buzi, e l’altro da Antonio Valsol-
do. Le pitture che fregiano quest’arcata e quella incontro, sono
lavori pregiatissimi di Guido Reni. Le statue di s. Bernardo e di
Aronne, collocate nelle nicchie dei lati, furono scolpite dal Cor-
dieri. Il sepolcro di contro venne innalzato a Paolo V, la cui sta-
tua è lavoro di Siila Milanese, appartenendo a Stefano Mademo
il bassorilievo a destra, ed al Buonvicini quello a sinistra. Dei tre
bassorilievi collocati in alto, Ippolito Buzi condusse quello nel
centro, al "Valsoldo spetta quello a destra, ed a Francesco Stati
l’altro a sinistra: le quattro statue foggiate a guisa di Termini,
furono condotte da Pompeo Ferrucci e dal Buzi; le due statue
poi, collocate entro le nicchie laterali e rappresentanti s. Ata-
nasio ed il santo re David, appartengono al Cordieri.
Lo stupendo altare della Madonna, eretto con disegno del
Rainaldi, è decorato con quattro colonne scanalate, incrostate di
diaspro orientale con liste di metallo dorato, e con basi e capi-
telli simili. Tali colonne sostengono un ricco frontespizio, pure di
metallo dorato, sopra cui sono collocati cinque angeli di egual
metallo, mentre nel centro avvi un bassorilievo di bronzo messo
ad oro, rappresentante s. Liberio papa in atto di segnar sulla
neve la pianta della basilica. In mezzo poi ad un campo di lapi-
slazzuli sta collocata l’immagine di Nostra Donna, che si dice
dipinta da s. Luca, contornata di pietre preziose e retta da cin-
que angeli di bronzo dorato. Le statue nelle nicchie rappresen-
tano, s. Giovanni Evangelista, opera del Mariani, e s. Giuseppe
scolpito dal Buonvicini. Tutti gli affreschi di questa arcata e
quelli de’ petti della cupola furono condotti dal cav.di Arpino,
mentre la cupola stessa venne colorita dal Civoli, fiorentino: le
pitture poi dell’arcata d’ingresso si devono al cav. Baglioni. La
cappellina dedicata a s. Carlo, che trovasi a sinistra prima di u-
scire, fu dipinta dal Croce, e l’altra incontro, sacra a s. France-
sca Romana, dal ricordato Baglioni.
Appena usciti dalla cappella trovasi subito a destra quella
degù Sforza, eretta con architettura di Michelangelo, e che
serve di coro ai canonici. Il quadro dell’ Assunta ed i due ritratti
sopra i sepolcri laterali, sono del Sermoneta: le altre pitture ap-
partengono al Nebbia. L’ultima cappella, già Cesi, ora dei Mas-
simi, duchi di Rignano, fu edificata con disegno di Martino Lon-
ghi: sull’altare osservasi un quadro col martirio di s. Caterina,
bell’opera del Sermoneta, e nei lati i ss. Pietro e Paolo di mano
del Novara. Le sepolture del card. Paolo e Federico Cesi venne-
Digitized by Google
1(39
Basilica di s. Maria Maggiore.
ro erette coi disegni di Guglielmo Della Porta, il quale eseguì
pure i modelli per le statue in bronzo. Dopo questa cappella si
scorgono alcuni sepolcri, fra’ quali vuoisi ricordare quello sul-
l’alto della parete in fondo alla navata, posto ai fratelli De Le-
vis, lavoro pregevole del XV secolo ; e sotto avvi la memoria
sepolcrale di monsig. Sergardi, celebre letterato, soprannomato
Settario. Nella estremità opposta della nave medesima, trovasi
l’iscrizione mortuaria dedicata alla memoria del Platina, biogra-
fo dei papi.
Nell'altra nave laterale avvi la porta che mette alla sacrestia,
e che dà adito ancora al battistero, in cui Leone XII fece co-
struire il fonte battesimale con disegno del Valadicr, valendosi
d’una preziosa tazza di porfido esistente nel museo Vaticano, sul-
la quale fu posta una statuina di s. Giovarmi Battista in bronzo
dorato, lavoro dello Spagna, che eseguì eziandio, in simile me-
tallo, i due angeli e gli altri ornamenti. Il battistero rimane se-
parato dal vestibolo che lo precede da due belle colonne di gra-
nito orientale, e le pitture d’ambedue le volte spettano al Pasi-
gnani . L’Assunta rappresentata nel gran bassorilievo dell’altare
è lavoro del Bernini, il quale scolpì pure in marmi di colori di-
versi il busto di Antonio Nigrita, ambasciatore del Congo pres-
so la santa Sede, ed è collocato in alto alla sinistra del vestibo-
lo. Facendo ritorno nella nave, si ha a destra la cappella. del
Crocefisso, che merita di esser veduta per le ricche dieci colonne
di porfido e pei pilastri simili.
Uscendo dalla chiesa per la porta a lato della tribuna, si scorge
l’altro prospetto innalzato sotto Clemente IX e Clemente X con
architetture del Raihaldi. L’ampia piazza rimane decorata da un
obelisco egizio, che si crede fosse fatto trasportare in Roma da
Claudio, assieme a quello di Montecavallo: l’uno e l’altro orna-
vano l’ingresso al mausoleo di Augusto, e quello di cui si tratta
fu trovato rotto in più pezzi. Esso è in granito rosso senza gero-
glifici, ed ha 13 met. e 80 c. di altezza, non compreso il piedi-
stallo, che è alto 6 met. e 42 centimetri. Sisto V fecelo erigere
valendosi all’uopo del cav. Fontana.
Pigliando la strada che conduce sulla principal piazza della
basilica, si trova in prospetto la via di s. Prassede, al cui ter-
mine, volgendo a dritta, trovasi subito l'ingresso alla
Digitized by Google
no
Terza Giornata.
CHIESA DI S. PR ASSF.DE.
S. Pio I, cedendo alle istanze di s. Prassede, eresse nel 160
questa chiesa in forma d’oratorio, sulle terme di N ovato, fratel-
lo di essa santa, nel luogo detto anticamente Vicus La teritius .
Pasquale I, nell’822, fecene una chiesa che poscia da Innocenzo
III fu concessa ai monaci di V aliombrosa, ed in seguito venne
abbellita e ristorata da s. Carlo Borromeo.
Essa ha tre navi divise da 16 colonne in granito. L’altar mag-
giore, isolato, va adorno di quattro superbe colonne di porfido
sorreggenti il baldacchino, e la tribuna e barcone sono fregiati
con antichi musaici. Si ascende alla tribuna per una scala a due
rampe i cui gradini sono di rosso antico, ed assai pregiati perla
rarissima grandezza dei massi. Il quadro nel fondo della stessa
tribuna è di Domenico Muratori, e rappresenta la santa titolare.
La cappella più rimarchevole è quella decorata entro e fuo-
ri con antichi musaici, ed in cui si custodisce la colonna di dia-
spro sanguigno, portata in Roma da Gerusalemme, nel 1223,
dal card. Giovanni Colonna, e che piamente si crede sia quella
a cui venne legato il Redentore quando fu flagellato. Sull’altare
si osserva un’immagine di Maria Vergine in musaico, avente ai
lati due colonne di alabastro orientale. La cappella incontro, de-
gli Olgiati, venne dipinta dal cav. d’Arpino, ed il quadro del-
l’altare fu eseguito da Federico Zuccari. Il pozzo nel mezzo del-
la nave maggiore, è quello in cui, secondo la tradizione, s. Pras-
sede raccoglieva il sangue dei martiri. Entro la sacrestia si am-
mira un dipinto di Giulio Romano, rappresentante la flagella-
zione di Cristo, ed il quadro dell’altare è uba. degna opera del
Ciampelli. — Uscendo per la porta grande, s’incontra a breve
distanza, sulla sinistra, l'ingresso al cortile che precede la porta
laterale della
CHIESA DI 8. MARTI IVO.
Si crede che s. Silvestro papa, ai tempi di Costantino, eri-
gesse una chiesa in questo luogo, sopra la quale il pontefice s.
Simmaco, verso il 500, fece edificare quella di cui trattiamo,
poscia rista urata ed ornata, nel 1650, coi disegni di Pietro da
Cortona, dai pp. carmelitani ai quali fu data in cura da Bonifa-
cio Vili. Verso poi la fine dello scorso secolo gli stessi padri
1’abbellirono nuovamente colla direzione del Cavallucci, ed al
presente si annovera fra le più belle chiese di Roma.
Le tre navi che la compongono rimangono separate da 24 co-
lonne antiche di differenti marmi, d’ordine corintio. I bellissimi
Digitized by Googl
Chiesa di s. Martino.
171
paesi che si osservano sulle pareti delle navi minori, vennero
condotti con gran bravura da Gaspare Pussino, eseguendovi le
figure il suo fratello Niccola: i due paesi peraltro ai lati dell’al-
tare di s. Maria Maddalena de' Pazzi, furono dipinti da France-
sco Grimaldi, bolognese.
La cappella della Madonna del monte Carmelo, in fondo alla
nave sinistra entrando dalla porta principale della chiesa, è de-
corata di ricchi marmi e di pitture del Cavallucci, che fu sepolto
innanzi alla cappella stessa. Vicino ad essa si osserva dipinto in
prospettiva l’interno della basilica Vaticana, conforme era prima
della sua riedificazione, e nella estremità opposta della stessa
parete avvi quello della basilica Lateranense, opere ambedue d’in-
cognito autore.
Dalla nave maggiore, per una duplice e magnifica scala, co-
struita coi disegni di Pietro da Cortona che circondolla di una
bella balaustrata, si ascende alla tribuna, splendidamente fregiata
di ornati, ed abbellita di pitture del suddetto Cavallucci. All’in-
nnnzi ergesi il sontuoso aitar maggiore , svelto ed elegante, il
quale, assieme alla tribuna ed alla sottostante scala, produce un
effetto assai sorprendente.
Fra i due branchi dalla sopraccennata scala av venne un altro
pel quale si scende alla chiesa sotterranea, la cui bella architet-
tura devesi al ricordato Pietro da Cortona; e di sotto all’altare
cu8todisconsi i corpi dei ss. Silvestro e Martino papi , del pari
che quelli di molti altri santi. Di quivi si scende ad un antico
sotterraneo, che si pretende sia la chiesa eretta all’ epoca di Co-
stantino, e si crede che il pontefice s. Silvestro vi tenesse un con-
cilio romano nel 324. Porzione del pavimento è in musaico bian-
co e nero, e l’immagine della Madonna venerata sull’altare è
pure in musaico, ma di rozzo lavoro, essendo del tempo della
massima decadenza delle arti .
Uscendo dalla chiesa di s. Martino per la stessa porta d’onde
si entrò, e passando vicino all’ antica chiesa di s. Lucia in Selce,
che lasciasi a manca, si cala nella piazzetta della Suburra, cui
rimase tuttora il nome di tale celebre contrada dell’antica Koma.
Alla destra di essa apresi la via Urbana, così detta perchè Ur-
bano Vili fecela addrizzare, la quale corrisponde precisamente
all’antico Vicus Patricius, fra l’Esquilino ed il Viminale, in tal
guisa chiamato a causa dei patrizi che vi pose a dimora Servio
Tullio per impedire ogni qualunque cospirazione ch’avessero po-
tuto ordire. — Al fine di detta strada, si trova a sinistra la
8*
Digitizéc) by Google
172
Terza Giornata.
CHIESA DI S. PtDEXZIAX A.
Si ritiene che in questo luogo fosse la casa di Pudente sena-
tore romano, ove dimorò a lungo l'apostolo s. Pietro, ed il quale
fu il primo ad essere convertito alla fede cristiana da esso santo,
unitamente ai suoi figli N ovato e Timoteo, ed alle sue figlie Pu-
denziana e Prassede; per lo che s. Pio I nel 154 mutò questa casa
in oratorio, che poscia fu tramutato in chiesa, ed ebbe di mano
in mano parecchi ristauri. Da ultimo, nel 1598, il card. Caetani,
che ne fu titolare, fecela riedificare ed ornare nel modo che veg-
giamo, coi disegni di Francesco da Volterra.
Rimane divisa in tre navi da alcuni pilastri ne’quali scorgonsi
incassate 12 colonne di marmo bigio antico. 11 quadro dell’altar
maggiore, rappresentante s. Pudenziana, ed i laterali co’ss. No-
vato e Timoteo, furono dipinti dal Nocchi, e la cupola fu colorita
dal Pomaraucio. La tribuna è decorata d'un buon musaico ordi-
nato da Adriano I, ed il Pussino stimavaio come una delle mi-
gliori opere dell’antica scuola. Nella cappella a sinistra dell’altar
maggiore, esiste quel medesimo altare su cui si crede aver s. Pie-
tro celebrato messa, e al disopra v’è un gruppo in marmo rap-
presentante il Salvatore che dà le chiavi all’apostolo suddetto,
opera di Giambattista Della Porta.
Segue la cappella Caetani, fregiata di marmi scelti, di belle
colonne e di sculture. L’altare è ornato di due rare colonne di
lumachella, e l’adorazione de’ Magi fu scolpita in bassorilievo
dall’ Olivieri. Due magniti i sepolcri e quattro statue decorano
le facce laterali della cappella : il monumento a destra fu eretto
a D. Filippo Caetani, l’altro al card. Enrico Caetani-: le quattro
statue rappresentano le virtù cardinali , e vennero condotte dal
Guidi, dal Lorrain, dal Mari e dal Malavista. La volta è tutta
ornata di stucchi messi a oro e di pitture in musaico , eseguite
sui cartoni di Federico Zuccari. Entro il pozzo prossimo a detta
cappella, la santa titolare depose il sangue d’oltre tre mila mar-
tiri, sepolti sotto questa cliiesa.
Tornando per la strada percorsa, Ado alla piccola piazza della
Suburra, ascenderemo la salita, ridotta a gradinata, di s. Fran-
cesco di Paola, per la quale, lasciando a manca una scala, si per-
viene tosto alla chiesa dedicata a quel santo. salita suddetta
venne resa per sempre memorabile da uno de’ più esecrabili mi-
sfatti dell’antica Roma, poiché in essa, secondo Tito Livio, Tul-
lia fece passare il proprio carro sul cadavere di Servio Tullio suo
Digitized by Google
Chiesa di s. Francesco di Paola. 173
padre, sesto re di Roma ; per cui la via, a ricordanza del turpis-
simo fatto, ebbe il nome di Vicus Sceleratus (1).
CHIESA DI 9. FRANCESCO Di PAOLA.
Appartiene al secolo XVII, e Giovanni Pizzullq , prete cala-
brese, donò ai frati minimi di s. Francesco di Paola il palazzo
che possedeva in questo luogo per erigerla. In seguito la prin-
cipessa Pamphilj di Rossano fecela riedificare con architettura
del Morandi, ad eccezione del prospetto innalzato posteriormen-
te. Il s. Francesco di Paola sull'altare della seconda cappella a
dritta entrando, è del Chiari, e i due freschi laterali vennero ese-
guiti dal Grecolini. Sulla porta della sacrestia si osserva il se-
polcro del Pizzullo, e la volta di essa è ornata da un bel quadro
di Sassoferrato, rappresentatavi la Madonna col Bambino Gesù
e s. Francesco di Paola. — Uscendo dalla chiesa e dirigendosi
a destra, si trova una scala conducente alla
chiesa di s. premo in vwculis.
Fu essa eretta nel 422, sotto il pontificato di s. Leone Magno,
da Eudosia, moglie di ValentinianoIII, imperatore d’occidente,
per custodirvi le catene colle quali Erode aveva fatto legare l’a-
postolo s. Pietro nella prigione di Gerusalemme, ed è da tali ca-
tene che la chiesa piglia il nome. Il pontefice Adriano I fecela
riedificare; Giulio II ristaurolla nel 1503 dirigendo il lavoro Bac-
cio Pintelli, e quindi la concesse ai canonici regolari del ss. Sal-
vatore, detti poscia Lateranensi ; finalmente venne ridotta nel-
l’attuale stato l’anno 1705, coi disegni di Francesco Fontana.
Le tre navi di questa bellissima chiesa sono divise da venti
colonne doriche antiche, di marmo greco, scanalate1, aventi 2
met. e 25 c. di circonferenza, mentre due Colonne di granito so-
stengono barcone di mezzo. Sul primo altare a diritta è un qua-
dro di Guercino, rappresentatovi s. Agostino; ed il s. Pietro spri-
gionato dall’angelo, espresso nel quadro dell’altare successivo, è
copia d’un dipinto di Domenichino, il quale si custodisce entro
(1) Se prima di ascendere alla chiesa di s. Francesco di Paola, v* incarni nerete a
destra per la via Leonina , troverete a breve distanza, lungo essa via, la chiesa della
Madonna de* Monti, che rimane nella direzione dell* antico Vicut Cipriut. In questa
chiesa si conserva il corpo del beato Giuseppe Labro posto sotto l'altare ad esso de-
dicato, sopra cui scorsesi un quadro del rnv. Pietro Gagliardi , espressovi il beato
che, in atto caritatevole, dà a mangiare a poveri.
Digitized by Google
174
Terza Giornata.
la sacrestia. I due monumenti ai lati di detto altare furono posti
ai cardinali Agucchi e Margotti, dandone il disegno Domeni-
chino da cui si eseguirono i ritratti che vi si scorgono.
Da mano diritta nella crocera si ammira il celebre sepolcro di
Giulio II, ed è una delle quattro facce del mausoleo che Miche-
langelo aveva immaginato e cominciato per quel papa, e che
doveva esser collocato nella gran nave di s. Pietro in Vaticano;
Paolo III però ordinava che l’opera fosse ristretta, e volle che
qui si collocasse. Michelangelo scolpi la statua di Mosè, laquale
scorgesi in mezzo al sepolcro, opera tenuta come il capolavoro
della moderna scultura, si per la naturale espressione, sì per la
verità delle parti. Mosè è rappresentato in colossale grandezza,
tenendo sotto il braccio destro le tavole della legge e fieramente
guardando il popolo, la cui rassegnazione sembravagli assai
dubbia e mal ferma. Le quattro statue nelle nicchie del sepolcro
stesso, furono condotte da Raffaello da Montelupo, scolare del
Bonarruoti. La s. Margherita, sull’altare della seguente cappel-
la, è una delle migliori opere di Guercino.
* La porticina a lato dà ingresso alla sacrestia, nel cui destro
canto esiste un altare di stile del secolo XIV, con sopravi un
bassorilievo dell’epoca medesima. In questa sacrestia si custo-
discono le già menzionate catene colle quali l’apostolo s. Pietro
fu legato nel carcere di Gerusalemme, e che Giovenale, patriar-
ca di quella città, donò ad Eudosia sua figlia, moglie di Va-
lentiniano III, la quale fecene presente a s. Leone Magno. Gli
sportelli del piccolo armadio che racchiude esse catene, sono di
bronzo, opera del celebre Pollaiolo fiorentino, il quale, fra gli
ornati coi quali li abbellì, espressevi di bassorilievo alcuni fatti
della vita del santo apostolo. Passando quindi nella contigua
stanza a sinistra, si osservano alquanti quadri , fra i quali, i più
pregiati sono: quello rappresentante la liberazione di s. Pietro,
opera già ricordata di Domenicliino; una sacra Famiglia ed una
mezza figura, esprimente la Fede, opere credute della scuola di
Giulio Romano, ed una bella effigie del Redentore, di mano di
Guercino. Altre volte vi si ammirava pure la tanto celebrata
mezza figura di Guido Reni, conosciuta col nome, la Speranza
di Guido, ma oggi ve se ne osserva una copia.
Tornando in chiesa ci recheremo prima ad osservarne la tri-
buna dipinta da Giacomo Coppi fiorentino, in fondo alla quale
esiste l’antico seggio pontificale in marmo bianco, e a dritta,
entrandovi, si vede il sepolcro del Clovio, canonico di questa
chiesa e celebre pittore in miniatura del secolo XVI, del cui va-
Digitized by Google
Chiesa di s. Pietro in Vincvlis.
175
lore si ha prova in quelle belle sue opere esistenti in alcuni co-
dici della biblioteca Vaticana, già appartenuti ai duchi di Urbi-
no, pe’ quali il Clovio eseguivale.
Recandosi nell’altra nave si osserva sul penultimo altare un s.
Sebastiano in musaico, lavoro del secolo VII, ove è singolare
vedere il santo rappresentato con barba. Sopra l’ultimo altare,
è una Pietà creduta del Pomarancio; e poi segue il piccolo se-
polcro del card. Niccola de Cusa, opera del secolo XV. Le pit-
ture del soffitto appartengono a Giambattista Parodi, genovese.
Da un lato della porta principale si osserva il sepolcro eretto ai
fratelli Pollaioli, rinomati artisti in bronzo, vissuti nel secolo
XV, i quali lavorarono i monumenti sepolcrali di Sisto IV e
d’InnocenzoVIII, esistenti in s. Pietro in Vaticano. Gli affreschi
che qui sono sull’alto furono eseguiti dai loro scolari, che vi e-
spressero l’arrivo dell’anima nel purgatorio, ed il potere delle
indulgenze a liberamela. — Uscendo dalla descritta chiesa, la
strada a sinistra, detta della Polveriera, conduce alle
TERME DI TITO.
In origine le terme non furono edificate in Roma se non che
per bagnarsi, laonde vennero chiamate col nome greco latiniz-
zato Thermce, cioè, bagni caldi. Ben presto in tali edilìzi il lus-
so fece erigere luoghi per gli esercizi del corpo, e pel diletto
dello spirito, e divennero quindi vasti fabbricati circondati di
portici e di giardini. Ivi si trovavano biblioteche, exedrce, os-
siano emicicli, ne’ quali i filosofi discutevano, gli oratori decla-
mavano, i poeti recitavano i loro versi; v’erano gallerie di statue
e di quadri ecc. ; vi si trovavano giardini pel passeggio e pe’
giuochi atletici, che si potevano vedere da una specie di teatro.
. Agrippa fu il primo che erigesse siffatte fabbriche pel pubblico;
il suo esempio venne seguito da Nerone; ed in fine Tito edificò
in pochissimo tempo le terme di cui parliamo. Il luogo scelto da
lui era comodissimo per la sua centralità, mentre quelle di A-
grippa e di Nerone trovavansi nel campo di Marte. Egli si valse
all’uopo di una porzione della casa e degli orti Neroniani: Domi-
ziano fecevi delle aggiunte, come pure Traiano ed Adriano, tal-
ché ogni singola parte di esse ebbe il nome dell’imperatore da
cui venne costruita; per ciò le terme di Tito, di Domiziano, di
Traiano e di Adriano non sonò se non che altrettante parti sepa-
rate d’un medesimo edilìzio. A causa di così fatte aggiunte, le
terme si estesero dal Colosseo fino alla descritta chiesa di s.Mar-
Digitized by Google
176
Terza. Giornata.
tino; pure, ad onta di così vasta estensione, esse erano meno
ampie di quelle di Caraealla e di Diocleziano, superandole per-
altro in eleganza e buon gusto. Presso le dette terme esisteva
il palazzo di Tito, ove si ammirava il celebrato gruppo di Lao-
coonte, rinvenuto al tempo di Giulio II nella vigna De Fredis,
fra le Sette Sale e s. Maria Maggiore; gruppo che forma oggi
l’universale ammirazione nel museo Vaticano.
L’edifizio di cui si tratta è quasi interamente distrutto, e po-
chi avanzi appena ne danno a conoscere la magnificenza passa-
ta. La pianta ci fu conservata in parte in un frammento dell’an-
tica pianta di Roma, il quale si osserva incastrato in una parete
della scala del museo Capitolino. Palladio diede una pianta di
questo edifizio, circa la metà del secolo XVI, allorquando, cioè,
eia ancora in istato riconoscibile. Tuttavia i sotterranei sono as-
sai bene conservati, ed appartengono per la maggior parte agli
appartamenti di Nerone, che Tito fece servir di sostegno alle
sue terme aggiungendovi altri muri, per cui rimasero privi di
luce e di aria. Trenta camere circa e parecchi corridoi disotter-
rati offrono tuttora pitture ad arabeschi, le quali, si per la va-
rietà e per la purgatezza del disegno, sì per la vivezza del colo-
rito formano l’ammirazione degli artisti. Si pretese da alcuni che
Raffaello, avendo avuto conoscenza di tali affreschi, ne profit-
tasse per dipingere le logge del Vaticano, e che poscia facesse
interrar nuovamente le camere; ma quantunque la prima suppo-
sizione possa esser vera, la seconda è una mera calunnia, giac-
ché l'amore di quel sommo per le antichità, lo spinse a presen-
tare al magnanimo pontefice Leone X un progetto pel disotter-
ramento dell’antica Roma.
D’altronde si hanno prove sicure, che i sotterranei in discorso
furono quasi sempre accessibili, e che solo dal principiare del
secolo scorso erano stati scordati, perchè resi impraticabili, ve- •
nendo di nuovo aperti nel 1776, ed esaminati dal Mirri che ne
pubblicò le pitture. Fino al 1812 non vi, si poteva entrare che
con disagio essendo quasi affatto ingombri; ma dopo quell’epo-
ca vennero sgombrati, di guisa che gli amatori delle belle arti
jmssono percorrere senza difficoltà parte delle numerose camere
le quali danno un’idea deliri disposizione e degli ornati de’ son-
tuosi appartamenti degli antichi. Negli scavi praticativi si rin-
venne una cappella sacra a s. Felicita, eretta in una di esse ca-
mere verso il secolo XVI, e si scoperse pure un'assai curiosa i-
scrizione dipinta nella parete. — Alle terme di Tito spetta ezian-
dio il grande serbatoio d’acqua, detto le
Digitized by Google
Sette Sale.
SETTE SALE.
177
Questi corridoi non erano se non un grande serbatoio d’acqua,
di quelli che gli antichi chiamavano piscine, ed il luogo ove si
trova come pure il suo livello fanno supporre fosse costrutto in
epoca anteriore alle terme di Tito, alle quali poscia può aver
servito.' Così fatto edifìzio era di due piani, il primo oggi rimane
sotterra, ed il secondo dividesi in nove corridoi. Il nome volga-
re che gli si dà di Sette Sale, non è affatto d’accordo col nu-
mero de’ corridoi, per cui sembra derivi piuttosto da Septiso-
lium, denominazione ch’ebbe questa contrada della città negli
antichi tempi. La costruzione dell’ edifìzio è solidissima; i muri
sono grossi e coperti di doppio intonaco, il primo de’ quali, ar-
tifiziale, è d’una composizione molto dura per resistere all’acqua,
chiamata da Vitruvio opus signinum, ed è formata di scaglie di
mattoni e di un cemento assai fino; l’altro, costituente la crosta
esterna, è un deposito calcareo fatto dall’acqua, duro come il
travertino, e ad esso si deve la perfetta conservazione de’ muri.
La posizione delle porte si rende osservabile, per esser praticate
espressamente ne’ luoghi con tale alternativa, da non isminuir
punto, coi loro vani e sopravvani, la solidità de’ muri: esse sono
disposte in guisa, che si passa d’una in altra sala per quattro
porte, vedendosi da ciascuna in traverso le altre otto. Il corri-
doio di mezzo è largo met. 3 e 88 c. ; lungo 11, 88 ; alto 2, 55.
Uscendo dalle terme di Tito, e pigliando la via del Colosseo,
dopo aver questo oltrepassato, si segue a destra la strada posta-
le in salita, ed allorché si è giunti innanzi ad una chiesetta dedi-
cata a s. Jteria ad Nives, pigliando la via a manca, si passa in-
nanzi all'oratorio di s. Maria in Carinis, la cui denominazione
ricorda l’antica contrada di Roma detta Carine, a causa della
sua forma somigliante ad una carena di nave.
S’incontra quindi la torre dei Conti, eretta nel 12(17 dal pon-
tefice Innocenzo III, della famiglia Conti, sulle ruine del tempio
della Terra, Templum Telluris degli antichi, vicino a cui era la
casa del gran Pompeo. —Di quivi proseguendo il cammino a sini-
stra, si giunge subito alla piazza detta delle Colonnacce, a moti-
vo degli avanzi del
FORO PALLADIO, DI NERVA, E TRANSITORIO.
L’imperator Domiziano, avendo coirftnciato il suo Foro all’est
di quelli di Augusto e di Cesare, in esso innalzò un tempio a
8**
Digitized by Google
178
Terza Giornata.
Pallade, divinità di ctii era divotissinfio, e però venne detto Fo-
rum Palladium . In seguito però essendo stato compiuto e de-
dicato da Nerva, il quale ampliollo, prese il nome di Foro di
Nerva. Le due colonne corintie, per due terzi interrate, dette
le Colonnacce, appartengono all’interna decorazione del recinto
di esso Foro; esse sono scanalate ed hanno 3 met. di circonfe-
renza, e 9 met. e 30 c. di*ltezza. Il cornicione che sostengono
è ricco d’ornati, d’ottimo intaglio, e le figurine scolpite di bas-
sorilievo nel fregio, rappresentanti le arti di Pallade, sono di
bella composizione e di squisito lavoro di scarpello; e lo stesso
cornicione viene sormontato da un attico, nel cui centro scorge-
si l’effigie di Pallade in piedi, scolpita in bassorilievo.
Il Foro di cui trattasi ebbe anche il nome di Transitorio,
perchè, rimanendo nella pianura fra i cobi Quirinale, Viminale
ed Esquilino, bisognava spessissimo attraversarlo per sabre a
questi. Traiano lo decorò di un tempio in onore di Nerva suo pa-
dre adottivo; e nel Foro stesso Alessandro Severo diede un lu-
minoso esempio di giustizia facendovi morir soffocato dal fumo
della paglia accesa un suo cortigiano, di nome Vetronio Turino,
il quale si vantava di vendere i favori di lui; e mentre s’esegui-
va il supplizio, un banditore gridava: è qui punito col fumo chi
vendette fumo.
Per diversi archi si aveva ingresso nel Foro di cui trattiamo,
de’quab però restane un solo, detto dal volgo Arco de’ Panta-
ni, a causa delle pozzanghere che esistevano in tutta la contra-
da su cui trovasi, la quale fu fatta rialzare da Paolo V, siccome
leggesi nell’iscrizione posta al disopra della porta della chiesa
di s. Ciriaco, detta di s. Quirtco.
Il suddetto arco apresi in un gran muro, non meno maravi-
glioso per l’altezza a cui elevasi ne’ lati, che per i grossi massi di
peperino che lo compongono, congiunti senza calce, ma con soli
perni di durissimo legno. La costruzione di questo muro di cin-
ta, il suo stile ftd il suo andamento, non accordantisi affatto co-
gli edifizi del Foro, fanno supporre essere anteriore a Nerva di
parecchi secob, e che egli trassene profitto per appoggiarvi le
fabbriche del proprio Foro. — A lato all’arco suindicato sono
gli avanzi del
TEMPIO DI NERVA.
Questo tempio, fatto erigere da Traiano ad onor di Nerva,
siccome lo afferma Plinio il giovane, era uno de’ più beffi edifizi
di Roma, sì per le sue colossah dimensioni, sì per T eccellenza
Digitìzed by Google
179
Tempio di Nerva.
dell’architettura, sì pe’riochi ornamenti che comprendeva. Non
rimane di tale edilìzio che porzione del portico e del muro late-
rale della cella ; del qual portico sono ancora in piedi tre co-
lonne, ed un pilastro sostenenti l’architrave. Le colonne, d’or-
dine corintio, in marmo bianco scanalate, hanno 5 met. e 13 cen.
di circonferenza, e met. 14 e 45 cent, di altezza: 1’ architrave
ed il soffitto del portico veggonsi fregiati di ornati assai belli.
Npi bassi tempi venne eretto sull’architrave un gran campa-
nile spettante all’ attigua chiesa dell’ Annunziata, il quale alla
fine avrebbelo fatto crollare se non fosse stato demolito. Il pro-
spetto del tempio era rivolto all’ovest, e, secondo Palladio, aveva
otto colonne, mentre i portici laterali ne avevano nove, oltre i
pilastri appoggiati al muro di cinta. In seguito degli scavi del
1821 si conobbe che le colonne de’portici laterali posano su d’un
podio, che elevasi su tre gradini assai alti, e dagli scavi stessi si
rilevò che la soglia del già ricordato arco rimane 60 centimetri
più alta del livello del Foro.
Nell’ altro lato dell’ edifizio , nel recinto del Foro Palladio ,
esistevano altri ruderi antichi, pertinenti al tempio di Pallade,
di cui si fece motto. Questo bel monumento, che spesso venne
confuso col descritto tempio, sino al cominciare del secolo XVII
conservava ancora sette colonne del suo peristilio,, le quali sor-
reggevano un magnifico cornicione ed un frontispizio bellissimo;
ma Paolo V fece atterrare così preziosi avanzi per valersi dei
marmi nella mostra principale dell’ acqua Paola sul Gianicolo, e
per la sua cappella nella basilica di s. Maria Maggiore.
La spaziosa via Alessandrina, che si apre a destra, poco dopo
il descritto tempio di Nerva, conduce dirittamente al Foro Tra-
iano. Pochi passi prima di giungere al detto Foro si trova, a
mano diritta, la via della Salita del Grillo , ove, nella casa se-
gnata col N.°6 risiede il custode di un diruto emiciclo, detto
erroneamente i bagni di Paolo Emilio. Questo emiciclo, il quale
rimane alle radici del Quirinale, e che scorgesi anche dall’abi-
tazione del custode, può ben giudicarsi eretto da Traiano, pro-
babilmente per nascondere delle casipole, che avrebbero detur-
pato la visuale del magnifico suo Foro. Una parte del detto
edifizio venne disotterrata dal Governo, e nel primo piano pre-
senta una quantità di botteghe, aventi il pavimento in musaico
bianco e nero; l’architettura poi del piano superiore ha degli
ornati di gusto assai bizzarro. La costruzione, in mattoni, di
questa fabbrica, è molto bella ed accurata, e somiglia a quella
degli altri edifizi eretti sotto Traiano.
Digitìzed by Google
180
Terza Giornata.
FORO TRAIANO.
La più bella colonna che giammai esistesse, il più celebre mo-
numento antico conservato nella sua integrità da diciassette se-
coli, era ingombro di terra, e nascosto da miserabili casipole,
ed il piedistallo mirabilissimo era come sepolto in un pozzo.
Nel 1812 pertanto, e nei seguenti anni si pensò di ridonarlo al-
l’antico splendore, mandando a terra non poche case. Il senato
e popolo romano dedicarono la colonna in discorso a Traiano
per le vittorie da lui riportate sui Daci. Essa è di ordine dorico,
formata di 34 rocchi di marmo bianco di Carrara, collocati l’uno
sull’altro, e congiunti con perni di bronzo. Il gran piedistallo
si compone di 8 massi, il toro è d’un sol masso, il fusto della
colonna è di 23, il capitello al pari che il basamento della statua
di un masso solo. L’ altezza della colonna, dal piano alla som-
mità della statua, ascendea42 met. e40cent.; e dividendola nelle
sue parti si avrà: il gran piedistallo, alto 4 met. e 50 cent., lo
zoccolo 96 cent., la colonna colla base e capitello 28 met. e 90
cent., il basamento della statua 4 met. e 50 cent., e la statua 3
met. e 54 centimetri. Il maggior diametro della colonna ascende
a 3 met. e 41 cent., il minore è di 3 met. e 21. centimetro.
Questa colonna supera di 48 centimetri l’altezza di quella di
Marc’ Aurelio, e la sua cima sta a livello del Quirinale, che in
questo luogo venne appianato per ampliare il Foro, conforme
asserisce Dione, e come l’ indica 1’ iscrizione scolpita nel piedi-
stallo. Si salisce alla sommità di questo monumento per una
scala interna tagliata, nel marmo stesso e fatta a chiocciola, lo
che fece dare il nome coclide alla colonna. L’accennata scala
ha 182 gradini di 70 centimetri di lunghezza, piglia lume da 43
feritoie, e sull’alto si trova un ripiano circondato da una ringhie-
ra di ferro, da dove si gode della veduta di Roma e dei propin-
qui monti. La statua di Traiano in bronzo dorato, era anticamen-
te posta in cima alla colonna, da dove venne'tolta nel medio evo,
e si può ritenere che fosse nel novero delle statue in bronzo por-
tate via da Roma dall’imperatore Costante II, nel 663 dell’era
volgare.
Allorquando il sommo ponte6ce Sisto V ristaurò un così in-
signe monumento, volle porvi sulla cima la statua in bronzo
dell’apostolo s. Pietro, eseguita sul modello del Della Porta. II
piedistallo della colonna è ornato di scudi, corazze, elmi, aqui-
le ecc.; ogni cosa mirabilmente scolpita, e di eccellente com-
posizione.
Digitized by Google
fijr-iim «le Tramali.
1 Google
FORO Tffi.A3TA.ErO
Digitized by Google
Foro Traiano.
181
Una sì magnifica colonna è meno osservabile per la sua al-
tezza, che non pe’ bassorilievi che l’abbelliscono dalla base al
capitello, i quali rappresentano le due guerre di Traiano contro
Decebalo re de’Daci, che rimase vinto l’anno 101 dell’era cri-
stiana. Vi si scorgono circa duemilacinquecento figure d’uomini
tutte diverse, Oltre una infinità di cavalli, d’armi, di macchine
guerresche, d’ insegne militari e di trofei, che costituiscono mia
si grande varietà di oggetti da non si poter osservare senza
ammirazione. La composizione ed il disegno di tali bassorilievi
appartengono ad un solo artefice; ma l’ immenso numero delle
figure, alto quasi tutte 65 centimetri, dovette di necessità esi-
gere l’opera di più artisti. I fatti storici, ed il piano su cui posa-
no le figure vengono contradistinti da un cordone che circonda
in ispirale l’intera colonna, con 23 giri dal basso alla sommità.
Gli encomiati bassorilievi vennero sempre tenuti come capola-
vori di scultura e servirono d'esemplari agli artefici, per cui
Raffaello, Giulio Romano, Polidoro da Caravaggio ed altri ne
trassero molto profitto.
La stupenda colonna rispondeva a maraviglia alla magnifi-
cenza del Foro Traiano, di cui il celebre Apollodoro di Dama-
sco fu l’ architetto, e sorpassava gli altri Fori tutti per ricchezza
e splendore. Esso era attorniato da portici in colonne, decorati
di statue, ed abbelliti con ornamenti di bronzo dorato: conte-
neva una basilica ove si rendeva giustizia, un tempio dedicato a
Traiano, dopo morto, e la celebre biblioteca Ulpia. Per mezzo
degli ultimi scavi si rilevò che la gran colonna, posteriore di un
anno alla parte meridionale del Foro, rimaneva nel centro di un
piccolo cortile quadrilungo, di 24 met. e 35 cent, di estensione,
e di 16 met. e 5 cent, di larghezza, lastricato di marmi e fian-
cheggiato, verso mezzodì, dal muro della basilica, essendo cir-
condato negli altri tre lati da un portico in doppio ordine di co-
lonne: il lato lungo, o settentrionale di esso portico venne de-
molito quando si volle erigere la colonna per renderla visibile
dal canto ove ergevasi il tempio octastilo dedicato a Traiano, e
del quale si scopersero i ruderi sotto il palazzo già Imperiali,
oggi Valentini, snlla piazza de’ ss. Apostoli. Dietro i due minori
portici, vicino alla gran colonna, si trovarono gli avanzi della bi-
blioteca, divisa in due sale, una pe’libri greci, l’altra pe’ latini;
libri tutti che poscia furono trasportati alle terme di Diocleziano.
Quanto alla basilica, o luogo ove si rendeva giustizia e che
nel tempo stesso serviva come sala d’udienza, era nella direzione
fra l’ est o l’ovest, avendo il principale ingresso verso il sud, o
Digitized by Google
182
Terza Giornata.
lungo la sua linea maggiore. L’interno veniva compartito in cin-
que navi da quattro file di colonne: il pavimento era in iscom-
parti di giallo antico e paonazzetto; le pareti erano rivestite di
grosse lastre di marmo bianco; il soffitto era in bronzo dorato,
ed i cinque gradini pei quali vi si ascendeva dal piano del Foro
erano di giallo antico massiccio. Esistono tuttora degli avanzi
del pavimento e dei gradini; e nel moderno recinto vennero eretti
dei tronchi di colonne in granito, le quali appartenevano ai peri-
stilii interni. Dal canto della gran colonna la basilica era cinta da
un muro, e dal lato della piazza grande vi si giungeva per tre stu-
pendi ingressi, decorato ciascuno di un portico di quattro colon-
ne, sostenenti un attico sopra il quale era un terrazzo contenente
un carro trionfale e delle statue. La piazza grande aperta, ri-
maneva realmente dal lato del sud, ed andava circondata di son-
tuosi portici, entrandovi per un arco trionfale, ed avendo il pa-
vimento costrutto con lastre di marmo.
È molto probabile che una piazza simile esistesse all’altra
estremità, dietro il tempio, ed in tal guisa si può ritenere che
quanto vediamo sia un terzo circa dell’area di questo Foro, cioè
a dire, c e la sua lunghezza totale era di circa 2000 piedi roma-
ni, e la larghezza di 650. Nel novero delle statue equestri che
decoravano un sì celebrato luogo, rendevasi osservabile quella
di Traiano in bronzo dorato, eretta innanzi al tempio, la quale si
attirò l’ammirazione dell’imperatore Costanzo quando recossi in
Roma nel 354.
Le ingiurie del tempo e peggio ancora la barbarie degli uo-
mini trassero in ruina tutti que’ superbi edifizi che si conserva-
vano ancora in piedi verso il 600 dell’era volgare, dopo cioè le
devastazioni dei Goti e dei Vandali. Negli ultimi scavi si rinven-
nero alcune iscrizioni, e parecchi frammenti scolpiti, che si os-
servano collocati nel moderno recinto, entro cui sorge la gran
colonna, ove, nel 1869, furono pure situati alquanti altri stupen-
di frammenti, egualmente spettanti al descritto Foro, i quali
vennero scoperti scavando nel cortile del già indicato palazzo
Valentini. •
Sulla piazza in cui siamo veggonsi due chiese. Una di esse,
presso la via Maqnanapoli, venne eretta in memoria della libe-
razione di Vienna, accaduta nel 1683. Questa chiesa, sacra al
nome di Maria, fu ristaurata nel 1867, colla direzione dell’archi-
tetto Luigi Cabet; l’altra è la
Digitized by Google
Chiesa di s. Maria di Loreto. 183
CHIESA DI S. MARIA DI LORETO.
All’esterno ha forma ottagona Con una decorazione in pilastri
corintii e doppia cupola, il tutto eseguito con architettura di An-
tonio da Sangallo. Entro questa chiesa si deve osservare, una
bella statua sull’altare della seconda cappella a diritta, rappre-
sentante s. Susanna, opera molto stimata di Francesco Quesnoy,
detto il Fiammingo, ed anche il quadro dell’ aitar maggiore,
della scuola di Pietro Perugino. — Le due strade ai lati di essa
chiesa conducono del pari alla piazza dei ss. Apostoli, ove a
dritta trovasi l’ampio
PALAZZO COLONNA.
Questo magnifico palazzo fu incominciato da papa Martino V,
dell’antica famiglia Colonna, e venne poscia compiuto e deco-
rato, in differenti epoche, da diversi cardinali e principi della
medesima famiglia: il gran pontefice Giulio II dimorò alcun tem-
po in questo palazzo.
L’appartamento al piano terreno venne dipinto da Gaspare
Pussino, da Pietro Molyn, detto il Tempesta, dal Pomarancio,
daU’Allegrmi, dal cav. d’Arpino, ecc.
Salendo la scala principale si veggono, la statua di un re pri-
gioniere, ed una testa di Medusa in istucco colorita ad imitazio-
ne di porfido, la quale fu sostituita all’originale, scolpito in tale
pietra « trasportato nel grande appartamento, ove esiste una
considerevole raccolta di quadri distribuiti in alquante sale.
Nella sala dei servitori si osservano, un busto colossale, e due
angeli dipinti dal cav. d’Arpino. I soprapporti delle due anticar
mere sono lavori del Tiarini, del Desubleo, di Sebastiano Ricci,
e della scuola di Andrea Bacchi.
Prima sala. — Parete in cui è la porta d'ingresso. — So-
pra la porta è un’Addolorata, di Giambattista Naldini. Nel mez-
zo della parete in alto, il riscatto d’uno schiavo, opera condotta
con largo stile da Carlo Lairesse; in basso, nel mezzo, una bella
sacra Famiglia con s. Francesco, di Luca Longhi ravennate; a
sinistra, una Madonna col Bambino, di Filippo Lippi; a destra
un altro quadro di soggetto simile, assai diligentemente eseguito
da Alessandro Botticelli.
Parete di faccia alla finestra. — In alto, a sinistra, un paese
dell’ Albani, rappresentatavi Erminia accolta dal pastore; di sot-
to, un Crocefisso della scuola di Van-Dyck; una bella sacra Fa-
Digitized by Google
184
Terza Giornata.
miglia, del Luini; ima Madonna col Bambino, del Bugiardini,
ed il ritratto d’un fanciullo, dipinto da Giovanni Sanzio, padre
di Raffaello. In alto, un Crocefisso, di Giacomo d’Avans, da Bo-
logna; la Vergine col Bambino e s. Giovanni, opera avuta in
molto pregio, di Giulio Romano, ed una bella Madonna circon-
data da alcuni angeli, di Gentile da Fabriano. In basso, dopo
l’ indicato ritratto, seguono: l’apostolo s. Giacomo, di Melozzo
da Forlì; mia Nostra Donna coi santi Giuseppe e Francesco, di
Vincenzo Catena; una Lucrezia, di Giovanni Mabuse; il ritratto
* di Donna Maria Mancini Colonna, di Gaspare Netscher; una sa-
cra Famiglia, di Simone Cantarmi da Pesaro; Giacobbe colla
sua famiglia mentre si congeda da Esaù, abbozzo di Rubens, e
Gesù con due sante, della scuola di Alberto Durerò. In alto avvi
un altro paese di Francesco Albani, quasi simile a quello che ve-
demmo a sinistra.
Parete incontro all'ingresso. — In alto, una sacra Famiglia,
del Parmigianino; di sotto, un’altra sacra Famiglia con s. Fran-
cesco, d’ Innocenzo da Imola, e due Madonne, di Wan-Eyck,
una cioè, esprimente i sette dolori, l’ altra le sette allegrezze,
queste e quelli simboleggiativi all’intorno; in fine si osserva so-
pra.la porta, Mosè colle tavole della legge, lavoro di Guercino.
Parete della finestra. — Da sinistra, la nascita di Maria Ver-
gine, del Pasignani, ed un quadro del Castiglioni, in cui colorì,
con gusto squisito e brillante esecuzione, figure, drappi, arma-
ture, ecc. A destra, Coriolano, sotto le mura di Roma, di Bar-
tolommeo Ramenghi da Bagnacavallo, ed un quadro di Pietro
da Cortona, nel quale rappresentò l’ascensione di Gesù Cristo,
con alquanti personaggi della illustre famiglia dei Colonna, che
escono dai loro sepolcri. — Di quivi, traversando la sala del tro-
no, si entra nella
seconda sala. — Parete delVingresso. — Sulla porta, l’isti-
tuzione dello scapolare, dello Scarsellino: a sinistra dello spec-
chio, sull’alto, una sacra Famiglia, del Bronzino; di sotto, uno
stupendo dipinto di Tiziano, rappresentante il ritratto del padre
Onofrio Pan vinio, agostiniano, celebre letterato del secolo XVI;
in alto, a destra, la Musica, di Carletto Cagliari; in basso, un
altro superbo ritratto condotto da Girolamo da Treviso, e ere-
desi l’effigie di Poggio Bracciolini.
Parete incontro alle finestre. — Nell’angolo a sinistra, l'An-
gelo Custode, opera di Guercino; sulla porta, il ratto di Europa,
dell’ Albani; di sotto, il ritratto d’un vecchio che suona un istro-
mento, del Tintoretto; una Madonna, di Domenico Pulego, ed
Digitized by Google
Paiamo Colonna. 185
una stupenda caricatura, di Annibaie Caracci. In alto, un s. Gi-
rolamo al deserto, di Giovanni Spagna, ed una Madonna co* s.
Sebastiano ed altri santi, di Paris Bordone. Nell’angolo, la risur-
rezione di Lazzaro, di Francesco Salviati.
Parete di faccia all' ingresso. — Da sinistra dello specchio,
il ritratto di Lorenzo Colonna, fratello di Martino V, eseguito
dall’Holbein; ed un Cristo morto sostenuto da due angeli, di
Giacomo Bassano. A destra dello specchio, un magnifico ritrat-
to in costume veneziano, di Paolo Veronese, e s. Carlo Borro-
meo, del Crespi. Sopra la porta, una sacra Famiglia con s. Gi-
rolamo, di Bonifacio Veneziano.
Fra le finestre. — Due ritratti incogniti, di Tintoretto, e Cai-
no nel momento che ha ucciso Abele, del Mola. Dopo la secon-
da finestra, s. Agnese, di Guido; una Madonna, di Sassoferrato;
un Ecce Homo, di Francesco Bassano, ed un ritratto, della ma-
niera dell’ Holbein. Nell’ angolo vicino alla porta: un ritratto a
mani giunte, di Luca da Leyden; un altro ritratto incognito, di
Fernando Navarrette; s. Bernardo, di Giovanni Bellini; l’Angelo
Gabriele e l’ Annunziata, di Guercino.
Viene poi il gran salone co’suoi vestiboli, la cui magnificenza
ricorda l’antica grandezza della illustre famiglia Colonna. Que-
sto salone, o galleria, è lungo 67 met. e 30 c., avendo 11 m. e
33 c. di larghezza non compresivi i vestiboli.
vestibolo che precede il salone. — Parete ov' è l'ingres-
so. — Nel mezzo, uno stupendo scrigno d’ebano riccamente in-
tarsiato di pietre preziose; a sinistra di esso scrigno, un paese,
di Swanevel, ed una veduta della chiesa de’ss. Giovanni e Paolo
di Venezia, opera di Canaletto: a destra, un altro paese di Swa-
nevel; ed un quadro di simile genere, di Cornelio Bruyn, che vi
rappresentò David ed Abigail. Dei due paesi sopra lo scrigno,
quello' con Giuseppe venduto dai fratelli, è di Niocola Royckx,
l’altro colla Maddalena ai piedi del Redentore, è di Matteo Brilli.
I due paesi sulle porte appartengono a Crescenzio di Onofrio, e
gli altri quattro paesi che si osservano su questa parete, sono
condotti a tempera da Gaspare Pussino.
Lati dell' ingresso al salone. — Su questi lati veggonsi cin-
que altri paesi a tempera eseguiti dal detto Pussino, situati tre
a destra, e due a sinistra, e sotto questi ultimi è un hel quadro di
Giov.LeDuc, rappresentante lo spoglio di un campo di battaglia.
Parete delle finestre. — Si osserva nel mezzo un superbo ar-
madio di ebano, adorno di ventotto bassorilievi, eccellentemente
intagliati sull’avorio dai fratelli Francesco e Domenico Stannard,
Digitized by Google
186
Terza Giornata.
tedeschi. Questi bassorilievi sono imitati dalle migliori opere dei
più celebri pittori dei secoli scorsi: il bassorilievo nel centro pre-
senta il famoso giudizio universale di Michelangelo.
Alla sinistra del descritto armadio e nel basso, si scorge, una
veduta dei ruderi del palazzo dei Cesari, di Claudio di Lorena;
la caccia del fagiano, lavorò molto pregevole di.Niccola Ber-
ghem, ed il martirio di s. Stefano, di Franck-Flore. A destra si
osservano tre belli paesi: quello di mezzo, è di Paolo Brilli, quel-
lo a sinistra, del Breughel, il terzo di Wan-Everdingen. che vi
rappresentò la fuga in, Egitto. Il quadro sopra l’armadio, con
Apollo e Dafne, è opera di Niccolo Pussino. I due paesi laterali
sono dell’Orizzonte; al Wouwermans appartengono i due super-
bi quadri che stanno di sotto, esprimenti la caccia del cervo ed
una battaglia, e Gaspare Pussino condusse a tempera i due paesi
sulle finestre.
Parete di prospetto al salone. — A sinistra della finestra, una
marina di Salvator Rosa, ed un paese a tempera di Gaspare Pus-
sino: a destra, in alto, due paesi d’ Orizzonte; in basso, un altro
paese del Pussino, ed un quadro del Cerquozzi, con s. Giovanni
predicante alle turbe del deserto.
salone. — Il primo scompartimento da sinistra , contiene:
una bella Assunta, del Rubens; un quadro con quattro ritratti
della famiglia Peracchini, di Giorgione, o secondo altri, di An-
nibaie Caracci; un s. Girolamo, dello Spagnoletto; il ritratto di
Federico Colonna, di Giusto Subtermans; s. Paolo primo eremi-
ta, di Guercino; la Carità Romana, di Bernardo Strozzi, e Gesù
al limbo, del Bronzino, o più probabilmente eseguito da Mar-
cello Venusti, sul disegno del Bonarruoti.
Nel secondo scompartimento si veggono: un Ecce Homo fra
due angeli, dell’ Albani; Rebecca ed Eleazaro, del Mola; Ada-
mo ed Èva, di Francesco Salviati; D. Carlo Colonna duca di
Marsi, a cavallo, opera del Van-Dyck; il martirio di s. Emeren-
ziana, di Guercino; Agar ed Ismaele, del Mola, ed una famiglia
spaglinola, di Scipione Gaetano. — Prima di visitare l’altro lato,
del salone, osserveremo il successivo
vestibolo. — Parete a sinistra entrando.. — A manca della
finestra ed in basso, un ritratto di Stefano Colonna, di Gabriele
Cagliari; di sopra, un ritratto incognito, del Moroni, e più in
alto, il ritratto di Marcantonio Colonna, il trionfatore, di Sci-
pione Gaetano. — Fra le finestre, di sotto, Venere ed Amore,
di Francesco Salviati; di sopra, Narciso al fonte, di Tintoretto,
ed una figura simboleggiante il Giorno, di Giorgio Vasari. —
Digitized by Googl
Palazzo Colonna.
187
Dopo la porta, una Madonna del Palma vecchio; il ratto delle
Sabine, di Domenico Ghirlandaio, ed il ritratto di Donna Isa-
bella Colonna col suo figlio Lorenzo-Onofrio, eseguito da Pie-
tro Novelli.
Parete a destra. — Nell’angolo vicino alla finestra, una sa-
cra Famiglia con s. Lucia e s. Girolamo, di Tiziano; la pace fra
Romani e Sabini; di Domenico Ghirlandaio, ed il ritratto, di Lu-
crezia Tomacelli-Colonna, stupenda opera del Van-Dyck. —
Fra le porte, in basso, Venere con Amore ed un Satiro, del
Bronzino; di sopra, le tentazioni di s. Antonio, di Luca Cranach;
in alto, una figura simboleggiante la Notte, di Giorgio Vasari. —
Dopo la porta: l’adorazione dello Spirito Santo, di Tintoretto;
un ritratto incognito con un cane, del Moretto da Brescia, ed il
ritratto del card. Pompeo Colonna, di Agostino Caracci.
A lato dell’ ingresso seguono tre ritratti: quello imbasso, ese-
guito dal Giorgione, rappresenta Giacomo Sciarra-Colonna; gli
altri offrono la effìgie, di Francesco Colonna, opera di Francesco
Stali, e quella di s.Pio V, condotta da Scipione Gaetano. —
Dall’opposto lato si osservano altri tre ritratti, tutti di persone
della famiglia Colonna, e sono: il Cardinal Pompeo, dipinto da
Lorenzo Lotto; la celebre poetessa Vittoria Colonna, lavoro di
Muziano; Marcantonio Colonna, pittura di Pietro Novelli. In
mezzo a questo vestibolo si vede ima colonna spirale di rosso
antico, istoriata in bassorilievo, opera del secolo XVI. — Rien-
trando nel salone, osserveremo i quadri che decorano i due
scompartimenti della parete di cui non. fu ancora discorso.
Nel primo scompartimento , si vedono: la cena di Gesù in
casa del Fariseo, di Giacomo Bassano; una caricatura ridente,
di Michelangelo da Caravaggio; un ritratto di Salvatore Rosa,
dipinto da lui stesso, in figura di s. Giovanni Battista; il martirio
di s. Sebastiano, di Simone Cantarmi da Pesaro; un s. Giovanni
Battista, di Salvatore Rosa; due bèlli ritratti sulla medesima
tela, rappresentanti le effìgie di due monaci benedettini, eseguiti
dal Tintoretto; ed un quadro di Niccolò Pussino.
Il secondo scompartimento , ci presenta: un quadro di Niccola
Alunno, in cui rappresentò Maria Vergine in atto di liberare un
fanciullo dal demonio; la Maddalena in gloria, del Lanfranco; un
s. Francesco, del Muziano; le Arti belle, di Alessandro Turchi;
un s. Francesco, di Guido; s. Pietro in carcere, liberato dall’an-
gelo, di Lanfranco, ed il martirio di s. Caterina, di Enea Salme-
zia. — Fra le antiche statue che adornano questo salone, si ren-
de osservabile in ispecie, quella di Venere Anadiomène, posta
accanto all’ ingresso.
Digilized by Coogle
188 Terza Giornata.
La volta del salone, e quelle dei descritti vestiboli furono
dipinte dal Coli e dal Gherardo, lucchesi, soprannotnati i Luc-
chesini. Questi dipinti, quantunque non abbiano un grande me-
rito, tuttavia producono un bell’effetto decorativo. Essi rappre-
sentano, nella più parte, trofei guerreschi ed allegorie, ed il
quadro di mezzo nella volta del salone, ne offre la battaglia di
Lepanto, vinta da Marcantonio Colonna. — Il piano superiore
contiene un appartamento ricco di quadri, in ispecie di paese.
Dalla galleria si passa, senza scendere o salire, ai giardini che
rimangono nel declivio del Quirinale. Ivi si osservano due stu-
pendi frammenti d’un frontespizio in marmo bianco, assai ben
lavorati, attribuiti al tempio del Sole, ma che probabilmente
sono avanzi del Serapeum, o tempio di Serapi che esisteva in
queste vicinanze. Nel giardino stesso sonovi i ruderi d'una gran-
de scala che metteva alle terme di Costantino. — Accanto al
descritto palazzo è la
CHIESA DE’ SS. APOSTOLI.
Si ritiene fosse eretta da Costantino; venne diverse volte ri-
storata, e poscia riedificata da Martino V ; ma sul cominciare del
secolo passato, minacciando ruma, fu essa rifabbricata con ar-
chitetture di Francesco Fontana, salvo il portico che appartiene
a Sisto IV. La facciata superiore fu fatta nel 1827 a spese di D.
Giovanni Torlonia duca di Bracciano, coi disegni del Valadier.
Entro il portico, «a diritta, entrandovi, si vede un antico bassori-
lievo, scoperto nel Foro Traiano, rappresentante un’ aquila che
tiene negli artigli una corona di querce da cui rimane circonda-
ta. Incontro è il monumento sepolcrale, di Giovanni Volpato,
celebre incisore in rame, veneziano, postogli dal rinomato Ca-
nova, che scolpillo di sua mano: consiste in un gran bassorilie-
vo ove è espressa l’ Amicizia, in figura donnesca, piangente in-
nanzi all’ effigie del defonto.
La chiesa è divisa in tre navi da un ordine di pilastri corintii,
sorreggenti la gran volta, in mezzo a cui è dipinto il trionfo del-
l’ ordine di s. Francesco, opera del Baciccio. Le cappelle sono
decorate di marmi e di buoni quadri: quello della prima a destra
è di Niccola La-Piccola. La nuova decorazione della cappella
che segue si deve al banchiere Luigi Chiaveri, morto nel 1857, il
quale attestò scudi 20,000 onde venissero impiegati a tale uso.
I disegni di tanto splendida decorazione furono somministrati
dall’architetto Luigi Gabet, e l’egregio pittore Francesco Co-
Digitized by Google
Chiesa de' ss. Apostoli. 189
ghetti eseguiva il quadro dell’ altare, rappresentandovi T Imma-
colata Concezione alla quale è sacra la cappella stessa. Nei lati
sono due statue in marmo bianco; quella simboleggiante la pu-
rità, di Maria Vergine, è opera del Morani, l’ altra, emblema del-
l’arca d’alleanza, è del Ro versi. La terza cappella, intitolata a
s. Antonio da Padova, ricca di preziosi marmi, ha quattro belle
colonne ai lati dell’ altare, con basi e capitelli in metallo dorato,
e strie simili nelle scanalature: il quadro fu eseguito da Benedet-
to Luti, e le pitture della cupola vennero condotte dal Nasini.
Il quadro dell’ aitar maggiore, rappresentante il martirio dei
ss. apostoli Filippo e Giacomo, è opera di Domenico Muratori.
Ai lati della tribuna sono due sepolcri che meritano d’ essere os-
servati per l’eleganza delle parti e pel buono stile degli ornati:
su quello a destra rimane il sepolcro del card. Riario, eretto con
disegno di Michelangelo; la caduta degli angeli ribelli dipinta
nella volta appartiene all’ Odazzi.
Entrando nell’ altra nave, si osserva sulla porta della sacrestia
il monumento sepolcrale di Clemente XIV, di casa Ganganelli,
moi to nel 1774, lavoro del suddetto Canova: ivi, oltre la statua
sedente del pontefice, scorgonsi quelle della Temperanza e della
Clemenza. La cappella che quivi trovasi, sacra a s. Francesco,
ha un quadro dipinto da Giuseppe Chiari: a diritta è il deposito
di Maria Lucrezia Rospigliosi-Salviati, scolpito dal Ludovisi, ed
a sinistra quello di Donna Carolina Colonna: vien dopo, l’altro
deposito del contestabile Filippo Colonna e della sua consorte,
eseguito dal Pozzi, fiorentino. Nella seguente cappella, fra due
colonne di verde- antico, è un bel quadro, rappresentante s. Giu-
seppe da Copertino, condotto da Giuseppe Cades. La deposizio-
ne di croce, nell’ultima cappella, è di Francesco Manno.
Nel corridoio del convento congiunto a questa chiesa si veg-
gono diversi monumenti, fra’ quali il cenotafio posto alla memo-
ria di Michelangelo, sopra cui vedesi egli rappresentato giacente.
Il Bonarruoti morì sotto questa parrocchia il 17 febbraio 1564,
e per alcun tempo rimase sepolto in questo stesso luogo.
Incontro alla descritta chiesa è il palazzo già Chigi, oggi
Odescalchi, eretto coi disegni di Carlo Mademo e del Bernini, a
cui sp :tta la facciata. Nel portico scorgonsi le statue di Claudio
e di Massimino. — Pigliando la strada a lato della chiesa de' ss.
Apostoli, si giunge subito alla piazza della Pilotta, e di quivi alla
Digitized by Google
190 Terza Giornata.
CHIESA DI S. CUOCE E DI 9. BONAVENTURA
1>EI LUCCHESI.
Sul declinare del secolo XII fu edificata in questo luogo una
chiesina, dedicandola a s. Niccola di Bari; e trovandosi essa pres-
so l’antico Foro Suario, o mercato de’porci, fu detta s. Niccolò
in Porci s, ed anche in Porcilibus. Nel 1575 Gregorio XIII fe-
cela riedificare in più vaste dimensioni, aggiungendovi un chio-
stro; e, dopo essere stata dedicata a s. Bonaventura, concessela
ai padri cappuccini. In seguito, essendo stati questi trasferiti
da Urbano "Vili nel nuovo convento sulla piazza Barberini, lo
stesso papa, nel 1631, concesse questa chiesa ai Lucchesi, che
la dedicarono al ss. Crocefisso ed a s. Bonaventura. I Lucchesi
medesimi, sul principiare dello scorso secolo, la rinnovarono
quasi intieramente coi disegni di Mattia De Bossi, che vi costruì
anche l’attuale facciata. In fine, nel 1863, gli stessi Lucchesi la
rimisero totalmente a nuovo colla direzione dell'architetto Vir-
ginio Vespignani, il quale, dopo avervi apportato le necessarie
modificazioni architettoniche, particolarmente nel presbiterio,
che fu pure abbellito di affreschi, la decorò splendidamente, sullo
stile del secolo XVII, acciocché la nuova decorazione si trovas-
se in armonia col grande lacunare e colle ricche cappelle della
Concezione e della beata Zita.
Questa chiesa ha una sola navata con tre cappelle per parte,
fra le quali sono quattro belle cantorie, due per lato. Essa è de-
corata con un ordine di pilastri corintii arricchiti di ornati messi
a oro, del pari che il magnifico soffitto, fregiato pure di tre qua-
dri, dipinti da Giovanni Coli e Filippo Gherardi, lucchesi. La
prima cappella a destra, sacra alla beata Zita, è veramente ma-
gnifica per la ricchezza degli scelti marmi e delle dorature. Il qua-
dro dell’altare, fiancheggiato da due belle colonne di verde an-
tico, è di Lorenzo Baldi che vi rappresentò la beata nel momen-
to in cui, dando a bere acqua ad un povero la converte in vino.
Questa cappella fu eretta da monsig. Fatinello Fatinelli, luc-
chese, e presso la medesima vedesi il monumento sepolcrale
di lui. Segue la cappella della Concezione, edificata anch’essa
con magnificenza da Frediano Oastagnori di Lucca, con archi-
tettura di Simone Costanzi. Anche l’ altare di questa cappella
ha due rare colonne di verde antico, fra le quali è un quadro
colla Vergine Immacolata, di Biagio Puccini, lucchese. Nei lati
sono due grandi quadri, uno di essi, dipinto da Domenico Mu-
ratori, rappresenta s. Lorenzo Giustiniani che libera un’energu-
Digitìzed by Google
Chiesa di s. Croce e di s. Bonaventura dei Lucchesi. 191
mena; l’altro, opera di Francesco Del Tintone, lucchese, ha per
soggetto s. Frediano vescovo di Lucca, che diverge il corso al
fiume Serchio, segnandogli la via con un rastello, mentre mi-
nacciava inondare la sua città. La terza cappella è dedicata al-
l’Arcangelo Raffaele, dipinto nel quadro dell’altare da Agosti-
no Tofanellj.
Sull’altar maggiore, in fondo al presbiterio, scorgesi una co-
pia del famoso Crocefisso di Lucca, detto il Volto Santo. Nei
lati di questo presbiterio, veggonsi due belli affreschi del eav.
Francesco Grandi. In quello a sinistra rappresentò Seleucio nel
momento in cui svela a Goffredo, vescovo piemontese, il luògo
ove era nascosto l’accennato Crocefisso, scolpito in legno, co-
me è pia tradizione, da s.Nicodemo discepolo di Gesù Cristo.
Nell’altro colorì Giovanni vescovo di Lucca, che, giunto per di-
vin comando al porto di Luni, fa ritirare dalla nave, colà prodi-
giosamente approdata, il suddetto Crocefisso. Al medesimo ar-
tista appartengono i profeti Geremia, Ezechiele, Daniele ed Isaia,
dipinti nei peducci della calotta, come pure gli angeli, i quali,
mentre sostengono alcuni simboli allusivi alla passione del Re-
dentore, adomano i quattro scompartimenti della calotta stessa.
Anche l’abile pennello del pittore Ercole Ruspi contribuì ad
abbellire questo presbiterio, dipingendo negli angoli delle tre
lunette alquanti angeli, i quali, atteggiati con molta grazia e
naturalezza al suono ed al canto, inneggiano al Crocefisso. La
cappella che segue dall’altro lato, ha sull’altare un quadro della
scuola di Domenichino. rappresentante l’ Assunta con s. Fran-
cesco e s. Girolamo. Nella cappella appresso v’è un quadro di
autore incognito, e nell'ultima un Crocefisso scolpito in legno.
Poco lungi da questa chiesa, e precisamente nella via deì-
V Umiltà, a piè del Quirinale, si trova il collegio dei giovani del-
l’America settentrionale, i quali percorrono la via ecclesiastica.
Questo collegio fu fondato dai vescovi di quella regione, ed il
sommo pontefice Pio IX contribuì alle spese di fondazione , ed
all’assegno delle rendite occorrenti al mantenimento degli alun-
ni. In questi contorni esistettero la via delle C omelie, il gran tem-
pio del Sole, eretto da Aureliano, ed il Foro Suario di cui si fe-
ce cenno. .
Digitized by Google
192
ITINERARIO
DI ROMA
QUANTA GIORNATA
DAL QUIRINALE AL MAUSOLEO DI AUGUSTO.
MONTE QUIRINALE.
IN ci più rimoti tempi, questo colle venne chiamato Agpnalitis,
o Agonius, dal nome sabino Agon, collina, perchè aveva parec-
chie prominenze che lo rendevano più degli altri ineguale, ed è
per tal ragione che fu detto anche Collinus e Collis ( la collina )
per eccellenza; tanto ne' tempi antichi però, quanto ne’ moderni
alquante di simili eminenze scomparvero. Il nome di Quirinale
gli derivò probabilmente dal tempio di Quirino, sebbene altri lo
facciano derivare dal popolo di Cures, città sabina. Di presente
è volgarmente chiamato Monte Cavallo a causa dei gruppi d’uo-
mini in atto di domar cavalli, che costituiscono il principale or-
namento della piazza. Esso è stretto, oblungo e ricurvo in guisa
da potersi assomigliare ad un braccio umano: ha 15,700 piedi
romani antichi di circonferenza; e la sua altezza, presa dalla cro-
ce del palazzo pontificio, è di piedi 320 sul livello del mare.
La principal piazza su questo colle chiamasi
PIAZZA DEL QUIRINALE.
Essa è una delle più belle e piacevoli di Poma, e prende il no-
me dal colle su cui si trova, avendo anche l’ altro di Monte Ca-
vallo, a causa, come già si disse, dei due gruppi d’uomini con
cavalli che la decorano. Sì fatti gruppi, di colossali dimensioni,
sono riguardati come capolavori della greca scultura, ma è assai
dubbio chi ne fosse l’autore. Se si dovesse credere alla iscrizione
latina scolpita ne’ piedistalli, bisognerebbe ritenere che uno ap-
partenga a Fidia, l’ altro a Prassitele; ma, sebbene tali iscrizioni
Digitized by Google
Digitized by Google
3S>IE2Li .
Digitìzed by Google
193
Piazza del Quirinale.
non siano affatto moderne, pure non rimontano oltre l’epoca di
Costantino, che decorò le sue terme di questi gruppi. È chiaro
quindi non potersi aver fede in esse, perchè fatte in un secolo
d’ignoranza, e per lo meno settecento anni dopo che le sculture
furono eseguite. Se si vuol congetturare dallo stile, è forza ri-
conoscerle, almeno, come stupende imitazioni delle maravigliose
opere di Fidia, e forse uscite dalla sua scuola. Anche il soggetto
rimane oscuro; ma la più comune e verosimile opinione è, che i
colossi rappresentino Castore e Polluce; e d’altronde non si può
stare in forse che tali opere non abbiano un merito grande, si
per l’ eccellenza delle proporzioni, sì per lo stile grandioso e su-
blime, e sì ancora per la finitezza del lavoro.
Sisto V feceli collocare ove si veggono, traendoli dalle ruine
delle terme di Costantino già esistenti su questo colle. In segui-
to il pontefice Pio VI ordinò che fossero rivolti nel modo in che
stanno, valendosi all’uopo dell’architetto Antinori. Lo stesso
pontefice collocò in mezzo a loro l’obelisco trovato presso il mau-
soleo di Augusto, a cui formava ornamento. Esso è in granito
rosso, e la sua altezza, non compreso il piedistallo, ascende a 14
met. e 45 centimetri. Pio VII volle maggiormente arricchire la
decorazione di questa piazza, facendovi trasportare, dal Foro
Romano, la gran tazza di granito bigio orientale, avente 24 met.
e 36 cent, di circonferenza, per farne la ricca fontana che quivi
osservasi. Finalmente nel 1866, per ordine del pontefice Pio IX,
la gran salita incontro ponente, per la quale si perviene alla piaz-
za di cui si parla, venne ridotta più agevole e più comoda. I la-
vori furono diretti dall’architetto Vespignani il quale, tagliando
il monte dal lato di ponente, terminò la salita, di fronte, con
una spaziosa gradinata per i pedoni e, da un lato, la prosegui
carrozzabile sino alla spianata del colle. Inoltre, questo lato del-
la piazza, che ha di faccia la svariata prospettiva del Vaticano,
fra i colli Gianicolensi ed il monte Mario, venne cinto con una
balaustrata in travertini, la quale corona le sottostanti sostru-
zioni, decorate di nicchie con antiche statue. — L’edifizio che
principalmente domina su questa piazza è l’immenso
PALAZZO PAPALE.
Sul colle Quirinale, il più ameno luogo di Roma, Gregorio
Xm eresse, circa il 1574, questo imponente palazzo, sui ruderi
delle terme di Costantino, dandone il disegno Flaminio Ponzio:
Sisto V continuollo con architetture di Ottavio Mascherila e di
9
Digitized by Google
194 Quarta Giornata.
Domenico Fontana. Carlo Mademo, cosi ordinando Paolo V, lo
ampliò; il giardino vi fu aggiunto da Urbano Vili e da Ales-
sandro VII; ed i pontefici Innocenzo X, Clemente XII e Cle-
mente Xm, aggiunsero all’edifizio il palazzo, detto della fami-
glia, coi disegni del Bernini e del Fuga; Pio VII in fine fecevi
eseguire copiosi abbellimenti.
Il vasto cortile, lungo 97 met. e 42 c., largo 53 met. e 10 c.,
è circondato per tre lati da portici sorretti da 44 pilastri, ed il
quarto lato, ossia il fondo del cortile, offre un prospetto d’ordi-
ne ionico, che riman compiuto da un orologio, ove si osserva
un quadro colla Madonna, eseguito in musaico sull’ originale di
Carlo Maratta.
Sotto uno dei detti portici si trova una scala a due branche, e
sul primo ripiano di essa si vede l’Ascensione, pittura di Meloz-
zo da Forlì, esistente già nella chiesa de’ ss. Apostoli. Il branco
destro della scala conduce al salone che ha nome di sala reale,
luogo vastissimo decorato d’ un pavimento di marmi differenti,
d’un soffitto ricco d’ornati messi a oro, e di un fregio colorito
dal Lanfranco e dal Saraceni, i quali vi espressero parecchie sto-
rie dell'antico e del nuovo testamento. Sopra la porta per la qua-
le dal menzionato salone si ha ingresso nella cappella1 Paolina,
scorgesi un bassorilievo in marmo rappresentante Gesù che la-
va i piedi agli apostoli, scultura di Taddeo Landini.
La cappella ha la medesima forma e grandezza della Sistina
al Vaticano, e le fu dato il nome di Paolina, perchè eretta da
Paolo V: l’architettura è di Carlo Maderno, mal'Algardi som-
ministrò i disegni per gli stucchi della volta. Pio VII fecevi di-
pingere di chiaroscuro i dodici apostoli, ordinando che venissero
copiati da quelli eseguiti sui cartoni di Raffaello nella chiesa dei
ss. Vincenzo ed Anastasio alle Tre Fontane; e di più volle che
venisse costruito il pronao, che separa il santuario decorandolo
con otto colonne di porta santa.
A diritta si ha ingresso negli appartamenti nobili, nelle cui pri-
me cinque camere sono alquanti affreschi di autori diversi, fra i
quali taluni di Pasquale Cati, vedendosi inoltre nella quarta ca-
mera l’ultima cena condotta dal Lanfranco.
Quivi presso trovavasi in altri tempi una vasta galleria, la qua-
le, durante la deportazione del pontefice Pio VII, venne divjsa
in tre sale, conforme vedesi al presente, ed appartengono a que-
sta medesima epoca gli stipiti di granito che adornano le porte,
le loro imposte in legni di America, e gli stupendi caminetti:
nel tempo stesso le pareti ed i soffitti furono dipinti a chiaroscu-
Digitized by Google
Palazzo Papale. 195
ro, con dorature, conservando però gli antichi affreschi ed ag-
gtungendovene de’ nuovi; quindi nella seconda sala Luigi Agri-
cola rappresentava Orazio al ponte, eM.r Ingres coloriva Ro-
molo trionfatore di Acrone; oltre di che vi fu pure collocata una
pittura in tela del Madras, spagnuolo, esprimente il combatti-
mento di Achille ed Ettore pel corpo di Patroclo. La terza sala
poi venne arricchita con un dipinto dell’ Appiani, in cui figurò
Traiano che riceve dal ricordato Apollodoro, di Damasco, il dise-
gno della famosa basilica Ulpia.
Traversando parecchie altre sale si giunge in quella ove sono
raccolti alquanti quadri, fra’quali meritano maggior attenzione:
Saul le e David, di Guercino; un s. Girolamo, dello Spagnoletto;
una marina, del Passano; un Ecce Homo, di Domenichino; il
martirio di s. Caterina, di Annibaie Caracci; una bella Madon-
na, di Guido; un s. Francesco nel deserto, dèi suddetto Caracci;
la nascita della Madonna, di Pietro da Cortona; un s. Giovanni,
di Giulio Romano, e due mezze figure, di autore incognito.
Di qui si entra in una bella cappella dipinta a fresco da Guido
Reni, che vi rappresentò alcuni fatti della vita di Maria Vergi-
ne, ed il quadro dell’altare, espressavi l’ Annunziata, è un’ opera
sorprendente dello stesso Guido.
Le sale successive ebbero anch’esse degli abbellimenti all’e-
poca surricordata, e quindi veggonsi ornate con eccellenti la-
vori in pittura e scultura di artisti moderni. Fra le opere in Scul-
tura si distinguono due fregi con bassorilievi eseguiti in gesso,
uno del Finelli, in cui espresse il trionfo di Traiano, poscia con-
vertito a rappresentare il trionfo di Costantino; l’altro del Thor-
waldsen, esprimente l’ingresso trionfale di Alessandro il Mace-
done in Babilonia. Fra le pitture dei soffitti voglionsi osservare
quella del Palagi, in cui figurò Cesare in atto di dettare i suoi
commentare in quattro diverse lingue ed altrettanti amanuensi,
e l’altra, di Andrea Corsi, relativa all’imperatore Traiano.
Finalmente in una delle ultime sale si osservano i seguenti
quadri: un s. Sebastiano, di Paolo Veronese; un s. Luigi, di Gior-
gione; una Sibilla attribuita al Garofalo: l’adorazione de’Magi,
di Guercino; un s. Bernardo, di frà Sebastiano Del Piombo; i ss.
Pietro e Paolo, di frà Bartolommeo da s. Marco; la morte di s. Ce-
cilia, del cav. Vanni; un s. Eustacchio, di Annibaie Caracci, e
Gesù disputante coi dottori, del Caravaggio.
Il giardino di questo palazzo ha un miglio di giro, ed è ornato
di statue, di fontane, e d’altri oggetti piacevoli: spaziosi ne so-
no i viali, ed i luoghi di passeggio sono ombreggiati da spessi
9*
Google
196 Quarta Giornata.
alberi, che li rendono deliziosi. Nel centro elevasi un grazioso
coffee-house, architettato dal Fuga, e decorato con pitture di
Francesco Orizzonte, di Pompeo Battoni, di Gian Paolo Panni-
ni, e di Agostino Masucci.
Uscendo dal descritto palazzo si ha sulla sinistra quello della
Consulta (N.° 63). Clemente XII fece erigere questa gran fab-
brica coi disegni del Fuga per collocarvi il Tribunale della Con-
sulta, da cui appunto l’edifizio tolse la sua denominazione.
Segue poi sulla stessa piazza del Quirinale, preceduto da un
immenso cortile, il
PALAZZO ROSPIGLIOSI (N.* 65).
Il Cardinal Scipione Borghese fecelo erigere, valendosi dei
disegni di Flaminio Ponzio; e anch’esso sorge maestoso sulle
ruine delle terme di Costantino. In seguito appartenne al card.
Bentivoglio, poscia alla famiglia Mazzarini che ampliollo col-
l’opera di Carlo Maderno, e da ultimo venne in proprietà della
casa Rospigliosi.
Entrando nella loggia coperta 'del giardino, il quale, al pari
del primo piano del palazzo, appartiene al principe Palla vicini,
si ammira nella volta del salone la celebrata Aurora di Guido
Reni, grande pittura a fresco in cui si vede Apollo assiso sul suo
carro tratto da quattro cavalli di fronte, e circondato da sette
leggiadre ninfe, le quali, abbencliè non formino il completo nu-
mero, probabilmente rappresentano le ore del giorno; il carro è
preceduto dall’Aurora spargente fiori, e vola innanzi a questa
un putto con in mano una face ardente, simboleggiando Luci-
fero, ossia la stella del mattino. E questa un’opera riguardata
universalmente come una delle migliori pitture a fresco che esi-
stano, ove, oltre alla perfezione del disegno e del colorito, si
scorge anche nobile e bella composizione, e figure di maravi-
gliosa avvenenza. Anche il fregio di questa sala va adorno di
belle pitture. Antonio Tempesta vi colorì due cavalcate, rappre-
sentanti il trionfo di Amore, ed una pompa trionfale della virtù;
Paolo Brilli vi dipinse quattro paesi, relativi alle quattro stagioni.
Questo salone racchiude pure antiche sculture, ed alquanti
quadri, de’ quali indicheremo i più pregevoli. Fra quelli collo-
cati sulla parete a sinistra, osserveremo: ima sacra Famiglia, di
Simone da Pesaro; una bambocciata, del Cerquozzi; una mari-
na, del Manglard, ed una graziosa mezza figura di s. Giovanni
Evangelista, della scuola di Leonardo da Vinci. — Sulla parete
Digitized by Google
Palarlo Rospigliosi. 191
che segue, scorgesi, a destra della prima finestra, un bel quadro,
dello Scliidone, in cui dipinse, in mezze figure, due fanciulli che
si abbracciano; e nei lati delle susseguenti finestre sono rimar-
chevoli, s. Filippo Neri, di Guido Reni (1); una Pietà, del Procac-
cini; s. Gregorio, di Carlo Maratta; una bella Madonna, di Sas-
soferrato, ed una bella mezza figura, rappresentante la Vanità,
da taluni attribuita al Tiziano, da altri al Padovanino. — Sulla
parete a destra, scorgesi subito una Madonna col Bambino, pit-
tura molto danneggiata dai ristauri e che credesi di Leonardo
da Vinci. Dipoi seguono: un bel ritratto, dipinto dal Van-Dyck;
una marina del Manglard, ed un bellissimo quadretto del Tre-
visani, rappresentante Gesù morto sostenuto da alquanti angeli.
Nel mezzo della sala è un bel cavallo in bronzo di antico lavoro,
ed all’ intorno si osservano, le statue di Minerva e di Diana, e
quattro busti in marmo colorato, colla testa in marmo bianco.
Nella sala a destra meritano sopratutto la nostra attenzione
due grandi quadri, rappresentanti: Adamo ed Èva nel paradiso
terrestre, di Domenichino, e Sansone che fa crollare il tempio,
opera di Ludovico Caracci. — Superiormente alla porta d’ in-
gresso si deve osservare un bel quadro della scuola de’ Caracci,
dipintovi Lot colle sue figlie, e tra le finestre è una tela di Lo-
renzo Lotti, in cui figurano Venere e Diana. — Fra i quadri
collocati sulla parete incontro, si distinguono, nel mezzo, due
quadretti fiamminghi: Diana ed Endimione, dell’ Albani, e s. Bar-
tolommeo, dello Spagnoletto; nell’angolo a sinistra, l’adora-
zione de’ Magi, dello Scarsellino, e nell’angolo a destra, una sa-
cra Famiglia, di Luca Signorelli.
Tornando nel salone dell’Aurora, ed entrando nell’altra sala
in fondo, si ha Bubito di prospetto un gran quadro di Domeni-
chino, rappresentante David vincitore di Golia. A lato di que-
sto quadro veggonsi: una Madonna, del Barocci, ed un quadret-
tino dello Schidone, in cui dipinse mirabilmente la sacra Fami-
glia. Fra gli altri quadri contenuti in questa sala si contano
tredici mezze figure del RubenB, cioè: Cristo coi dodici apostoli.
Sei di questi sono ai lati del gran quadro di Domenichino, gli
altri sei veggonsi nella parete incontro, tre per parte ad un qua-
dro di Guido Reni, rappresentatavi Andromeda, che, esposta al
mostro marino, viene liberata da Perseo. Disotto a questo qua-
(1) I frammenti di antiche pittare sul muro, custoditi entro cornici, tanto in
questo salone quanto nella sala a sinistra, provengono dalle terme Costantiniane,
sulle quali trovasi edificato il palazzo in cui siamo.
Digitized by Google
198 Quarta Giornata.
dro, si osservano, compresi in una sola cornice, i ritratti di An-
drea Saechi e di Niccolò Pussino, dipinti da loro stessi, con in
mezzo un amorino colorito da Rubens. — Sulla porta d’ ingres-
so, è una Pietà di Annibale Caracci, e nell’angolo sono collo-
cati: una deposizione di croce, copiata da quella di Rubens,
esistente in Anversa; una testo di studio, di Guido; Poppea, se-
conda moglie di Nerone, di scuola fiorentina, ed un ritratto di-
pinto da Baciceio. — Tra le finestre è un quadro in cui Giacomo
Palma rappresentò Èva in atto di Sfiorire ad Adamo il pomo
vietato. — Sulla parete incontro, si osservano: nel mezzo, il
Cristo del Rubens, già sopra indicato, Gesù che porto la croce,
di Daniele da Volterra, ed i due amanti, del Giorgione; nell’an-
golo a sinistra, un paese con animali, del Wouwermans, ed un
ritratto di donna del cav. Luti; nell’angolo a destra, un paese
di Salvator Rosa, ed un ritratto di donna, di Annibale Caracci.
I due busti antichi rappresentano Seneca e Settimio Severo.
L’appartamento del secondo piano, che appartiene al princi-
pe Rospigliosi come quello a pianterreno, si compone di parec-
chie camere contenenti una ricca raccolta di quadri, per vedere
i quali v’ è bisogno d’uno speciale permesso. — Quasi incontro
al descritto palazzo è la
CHIESA DI S. SILVESTRO.
»
Essa fu posseduto dai pp. teatini, che la posero nello stato at-
tuale sotto il pontificato di Gregorio XIII; e nel 1770 venne con-
cessa ai pp. missionari della congregazioue di s. Vincenzo di
Paoli, che vi stabilirono il loro noviziato. L’interno di questo
chiesa è a croce latina e vi si osservano pitture di rinomati arti-
sti. Il quadro della prima cappella a destra è di Avanzino Nucci;
il dipinto dell’altra che vicn dopo è un bel lavoro di Giacomo
Palma, veneziano. L’ Assunto nella cappella a sinistra della cro-
cera, fu eseguito da Scipione Gaetano. I quattro tondi nei petti
della cupola sono opere assai stimate di Domenicliino e rappre-
sentano: Davidde che balla innanzi all’arca; Giuditta che mo-
stra al popolo di Betulia il reciso capo di Oloferne: Ester svenuto
al cospetto di Assuero, e la regina Saba seduto in trono a lato
a Salomone. Nella cappella medesima si veggono due statue
dell’Algardi, rappresentanti s. Giovanni Evangelista, e s. Maria
Maddalena, e di più sonovi altre sculture di artefici diversi. Nel-
la seguente cappella il Venuti condusse il quadro dell’ altere, e
Raffaellino da Reggio colorì la volto e le pareti laterali. Il qua-
Digitized by Google
Villa Aldobr andini.
199
dro della penultima cappella, rappresentatavi la Madonna con
alcuni santi, è lavoro dell’ Albertinelli; gli affreschi nei lati, sono
di Maturino e di Polidoro da Caravaggio, e quelli della volta
spettano al cav. di A r pino.
Lungo la piccola strada di faccia alla descritta chiesa, si tro-
va l’ ingresso della villa Aldobrandini, decorata di parecchie star
tue e di altri monumenti antichi, e vi si veggono gli avanzi che
si dicono dei bagni di Agrippina, ma che sono al certo fuor
de’ limiti della quinta regione antica, ove tali bagni esistevano.
Le suddette rovine si estendono fin sotto la chiesa dei ss. Do-
menico e Sisto. — T'ornando sulla via del Quirinale, e discen-
dendo più verso il piano, si trova quasi in prospetto, da mano
diritta la
COIESA DI S. CATERINA DA SIENA.
Fu questa eretta circa il 1563 con architetture di Giambatti-
sta Soria. L’interno è magnifico, essendo ricoperto di scelti
marmi, e decorato di pilastri corintii; ma i quadri sono assai me-
diocri lavori.
Nel cortile del monistero congiunto ad essa chiesa sorge una
torre altissima murata in mattoni, detta la Torre delle Milizie,
fatta erigere circa il 1210 da Pandolfo di Suburra, senatore di
Roma; di modo che tutti i racconti che intorno ad essa si fanno
dicendo, che venisse innalzata da Augusto o da Traiano, come
pure la favola che narra, come Nerone da questa torre guardas-
se l’incendio di Roma, sono prette invenzioni del medio evo.
Uscendo, vedesi a diritta la
CHIESA E MONISTERO DE' SS. DOMENICO E SISTO.
S. Pio V edificò l’una e l’altro per le monache domenicane,
le quali ampliarono il monistero, e sotto Urbano Vili rifabbri-
carono la chiesa coi disegni di Vincenzo Della Greca, che ne
decorò il prospetto con pilastri corintii e compositi. Si ascende
.alla chiesa per mezzo di una scala a due rampe. Nell’interno, la
prima cappella a destra, eretta con disegno del Bernini, contiene
un gruppo scolpito dal Raggi, rappresentante Gesù e la Mad-
dalena; il quadro colla Madonna del rosario, nella cappella in-
contro, è opera del Romanelli, e la volta della chiesa fu dipinta
dal Canuti.
Andando lungo la via che corre fra il muro di recinto della
villa Aldobrandini e la descritta chiesa, trovasi a sinistra quella
Digitized by Google
200 Quarta, Giornata.
di s. Agata, ed a diritta l’altra di san Bernardino da Siena, am-
bedue poste nel declivio del Quirinale, e quindi bì perviene scen-
dendo, alla via de’ Serpenti, che rimane nella valle da cui vien
separato il Quirinale dal Viminale, detta anticamente Valli»
Quirinali», a causa del celebre tempio dedicato a Romolo, sot-
to il nome di Quirino. Sì fatto tempio ergevasi sul declivio del
colle, che poscia pigliò il nome di Quirinale. Da questo lato sa-
livasi al tempio per mezzo di una magnifica scala di marmo
bianco. — Dalla via Magnanapoli che discendemmo, andando
a sinistra della via de’ Serpenti, si trova in fondo di essa quella
detta di ». Vitale , ove è la
CHIESA III 8. VITALE.
Antichissima n’è la fondazione, rimontando fino ai tempi d’In-
nocenzo I nel 416. Venne essa consacrata ai ss. Vitale e suoi fi-
gli Gervasio e Protasio, ambidue martiri, e fu più volte ristora-
ta, ma senza alcuna decorazione. In seguito però, essendo stata
concessa ai padri gesuiti, fu da essi splendidamente risarcita nel
1859, avendovi pure contribuito di suo peculio il pontefice Pio
IX. — Incontro a questa chiesa veggonsi considerevoli avanzi
di antiche sostruzioni sostenenti il pendio settentrionale del
COLLE VIMINALE.
Si fa derivare l'etimologia del nome di questo colle dai vimi-
ni o salici che lo ingombravano, conforme ce ne fa fede Giove-
nale. Esso ha 6600 piedi romani antichi di circonferenza, e la sua
forma può esser paragonata ad una lingua che abbia le sue ra-
dici cornimi col Quirinale e coll’Esquilino. Sulla sua vetta tro-
vasi la chiesa di s. Lorenzo in Paneperna, ed il palazzo Cimar-
r« (N.° 202). — La via di s. Vitale mette capo a quella delle
Quattro Fontane, e volgendo a diritta s’incontra la
CHIESA DI 8. PAOLO PRIMO EREMITA.
Questa chiesa fu eretta verso il 1765 coi disegni di Clemente
Orlandi. Il s. Stefano, re di Ungheria, rappresentato nel quadro
del primo altare a diritta, è del cav. Concioli. La statua di s.
Paolo sull’altar maggiore fu scolpita da Andrea Bergondi, e
l'Angelo Custode sull'altro altare è opera del Borgognone.
Digitized by Google
Chiesa di s. Dionisio.
201
Tornando indietro si trova quasi subito, a destra, la spaziosa
strada aperta nel 1863, che va a sboccare sulla gran piana di
Termini. Lasciando però questa nuova strada e risalendo verso
la sommità del Quirinale , s’incontra a sinistra la
CHIESA DI S. DIONISIO.
Tanto essa quanto il monistero annessole furono fabbricati
nel 1619 dai religiosi francesi, trinitarii del riscatto, e ristaurati
per intiero nel 1815. Il monistero è attualmente tenuto da mo-
nache francesi, dette le apostoline di s. Basilio, di cui seguono
la regola, le quali si occupano della educazione delle fanciulle.
Quantunque la chiesa sia molto semplice, pure merita d’essere
osservata per l’elegante architettura e per le pitture che la de-
corano. Il quadro sul primo altare a diritta è diM.r Dasi, e quel-
lo a lato coi santi Dionisio e Luigi, appartiene a M.r Le Brun. Il
quadro della Concezione suU’altar maggiore ed i laterali sono di
Carlo Cesi. Sull’altare a sinistra si venera un’immagine mira-
colosa della Madonna, appartenuta a s. Gregorio Magno.
Continuando a sabre verso la vetta del Quirinale si giunge al
quadrivio delle Quattro Fontane, formato dall’intersecazione
della strada, detta pure delle Quattro Fontane, con quella che
dalla piazza di Montecavallo conduce alla Porta Pia. Il qua-
drivio appellasi delle Quattro Fontane a causa delle fonti ch’ivi
esistono nei quattro angoli. Da questo luogo si ha la veduta de-
gb obelischi di s. Maria Maggiore, di Montecavallo, e della Tri-
nità de’ Monti.
In uno degli angoli di questo quadrivio è il gran palazzo già
Albani (N.° 44). Questo palazzo fu comperato, nel 1858, dalla
regina vedova di Spagna, Maria Cristina, che lo ristaurò ed
ampliò per farne la sua dimora; ma oggi appartiene al principe
Filippo Del Drago, genero di lei. — Nell’angolo opposto è la
CHIESA DI S. CARLO.
Fu eretta nel 1640 coi disegni del Borromini, il quale, col suo
non comune ingegno, seppe costruirla, insieme all’annesso con-
vento, in un’area eguale a quella occupata da uno de’ piloni che
sostengono la cupola di s. Pietro in Vaticano. Il prospetto è
decorato da due ordini di colonne, e da sedici colonne è soste-
nuto l’interno del tempio. Il cortile del convento merita osser-
vazione, perchè ad onta della sua piccolezza ha due portici l’un
9**
Digitized by Google
202 Quarta Giornata.
sull’altro, sorretti cta24 colonne. — A lato di questa chiesa ri-
mane quella dei ss. Gioacchino ed Anna, e poco dopo segue la
CHIESA DI 8. ANDREA.
Il principe D. Camillo Pamphily, nipote d’Innoceuzo X, fecola
edificare nel 1678, con architetture del Bernini, pel noviziato de’
pp. gesuiti. La facciata è abbellita con un ordine corintio, e con
un portichetto semicircolare sorretto da due colonne ioniche.
L’interno del tempio è di forma ovale ricoperto di bei marmi, e
decorato di pilastri, di quattro colonne corintie e di buone pit-
ture. Nella prima cappella a destra, sacra a s. Francesco Save-
rio, sono tre belli quadri del Baciccio, e la volta fu dipinta da
Filippo Bracci. Nella seconda cappella veggonsi tre buoni di-
pinti di Giacinto Brandi , e le pitture della volta spettano al
ricordato Brac i. Il quadro dell’altar maggiore, colla crocefis-
sione di s. Andrea apostolo, è opera di Guglielmo Courtoys,
fratello del celebre Borgognone.
Dopo l’altar maggiore si trova un andito ove osservasi il mo-
desto monumento sepolcrale eretto a Carlo Emmanuele IV re
di Sardegna il quale, abdicato il regno nel 1802, si ritirò in
Roma consacrandosi interamente ad esercizi di pietà. Nel 1815
abbracciò l’istituto della compagnia di Gesù con voti Semplici,
e vi morì nel 1819. Questo sepolcro è opera del Festa, scultore
piemontese. La seguente cappella, adorna di preziosi marmi,
è dedicata a s. Stanislao Kostka, il cui corpo si conserva
sotto l’ altare in Un’ urna ricca di lapislazzuli e di metalli do-
rati. Il quadro di quest’altare, rappresentante il santo, è una
bell'opera di Carlo M (tratta; i due nei lati sono del Piazzanti, e
la volta fu colorita da Giovanni Odazzi. Sull’altare dell’ultima
cappella si vede un quadro con Maria Vergine del detto Mezzan-
ti: gli affreschi della volta appartengono a Giuseppe Chiari, ed i
quadri laterali spettano a Ludovico Antonio David, da Lugano.
Nell’annessa casa de’ pp. gesuiti si può vedere la camera di s.
Stanislao, mutata in cappella e dipinta dal Chiari. Ivi scorgesi
una statua rappresentante quel santo gesuita moribondo, scol-
pita da M.r Le Gros, èd avente la testa, le mani ed i piedi in
marmo bianco, l’abito in marmo nero, e le materasse ed i guan-
ciali di pietra gialla. In questo lavoro, ammirabile per l’espres-
sione, lo scultore imitò cosi bene anche la verità degli oggetti,
che entrando nel luogo si ha la penosa sensazione che si suol
avere alla vista d’un moribondo. — Tornando al quadrivio delle
Digitized by Google
Chiesa di s. Bernardo. 203
Quattro Fontane, e seguendola strada di Porta Pia. avanti di
pervenire alla fontana chiamata di Termini, si trova a destra la
CHIESA DI S. BERNARDO.
La contessa Caterina Sforza, nel 1598, fece ridurre a chiesa
uno dei due edifizi rotondi, situati già agli angoli meridionali
del recinto delle terme Diocleziane, e che si crede fossero sale
destinate pe’ bagni tiepidi e caldi, detti Tepidario e Calidario.
Questa chiesa, essendo assai danneggiata dal tempo, fu fatta
per intero ristorare dal pontefice Pio IX. Essa è decorata con
otto statue in istucco, modellate dal Mariani e dal Moclii, come
pure di due quadri sugli altari, uno dell’Odazzi, l’altro del Bo-
natti. A.sinistra è rimarchevole il bel monumento sepolcrale, e-
retto nel 1857 all’insigne scultore di Luni, Carlo Lineili, morto
nel 1853; opera dell’egregio statuario Binaldo Rinaldi. In que-
sto monumento, oltre la statua del defunto, ve ne sono altre
due, la Religione, cioè, e la Scultura che piange la perdita di
così eccellente artefice: nello zoccolo su cui posa l’urna, è e-
spresso in bassorilievo l’atto generoso del Fintili, il quale lasciò
una rendita perpetua, perchè servisse ad agevolare, a sei gio-
vani del suo paese, lo studio di quell’arte in cui egli tanto 6Ì di-
stinse. Gli altri bassorilievi introdotti in varie parti del monu-
mento servono a ricordare le migliori opere del grande artefice.
Incontro alla descritta chiesa rimane quella di s. Susanna, os-
servabile solo per la sua facciata, la quale venne eretta coi di-
segni di Carlo Maderno. — Sulla piana di Termini si trova la
FONTANA DELL'ACQUA FELICE,
DETTA DI TERMINI.
Venne essa eretta da Sisto V ed è una delle più imponenti di
Roma; e fu detta dell 'acqua Felice dal nome di esso pontefice,
poiché chiamossi Felice prima di esser papa. Fu pure egli che
condussene in città l’acqua dal colle delle Pantanelle, presso la
Colonna, villaggio a 15 miglia da Roma. Anticamente l’acqua
stessa chiamossi Alessandrina, perchè Alessandro Severo la
•portò alle sue terme poste vicino al Pantheon. La fontana di cui
si parla fu costruita, tutta in travertini, con architetture di Do-
menico Fontana, e si compone di tre grandi nicchie arcuate col-
l’ornamento di quattro colonne ioniche di differenti marmi. Nel-
la nicchia di mezzo è collocata la statua colossale di Mosè in
Digitized by Google
204 Quarta Giornata.
atto di fare isgorgare acqua dalla rupe, scultura di Prospero da
Brescia; e nelle nicchie laterali si osservano due bassorilievi, u-
no de’ quali, lavoro di Giambattista Della Porta, esprime Aron-
ne che conduce il popolo ebreo a dissetarsi alle acque prodigio-
se, l’altro, eseguito da Flaminio Vacca, rappresenta Gedeone, il
quale, volendo far passare un fiume agl’Isdraeliti, sceglie alcu-
ni soldati per esperimentame il guado. L’acqua sgorgain copia
da tre aperture e cade in altrettanti bacini in marmo, ai lati de’
quali sono quattro leoni di bardiglio gittanti acqua, copiati da
quelli egiziani di granito, che di qui vennero tolti, per ordine di
Gregorio XVI, e portati nel museo egizio al Vaticano. — La
gran piazza di Termini pigliò il nome dalle antiche
TERME OI DIOCLEZIANO.
Esse terme, fabbricate dagl’imperatori Diocleziano e Massi-
miano, e dedicate dai loro successori Galerio e Costanzo, erano
quelle capaci di contenere maggior numero di persone di tutte
le altre di Roma, giacché Olimpiodoro calcola ch’ivi potessero
bagnarsi ad un tempo oltre 3200 persone. Per formarsi un’idea
dell’ ampiezza di queste terme basterà sapere, che il circuito di
esse comprendeva l’intero spazio ricorrente fra la chiesa di s.
Bernardo e quella di s. Maria degli Angeli, compresavi l’area
delle medesime, e lo spazio delle due vaste piazze, assieme a
quello che in oggi è occupato da una porzione della villa Mas-
simi, prima Negroni, dai vasti magazzini, già annonarii, da al-
quante case e da parecchi orti esistenti ne’ dintorni; per cui,
stando alle misure del Desgodets, architetto parigino, avevano
1372 metri di circuito.
Queste vastissime terme erano di forma quadrata, ed in ogni
angolo, dal lato sud-ovest, esisteva una sala circolare, tuttora
in essere; una, cioè, vicino all’ingresso della villa Massimi, mu-
tata in granaio da Clemente XI, e. l’altra che costituisce la chie-
sa di s. Bernardo, rispondente in linea retta alla prima: tali e-
difizi servivano, come si disse sopra, ad uso di bagni. Le terme
in discorso comprendevano belli portici, cortili e sale magnifi-
che, trovandovisi anche dei boschetti e dei viali deliziosi per
passeggiare; vi erano sqpole di scienze e di esercizi ginnastici)
del pari che in tutti gli altri bagni pubblici. Diocleziano fecevi
trasportare la famosa biblioteca Ulpia togliendola dal Foro Tra-
iano; ed ivi si aveva eziandio un’ampia e superba sala, di quelle
dette Pinacotheca, ma che con maggior esattezza potrebbero
Digitized by Google
Chiesa di s. Maria degli Angeli. 205
chiamarsi, secondo Vitruvio, Scholce labri, cioè sale di tratte-
nimento o di riposo. Di tale amplissima sala venne formata la
CHIESA DI S. MARIA DEGLI ANGELI.
Pio IY, volendo ridurre ad uso sacro la principal sala dei ba-
gni di Diocleziano, perfettamente conservata, diedene il carico
al celebre Bonarruoti, che formonne una chiesa a croce greca,
la quale vuoisi riguardare come una delle più stupende di Ro-
ma. A scansare l’umidità, lo stesso Bonarruoti rinnovò il pavi-
mento, facendolo quasi 2 metri al di sopra dell’antico, di guisa
che le basi ed una parte delle otto colonne di granito rimasero
interrate, per cui le basi che ora si veggono non sono che ad-
dossate alle colonne stesse. Il Yanvitelh nel 1740 ridusse la
chiesa nello stato attuale, collocando l’altare del beato Niccola
Albergati nel luogo ove prima era la porta maggiore del san-
tuario, e la porta laterale che fu conservata, divenne il princi-
pale ingresso. Il medesimo Van vitelli mutò in aitar maggiore
quello della Madonna; e siccome la navata in cui per l’innanzi
era la porta maggiore aveva otto colonne di granito, cosi, per
rendere a quella conforme la nuova navata, vi aggiunse otto
colonne in mattoni intonacate di stucco colorito a guisa di gra-
nito, le quali hanno somiglianza colle altre.
S’ entra in questa maravigliosa chiesa per .un vestibolo circo-
lare, ch’era una delle sale ad uso di bagni pari in grandezza a
quella mutata in chiesa di s. Bernardo. Nel suddetto vestibolo
sono due cappelle, in una delle quali si osserva un quadro col
Kedentore e la Maddalena, eseguito da EnricoFiammingo;’nel-
l’altra si vede un Crocefisso con s. Girolamo, dipinto da uno
scolare di Daniele da Volterra. Lateralmente all’altare di questa
cappella sono collocati due angeli in gesso, simboleggianti la
pace e la giustizia divina. I modelli di essi si devono all’artista
alemanno Ferdinando Pettrich. Ivi si scorgono pure i sepolcri
di Carlo Maratta e di Salvator Rosa, celebri pittori del secolo
XVII, e quelli dei cardinali Pietro-Paolo Parisio e Francesco
Alciati. In quello del card. Parisio si leggono i seguenti versi:
Corpus humo tegitur — Fama per ora volat — Spiritus astra
tenet: nell’altro , del card. Alciati, è questa osservabile epigra-
fe: Virtute vixit — Memoria vivit — Gloria rinet. Progre-
dendo verso la gran nave si scorge, a destra, la bellissima sta-
tua di s. Bruno, scolpita dall’Haudon; e la cappella che vien
dopo è sacra ad esso santo ; la cappella incontro contiene un
Digitized by Google
206 Quarta Giornata.
quadro del Muziano, in cui rappresentò il Salvatore che dà le
chiavi a s. Pietro.
Si passa quindi nella nave trasversale della chiesa, la quale
anticamente costituiva la gran sala delle terme, detta Pinaco-
theca. Allorquando si entra in essa, se ne scorge tutta la ma-
gnificenza, rimanendo anche maravigliati delle otto grandi co-
lonne che la decorano, le quali sono di un sol masso di granito
rosso aventi 5 metri vantaggiati di circonferenza, e 14 metri e
mezzo di altezza compresavi la base ed il capitello. La lunghez-
za della chiesa, dall’ingresso al fondo della tribuna, è di met.
108, mentre la nave traversa ne ha 99 in lungo, 23 e mezzo in
largo, e 21 in altezza. Per ornare cosi gran tempio in modo con-
venevole Benedetto XIV vi fece trasportare parecchi quadri o-
riginali della basilica V aticana, ove ne vennero sostituite le co-
pie in musaico. Il primo quadro, da mano destra entrando nella
chiesa, è di Niccola Kicciolini e rappresenta la crocefissione di
s. Pietro; quello appresso, esprimente la caduta di Simon Mago,
è una copia eseguita dal Trémolière sull’originale del Vanni, che
osservasi nella basilica suddetta. Entro la cappella del beato
Niccola Albergati, il quadro dell’altare è di Ercole Graziani, le
pitture laterali sono del Trevisani, e quelle della volta spettano
ad Antonio Bicchierai ed a Giovanni Mazzetti. Si veggon poi
due altri grandi quadri, uno de’ quali rappresenta s. Pietro che
risuscita la vedova Tabita, copiato da un affresco del Baglioni,
già nel Vaticano, e l’altro esprime s. Girolamo con altri santi,
opera pregevole del Muziano.
Entrando nella nave in cui esiste l’altar maggiore, prima di
ascendere alla tribuna si trovano due cappelline, una di faccia
all’altra; quella a destra fu dipinta dal Baglioni, l’altra da Ar-
rigo Fiammingo, e da Giulio Piacentino. Nei lati poi della tri-
buna sono collocati quattro grandi quadri. Il primo di essi, a di-
ritta, ha per soggetto la Presentazione al tempio, opera del Ro-
manelli; il secondo, col martirio di s. Sebastiano, è un affresco
classico di Domenichino, che il famoso Zabaglia trasportò con
molta arte in questa chiesa, allorché nel n36 venne tolto via
dalla basilica V aticana, segandolo dalla parete sopra cui il Zam-
pieri avevaio dipinto nel 1629. Il quadro incontro col battesimo
del Redentore è opera di Carlo Maratta, e l’altro che vien dopo,
eseguito sulle lavagne, e rappresentante la punizione di Anania
e SaflBra, appartiene a Cristoforo Roncalli, detto il Pomarancio.
In fondo alla tribuna sta collocata un’immagine di Maria Ver-
gine con alcuni angeli, da cui la chiesa piglia il nome. Al di-
Digitized by Google
207
Chiesa di s. Maria degli Angeli.
sotto eravi l’altar maggiore, di dove venne rimosso nel 1866,
collocandolo, in bel modo isolato, nella tribuna stessa, ed in ta-
le occasione venne formato il coro nell’apside. Le modestissime
sepolture di Pio IV, e del suo nipote il card. Serbelloni, collo-
cate lateralmente, vennero erette coi disegni del Bonarruoti.
Tornando nella nave traversa, il primo quadro a diritta, e-
sprimente la Concezione, è lavoro di Pietro Bianchi; quello che
gli sta presso è di Placido Costanzi, che vi rappresentò s. Pie-
tro in atto di risuscitar la vedova Tabita. Uno de’ due quadri in-
contro, rappresentante la caduta di Simon Mago, appartiene a
Pompeo Battoni, e l’altro al Subleyras, che vi espresse l’impe-
rator Valente, il quale, ascoltando la messa detta da s. Basilio,
vien meno al mirare con qual maestà e divozione quegli la ce-
lebrasse. Sull'altare della prossima cappella, sacra a s. Bruno, è
un affresco col santo titolare, dell’Odazzi: i due quadri laterali'
sono del Trevisani, e gli evangelisti nella volta del Procaccini.
I quadri collocati ai lati delle finestre di essa nave sono lavori
di Michelangelo Ricciolini.
Sul pavimento di questa chiesa, il dotto monsignor Bianchi-
ni, nel 1701, vi segnò la linea meridiana. Questa linea è marca-
ta su d’una lamina di metallo incastrata fra lastre di marmo,
presso le quali vennero figurati i segni dello zodiaco con pietre
di colori diversi.
Il chiostro del monastero annesso a questo sacro tempio , fu
eretto coi disegni del surricordato Bonarruoti, il quale circon-
davano l’ immensa corte quadrata con ben cento colonne di tra-
vertino. In uno dei bracci di questo quadriportico, si osserva, al
di dentro d’una porticina, uno scherzoso dipinto, eseguito con
assai bell’effetto, nel 1855, dal pittore napolitano Filippo Balbi.
Gli ampli magazzini annonarii, ricordati sopra, i quali si pro-
lungano dalla descritta chiesa fino alla fontana di Termini , fu-
rono eretti da Gregorio XIII, ed ingranditi poi da Paolo V e da
da Urbano Vili. Sì fatti magazzini, essendo divenuti inutili, fin
dai tempi di Pio VII, per lo scopo loro primitivo, a causa del
libero commercio, vennero ridotti in parte all’uso di prigioni, e
nel rimanente si stabilì una casa di ricovero pe’ poveri d’ambo
i sessi, detta Pio Istituto di Carità, ove ad essi si fanno eserci-
tare diversi mestieri, e vi fu anche eretto un ospizio pe’ sordo-
muti maschi e femmine, i quali ivi sono eccellentemente istruiti.
In fondo alla gran piazza di Termini , ossia nel luogo in cui
era la villa Peretti, poi Negroni, oggi spettante al principe Mas-
simo, coltivata ad orti, si trova la stazione centrale delle ferrovie
Digitized by Google
208 Quarta Giornata.
romane. Ivi, nel 1863, mentre si eseguivano i lavori per le op-
portune costruzioni, furono discoperti alcuni sepolcri, un gran-
de Ninfeo decorato di pitture, un braccio di un cimiterio cri-
stiano, ed una parte dell’ Aggere di Servio Tullio. Questo rino-
mato Aggere esisteva fra 1* arco di Gallieno e la vigna già Man-
dosia. Esso era un baluardo artifiziale di terra, munito di mura
in massi quadrilateri di pietra vulcanica, e rimaneva difeso al-
l’esterno da un profondo fosso. Di là del baluardo, ossia in quel-
lo spazio di terreno che costituiva l’ immensa vigna, detta del
Macao, spettante ai pp. gesuiti, era il campo de’ pretoriani (Ca-
stra Praetoria), ed ivi infatti si riconoscono tre lati del valium,
e parte delle celle di quei faziosi militi. Questo campo dell’anti-
ca Roma, fin dal 1862 tornò a servire all’uso primitivo; poiché
essendo allora proministro delle armi monsignor De Merode, il
governo comperò dai padri suddetti l’ accennata vigna, e vi fece
costruire una vasta caserma. — Tornando alla fontana dell’ac-
qua Felice, si trova la
CHIESA DI S. MARIA DELLA VITTORIA.
Paolo V la eresse nel 1605 ad onore dell’ apostolo ,s. Paolo,
ed in seguito ebbe il nome attuale a causa delle vittorie ripor-
tate dai cattolici sugli eretici e sui turchi per intercessione del-
l’immagine della Madonna che si venerava sull’altar maggiore,
prima che questo e quella rimanessero preda del fuoco nel 1833.
La facciata di questo tempio è architettura di Giambattista So-
rla, e fecela erigere a proprie spese il card. Scipione Borghese,
in riconoscenza del dono fattogli del famoso ermafrodito, che
si rinvenne nell’ orto attinente alla chiesa, e che di presente si
ammira nel museo del Louvre a Parigi.
L’ interno del santuario fu decorato da Carlo Mademo, che lo
incrostò tutto di diaspro di Sicilia, e va adorno inoltre di scul-
ture e di buoni dipinti. Il quadro nella prima cappella a destra,
rappresentante la Maddalena, è del P. Raffaello cappuccino. Il
s. Francesco nella seconda e gli affreschi laterali, sono lavori
assai pregiati di Domenichino. Il bassorilievo sull’altare della
terza, ed il ritratto del card. Vidoni, che osservasi a sinistra,
appartengono a Pompeo Ferrucci, fiorentino. Segue poi l’altare
della crocera su cui, in mezzo a quattro colonne di verde antico,
si scorge la statua di s. Giuseppe dormente, ed un angelo che
gli apparisce nel sonno, opera di Domenico Guidi: i due basso-
rilievi dai lati furono eseguiti dal Monot; il s. Giuseppe in glo-
Digitized by Google
Chiesa di s. Maria iella Vittoria. 209
ria, sulla volta dell’arcone, è di Ventura Lamberti, ed a Dome-
nico Perugino spettano i dipinti della cupola.
La ricca cappella di s. Teresa, nell’ opposto lato della crocera,
venne eretta a spese del card. Federico Cornaro, coi disegni del
Bernini, il quale scolpì la statua della santa, rappresentata col-
l’angelo nell’estasi dell’amor divino: gruppo che gli artisti am-
mirano come il capolavoro del Bernini. Dello stesso scultore
sono le mezze figure che si osservano nei canti, le quali rappre-
sentano taluni personaggi della famiglia Cornaro, scorgendosi,
fra quelle a man sinistra, la effigie del cardinale suddetto. Nel
davanti dell’altare, sotto il paliotto di legno dipinto, esiste un
bel bassorilievo in metallo dorato, esprimente l’ultima cena, ese-
guito dall' Alpini, il quale lo copiò da quello in argento che ve-
devasi sopra il ciborio dell’ altare del Sacramento a s. Giovanni
in Laterano, disfatto sul finire dello scorso secolo. Le pitture
nella volta di questa cappella sono lavori di Ubaldo Abatini, e
le bandiere sospese al disopra dell’ altare maggiore , vennero
prese ai turchi nella battaglia di I spanto nel 1571. L’altare
della successiva cappella ha un quadro colla ss. Trinità, pittura
di Guercino: il Crocifisso in una delle pareti laterali è una copia
del Camuccini fatta dall’ originale di Guido, eh' ivi esisteva in
passato, ed il ritratto incontro è opera di Guido. Il dipinto della
seguente cappella, espressovi s. Giovanni della Croce, spetta a
Niccolò Lorenese, ed il s. Andrea nell’ultima fu colorito dal ri-
cordato P. Raffaello, cappuccino; le pitture poi nella volta della
chiesa vennero eseguite dai fratelli Orazi. — Al fine della strada,
che corre innanzi alla descritta chiesa, si trova la
PORTA PIA.
Essa fu sostituita nel 1564 a quella pertinente al recinto d’Ono-
rio, e che chiamavasi Nomentana, perchè si apriva sulla via di
tal nome conducente all’antico Nomentum, città latina fondata
da Latino Silvio, terzo re d’ Alba, ed ove oggi esiste un villag-
gio detto Mentana. Il nome ch’ora ha la porta deriva da Pio IV,
che fecela edificare, dando il carico di decorarne la faccia inter-
na al Bonarruoti, che vi adoperò un bizzarro disegno; ma es-
sendo rimasta incompiuta per circa tre secoli, ebbe il suo com-
pimento nel 1852 colla direzione dell’architetto Virginio Vespi-
gnani, allorché si dovettere riparare i danni ivi cagionati da un
fulmine nel 1851 . *
Digitized by Google
210 Quarta Giornata.
Dopo alcuni anni fu incominciato anche il nuovo prospetto
esterno con architettura dello stesso Vespignani. Esso è tutto
murato in travertini, e decorato con quattro colonne di granito
dell’Elba, d’ordine corintio, con basi e capitelli di marmo bian-
co. Due di tali colonne, coi loro piedistalli e frontespizio, for-
mano l’ avancorpo in cui apresi il grande arco della porta, men-
tre le altre due decorano gli angoli del prospetto. Fra le accen-
nate colonne si aprono le nicchie contenenti le statue, scolpite
in marmo da Enrico Amadori, rappresentanti s. Alessandro e
s. Agnese ai quali è dedicata la descritta porta.
Il luogo dell’antica porta Nomentana, demolita da Pio IV, si
riconosce appena oltrepassate due torri, a diritta, uscendo dalla
porta attuale. Il masso di fianco alla primitiva porta è il sepol-
cro di Quinto Aterio pretore, personaggio celebre ai tempi di
Tiberio: gli scavi fatti nel 1825, presso lo stesso sepolcro, ne
fecero conoscere la pertinenza.
La grande strada che sbocca dalla porta Pia, ha sulla dritta,
appena usciti da essa, la villa Patrizi. Questa nelle vicende po-
litiche nel 1849 andò distrutta assieme all’ annessovi palazzo, il
quale venne poscia ricostruito, riparando in pari tempo anche
tutte le altre ruine accagionate alla villa stessa. Viene poi la vil-
la, già Bolognetti, attualmente proprietà del principe Alessandro
Torlonia,e quindi segue la villa Massimi, a cui è prossima la spa-
ziosa e magnifica villa del prefato principe.
Il duca Giovanni Torlonia cominciò ad abbellirla, ed il suo fi-
glio D. Alessandro, a cui ricadde per eredità, la rendette una
delle più splendide e deliziose di Roma. Entro il palazzo e negli
altri edilìzi, veggonsi le camere ornate di ricchi mobili, e vi si
ammirano pitture e sculture di moderni artefici che colle loro
opere acquistarono alta fama in questa capitale. Osservabili si
rendono, fra le altre fabbriche, un anfiteatro ed un teatro per
gli spettacoli diurni e notturni.
A circa un miglio e mezzo dalla porta Pia incontrasi la
CHIESA DI 8. AGNESE.
Essa fu fatta erigere da Costantino il Grande a preghiera del-
la sua figlia Costanza, sul cimiterio di s. Agnese, nel luogo stes-
so ove si rinvenne il corpo di essa santa. Discendesi alla chiesa
per una scala di 45 gradini in marmo, veggendosi sulle pareti
parecchie iscrizioni sepolcrali, e l’ epitaffio posto da s. Damaso
papa sulla tomba di s. Agnese. 11 sacro tempio ha tre navi, rette
Digitized by Google
211
Chiesa di s. A gnese.
da 16 colonne antiche, otto delle quali sono di marmi differenti,
due di granito, quattro di portasanta, due di paonazzetto, e ciar
scuna di queste due conta 140 modanature. Superiormente so-
no altre 16^ colonne di mezzana grandezza, sorreggenti il sopra-
stante portico. L’ aitar maggiore è ornato d’un baldacchino sor-
retto da quattro belle colonne di porfido, e sotto esso altare,
composto di preziosi marmi, è locato il corpo della santa, la cui
statua si osserva al di sopra, formata del torso d’una statua an-
tica d’alabastro orientale, mentre il rimanente, che è in metallo
dorato, fu eseguito dal Franciolini. Dal lato degli evangelii av-
vi un candelabro antico di marmo bianco, a foglie d’acanto di
lavoro squisito. Rimane ornata la tribuna da un musaico antico,
dell’epoca di Onorio I, scrittovi il nome di s. Agnese. Su d’un
altare, nella navata a destra, si vede un bassorilievo rappresen-
tante i santi Lorenzo e Stefano, opera del XV secolo. Questa
chiesa presenta meglio di ogni altra la struttura delle basiliche
civili de'Romani, le quali essendo congiunte ai Fori, servivano al
tempo stesso di corte di giustizia, e di raduno ai mercanti.
Il santuario in discorso, tornò a nuova splendidezza nel 1856,
mercè de’ riBtauri operativi d’ordine del pontefice Pio IX, diretti
dall’architetto Busiri. A siffatti ristauri appartengono special-
mente, la ricostruzione dell’ intero pavimento in marmi diversi;
le rinnovate dorature nel ricco soffitto, e gli affreschi nelle par-
reti della nave grande, dalle quali vennero in antecedenza stec-
cati gli avanzi degli antichi, osservati già da noi nel palazzo
Lateranense.
Il Gagliardi rappresentò molto lodevolmente Buffarcene della
tribuna il martirio di s. Agnese, ed i pittori Toietti, Sereni e
Botti condussero gli altri affreschi fra le finestre e fra gli archi,
superiormente alle colonne che dividono le navate. Soggetti di
questi dipinti sono, alcune sante vergini, ed i ritratti de’papi be-
nemeriti di questo santuario, fino a Pio IX, i quali campeggia-
no su fondo dorato.
In fondo alla chiesa sono due grandi lapidi, da cui si rileva la
causa del ristauro, la quale brevemente accenniamo. Il 12 aprile
1855, il pontefice Pio IX, dopo aver visitato l’oratorio di s. Ales-
sandro, poco prima scoperto insieme alle attinenti catacombe in
un tenimento spettante alla Congregazione di Propaganda Fide,
al settimo miglio da Roma sulla via Nomentana in cui siamo, si
fermava colla sua corte nel cenobio inerente a questo santuario.
Mentre poi in una sala corrispondente sul cortile, detto della ca-
nonica, ammetteva al bacio del piede gli alunni del collegio del-
Digitìzed by Google
212 Quarta Giornata.
la sunnominata Congregazione, conversando con essi alla pre-
senza della sua corte e di altri distinti personaggi, schiantassi
d’improvviso il trave maestro sorreggente il pavimento della
sala, cosicché tutti precipitarono nel sottoposto pianterreno.
Gravissimo fu il pericolo, ma non si ebbe a deplorare alcuna vit-
tima: il pontefice uscì incolume dalle ruine, e solo alcuni ripor-
tarono qualche danno. Papa Pio IX quindi, in memoria dello
scampato pericolo, ordinò il ristauro di questa chiesa.
Talune distinte persone ebbero anche il pensiero di ridurre, a
loro spese, in una magnifica sala il luogo stesso in cui accadde
il funesto avvenimento, il quale si osserva rappresentato a fre-
sco dal Toietti nella parete principale della sala medesima.
Accanto alla descritta chiesa si trova quella di santa Costan-
za; ma per vederla bisogna dirigersi al custode del sacro tempio
già da noi visitato.
CHIESA DI 8. COSTANZA.
Taluni pretesero che questo edilìzio fosse già un tempio di
Bacco, perchè si osservano in musaico, nella volta della nave
circolare, dei genii che ricolgono grappoli d’uva. Si conosce per-
altro che sì fatti ornamenti si addicono anche al cristianesimo,
avendosene frequenti esempi; e siccome la costruzione di questa
fabbrica appartiene all’ estremo decadimento dell’arte, e la sua
pianta non ha affatto le parti degli antichi templi, così conviene
seguir piuttosto il sentimento di Anastasio, il quale dice che Co-
stantino, fabbricata ch’ebbe la chiesa di s. Agnese, fece erigere
ivi presso un battistero di forma sferica, perchè in esso fossero
battezzate le due Costanze, la sua sorella, cioè, e la sua figlia.
La testimonianza di Ammiano Marcellino ed il sarcofago di por-
fido rimasto in questa chiesa fino al 1791, sono una prova ch’es-
so servì di sepolcro alla famiglia di Costantino. Nel ricordato
sarcofago si veggono scolpiti i simboli medesimi che si scorgo-
no nella volta del sacro tempio, ed inoltre, tanto per lo stile,
quanto per la forma somiglia molto a quello che si dice di s. Gle-
na; l’uno e l’altro oggi esistenti nel museo Vaticano, ove furono
trasportati per ordine di Pio VI. Nel 1256 Alessandro IV mutò
questo edifizio in chiesa, sacrandola a s. Costanza. Essa è ro-
tonda, ha 22 metri di diametro, e nel mezzo rimane T altare,
che fra le altre reliquie contiene il corpo di s. Costanza. Venti-
quattro colonne di granito accoppiate, costituiscono il peristilio
interno e sorreggono la cupola. AH’estemo l’edifizio era circon-
dato da un corridoio, di cui rimane appena qualche traccia.
Digitized by Google
Ponte Nomentano.
213
Presso la descritta chiesa si osservano dei muri d’una costru-
zione del secolo VII, i quali formano un recinto oblungo che,
fuor di proposito, è detto l’ippodromo di Costantino, poiché es-
so appartiene ad un cimiterio cristiano eretto fra le due chiese,
conforme rimase provato dagli scavi. operativi.
Un miglio più là di tali ruine, sull’antico Anione, oggi T «ve-
rone, si trova il vetusto ponte detto Nomentano, distrutto dai
Goti, riedificato da Narsete, e risarcito da Niccolò V, e che og-
gi chiamasi volgarmente Lamentano. — Di là da esso ponte è il
MO-VTE SACRO.
La plebe romana, oppressa dai nobili e dai ricchi, a causa de’
debiti che con quelli aveva contratti, si ritirò e si fortificò su
questo monte nell’anno di Roma 259. Il senato ed i patrizi,
scorgendo il pericolo da cui erano minacciati, bì videro costretti
ad inviare ad essa come deputati, alcuni sacerdoti e le vestali,
ma senza profitto. Menenio Agrippa fu il solo che, col famoso
apologo delle membra del corpo umano, riportato da Tito Livio,
bastò a persuaderla di tornare in città. Furono pagati tutti i de-
biti di essa, ed il senato le concesse i tribuni, creati in quell’oc-
casione per la prima volta. Questi magistrati rimasero aboliti
allorquando i decemviri s’impadronirono del potere; ma furon
tosto ristabiliti allorché il popolo si ritirò di nuovo su questo
monte, nel 304, a motivo della morte di Virginia. In tale con-
giuntura esso fece una legge in forza di cui giurava di non mai
rivoltarsi contro i suoi tribuni; e questa legge venendo tenuta
come sacra, causa il giuramento che accompagnolla, perciò il
monte su cui fu promulgata, chiamato per l’innanzi Velia, eb-
be nome di Monte Sacro.
Più oltre un miglio, fra le vie Nomentana e Salaria, nel
luogo chiamato le Vigne Nuove, s’incontrano dei ruderi spet-
tanti all’abitazione campestre di Faonte, liberto di Nerone, ove
questo scellerato si uccise, e tale posizione storica rimane de-
terminata da Svetonio in guisa da non potersi ingannare.
Venendo nuovamente sulla via Nomentana, ed avanzando su
di essa, a quattro miglia circa dal ricordato ponte Nomentano,
si trova a destra la tenuta, detta Petra Aurea, e più comune-
mente il Coazzo. In questa tenuta, correndo l’anno 1854, fu sco-
perto, per cura della Congregazione di Propaganda Fide, l’o-
ratorio del pontefice s. Alessandro I colle attigue catacombe.
In tali scoperte, dirette e promosse dal cav. Gio. Battista Gui-
di, si rinvennero vasi, pitture, iscrizioni, simboli cristiani, ecc.
Digitized by Google
214 Quarta Giornata.
Quest’oratorio fu eretto circa la prima metà del II secolo
della chiesa per onorare e racchiudere i sepolcri entro cui Be-
verino, matrona romana, aveva deposte le gloriose spoglie di
esso pontefice, di Evenzio prete, e di Teodulo diacono, i quali
tutti, sotto Traiano, vennero in quel luogo coronati di martirio.
Il primitivo oratorio non presenta che un edilizio di mediocre
grandezza, ma colle diverse parti aggiuntevi in seguito risulta
un grandioso santuario. Il pontefice Pio IX ordinò che su di
esso, conservandolo però intatto e praticabile, venisse costruita
un’ampia chiesa: l’esecuzione venne affidata all’architetto cav.
Boldrini, ed il 16 aprile 1857 la stessa Santità Sua, pose, con
solenne pompa, la prima pietra nelle fondamenta del novello
tempio; ma sono già parecchi anni- che i lavori restano sospesi.
Tornando alla porta Pia, ed incamminandosi per la strada a
destra, lungo le mura della città, si giunge alla
PORTA SALARIA.
Quando Onorio ricostruì il recinto di Roma, sostituì all’antica
porta Collina di Servio la porta Salaria, la quale tolse l’odier-
no nome dalla vetusta via Salaria su cui trovavasi. Alarico re
de' Goti, l’anno 409, entrò come nemico per questa porta, met-
tendo a fuoco gli edifizi ad essa propinqui entro il recinto della
città, come appunto sappiamo da Filostorge, da Orosio, e da
Procopio. Sembra che questo lato della città fosse sempre stato
il più debole, giacché prima di tale irruzione dei Goti, i Galli vi
erano entrati dalla porta Collina, ed Annibaie, apparccchiavasi
ad assaltarla da questa parte, allorquando i ripetuti uragani lo
costrinsero a ritirarsene. — A circa un quarto di miglio fuori
della medesima, s'incontra la
VILLA GIÀ1 ALBANI OGGI TORLONIA.
Questa rinomata villa, una delle più osservabili di Roma ,
venne formata verso la metà dello scorso secolo dal card. Ales-
sandro Albani, che diedene il disegno, affidandone l'esecuzione
a Carlo Marchionni: e siccome lo stesso cardinale era grande a-
matore e conoscitore di antichità, cosi raccolse un prodigioso
numero di statue, di busti, di bassorilievi, di sarcofaghi, di co-
lonne, d’iscrizioni, e di altri antichi monumenti, coi quali ornò
la sua villa, consigliandosi in ciò coU’immortal Winckelmann;
di modo che vuoisi la medesima riguardare come un ricco mu-
seo di antichità.
Digitized by Google
Palazzo della Villa, già Albani. 215 .
PALAZZO DELLA VILLA, GIÀ’ ALBANI.
Questo palazzo si compone d’un vasto appartamento, sorret-
to, dalla parte del giardino, da un magnifico portico in arcate
con decorazione di colonne, pilastri, e marmi antichi. Alle due
estremità di esso si trova l’entrata di un vestibolo, da ciascuno
de’ quali si ha ingresso in una galleria a terreno. Tali gallerie
costituiscono le ali di questo ricco palazzo, e ciascuna rimane
compiuta dal prospetto d’un grazioso tempietto, avetìdo una de-
corazione di colonne quasi tutte in granito, settanta in com-
plesso, compresevi quelle del portico. — Da sinistra di chi guar-
da il palazzo, 8’ entra nel
vestibolo delle cariatidi. — Entro il nicchione si ammira
la celebre Cariatide, o Cenefora, portante il nome degli scultori
Critone e Nicolao, ateniesi. Nella base è scolpito d’alto rilievo
Capanèo fulminato da Giove: dai lati sono due vere Cariatidi
simili fra loro, ed i busti di Tito e di Vespasiano, e al di sopra
è posta una maschera colossale di Sileno. — Da quivi si passa,
a sinistra, nella
galleria. — Fra il copioso novero d’erme quivi raccolte, le
più certe e le più interessanti sono quelle, d’Alessandro il Gran-
de, che è la seconda a destra; di Scipione Affricano, che è la
terza, e quelle di Temistocle, di Omero e di Epicuro, che sono
le prime tre dal canto sinistro. Tra le statue osserveremo pri-
mieramente quella creduta di Marco Bruto, uccisore di Cesare,
avente un pugnale nella destra, o secondo altri, stimata di Ar-
modio, e che noi riteniamo sia la statua di un attore, oppure di
uno schiavo ; poscia , nelle due ultime nicchie, la statua di una
Musa ed una Venere. — Torniamo al
portico. — Incontro al descritto vestibolo delle Cariatidi, si
scorge la statua sedente di Augusto, ed innanzi al primo pila-
stro a destra, avvi la celebre erma di Mercurio, con iscrizione
greca e latina. Nella prima nicchia è la statua di Tiberio: ven-
gono dopo le statue di Lucio Vero, e di Traiano. Nel mezzo
vuoisi osservare una tazza oblunga in paoriazzetto; una bella
statua di Faustina, trovata presso il Foro di Nerva, e due are
rotonde, fra le quali è una gran tazza di cipollino. Nelle altre
nicchie veggonsi le statue di Marc’Aurelio, d’Antonino Pio e di
Adriano. Nel mezzo avvi un’altra bella tazza in paonazzetto e le
statue di Agrippina e di Giulio Cesare. Sulle nicchie sono mu-
rati sei fregi e sei grandi maschere. — Alla metà del portico si
trova l'ingresso del
Digitized by Google
216 Quarta Giornata.
vestibolo ovale. — È questo decorato con bassorilievi mo-
derni in gesso, copiati dagli antichi, e con istatue, delle quali
quella che si presenta di faccia a sinistra, figura una matrona
romana in effigie di Cerere, e si crede che l’altra a destra rap-
presenti Iside. Sull’alto delle pareti si veggono tre maschere
colossali, una tragica, e le altre di Bacco e di Ercole. — A si-
nistra si entra in un corridoio ov’è la scala che mette al grande
appartamento: in esso corridoio scorgesi un. bassorilievo con
Homa trionfante, ed un antico dipinto che si stima rappresenti
Livia ed Ottavia in atto di sacrificare a Marte.
Parecchi bassorilievi sono murati nelle pareti della scala ; e
giunti al primo ripiano si osserva a destra il bassorilievo, di ot-
tima esecuzione, rappresentante i figliuoli di Niobe fulminati da
Diana, e di prospetto il Genio di un monte, o secondo altri, Fi-
lottete nell’isola di Lenno. — La prima sala del sontuoso appar-
tamento è la
sala ovale. — A sinistra entrando si vede una statua cre-
duta uno de’ Tolomei, opera di Stefano, scolare di Prassitele:
incontro è un bell’Amorino che tende l’arco, e sonovi anche
quattro Fauni, un Sileno, ed un Mercurio. Attorno alla gran
tazza posta nel centro della sala veggonsi scolpiti, un baccanale
ed Ercole in riposo. Il bassorilievo superiormente alla finestra,
decorato con due belle colonne di giallo antico, rappresenta le
carceri di un circo, e tre c arri con amorini. Le pitture della
volta sono del Bicchierai, i chiaroscuri appartengono al Lapic-
cola, ed i paesi a Paolo Anesi. — Da mano diritta si entra nella
galleria. — Questa magnifica galleria ha tutte le pareti in-
crostate di marmi colorati sceltissimi, e va ricca di quattro co-
lonne di cipollino, e di pilastri, otto de’ quali sono adorni di mu-
saici, gli altri con fregi eseguiti ad intarsio con marmi di colori
diversi. Sulle porte sono due bassorilievi con trofei squisitamen-
te lavorati. Il migliore de’ bassorilievi di questa galleria è quello
collocato tra le finestre, rappresentante Ercole e le Esperidi.
L’altro che osservasi dopo, esprime Dedalo ed Icaro, ed in quel-
lo incontro scorgesi scolpito Alessandro col suo cavallo Buce-
falo. Sulla porta è un bassorilievo di stile greco antico in cui fi-
gurano, Venere, Diana, Apollo e la Vittoria, con in fondo il
tempio di Delfo ed il suo sacro recinto. Nell’altro successivo si
scorge Marco Aurelio sedente con Faustina sua moglie, sotto
effigie della Pace. Anche le due statue di Giove ePallade, entro
lq nicchie, meritano d’essere considerate. I tre quadri della vol-
ta sono opere bellissime del Mengs, il quale espresse in quello
Digitìzed by Google
Palazzo della Villa. 217
di mezzo Apollo e Mnemosine sul Parnaso, con attorno le Muse:
i chiaroscuri sono del Lapiccola.
prima sala a destra. — Essa contiene otto erme, fra le qua-
li è bellissima quella di Socrate. Il bassorilievo, d’antico stile
greco, è opera stimata assai, e vi si vede espressa Euridice che
dà l’estremo addio ad Orfeo, mentre vien ricondotta nell’Èrebo
da Mercurio. La volta di questa sala e delle successive furono
colorite dal Bicchierai.
seconda sala. — Fra i dipinti che qui si osservano, sono di
maggior conto: una stupenda composizione, detta Baccanale,
disegnata e colorita in carta da Giulio B ornano; un quadro cre-
duto di Pietro Perugino, ove si osservano il Presepe, l’Annun-
ziazione di Maria, e la Crocefissione di Cristo; una pregevole De-
posizione di croce, del Wanderwerf, ed una effigie del Beden-
tore, di Agostino Caracci. — Nella terza sala si conservano
alcuni cartoni di Federico Barocci: la quarta ha una decorazio-
ne cinese. — Torneremo ora nella galleria per osservare le ca-
mere a sinistra.
prima sala. — Quivi ammirasi il famoso bassorilievo dell’An-
tinoo, trovato nella villa Adriana in Tivoli, il quale per la perfe-
zione del lavoro è il più insigne di tutti quelli esistenti nella vil-
la: i due bassorilievi in gesso, sopra le porte, esprimenti il Gior-
no e la Notte, furono cavati dai fcarmi scolpiti dal Thorwaldsen.
seconda sala. — Qui osserveremo da prima il gran bassorilie-
vo, scoperto presso l’arco di Gallieno nel 1764, in cui si stima
sia rappresentato Polluce che uccide Linceo, in vendetta della
morte di Castore suo fratello. Più sotto si scorge un bassorilie-
vo di stile etrusco, in cui vennero scolpiti Mercurio, Apollo,
Pallade e Diana: le statue rappresentano un sacerdote, due sa-
cerdotesse etnische , e Pallade : le quattro urne d’alabastro di
V olterra sono etnische: i due più rimarchevoli bassorilievi fra
quelli che fregiano le pareti, sono, quello rappresentante la pu-
gna d’Apollo con Ercole per il tripode sacro, e l’altro con Be-
renice che sacrifica i proprii capelli per ottenere il ritorno di To-
lomeo E vergete suo marito.
terza sala. — In questa sala si conservano diversi cartoni:
quello rappresentante Ercole, è di Annibaie Caracci, gli altri
sono di Domenichino. Inoltre v’è un quadro diviso in alquanti
compartimenti, eseguito nel 1475 da Niccola Fulgina, che di-
pinsevi la Madonna col Bambino ed alquanti santi. Vien poi
un ricco
10
Digitized by Google
218 Quarta Giornata.
gabinetto. — Esso ha il pavimento in musaico, e la volta fu
dipinta dal Lapiccola. In questo gabinetto si ammirano: una
piccola Pallade ed un Apollo Sauroctono. ambidue in bronzo,
essendo quest’ultimo d’una meravigliosa bellezza; una statuina
di Diogene; il celebre bassorilievo del riposo di Ercole, con i-
scrizione greca; il ritratto di Persio il satirico in bassorilievo;
un Faunetto; una statuina rarissima in plasma di smeraldo, rap-
presentante Osiride seduta; una Diana di alabastro, colla testa,
le mani ed i piedi in bronzo; un Serapide di Canopo in basalte
verde, con simboli egizi di ribevo; l’Èrcole Farnesiano di Ghco-
ne, in bronzo; due statuine, la Pallade velata ed il piccolo pa-
store dormiente; il rarissimo busto di Esopo; un altro Faunetto,
e la statua di Pallade in alabastro, col capo, le mani ed i piedi
di bronzo. In questo gabinetto sono pure dieci busti d’alabastro
col capo di marmo bianco, diversi bassorilievi e taluni vasi. —
Traversando tre camere, due delle quali decorate di arazzi, l’al-
tra con alquanti quadri, scendiamo nuovamente nel portico e
visitiamo il
vestibolo, detto di Giunone. — Esso è simile a quello delle
Cariatidi, avendone uguale la forma e la decorazione. Oltre la
statua di Giunone e le due Cariatidi, vi si scorgono i busti di
Lucio Vero, di Marco Aurelio, di Socrate, e di Pertinace. —
Entriamo nella •
galleria. — Quivi sono le statue: di una Baccante che dan-
za, d’un Fauno con Bacco fanciullo, di un altro Fauno, di A-
pollo, di Diana, di un preteso Caio Cesare, e di un altro Fauno.
Le erme constatate sono quelle di Euripide, e di Numa: nell’e-
sterno del vaso collocato in mezzo, è scolpita una danza bacchi-
ca: le due tazze, una di granito nero, l’altra di breccia affrieana,
vengono tenute in gran pregio.
Viene dopo una camera col pavimento in musaico antico, or-
nata con due colonne, una delle quali incrostata di diaspro di
Sicilia, l’altra d’alabastro massiccio, trovata presso gli antichi
Navalia nella vigna già Cesarmi, oggi Torlonia. In questa ca-
mera merita di essere osservato un magnifico sarcofago in mar-
mo, rappresentatevi le nozze di Peleo eTeti, ed un’ara rotonda,
scolpitavi attorno una danza trionfale romana. Nel corridoio se-
guente sono collocate le belle statue rappresentanti, un sacer-
dote etrusco, e Livia sotto forme di Giunone, in atto di sacrifi-
care. — Seguono quattro gabinetti.
primo gabinetto. — Fra i bassorilievi in marmo bianco, in-
cassati nelle pareti, quello in cui si scorge Diogene nella botte
Digitized by Google
Palazzo della Villa.
219
disputando con Alessandro il Grande, è interessante pel sog-
getto: il bassorilievo in rosso antico, figurante Dedalo che la-
vora le ali per Icaro, merita ancli’esso di essere osservato. Qui-
vi sono raccolti anche, un paese colorito a fresco; la testa colos-
sale di un fiume; parecchi bassorilievi in terra cotta, ed altri og-
getti di antichità.
secondo gabinetto. — Rimane decorato da otto colonne, e
contiene quattro statue di Ercole , una statua di Leda ed una
magnifica tazza in marmo bianco di quasi 7 metri di circonfe-
renza: aH’intorno di questa tazza veggonsi scolpite le fatiche di
Ercole, ed infatti fu essa scoperta nel luogo ove Domiziano e-
resse un tempio a quèlla divinità, cioè all'ottavo miglio dell’an-
tica via Àppia.
terzo gabinetto. — Esso va adorno di sei colonne e di di-
versi marmi antichi, fra’ quali sono più interessanti: il piccolo
bassorilievo esprimente Ifigenia in Tauride, pronta ad immolare
Pilade e Oreste sull’ara di Diana, soggetto rarissimo; un antico
musaico, in cui è figurata l’inondazione del Nilo, ed un bassori-
lievo in paonazzetto, esprimente un baccanale, il quale è mura-
to sulla porta, e fu scoperto nella villa Adriana in Tivoli.
quarto gabinetto. — Ne costituiscono l’ornamento otto co-
lonne scanalate, una statua di Apollo seduto sul tripode, ed al-
tre sculture antiche.
Su i muri esterni sono molti antichi monumenti nel cui no-
vero meritano riguardo, il bassorilievo collocato sulla porta e-
sprimente la pugn a fra Achille e Ménnone, ed il prezioso fram-
mento del cornicione del tempio di Traiano, tratto dalle ruine
del suo Foro nel 1767. — Un bel viale di verdura, abbellito da
gran quantità di marmi antichi, fa capo ad un piccolo edifizio
appellato il
BIGLIABDO.
Il portico di questo edifizio rimane adorno da dodici colonne,
da parecchie erme, e da un bassorilievo. Il salone del Bigliardo
è decorato con otto colonne, due di verde antico, due di breccia
d’Egitto, e quattro di aftricano, osservandovi due statue che si
pretende siano due Tolomei, oltre quelle di Massimo, di Bacco,
e di Giacinto, come pure un simulacro creduto di Geta.
Le due sale contigue contengono alcuni busti antichi, ed una
di esse è decorata con 14 belle colonne: le pitture della volta
appartengono a Domenico e Serafino Fattori. — Uscendo di qui,
ed attraversando il giardino, si giunge al grazioso emiciclo del
10*
Digitized by Google
220
Quarta Giornata.
COFFEE-IIOl SE.
Questo bell’edifizio lia un portico semicircolare sorretto da
pilastri e da 26 colonne,' la maggior parte di granito. Ivi si os-
servano le statue di Mercurio, di Achille, di Apollo, di Diana,
di due Cariatidi, o piuttosto Canefore, di Venere, di Ercole, di
una pretesa Saffo, e di Bacco, la cui testa è sorprendente. So-
pra 20 colonne, rispondenti a quelle che sorreggono le arcate
del portico, stanno altrettante statuine: sono- anche nel luogo
stesso 20 busti e 20 erme, e sull’alto 10 maschere sceniche an-
tiche. Fra i busti e Ferme meritano speciale riguardo, come ri-
tratti, quelli d’Isocrate e di Cresippo, quelli rarissimi di Caligo-
la e di Balliino, e l’idtro di Quipto Ortensio, oratore famoso, u-
nico ritratto che di lui si abbia.
vestibolo. — Nel centro di esso è locata una gran tazza di
breccia egiziana, e negli angoli vi sono quattro statuine di comi-
ci. Nei vestiboli laterali si osservano le grandi statue di Marzia
e Giunone, due bassorilievi, parecchio altre statue comiche ed
un Sileno. Sull’ingresso alla galleria si scorge un bassorilievo
rappresentante Arione, nato da Cerere e Nettuno.
galleria. — Di fianco all’ingresso, sono i busti di Caracalla
e Pertinace, e da destra seguono: la statua di Diana Efesina,
avente la testa, le mani ed i piedi di nero antico; un busto in-
cognito ed una s: atua di Giunone, entro la sua nicchia, sopra
una base fregiata di un antico musaico, ov’è espressa una scuola
di medici. Dai canti della finestra stanno due preziosi busti, uno
in rosso antico coll'effigie di Lucilla, e l'altro in porfido, il quale
si crede rappresenti Berenice, ambidue colla testa di basalte.
Lungo l’altra parete faremo osservare, il celebre busto di Gio-
ve Serapeo in pietra di paragone col capo di basalte; un Ibi in
rosso antico sopra una colonna di marmo, adorna d’intagli;
Atlante che sostiene i dodici segni dello zodiaco con Giove assi-
so nel mezzo, ed un bel candelabro. La statua innanzi alla fine-
stra rappresenta una Satiressa: nella nicchia prossima è una nin-
fa posta su base fregiata di un musaico esprimeute Esione espo-
sta al mostro e liberata da Ercole; finalmente si vede una Dia-
na Efesina con testa, mani e piedi di bronzo. Il pavimento di
questa galleria si compone d’un antico musaico; il quadro prin-
cipale nella volta fu eseguito dal Lapiccola, che vi copiò in
grandi proporzioni un baccanale disegnato da Giulio Romano;
i quadretti sono dol Bicchierai. — Uscendo dalla villa e prose-
guendo il cammino sulla via maestra, si giunge, dopo circa due
miglia e mezzo, al
Digitized by Google
Ponte Salario.
221
PONTE SALARIO.
Esso è situato sopra l’ Aniene, detto volgarmente Peperone;
venne distrutto da Totila, e riedificato da Narsete dopo la vitto-
ria riportata sui Goti. Su questo ponte, 350 anni avanti l’era cri-
stiana, Manlio uccise un soldato gallo che avevaio sfidato, per
decidere quale delle due nazioni fosse più valente in guerra; per
questa valorosa azione, che reselo padrone del torques, o colla-
na d’oro di cui i Galli si fregiavano, egli ricevette il sopranno-
me di Torquato, il quale trasmise ai suoi discendenti. Vicino al
ponte, sulla destra dell’ Aniene, vuoisi osservare la posizione di
Antemne, una delle più antiche città del Lazio, e la prima con-
quista di Romolo: essa rimaneva sul colle che elevasi al confluen-
te dell’ Aniene col Tevere. Le pianure e le colline a destra, al di
là del ponte, furono spettatrici di parecchi celebri avvenimen-
ti, fra’ quali vuoisi ricordar la battaglia fra Tulio Ostilio, ed i
Veienti e Fidenati, ed anche il tradimento ed il supplizio di Me-
zio Fufezio capitano degli Albani, quel medesimo che cagionò
la mina d’ Albalonga. La torre che sorge a sinistra della strada,
un quarto di miglio dopo il ponte, ha le fondamenta sul nucleo
d’un antico sepolcro incognito.
A poca distanza dal ponte Salario, se ne trova un altro con
impalcatura di ferro, sorretta da piloni in pietra da taglio, il qua-
le serve alla linea di ferrovia da Roma all’ Adriatico. — Rientran-
do in città per la medesima porta Salaria, si trova a diritta la
vigna, già Mandosia, ove esistono gli avanzi degli
ORTI DI SALLUSTIO.
Il celebre storico romano, Sallustio, dopo aver governato l’ Af-
frica in nome di Giulio Cesare, tornato in Roma, fondò degli orti
magnifici, i quali occupavano ima parte della valle fra il Quiri-
nale ed il Pincio, ed una porzione di questo. Dopo la morte di
lui, tali orti, o giardini, furono ereditati da un suo nipote, che
fu amico di Augusto e di Tibferio, ed il quale finì la vita nell’an-
no ventesimo dell’era cristiana. Da quell’epoca caddero nel do-
minio imperiale, o si sa che Nerone vi dimorò talvolta, che Ve-
spasiano si dilettava di soggiornarvi, cheNervavi moriva, e che
Aureliano, conquistata Paimira, passò i suoi giorni in questa
campestre delizia, pigliando piacere a far correre i suoi cavalli
vicino al portico Miliarensis, ornato da lui, e forse così detto,
o per la sua estensione di mille piedi romani antichi, o pel nu-
Digitized by Google
222
Quarta Giornata.
mero delle sue colonne. Nel 409 dell’era cristiana, Alarico re dei
Goti incendiò questi orti, e da quel tempo rimasero abbandonar-
ti. Nella vigna Mandosia in cui siamo, si riconosce ancora il sito
d’un circo, detto dagli antichi circo di Sallustio, ove si trovò
l’obelisco posto oggi sulla piazza della Trinità de’Monti: si rico-
noscono eziandio gli avanzi della casa, un tempio conservato
molto bene, che sembra fosse quello di Venere, ricordato da
un’antica iscrizione e nel catalogo di Rufo, e delle stupende so-
struzioni in forma di nicchie, erette a sostegno del Quirinale.
Limitrofi alla vigna Mandosia, ma in situazione molto elevata
ed assai deliziosa, sono gli orti già Barberini, oggi Spithftver.
In questi orti si scorgono alcuni avanzi dei muri di Servio Tul-
lio, formati di massi quadri in tufa bigia; e vi si distingue perfet-
tamente il principio dell 'Aggere di quel sesto re di Roma; presso
del qual baluardo, verso la città, era il campo scellerato, in cui
venivano sotterrate vive le vestali, colpevoli d’aver perduto la
verginità. — Poco lungi dalla ricordata vigna Mandosia è la
VILLA LUDO VISI.
Il card. Ludovico Ludovisi, nipote a Gregorio XV, fu il fon-
datore di questa deliziosa villa, oggi appartenente al principe di
Piombino, della famiglia Boncompagni. Essa contiene tre pa-
lazzi, il maggiore dei quali, eretto coi disegni di Domeuichino,
è quello che si trova a sinistra, non lungi dall’ ingresso. La fac-
ciata è decorata con quattro statue antiche, ma nell’interno nulla
si trova d’interessante. Di faccia a questo palazzo sono due pla-
tani orientali di straordinaria grandezza. Il secondo palazzo, che
rimane a destra entrando nella villa, contiene una considerevole
raccolta di antiche sculture, disposte in due grandi sale al pia-
no terreno: noi verremo accennando quelle di esse che sono più
pregevoli.
prima sala. — 2. Urania, musa dell'astronomia. — 3. Erma
muliebre, eccellente lavoro greco. — 4. Pane, che insegna ad
Olimpo a suonare la sampogna. — * 8. Statua con una face nella
destra, ed in atto di celebrare le orgie; il torso, che è antico, è
di buona scultura. — 10 ed 11. — Due soggetti cavati da un
solo masso di marmo e tuttora congiunti insieme, cioè, un fan-
ciullo che scherza con un’oca, ed una vezzosa Venere uscita dal
bagno. — 13. Sorprendente figura interamente nuda, creduta
una Cleopatra. — 14. Bellissimo ritratto semicolossale di Mati-
dia Augusta, figlia della sorella di Traiano. — 15. Una superba
Digitized by Google
Villa Ludovisi.
223
statua sedente di un senatore, sulla cui toga si legge, in greco,
il nome dello scultore Zenone. — 16. in alto, un bassorilievo
rappresentante le fatiche di Ercole. — 20. Testa colossale di
Giunone, rarissima scultura di antico stile greco. — 24. Mercu-
rio.— 25. Attrice, o danzatrice, vestita colla sistide , e coi piedi
nudi. — 28. Una testa di Venere. — 30. Statua di Venere pu-
dica. — 35. Gentile statuina di Euterpe mancante di braccia. —
3 7. Gruppo di Amore e Psiche. — 39. Vespasiano Augusto in
abito sacerdotale, statua colossale magnificamente panneggia-
ta. — 40. Busto di Adriano. — 41. Gruppo d'un Satiro con una
Ninfa. — 42. Bella erma di Mercurio. — 45. Venere Afrodite,
che esce dalla spuma del mare, stringendo colla sinistra un del-
fino, ed avente presso di sè un amorino che si dispone ad asciu-
garla. — 46. Minerva Pacifera, erma di eccellente scultura gre-
ca. — 47. Calliope, musa della poesia epica.
seconda sala. — 1. Marte in.riposo, capolavoro di antica
scultura, trovato nel recinto del portico di Ottavia, e ristorato
dal Beniini. — 4. Apollo sedente, col plettro nella destra, e la
lira nella sinistra. — 5. Minerva Medica, superba scultura greca.
— 7. Celebre gruppo di Oreste riconosciuto da sua sorella Elet-
tra, lavoro pregiatissimo dell’ artefice greco Menelao, scolare di
Stefano, conforme l’indica l’iscrizione. — 9. Un Satiro giova-
ne, statua in cui alla sublime esecuzione si congiungono la ele-
ganza di forme, ed una quasi perfetta conservazione. — 13. Esio-
ne, figlia di Laomedonte re di Troia: in questo stupendo busto
credono alcuni riconoscere Paride. — 14. Bacco ed Ampelo,
gruppo di bella scultura greca, scoperto sul Quirinale. — 15.
Giunone Regina, ossia la Fortuna, busto condotto da valente
scarpello greco. — 21, Marco Aurelio, testa colossale di bronzo,
col busto in porfido, e paludamento di metallo dorato. — 23.
Antonino Pio, statua di molto pregio. — 26. Bacco giovane,
statua assai lodevole. — 27. Testa rarissima di Giulio Cesare, in
bronzo, adattata su d’un busto coperto di paludamento. — 28. Un
Gallo che si uccide dopo aver messo a morte una donna che
•sorregge colla sinistra, e forse più probabilmente, Emone che
sostiene Antigone. Questa opinione ne sembra più verosimile
fra quante se ne azzardarono relativamente al vero soggetto d’un
cosi stupendo gruppo; imperocché, molti archeologi, non fra
loro d’accordo, stimarono riconoscere in esso Arria e Peto; Car
nace e Macareo, o pure Canace ed il Satellite; Piramo e Tisbe,
ed anche Fabio Massimo e Marcia. — 30. Mercurio, superba
statua greca. — 34. Una leggiadra Venere uscita dal bagno. —
>y Google
224 Quarta Giornata.
37. Busto dell’imperatore Macrino, di buona scultura e rarissi-
mo pel soggetto. — 38. Statua di Esculapio, opera anche que-
sta di buon lavoro. — 41. Maravigliosa testa colossale di Giu-
none. — 42. Sull’alto, un frammento di egregio bassorilievo,
esprimente il giudizio di Paride. — 43. Plutone che rapisce Pro-
Berpina, capolavoro di moderna scultura, uscito di mano del cè-
lebre Bernini. — 47. Gesso della famosa statua di Eschine,
esistente nel museo di Napoli, creduta da prima il simulacro di
Aristide. — 49. Statua di una imperatrice, il cui volto ha qual-
che somiglianza coi ritratti di Messalina Augusta, moglie di
Claudio. — 50. Busto di Antinoo. — 51, 53, 55. Sono tre sta-
tue di buona scultura greca, le quali rappresentano Pallade Ilia-
ca, Apollo pastore, ed un eroe in riposo.
Nel terzo palazzo si ammira un superbo affresco di Guercino,
in cui espresse 1’ Aurora seduta nel suo carro, scacciando in-
nanzi a sè la Notte, e spargendo fiori. In una lunetta della volta
contenente il suddetto dipinto, si vede l’apparire del Giorno, fi-
gurato da un giovanetto alato, con una face in una mano e dei
fiori nell’ altra. Nella lunetta incontro è la Notte, simboleggiata
in una donna che si è addormentata leggendo. L’appartamento
superiore ha pure nella volta un affresco di Guercino, non punto
inferiore all’altro, e nel quale l’artefice espresse la Fama, in fi-
gura d’ una donna suonante la tromba, e con in mano un ramo
di olivo.
Nel parco di questa villa sonovi statue, busti, bassorilievi,
urne, ecc. Fra questi marmi si rende osservabile un Satiro di
superba scultura, che si crede sia di Michelangelo. In essa villa
si scoperse l’ enorme masso di granito egizio che si scorge quasi
in faccia all’ingresso, e si crede che su di esso si ergesse l’obe-
lisco di Sallustio. — Dirigendosi per la via che conduce al pa-
lazzo Barberini, si trova a sinistra, la
CHIESA DI S. PICCOLA DA TOLENTINO.
Fu essa edificata nel 1614 dai principi Pamphily con architet-
ture di Giambattista Baratti; ma la facciata, abbellita con due
ordini di colonne, venne rifatta nello scorso secolo. Il s. Giov.
Battista nella cappella a destra della crocera è opera diBaciccio.
L’ aitar maggiore fu eretto con disegno di Alessandro Algardi,
che condusse eziandio i modelli delle statue, le quali vennero
scolpite da due suoi scolari, cioè: il Padre Eterno ed il s. Nic-
cola, da Ercole Ferrata, e la Nostra Donna, da Domenico Guidi.
Digitized-by Google
Chiesa di s. Niccola da Tolentino.
225
Il quadro con s. Agnese che osservasi nell’ altra cappella di cro-
cera è copia d’un dipinto di Guercino esistente nel palazzo Do-
ria. La cappella della famiglia Gavotti è decorata di marmi e
di altri ornati, e diedene i disegni Pietro da Cortona, il quale
colorì la volta con uno stile maraviglioso, e cominciò la piccola
cupola, finita poi, dopo la sua morte, da Ciro Ferri. Il bassori-
lievo sull’ altare, rappresentante la Madonna di Savona, appar-
tiene a Cosimo Fancelli. Uno dei due quadri che si veggono
nella cappella della Madonna, quello cioè a dritta, è del P. Raf-
faele, cappuccino, e l’ altro fu eseguito da Giuseppe Cades.
Proseguendo per la medesima via si trova la
PIAZZA BARBERINI.
Questa piazza, la quale occupa in parte l’area del circo di
Flora, piglia il nome dal palazzo Barberini posto da un lato, e
per l’ innanzi chiamavasi Grimani da un palazzo eh’ ivi aveva
questa famiglia. Nel mezzo va adorna di una bella fontana, im-
maginata dal Bernini: essa si compone di quattro delfini che,
colle code sollevate in alto, sostengono un’ ampia conchiglia di-
schiusa sopra cui sta un Tritone in atto di suonar la buccina, dal-
la quale esce un grosso gitto di acqua, che elevasi mirabilmente.
Da un canto della piazza si ascende alla
CHIESA DE' CAPPUCCINI.
Fu edificata dal card. Francesco Barberini, cappuccino e fra-
tello di Urbano Vili, con architetture di Antonio Casoni. Entro
la prima cappella a mano diritta, ammirasi il celebre quadro di
Guido Reni rappresentante s. Michele Arcangelo in atto di cac-
ciar Lucifero nell’inferno. Nulla potrebbe uguagliare l’ideale
beltà del santo Arcangelo e la delicatezza dei contorni di questa
figura. La coronazione di spine, sulla parete a sinistra, è di Ghe-
rardo Delle Notti, quadro donato a questa chiesa dal card. Mi-
cara, cappuccino. La trasfigurazione di Cristo nella seconda
cappella è di Marco Baiassi. Nella terza si ammirano due belli
dipinti di Domenicliino: in quello sull’altare, eseguito ad olio, è
rappresentato s. Francesco di Assisi in estasi, nell’altro, con-
dotto a fresco, poscia trasportato. in tela, vedesi espresso lo stes-
so santo moribondo. Sull’ altare della quarta cappella scorgesi
T orazione nell’orto, di Baccio Carpi: il monumento sepolcrale a
sinistra, lavoro dello scultore Antonio Bisetti, fu eretto nel 1855
10”
Digitized by Google
226 Quarta Giornata.
a monsig. Giovanni Corboli ed alla di lui madre Costanza. Il
quadro della quinta esprime s. Antonio che risuscita un morto,
opera di Andrea Sacelli. La Concezione sull’ aitar maggiore è
di Gioacchino Bombelli, e fu sostituita ad un quadro con sog-
getto simile, eseguito da Lanfranco, e distrutto da un incendio.
Camillo Rusconi inventò e scolpi il sepolcro posto a sinistra di
esso aitar maggiore, eretto ad Alessandro Sobieski, tìglio a
Giovanni III, re di Polonia, morto in Roma nel 1714.
Nella cappella seguente, il quadro colla Madonna e s. Bona-
ventura fu eseguito dal summenzionato Andrea Sacchi. La na-
scita di Cristo nella successiva cappella, venne colorita dal Lan-
franco. Gesù morto, soggetto espresso nel quadro dell’ altare
della terza cappella, è del Camassei, scolare di Domenichino. Il
dipinto della penultima cappella, rappresentante s. Felice, venne
condotto da Alessandro Turchi; ed il s. Paolo risanato dalla ce-
cità da Anania, espresso nella tela dell’ ultima cappella, è uno
de’ migliori e più corretti lavori di Pietro da Cortona. Sulla
porta della chiesa è collocata una copia in tela della Navicella
di Giotto, musaico esistente nel portico di s. Pietro in Vaticano.
Questa copia fu eseguita da un*tal Francesco Berretta per or-
dine di Urbano Vili. — Uscendo dalla descritta chiesa, in fondo
della strada a destra si trova la
CHIESA DI S. ISIDORO.
Questa chiesa, ove i pp. osservanti irlandesi hanno il con-
vento ed un collegio, fu edificata, assieme al detto convento,
nel 1620. 1 dipinti della prima cappella a diritta sono di Carlo
Maratta, il quale colorì pure la Concezione nella cappella a de-
stra di chi guarda l’altar maggiore. Su questo si vede il qua-
dro di s. Isidoro, opera molto bella di Andrea Sacchi. Anche le
pitture dell’ultima cappella spettano al Maratta. — Tornando
sulla piazza Barberini, e pigliando la via delle Quattro Fon-
tane, si trova a sinistra il nuovo ingresso che precede il palazzo
Barberini. Questo sontuoso' ingresso, compiuto nel 1868, è ve-
ramente degno dell’illustre e magnanima famiglia Barberini, e
dell’architetto cav. Azzurri, che diedene il disegno.
PALAZZO BARBERINI.
Sotto il pontificato di Urbano Vili della famiglia Barberini,
ebbe principio la fabbrica di così magnifico edifizio. Carlo Ma-
Digitized by Google
Palazzo Barberini. 227
derno diedene il primo disegno, Borromiui lo continuò, ed il
Bernini condusselo a compimento facendovi il prospetto. La ma-
gnificenza di questo palazzo viene anche accresciuta da una in- *
teressante raccolta di quadri che ne decora gli appartamenti e la
galleria.
Sotto il portico, da mano sinistra, è la scala principale deco-
rata di statue, ed al secondo ripiano si vede incassato nella pa-
rete uno stupendo leone antico scolpito in marmo. A destra sot-
to il medesimo portico, ha principio la scala a chiocciola, simile
a quella costruita da Bramante nel Vaticano. Questa scala con-
duce direttamente alla galleria dei quadri, divisa affatto dagli
appartamenti, e si giunge ad essa per la porticina che si trova
subito alla diritta.
prima sala. — Quadri più rimarchevoli. — Parete a sini-
stra entrando. — 5. Adamo ed Èva, di Pomarancio. — 4. L’an-
nunciazione di Maria sulla maniera di Coreggio. — 3. Quadret-
to di Andrea Sacchi, in cui, tra folto popolo, primeggiano, la
figura di s. Antonio e quella di un morto tornato in vita per
prodigio del santo stesso. — Parete delle finestre. — 21. s. Ce-
cilia, di Lanfranco. — 19. Lo sposalizio di s. Caterina, delPar-
migiauino. — Parete successiva. — 16. Un gran quadro diBe-
livart, espressavi la castità di Giuseppe. — Ultima farete. —
15. Gran quadro colla Maddalena, del Pomarancio. — 13. s.
Paolo, in mezza figura, della scuola di Andrea del Sarto. —
14. Un ritratto del pontefice Sisto V, in figura intera, della
scuola di Tiziano. — 11. S. Urbano, papa, di Simone Vouet. —
10. Una bella mezza figura di Guercino, rappresentante Sofo-
nisba, che ha nelle mani la coppa di veleno con cui si diede la
morte.
seconda sala. — Parete delVingresso. — 28. Lo sposalizio
di s. Caterina, opera della scuola di Raffaele. — 29. Un ritratto
di Marcantonio Barberini, senatore di Roma, di Carlo Maratta.
— 33. Ritratto di Urbano Vili Barberini, di Andrea Sacchi. —
Parete di fiaccia alle finestre. — £4 e 36. Due paesi, ossieno
due orizzonti, che si credono di Gaspare Pussino. — 38. Un
quadretto a luce di notte, creduto di Coreggio, ed esprimente v
Gesù nell'orto degli oh vi. — 39. Un Amore sullo stile di Gui-
do. — 41. S. Pietro che battezza i custodi del carcere Mamer-
tino, di Andrea Sacchi. — 44. Bel quadretto del Bonsanti, in
cui veggonsi gli ebrei intenti alla costruzione del tabernacolo.
— 45. Un quadretto di paesi, di Monteber. — Terza farete. —
48. Magnifico quadro di Francesco Francia, in cui rappresentò
Digitized by Google
228 Quarta Giornata.
la Madonna con Gesù Bambino, s. Giovanni e s. Girolamo. —
54. Altra Madonna col suo divin figliuolo , del Sodoma. —
• 98. Quadro in cui il Canaletto ritrasse il così detto palazzo vec-
chio di Firenze. — 58. La Nostra Donna con Gesù Bambino,
di Giovanni Bellini. — 59 e 50. Due abbozzi attribuiti al Co-
reggio. — Ultima parete. — 63. Il ritratto della figlia diMengs,
opera del Meliga stesso. — 65. Un baccanale all'acquarello, del
Romanelli. — 66. Sacra Famiglia, che credesi di Francesco
Francia. — Ritratto di Masaccio, dipinto di propria mano. —
Al disopra delle porte veggonsi due quadri del Romanelli, i
quali rappresentano; uno, Calisto condotta al cospetto di Diana
da altre ninfe, e l’altro, Atteone mutato in cervo dalla mede-
sima dea.
terza sala. — Parete incontro all’ ingresso . — 86. La
morte di Germanico, lavoro assai stimato di Niccolò Pussino.
— 75. Paese di Claudio Lorenese. — 87 e 89. — Due paesi del-
l’ Albani, il quale, in uno dipinse Galatea col suo corteggio, nel-
l’altro la Maddalena pentita, prostrata a’ piedi del Redentore.
— Parete successiva. — Su di essa attirano l’attenzione sei stu-
pendi ritratti. — 82. La Fornarina di Raffaello; sublime opera
di così incomparabile artefice. — 85. Ritratto della sventurata
Beatrice Cenci, dipinto da Guido Reni, e mille e mille volte in va-
rie guise riprodotto. — 81. Ritratto della sorella maggiore di
essa Beatrice, o, secondo alcuni, della di lei madre, e si crede di-
pinto da Michelangelo da Caravaggio. — 83. Lucrezia Cenci,
matrigna di Beatrice, lavoro di Scipione Pulzone da Gaeta. —
84. Donna Anna Colonna, lodevole dipinto di scuola spagnuola.
80. — Andrea Del Sarto dipinse questo bel ritratto* e credesi
sia quello di sua moglie. — Parete incontro alle finestre. —
74. Questo bellissimo quadro con Adamo ed Èva, vuoisi ri-
guardare come una delle migliori opere di Domenichino. — 76,
77 e 88. Quadretti di Claudio Lorenese. — 79. Gesù disputante
coi dottori, di Alberto Durerò. — 78. Ritratto dipinto da Bron-
zino. — 72. Una mezza fig»a di donna, detta la schiava di Ti-
ziano, a cui si deve questa stupenda tela. — 75 S. Urbano, di
Guido Reni. — Ultima parete. — 90. Una sacra Famiglia, ope-
ra classica di Andrea Del Sarto. — 92. Ritratto di un filosofo,
discuoia fiamminga. — 93. Un’ Annunziata, di Alessandro Bot-
ticelli. — 94. Ritratto del pontefice Paolo III, che credesi di Ti-
ziano.— 95 e 91. Due sacre Famiglie della scuola di Raffaello.
Uscendo dalla Galleria si può ascendere, anche per la stessa
scala, al gran salone del primo piano, la cui volta fu dipinta a
Digitized by Google
Paiatto Barberini. 229
fresco da Pietro da Cortona, opera che viene riguardata come
il capolavoro di quell’artefice.
Il soggetto dell’affresco in discorso è il trionfo della Gloria,
espresso per mezzo di attributi della famiglia Barberini. Il pitr-
tore divise la volta in cinque scomparti. Nel mezzo campeggia-
no le armi di casa Barberini portate al cielo dalle Virtù al co-
spetto della Provvidenza, circondata dal Tempo, dalle Parche,
daH’Etemità, e da molte altre divinità. Nello scomparto a sini-
stra è rappresentata Minerva che fulmina i Titani. In mezzo al
secondo scomparto si veggono la Religione e la Fede; in uno
dei lati, la Voluttà, nell’altro Sileno. Nel terzo scomparto, in
alto, sono rappresentate la Giustizia e l’Abbondanza, e in basso,
la Carità ed Ercole che uccide le Arpie; allegoria riferibile al ga-
stigo dei malvagi. In mezzo al quarto scompartimento si vedo-
no la Chiesa e la Prudenza, ed in basso la fucina di Vulcano e
la Pace che chiude il tempio di Giano.
Questo palazzo ha una biblioteca a molta ragione celebrata,
perchè in essa sono contenuti 50,000 volumi a stampa, molti
codici e manoscritti preziosi. In essa si osservano ancora diver-
se iscrizioni lapidarie in marmo, ed altri oggetti di antichità.
Nell’annessa villetta esisteva il Capitolium Vetus (Campido-
glio antico), piccolo tempio con tre edicole dedicate, sotto'Nu-
ma, a Giove, a Giunone, ed a Minerva: questo tempietto si vuol
riguardare come il tipo del tempio di Giove Capitolino, eretto
da Tarquinio Prisco.
Nel cortile, dietro il palazzo, si vede la grande iscrizione an-
tica, esistente già nell’arco trionfale, eretto all’imperatore Clau-
dio sulla via Flaminia, per la conquista dell’Inghilterra e delle
isole Orcadi. — Dalla piatta Barberini, procedendo per la via
del Tritone, si giunge dirittamente alla
FONTANA DI TREVI.
Essa è alimentata Adacqua Vergine, la quale Agrippa, ge-
nero di Augusto, fece condurre in Roma in servizio delle sue
terme, situate dietro il Pantheon; e si disse acqua Vergine, per-
chè una donzella ne mostrò la sorgiva a dei soldati assetati. Tal
sorgiva ha origine sull’antica via Collatina nella tenuta di Sa-
lone, fra le strade di Tivoli e di Palestrina, e giunge in Roma per
un condotto sotterraneo che ha un giro di 14 miglia: questo
condotto fu ristaurato da Claudio e da Traiano. 1,’acquidotto
passa vicino al ponte Nornentano, traversa le vie Nomentana e
Digitized by Google
230 Quarta Giornata.
Salaria, e dopo attraversata la villa Borghese, giunge sotto la
Trinità de’ Monti, ove si divide in due rami, uno dei quali, scor-
rendo entro l’antico condotto, sbocca alla ricordata fontana, e
l’altro si dirige' per la via Condotti.
Pio IV, dopo aver procurato il ristauro del condotto dell’ac-
qua Vergine, fece costruire la sua mostra principale in un lato
del maggior prospetto del palazzo Poli, e siccome l’acqua sgor-
gava per tre bocche nella vasca, così fu detta in Trivio, poscia
corrottamente di Trevi, come oggi si chiama. Urbano Vili ri-
volse la principal mostra dalla parte in cui oggi si vede, deco-
randola con una semplicissima facciata. Clemente XII ne mutò
per intero la forma, dandole un aspetto di magnificenza che la
rende distinta fra gli altri edifizi di Roma moderna. Quel pon-
tefice si valse all’uopo dell’architetto Niccolò Salvi, ordinando
che la nuova facciata andasse adorna di statue e di bassorilievi
in istucco; in seguito però Clemente XIII fece eseguire il tutto
in marmo per rendere l’opera vieppiù sontuosa ed ammirabile.
Un de’ lati del palazzo Poli venne ridotto, con magnifica de-
corazione, a servir di prospetto a questa bella e sorprendente
fontana. Esso prospetto è interamente costruito in travertini, e
si eleva su d’un solido imbasamento, essendo ornato nei lati con
sei pilastri corintii. e nel mezzo con quattro colonne dell’ordine
stesso formanti un anticorpo. Tra i pilastri s’aprono due ordini di
finestre; nel centro ded' anticorpo è aperto un niccliione arcuato,
e nei canti, fra le colonne, sono due nicchie minori quadrilun-
ghe. Tanto le colonne quanto i pilastri sorreggono il loro cor-
nicione sormontato da un attico, il quale rimane decorato, nella
parte centrale, dallo stemma di Clemente XII, e da quattro gran-
di statue, il tutto scolpito in travertino.
Innanzi al niccliione, magnificamente abbellito con colonne
ed ornati, si scorge la statua colossale dell'Oceano il quale, in
maestoso atteggiamento ed avente in mano lo scettro, sembra
uscir dalla sua reggia stando su d’un ampia conchiglia foggiata
a guisa di carro, tirato da due cavalli marini guidati da Tritoni,
opera condotta da Pietro Bracci. Nelle nicchie laterali si veggo-
gono le statue della Salubrità e dell’Abbondanza, scolpite da
Filippo Valle, sulle quali sono due bassorilievi: uno di tali bas-
sorilievi, lavoro di Giovanni Grossi, rappresenta Marco Agrippa
che ordina la fabbrica dell’acquidotto; l’altro, opera di Andrea
Bergondi, esprime il momento in cui la giovanotta scoperse la
sorgiva di quest’acqua. Le quattro statue’ dell’attico alludono
all'abbondanza de’ fiori, alla fertilità de’ campi, alle dovizie di
autunno, ed alle dolcezze de’ prati.
Digitized by Google
*r. ina <p «1l<p
Digitized by Google
&x TBJG\rz
Fontana di Trevi.
231
Quello peraltro che rende veramente mirabile questa bellissi-
ma fontana, pittoricamente immaginata, è l’abbondanza dell’ac-
qua che sgorga e rigurgita in differenti guise attraverso ai gran-
di scogli, e soprattutto quel gran volume di essa ch’esce per di
sotto alla statua dell’Oceano e che, spumeggiando come un im-
petuoso torrente, cade per tre volte d’una in un’altra conca, pre-
cipitando in fine entro un immenso bacino di marmo che si tro-
va al disotto.
Sulla piazza della Fontana di Trevi è la chiesa de’ santi Vin-
cenzo ed Anastasio, eretta coi disegni di Martino Longhi il gio-
vane, il quale ornò la facciata con due ordini di colonne, corin-
tie e composite.
Da uno de’ lati della fontana, da quello cioè a sinistra di chi
la osserva, esiste una piccola piazza, ove sorge la chiesina di s.
Maria in Trivio , la cui origine risalisce al secolo VI, essendo
stata edificata da Belisario, come lo attesta un’antica iscrizione
incassata nel muro del suo fianco esterno. Gregorio XIII la die-
de ai religiosi di s. Camillo, detti i ministri degl’infermi, i quali
sul finire del secolo XVII la riedificarono nel modo ch’ora si ve-
de, coi disegni di Giacomo Del Duca. In oggi questa chiesa ap-
partiene ai sacerdoti Missionari del prezioso sangue.
La strada a lato di questa chiesa sbocca sulla yiazia di Poli,
la quale piglia nome dal palazzo che ivi si osserva, eretto con
architetture di Martino Longhi, appartenente oggi al principe
di Piombino, e già dei duchi di Poli.
La via che viene dopo il detto palazzo mette nella strada del-
la Chiavica del Bufalo, ove, voltando a destra, si trova subito
suiristesso lato il palazzo del Bufalo (N.° 133). Nel cortile della
casa portante il N.° 14, contigua al detto palazzo, esiste la iscri-
zione monumentale posta a Claudio pel ristauro da lui fatto e-
seguire all’acquidotto à.Q\V acqua Vergine. Rimpetto alla casa
suddetta è il collegio Nazareno, diretto dai padri delle scuole pie
istituiti da s. Giuseppe Calasanzio. — La via’ che apresi di fac-
cia al palazzetto del Bufalo conduce alla
CHIESA DI 8. ANDREA DELLE FRATTE.
Ne’ convicini luoghi, in altri tempi, non erano che orti e vi-
gne circondate da siepi, che qui soglionsi chiamar fratte , da
cui piglia nome la contrada. L’architettura della suddetta chie-
sa, tranne il campanile, opera bizzarrissima del Borromini, ap-
partiene a Giovanni Guerra; la facciata però, rimasta incompiu-
Digitized by Google
232 Quarta Giornata.
ta, venne terminata nel 1826 per un legato del card. Ercole
Consalvi, e dieciene il disegno l’architetto Pasquale Belli.
Entrando nel sacro tempio si osserva nell’ultima cappella a
destra, dedicata a s. Francesco di Paola, molta copia di buoni
marmi che ne formano la decorazione. Il s. Andrea sull’altar
maggiore è di Lazzaro Baldi; il quadro a destra fu eseguito dal
Trevisani, e l’altro a sinistra da Giambattista Leonardi. I due
grandi angeli collocati ai canti della balaustrata, vennero scol-
piti dal Bernini. Gli affreschi della volta della tribuna e quelli
della cupola appartengono a Pasquale Marini. Sotto la mensa
dell’altare della seguente cappella si osserva ima bella statua
scolpita da Camillo Pacetti, rappresentante s. Anna moribonda.
In una delle cappelle dal lato medesimo si venera l’immagine
della "Vergine Immacolata, conforme apparve in questo stesso
santuario, nel 1842, all’isdraelita M .' de Ratisbonne, allorquan-
do si convertì alla religione cattolica. Questa immagine, che si
tiene in grande venerazione pe’ molti prodigi operati, va ricca
di preziosi doni, e fu dipinta dal cav.. Carta. — Presso la de-
scritta chiesa è il
COLLEGIO DI PROPAGANDA FIDE.
Così viene chiamato il pio stabilimento, eretto per la propa-
gazione della fede da Gregorio XV, e compiuto poi da Urbano
Vili: fu esso cominciato con architetture del Bernini, e termi-
nato coi disegni del Borromini. Ivi si accolgono i, giovani nati
in contrade oltramontane ed orientali, ove sono infedeli ed ere-
tici, perchè vi compiano la loro educazione civile e religiosa, e
tornino in seguito alle loro regioni a spandervi la fede, siccome
missionarii. L’annessa biblioteca contiene libri orientali, e per-
gamene cofte; come pure vi si trova una bella collezione di me-
daglie antiche, molte pietre preziose e delle rarità orientali: sì
fatti oggetti furono in gran parte donati dal card. Stefano Bor-
gia. In questo pio istituto avvi una tipografia ricca di caratteri
orientali, ed una chiesina sacra all’ Epifania del Signore, edifi-
cata coi disegni del Borromini. — H ricordato collegio ha il pro-
spetto principale sulla
PIAZZA DI SPAGNA.
Dal gran palazzo che quivi esiste, appartenente alla corte di
Spagna, trasse il suo nome questa piazza, la quale rimane attore
Digitized by Google
a ni a-uj <iis ^-p
Digitized by Cìooglc
fiasca ©a S3P^.®-rT^
Piatiti di Spagna. 233
niata da grandi e belli casamenti, nella maggior parte serbati
ad alloggiare gli stranieri.
Oggi forma la principale decorazione di questa piazza il suT
perbo monumento, fattovi erigere nel 1856 dal pontefice Pio IX,
in memoria della solenne dogmatica definizione dell'immacolato
concepimento di Maria Vergine: monumento alla cui spesa con-
corsero, assieme alla nominata Santità Sua, moltissimi generosi
cattolici. Il pontefice destinò all’uopo la bella colonna di marmo
caristio, trovata fin dal 1T78. sulla piazza di Campo Mano, la
quale rimaneva giacente dietro il palazzo di Monte Citorio; e per
porre ad effetto il nobile divisamente, si valse dell’opera del
commendator Luigi Poletti, architetto di chiara fama.
Sorge la monumentale colonna incontro al prospetto di Pro-
paganda Fide, su di un gran basamento ottagono, dalle cui
facce minori nascono quattro piedistalli, e sopra, questi sono col-
locate le marmoree statue sedenti di quei profeti, che in modo
speciale parlarono della Immacolata Vergine. Esse rappresen-
tano, in colossali dimensioni: Mosè, scultura d’Ignazio J acome t-
ti; David, lavoro di Adamo Tadolini; Isaia, opera di Salvatore
Revelli; Ezechiele, di Carlo Chelli.
Ciascuna delle quattro facce principali del basamento, contiene
un bassorilievo in marmo, e sono: la definizione del dogma del-
la Concezione, del cav. Pietro Galli; il Sogno di s. Giuseppe,
di Niccola Cantalamessa; la Coronazione di Maria in cielo, di
Giammaria Benzoni; l’Annunziazione della medesima, di Fran-
cesco Gianfredi.
La statua della Concezione, che compie sull’alto il monumen-
to, fu modellata dallo scultore Obici, il quale modellò anche il
sottostante gruppo, figurante gli emblemi de’ quattro Evange-
listi che reggono il globo terrestre, su cui si eleva la statua
stessa; ed il tutto venne fuso in bronzo da Luigi Derossi.
La colonna, non essendo abbastanza solida nel terzo inferiore,
fu assicurata con cerchi di ferro, collegati in bella guisa da ele-
ganti arabeschi in ferro dorato. La base di essa è di marmo
bianco, al pari del capitello d’un vago composito, contenente i
simboli ed il monogramma della Vergine Maria. Il piedistallo,
fregiato tii scelti marmi come l’accennato basamento, è adorno
nelle due facce principali dei lati coll’arme in bronzo del ponte-
fice Pio IX, e nelle àltre due maggiori facce leggonsi due iscri-
zioni analoghe al monumento, il quale fu con solenne pompa
inaugurato dallo stesso pontefice, il giorno 8 settembre del
185T L’altezza totale del descritto monumento, compresavi la
Digitized by Google
234 Quarta Giornata.
statua in bronzo, alta 3 met., ascende a 29 met. e 23 centimetri.
Verso il centro della piazza in discorso si scorge una bella
fontana, eseguita d’ordine di Urbano Vili con bizzarro disegno
eli Pietro Bernini, padre del celebre Lorenzo: essa rappresenta
una barca, a causa di che vien chiamata la Barcaccia. Forma
anche stupendissima decorazione della piazza stessa l’ ampia ed
imponente scalinata che. mette sul monte Pincio, e proprio di
prospetto alla chiesa della Trinità de’ Monti. Questa magnifica
scalinata venne costruita mercè un lascito di Stefano Gouffier
ambasciltore francese presso la santa Sede, morto in Roma nel
1660: essa fu cominciata ai tempi d’ Innocenzo XIII coi disegni
di Alessandro Specchi, e terminata sotto Benedetto XIII colla
direzione dell’ architetto Francesco De Sanctis.
In questa piazza metton capo parecchie strade, e quella di
esse che rimane incontro alla scalinata, appellasi ria Condotti,
a causa appunto dei condotti dell’ acqua Tergine che vi passano
sotto. L’altra che conduce direttamente alla piazza del Popolo,
cliiamasi via del Babuino, ed ivi era il teatro Alibert, spettante al
principe Alessandro Torlonia, il quale, nel 1860, avevaio total-
mente rinnovato coi disegni dell’ architetto Carnevali, acciocché
potesse servire agli spettacoli diurni e notturni; ma nella notte
del 14 al 15 febbraio del 1863, rimase intieramente distrutto da
un incendio. Le due strade già sopra accennate, al pari che la
piazza di Spagna e le altre vie prossime, sono abbondanti di lo-
cande, di magazziui di stampe, di studii di belle arti, ecc.
La grande scalinata, già sopra indicata, conduce sulla piazza
della Trinità de’ Monti, ov’ esiste P
OBELISCO DELLA TRINITÀ’ DE' MONTI.
A vie maggiormente decorare questa illustre metropoli, ed a
conservar gli antichi monumenti della romana magnificenza,
Pio VI, nel 1789, fece erigere il detto obelisco, valendosi del-
l’ opera dell’architetto Antinori. Esso è di granito egizio con
geroglifici ed ha 14 met. e 17 c. di altezza, non compreso il piedi-
stallo: anticamente era collocato nel circo degli orti Sallustiani,
de’ quali tenemmo discorso , e piglia il nome dalla prossima
CHIESA DELLA TRINITÀ' DE' MONTI.
Fu questa eretta da Carlo Vili, re di Francia, che diedela ai
PP. Minimi di s. Francesco di Paola. Sisto V consacrolla nel
Digitized by Google
Chiesa della Trinità de' Monti. 235
1585, ed il card. Macon fecela ornare di pitture. Per molti anni
rimase abbandonata con grave suo detrimento, per cui Lui-
gi XVIII, pure re di Francia, ne procurò il ristauro colla dire-
zione dell’architetto Mazois. Di presente appartiene alle suore
del sacro cuore di Gesù, le quali stabilirono nell’ annesso con-
vento una casa di educazione per le fanciulle.
Entrando in questa chiesa, la prima cappella a destra ha sul-
1’ altare un quadro ad olio col battesimo di Cristo, pittura di
Gio. Battista Naldini, il quale fu anche autore di tutti gli affre-
schi di essa, rappresentanti alcune storie del santo Precursore.
Il s. Francesco di Paola nella seconda cappella è opera di Fa-
brizio Chiari. Gli affreschi nella terza vennero eseguiti sui carto-
ni di Daniele da Volterra dai suoi scolari Michele Alberti, Paolo
Rossetti, ecc. L’affresco dell’altare, che ha per soggetto l’ As-
sunta, si vuole che contenga l'effigie di Michelangelo, espressa
in quel personaggio, il quale è nel destro lato di chi osserva,
accennando verso la Nostra Donna. I laterali rappresentano, la
strage degl’innocenti, e la presentazione al tempio. Nelle su-
periori lunette si osservano , Gesù presentato al tempio , e la
natività della Madonna, la cui annunciazione è espressa nelle lu-
nette ai lati della finestra. La flagellazione alla colonna, sull'al-
tare della quarta cappella, è di M.r Pellière, gli affreschi appar-
tengono aParis Nogari, ed alludono alla passione del Redentore.
La quinta cappella rimane abbellita da affreschi della scuola del
Sodoma: nella parete dell’altare si scorge il presepe ed i ss. apo-
stoli Pietro e Paolo; nei dipinti laterali sono figurate, l’adora-
zione dei Magi e la circoncisione di Gesù. L’ultima cappella va
adorna del pari di buone pitture a fresco, le quali sentono assai
lo stile di Pietro Perugino. Il dipinto dell’ altare ha per sog-
getto gli apostoli mirabilmente atteggiati nell’ adorazione del
Salvatore assiso in gloria: i laterali ci offrono, la risurrezione del
Redentore e la venuta dello Spirito Santo: nelle corrispondenti
lunette si vedono, il presepe e l’adorazione dei Magi; in quelle
poi ai Iati della finestra è espressa l’ annunciazione di Maria.
L’architettura dell’ aitar maggiore è di Giovanni Campagne,
e le suore del sacro cuore lo fecero in bella guisa ornare. L’As-
sunta a fresco, nella sinistra della crocera, fu cominciata da
Taddeo Zuccari, e compiuta da Federico suo fratello. A Pierino
Del Vaga si debbono gli altri affreschi rappresentanti, Isaia e
Daniele, e diversi tratti della vita della Madonna.
Facendosi ad osservare le cappelle dell’opposto lato, il qua-
drq sull’ altare della prima, col cuore di Gesù, è lavoro di Ales-
Digitized by Google
236 Quarta Giornata.
sancirò Seitz, a cui appartengono pure i laterali, esprimenti, la
parabola dal figliuol prodigo, e l’ altra delle vergini prudenti. Il
quadro della successiva cappella, rappresentante l’ apparizione
del Redentore alla Maddalena, si attribuisce a Giulio Romano.
Il s. Giuseppe sull’altare della terza cappella è di M.r Langlois.
Le pitture nella quarta sono del Vent, il quale, nel quadro del-
l’altare, eseguito ad olio, rappresentò la Concezione, e negli
affreschi laterali 1’ Annunziata, e la visitazione di santa Elisa-
betta. Nella quinta cappella ammirasi la celebratissima deposi-
zione di croce, di Daniele da Volterra, pittura a cui, per lungo
tempo, si accordò il secondo posto dopo la Trasfigurazione di
Raffaello. Questo capolavoro, dipinto a fresco, fino dal 1811
venne trasportato in tela per meglio garantirlo dai danni del
tempo, e fu poscia ristaurato dal Camuccini. Sull’altare dell’ul-
tima cappella, decorata con pitture a fresco di Cesare Nebbia,
vedesi una deposizione di croce, in gesso, modellata da Gugliel-
mo Achtermann, scultore alemanno. — Al termine dello stra-
done alberato, che rimane a destra uscendo dalla chiesa, si tro-
va il
PALAZZO DELL’ACCADEMIA DI FRANCIA.
Il card. Ricci da Montepulciano fece erigere il palazzo assieme
all’ annessa villa, nel 1540, coi disegni di Annibaie Lippi, tranne
il prospetto che guarda la villa, che si pretende fosse architet-
tato da Michelangelo. Questo edifizio venne poi ampliato ed ab-
bellito dal card. Alessandro de’ Medici, il quale comperollo pri-
ma d’esser creato papa col nome di Leone XI. Tanto il palazzo,
quanto la villa trovansi in luogo elevato e delizioso; e sebbene
quest’ ultima sia nell’ interno di Roma, pure ha un circuito di
circa un miglio e mezzo, dominando la città e le sue vicinanze.
La Francia acquistò in processo di tempo il palazzo e la villa
in discorso, e sul finire del passato secolo, vi trasferì la sede
dell’ Accademia di belle arti, fondata in Roma da Luigi XIV
nel 1666. Essa si compone di un direttore e di parecchi pensio-
narii, scelti fra gli studenti nelle scuole di belle arti che riporta-
rono il premio in Parigi. In una galleria del palazzo si trovano
riuniti, a comodo de’peusionarii, i gessi dei capolavori dell’ an-
tica scultura. — All’ uscire dal palazzo suddetto si ha, a destra,
l’ingresso del
Digitized by Google
237
Pubblico ‘passeggio sul Pincio.
PUBBLICO PASSEGGIO SUL PINCIO.
Fino al cominciare del presente secolo questa parte del Pincio
non offeriva agli sguardi se non un terreno posto a vigna. Sol-
tanto allorché Roma trovossi sotto il dominio dell’impero fran-
cese, si pensò a formare ivi un pubblico passeggio, l’esecuzione
del quale venne affidata all’architetto Valadier. Mentre però si
andava ponendo in atto un sì bel pensiero, tornava Roma sotto
il governo dei papi, per lo che il pontefice Pio VII, riposto sul
suo seggio, ordinò che gl’ incominciati lavori di questo passeg-
gio fossero proseguiti e compiuti con tutta la munificenza de-
gna di Roma. Lo stesso Valadier ebbe il carico di terminare tale
opera, ed a lui quindi spettano, non solo l’idea generale di così
ameno passeggio pubblico, ma anche le architetture delle solide
sostruzioni, erette a sostegno del Pincio dal lato di Ovest. Cosi
fatte sostruzioni, abbellite di architettoniche decorazioni, di sta-
tue, di colonne rostrate, di bassorilievi ecc., e frammiste a verdi
piante, presentano, dalla piazza del Popolo, che rimane di sotto,
una bella e variata prospettiva.
La spaziosa spianata di questo passeggio, da dove si gode la
vista di quasi tutta intora la città e de’ luoghi circonvicini, ri-
mane divisa in ampii riquadri ed in lunghi e larghi viali om-
breggiati da alberi. Alcuni scompartimenti sono ridotti a giar-
dini, ed altri vanno ricchi di spesse piante a guisa di boschetti:
in una parte, verso la villa Medici, sorge un casino di bizzarra
architettura del Valadier, e poco discosto elevasi un obelisco
egizio, proveniente dagli orti V ariani, qui eretto nel 1822. Oltre
a ciò si osservano pure in questo ameno passeggio, alcune sta-
tue antiche e moderne; ed i principali viali vanno adorni di mol-
ta quantità di erme d’ illustri italiani , che si distinsero nelle
scienze, nelle lettere, nelle armi, nello arti belle.
Discendendo dal detto passeggio pubblico, per mezzo di viali
agiatissimi e spaziosi, fatti a zigzag e fiancheggiati da alberi,
si vengono costeggiando le ricordate sostruzioni , finché si
giunga alla piazza ed alla porta del- Popolo, di cui già parlam-
mo. — Uscendo poi la detta porta, scorgesi subito a destra l’in-
gresso della
VILLA BOBGHESE.
Quest’ampia e deliziosa villa, che ha un circuito di circa quat-
tro miglia, fu eretta dal cardinale Scipione Borghese, nipote a
papa Paolo V, coi disegni di Giovanni Vasanzio, detto il Fiam-
Digitized by Google
238 Quarta Giornata
mingo. Verso la fine dello scorso secolo venne ingrandita dal
principe Marcantonio Borghese, dirigendo l’ opera l' architetto
Antonio Asprucci. In seguito, i principi di questa famiglia, la
più doviziosa e splendida di Roma, l’ampliarono e l’ abbellirono;
e l’attuale principe la va rendendo ogni giorno più degna di
questa capitale.
Un gran propilèo ionico, imitato dai più belli propilèi di Gre-
cia e dell’Asia minore, costituisce l’ingresso principale di questa
villa; e fu esso eretto coi disegni dell’architetto Luigi Canina.
Di prospetto all’ entrata s’apre un viale spazioso e magnifico, il
quale conduce dirittamente ad una fontana, il cui abbondante
gitto d’acqua s’ innalza a considerevole altezza; e fa prospetto ad
essa un arco, elevato sopra masse di scogli, ed avente nel cen-
tro un antico simularco di Esculapio.
Continuando il cammino lungo lo stesso viale, si traversa un
pylone di un tempio egizio, il quale serve per nascondere un
ponte che si dovette costruire a cavallo della pubblica via, per
porre in comunicazione, da questo lato, la villa già esistente
colla porzione aggiuntavi nell’ ultimo ingrandimento , diretto
dal surricordato Canina, coi disegni del quale fu anche abbellito
di nuove fabbriche. Poco 'dopo attraversato l’indicato pylone,
si lasciano a sinistra diversi edilìzi; e quindi ripiegando sul me-
desimo lato, si trova quasi subito, parimenti a sinistra, uno spa-
zioso viale, munito di cancello di ferro, in fondo a cui è il lago
di Esculapio, cosi chiamato a causa del tempio dedicato a tale
divinità, eretto nell’ isoletta che compie la veduta. Incontro al-
l’ anzidetto viale se ne apre un altro, il quale ha nel fondo un
tempietto monoptero sacro a Diana, ed ivi presso, da sinistra,
sorge ima cliiesina con portichetto per cristiana comodità dei
villerecci.
Avanzando sempre sul gran viale maestro si ha sulla destra
l’ippodromo, conosciuto col nome di piazza, di Siena, e poscia
un palazzino, incontro a cui rimane un castello foggiato a guisa
di quelli del medio evo. Viene quindi di prospetto una imitazio-
ne di un tempio antico in rovina, della specie di quelli che cliia-
mavansi in antis, il quale porta il nome di Antonino e Faustina.
Innanzi ad esso tempio si osservano le copie delle iscrizioni rin-
venute nelle rovine della casa villereccia di Erode Attico, le
quali oggi sono in Parigi.
Di quivi, ripiegando'a diritta, si perviene innanzi ad una bella
fontana, denominata dei quattro cavalli marini. Passata di poco
la fontana si entra nei confini della primitiva villa, ossia in quella
Digitized by Google
239
Palazzo della Villa Borghese.
del card. Scipione Borghese, ed in fondo al viale si trova l’in-
gresso originario. Prima però di giungere fin là, ei vede a si-
nistra il
PALAZZO DELLA VILLA BORGHESE.
Fu esso eretto dal card. Scipione Borghese coi disegni di Gio-
vanni Yasanzio, fiammingo, superiormente ricordato. L’archi-
tetto Asprucci ornò di nuovo tutte le sale d’ ordine del principe
Marcantonio, che riunì qui due y celie collezioni di sculture an-
tiche conosciute col nome di monumenti Gabint e di monumenti
Borghesiani. Dopo la morte di lui, per le vicissitudini dei tem-
pi, la Francia, nel 1809, volle ad ogni costo acquistare que’ pre-
ziosi marmi, di guisa che essi ora si ammirano nel museo del
Louvre a Parigi, e ad onta delle insistenze del principe Camillo,
non si potè ottenere di riacquistarli. Laonde quel principe si
adoperò di riparare la perdita, per mezzo d' una nuova collezione
di monumenti che compose con oggetti che possedeva in altre
ville, e con quelli che potè trovare negli scavi fatti praticare
nelle sue terre. Tal novella raccolta essendo stata poscia au-
mentata sì dal defunto principe D. Francesco, sì da quello at-
tuale, è divenuta talmente considerevole che, non solo primeggia
fra quelle di Roma, ma fa obliare anche la perdita delle colle-
zioni primitive.
portico. — Si entra da prima in un portico, ossia vestibolo
sorretto da pilastri dorici. Fra’ monumenti situati in esso, veg-
gonsi murati nelle pareti laterali due grandi bassorilievi trion-
fali, facenti già parte dell’arco di Claudio che anticamente esi-
steva nel quadrivio dell’attuale piazza di Sciarrani si osservano
pure alcuni frammenti, diversi cippi, un sarcofago trovato presso
Ostia, ornato all’ innanzi di un bassorilievo rappresentante giuo-
chi di naumachia, ed un bassorilievo in cui è figurata una bat-
taglia fra Romani e barbari del nord. — Dal portico s'ha in-
gresso in un magnifico
salone. — Esso è lungo 19 met. e 27 cent., largo 13 met.
e 29 cent., alto met, 16. La volta fu dipinta a fresco con molto
effetto da Mariano Rossi, siciliano, che vi espresse l’ arrivo di
Camillo in Roma nel punto in cui i difensori del Campidoglio
trattavano con Brenno il riscatto della città. Le pareti vennero
dipinte ad arabeschi da Pietro Rotati, romano, egli animali sono
lavori di Vincislao Peters, pittore tedesco* che superò ogni altro
artefice in simil genere di pittura. I pilastri rimangono ornati
di cammei scolpiti da Giov. Monti, da Massimiliano Laboureur,
Digitized by Google
240 Quarta Giornata.
da Francesco Carradori, dal Salimbeni, e dal Pacetti. 1 ricordati
artefici e Tommaso Righi condussero i bassorilievi rotondi. Le
nicchie e le porte furono tutte ornate con due colonne di gra-
nito del Lago Maggiore. Sopra le dette porte e sulle nicchie e
finestre veggonsi i moderni busti de’ dodici Cesari, in marmi di
diversi colori, col capo in marmo bianco. Incontro all’ ingresso
si scorge, superiormente ad una porta,- un alto rilievo di grandi
dimensioni, rappresentante Curzio a cavallo nel momento di
precipitarsi nella voragine, opgra in gran parte ristaurata. Il
musaico che abbellisce il pavimento fu scoperto nel 1835 alle
radici de’ colli Tusculani, diviso in cinque scomparti come qui si
osserva: esso presenta dei giuochi gladiatorii nell’anfiteatro, e
quantunque dallo stile si rilevi appartenere all’ ultima epoca
dell’impero, pure ha vivezza di tinte, ed ingegnosa esecuzione.
Facciamoci ora a dire delle opere di scultura. A sinistra en-
trando si vede una statua di Diana, e poscia si osservano: un
busto incognito; una testa d’ Iside ed una di Giunone, ambedue
colossali e di eccellente lavoro: il Satiro semicolossalè qui collo-
cato ha il capo moderno, e nel cippo su cui posa, è scolpito un
sacrifizio bacchico. V engono in seguito, il busto di Vespasiano;
una statua di Tiberio; un’altra di Meleagro; Caligola in abito
di sacrificatore, ed una sacerdotessa: poi veggonsi, il gruppo di
Bacco con un Satiro, scoperto nel 1832 nella tenuta dell ’lnvio-
latella ; una statua d’ uomo togato ; un busto incognito; due
busti colossali, de’ quali, quello a sinistra rappresenta Adriano,
l’altro Antonino Pio: tra essi busti si scorge una statua semi-
colossale di Bacco, posta su d’una base scolpitovi il dio Pane
che fa offerte ad un’erma bacchica; in fine osservasi, un busto
incognito, ed una statua di Diana. — La porta presso il busto
di Antonino Pio, mette nella
prima sala, detta di Giunone. — Essa è decorata con pa-
recchi bassorilievi in plastica bene imitati da quelli antichi, e
furono eseguiti dal Pacetti e dal Penna. La volta fu abbellita
di prospettive e di arabeschi dal Marchetti, ed i quadri appar-
tengono al De Angelis. In quello di mezzo è rappresentato il
giudizio di Paride; nei laterali, le parche che filano i destini di Ro-
ma, Enea fuggente da Troia, Giunone che implora la distruzio-
ne della flotta troiana, e Venere che raccomanda Enea a Giove.
La superba statua di Giunone, collocata nel centro della sala,
proviene dagli scavi fatti in un’ antica villa posta a 32 miglia
da Roma, sulla via Salaria. Da sinistra dell’ingresso si scorge,
dopo una ninfa, una statua di cui si fece, ristorandola, un’Ura-
Digitized by Google
Palazzo della Villa Borghese. 241
nia, e poscia la bella statua di Cerere, capo d’ opera dell’ antica
scultura, sia pel carattere della testa, sia pel panneggiar delle
vesti e per la finitezza del lavoro: d’ appresso è collocata una
graziosa Venere.
Proseguendo il giro della sala si osservano: un bassorilievo
murato nella parete, esprimente un filosofo greco in atto di sa-
crificare ad Amore; 'una statua di Leda; un bassorilievo col rat-
to di Cassandra, ed una statuina ristaurata in figura di una sa-
cerdotessa d’ Iside. Le due prime statue tra le finestre sono
ritratti incogniti, e la terza fu ristaurata per una Flora. Vengono
appresso; una statuina di Paride; un ottimo bassorilievo col-
l’educazione di Telafo, scoperto nella temuta di Torre Nuova sul-
la via Labicana, ed una Venere sedente.
seconda sala, detta dell' Ercole. — Viene cosi chiamata,
perchè contiene più statue di quel nume, e taluni monumenti
relativi alle gesta di lui . Il Pigili esegui i cammei che ornano le
pareti, il Caccianiga colori nella volta la caduta di Fetonte, e
Luigi Agricola dipinse i medaglioni.
Nelle nicchie sono tre statue di Ercole , e nel mezzo osservasi
un’Amazzone a cavallo, in atto di combattere con due fantac-
cini, i quali sono da lei atterrati. A sinistra dell’ ingresso sta la
faccia anteriore di un sarcofago, rappresentatevi parecchie delle
fatiche di Ercole, cioè 1’ uccisione del Leone Nemèo, dell’Idra
di Lerna, del cinghiale Calidonio, della cerva, e delle Stinfalidi.
Sul coperchio è espreso l’ arrivo delle Amazzoni in soccorso di
Troia, bassorilievo illustrato dal "Winckelmann. Incontro al de-
scritto monumento fu posta l’altra faccia del detto sarcofago,
espressevi altre cinque delle fatiche di Ercole, cioè il toro di
Creta, il gigante Gerione, Ippolita regina delle Amazzoni, il
drago delle Esperidi, ed il centauro Nesso. Sopra il coperchio
si scorge il concilio degli dei per le nozze di Teti; ma i due lati
che furono riuniti a foggia di coperchi, non appartengono al
monumento in discorso. Le due fatiche mancanti al numero del-
le dodici operate da Ercole, erano nei lati del sarcofago che
andarono perduti. A sinistra di esso è una statua esprimente
quel nume in abito donnesco, soggetto assai raro; e fra lo fine-
stre sono: una Venere, simile molto alla Capitolina, ed un
Apollo; poi segue un Ercole fanciullo.
terza sala. — Ricca oltremodo n’è la decorazione, essendo
formata da 14 pilastri e 4 colonne di bebgranito rosso orientale.
La volta venne dipinta dal Marchetti, eseguendovi il quadro
di mezzo l’Angeletti, che vi espresse Apollo e Dafne’. Due grau-
; 11
Digitized by Google
242
Quarta Giornata.
di paesi si scorgono nei lati: quello rappresentante la metamor-
fosi della stessa Dafne nella valle di Tempe, è del Moore, l’altro
con Apollo e Diana, uscì di mano del Labruzzi. I due quadri di
animali, sono eccellenti lavori del Peters.
Nel centro di questa sala si ammira la bella statua di Apollo,
trovata negli scavi praticati in Torre Nuova. Cominciando poi a
girare da sinistra entrandovi, si trova prirtia un fanciullo che
giuoca con un'oca, poscia una testa creduta il ritratto di Scipio-
ne Affrieano, ed in alto si osserva una statua di Dafne, figurata
nel momento della sua metamorfosi, la quale è fin qui l’unica
statua antica conosciuta, ch’abbia tale rappresentanza: essa fu
scoperta negli scavi della eia Salaria. Da questo canto vedesi
pure un altro fanciullo che tiene fra le mani due oche. Innanzi
alla parete seguente, osservansi Melpomene, musa della trage-
dia, e Clio, musa della storia; incontro scorgonsi Erato, musa
della commedia, e Polinnia, musa del canto: queste quattro sta-
tue e quella di Anacreonte, rappresentato sedente, furono disot-
terrate dal luogo suddetto. Il busto colossale è il ritratto di Lu-
cilla, moglie di Lucio Vero.
quarta sala, detta la Galleria. — Questa immensa sàia
nulla perdette della sua decorazione primitiva, e può esser te-
nuta come una delle più magnifiche di Roma. Essa è parallela al
salone e ne ha uguale lunghezza, rimanendone suddivise le pa-
reti in venti scompartimenti da altrettanti pilastri d’alabastro o-
rientale d’ordine composito, con capitelli dorati. I detti pilastri
vanno ornati di cammei in marmo bianco, su d’un fondo di mu-
saico azzurro,’ eseguiti dai migliori scultori del tempo, cioè, dal
Penna, dal Carradori, dal Salimbeni, dal Righi, dal Pacetti, dal
Laboùreur ecc. avutine i disegni da Tommaso Conca. Undici
bassorilievi moderni rappresentanti soggetti mitologici fregiano
le pareti superiormente alle nicchie ed alle porte, lavori dei ri-
cordati artefici. Il Marchetti dipinse gli arabeschi della volta
ed il De Angelis vi colorì la favola di Galatea. In questa galle-
ria osservasi la stupenda raccolta dei busti moderni in porfido,
coi panneggiamenti di alabastro, esistenti già nel palazzo Bor-
ghese che visiteremo entro la città, i quali rappresentano i primi
undici imperatori romani ed altri personaggi celebri.
Dei nominati busti, il primo a sinistra entrando, rappresenta
Traiano; la nicchia contiene una statua di Diana, ristaurata in
rappresentanza della musa Talia; poi veggonsi, i busti di Galba
e di Claudio, e nella nicchia una Baccante, mutata in Diana nel
ristaurarla. La stupenda tazza di nero antico è lavoro moderno,
Digitized by Google
243
Palazzo della Villa Borghese.
e fra pocp ne vedremo qui una simile. Laporta che corrisponde
nel salone è ornata con due belle colonne di alabastro orien-
tale, ed innanzi ad essasi ammira un vaso che si crede in olite,
rarissima pietra egizia, ricordata da Plinio. La statua nella nic-
chia figura Bacco, e vengono poi i busti di Scipione Affricano e
di Agrippa. Entro la quarta nicchia è posta la statua di Diana,
ed i busti seguenti portano l’effigie di Augusto e di Vitellio; se-
gue un Bacco, e quindi succede il busto di Tito. Poscia si scor-
gono, un’erma d’alabastro fiorito colla testa di Bacco coronata
d’edera in bronzo, ed il busto di Giunone di simil marmo, col
capo dì rosso antico.
Continuando il giro, troveremo da prima, i busti di Cicerone
e di Nerone, ed un’erma di eccellente lavoro in basalte, rappre-
sentante un satiro con un otre in ispalla; vengono dopo, i busti
di Vespasiano e di Ottone; una statua in bronzo, figurante un
giovine imperatore, forse Geta; i busti di Domiziano, di Vespa-
siano, di Caligola e di Vitellio. Entro la nicchia è collocata la
statua di Teti, ed alla destra evvi il busto di Tiberio. In mezzo a
questa magnifica galleria si scorge la pregiatissima urna di por-
fido che si crede proveniente dal mausoleo di Adriano, ed ai can-
ti di essa si vedono due gentili tazze moderne, del medesimo
marmo. La magnificenza del luogo rimane compita da quattro
stupende tavole, pure di porfido, e da altri moderni lavori ese-
guiti in marmi preziosi.
quinta sala, os sia il Gabinetto. — Questo grazioso gabi-
netto, fregiato di pietre fine, cioè, giallo antico, porfido, ecc.
porta il nome dell’ Ermafrodito , per la statua di simil rappre-
sentanza che ne costituisce il principale ornamento. I quadri
della volta, allusivi alla favola di Ermafrodito e Salmace, ven-
nero condotti dal Buonvicini, ed i paesi sulle porte, appartengo-
no airUltinkins.
I più considerevoli oggetti qui collocati, principiando a sinistra
entrando, sono: un Fauno; un graziosissimo fanciullo trastullan-
tesi con un uccello, ed un Amore piangente, senz’ali, e colla ca-
tena al piede. Dal lato seguente si osserva la pregiatissima sta-
tua dormente dell’Ermafrodito, trovata, conforme si crede,
presso la chiesa di s. Maria della Vittoria, del pari che l’altra
la quale ora è in Parigi: il busto a sinistra, rappresenta Tito;
quelli collocati a diritta, sono di personaggi incogniti. Poscia
seguono le statue di Marzio e di Venere, la prima delle quali è
una copia di quella in bronzo esistente in Campidoglio, e l’altra
fu copiata da una Venere del museo Vaticano. L’antico musai-
11*
Digitized by Google
244 Quarta Giornata.
co incassato nel pavimento fu scoperto in CastelT Arcione pres-
so la via Tiburtina.
sesta sala. — Quivi si ammirava in passato il celebrato eroe
combattente di Afasia, conosciuto col nome di Gladiatore di
Borghese. La sala è attorniata da IO pilastri in breccia coralli-
na, mentre quattro colonne d'ugual marmo decorano la parete
incontro alla porta del gabinetto. Lorenzo Pècbeux dipinse nel-
la volta il concilio degli dei; gli ornati di chiaroscuro apparten-
gono al Mar betti, ed i quattro quadri ad olio sono del Thiers,
pittore francese: i due grandi rappresentano una caccia di fiere,
e la morte di Milone; i due piccoli, l’atleta Polidamante, ed il ri-
conoscimento di Teseo.
La statua di Titèo occupa il centro della sala, opera d’ottimo
stile, rinvenuta negli scavi praticati nell’anzidetta villa sulla via
Salaria. Cominciando a girare da sinistra erttrando, si trove-
ranno: una statua di Pallade; una bella tavola di granito rosso,
su cui stanno alcune statuine; un Apollo di stile greco antico;
un busto colossale di Lucilla, ed una statua giacente simile a
quelle che si osservano sui sarcofaghi. Nella parete è murato
un bassorilievo, rappresentante una donna fra due uomini toga-
ti, ed alla dritta si vede un simulacro triforme. Vengono poi:
la statua d’una Ninfa, di cui se ne vede una eguale nel museo
Vaticano, ed una Leda, simile a quella del museo Capitolino,
ma di più pregiato lavoro. Entro la nicchia, nel mezzo dell’ul-
tima parete, si scorge la statua appellata la Pietà, e di sotto è
la figura d’un uomo togato giacente sopra un sarcofago, su cui
sono scolpiti in bassorilievo, Tritoni, Nereidi ed Amorini; alla
sinistra del sarcofago si scorge la statua di una giovanotta tu-
nicata, ed a destra Esculapio con Telesforo suo figlio.
settima sala. — Essa vien detta sala egizia, a causa della-
decorazione, e di qualche monumento che racchiude, pertinen-
te all’antico culto egiziano. Il quadro nel mezzo della volta e-
sprime Cibele che versa sull’Egitto i suoi doni, e negli otto qua-
dri laterali sono rappresentate le divinità dei sette pianeti, e la
canicola, in aspetto di Anubi alato. Tali pitture e le altre nelle
pareti furono eseguite dal Conca, e gli ornati della volta spet-
tano al Marchetti. Una porzione del pavimento è in musaico, in
cui, verso la finestra, è figurato un sacrifizio dei Feciali, sebbe-
ne non vi si osservi strettamente conservato l’antico rito, con-
sistente nell’uceidere un maiale con pietre taglienti, ed a divi-
derlo in due parti uguali per i due popoli che contraevano un
foedus, o un’alleanza. Le pareti sono incrostate di marmi rari,
Digitized by Google
Palano iella Villa Borghese. 245
con una decorazione di colonne in granito orientale, nero an-
tico, ec-c.
Nel mezzo della sala sta un gruppo, che in passato formava
ornamento ad una fontana, e rappresenta un Fauno ch’apre la
bocca d'un delfino che.versava acqua. A manca dell’ingresso si
osserva una statua quasi nuda, avente la testa in sembianza di
Diana, ed attorno alla sala seguono le statue, d’Iside, di Paride,
e di Cerere; due sfingi in basalte; una Zingara, opera del secolo
XVII, eseguita parte in marmo e parte in bronzo; una bella
mezza figura d’Iside, e le statue, di Venere, d’una donna inco-
gnita e di Minerva. Ai lati delle finestre sono due vasi in nero
antico, il busto di Adriano in marmo nero, e le statue duna Bac-
cante, di due Satiri, e di una Venere somigbante alla Medicea.
ottava sala. — Gli ornati di essa alludono a Sileno, perchè
era serbata a contenere il gruppo di quella divinità, oggi esi-
stente in Parigi. La volta fu dipinta dal Marchetti, ma il Conca
vi espresse nel centro un sacrifizio a Sileno, con attorno satiri
ed animab. I bassorilievi moderni sulle porte spettano al Righi.
Nel mezzo di questa sala si ammira un Fauno danzante, ope-
ra assai bella trovata negli scavi fatti sulla via Salaria. Da si-
nistra, entrando, si osserva subito una Cerere, e poi seguono: un
Mercurio inventar della lira; un Satiro; un busto incognito; un
altro busto, creduto di Seneca; un busto di Minerva Gorgolo-
fa, cioè colla testa di Medusa sull’elmo; un Fauno, replica di
quello diPrassitele; una statua di Plutone col Cerbero; un guer-
riero somigliante molto ad Antonino Pio; il dio Pane colla zam-
pogna ed il pedo; e le statue, d’nna matrona romana, di Perian-
dro, e d’una donna incognita ristaurata per una Musa. In mez-
zo all’ultima parete si osserva il gruppo di Libero seduto, con
Libera: le statue laterali ed i quattro busti, posti due per lato,
sono tutti ritratti incogniti. — Tornando alla quarta sala, ossia
alla galleria, si ascende all’
APPARTAMENTO SUPERIORE.
galleria. — Nel centro si ammira il celebrato gruppo di A-
pollo e Dafne, scolpito dal Bernini in età di anni 18: la statua di
David è opera dell’autore stesso, come pure fu da lui eseguito,
in età di anni 15, il gruppo d’Enea che porta sugli omeri il suo
padre Anchise. A Massimiliano Laboureur appartengono i quat-
tro grandi vasi in marmo bianco, attorniati da bassorilievi allu-
sivi alle quattro Stagioni. I cinque paesi incontro alle finestre
Digitized by Google
246 Quarta Giornata.
vennero condotti dall'Hackert, e le marine sulle porte sono del
Marchetti. Il Lanfranco poi colori la volta con grandioso stile e
di bell’effetto, rappresentandovi nel mezzo le principali divinità
de’ pagani. — La porta incontro a quella per cui siatìio entrati,
dà adito alla
prima sala, detta dei ritratti. — Le pareti sono interamen-
te coperte di ritratti ad olio, de’ quali non ricorderemo se non
quelli rappresentanti personaggi cogniti. Il ritratto di Paolo
V Borghese , che si osserva nel mezzo della parete , da sini-
stra entrando, è stupendo lavoro di Michelangiolo da Caravag-
gio; il busto di quel papa, scolpito in marmo, è del Bernini. Il
ritratto sulla porta che mette nella seguente stanza, rappresenta
un cardinale di casa Borghese, e l’altro posto sulla successiva
porta è del card. Scipione Borghese. Finalmente, il quadro su-
periormente alla porta incontro, rappresentatovi un personag-
gio in abito di avvocato concistoriale, che si crede sia il ritrat-
to di Marcantonio Borghese, padre di Paolo V, viene attribuito
a Guido. Si ritiene pure, che quasi tutti gli altri ritratti appar-
tengano in parte al Padovanino,ed in parte a Scipione da Gae-
ta. La statua dell’Innocenza, scolpita in marmo bianco, è opera
di Carlo Aureli, ed i due busti del card. Scipione Borghese,
.collocati nelle pareti laterali, sono del Bernini. L’Aurora nella
volta fu dipinta dal ricordato Marchetti, che fu pure l’autore di
tutte le pitture della seconda sala. — La porta di lato alla fi-
nestra, mette alla terza sala nella cui volta osservasi un bel
quadro del Cagnerau, rappresentante Venere con un Satiro.
quarta sala. — Si scorge nel mezzo la statua di Venere vin-
citrice, opera assai lodata del Canova. Le statue di Venere e Pa-
ride poste entro le nicchie vennero scolpite da Agostino Penna.
I quattro belli bassorilievi in giallo antico, murati sulle porte,
sono lavori del Pacetti. Gavino Hamilton fu autore de’ tre gran-
di quadri ch’ornano le pareti, rappresentativi, Paride ed Elena,
la morte di Achille, e la partenza di Elena. Il nominato pittore
condusse pure tutti i quadri della volta, eccettuato quello rispon-
dente sulle finestre che appartiene al Camuccini.
quinta sala. — Essa è per intero decorata con opere dell’O-
rizzonte, ed il Novelli dipinse la volta, esprimendovi in cinque
quadri la favola di Amore e Psiche. Il caminetto di rosso antico
venne lavorato dal Penna, e la bella Statua d’una Baccante dan-
zatrice fu scolpita da Adamo Tadolini. — Traversando il ter-
razzo si entra nella
Digitized by Google
247
Palazzo della Villa Borghese.
sesta sala. — Fra i quadri quivi raccolti primeggiano quel-
li di Peters, rappresentanti animali differenti. L’TJltempergers
colori la volta figurandovi con molto effetto e con assai sapere
le principali fatiche di Ercole. Nel mezzo della sala, vedesi una
statua moderna in bronzo, rappresentante Narciso.
settima sala. — Essa contiene diversi quadri, e la volta fu
dipinta dal Conca che vi rappresentò alcuni episodii dell’ Eneide:
la statua di Diana collocata pel centro è di Bartolommeo Cava-
ceppi. — Allorquando era aperto l’ingresso meridionale di que-
sta villa, il quale trovasi, come si disse, presso il palazzo testé de-
scritto, si usciva a vedere la contigua
PORTA PINCIANA,
t
Questa porta, oggi chiusa, fu eretta da Onorio, ed in segui-
to, avendo patito danni dai Goti, venne riedificata da Belisario
il quale diedele il suo nome, che però presto perdette, ripiglian-
do quello primitivo, che tuttora conserva. Il volgo pretende,
che quel valoroso capitano, venuto in disgrazia di Giustiniano,
caduto in miseria e reso cieco, quivi si sedesse per chiedere l’ele-
mosina; ma il Muratori già da gran tempo provò la falsità di ta-
le racconto.
Digitized by Google
248
ITINERARIO
DI ROMA
QUINTA giornata
DAL MAUSOLEO DI AUGUSTO AL VELABRO.
Nella prima giornata fu detto che tre strade, muovendo
dalla piazza del Popolo, vanno verso l’iuterno della città, e che
fra esse, quella a destra chiamasi via di Ricetta, nome derivato-
le dal porto a cui conduce, il quale rimane in riva al Tevere.
Mettendosi per la detta strada, poco prima di giungere al
suddetto porto, s’incontra a diritta una gran fabbrica eretta coi
disegni di Pietro Camporese, nel pontificato di Gregorio XVI,
éd in pari tempo fu ridotta in ameno passeggio la riva del Te-
vere, corrispondente dietro tale fabbrica. D’ordine del pontefice
medesimo furono trasferite in un’ala di esso edilizio le scuole di
belle arti che erano già nell’Università romana; scuole che ven-
gono dirette dall’Accademia denominata di San Luca, ed ove
s’insegnano i precetti della Pittura , della Scultura, e delibi r-
chitettura, come pure l'arte di ornare, la Prospettiva, e la Mi-
tologia, essendovi all’uopo dei valenti professori. Proseguendo
ad andare lungo la via di Rigetta si trova a sinistra, dopo pochi
passi, la via de’ Pontefici, cosi chiamata dai ritratti di parecchi
papi co’ quali in passato rimaneva abbellito il prospetto d’una
casa sulla mano destra. — In questa stessa via è il palazzo Co-
rèa (N.° 57), ove sono gli Avanzi del
MAUSOLEO DI AUGUSTO.
Svetonio, parlando dei funerali celebrati ad onore di Augu-
sto, assegna il luogo, l'autore e la data di sì fatto insigne mo-
numento, che venne detto Mausoleo perchè, a causa della sua
magnificenza, rivaleggiava col sepolcro eretto da Artemisia, re-
Digitized by Google
Mausoleo di Augusto. 249
gina di Caria, a Mausolo suo marito, e riguardato come una
delle maraviglie del mondo. Quel chiaro scrittore afferma, che
le ceneri di Augusto furono deposte nel Mausoleo, monumento
che egli aveva fatto edificare a tal uso fra la via Flaminia ed il
Tevere, nel sesto suo consolato, rispondente all’anno 27 avanti
l’era volgare, dopo aver decretato che i boschetti ed i passeggi
che l’attorniavano sarebbero di pubblico uso. Questo passo chia-
rissimo di Svetonio mostra come il Mausoleo di Augusto rima-
nesse fra la via Flaminia ed il Tevere, e serve di commento al-
l’arguzia di Seneca il quale, parlando dell’imperator Claudio se-
polto nel Mausoleo, disse ch’egli scese all’ Èrebo fra il Tevere e
la via retta, ossia Flaminia: etinter Tiberini et viam rectam de-
scendi t ad inferos.
Il monumento di cui trattiamo diede origine al nome di Augu-
sta assegnato a questa parte della città nel medio evo, e che con-
servava ancora ai tempi del Marliano nel secolo XVI: quindi,
sia per l'architettura, e per lo stile degli avanzi tuttora esistenti,
sia pei passi di Svetonio e di Seneca, come anche per la tradi-
zione del medio evo, conviene ritenere che i ruderi del monu-
mento sepolcrale congiunto al palazzo Corèa appartengano al
Mausoleo di Augusto. Abbiamo in Virgilio, che poco dopo la
sua erezione vi fu sepolto Marcello, e si rileva da Albinovano,
come successivamente vi fosser collocate le ceneri di Agrippa,
di Ottavia, sorella di Augusto, e di Druso, e poscia quelle ezian-
dio di Germanico, di Claudio, e di Nerva, ultimo degl’impera-
' tori ivi sepolti. Correndo il secolo XII questo monumento fu
mutato in fortezza: l’anno 1167, allorché fu essa smantellata dal
popolo romano, era in potere de’ Colonnesi, e da quel tempo ri-
mase in istato di ruina.
Dagli avanzi che ne restano, difficilmente potrebbesi formare
l’idea della sua magnificenza, se Strabone, scrittore contempo-
raneo di Augusto e di Tiberio, uon ce ne avesse lasciata una
bella descrizione. Egb, nel libro quinto della sua geografia, do-
ve parla del Campo Marzio, dice che il Mausoleo era degno di
special menzione: che sopra un’alta crepidine o basamento cir-
colare, costruito in marmo bianco, sorgeva un tumulo di terra
coperto fino alla cima da ombrosi e sempre verdi alberi; che sul-
la cima stessa s’ergeva la statua in bronzo di Augusto, e al di-
sotto del tumulo erano le celle mortuarie dello stesso Augusto,
de’ congiunti suoi e de’ suoi familiari; che dietro il monumento
esisteva un bosco in cui aprivansi ammirabili viali; che in mezzo
a questi trovavasi il recinto dell 'Ustrino, ossia il luogo destina-
li**
250 Quinta Giornata.
to a bruciare i cadaveri. Nel centro poi di tale recinto, piantato
di pioppi e chiuso intorno da cancelli di ferro, elevavasi il rogo
in marmo bianco. L’ingresso del Mausoleo guardava verso mez-
zodì, ed era decorato da due obelischi di granito rosso senza ge-
roglifici, erettivi da Claudio imperatore.
Di cosi stupendo sepolcro non rimane che il nucleo del basa-
mento, costruito con opera reticolata in tufa, essendone scom-
parsi affatto i marmorei massi cbè lo rivestivano. L’attuale dia-
metro de’ ruderi di esso basamento è di 200 piedi romani anti-
chi. All’intorno si scorgono ancora le tracce di 13 camere se-
polcrali, poiché la quattordicesima serviva ad uso d’ingresso .
nella gran sala rotonda che rimaneva sotto al tumulo di terra,
ed aveva un diametro di 130 piedi. La volta da cui andava co-
perta e che serviva di sostegno al tumulo piantato di alberi,
venne a crollare, formando cosi un terrapieno. Attorno ad esso,
sul finire dello scorso secolo, fu costruito una specie d’anfitea-
tro, ove si danno differenti spettacoli, in ispecie nell’estate, ed
in passato vi si dava anche la caccia del toro, proibita in fine dal
pontefice Pio "Vili.
Gli obelischi che erano aU’ingresso del Mausoleo, ornano og-
gi la piazza di s. Maria Maggiore e quella del Quirinale. Nel
1777, scavandosi il suolo per riedificare la casa all’angolo della
piazza di s. Carlo al Corso, incontro alla via della Croce, si
scoperse un magnifico vaso in alabastro e parecchi pezzi di tra-
vertino su’ quali leggevansi i nomi de’ figli di Germanico. Le
parole, hic crematus est (qui fu arso) le quali erano scritte nel
marmo, danno a conoscere che l’Ustrino, o rogo dei Cesari, ri-
cordato da Strabono, rimaneva ivi presso; gl’ indicati oggetti
sono oggi nel Vaticano, e si può credere che il vaso servisse a
contenere le ceneri di tutti i membri della famiglia, salvo quelle
di Caligola e delle sue sorelle, che sopravvissero al massacro di
Tiberio. — Ripigliando la via di Rìpetta, ed avanzando per es- .
sa, si trova a sinistra la
CHIESA DI S. ROCCO.
Fu essa riedificata nel 1057 dai confrati dell’annesso spedale,
con architettura di Gio. Antonio De Rossi, eccetto la facciata
che, rimasta incompleta, venne decorata nel 1832, coi disegni
del Valadier, per legato di un tal Giuseppe Vitelli. In seguito
poi, cioè nc-1 1852, mediante offerte di pie persone, fu incomin-
ciata a rinnovare la decorazione nell’interno del santuario, ador-
Digitized by Google
251
Chiesa di s. Rocco.
nandolo di gentili dorature, di scagliole ad imitazione di vaghi
marmi colorati, e di non poche pitture a fresco, che non trala-
sceremo di accennare brevemente.
L’interno di questa chiesa ha tre navi, divise da pilastri, e le
cappelle rimangono fra loro scompartite per mezzo di colonne
di opera muraria, che ora sono state dipinte a guisa di marmi
colorati. L’ altare della prima cappella a destra , entrando in
^chiesa, ha un quadro con s. Francesco di Paola, colorito da An-
tonio Amorosi, e quivi scorgesi il sepolcro del surricordato Giu-
seppe Vitelli, opera del De Fabris. La seconda cappella, perti-
nente alla famiglia Cirilli, è stata rimessa a nuovo a spese di
Giuseppe Cirilli, ed abbellita con buoni affreschi eseguitivi dal
Bellolli , il quale, nella cupola coloriva quattro santi profeti; nei
peducci effigiava allettante vergini, simboleggianti le virtù in
cui maggiormente si distinse s. Rocco; e nelle due lunette rap-
presentava due fatti della vita di lui, cioè: il santo che, nel riti-
rarsi dal mondo, distribuisce ogni suo avere a’ poveri, ed il me-
desimo che assiste e conforta amorevolmente gli appestati. Sul-
l’altare di questa cappella osservasi un quadro del Bacicelo,
rappresentante Maria Vergine, s. Rocco e s. Antonio Abbate.
La nuova decorazione della terza cappella, si deve alla genero-
sità del sacerdote D. Flavio Moretti. Essa è sacra all’Immaco-
lata Concezione, e perciò non solo vi si vede rappresentata nel
quadro dell’altare, colorito a tempera dal Gagliardi, ma anche
tutti gli affreschi che l’ adornano, condotti dal Bigioli, alludono
in varie guise alla Vergine Immacolata.
Entrando' nella nave di crocera, si trova da questo lato la
cappella del Crocefisso, splendidamento rinnovata, nella parte
decorativa, dalla pia congregazione della Via Crucis, derigen-
done i lavori l’architetto Benedetti, ed eseguendovi le pitture a
fresco Achille Scaccioni. Tali affreschi offronci alquanti tratti
della passione di Cristo, i profeti David ed Isaia che in ispecial
modo ne vaticinarono, le tre Marie che si recano al sepolcro del
Redentore, l’ angelo che ne annunziava la risurrezione, il Salva-
tore risorto, e parecchi angeli che portano varii simboli della sua
passione. La successiva cappella della Madonna conserva la de-
corazione che ebbe nei tempi andati da un tal 'Niccolò Menghini,
il quale ne diede anche i disegni, e vi sono pitture del Calisi,
genovese.
L’ aitar maggiore, fatto erigere nel secolo XVII dal Cardinal
Francesco Barberini, ha tuttora un quadro del Brandi; e la cu-
pola che quivi apresi, è stata abbellita a’ nostri giorni con dora-
Digitized by Google
252 Quinta Giornata.
ture, e con affreschi condotti dal Marini. Volgendosi quindi
sull’ altro lato della nave di crocera, si ha di faccia la cappella,
sacra ai ss. Martino e Luigi, i quali, insieme all' immagine di
Nostra Donna, formano il soggetto del novello quadro dell’al-
tare, dipinte; ad olio dal già ricordato Bigioli, autore eziandio
dell’affresco esprimente s. Luigi che rinunzia alla sua primoge-
nitura. Gli affreschi poi delle due lunette al di sopra dell’altare,
condotti dal Pierantoni, offronci lo stesso santo, rappresentato,
innocente e penitente. Vicino all’ingresso della sacrestia scorgesi
il monumento sepolcrale di Francesco Orioli, filosofo, medico,
e letterato, morto nel 1856, e nello stesso deposito si leggono
pure tre iscrizioni lapidarie poste alla memoria di parecchi suoi
congiunti: tal monumento fu eretto con disegno dell’architetto
Antonio Cipolla.
Entrando nella piccola nave, si trova da prima la cappella per-
tinente alla famiglia Del Medico, dalla quale è stata fatta risar-
cire. Il quadro dell’altare, espressovi s. Antonio di Padova, è
di Mattia Preti, detto il Calabrese: le pitture della cupola e lu-
nette furono eseguite da Francesco Rosa. Nella seguente cap-
pella osservasi un «presepe, di Baldassare Peruzzi, opera che
perdè molto del suo pregio pel ritocco di uno scolare del Bacic-
cio; e sull’altare dell’ultima vedesi un s. Vincenzo Ferreri, di-
pinto dal Grecolini.
Lo spedale annesso a questa chiesa fu eretto dal card. Anton
Maria Salviati per le povere partorienti. — Quasi incontro alla
chiesa rimane il
PORTO DI RIPETTA.
Clemente XI fece costruire questo porto, in riva al Tevere, con
architettura di Alessandro Specchi, il quale per agevolarne l’ac-
cesso vi praticò spaziosi scaglioni; e nella costruzione di esso si
adoperarono i travertini d’ una delle arcate del Colosseo, caduta
in ruina pel terremoto del 1103. Quivi approdano le barche pro-
venienti dalla Sabina e dall’ Umbria , recando in Roma vino,
grano, olio, legna, ed altri generi che servono agli usi giorna-
lieri di questa capitale. Il porto, al piano della strada, è decorato
con una fontana circondata da una balaustrata, e sulle due co-
lonne erette alle estremità, furono contrassegnate le maggiori
alluvioni del Tevere, delle quali fu la più spaventevole quella
del 1598, allorquando le acque ascesero fino al globo che sta so-
pra alle dette colonne. Da queste porto si ha una pittoresca ve-
duta, coronata dalle colline di monte Mario. — Di prospetto al
porto rimane la
Digitized by Google
Chiesa di s. Girolamo degli Schiavoni. 253
CHIESA IH S. GIROL AMO DEGLI SCHIAVONI.
Quivi era anticamente una chiesina dedicata a santa Marina,
la quale da Niccolò V venne concessa ad alcuni eremiti dell’ Illi-
ria, perchè vi erigessero accanto Uno spedale pe’ poveri pelle-
grini di quella nazione, e vi fondassero una congregazione, la
quale tuttora sussiste, ed appellasi la Congregazione dello spe-
dale dis. Girolamo degl’illirici. La chiesina venne, poco dipoi,
ristorata dai suddetti eremiti; e Sisto V, in seguito, la riedificò
nel modo che si vede con architetture di Martino Longhi e di
Giovanni Fontana, dichiarandola chiesa collegiata per la sola
nazione illirica.
La summentovata Congregazione, nel 1847, risolvette non
solo di abbellire con pitture le parti interne della chiesa che
n’ erano rimaste prive, ma anche di ristorarla da capo a fondo e
di decorarla di ricchi ornati. Essa affidò l’esecuzione di si nobile
progetto al pittore romano Pietro Gagliardi, ordinandogli che
le nuove pitture fossero, il meglio possibile, in armonia colle già
esistenti, e che tutte alludessero ad un solo soggetto, cioè, al
trionfo della chiesa militante.
Per questo appunto il valente artefice incominciò dal rappre-
sentare nella volta della gran nave l’ esaltazione della croce, che
si vede portata in cielo dagli angeli. Le virtù cardinali sono ai
lati di questo gruppo che brilla in mezzo a vivissimo splendore,
i cui raggi si diffondono gradatamente su d’una gloria d’an-
geli, frammista di molti santi e sante di nazione illirica. Presso
la detta gloria, eseguita con armonia e nobiltà di caratteri, si
scorge, indicata appena, una gran corona di palme da cui alcuni
angeli spiccano dei rami per distribuirli a coloro che trionfarono
per la fede. Il medesimo Gagliardi colorì nei petti della volta,
con grandioso stile e con vigorose tinte, i quattro profeti Mag-
giori, e nell’attico eseguiva di chiaroscuro, ad imitazione di
bassorilievi, sei storie dell’ antico testamento allusive alla reden-
zione. Nei pilastri poi della stessa navata ed in quelli della cro-
cera effigiò i dodici apostoli, ed il nome di ognuno leggesi in
una scritta tenuta da un angelo dipinto per di sopra.
Il pittore stesso condusse i due grandi affreschi della crocera
rappresentando, in uno, il Calvario, e nell’altro l’adorazione
de’ Magi. In questa pittura, in cui l’aspetto della Nostra Donna
e del suo divin Figlio ispirano venerazione e rispetto, tutto è
gaio, tutto è placido, e le grazie dell’arte trovansi accoppiate,
con molto ingegno, all’ armonia dell’ effetto, ed alla verità degli
Digitized by Google
254 Quinta Giornata.
oggetti rappresentativi. Volgendo poi lo sguardo all’ affresco
incontro si rimane commossi alla vista della scena tragica che -
in esso si osserva, giacché, quantunque l’ effetto della luce, vi-
brata e fosca ad un tempo, sia più immaginario che naturale,
pure v’ha nel complesso cosi vivace immaginativa, da farti cr©'
dere di trovarti proprio ai piedi del Calvario nel punto in cui,
sulla vetta di quel monte, veniva confitto in croce, fra due la-
droni, il Redentore del mondo.
Visitando le cappelle, si vedono altri dipinti del Gagliardi, al-
lusivi del pari al soggetto che accennammo; ma prima di par-
lare di essi faremo parola delle pitture condotte all’ epoca del
gran pontefice Sisto V.
Fra queste, quelle delle lunette e degli archi della crocera,
come anche le altre della finta cupola e dell’attico, sono lavori
di Andrea di Ancona, il quale assieme ad Antonio Vi vi ani co-
lorì nelle pareti del coro i tre grandi affreschi, esprimenti l’ or-
dinazione di s. Girolamo, il dottore medesimo che ragiona coi
santi Gregorio Nazianzeno e Basilio Magno, ed allorquando vien
egli consultato nel deserto da altri santi dottori intorno ai punti
essenziali delle sacre pagini. Paris Nogari dipinse la volta e l’at-
tico del detto coro, ove sorge isolato l’ aitar maggiore, il quale
si compone d’ un’ urna di verde antico fregiata di metalli dorati.
• Tornando verso l’ingresso, si osserva sull’altare della prima
cappella a destra, entrando in chiesa, un quadro del Cerniti
rappresentante l’ annunciazione di Maria ed alcuni santi. Nella
seconda cappella veggonsi due affreschi del Gagliardi, espri-
menti la Natività e l’ Assunzione della Madonna, il quadro della
terza, è opera di Giuseppe Puglia, detto il Bastaro. Sull’altare
della cappella incontro vedesi un s. Girolamo dello stesso Ba-
staro, ed il Gagliardi dipinsevi nelle pareti laterali l’apostolo
s. Paolo ed il santo Precursore. La cappella susseguente ha
sull’altare una deposizione di croce del ricordato Bastaro, e nei
lati si osservano due affreschi del Gagliardi, esprimenti l’ora-
zione all’orto e la coronazione di spine. Il quadro dell’ultima
cappella si deve a Benigno Wangh, ed ha per soggetto la tra-
slazione in Roma del corpo di s. Clemente papa, effettuata dai
santi vescovi Cirillo e Metodio, i quali figurano pure nel dipinto.
Prima di uscir dalla chiesa si vuol dare uno sguardo ai lati
della gran finestra che apresi sull’ingresso, ove sono le due belle
e maestose figure dei pontefici (Niccolò V e Sisto V, lavori del
Gagliardi che per disotto espresse, di chiaroscuro, l’istituzione
del capitolo della descritta chiesa, e l’ approvazione della con-
gregazione illirica.
itized by Google
Palazzo Borghese. 265
A pochi passi da questa chiesa, si vede una loggia sostenuta
da colonne e pilastri. Essa fu eretta coi disegni di Flaminio Pon-
zio, e rimane annessa al magnifico palazzo Borghese, al quale
si perviene per la strada appresso alla loggia stessa.
. PALAZZO RORGHESE (N. 19).
Esso è uno de’ più belli e superbi di Roma: venne cominciato
nel 1590 dal card. Dezza con architetture di Martino Longhi il
vecchio, e condotto a termine sotto Paolo V colla direzione di
Flaminio Ponzio. Entrasi in una stupenda corte circondata di
portici retti da 96 colonne in granito, d’ordine dorico al pianter-
reno, e corintio nel piano superiore. In questa corte si veggono
le statue colossali di Giulia, ( di Sabina, e di Cerere.
L’appartamento a terreno contiene una rara e sceltissima rac-
colta di dipinti, distribuiti in dodici camere; de’quali indicheremo
i più degni di essere osservati.
prima, sala. — Prima parete. — 1. La Madonna col Bam-
bino e s. Giovanni, e con un coro d’angeli, di Sandro Botticelli.
— 2. Una Madonna con Gesù e s. Giovanni, di Lorenzo Credi,
condotta sullo stile del Verrocliio suo maestro. — 3. La Madon-
na col Bambino ed alcuni angeli,- di Paride Alfani, perugino. —
14. Un’altra Madonna col divin suo Figlio e parecchi santi, d’In-
nocenzo da Imola.
Seconda parete. — 32 e 33. Una s. Agata ed un Salvatore,
belle mezze figure della scuola di Leonardo da Vinci. — 34. Una
Madonna col Bambino, di Pietro Perugino. — 35. Un piccolo
ritratto di Raffaello, che si dice averlo dipinto da sé medesimo
in giovanissima etù.
Terza parete. — 36. Il ritratto del rinomato frate Girolamo
Savonarola, di Filippo Lippi. — 49 e 57. Due quadri di Pintu-
ricchio, rappresentanti la storia di Giuseppe ebreo. — 54. Il pre-
sepe, bella pittura di Lorenzo Credi, fiorentino. — 56. Una Le-
da, della scuola del Vinci.
Quarta parete. — 65. Una Madonna col divino Infante, della
scuola di Leonardo. — 67. Un presepe, di Benvenuto Garofa-
lo. — 69. Altro soggetto simile, di Antonio Pollaiolo, fiorentino.
seconda sala. — Prima Parete. — 1 e 2. Le nozze di Calia
e la risurrezione di Lazzaro, opere pregiatissime di Garofalo.
— 5. Ammirabile quadro del suddetto, rappresentante la Ma-
donna, il fanciullo Gesù, s. Giuseppe e s. Michele. — 8. Una
deposizione di croce dello stesso Garofalo, condotta con sì squi-
Digitized by Google
2o6 Quinta Giornata.
sito magistero d’arte, da doversi ritenere come il suo capolavo-
ro. — 13. Una sacra Famiglia, del medesimo autore.
Seconda •parete. — 17. Ritratto del magnanimo pontefice
Leone X, opera maravigliosa della scuola di Raffaello. — 20. Un
bellissimo ritratto di un cardinale, colorito dal Sanzio. — 23. La
maga Circe, di Dosso Dossi da Ferrara. — 25. Un ritratto di
Cesare Borgia, stupendo lavoro di Raffaello . — 28. Bellissimo
ritratto del gran pontefice Giulio II, dipinto da Giulio Romano.
Terza parete. — 31 . Una sacra Famiglia, opera assai bene
eseguita da frà Bartolommeo da s. Marco. — 34 e 35. Due sacre
Famiglie, di Andrea Del Sarto. — 37. La deposizione dalla cro-
ce, quadro classico di Raffaello, superiore ad ogni elogio. — 39.
Una sacra Famiglia, del Sodoma. — 42. La Madonna col Bam-
bino, bel dipinto di Francesco Francia.
Quarta parete. — 50. S. Stefano, opera insigne del suddetto
Francia. — 54 e 55. Gentili quadretti di Garofalo, rappresen-
tanti ambidue la Nostra Donna col divin Figlio ed alcuni san-
ti. — 58 e 59. Altri due graziosi quadretti, cioè, l’adorazione
de’Magi, del Mazzolino da Ferrara, ed un presepe, di Garofalo.
Seguito della prima parete. — 64. La Fornarina di Raffaello,
opera bellissima di Giulio Romano.
terza sala. — Prima parete. — 1. Gesù portante la croce,
di Andrea Solario. — 2. Bel ritratto incognito, del Parmigiani-
no. — 7 e 8. Due apostoli dipinti dal Bonarruoti nella sua pri-
ma gioventù. — 10. Venere nel bagno, pregiata pittura di Giu-
lio Romano. — 11. S. Gio. Battista, del medesimo, copiato da
quello del Sanzio esistente in Firenze. — 21. Santa Caterina
della Rota, del Parmigianino.
Seconda parete. — 22. Una sacra Famiglia, della scuola di
Raffaello. — 24 e 28. Due quadri di mirabile esecuzione, di An-
drea Del Sarto, rappresentanti ambidue, ma con diversa com-
posizione, la Madonna ed il Bambino, in uno de’quali è pure s.
Giovanni, e nell’altro alcuni angeli. — 29. Altra Madonna col
divin Figlio, s. Giovanni e s. Anna, del suddetto pittore — 33.
Una sacra Famiglia, di Pierin Del Vaga.
Terza parete. — 35. Venere con Amore: di Andrea Del Sarto.
— 37. Ritratto incognito, della scuola di Raffaello. — 40. Da-
nae, opera classica di Coreggio, e della quale si potrebbe in certa
guisa dire, che l’arte sorpassi la natura. — 42. Bellissimo ri-<
tratto di Cosimo I de’ Medici, del Bronzino.
Quarta parete. — 46. La Maddalena, gentil quadro della scuo-
la di Coreggio. — 47. La nostra Donna col Bambino, del Po-
Digitìzed by Google
257
Palano Borghese.
marancio. — 48. La flagellazione di Cristo, di frà Sebastiani?
Del Piombo. — 49. La Maddalena, bell’ opera di Andrea Del
Sarto. — La porta presso la finestra conduce alla
quarta sala. — Prima parete. — 1. Gesù deposto nel se-
polcro, quadretto condotto assai bene da Annibaie Caracci. —
2. La famosa Sibilla Cumana, celebrato lavoro di Domenichino.
— 3. S. Caterina da Siena, di Ludovico Caracci.
Seconda parete. — 9. La Pietà, di Agostino Caracci. — 14.
Una deposizione di croce, della scuola dei Caracci. — 15. Una Si-
billa, bell’opera di Guido Cagnacci. — 16. La Madonna col
Bambino e s. Giovanni, di Marcello Yenusti. — 18. S. France-
sco, di Annibale Caracci. — 19. Il martirio di s. Ignazio, pre-
giato lavoro di Luca Giordano, ad imitazione dello Spagnoletto.
— 23. Una testa di s. Giuseppe, di Guido. — 24. Lucrezia, di
Elisabetta Sirani.
Terza parete. — 26. Una testa di s. Francesco, di Annibaie
Caracci. — 27. La resurrezione di Lazzaro, di Agostino Carac-
ci. — 30. S. Francesco, di Luigi Cigoli. — 32 e 34. Diie belle
teste di Annibaie Caracci, cioè l’ effigie di s. Domenico, e quella
del Salvatore. — 38. Una testa di s. Francesco, di scuola de’Ca-
racci. — 39. La Madonna col Bambino , pregevole lavoro di
Carlo Dolci.
Quarta parete. — 40. La Madonna addolorata, del suddetto
Carlo Dolci. — 41 e 44. L’ Annunziata e l’angelo Gabriello, te-
ste assai bene eseguite dal Furino. — 45. Il Salvatore, opera di
Carlo Dolci, fiorentino.
Seguito della prima parete . — 46. La Madonna col divino In-
fante, prezioso dipinto di Sassoferrato.
quinta sala. — Prima parete. — 1. Paese, di Francesco
Bolognesi. — 5. La Madonna con s. Giuseppe e s. Anna, stu-
penda opera di Scipione da Gaeta. — 7. Un bel paese , di Fran-
cesco Bolognesi.
Seconda parete. — 11, 12, 13 e 14. — Le quattro Stagioni,
eccellenti lavori di Francesco Albani, bolognese. — 15. La tanto
celebrata caccia di Diana, capolavoro di Domenichino, le mille
volte riprodotto.
Terza parete. — 21. S. Pietro liberato dal carcere, di Fran-
cesco Mola. — 25. Una bella deposizione dalla croce, di Federico
Zuccari, da Urbino.
Quarta parete. — 26. Gran quadro di Michelangelo da Ca-
ravaggio, colla Madonna, il Bambino Gesù e s. Anna. — 27.
Venere che si abbiglia, del Padovanino.
Digitized by Google
258
Quinta Giornata.
Seguito della prima parete. — 28. Una battaglia, del cavalier
d’ Arpinò. — 29. Paese sullo stile di Gaspare Pussino.
sesta sala. — Prima parete. — 1. Un’ Addolorata, di Guer-
cino. — 2. S. Pietro, di scuola bolognese.
Seconda parete. — 3. Bellissimo ritratto di D. Orazio Giu-
stiniani, prete dell’ Oratorio, eseguito da Andrea Sacchi. — 5.
Il Figliuol prodigo, squisita pittura di Guercino. — 6. Kitratto
di Paolo V, di Francesco Mola. — 1. Ritratto di Giuseppe Ghi-
slieri, fondatore in Roma del collegio del suo nome, dipinto as-
sai bene da Pietro da Cortona, imitando lo stile del Van-Dyck.
— 8. Davidde, di Michelangelo da Caravaggio.
Terza parete. — 10. S. Stanislao col Bambino Gesù, del Ri-
bera. — 12. Giuseppe ebreo che spiega il sogno, del Valentin. —
13. Un quadro rappresentante le tre età dell’uomo, copia di Sas-
soferrato, dall’originale di Tiziano. — 14. Un ritratto, dipinto
da Michelangelo da Caravaggio. — 15. Un Satiro con frutta,
del medesimo. — 16 e 17. Paesi, di Francesco Bolognesi.
Quarta parete. — 18. Una Madonna eseguita da Sassoferrato,
che diedele un’aria ispirante divozione.
Seguito della prima parete. — 24 e 25. Paesi, di Gaspare
Pussino. — 26. Una sacra Famiglia, di Scipione Gaetano. —
34. S. Sebastiano e s. Ireneo, del Rustichino da Bologna.
settima sala. — Questa sala, riccamente decorata da sva-
riati stucchi, è abbellita di specchi, su’ quali Ciro Ferri rappre-
sentò dei graziosi putti, e Mario, cosi detto dei Fiori, li fregiò
con fiori condotti di sua mano. Quivi osservasi una gran tavola
rotonda, formata di molte qualità di marmi antichi de’ più rari,
i quali, essendo disposti a foggia di brecce, producono un bel-
lissimo effetto.
ottava sala. — Prima parete. — 1. Ritratto di Paolo V in
musaico di pietre dure, opera di Marcello Provenzale. — 2 e 3.
Battaglie, del Borgognone. — 4. Una Madonna, di Giulio Clodi.
— 1 32. Il Salvatore, del medesimo.
Seconda parete. — 33. Paese, di Salvator Rosa. — 36 e 37.
Paesi ovali, di Cornelio Satiro. — 44-e 45. Due quadretti ovali
in diaspro duro, esprimenti la lotta di Giacobbe coll’ angelo, e
l’incendio di Sodoma, opere di Taddeo Zuccari.
nona sala. — In essa si osservano i tre bellissimi affreschi
di Raffaello, cioè — 1. Le nozze di Alessandro. — 2. Il seguito
delle medesime nozze. — 3. Un’allegoria sul tiro al bersaglio. —
Tornando alla sala degli specchi, da sinistra si ha ingresso nella
Digitized by Google
259
Palano Borghese.
decima salav — Prima farete. — 1. Ritratto incognito, del
Moroni. — 2. Le tre Grazie, bel lavoro di Tiziano. — 4. Giu-
ditta, bel quadro della scuola di Tiziano, rappresentante l’ effigie
della moglie di questo esimio artista.
Seconda farete. — 9. Ritratto incognito, del Pordenone. —
10. Venere con Adone, di Luca Cambiaso, genovese. — 13.
Davidde colla testa di Golia, buona pittura di Giorgione. —
14. S. Gio. Battista predicante nel deserto, di Paolo Veronese.—
16. Una mezza figura di s. Domenico, di Tiziano. — 19. Ritrat-
to di Giacomo Bassano, dipinto da lui stesso.
Terza farete. — 21. L’Amore 6acro, e l’Amore profano,
capolavoro di Tiziano. — 22. Bel quadro di Leonello Spada, fi-
gurante un concerto di musica.
Quarta farete. — 29. La strage degl’ innocenti, dello Scar-
sellino. — 30. La Madonna col Bambino, di Giovanni Bellini. —
36. La ss. Trinità, di Leonardo Bassano.
undecima sala. — Prima farete. — 1. La Madonna col di-
vin Figlio e diversi santi, bel lavoro di Lorenzo Loto.— 2. S. Ani
tonio il quale, non vedendosi ascoltato dal popolo, volgesi a
predicare ai pesci, pittura di Paolo Veronese. — 7. L’adorazione
de’ Magi, di Leonardo Bassano.
Seconda farete. — 11. Venere che traversa il. mare sopra un
delfino, di Luca Cambiaso. — 15. Il Salvatore colla famiglia di
Zebedeo, del Bonifazi. — 16. Il ritorno del Figliuol prodigo, del
medesimo. — : 17. Sansone, abbozzo di Tiziano dell’ultima sua
maniera. — 18. La donna adultera, del Bonifazi. — 19. La Ma-
donna col Bambino Gesù e taluni santi, di scuola veneziana. —
20. Venere con un satiro ed un amorino, eccellente pittura di
Paolo Veronese.
Terza farete. — 23. Ritratto incognito, del Pordenone. —
24! Una Madonna, dello Scliidone. — 25. Ritratto di Tiziano,
della sua scuola. — 26. Il Calvario coi santi Girolamo ed Onofrio,
di Carlo Crivelli. — 27. Ritratto incognito, di Giov. Bellini. —
28. Una tosta del Battista, d’autore incognito. — 29. Altro ri-
tratto incognito, di Giov. Bellini. — 32. La Madonna con Gesù
Bambino e s. Pietro, del medesimo artista. — 33. La Madonna
col divin Figlio e parecchi santi, del Palma vecchio. — 34. Ri-
tratto del Licini da Pordenone coll’ intera sua famiglia, opera di
Bartolommeo Licini da Pordenone.
duodecima sala. — Prima farete. — 1. Un sorprendente
Crocefisso, del Van-Dyck. — 2. Venere nel bagno, del Polem-
burg. — 7. Una deposizione dalla croce, del suddetto Van-Dyck.
Digitized by Google
260 Quinta Giornata.
— ; 9. Bellissimo quadro, in cui Adriano Bracuwer rappresentò
1’ esecuzione di una operazione chirurgica. — 10. Un quadro
fiammingo, rappresentante alcuni soldati. — 11. Graziosissimo
quadro di costumi, di Giovanni Le-Duck.
Seconda •parete. — 15. La visitazione di s. Elisabetta, opera
assai pregiata di Rubens. — 18. Giuda che tradisce il Reden-
tore con un bacio, pittura dello Stem. — 19. Ritratto di Ludo-
vico YI, duca di Baviera, di Alberto Durerò. — 20. Ritratto
incognito, di Holbein. — 21. Stupendo quadretto di Rembrandt,
rappresentatavi una cara vana. — 22. Paese con vacche, opera
superba di Paolo Poter. — 23. Bellissima marina con dei pe-
scatori, di Backhuyzen. — 24. Altro bel ritratto dipinto dal-
V Holbein. — 25. Ritratto incognito di scuola fiamminga. —
26. Superbo quadretto, di Téniers. — 27. Magnifico quadro del
Van-Dyck, in cui effigiò Maria de’Medici, regina di Francia.
Terza parete. — 28. Susanna, opera d’autore fiammingo. —
40. Lot colle fighe, di Gherardo Delle Notti.
Quarta parete. — 43. Venere, quadro di Luca Cranach. —
47. Interno d’uno studio di pittura, opera maravigliosa di Fran-
cesco Franck. — 46. Susanna, dipinto della scuola di Rubens.
Incontro al prospetto principale del palazzo Borghese, s’apre
la via della Lupa, che mette su quella de’ Prefetti, ove, incam-
minandosi a destra, si trova poco dopo dal lato stesso il palazzo,
detto di Firenze (N.° 27). Fu esso rinnovato verso la metà del
secolo XVI coi disegni del Vignola, ed il grande appartamento
è decorato con pitture del Primaticcio e di Prospero Fontana.
Nell» via di Pallacorda, Che rimane a lato al palazzo, suddet-
to, eravi un piccolo teatro in legno detto di Pallacorda, il quale
nel 1840 fu riedificato con molta eleganza, in opera muraria,
coi disegni dell’. architetto Niccola Carnevali. Questo nuovo tea-
tro ebbe il nome di Metastasio, in memoria del classioo poèta
romano, di tal nome. — La strada incontro al palazzo di Firenze
conduce alla piazzetta, denominata comunemente di
CAMPO MARZO.
La suindicata piazzetta, al pari che l’intero rione, conserva
tuttora il nome, sebbene in qualche modo corrotto, dell’antico e
famoso Campo Marzio, poiché cosi nomavasi in tempi antichi
tutta la pianura che ricorre fra il Campidoglio, il Quirinale ed
il Pincio, fino al Tevere; tal nome era stato dato a quel campo
allorquando il popolo romano dedicollo a Marte, dopo la espul-
sione de’Tarquinii, che per l’innanzi lo possedevano.
Digitized by Google
Piazzetta, comunemente detta di Campo Marzo. 261
Questa pianura era da prima interamente serbata agli esercizi
ginnastici del popolo, ed alle pubbliche adunanze per l’ elezione
de’ magistrati; in seguito però, di mano in mano che la città si
venne ampliando in potenza, fu riempiuta di magnifici edilìzi, di
guisa che ai tempi di Strabono era già stata divisa in Campo di
Marte propriamente detto, che proseguiva a servire agli esercizi
militari, ed in Campo Minore, il quale ora occupato da monu-
menti e da edifizi, come a dire, i teatri di Marcello, di Pompeo
e di Balbo, l’ anfiteatro di Stàtilio Tauro, i bagni di Agrippa,
il Pantheon, il Circo Flaminio, il Mausoleo di Augusto, ecc.
Al tendine della piazzetta di Campo Marzo, si trova la via del-
la Maddalena, che conduce alla piazza ed alla
CHIESA ni S. MARIA MADDALENA.
Fu edificata coi disegni di Carlo Quadri, meno la facciata,
che venne costruita con architettura di Giuseppe Sardi, e di
essa dice il Milizia, essere il non plus ultra del cattivo gusto.
La chiesa tuttavia risplende per ornamenti, e contiene alcuni
buoni quadri.
La cappella di s. Camillo de Lellis, che è la terza a destra, ha
una magnifica decorazione, oltre il quadro sull’altare, di Placido
Costanzi, le pitture della volta, del Conca, ed i laterali di due
allievi di questo. 11 quadro dell’altar maggiore, rappresentatavi
la Maddalena, appartiene ad Antonio Gherardi, ed i bassorilievi
nei lati sono di Pietro Bracci. Il s. Niccola di Bari, sull'altare
della seguente cappella, fu condotto dal Baciccio, ed i laterali
vennero eseguiti da Niccola Lamberti. Il s. Lorenzo Giustiniani
nella cappella che viene dopo, appartiene a Luca Giordano, det-
to Luca fa presto. Le statue in gesso, poste nelle nicchie lungo
la navata, furono modellate da Paolo Morelli e da altri artefici.
Superiormente alla porta avvi un organo riccamente adorno ed
assai armonico, di cui fu autore Giovanni Corrado, tedesco.
Uscendo dalla descritta chiesa per la porta di fianco, e piglian-
do il cammino da sinistra, si perviene sulla piazza Capranica,
così detta dal teatro di tal nome, ivi esistente. Trovasi pure su
di essa piazza la
' CHIESA DI S. MARIA IN AQVIUO.
Parecchi archeologi pretendono che essa pigliasse il nome in
Aquiro, dai giuochi detti equiria (corse di cavalli) le quali an-
Digilized by Google
262 Quinta Giornata.
ticamente si -effettuavano in questo luogo ad onore di Marte.
L’architettura di questa chiesa è di Francesco da Volterra; ma
il disegno della facciata, eretta nel 1774, è di Pietro Camporese.
Essa viene chiamata ancora chiesa degli Orfanelli a causa del-
l’annesso ospizio, ove. sono raccolti ed istniiti i poveri orfani.
Questo ospizio ebbe per fondatore Paolo III; Leone XII affidollo
ai chierici regolari Somaschi, e Gregorio XVI fecelo riedificare
con architetture di Pietro Camporese, nipote del surricordato
architetto di tal nome.
La sunnominata chiesa, la quale, ad eccezione di qualche cap-
pella, era affatto disadorna, oggi, mediante la decorazione ed i
ristauri fattivi eseguire nel 1867 dai suddetti padri Somaschi,
anch’essa, al pari di tante altre ristaurate a’ nostri giorni, fu re-
sa degna di Roma. I lavori vennero diretti dall’architetto cav.
Gaetano Morichini, il quale arricchì il sacro tempio di squisiti
stucchi d’ogni genere, in gran parte messi ad oro, di ornamenti
dipinti a chiaroscuro, di scelti marmi colorati, e di belli affreschi
eseguiti da Cesare Mariani, romano, i quali rendono vieppiù in-
teressante la nuova decorazione.
Il corpo della chiesa si compone di tre navate, una maggiore
nel mezzo, due minori nei lati, tutte precedute da un vestibolo,
ed introducenti nella navata di crocera ove elevasi la cupola.
Gli accennati affreschi alludono in varie guise alla Regina de’
cieli a cui è dedicato il sacro tempio, e ne abbelliscono la nava-
ta grande e la cupola. Nella navata grande il Mariani dipinse,
sulle facce de’ piloni, i quattro santi dottori che scrissero par-
ticolarmente di Maria Vergine, cioè: s. Giovanni Crisostomo,
s. Basilio, s. Ambrogio e s. Gregorio Magno. Superiormente a
queste figure colorì quattro angeli sopra fondo dorato, ognuno
de’ quali sostiene un cartello con entro qualche sentenza del sot-
tostante dottore, allusiva alla Madre di Dio. L’attico è decorato
con sei storiette in pittura monocroma, eseguite, tre per parte,
ad imitazione di altorilievo. Di queste storiette, quelle a sinistra,
hanno per soggetto la Natività, lo Sposalizio e l’Annunciazione
di Maria; quelle a destra, la nascita del Redentore, MariaVergi-
ne addolorata, ed il transito di Lei. Le due grandi lunette, da ca-
po ed in fondo di questa navata, sotto la curva della volta, con-
tengono due grandiosi affreschi. Nella lunetta sopra l’arco del
vestibolo, seorgesi la Visitazione di Maria, che è appunto il ti-
tolo della chiesa. L’affresco della lunetta incontro ha per sog-
getto l’Assunzione: da un lato di questo dipinto sono rappresen-
tati s. Girolamo Emiliani, s. Ignazio da Loiola e s. Filippo Neri,
Digitized by Google
Chiesa di s. Maria in Aquiro. 2C3
i quali protessero ed amarono ardentemente i poveri Orfanelli.
Dal canto opposto è colorita un’ ampia loggia, che figura sia ine-
rente all’orfanotrofio eretto da Paolo III, ed in essa osservasi una
quantità di fanciulli e fanciulle, insieme ai loro principali bene-
fattori, fra’ quali si distinguono il card. Salviati ed il suddetto
pontefice. Anche la volta di questa navata va adorna di alquan-
ti affreschi del Mariani. Tra le finestre che si aprono nei fianchi
di essa, figurano egregiamente, sopra fondo dorato, i quattro li-
vangelisti seduti in trono, e negli angoli, quattro angeli soste-
nenti bende con iscrizioni allusive alla Regina dell’ universo.
Lungo poi la sommità della volta stessa sono dipinti, in tre ot-
tagoni, diversi angeli che portano emblemi di Maria, il cui mo-
nogramma risalta con bell’effetto nell’ottagono di mezzo .
Inoltrandosi verso la navata di crocera si ha la vista della cu-
pola, decorata principalmente con affreschi sopra fondo dorato,
rappresentanti i più prossimi parenti di Maria Vergine, e quei
profeti e quelle sibille che in particolar modo parlarono di Lei.
Nei peducci pertanto di essa cupola sono dipinti, s. Gioachino,
s. Giuseppe, s. Zaccaria e s.Gio. Battista; e nella calotta, i pro-
feti, Mosè, David, Isaia e Geremia, aventi a lato le sibille Per-
sica, Delfica, Cumana e Tiburtina.
Di prospetto rimane l’apside, la cui nuova decorazione è stata
immaginata ed eseguita da Luca Carimini, romano, rinomato
intagliatore in marmo, al quale si devono pure i disegni e l’ese-
cuzione del sontuoso aitar maggiore, e della corrispondente edi-
cola, entro cui è racchiusa un’antichissima immagine di Maria
Vergine, dipinta a fresco. Incontro agli archi pe’ quali da que-
sta nave traversa si passa nelle navate minori, si osservano due
nuove cantorie, abbellite di squisiti ornati in bassorilievo, lu-
meggiati di oro. Quella a destra, in marmo bianco, è stata in-
ventata ed eseguita dal suddetto Carimini, ed ha servito di mo-
dello per l’altra condotta in iscagliola.
Nella estremità di questa navata di crocera sono due grandi
cappelle simmetriche, in ciascuna delle quali è un altare fian-
cheggiato da due belle colonne di diaspro di Sicilia, e da due
angeli dipinti a fresco , sopra fondo dorato , lavori di Ettore
Grandi. Nella cappella a destra, dedicata alla ss. Trinità, è un
quadro del cav. Vincenzo Pasqualoni, rappresentante il beato
Benedetto Giuseppe Labre in atto di preghiera. Sull’altare della
cappella incontro, intitolata a s. Girolamo Emiliani, si vede un
bel quadro del ricordato Cesare Mariani, in cui espresse il santo
che eccita i suoi orfanelli ad impetrare da Maria Vergine la ces-
Digitized by Google
264
Quinta Giornata.
sazione di quei maligni rumori che di e notte turbavano il loro
pacifico ricovero di Somasca. I due quadri laterali si devono al-
la generosità di Gio. Battista Agostini, romano, membro della
congregazione Somasca, il quale feceli eseguire dal cav. Pietro
Gagliardi. Quello a destra rappresenta Maria Vergine che libe-
ra dal carcere s. Girolamo Emiliani; l’altro ha per soggetto il
miracolo dell’acqua scaturita dal seno di un’arida rupe alle pre-
ghiere dello stesso santo.
L’altare della prima cappella, nella contigua nave minore, ha
un affresco di Marcello Sozzi, in cui è ritratta la Vergine Im-
macolata, avente ai lati Mosè ed Ezechiele, Isaia e David. Nella
seconda cappella sono tre quadri , che si credono di Gherardo
Delle Notti, 9 rappresentano la Deposizione dalla croce, la Co-
ronazione di spine e la Flagellazione alla colonna. Gli affreschi
che adornano la volta di questa cappella, furono coloriti da Gio.
Battista Speranza, ed il piccolo monumento eretto in essa a Giu-
seppe Senni, è opera di Emilio Wolfen. Il quadro della terza
cappella è lavoro d’Ippolito Zapponi, che vi colori l’Angelo Cu-
stode. La cappella incontro, nell’altra piccola navata, ha un bel
quadro di scuola lombarda, rappresentante s. Sebastiano; e sul-
l’altare della cappella seguente si venera un Crocefisso scolpito
in legno. Nell’ultima cappella osservasi un quadro esprimente
l’annunziazione di "Maria, forse del Nappi, oppure di Bernardo
Strozzi, detto il Cappuccino.
Accanto alla suddetta chiesa trovasi il vicolo della spada di
Orlando, ove si vede al proprio suo luogo, un gran rocchio di
colonna in marmo cipollino. Nelle case prossime esistono pa-
recchie colonne dello stesso marmo, e sembra che queste e quel-
lo siano gli avanzi d’un magnifico portico, forse di Marco Agrip-
pa, quantunque da taluni vengano assegnate, con minor proba-
bilità, al tempio di Saturno. — Al fine del vicolo, volgendo a
destra, si giunge subito alla
PIAZZA DEL PAXTHEOìV.
In seguito delle devastazioni di Roma questa piazza rimase
sotto le rovine di antiche fabbriche, fino a che Eugenio IV ne la
rendette sgombra. Fu in tale occasione che si rinvennero, avan-
ti al portico del Pantheon, i due leoni di basalte, posti poscia
come ornamento alla mostra principale dell’acqua Felice, sulla
piazza di Termini, ed al presente collocati nel museo egizio al
Vaticano: forse servirono di decorazione alla gradinata del ri-
Digitized by Google
d" A|pi*i]p]p
Digitized by Google
^A.iars’.tKors' 3©3r
Digitized by Google
Piazza del Pantheon.
205
cordato portico, se pure non appartennero alle terme di A grip-
pa, che rimanevano addossate al Pantheon, ovvero a quelle di
Nerone o di Alessandro Severo, le quali esistevano poco lungi
dal detto tempio. Si trovò pure una ricca urna di porfido, che
forma oggi il sarcofago del monumento sepolcrale di Clemente
XII nella cappella Corsini in s. Giovanni in Laterano. Finalmen-
te vi fu scoperta una testa di Marco Agrippa in bronzo, ed al-
cuni frammenti d’ima quadriga, che si suppone ornasse il fron-
tespizio del portico. Gregorio XIII decorò questa piazza facen-
dovi erigere una fontana con disegno di Onorio Longhi, sulla
quale Clemente XI fece collocare l’obelisco che Paolo V aveva
fatto innalzare sulla piazza di s. Macuto, situata presso la chie-
sa di s. Ignazio. Questo piccolo obelisco è di granito egizio, co-
perto di geroglifici, e venne trovato nel fare le fondamenta del
convento de'domenicani, annesso alla chiesa di s. Maria sopra
Minerva: esso sorgeva innanzi ai templi d’Iside e di Serapide,
che ivi presso esistevano.
PANTHEON.
Questo magnifico tempio che vien reputato, a buon diritto,
come il più perfetto monumento dell’antichità rimasto in Poma,
fu edificato da Agrippa nel suo terzo consolato, cioè nel 726 di
Roma, corrispondente all’anno 27 dell’era volgare. E cosa evi-
dente che la parte rotonda di esso non ha relazione alcuna col
portico, e che questo vi fu aggiunto posteriormente. Baciò eb-
bero origine serie discussioni fra’ moderni scrittori, le quali
sembrano appoggiate da Dione, poiché mentre nulla dice nel
726 della fondazione di questo edilìzio, pur tuttavia nel 728 af-
ferma, che Agrippa compì il Pantheon. Taluni pretendono che
la sala rotonda sia di un’epoca di gran lunga anteriore ad A-
grippa, e che a lui soltanto il portico appartenga. Nulladimeno
è chiaro, che si debbe ascrivere ad Agrippa anche la parte circo-
lare del monumento in discorso, poiché si conosce ch’era asso-
lutamente legata alle terme ch’egli pel primo edificò in Roma.
Che il portico poi sia opera di lui, tutti sono in ciò d’accordo, e
l'iscrizione che si legge nel fregio il dimostra, poiché dice:
M. AGRIPI’A . L. F. COS. TERTIVM . FKCIT.
Dimodoché si potrebbe porre d’accordo la differenza di costru-
zione fra la sala rotonda ed il portico , ritenendo che Agrip-
pa, il quale fu autore di queste due parti, costruisse prima la
12
Digitized by Google
266
Quinta Giornata.
sala rotonda come spettante alle terme, e che poscia, volendola
trasformare in tempio, vi aggiungesse il portico, ed è forse per
ciò che Dione dice che Agrippa compì il Pantheon nel 728. Co-
sì, è dato credere che il Pantheon fosse incominciato nel 726,
e rimanesse compiuto nel 728, venendo dedicato a Giove Ulto-
re, conforme asserisce Plinio. Scrive Dione, che le statue di
Marte e di Venere ch’ivi si osservavano, avendo gli attributi di
molte altre divinità, diedero luogo che quest’edifizio venisse di-
stinto col nome di Pantheon, nome che tuttora conserva, seb-
bene si conosca volgarmente colla moderna denominazione di
Rotonda. Inoltre lo storico stesso aggiunge, creder egli piutto-
sto, che quel nome derivasse dalla volta del tempio, simigliente
a quella del cielo. Agrippa collocovvi la statua di Giulio Cesa-
re, ponendo la sua e quella di Augusto sotto il portico, entro i
due niccliioni ancora esistenti. Quest’edifizio essendo stato in-
cendiato sotto Tito e sotto Traiano, venne ristorato da Adriano,
e poscia da Antonino Pio, Settimio Severo, e Caracalla; il qua-
le ultimo ristauro cagionato dalla vetustà, viene rammentato
dall’iscrizione che si legge in due linee nell’architrave:
IMP. CAES. L. SEPTIMIVS . SEVERVS . PIVS . PERTINAX.
ARABI CVS . AMABENICVS . PARTHICVS . MAXIMVS - PONTIF.
MAX.TRIB. POTEST. X. IM. XI. COS* III. P. P. PROCOS. ET.
IMP. CAES. M. AVRELIVS . ANTONINVS . PIVS . FELIX . AVG.
TRIB. POTEST. V. COS. PROCOS. PANTHEVM . VETVSTATE.
CORRVPTVM . CVM . OMNI . CVLTV . RESTITVERVNT.
Tale ristauro appartiene all’anno 202 dell’era volgare, allor-
ché Settimio Severo fu console la terza volta, e Caracalla la pri-
ma. Da quest’epoca fino al 354 non si fa ricordo del Pantheon,
e fu appunto in detto anno che l’imperatore Costanzo lo vide
nella sua integrità; notando Ammiano Marcellino, che rimanes-
se soprattutto maravigliato dell’ampiezza della volta. Nel 391
venne chiuso al pari di tutti gli altri templi pagani, e rimase co-
sì fino al 608, allorché Foca, imperatore di Costantinopoli, lo
concesse a papa Bonifazio IV, che lo consacrò alla Madonna ed
ai martiri, e fin d’allora prese il nome di s. Maria ad Martyres,
come tuttora la chiesa è chiamata. In quell’epoca il Pantheon
era assai più integro che non al presente, poiché aveva ancora
le tegole di bronzo che coprivano il tetto del portico e la cupo-,
la; ma nel 663, Costante II, imperatore di Costantinopoli, le
tolse via unitamente a tutte le statue di bronzo sfuggite alle ra-
pine de’ barbari, designando di portarle nella sua capitale, ove
Digilized by Google
"Pantheon.
267
non giunsero perchè, ucciso l’imperatore in Siracusa, i preziosi
oggetti caddero in potere de’ Saraceni, i quali li portarono in
Alessandria. Gregorio III, nel 731, riparò in parte il danno sud-
detto, facendo coprire il Pantheon con lastre di Piombo, ed A-
nastasio IV, nel secolo XII, vi fece erigere accanto un palazzo
per propria abitazione, il quale più non esiste.
Gli sconvolgimenti dei secoli XIII e XIV cagionarono molti
danni a questo tempio, di modo che sul principio del XV seco-
lo, mancavano le tre colonne del lato orientale del portico; il
tetto e la cupola non avevano p iù la copertura in piombo, ed il
portico stesso, a causa del rialzamento del suolo dell’attinente
piazza, era rimasto sepolto fin sopra le basi delle colonne, di
guisa che scendevasi alla chiesa per parecchi gradini.
Il magnanimo pontefice Martino V cominciò dal ristorare il
tetto, ed il suo esempio venne seguito da Eugenio IV e Nicco-
lò V; ed il nome e gli stemmi di quest’ultimo papa esistono an-
cora su molte delle lastre c he cuoprono la cupola dal canto di
mezzogiorno. Al cominciare del XVI secolo venne innalzata u-
na colonna di granito nell’angolo orientale del portico in luogo
di quell’antica che mancava. Urbano Vili, nel secolo successi-
vo, cioè nel 1634, fece fare il capitello a detta colonna, e vi si
vede scolpita l’ape, che costituisce l’arme di quel pontefice. Al
medesimo si debbono i due campanili della chiesa, conforme
leggesi in una delle iscrizioni a lato alla porta. Un’altra iscri-
zione poi, da man sinistra, ricorda che lo stesso Urbano Vili,
nel 1632, tolse via tutto il bronzo di cui erano rivestiti i travi
del portico del Pantheon per formarne le quattro colonne e gli
altri ornamenti dell'altar papale nella basilica Vaticana, ed al-
quanti cannoni pel forte sant’ Angelo. Secondo il Torrigio, il
quale si trovò presente al trasporto del bronzo, pesava questo
450,251 libbre, ed i soli chiodi ammontavano a lib. 9,374: i can-
noni poi, che con una parte dello stesso metallo vennero fusi,
sommarono a più di 80. Alessandro VII fu quegli che, nel
1662, compì il ristauro del lato orientale del portico, erigendo
le due colonne di granito, trovate presso s. Luigi de’ Francesi,
nel luogo ove mancavano dal medio evo in poi, e però veggon-
si scolpite ne’ capitelli le armi di lui. Egli inoltre fece sgombra-
re il portico stesso, togliendone via i tugurii ivi eretti. Clemen-
te XI ridusse la piazza al piano attuale, e Benedetto XIV, sul
finire del secolo scorso, portò l'interno della chiesa a quello sta-
to in cui la vediamo. Sotto Pio VII fu rinnovata una parte del-
la copertura della cupola, e si praticarono degli scavi lungo il
12*
Digitized by Google
268 Quinta Giornata.
lato occidentale del portico, per meglio conoscere il piano della
fabbrica. Finalmente nel 1853 il governo fece demolire alcune
case addossate al monumento dal canto di levante, onde sco-
prirne quel lato, il quale, correndo l’anno 1859, venne diligente-
mente ristaurato dai danni cagionatigli dall’appoggio delle case
suddette. Sarebbe poi cosa lodevole che tali demolizioni fosse-
ro proseguite fino a che l’edifizio rimanesse del tutto isolato.
Il tempio di cui parliamo entra nella categoria dei prostili
ottastili, non avendo che un solo portico di otto colonne nel-
l’innanzi. Anticamente ascendevasi a questo portico per sette
gradini, lo che davagli un aspetto più maestoso che non al pre-
sente, in cui vi si salisce per soli due gradini. Un si stupendo
portico ha 33 met. e 10 c. di fronte e 15 m. e 50 c. di profon-
dità, e va decorato di 16 superbe colonne d’un solo pezzo di
granito orientale, aventi 4 met. e 50 c. di circonferenza, e met.
12 e 36 c. d’altezza, senza comprendervi la base ed il capitello,
che sono in marmo bianco; e tali capitelli sono i più belli che
ne restino fra quelli antichi. Le otto colonne di fronte sono di
granito bigio, eccetto una sostituita in gTanito rosso e sosten-
gono un cornicione ed un frontespizio di stupende proporzioni
architettoniche. Nel centro del frontespizio, eravi un bassori-
lievo di bronzo dorato; e si crede che ai lati del frontespizio
stesso vi fossero le statue di Venere e di Marte, e sulla cima
quella di Giove. Il portico aveva la copertura di bronzo, e fu
questa che venne tolta da Costante II, come sopra dicemmo. I
travi eran pure rivestiti d’ugual metallo che fu levato sotto Ur-
bano Vili, conforme si disse. Le pareti del portico, negl’inter-
stizi da un pilastro all’altro, erano incrostate di marmi, e rima-
nevano interrotte da fasce, tuttora esistenti, in cui sono scolpiti
utensili sacri e festoni. La statua di Augusto sorgeva entro il
nicchione a destra, e quella di Agrippa nell’altro incontro. Que-
sto portico, quantunque vada privo della sontuosa decorazione
che arricchiva il suo interno, pur tuttavia riesce assai magni-
fico, ed appalesa in nobil guisa l’ingresso principale del mara-
viglioso tempio. La porta s'apre su due pilastri di bronzo sca-
nalati, avendo la soglia di affricano, e gli stipiti e l’architrave di
marmo bianco. Le imposte, che chiudono quest’ingresso, sono
le antiche e veggonsi rivestite di bronzo.
L’interno del tempio si rende osservabile del pari per l’ele-
ganza, che per la sua nobile maestà; e la sua forma sferica fe-
cegli dare, nei tempi moderni, il nome di Rotonda. Esso ha 42
met. e 73 c. di diametro; la suaaltezza, dal pavimento alla som-
Digitized by Google
Pantheon.
269
mità della volta è uguale al diametro, e la spessezza del muro
che lo ricinge non è minore di 6 metri e 10 centimetri. Dalle
basi delle colonne che girano tutto aU’iutorno si conosce che il
pavimento era anticamente più basso di quello del portico, lo
che rendevane l'ingresso più nobile e più maestoso. La luce pe-
netra nel tempio da una sola apertura rotonda, del diametro di
8 met. e 34 c., praticata nel centro della cupola, e vi si ascende
per mezzo d’una scala di 190 gradini.
La tribuna dell’altar maggiore ha la pianta in forma di un se-
micerchio scavato nella spessezza del muro, ed il suo arcone,
simile a quello sotto cui è l’ingresso, è decorato di due grosse
colonne scanalate di paonazzetto, e di quattro pilastri d'ugual
marmo. Le sei cappelle che si scorgono all'intorno furono del
pari scavate nella grossezza del muro: ciascuna di esse venne
decorata con due pilastri e due colonne, quelle e questi scana-
lati, ed alternativamente in paonazzetto ed in giallo antico, a-
vendo un metro e 14 cent, di diametro, e met. 8 e 82 c. di al-
tezza, non compresi i capitelli e le basi, che sono in marmo
bianco. Le dette colonne assieme ai pilastri sorreggono un gran
cornicione di marmo bianco, col fregio incrostato di porfido. Su
quest’ordine architettonico s’alza una specie di attico contenen-
te quattordici nicchie, e coronato da un cornicione su cui eleva-
si la sorprendente volta che costituisce la cupola. Le famose ca-
riatidi in bronzo, lavoro di Diogene, ateniese, delle quali parla
Plinio, sostenevano forse la cornice superiore di quest’attico. La
volta rimane scompartita in cinque ordini di cassettoni, ciascun
de’ quali era ornato, nel mezzo, da un rosone, ed all'intorno, fi-
no al fondo, aveva fregi in istucco dorato. Il Tiranesi, che potè
osservarne gli avanzi, dice, essersi trovati sotto gli stucchi dei
grossi perni e dello lamine di bronzo, dal che egli deduce che
gli ornati, prima del ristauro di Settimio Severo, dovettero es-
sere di tal materia.
Nella circonferenza del tempio, fra le cappelle, sono otto nic-
chie di quelle che gli antichi chiamavano eediculce, ornate d’ un
frontespizio sorretto da due colonne corintie in giallo antico,
porfido, e granito; tali edicole vennero dai cristiani mutate in
altari, alterandone alquanto la forma primitiva. Nel secolo XYI
erano esse tuttavia intatte, conforme si rileva dai libri dei dise-
gni di Sangallo esistenti nella biblioteca Barberina, e dalle ope-
re del Serlio e del Gamucci. Il pavimento, ed i muri fino al cor-
nicione, sono incrostati di marmi diversi, e si ritiene che tale
decorazione, del pari che le otto edicole appartengano al ristauro
Digitized by Google
270 Quinta Giornata.
di Settimio Severo, e che nel centro della tribuna esistesse un
Giove colossale.
L’ immortai Raffaello, morendo, designò la terza edicola a si-
nistra entrando, per luogo di sua sepoltura, e commise a’ suoi
eredi di ristorarla, e di far scolpire da Lorenzetto, suo scolare,
la statua di Nostra Donna ch’osservasi entro la nicchia e che
▼ien detta la Madonna del Sasso. Siccome poi in tale occasione
si mutò in altare il dinnanzi della nicchia, cosi di mano in mano
vennero in simil guisa ridotte tutte le altre. Il divino pittore fu
sotterrato sotto la base della statua, dietro l’altare, ed infatti
il 14 di settembre del 1833 furono ivi scoperte le ossa di lui, ove
furono nuovamente collocate la sera del 18 ottobre, in mezzo alla
pompa ed alle cerimonie convenevoli, del che si ha ricordo nella
iscrizione in marmo, posta nella cappella prossima, sacra a san
Tommaso. In tal guisa, il Pantheon, il monumento più bello che
ne rimanga dell’ antica Roma, racchiude le spoglie mortali del
più celebre artefice di Roma moderna. Oltre al Sanzio, furono
sepolti in questo tempio, Baldassare Peruzzi, Giovanni da Udi-
ne, Pierin Del Vaga, Taddeo Zuccari, Annibaie Caracei ed altri
rinomati artefici.
Questo tempio, maraviglioso per la mole, per antichità, e per
architettura, va tuttavia privo di pregevoli monumenti di scul-
tura e di pittura, per cui non ricorderemo, fra le prime, che la
Madonna scolpita da Lorenzetto, ed il cenotafio in cui furono
deposti i precordii del cardinale Ercole Consalvi, segretario di
stato di Pio VII, posto entro la cappella del Crocefisso, opera del
Thorwaldsen ; e fra i quadri degli altari accenneremo , quello
rappresentante s. Tommaso che pone il dito nel costato di Gesù,
dipinto da Pietro Paolo Bonzi, e l’ altro col martirio di s. Stefa-
no, condotto da Stefano Pozzi, a spese del sommo Canova.
Fin dal 1542 è annessa a questa chiesa una congregazione
composta di pittori, scultori, architetti, od altri personaggi di
merito. Molti di essi vennero quivi sepolti, per cui si erano tal-
mente moltiplicati i busti, posti alla loro memoria, che nel 1821
il governo decretò che fossero trasportati in Campidoglio; ed in
tal guisa ebbe origine la Protomoteca Capitolina. Nella chiesa
però restarono le iscrizioni fatte ad onore di Raffaello, di Anni-
baie Caracci, di Pierin Del Vaga, di Taddeo Zuccari, di Barto-
lommeo Baronino, e di Flaminio Vacca. Le iscrizioni relative a
Raffaello ed al Caracci sono collocate ai lati dell'altare sacro
alla Madonna del Sasso, e le altre entro le successive cappelle.
Le terme di Marco Agrippa, le prime che venissero costruite
con magnificenza in Roma, erano congiunte colla parte poste-
Digitized by Googl
Piatta della Minerva. 271
riore del descritto tempio, ma senza avere diretta comunicazione
con esso. L’acqua Vergine che Agrippa condusse in Roma, ser-
viva specialmente per gli usi di dette terme. Leggiamo in Plinio
che fra le statue che le decoravano, ima ve n’era in bronzo,
eseguita dal celebre Lisippo, lavoro così perfetto che Tiberio,
essendosene invaghito, la volle trasportata nel proprio palazzo,
ma per il malcontento del popolo fu obbligato farla di nuovo
collocare al buo luogo. — Uscendo dal Pantheon, volgete verso
l’angolo destro del portico, poscia pigliate la via che rimane
presso il iìanco del Pantheon stesso, e vi troverete subito sulla
PIAZZA DELLA MINERVA.
L’obelisco egizio coperto di geroglifici, che si vede nel mezzo
di questa piazza, fu trovato nel giardino del convento de’ dome-
nicani, detto della Minerva, circa l’anno 1665. Alessandro VII
fecelo erigere dal Bernini sulla piazza di cui trattiamo, e quel-
l’artista lo collocò sul dorso d’un elefante in marmo, scolpito
da Ercole Ferrata. Si sa che i templi d’ Iside e di Serapide, co-
nosciuti dagli antichi col nome d’Iseum et Serapeum, esisteva-
no in queste vicinanze , occupando lo spazio dal summenzionato
giardino fin quasi presso alle scuderie del palazzo Altieri. Infatti
si trovarono in questo spazio, in diverse occasioni, molti oggetti
relativi al culto egizio, ed in ispecie i due obelischi che decorano
la piazza del Pantheon, e quella in discorso, l’ara isiaca, ora nel
museo Capitolino, e le due belle statue del Nilo e del Tevere, la
prima collocata nel Braccio Nuovo del museo Vaticano, e l’al-
tra trasportata in Parigi. — La chiesa che quivi osservasi porta
il nome di
CHIESA DI 8. MARIA SOPRA MINERVA.
Tenendo il pontificato Gregorio XI, sul finire del XIV secolo
le monache benedettine di Campo Matto cedettero questa chie-
sa ai padri domenicani, i quali la riedificarono con magnificenza;
ed a quell’epoca appartiene la facciata semplicissima, in cui si
leggono parecchie iscrizioni indicanti gli straripamenti del Te-
vere nel 1422, 1495, 1530, 1557, e 1598, che fu il più straordi-
nario. Nel secolo XVII il card. Antonio Barberini la ristaurò
considerevolmente, eccetto la tribuna, che venne rifatta dai si-
gnori Palombari, con disegni di Carlo Maderno, il quale v’ag-
giunse il coro. Questa chiesa ricca di monumenti d’arte, chia-
masi s. Maria sopra Minerva, perchè fu edificata sulle ruine del
tempio di Minerva, eretto dal gran Pompeo dopo le sue vittorie.
Digitized by Google
272 Quinta Giornata.
Nel 1847, gli stessi padri domenicani risolvettero di rinno-
varla nell’interno, meno le cappelle, ed affidarono la direzione
dei lavori a fra Girolamo Bianchedi, dell’ ordine stesso. Egli co-
minciò nel 1848 le rinnovazioni progettate, ma essendo mancato
ai vivi nel 1849, que' lavori, salvo piccole mutazioni, furono pro-
seguiti coi disegni di lui, e rimasero compiuti nel 1855.
Mediante l’accennato ristauro, del quale tratteremo innanzi
tutto, l’interno della chiesa venne ridotto, meglio che non lo
era mai stato dall’ origine, a stile gotico, tanto nella parte ar-
chitettonica, quanto per quella decorativa, e quindi il santuario
acquistò tale sontuosità, che al presente forma la maraviglia di
quanti si recano a vederlo.
Il pavimento, rinnovato per intiero, è di marmo bianco con
fasce di bardiglio. I grandi piloni isolati della nave maggiore,
come pure le mezze colonne ed i pilastri delle altre navi e della
tribuna, furono incrostati, nella parte inferiore, di bel cipollino,
e coperti nel rimanente di scagliola lucida, ad imitazione di quel
marmo, ed i capitelli vennero abbelliti con gentili dorature. In
tale occasione furono tolti via tutti i monumenti sepolcrali che
erano murati nei piloni suddetti dal lato della nave maggiore,
riunendoli, con accorta disposizione, a quelli esistenti già sotto
le navi laterali. La volta della navata grande ha sei scomparti-
menti, suddivisi per mezzo di costoloni (1) in quattro sezioni
triangolari, e fu colorita in azzurro oltremare e sparsa di stelle
in oro: altrettanto si fece nella volta della nave di crocera, ed
in quelle della tribuna e dell’apside. La sopradetta grande volta
fu elegantemente decorata con ricche fasce in arabeschi a colori
ed oro, le quali non solo ricingono il complesso degli scomparti,
ma ne racchiudono anche le suddivisioni triangolari. Tre di essi
scomparti rimasero abbelliti nella maniera che si è detto; ma gli
altri tre, che si succedono alternativamente con quelli, vennero
anche decorati colle figure dei dodici apostoli, quattro per ogni
scomparto.
Questa decorazione era stata per intero affidata al pittore Ber-
nardino Riccardi da Parma, ma essendo egli morto prematura-
mente (2), quattro degli apostoli furono condotti dal cav. Ga-
vardini, seguendo i disegni dell’artista defunto. I medesimi pit-
(1) Questi non esistevano, e vennero costruiti, si perchè le volte vieppiù sentissero
dello stile gotico, al ancora perchè esse volte apparissero di un sesto più acuto di
quello che realmente sono; lo che in effetto si giunse ad ottenere.
(2) Egli mori di colèra nel 1854; si vede il suo deposito fra la terza e la quarta
cappella della nave minore a destra entrando.
Digitized by Google
Chiesa di s. Maria sopra Minerva. 273
tori eseguirono pure i santi e le sante più illustri dell’ ordine
domenicano, entro i ventiquattro medaglioni ricorrenti sull’alto
delle pareti laterali; ed il Oosnedi colorì i due sulla parete ove si
apre la porta principale della chiesa. Siffatti medaglioni, formati
da cornici orbiculari centinate e messe ad oro, risaltano a mara-
viglia sulle pareti abbellite di ornati dipinti, del pari che quelle
della nave traversa e della tribuna. I sottarchi poi delle dodici
arcate di essa nave maggiore vennero fregiati di ornati fram-
misti a figure di sacre immagini.
Prima di parlare della nave di crocera, diremo che le volte
delle navi laterali furono abbellite con fasce d’ arabeschi.
La decorazione della volta della crocera, costruita in tre scom-
partì, quantunque corrisponda a quella della nave maggiore,
tuttavia è più ricca e più appariscente, come appunto si conve-
niva alla parte più rispettabile del santuario . L’ opera fu diretta
dal pittore genovese, Tommaso Oreggia, che vi condusse di
sua mano, nello scomparto centrale, i quattro evangelisti; in
quello a destra, quattro dottori della chiesa latina, cioè, i Banfi
Agostino, Gregorio Magno, Girolamo ed Ambrogio;ed in quel-
lo a sinistra, i quattro santi dottori della chiesa greca, Giovanni
Crisostomo, Gregorio Nazianzeno, Basilio ed Atanasio. Gli otto
medaglioni, dipinti ad olio sul muro, sono lavori di Filippo Balbi,
napolitano, e contengono le mezze figure di alcuni santi dell’or-
dine di s. Domenico.
Anche la tribuna ebbe una magnifica decorazione. Il ricordato
Riccardi ne diresse la parte ornativa, dipingendo nella volta i
quattro profeti maggiori, ed eseguendo nella , calotta dell’ apsi-
de il Padre Eterno e l’ Annunziata. Il Balbi suddetto dipinse ,
pure ad olio sul muro, i quattro medaglioni nelle pareti laterali,
rappresentandovi santi domenicani. Nelle grandi tre finestre del-
l’ apside appariscono magnifiche vetrate con figure a colori (1):
esse vetrate furono egregiamente eseguite nell’ officina del Ber-
tini da Milano, coi disegni del Riccardi, e vi si osservano: nella
finestra del mezzo, i santi Pio V e Domenico; in quella a sini-
stra, i santi Vincenzo Ferreri e Stefano; in quella a destra, le
(1) Quest’ apside era stato sensibilmente sfigurato daH’architetto Carlo Maderno,
allorquando riedificò la tribuna; ma essendo stata demolita la parte superiore di
esso, venne riedificato come ora si vede; sì diede alle tre grandi finestre la forma
acuta, e si apersero superiormente altre tre finestre orbiculari dentellate; alla qual
forma furono pure ridotte le dodici finestre della nave maggiore le quali erano ret-
tangolari. Ricorderemo qui anche la ricostruzione a sesto acuto dell'arcone della
tribuna, che in altri tempi era stato ridotto a tutto sesto.
12**
Digitized by Google
274 Quinta Giornata.
sante Caterina della Rota, e Caterina da Siena. L’officina mede-
sima ebbe fornito del pari le vetrate con arabeschi, e mezze fi-
gure, che chiudono le tre finestre rispondenti sulle principali tre
porte della chiesa, e quella che si apre nella nave traversa.
Dopo aver detto dei miglioramenti apportati a questo san-
tuario, cominceremo a percorrerlo, secondo il sistema fin qui
seguito da noi.
Dirigendosi dunque verso l’ ingresso principale, e di quivi
nella nave a destra, entrando nella chiesa, si osserva sull’altare
della prima cappella, dopo quella del fonte battesimale, un qua-
dro del Baciccio rappresentante s. Ludovico Bertrando: gli af-
freschi nella volta sono di Gaspare Celio, ed esprimono alcuni
fatti della vita di s. Domenico. Il monumento sulla faccia del pi-
lastro quasi incontro alla suddetta cappella, venne eretto alla
memoria del cav. Mongardi, il cui busto fu scolpito dal Tene-
rani. Nella seconda cappella, dedicata a santa Rosa di Limà, so-
novi tre quadri di Lazzaro Baldi, relativi alla vita di essa santa.
Il quadro sull’altare della seguente cappella, col martirio di s.
Pietro, detto il martire, domenicano, venne eseguito da Bona-
ventura Lamberti; gli affreschi laterali appartengono a Giam-
battista Franco, veneziano; quelli delle lunette e della volta so-
no di altro artefice, ed il Muziano dipinse l’arco ed i pilastri.
Viene dopo la cappella dell’ Annunziata, eretta con architet-
ture di Carlo Maderno, e decorata con affreschi di Cesare Neb-
bia. Il quadro sull’altare, rappresentante l’Annunciazione di Ma-
ria Vergine, da alcuni attribuito a frate Gio. Angelo da Fieso-
le, è, secondo noi, un’opera di Benozzo Gozzoli da Forlì: la sta-
tua di papa Urbano VII fu scolpita dal Buonvicino. Nella cap-
pella Aldobrandini che viene poi, si osserva sull’altare la cena
del Redentore, ed è l’ultima delle opere mandate in Roma dal
Barocci; le altre pitture spettano a Cherubino Alberti; le statue
de’ santi apostoli Pietro e Paolo vennero eseguite da Camillo
Mariani; gli angeli sul frontone sono del Buonvicino; il s. Se-
bastiano è del Cordieri, e la statua di Clemente Vili, posta di
rimpetto, fu scolpita dal Buzi. I due sepolcri laterali, vennero
eretti alla memoria dei genitori di esso pontefice, della famiglia
Aldobrandini; le due statue giacenti e la statuina rappresentan-
te la Carità, appartengono al ricordato Cordieri; le altre scultu-
re sono opere del Mariani, di Stefano Maderno e di altri artefici.
Vicino a questa cappella si osserva il monumento del card. Ber-
tazzoli, lavoro di Rinaldo Rinaldi. Segue quindi la cappella de-
dicata a s. Raimondo Nonnato, il cui quadro fu eseguito da Nic-
Digitized by Googl
Chiesa di s. Maria sopra Minerva. 235
cola Magni. Ivi si vedono due monumenti sepolcrali del XV se-
colo, osservabili per la squisitezza degl’intagli. La pittura , nel
di fuori, rappresentante le sante Caterina ed Agata, è un’opera
di Girolamo Sicciolante da Sermoneta.
Saliti appena nella nave di crocera si trova, a destra, la cap-
pellina ove esiste un bel Crocefisso scolpito in legno. La grande
cappella allato, sacra a s. Tommaso d’ Aquino, è ornata con pit-
ture stimate assai. Il quadro, a diversi scomparti, posto sull’al-
tare, è una stupenda opera di Filippo Lippi, che vi rappresen-
tò la Madonna, san Tommaso d’ Aquino, ed il card. Oliviero Ca-
raffa dell’illustre famiglia di Napoli, il quale ebbe fondato la
cappella. L’Assunta superiormente, gli apostoli di sotto ed il la-
terale a destra, sono lavori del pari molto pregevoli del ricor-
dato Lippi, ed in ispecie la disputa di san Tommaso d’Aquino.
Le sibille e gli angeli nella volta sono opere ammirabili di Raf-
faellinoDel Garbo. Tutti questi capolavori però, guasti dal tem-
po, ebbero a soffrire de’ ristauri. La sepoltura di papa Paolo IV,
di casa Caraffa, fu eretta coi disegni di Pirro Ligorio , celebre
architetto del secolo XVI.
Prima di entrare nella seguente cappella, merita di essere os-
servata la sepoltura di Guglielmo Durante, i cui musaici ven-
nero eseguiti da Giovanni, figlio di Cosimo Cosimato. Nella
cappella accanto, di proprietà della famiglia Altieri, il quadro
dell’altare è di Carlo Maratta, il quale vi rappresentò la Madon-
na, ed i santi che furono canonizzati da Clemente X della sud-
detta famiglia: il Baciccio condusse l’affresco del lunettone su-
periormente all’altare. Le pitture nella volta della cappella suc-
cessiva, sacra alla Madonna del Rosario, sono di mano di Mar-
cello Venusti, ed esprimono i quindici misteri del rosario; ma la
coronazione di spine appartiene a Carlo Veneziano. Ivi dipinse
anche Giovanni De Vecchi alcuni tratti della vita di s. Caterina
da Siena. La Madonna sull’altare, è di antica scuola.
L’ aitar maggiore venne rinnovato quando si fece il già de-
scritto ristauro della chiesa, e diedene il disegno l’architetto
Giuseppe Fontana. Esso è in istile gotico, e fu eseguito in me-
tallo dorato col metodo galvanico dall’artefice Felice Ceccarini:
il Podesti dipinsevi le quattro Virtù Cardinali ed alcuni cheru-
bini. Questo ricco altare però non è visibile se non che nelle
grandi solennità, rimanendo, in ogni altro tempo, custodito da
un’elegante copertura di legno. Sotto esso altare riposano, en-
tro un’ urna di marmo bianco, le spoglie mortati di s. Caterina
da Siena.
Digitized by Google
276 Quinta Giornata.
Ai lati dell’arcone della tribuna sono collocate due statue
scolpite in marmo. Quella a sinistra figura il Salvatore ritto
sulla persona colla croce fra le braccia, ed è opera sublime del
Bonarruoti; l’altra, collocatavi nel 18Ó8, è un lodevole lavoro
dello scultore Obici, e rappresenta s. Gio. Battista predicante
nel deserto.
Entrando nella tribuna, si scorge a sinistra il monumento se-
polcrale eretto a Leone X, insigne mecenate delle belle arti: in-
contro si osserva quello di Clemente VII, e tutti due sono opere
di Baccio Pintelli ; però, la statua di Leone X fu scolpita da
Raffaello da Monte Lupo, e quella di Clemente VII, da Baccio
Bigio. Nel pavimento si leggono le iscrizione mortuarie poste
alla memoria del P. Mamacchi, domenicano, e dei cardinali
Bembo e Casanate, tutti personaggi illustri per dotti-ina.
Nel corridoio che mette alla prossima porta si osservano diver-
si sepolcri. A sinistra si vede quello del card. Alessandrino, ni-
pote di s. Pio V, eretto con disegno di Giacomo Della Porta, e
colla statua del porporato scolpita da Siila da Vigiù. Di pro-
spetto è il sepolcro del card. Pimentai, spagnuolo, disegno del
Bernini, e condotto da diversi artisti. Quello superiormente alla
porta, fu posto al card. Bonelli e venne eseguito coi disegni di
Carlo Rainaldi : nei lati si ammirano due depositi di bel lavoro
del secolo XV, eretti ad Agapito ed a Cincio Rustici. Prima di
tornare nella nave, si scorge a destra, incastrata nella parete, la
memoria sepolcrale di frate Gio. Angelo da Fiesole, domenicano,
celebre pittore del XV secolo, del quale si fece ricordo di so-
pra. Appena usciti dal corridoio si trova, a destra, la cappella di
s. Maria Maddalena, in cui si veggono tre quadri di F. Parone.
Entrando nella sacrestia si scorge sopra l’altare un quadro
rappresentante il Crocefisso con alcuni santi, opera di Andrea
Socchi. Il s. Domenico, dipinto nella volta, è del Bastaro. Giu-
seppe Speranza dipinse superiormente alla porta il conclave te-
nuto in questo luogo nel 1431, per l’elezione di Eugenio IV:
anche Niccolò V fu quivi eletto papa nel 1447.
Tornando nella chiesa, si trova subito, a destra, la cappella
di s. Domenico, decorata con otto belle colonne di bianco e ne-
ro antico. In questa cappella è la sepoltura di Benedetto XIII,
di casa Orsini, eseguita da parecchi artefici coi disegni di Carlo
Marchionni, che vi scolpì il bassorilievo ed i due angeli che so-
no di sopra. Il quadro dell’altare è di Paolo De Matteis. Uscen-
do dalla cappella, il piccolo altare a diritta, dedicato a s. Gia-
cinto, ha un quadro di Ottavio Leoni, padovano.
Digitized by Google
Chiesa dì s. Maria sopra Minerva. 271
Scendendo nella nave laterale, si osserva primieramente a
destra, e di sopra ad una porta, un grazioso monumento di sti-
le gotico, eretto nel 1854, dal cav. Francesco Podesti ad uno
de’ suoi tigli: egli diedene il disegno, e vi dipinse di sua mano
un angelo che porta in cielo il morto fanciullo.
La prima cappella, sacra a s. Pio V, ha sull’altare un quadro
del Procaccini. Lazzaro Baldi eseguì il quadro laterale a sinistra,
ed il Cerruti dipinse la volta. Fra questa e la successiva cappel-
la osservasi il monumento di Ottaviano Ubaldini della Gherar-
desca, il cui ritratto in musaico è un buon lavoro del Calandra.
Su l’uno dei lati del pilastro incontro è il monumento di suor
Maria Raggi, condotto coi disegni del Bernini. Il s. Giacomo
apostolo sull’altare della seconda cappella, appartiene alla scuo-
lafiorentina. Merita speciale attenzione iu questa cappella il mo-
numento scolpito dal commend. Tenerani, d’ordine del duca
Giulio Lante, che lo eresse nel 1848, alla sua consorte Donna
Caterina, dell’illustre casa Colonna. La terza cappella, dedicata
a 8. Vincenzo Ferreri, contiene un quadro di Bernardo Castelli,
rappresentante il santo titolare. Entro la successiva cappella, ve-
desi una statuina di s. Sebastiano scolpita da Mino da Fiesole.
A lato di questa cappella è il monumento sepolcrale della fa-
miglia Piggiani, eretto nel 1865. Questo monumento tutto di
marmo bianco, arricchito con alcune figure di bassorilievo, è
opera dello scultore Ignazio Jacometti. Nella nicchia di mezzo
rappresentò Maina Vergine col divin Figliuolo, vedendovisi da
un lato l’apostolo s. Andrea, che invoca l’intercessione di Ma-
ria per l’anima del defunto sacerdote. Andrea Piggiani, figura-
to dal canto opposto in atto di preghiera. Nelle due minori nic-
chie laterali scolpì i santi apostoli Giacomo e Tommaso, in ri-
membranza del defunto Giacomo Piggiani e di Tommaso, fra-
tello del medesimo, morto nel 1863, il quale, per disposizione
testamentaria, volle fosse eretto questo monumento per sé, pe’
suoi genitori e per i suoi congiunti. Fra le ultime due cappelle
è situato il monumento di Cesare Magalotti, fiorentino, vicele-
gato dell’esercito papale, morto nel 1602, e sul pilastro in pro-
spetto è quello di Raffaello Fabretti, archeologo insigne del
XVII secolo, il quale lasciò parecchie opero molto stimate: mo-
numento eseguito da Camillo Rusconi.
Dopo l’ultima cappella si osservano due sepolcri collocati
uno sull’altro; quello superiore è del card. Giacomo Tebaldi, ve-
scovo di Cesarea, morto nel 1446, e si crede sia opera d’ Andrea
Verrocchio; l’altro spetta a Francesco Tornabuoni, ricco mer-
Digitized by Google
218 Quinta Giornata.
canto fiorentino e parente de’ Medici, lavoro assai pregiato di
Mino da Fiesole. Finalmente merita d’esser veduto, dal sinistro
lato della porta maggiore, uscendo, il monumento eretto nel
secolo XV a Diotisalvi Neroni, giureconsulto fiorentino.
biblioteca. — Per una scala prossima alla sacrestia si ascen-
de alla celebre Biblioteca Casanatense, così detta dal Cardinal
Girolamo Casanate, napolitano ch’ebbela fondata, legandola in
morte ai PP. Domenicani di s. Maria sopra Minerva, per tenerla
aperta ad uso pubblico, ed oltre a ciò egli lasciava un considere-
vole legato per sempre più aumentare i libri. Questa biblioteca
è la più ricca di quante ne esistono in Roma in opere a stampa,
come la Vaticana lo è pe’ manoscritti; essendovi inoltre una co-
piosa raccolta di antiche edizioni. Essa è fornita anche di pre-
ziosi codici a penna, fra’ quali primeggia una grande bibbia in
pergamena, impressa a mano coi punzoni, specie di lavoro detto
chirograjia, che costituisce l’anello intermedio fra il manoscrit-
to e la stampa. 11 totale numero de’ volumi, non compresi gli
opuscoli riuniti nelle miscellanee, ascende a 120,000, e conten-
gono opere di scienze, lettere ed arti in ogni lingua. La detta
biblioteca racchiude ancora ima bella raccolta di tutte le mi-
gliori incisioni dei rami che posseggonsi dalla calcografia del
governo. In fondo alla vastissima sala, che forma la biblioteca,
sorge la statua del fondatore di essa, scolpita da M.r Le Gros.
Scendendo dalla biblioteca, si passa nel portico che circonda
l’attinente chiostro, ove si osservano, nelle pareti, alquanti af-
freschi del Nappi, del Valesio, del Lelli, del Bastare ecc., e le
volte hanno ornati di grottesche e prospettive. Sotto il portico
stesso sono i depositi in marmo dei cardinali Agnensi, napolita-
no, e Ferrici, spagnuolo, bei lavori ambedue del secolo XV .
Nel palazzo incontro alla descritta chiesa esiste l’ Accademia
ecclesiastica. È questa una specie di collegio, in cui si educano
agli alti studii quei nobili giovani ecclesiastici che aspirano al-
la prelatura, per quindi essere chiamati all’esercizio di cariche
amministrative, o diplomatiche. L’Accademia suddetta fu fon-
data da Clemente XI, e viene presieduta da un vescovo. In es-
sa sono professori d’ogni sorta, compresi quelli di diritto , di
lingue viventi ecc. — In un lato della piazza in cui siamo è la
gran locanda della Minerva, che forma angolo sulla via de' Ce-
stari, la quale conduce dirittamente alla
Digitized by Google
Chiesa delle Stimmate.
279
CHIESA DELLE STIMMATE.
Fu edificata con architetture di Antonio Canevari, ed a Luigi
Garzi si deve la gloria che ne abbellisce la volta. Il quadro del-
l’Addolorata sull’ altare della prima cappella a destra spetta a
Francesco Mancini; quello a sinistra, rappresentante la corona-
zione di spine, è di Domenico Muratori; l’altro colla flagellazione
di Gesù si conta fra le migliori opere del Benefiale. Il quadro del-
l’altar maggiore, espressovi s. Francesco, è uno dei più pregiati
lavori del Trevisani. Il s. Antonio di Padova nella seguente cap-
pella, appartiene all’artefice stesso, ed il dipinto dell’ultima, coi
ss. Quaranta martiri, è il capolavoro del Brandi. — Incontro a
questa chiesa sorge il palazzo Strozzi, rinnovato esternamente
coi disegni di Carlo Mademo.
Tornando sulla via già percorsa, si scorgono nella prima stra-
da a sinistra le ruine d’un’antica sala termale di figura sferica,
dalla quale la strada acquistò il nome di Arco della Ciambella.
Si pretende che questi ruderi appartengano alle terme di Àgrip-
pa, ma lo stile della loro costruzione è molto posteriore all’epo-
ca di Augusto, per ciò noi crediamo che facessero parte di
qualche aggiunta procurata alle terme suddette nel secolo TV,
se pure non siano avanzi di terme separate. — Alfine di questa
strada volgete a diritta, e dopo breve cammino vi troverete
sulla piazzetta di s. Chiara, ove sorge la nuova
CHIESA DELLA CONCEZIONE E DI S. CHIARA.
Questa chiesa è riedificata sulle rovine di quella la quale non
era dedicata che a s. Chiara, e che essendo crollata nel 1855,
venne indi a poco concessa allTstituto della Congregazione del-
l’Immacolato Cuore di Maria, composto di preti francesi. Que-
sta congregazione, che si dedica alle missioni nelle colonie a
prò dei neri, ebbe a fondatore, in Francia, l’abbate Liberman,
morto nel 1852. La chiesa fu ricostruita a spese di detta con-
gregazione, in onore della Immacolata Concezione e di s. Chia-
ra. L’architetto francese Saint-Père diedene i primi disegni ,
modificati poi ed armonizzati col rimanente della fabbrica pri-
mitiva, da Antonio Desantis, romauo. L’interno, prolungato
quasi di un terzo, contiene sei cappelle, assieme all’altar mag-
giore ed il coro nel fondo : la nuova facciata è più alta assai
dell’antica, che era d’un solo ordine architettonico, mentre l’at-
tuale ne ha due; il primo però di essi conserva quasi l’antece-
dente disegno.
Digitized by Google
280 Quinta Giornata.
Congiunta alla chiesa è la casa dell’Istituto, ove dimorano i
chierici alunni mandativi dai vescovi delle diverse diocesi di
Francia, perchè siano istruiti nell’esercizio delle missioni. An-
che questa fabbrica fu ridotta all’uso a cui serve a spese dell’I-
stituto, che comperò a tale effetto le case attinenti alla chiesa.
Seguendo la strada che rimane quasi di faccia alla descritta
chiesa, e poscia voltando per la via della Palombella, che apre-
si a sinistra, si trova a destra la
CHIESA DI S. EUSTACHIO.
Questa chiesa di antica origine, dopo essere stata più volte
risarcita, venne riedificata nello scorso secolo con architetture
di Antonio Canevari. Siccome però ai giorni nostri minacciava
rovina; così dopo eseguitevi le necessarie riparazioni, se ne rin-
novarono le decorazioni, e venne ricostruito il pavimento in
marmo bianco e bardiglio. Questi lavori furono eseguiti nel
1856 colla direzione dell’architetto Martinucci, a spese del ca-
pitolo de’ canonici della stessa chiesa.
Sotto l’altar maggiore è una bell’urna antica di porfido, ove
si custodisce il corpo del santo titolare, il cui martirio si vede
rappresentato nel quadro della tribuna, ed è una delle migliori
opere di Francesco Fernandi. Nella crocera sono due quadri di
Giacomo Zoboli, cioè, s. Girolamo, e la Visitazione di s. Elisa-
betta. La cappella della Madonna, il cui altare ha due colonne
di verde antico, contiene nei lati due dipinti di Tommaso Con-
ca, cioè la fuga, ed il riposo in Egitto.
Uscendo dalla chiesa si osserva, sotto il portico, la tomba
del conte Giovanni Giraud, romano, morto in Napoli nel 1834.
Questo celebre poeta comico fu, per la sua facile vena, il con-
tinuatore del genio di Molière e del Goldoni, i quali tanto lume
sparsero sul teatro francese e sull’italiano. A destra è il deposito
di Francesco Cecilia, illustre letterato, uscito di vita nel 1839;
ed in fine scorgesi il sepolcro eretto a Niccola Deangelis, pro-
fessore di veterinaria, morto nel 1849. In ultimo ricorderemo
l’antico campanile di questa chiesa, perchè in esso esistono le
campane già appartenute alla cattedrale di Castro, città di Sa-
bina, che nel 1649 venne rasa per ordine d 'Innocenzo X, a cau-
sa che i suoi abitanti diedero mano all’assassinio del proprio
vescovo.
Al termine della piazza chiamata dei Caprettari, che rimane
incontro alla chiesa, si trova -a destra il palazzo dei duchi Lante
Digitized by Google
Università.
281
(N.° 70), ove esistono alcune statue antiche, fra le quali si di-
stingue quella collocata sulla fontana del cortile, che si crede
rappresentare Ino allattante Bacco.
Tornando indietro e volgendo a sinistra, l’edifìzio che forma
l’angolo della strada è il palazzo Maccarani (N.° 83), osserva-
bile perla sua bella architettura di Giulio Romano. — Da un
lato si scorge l’edifizio della
i
UNIVERSITÀ’.
Questo imponente edilìzio fu cominciato da Leone X con di-
segno di Michelangelo, proseguito dai papi Sisto V e Urbano
Vili, e compiuto da Alessandro VII. Viene esso chiamato la
Sapienza, a causa del versetto Initium Sapienti <s Timor Do-
mini, scolpito al disopra della finestra che apresi superiormente
ad imo de’ grandiosi ingressi dell’edifizio. lì cortile è un qua-
drilungo, circondato da tre lati da due ordini di portici retti da
pilastri in travertino, dorici nel primo, ionici nel secondo. Il
quarto lato rimane occupato dall’annessa chiesa, là cui architet-
tura, altrettanto singolare quanto bizzarra, appartiene al Borro-
mini, che eresse anche l’ultimo piano, ove si veggono gli stem-
mi di Urbano Vili.
In questo edifizio ha sede la grande Università di Roma, la
quale si compone di un rettore, di cinque collegi, di teologia,
cioè, di dritto, di medicina, di filosofia e di filologia, e di circa
cinquanta professori i quali insegnano: la Scrittura sacra, la
Teologia dogmatica, la Teologia scolastica, l’ Eloquenza sacra,
la Fisica della Genesi, le Istituzioni del diritto di natura e delle
genti, le Istituzioni del diritto pubblico ecclesiastico, le Istitu-
zioni canoniche, il Testo canonico, le Istituzioni civili, il Testo
civile, le Istituzioni criminali, l’ Anatomia, la Fisiologia, la Chi-
mica, la Botanica, la Patologia, e Semiotica, l’Igiene, la Me-
dicina teorico-pratica, la Medicina clinica, la Storia natura-
le, la Chirurgia, l’Ostetricia, la Chirurgia clinica, la Farma-
cia, la Fisica, X Introduzione al calcolo, il Calcolo sublime, la
Meccanica, X Idraulica, l’Ottica, X Astronomia, X Architettura
statica edidraulica, la Geometria grafica, la Mineralogia, l’Ar-
cheologia generale, X Eloquenza latina ed italiana, la Storia
antica, la Lìngua greca, e le Lìngue orientali, cioè, X ebraica,
l’araba, la siriaca e la caldaica.
Va annessa all’Università una copiosa biblioteca eretta da A-
lessandro VII, ed assai arricchita da Leone XII. Sono del pari
Digitized by Google
282 Quinta Giornata.
in essa parecchi gabinetti scientifici, fra i quali quello di mine-
ralogia venne arricchito dal ricordato pontefice con una colle-
zione di pietre preziose (gemma?,), che vi mancava. V’è in fine
un considerevole gabinetto anatomico, che vi fu accresciuto dal
pontefice Pio IX.
Lungo la strada che, uscendo dall’Università, si trova sulla
destra, incontrasi il teatro Valle, rinnovato nel 1823 coi disegni
dell’architetto Valadier. In questo teatro si rappresentano opere
in prosa ed in musica. — A piccola distanza dall’ Università si
trova la piazza Madama, ove esiste il
PALAZZO MADAMA (N. il).
Esso fu eretto con architetture di Paolo Marucelli, d’ordine
di Caterina de’ Medici, poscia regina di Francia, il che fecegli
dare il nome di palazzo Madama. Benedetto XIV comperollo
per istabilirvi il tribunale criminale e la sede del governatore di
Roma.
.Ma nell’anno 1852, essendo stato ampliato, divenne la resi-
denza del ministro delle finanze, ed ivi sono oggi tutti gli uffizi
da esso dipendenti, compresivi quelli della posta delle lettere, e
degli arrivi e partenze dei corrieri. All’epoca stessa, la loggia di
questo palazzo, rispondente sulla piazza Madama, fu destinata
per 1’ estrazione del giuoco del lotto.
Quivi erano già le terme di Nerone, che si dissero anche Ales-
sandrine, per l’ingrandimento apportatovi da Alessandro Severo.
Allorquando Benedetto XIV comperò il suddetto palazzo, furo-
no demoliti un grande arco e dei muri in mattoni spettanti a
quelle terme, e che sorgevano nella corte orientale del palazzo
medesimo. In una delle volte di esse terme, incastrata nella fab-
brica moderna, esiste una chiesina antichissima, che dicesi del
ss. Salvatore in Thermis, la quale ha l’ingresso nella via di san
Luigi de' Francesi, che corre lungo un lato del palazzo Madama.
Si scorgono pure alcuni avanzi di dette terme in un albergo
prossimo alla piazza Rondanini verso la chiesa della Maddalena,
ed in una cantina nella via de’ Crescenti , ove si vedono ancora,
al loro posto, parecchie colonne di granito. Queste terme dovet-
tero essere sontuosissime, e ricchissime, come lo attesta il mol-
to numero di statue, busti, bassorilievi ed altri marmi ivi trovati,
una parte de’ quali si osservava nel prossimo palazzo Giustinia-
ni. — Incontro all’ ingresso posteriore, ora chiuso, del palazzo
Madama , rimane l’ accennato
Digitized by Google
Palazzo Giustiniani. 283
PALAZZO GIUSTINIANI (N. 38).
Il marchese Vincenzo Giustiniani, celebre per ricchezze e per
magnificenza, edificò questo palazzo con architetture di Giov.
Fontana, ed il Borromini ebbevi molta parte nella esecuzione,
talché si cita come opera di lui la decorazione dell’ ingresso e
delle finestre. Era questo uno de’ più ricchi palazzi di Roma, per
la raccolta delle antiche sculture e pitture che lo stesso Giusti-
niani vi aveva formata; ma oggi non conserva che alcuni monu-
menti di scultura antica, assai danneggiati e molto male risto-
rati, i quali decorano il cortile e la scala. — Uscendo dal sud-
detto palazzo, si ha subito a diritta la piazza e la
CHIESA DI 8. LUIGI DE' FRANCESI.
Essa venne eretta nel 1589 dalla nazione francese, coi disegni
di Giacomo Della Porta; e Caterina de’ Medici, regina di Fran-
cia, vi contribuì con somme considerabili. All’ esterno è decorata
d’ un superbo prospetto in travertini, con due ordini di pilastri
dorici e corintii, e con quattro nicchie, contenenti statue scol-
pite da Mr Lestache.
La chiesa rimane divisa in tre navi, per mezzo di pilastri io-
nici incrostati di diaspro di Sicilia, e nella volta scorgesi una
pittura condotta da M.r Nato ire.
Entro la prima cappella, a diritta entrando, osservasi un buon
quadro di Giambattista Naldini, rappresentante s. Giov. Evan-
gelista. Il monumento a destra, ornato con due colonnine in
breccia rossa, assai rara, venne eretto a Claudio Puteano, morto
nel 1577: l’altro monumento incontro appartiene al card.d’An-
gènes, che uscì di vita nel 1587, ed il cui ritratto è dipinto sulla
lavagna. Questa cappella contiene anche le memorie sepolcrali
erette a Maria Luigia Lego, allo scultore Luigi Roguet, ad Er-
nesto Colin, ed a Maria-Marcella Clary.
Presso la stessa cappella si scorge il sepolcro di Natale Sali-
ceto, professore di anatomia, che morì in Roma nel 1789. Di
faccia si vede il monumento sepolcrale eretto nel 1852 in memo-
ria de’militari francesi morti nel 1849, combattendo sotto le mura
di Roma. L’ architetto Luigi-Giulio d’ André, parigino, diedene
il disegno, e vi si legge in idioma francese quanto segue:
Digitized by Google
284
Quinta Giornata.
AI SOLDATI FRANCESI MORTI SOTTO LE MURA DI ROMA NEL
MDCCCXLIX. I LORO FRATELLI d’aRMI DEL CORPO SPEDIZIO-
NARIO DEL MEDITERRANEO.
UNA MESSA QUOTIDIANA PEL RIPOSO DELLE LORO ANIME FU
FONDATA IN QUESTA CHIESA DAL SOMMO PONTEFICE PIO IX.
PREGHIAMO PER LORO.
ONORE E PATRIA.
Nella seconda cappella si ammirano i classici affreschi di Do-
menicliino, relativi alla vita di s. Cecilia. In una delle pareti si
osserva la santa che distribuisce vestimenta ai poveri, ed allor-
ché viene coronata da un angelo insieme al suo sposo. Di pro-
spetto è rappresentata la morte di lei, e qui rendesi soprattutto
osservabile la testa della santa, per l’ espressione veramente ini-
mitabile; al di sopra ella è figurata nel momento in cui vien con-
dotta innanzi al console romano, e finalmente, si scorge nella
volta quando è portata in cielo dagli angeli. È cosa dispiacentis-
sima osservare come cosi belle pitture fossero alquanto danneg-
giate, volendole ristorare. Il quadro sull’altare è una copia ese-
guita da Guidò sull’originale di Raffaello, esistente in Bologna,
in cui è rappresentata s. Cecilia ed alcuni santi. Uscendo dalla
cappella scorgesi, sulla faccia del secondo pilastro, il sepolcro
dei pittore Saverio Sigalon, che morì in Roma nel 1837, ed in-
contro è la lapide sepolcrale posta alla memoria di Giulia Delan-
noy-Persiani, che cessò di vivere in Parigi, nel 1846.
La beata Giovanna di Valois, figurata nel quadro dell’altare
della terza cappella, appartiene a M.' Parrocel. e da sinistra si
scorge il sepolcro del card. d’Ossat, legato di Enrico IV a Cle-
mente Vili, col ritratto di lui in musaico. A destra ammirasi il
monumento eretto a Luigia Guillemin parigina, la quale, dopo
otto mesi di angosce e di doloro per la perdita di un suo figliuo-
letto , lo seguiva, morendo nel settembre del 1859 , in età di
anni 30. Sopra un basamento, adorno per dinanzi, con due genii
piangenti, vedesi scolpita, in grandezza naturale, la figura della
giovine donna, rappresentata giacente e moribonda, con somma
grazia ed espressione. Essa ha le braccia distese e le mani in atto
d’implorare: volge gli occhi verso l’alto ove scorgesi un angelo
di bassorilievo, il quale , mentre col destro braccio sostiene il
corpo del morto bambino, solleva l’ altro additando il cielo, co-
me dicesse alla morente madre, in cui abbassa gli sguardi : io
conduco il tuo figliuoletto in paradiso. Questo monumento, eretto
Digitized by Google
285
Chiesa di s. Tuiji de’ Francesi.
nel 1861 da Augusto Guillemin alla sua amata sposa, è un’opera
assai commendevole di M.r A. Gumery. Quasi incontro a questa
cappella si trova il sepolcro di Ni 'colò Didier Boguet, pittore di
paese assai apprezzato, morto in Roma nel 1839, ed il monu-
mento venne scolpito nel 1840, dal cav. Lemoyne. Incontro v’è
quello eretto al pittore Agostino Alfonso Gaudar de la Verdine,
uscito di vita in Siena nel 1804.
Il quadro dell’ altare nella quarta cappella, rappresentante
s. Dionigi , è di Giacomo Del Conte; il Sicciolante condusse gli
affreschi della parete a sinistra, e Pellegrino da Bologna colorì
quelli incontro, come pure le battaglie nella volta. Nell’ ultima
cappella sono alcuni sepolcri, cioè a sinistra, quello eretto a
Pietro Guérin, opera del Lemoyne, e le iscrizioni poste alla me-
moria di Giambattista Séroux d’ Angincourt, celebre archeolo-
go, morto nel 1814, ed a Pietro Julien, che cessò di vivere nel
1852. A destra poi si osservano i sepolcri di Giuseppe Sisco, va-
lente anatomico e chirurgo, morto in Roma nel 1830; di Filippo
Augusto Titeux, architetto, che cessò di vivere in Atene nel
1846; di Gio. Battista Wicar, pittore, morto in Roma nel 1834,
e quello eretto al conte Armando Giovanni de Raoul, conte di
Malherbe, che morì in Roma nel 1851.
Quasi incontro a questa cappella si osserva il deposito di J. P.
Florimond de Fay, marchese de la Tour Maubourg, ambascia-
tore francese in Roma, postogli dal fratello conte Settimio e
scolpito dal Lemoyne, colla iscrizione dettata daM.rde Sógur.
Sulla porta della sacrestia si scorge il sepolcro del marchese de
la Grange d’ Arquian. Questo illustre personaggio, padre di Ma-
ria Casimira, moglie del gran Sobieski (Giovanni III) re di Po-
lonia, divenuto vedovo, morì in Roma, cardinale diacono, in età
di 105 anni. Entro la sacrestia merita osservazione un quadro
cons.Dionigi che rende la vista a due ciechi, opera del Bévieux.
L' Assunta, condotta dal Bussano nel quadro dell' aitar mag-
giore, è una delle migliori opere di quell' artefice.
Passando all’altra piccola navata si osserva subito, superior-
mente alla porta in fondo, il sepolcro del cardinale de la Tré-
mouille, ambasciatore di Luigi XIV presso la s.sede. L’ illustre
rappresentante, fratello della celebre principessa degli Orsini,
morì in Roma nel 1720. La prima cappolla che quivi trovasi, è
sacra a s. Matteo , rappresentato nel quadro dell’ altare ed in
quelli laterali, tutte opere eccellenti del Caravaggio; la volta ha
degli affreschi del cav. di Arpino. Presso questa cappella osser-
vasi il monumento eretto dai coniugi Ranieri Baldi e Adelaide
Digitized by Google
286 Quinta Giornata.
Podier al loro bambino Eugenio. Tal monumento va adorno di
un bel bassorilievo il quale offreci il fanciullo portato al cielo da
un angelo; egli affettuosi genitori, che, compresi da vivissimo
dolore, ne deplorano la perdita.
Nella*successiva cappella, il santo presepe, rappresentato nel
quadro dell’altare, el’ affresco a sinistra, esprimente l’adorazio-
ne de’ Magi, sono lavori del Baglioni; mentre l’affresco incontro
a quelli della volta spettano a Carlo Lorenese. Vien poi la cap-
pella dedicata a s. Luigi re di Francia, eretta dall’abbate Elpidio
Benedetti, coi disegni di Plautilla Bricci, romana, che eseguì pu-
re il quadro dell’altare, rappresentandovi quel santo re di Fran-
cia; il laterale a destra è del Geminiani, quello a sinistra di M.r
Niccolò Pingon.
Il s. Niccola, nella quarta cappella, fu eseguito dal Muziano,
e le due sante ai lati dell’altare sono delMassei: gli affreschi del-
la volta appartengono al Novara , ed i laterali , come pure i due
santi nei piè ritti, sostenenti T arco della cappella, sono lavori
di Baldassare Croce. Il ricordato Massei dipinse il s. Sebastiano
nell’ultima cappella, ove si osserva il sepolcro del card. De Bor-
nia, ambasciatore di Francia in Roma, opera di Massimiliano
Laboureur, ed incontro v’è quello di madama Montmorin, eret-
tole dal visconte di Chateaubriand, a cui appartiene l’elegante
epitaffio che vi si legge. Sotto il pavimento di questa cappella è
deposto il cuore di Francesco Annibaie duca d’Estrées, amba-
sciatore di Luigi XIII in Roma, morto nel 1687 ; questo cuore
si conservava in sacrestia entro una cassetta di piombo, e fu qui
sotterrato nel 1832 per cura del conte Luigi di Saint-Aulaire.
Quasi di prospetto alla detta cappella vuoisi osservare il mo-
numento eretto dalla nazione francese alla memoria di Claudio
Gelée, detto il Lorenese, ed eseguito dal Lemoyne. Finalmente
sulla faccia del penultimo pilone di questa navata si osserva, in
aitò, la memoria sepolcrale del chiaro avvocato Bartolommeo
Lasagni di Caprarola, il quale colla sua sapienza si rese ammi-
rabile in Francia sino ad essere innalzato al grado di presidente
della corte di cassazione di Parigi. Esso mori in Roma nel 1857
in età di anni 85, ed in questa memoria sepolcrale, erettagli nel
1859 dai suoi nipoti e dalla sua sorella Anna, si osserva il di lui
ritratto eseguito ottimamente in musaico dal cav. Barbèri.
Questa chiesa è uffiziata da preti francesi i quali abitano l’an-
nessa casa, ed in ogni anno, durante la quaresima e l’avvento,
si predica nella medesima, in lingua francese. — Mettendosi per
la grande strada che conduce diritto alla piazza del Popolo, si
trova nella seconda via a sinistra la piazza e la
Digitized by Googl
287
Chiesa di s. Agostino.
CHIESA DI S. AGOSTINO.
Correndo l’anno 1484, il card. Guglielmo d’Estouteville, ve-
scovo di Ostia e Velie tri, e camerlengo ai tempi di Sisto IV,
fece edificare questa chiesa con architetture di Baccio Pintelli;
e sebbene nello scorso secolo venisse ristaurata, colla direzione
dei Vanvitelli, pur tuttavia ai nostri giorni richiedeva nuove ri-
parazioni. Laonde i pp. eremitani agostiniani, ai quali la chiesa
in discorso fu concessa fin dall’ epoca della sua prima erezione ,
risolvettero, nel 1855, non solo di rassodare il sacro edifizio, ma
divisarono eziandio di decorarne splendidamente l’interno, e che
vi dovessero soprattutto figurare grandi affreschi, per l’ esecu-
zione de’ quali scelsero l’ egregio pittore Pietro Gagliardi, a cui
affidarouo pure la direzione della parte ornamentale.
La facciata della chiesa in discorso è tutta in travertini, che
taluni vogliono fossero presi dal Colosseo. Essa elevasi sopra
una spaziosa gradinata, e presenta un insieme svelto, semplice
ed elegante. La cupola poi si rende in certo tal modo singolare,
per essere la prima che sia stata edificata nella moderna Roma.
L’interno di questo sacro tempio sente alcun poco «hello stile
gotico, che regnava nei tempi precedenti alla sua edificazione.
Esso ha quattro navate compresavi quella di crocera; e le tre
navi che formano il corpo della chiesa sono fra loro divise per
mezzo di dodici piloni con colonne incassate, sei per ciascun lato.
Entrando per la porta principale , 1’ occhio dell’ intelligente
osservatore rimane al certo sorpreso ed appagato ad un tempo
dalla nuova e splendida decorazione, in cui tanto elegantemente
brillano le dorature frammiste, con bella armonia, agli ornati di
ogni specie, agli scelti marmi colorati, ed alle belle scagliole. Ma
ciò che la rende grandemente interessante, sono appunto gli
stupendi affreschi del Gagliardi, che principalmente abbelliscono
da capo a fondo il sacro tempio.
Di tali affreschi osserveremo primieramente quelli della navata
grande, tutti relativi alla Regina de’ cieli, incominciando dalle
dodici grandi composizioni, che, sei per parte, decorano l’atti-
co, e rappresentano i principali fatti della vita di Lei. E, volen-
done seguire l’ordine cronologico, fa duopo incominciare da
quella che, nel lato sinistro, osservasi presso l’arcone pel quale
«la questa grande navata si passa in quella di crocera. In questo
primo affresco adunque è rappresentata la nascita della madre
del divin Redentore, e nei susseguenti si osserva: la presenta-
zione di Lei al tempio; lo sposalizio della medesima con s. Giu-
Dkjitized by Google
288 , Quinta Giornata.
seppe; l’annunciazione di Lei ; Maria che visita santa Elisabetta,
e la stessa santa Vergine che adora il suo divin Figlio allora al-
lora nato nella capanna di Betlem. Nell’attico dell’opposto lato,
incontro a quest’ultimo affresco, vedesi rappresentata la circon-
cisione di Gesù in presenza di Mariae di Giuseppe; poi seguono:
P adorazione de’ Magi; Maria che presenta Gesù Bambino al
tempio; la fuga in Egitto; la santa Vergine che ritrova Gesù
nel tempio, disputando coi dottori, e il transito beato di Lei.
I ricordati affreschi corrispondono, due per due , al disotto
delle sei grandi lunette formate dai compartimenti della volta,
in ciascuna delle quali si aprono due finestre arcuate, ed anche
queste lunette sono decorate di belle pitture a fresco. Nella par-
te inferiore, fra le due finestre, veggonsi sei eroine dell’antico
testamento, le quali alludono alla gran Vergine madre del Sal-
vatore, e sono: Rebecca, Ruth, Giaele, Ester, Abigail e Giu-
ditta. Ciascuna di esse è fiancheggiata da due grandi angeli so-
stenenti ognuno un cartello, in cui leggonsi dei motti relativi
alle eroine stesse. Al disopra sono dipinti, in ciascuna lunetta,
alquanti angeli, che portano emblemi ed iscrizioni, il tutto al-
lusivo alla Vergine Maria. Inoltre, nei sei piloni corrispondenti
al disotto delle suindicate lunette, veggonsi rappresentati quei
profeti che predissero Maria Vergine come Madre del Redento-
re, e tutti hanno il loro nome scritto al disotto in lettere di me-
tallo dorato.
II profeta Isaia, è opera stupenda di Raffaello, nella quale si
crede che egli volesse rivaleggiare con Michelangelo, imitando
lo stile robusto e grandioso con cui questo sommo artista aveva
eseguito i profeti nella cappella Sistina al Vaticano; ed è certo
che il Bonarruoti stesso lodò assai quest’opera del suo giovane
rivale. Gli altri cinque profeti, cioè Daniele, Zaccaria, Michea,
Ezechiello e Geremia, apparteng-ono al Gagliardi, e sono degni
di ogni elogio, trovandosi in bella armonia con quello dipinto
dal Sanzio.
La volta di questa navata è principalmente decorata di belli
ornati in pittura lumeggiati d’oro, eseguiti, con molta maestria
d’arte e buon gusto, dall’abile artista Enrico Marini, e vi figu-
rano a maraviglia due grandi affreschi del Gagliardi, allusivi al
divin Redentore ed alla sua santissima Madre. Uno di questi af-
freschi rappresenta Abramo in atto di sacrificare Isacco, l’altro
Davidde intento a suonare l’arpa. In fine merita la nostra osser-
vazione a piè di questa navata, in una nicchia a lato dell’in-
gresso, una statua di Maria Vergine con Gesù bambino, scol-
Digitized by Google
»
Chiesa di s. Agostino. 289
pita da Giacomo Tatti, detto il Sansovino, opera pregevole per
l’epoca in cui fu eseguita. Questa immagine essendo in grande
venerazione, è arricchita di molta copia di preziosissimi doni,
quasi tutti offerti dalla pietà de’ fedeli per grazie ricevute. Il pa-
vimento della descritta navata si compone di marmo bianco,
frammisto a diversi marmi colorati assai bene disposti.
Passando ora nella nave di orocera veggonsi subito gb affre-
schi coi quab il Gagliardi decorò la cupola ed i suoi piloni. In
questi, si osservano i quattro principali dottori della chiesa la-
tina, ed altrettanti santi dell’ordine Agostiniano. Nei peducci
della medesima cupola campeggiano, sopra fondo dorato, i
quattro Evangelisti; nella sua calotta, fra i costoloni elegante-
mente condotti ad ornato di chiaroscuro, si osservano i dodici
Apostoli, dipinti sopra fondo azzurro oltremarino, sparso di lu-
centi stelle, e nella volticella della lanterna, spiccasi a maravi-
glia, sopra fondo dorato, la grandiosa e stupenda figura del
Salvatore.
Volgendosi ora verso la cappella propriamente dedicata al
santo titolare della chiesa, che rimane in fondo al destro lato di
questa navata di crocera, si ammirano nelle attigue pareti due
grandi affreschi oblunghi, rappresentanti la conversione di s.
Agostino e la disputa che lo stesso santo dottore ebbe a soste-
nere in Cartagine. Al disopra di questi due affreschi, entro gran-
diosi medaglioni con fondo azzurro, sono personificate la Fede
e la Speranza. Nei triangoli poi dell’arcone che circoscrive l’in-
dicata cappella si ammirano la Temperanza e la Fortezza (1).
L’altare di questa cappella va ricco di quattro rare colonne di
marmo affricano, fra le quali è collocato un superbo quadro di
Guercino, in cui è ritratto s. Agosfino con s.Gio. Battista e s.
Paolo primo eremita: alla scuola del medesimo celebre artista
appartengono i laterali, rappresentanti due storie relative alla
vita del santo dottore, a cui si riferiscono egualmente i tre af-
freschi sulla volta: di questi dipinti, quello di mezzo, che era as-
sai danneggiato, è stato nuovamente colorito dal Gagliardi, ed
al medesimo si deve il grande affresco della parete a destra,
rappresentante il battesimo di s. Agostino. Nella parete oppo-
sta osservasi il sepolcro eretto con disegno di Paolo Posi, al
card. Renato Imperiali: le statue di questo magnifico monu-
mento furono scolpite da Pietro Bracci, ed il ritratto in musai-
co è lavoro di Pietro Paolo Cristofari.
(1) Nei triangoli dell’arcone incontro osserveremo la Prudenza e la Giustizia;
come pure vedremo la Speranza c la Carità nelle attigue pareti.
Digitized by Google
290 Quinta Giornata.
La seguente cappella, sacra a s. Niccola da Tolentino, è sta-
ta anch’essa abbellita, in gran parte, con pitture del Gagliardi,
il quale decorò gli angoli delle pareti laterali, effigiandovi quat-
tro beati dell’ordine Agostiniano, e adornò il centro delle pare-
ti stesse e la lunetta a destra con alcune storie relative al santo
titolare della cappella. Nella lunetta rappresentò il santo, il qua-
le, caduto infermo riceve da Maria Vergine il pane prodigioso,
che istantaneamente lo risanava: il sottostante affresco si rife-
risce alla peste del 1602 in Cordova, e ci offre agli sguardi la
strage derivata dal terribile flagello, la processione di peniten-
za col trasporto della statua del Taumaturgo da Tolentino e lo
stupendo prodigio a cui sussegui la cessazione della pestilenza.
L’affresco incontro ha per soggetto la visione del Santo quan-
do in Pesaro, applicando la messa che celebrava ad un estinto
compagno di religione, vide l’anima di questo, tolta dal purga-
torio e portata in cielo da un angelo. Gli altri affreschi sono un
residuo di quelli che ornavano intieramente questa cappella,
nella quale Gio. Battista da Novara aveva dipinto la vita del
santo titolare, ed Andrea Lilio da Ancona i quattro dottori del-
la chiesa latina, che tuttora si osservano nella volta. Il quadro
dell’altare, rappresentante s. Niccola, si deve pure al pennello
del Gagliardi.
L’altar maggiore, costruito con architettura del Bernini, va
adorno di belle colonne e di fini marmi, avendo al disopra del
cornicione due angeli eseguiti da Giuliano Tinelli, sui modelli
dello stesso Bernini: i puttini poi che scorgonsi nei lati furono
scolpiti da Marcantonio Canini. L’immagine della Madonna ch’i-
vi si venera, è una di quelle che i Greci portarono a Roma da
Costantinopoli poco dopo che i Turchi ebbero invasa quella cit-
tà. Dietro il descritto altare rimane il coro, ove, a causa del-
l’eccessiva altezza dell’altare stesso, fa d’uopo entrare per os-
servare le pitture operatevi dal Gagliardi, le quali formano, la
parte più rimarchevole della sua decorazione. Nell’apside, e
proprio nella calotta, colori vagamente, dal canto destro di chi
osserva, il paradiso terrestre effigiandovi sull’alto l’Eterno Pa-
dre che maledice al serpente e addita la Vergine Immacolata
che dovrà schiacciargli il capo; nella parte inferiore, dal canto
sinistro, dipinse la terra maledetta, e Adamo ed Èva nel mo-
mento d’esservi introdotti dall’angelo che, per comando di Dio,
li discaccia dall’Eden. Nelle pareti laterali esegui due grandi
affreschi: in quello del lato dell’epistola ritrasse l’assunzione di
Maria Vergine, nell’altro la coronazione di Lei in cielo. Anche
Digitized by Google
291
Chiesa di s. Agostino.
la volta ci presenta lavori del Gagliardi, avendovi egli dipinto,
in quattro tondi, su fondo azzurro, altrettanti angeli con emble-
mi allusivi a Maria SSma, i quali ne rendono maggiormente va-
ga la ricchissima decorazione ornativa. Altri angeli dipinse in
altre parti di questo coro, campeggienti anch’essi sopra fondo
azzurro, e tutti in varii modi atteggiati ed intenti a festeggiare,
con istrumenti diversi, la Regina de’ cieli.
Uscendo dal coro si ha subito a destra, dopo l’altar maggio-
re, la cappella dedicata a s. Monica, madre di s. Agostino. In
questa cappella, resa veramente elegante nell’ultimo instauro,
si conserva, entro una bellissima urna di verde antico, il corpo
della santa, trasportato da Ostia a Roma nel 1430. L’altare, de-
corato di due ricche colonne di giallo antico, ha un quadro di-
pinto da Giovanni Cottardi, che vi rappresentò la santa titolare.
Gli affreschi della volta, esprimenti alquante storie di s. Monica,
sono lavori del già citato Ricci da Novara, e tutti gli altri si de-
vono al Gagliardi, il quale ai lati dell’altare effigiò s. Perpetua,
sorella di s. Agostino, e s.Navigio fratello dello stesso santo,
dipingendo inoltre, nella lunetta a destra, la Speranza, e sulle
pareti laterali, quattro fatti relativi alla vita di s. Monica, cioè:
la santa consolata da un vescovo , predicendole che il figlio
di lei Agostino si sarebbe convertito alla fede di Cristo: la vi-
sione che ebbe s. Monica sulla futura conversione dell’amato suo
figlio: il medesimo nel momento che manifesta alla sua madre
la risoluzione presa di volere abbracciare la religione cristiana,
ed in ultimo la morte di s. Monica.
Segue la magnifica cappella intitolata a s. Tommaso da Villa-
nuova; ma prima di parlare della medesima, osserveremo gli
affreschi che ne adornano le attigue pareti, e che si trovano in
bella simmetria con quelli già accennati nell’altra estremità di
questa navata di crocera. Nef due quadri oblunghi vedesi rap-
presentato s. Tommaso da Villanuova nell’esercizio di quelle
virtù cristiane nelle quali in ispecial modo si distinse: uno di
tali affreschi ha per soggetto il santo che accoglie caritatevol-
mente i fanciulli esposti; l’altro il santo stesso tutto intento a
prodigare elemosine. Nei due tondi al disopra si osservano per-
sonificate la Carità e la Misericordia, e nei triangoli dell’arcone
sono in bel modo espresse la Prudenza e la Giustizia. Sull’alta-
re dell’accennata cappella è la statua del santo titolare, abboz-
zata, secondo il Pascoli, da Melchiorre Cafà e condotta a termine
da Ercole Ferrata: nella parete sinistra è rimarchevole un affre-
sco del Gagliardi esprimente l'estasi dello stesso santo, e a ri-
13*
Digitized by Google
292 Quinta Giornata.
dosso della parete incontro osservasi il monumento sepolcrale
eretto al card. Lorenzo Imperiali con isculture di Domenico Gui-
di. Le due porte sotto questo monumento servono d'ingresso al-
la cappella sacra ai santi Agostino e Guglielmo vescovi, intie-
ramente dipinta da Giovanni Lanfranco, la quale in oggi, per
simmetria architettonica, si tiene sempre chiusa.
Nella descritta nave di crocera sboccano, lateralmente alla
navata grande, le due navi minori, ciascuna delle quali contie-
ne cinque cappelle. Anche queste navi minori, insieme alle cap-
pelle, sono state ristorate e rimesse a nuovo. Le volte di ambe-
due le navi sono colorite in azzurro, sparse di stelle d’oro, e vi
si osservano degli affreschi rappresentanti Banti e sante dell’or-
dine Agostiniano.
Entrando dunque nella contigua nave minore, la prima cap-
pella che trovasi, contiene un quadro in cui Giacinto Brandi ef-
figiò s. Giacinto da s. Fecondo. La s. Appollonia nella cappel-
la appresso, fu dipinta ad olio da Girolamo Muziano, che con-
dussela con molta accuratezza, e gli affreschi appartengono a
Francesco Rosa, genovese, scolare di Pietro da Cortona, ma
non suo imitatore. La seguente cappella, decorata di due co-
lonne di marmo bigio, ha un quadro di Tommaso Conca, rap-
presentante la beata Chiara da Montefalco.
Nella penultima cappella, architettata dal Bernini, e dipinta a
fresco da Guido Ubaldo Abbatini, si ammira un gruppo rappre-
sentante s. Anna e Maria Vergine col suo divin Figliuolo. Que-
sto stupendo gruppo, di grandezza poco meno che naturale e
che forma l’ammirazione degli artisti, venne scolpito da Andrea
Contucci da Monte s. Sovino, e con molta ragione gli vennero
tributati grandi elogi dal Vasari. Finalmente sull’altare dell’ul-
tima Cappella si osserva un bel quadro di Michelangelo da Ca-
ravaggio, in cui dipinse la Madonna di Loreto con due pellegri-
ni; e lo stesso altare rimane decorato da due belle colonne, una
delle quali è di giallo antico, l’altra di porta santa.
Passando ora nell’altra piccola navata, entro la cappella pros-
sima all’ingresso, vedesi la coronazione di s. Caterina, dipinta
ad olio sulla parete dell’altare, opera di Marcello Venusti, al
quale spettano pure i santi Lorenzo e Stefano dipinti nei lati. La
seconda cappella ha sull’altare la Madonna, detta della Rosa,
copia eseguita sull’originale di Raffaello, esistente altre volte in
Loreto, e poscia derubato e smarrito: gli affreschi sono di A-
vanzino Nucci. L’architettura della cappella susseguente è di
Giovanni Battista Contini; ed il quadro dell’altare, rappresen-
Digitized by Google
Chiesa di s. Agostino. 293
tante la beata Rita da Cascia, appartiene a Giacinto Brandi; gli
affreschi poi della volta, ed i quadri laterali furono eseguiti da
Pietro Locatelli, allievo di Pietro da Cortona. La quarta cappel-
la contiene un gruppo scolpito in marmo da Gio. Battista Casi-
gnola^ esprimente il Salvatore che dà a s. Pietro la potestà del-
le chiavi, e la voltst fu dipinta da Giuseppe Vasconio. La susse-
guente cappella, sacra al Crocefisso, è celebre nei fasti della
chiesa, perchè venne frequentata da s. Filippo Neri.
La descritta chiesa, già ragguardevole per preziose memorie
religiose, e per insigni monumenti d’arte, mercè la splendida de-
corazione, condotta a termine nel 1868, nella quale il Gagliardi
diede nuove prove della sua valentia, merita di essere annove-
rata fra le più belle ed importanti chiese di Roma. .
Fra gli uomini illustri sepolti in questa chiesa, ricorderemo
l’archeologo Bartolommeo Marliani, Onofrio Panvinio, il card.
De Noris,il P. Angelo Rocca dell’ordine eremitano di 8. Agosti-
no, fondatore della biblioteca che or ora indicheremo, ed Emi-
liano Sarti, romano, che fu a’ nostri giorni dottissimo nelle an-
tiche lingue ed in molti altri studii.
L’immenso convento de’ padri agostiniani, annesso alla de-
scritta chiesa, fu riedificato con architettura del Vanvitelli. In
esso esiste una pubblica biblioteca, la più rimarchevole dopo la
Vaticana e quella della Minerva, e chiamasi Angelica in memo-
ria del suo fondatore. In essa sono raccolti 86,764 volumi, fra’
quali si contano 2,945 manoscritti, non compresi gli opuscoli
riuniti nei volumi di miscellanee. — Uscendo dalla chiesa e pi-
gliando la strada che corre lungo il fianco di essa, si sbocca
quasi incontro alla
CHIESA DI S. ANTONI IVO DEI PORTOGHESI.
Questa chiesa fu riedificata nella prima metà del XVII secolo,
a spese del re di Portogallo, coi disegni di Martino Longhi il
giovane. Essa è a croce latina, e la profusione dei scelti marmi
di colore, e gli stucchi dorati che la decorano, le danno un’ap-
parenza assai gaia e piacevole.
La prima cappella a destra ha un bel quadro di autore inco-
gnito, rappresentante s. Caterina e due altre sante: ivi esiste il
monumento sepolcrale dell’illustre portoghese Alessandro Sou-
za, morto in Roma nel 1803. Il battesimo di Gesù Cristo nella
seconda cappella è del Calandrucci: Niccolai da Lorena dipinse-
yi la natività di s. Gio. Battista; il Graziani la predicazione, ed
Digitized by Google
294 Quinta Giornata.
il suddetto Calandrucci esegui le pitture nelle due lunette. Il bu-
sto di Giambattista Cimini è di autore incognito, e non di An-
drea Bolgi, detto il Carrarino, come alcuni pretesero.
Il quadro dell’altar maggiore, espressavi la Madonna con s.
Antonio da Padova, è del prefato Calandrucci. Sotto l’altare, a
destra della crocera, si ammira una bell' urna ‘di verde egiziano,
ed il quadro sovr’esso, rappresentante s. Elisabetta regina di
Portogallo, fu eseguito da Luigi Agricola. La Concezione, sul-
l’altare incontro, è dello Zoboli: il Bracci scolpì i due depositi,
dei quali quello a diritta è del commendatore Sampayo, fondato-
re di questa cappella: l’urna dell’altare è di bigio brecciato, mar-
mo rarissimo. Nella cappella successiva sono tre belli quadri del
suddetto Niccolai da Lorena, rappresentanti, l’Adorazione de’
pastori, il Riposo in Egitto, e l’Adorazione dei Magi. II dipinto
nell’ultima cappella si attribuisce a Marcello Venusti, e rappre-
senta s. Antonio abbate, s. Vincenzo e s. Sebastiano.
Questa chiesa è uffiziata da alquanti sacerdoti portoghesi, che
abitano la casa annessavi, ove in passato era un ospizio pei po-
veri pellegrini, e per gl’infermi della nazione. — Uscendo dalla
chiesa prendete a destra, entrate quindi nella terza strada a si-
nistra, denominata via dei Gigli d’oro, e vi troverete sulla piaz-
za della
CHIESA DI S. A POLLI VARE.
Papa Adriano I, nel TJ2, la fece erigere sulle rovine di un an-
tico tempio, forse di Apollo. Benedetto XIV la riedificò coi di-
segni del Fuga, il quale la decorò di un vestibolo in cui esiste la
cappella della Madonna. Sull’altare di questa cappella si venera
un’immagine di Maria col Bambino Gesù ed i ss. Pietro ePaolo,
pittura che credesi di Pietro Perugino.
L’interno ha una sola nave con sei cappelle. L’altar maggio-
re, ornato di belli marmi, ha un quadro di Ercole Gennari, rap-
presentatavi la consacrazione del santo vescovo di Ravenna, ti-
tolare di questa chiesa. Sull’altare a destra si osserva la bella
statua di s. Francesco Saverio, lavoro di M.r Le Gros; quella
di s. Ignazio, sull’altare di rimpetto, fu eseguita da Carlo Mar-
chionni, ed il P. Pozzi, gesuita, dipinse raffresco nella volta del
sacro tempio. Gli altri quadri appartengono al Mezzanti, allo Zo-
boli ed al Costanzi. — Nell’edifizio congiunto a questa chiesa e-
Bisteva il collegio Alemanno-Ungherese, ma oggi è occupato
nella maggior parte dal
Digitized by Google
Seminario Romano.
SEMINARIO ROMANO.
295
Allorché Leone XII volle rendere ai padri gesuiti il Collegio
Romano, trasferì in questo palazzo il semiuario vescovile di Ro-
ma, ossia il seminario pertinente al clero secolare ed al Papa ,
come vescovo della capitale del mondo cattolico. Perciò il Cardi-
nal "Vicario, che esercita le funzioni vescovili in suo luogo, ne ha
le direzione e risiede nel palazzo annesso. Il detto seminario ven-
ne fondato da Pio IY nel 1565, e s. Carlo Borromeo diedene i sa-
vii regolamenti. Il numero degli aitami è di circa 90: fra di es-
si, la maggior parte di quelli che aspirano allo stato ecclesiasti-
co, sono istruiti e mantenuti gratuitamente; gli altri pagano u-
na pensione di lire 56 al mese. Tutti sono ammaestrati da valen-
ti professori nelle belle lettere e nei differenti rami della filoso-
fia, teologia e legge. Le scuole ove vengono istruiti sono anche
d’uso pubblico per tutti coloro che vogliono frequentarle, for-
mando così un liceo, in cui si possono conseguire i gradi di bac-
cellierato, e licenziato, come pure la laurea in filosofia, in teo-
logia ed in legge. — In questo medesimo edilìzio è il
SEMINARIO PIO.
Questo seminario venne fondato dal pontefice Pio IX allo sco- *
po di aumentare i mezzi d’istruzione religiosa da diffondersi ne’
differenti paesi dello stato romano. In questo seminario si am-
mette, per via di concorso, un giovane di ciascuna diocesi, il
quale deve obbligarsi con giuramento di tornare, dopo termina-
ti gli studii, a stabilirsi nel suo paese, ovvero partire per le mis-
sioni straniere. La rendita di cui il fondatore dotò il seminari^
basta per mantenere circa 70 alunni, i quali non.hanno altro di
comune col Seminario Romano, se nonché la scuola e la chiesa.
Quasi incontro all’edifizio nel quale sono gli accennati semi-
narii, apresi la via di s. Apollinare, ove si trova subito, a de-
stra, l’ingresso del palazzo Altemps (N.° 8). Questo palazzo si
crede eretto con architettura di Martino Longhi il vecchio, ma
al certo è più antico, giacché si pretende che i portici intorno
al cortile vi fossero aggiunti sui disegni di Baldassare Peruzzi;
laonde Martino Longhi non avrà fatto se non che ristorare e rin-
novare in parte la fabbrica già esistente. Trovansiin questo pa-
lazzo talune statue antiche, dei belli marmi, ed una cappella, ove
si conserva il corpo di s. Aniceto papa, morto martire nel 168.
Digitized by Google
296 Quinta Giornata.
Alla via di s. Apollinare, sussegue, nella stessa direzione, la
piazza Fiammetta , e poi la via della Maschera d'oro, ove, nel
prospetto di una casa a sinistra (N.° 7), si osserva la favola di
Niobe dipinta a chiaroscuro, opera del celebre Polidoro da Ca-
ravaggio che, essendo stata più volte ristaurata, venne a perde-
re assai del suo merito.
Andando più avanti si sbocca innanzi al palazzo Lancellotti
(N.° 18), cominciato ad erigere con architetture di Francesco da
Volterra, e compiuto da Carlo Maderno. Il portico è sorretto da
quattro colonne di granito, 'ed il cortile si vede decorato di sta-
tue, di busti e di bassorilievi antichi. Entro il portico superiore,
sostenuto anch’esso da quattro colonne di granito, si vedono, un
Mercurio, ima Diana ed altri marmi scolpiti. — A lato del detto
palazzo rimane la via de’ Coronari, ove dirigendosi a destra,
dopo breve cammino, si trova l’ingresso laterale della
*
CHIESA DI 8. SALVATORE IX LAURO.
La denominazione in Lauro deriva dall’essere qui stato il fa-
moso portico di Europa, ove era un boschetto di allori. Il primo
fondatore di questa chiesa e dell’ annesso monistero fu il card.
Latino Orsino, romano, che nel 1450 vi stabilì i canonici rego-
lari di s. Salvatore in Alga, fatti venire da Venezia. Vi resta-
rono questi per lo spazio di 266 anni, nel qual tempo essendo
stata distrutta da un incendio la primitiva chiesa, fu da essi rie-
dificata con architettura di Ottavio Mascherini. Soppresso in
seguito l’ordine de’ nominati canonici da Clemente IX, il suo
successore, Clemente X, concesse la chiesa e l’annesso moni-
Stero ai Marchigiani, rappresentati dalla loro confraternita, che
ebbe origine nel 1633 sotto Urbano Vili, e poscia dichiarata
archiconfratemita da Clemente XI, nel 16T7. Questa confrater-
nita diede l’ultima mano all’ interno del sacro tempio, elevandovi
anche la cupola, coi disegni di Gio. Battista Sassi, e poi dedicò
la chiesa alla Madonna di Loreto. La facciata principale però era
rimasta sempre incompleta e rozza, per cui gli stessi Marchigiani,
nel 1862, la fecero condurre a termine e decorare, ed in pari
tempo ristaurarono ed abbellirono anche l’ interno della chiesa.
La nuova facciata, costruita tutta in travertino , coi disegni
dell’architetto cav. Camillo Guglielmotti, ha' meritato l’elogio
" degl’intendenti, essendo grandiosa, semplice ed imponente. La
porta principale vedesi decorata da un avancorpo formato da
due colonne corintie coi loro contropilastri, sostenenti il corai-
Digitized by Googl
Chiesa di s. Salvatore in Lauro.
297
cione, sopra cui è l’arme del pontefice Pio IX. L’ attico rimane
coronato da un bel frontespizio triangolare, ed abbellito da un
gran bassorilievo, scolpito in marmo bianco dal rinomato artista
Rinaldo Rinaldi, ed esprimente il prodigioso trasporto, in Lore-
to, della santa casa di Maria Vergine.
L’interno, decorato dal Mascberini con un ordine corintio di 34
colonne di opera muraria, fu ristaurato e ridotto, come oggi si
vede, colla direzione dell’ architetto cav. Pietro Lanciani.
La prima cappella, a destra entrando, ha sull’ altare una Pietà
dipinta da Giuseppe Ghezzi , a cui appartengono anche i due
quadri laterali. Presso questa cappella, a lato della porta della
chiesa, vedesi il monumento eretto nel 1864 al card. Gaspare
Bernardo Pianetti, morto nel 1862. Questo gentil monumento,
in marmo bianco, venne eseguito con molta grazia e finezza di
lavoro dallo scultore Ignazio Jacometti coi disegni dell’ archi-
tetto Poletti; ed il ritratto dell’illustre defunto fu dipinto da
Leopoldo Palmerini.il quadro della seconda cappella rappresen-
tante Maria. Vergine con s. Carlo Borromeo , e s. Francesco, è
di Alessandro Turchi. La natività di N. S. nella terza cappella,
è il primo saggio di pittura che diede Pietro da Cortona. L’al-
tare della crociata, decorato con due belle colonne di cipollino,
contiene un nuovo quadro del cav. Pietro Gagliardi, in cui è
rappresentato s. Emidio, coi santi Niccola da Tolentino e Gia-
como della Marca. La statua di Maria Vergine che si venera
sull’ aitar maggiore è fatta a somiglianza di quella esistente nel
santuario di Loreto. Essa è collocata entro una piccola nicchia
contornata d’angeli in istucco, la. quale risalta egregiamente su
d’una gloria d’angeli in istucco dorato.
Nei peducci della cupola si osservano i profeti Mosè, David,
Isaia, ed Ezechiello, dipinti a fresco, nell’ ultimo ristauro, dal
giovane piceno Luigi Fontana. Sull’altro altare della crociata
v’ è un Crocefisso simile a quello antichissimo e miracoloso che
si venera in Sirolo presso Ancona. La seguente cappella ha un
quadro di Angelo Massarotti, cremonese, in cui dipinse il Sal-
vatore e s. Lutgarda. La penultima cappella, da questo lato,
contiene un quadro rappresentante la Madonna col Bambino: si
pretende che sia opera di Antonio Pollaiolo, celebre pittore e
scultore fiorentino, che fiorì al finire del secolo XV. Sull’altare
dell’ ultima cappella osservasi un quadro di Antiveduto Gram-
matica, in cui è rappresentato s. Pietro liberato dal carcere.
Sulla piazza che s’apre innanzi al prospetto principale della
menzionata chiesa, è la casa eretta da Pio VI per i fratelli delle
13‘*
* Digitized by Google
298 Quinta Giornata.
scuole cristiane, fondati in Francia dal canonico Gio. Battista
De la Salle, ed approvati dal pontefice Benedetto XIV. Nella
suddetta casa (N.° 10) sono le scuole dirette da essi fratelli, o
frati, che v’insegnano gratuitamente a leggere, a scrivere e gli
elementi del calcolo, come del pari viene dai medesimi praticato
nella scuola che, ai tempi di Pio VII, aprirono sulla via Grego-
riana, ed in quella situata presso la chiesa della Madonna de ’
Monti. — La strada che corre lungo il lato della ricordata casa,
shocca vicino alla piazza di ponte s. Angelo, e quasi incontro al
TEATRO DI APOLLO, DETTO DI TORDINONA.
Questo teatro ha pure il nome di Tordinona, perchè fin dal
medio evo ivi era una gran fabbrica ed una torre, detta Torre
di Nona, l’ una e l’ altra servendo all’ uso di prigioni. Innocen-
zo X avendo eretto le nuove prigioni in via Giulia, nel suddetto
luogo fu edificato un teatro, che due volte arse, e diede argo-
mento ad un poema burlesco, intitolato, 1’ incendio di Tordi-
nona. Il principe Alessandro Torlonia a cui appartenne sino al
1868, epoca in cui lo vendette al Comune di Roma, lo rifece
quasi interamente, nel 1830, coi disegni del Valadier: e poscia,
nel 1862, volle renderlo anche più magnifico e comodo, serven-
dosi dell’architetto Niccola Carnevali. E questo il miglior tea-
tro di Roma, ed in esso si rappresenta l’ opera in musica seria,
ed il ballo grande.
Tornando sulla piazza di s. Salvatore in Lauro, e di quivi pi-
gliando a diritta per la contigua via de’ Coronari, la penultima
casa che si trova a man sinistra, distinta col N.t’124, era proprie-
tà dell’ immortai Raffaello che vi abitò alcun tempo, e lascio Ila
poi in legato alla chiesa di s. Maria ad Martyres (il Pantheon J,
per fondare una cappellani alla cappella dellaMadonna, ove egli
volle esser sepolto. Per onorare la memoria del sommo pittore,
Carlo Maratta, nel 1705, fece dipingere il ritratto di lui a chia-
roscuro nel prospetto della casa suddetta; ma quel ritratto è af-
fatto scomparso. — La via de’ Coronari mette in quella di Pa-
nico, di dove si scorge a destra la piazza di ponte s. Angelo, di
cui diremo in seguito.
In vicinanza di detta piazza esisteva anticamente un arco eret-
to agl’ imperatori Graziano, Valentiniano II, e Teodosio; perciò
è probabile, che le colonne di verde antico e gli altri marmi che
si rinvennero allorché fu eretta la chiesa de’ ss. Celso e Giuliano
appartenessero a quell’ arco, di cui si ha memoria sino al XIII
secolo.
Digitized by Google
299
Banco di santo Spirito.
• L’indicata chiesa, ristaurata nel decembre del 1868, è situata
sulla via del Banco di s. Spirito, la quale apresi di fronte al
ponte s. Angelo. Presso la detta chiesa scorgesi il palazzo Cic-
ciaporci (N.° 12), architettato da Giulio Romano. Il prospetto
di questo palazzo, che era rimasto incompleto, fu condotto a
termine nel 1867, seguendo diligentemente l’architettura della
parte già esistente. Quasi incontro rimane il palqzzo Niccolini
(N.° 42), eretto coi disegni di Giacomo Sanso vino, valente ar-
chitetto fiorentino.
La fabbrica che poco dopo si presenta di faccia nel mezzo di
un bivio è il banco di santo Spirito, edificato con disegno di
Bramante Lazzari. Il banco dipende dall’insigne archiospedale
di s. Spirito, i beni del quale servono come d’-ipoteca per coloro
che depositano il denaro nel banco stesso, senza però aver di-
ritto a ritrame frutto.
Andando per la via di Banchi Nuovi, cioè a sinistra dell’indi-
cata fabbrica, si giunge alla piazza dell’ Orologio della Chiesa
Nuova, ove, in fondo alla breve strada a sinistra, rimane il pa-
lazzo già Orsini, ora Gabrielli, eretto su d’un monticello arte-
fatto, che dal secolo XIII in poi viene chiamato Monte Giorda-
no dal nome di Giordano Orsini ch’ivi aveva la sua fortezza.
La via de’ Filippini, eli’ apresi nella suddetta piazza, conduce
diritto alla
CHIESA DI S. MARIA IN V ALIACELE A
DETTA LA CHIESA NUOVA.
In una piccola "convalle che qui esisteva, s . Gregorio papa fece
erigere una chiesina in onor di Maria, santuario che, per l’indica^
ta ragione, fu detto s. Maria inV allivella. Nell575GregorioXIII
la concesse a s. Filippo Neri, il quale, mercè la generosità di esso
pontefice, e del card. Cesi, fece edificare il magnifico tempio,
che venne chiamato Chiesa Nuova, e fu consacrato nel 1599.
Il prospetto è murato tutto intero in travertini con disegno di
Martino Longhi il vecchio, elio decornilo con due ordini di pila-
stri, corintii e compositi; e lo stesso architetto esegui il restante
della chiesa sul disegno stabilito da Giovan Matteo di Città di
Castello.
L’interno è a tre navi, oltre la crocera, e fu decorato in segui-
to assai splendidamente con pitture e stucchi dorati, coi disegni
di Pietro da Cortona, il quale dipinse la volta della navata gran-
de, la cupola ed il catino della tribuna'.
Digitized by Google
300 Quinta Giornata.
Il Crocefisso , nella prima cappella a destra entrando nella
chiesa, è una bell’opera di Scipione Gaetano. Il Cristo portato
al sepolcro nella cappella seguente, è una copia sostituita al ce-
lebre originale di Michelangelo da Caravaggio, che in oggi si
ammira nella pinacoteca V aticana , e fu eseguita da Michele
Keck. Entro la terza cappella si osserva un’Ascensione, lavoro
di Muziano. La coronazione di Maria, espressa nel quadro posto
sull’altare della crocera, venne eseguita dal cav. di Arpino, e
Flaminio Vacca scolpì le statue de’ ss. Giov. Battista, ed Evan-
gelista. Il quadro con Adamo ed Èva collocato sull’ arcone della
stessa cappella fu condotto da Giuseppe Ghezzi. Viene poscia
la cappella Spada, eretta con architetture di Carlo Rainaldi, e
decorata con buoni marmi da Carlo Fontana. Il quadro dell’al-
tare, rappresentante la Madonna' coi santi Carlo ed Ignazio, fu
eseguito dal Maratta: il Bonatti vi dipinse la peste di Milano, e
10 Scaramuccia il s. Carlo in atto di fare elemosina.
L’ aitar maggiore va ricco di quattro colonne assai belle di
porta santa. La tribuna è abbellita con tre quadri del Rubens;
quella dell’ aitar maggiore in cui campeggia un’ immagine di
Maria, rappresenta una gloria d’angeli; in uno dei laterali sono
effigiati i ss. Gregorio, Mauro, e Papia, e l’altro esprime s. Do-
mitilla ed i santi Nereo ed Achilleo.
La seguente cappella, ornata di rari marmi e di pietre prezio-
se, è dedicata a s. Filippo Neri, il cui corpo riposa sotto l’altare.
11 quadro col santo è in musaico, e fu copiato dall’ originale di
Guido, esistente nelle camere superiori. I principali fatti della
vita di s. Filippo, dipinti nella detta cappella, Sono lavori di Cri-
stofaro Roncalli. Sull’ altare della crocera si osserva un prege-
vole dipinto di Federico Barocci, esprimente la Presentazione al
tempio. Le statue laterali de’ ss. Pietro e Paolo vennero scolpite
dal Valsoldo; ed il Ghezzi dipinse il final giudizio superiormente
all’ arcone della cappella.
Prossima a questo altare rimane la porta della sacrestia, ove
■si scorge una bella statua di s. Filippo, opera dell’Algardi, e la
volta rimane decorata con pitture di Pietro da Cortona. In una
cappella interna, in cui il santo celebrava la messa, osservasi
sull’altare un bel quadro di Guercino. Da questa cappella si
ascende nelle camere che furono abitate da s. Filippo, e vi si con-
servano ancora alcuni dei mobili de’quali egli fece uso; ivi si può
veder anche, una volta dipinta da Pietro da Cortona, ed il qua-
dro originale di Guido, ricordato sopra.
Digitized by Google
Chiesa di s. Maria in Vallìcella.
301
Tornando in chiesa, entro la prima cappella dopo la crocera,
si osserva il quadro coll’ Annunziata, opera del Pasignani. La
Visitazione di s. Elisabetta nella successiva cappella, è del Ba-
rocci; e la presentazione di Gesù fanciullo al tempio, entro l’ulti-
ma cappella, appartiene al cav. d’ Arpino. I dipinti che decora-
no le pareti della nave maggiore sono lavori del Parodi, del Pas-
seri, del Ghezzi, e del Baldi.
Questa chiesa è uffiziata con ispecialissima cura dai padri del-
l’Oratorio, così denominati perchè, seguendo una istituzione di
s. Filippo Neri loro fondatore, costumano dare nell'oratorio con-
giuntole, dei pezzi di musica sacra, preceduti da alcun sermone
e da preci. Questi pii e piacevoli esercizii vennero comunemente
detti Oratorii, ed essi hanno luogo nelle prime ore della notte,
quasi in tutte le feste ricorrenti dalla prima domenica dell’ av-
vento, fino alla domenica delle palme.
L’architettura di quest’oratorio, come pure quella dell'annessa
casa, è del Borromini. La facciata di esso oratorio, la quale ri-
mane congiunta a quella della chiesa, presenta un disegno biz-
zarro, e la grande volta piana dell’ interno, lunga 18 m. e 50 c.,
larga 8 met. e 20 c., è ammirabile per arditezza di costruzione.
L’annessa casa de’padri dell’Oratorio contiene una biblioteca,
ricca di manoscritti greci, latini, italiani, e di opere a stampa.
Fra’primi sono rimarchevoli parecchi autografi del celebre card.
Baronio, autore degli annali ecclesiastici, ed una bibbia, già di
Alcuino, maestro di Carlo Magno.
Uscendo dalla porta principale della chiesa, e mettendosi per
la via Sora, che si apre da mano sinistra, si sbocca incontro al
palazzo di quel nome, costruito coi disegni di Bramante Lazza-
ri. Esso venne ristaurato nel 1845, e ridotto ad uso di caserma,
senza però alterarne l’architettura; ed in tale occasione vi fu sco-
perto l’ antico musaico, che già vedemmo nel palazzo Latera-
nense. — Di quivi, pigliate la via a sinistra, detta aneli’ essa via
di Sora, poscia volgete a diritta, e tosto troverete dalla vostra
manca la via di Parione, che sbocca di rimpetto alla
CHIESA DI S. MARIA DELLA PACE.
«
Fu essa edificata da Sisto IV, con architettura di Baccio Pin-
telli, in memoria della pace conseguita fra’principi cristiani, e
venne dedicata alla Madonna della Pace. Alessandro VII la fece
ristorare coll’opera di Pietro da Cortona, che ricostruì la bella
Digitized by Google
302 Quinta Giornata.
facciata con un portico semicircolare, sorretto da colonne do-
riche di travertino,
L’ interno della chiesa ha una sola navata con una cupola ot-
tagona di belle forme. Nella prima cappella a destra entrando,
si osserva un bassorilievo in bronzo, esprimente la deposizione
dalla croce, opera di Cosimo Fancelli, il quale scolpi pure la 8.
Caterina e gli angeli di bassorilievo a destra; poiché il s. Ber-
nardino e gli angeli dall’opposto lato, sono lavori di Ercole Fere
rata. Superiormente all’arco di detta cappella si ammira imo
♦ stupendo affresco di Raffaello rappresentante le Sibille Cuma-
na, Persica, Frigia e Tiburtina: questo dipinto viene giustamente
annoverato fra le opere più classiche di quel sommo maestro,
giacché vi si veggono riuniti lo stile grandioso del Bonarruoti,
e la grazia dell’istesso Urbinate, il quale in questo lavoro fu
aiutato dal suo scolare e concittadino Timoteo Della Vite: tale
affresco venne assai bene ristorato colla direzione del Camucci-
ni. I dipinti superiormente al cornicione appartengono al De
Rossi, fiorentino. La seguente cappella fu eretta coi disegni di
Michelangelo, e gl’ intagli in marmo, che la decorano all’estere
no, sono un pregevole lavoro di Simone Mosca. Le statue de’ss.
Pietro e Paolo, i profeti di bassorilievo, ed i due sepolcri che
veggonsi nella cappella, sono buone sculture di Vincenzo De
Rossi da Fiesole, ed a Carlo Cesi appartiene il quadro dell’altare.
Sotto la cupola esistono quattro bei dipinti, uno di Carlo Gen-
tileschi, rappresentante la Visitazione di santa Elisabetta; il se-
condo, colla Presentazione di Maria al tempio, è un capolavoro
di Baldassare Peruzzi; il terzo, che esprime la nascita della Ma-
donna, è del Vanni, e l’ultimo, col transito beato di lei, appar-
tiene a Giammaria Morandi.
L’ aitar maggiore, eretto coi disegni di Carlo Mademo, ha
una decorazione di quattro colonne di verde antico, di sculture
e di pitture, fra le quali, alcune che abbelliscono la volta, usci-
rono di mano di Francesco Albani' Il quadro esprimente la na-
tività di Gesù Cristo, posto sull’altare d’una cappella a sinistra,
è una bell’opera del Sermoneta. Ritornando nella navata, si os-
serva entro l’ultima cappella un bell’ affresco di Baldassare Pe-
ruzzi, in cui rappresentò la Nostra Donna con s. Brigida e s.
Caterina, scorgendovi pure ritratto Ferdinando Ponzetti fon-
datore della cappella stessa, nei lati della quale sono le sepoltu-
re di taluni della sua famiglia.
Questa chiesa e la casa annessale, ov’è un chiostro architet-
tato da Bramante, appartennero già ai canonici regolari Laten*
Digitized by Google
Chiesa di s. Maria deir Anima. 303
nensi, ma nel 1825 furono donate da Leone XII ad una congre-
gazione di preti secolari, i quali ivi tengono pubblico insegna-
mento di Logica e Metafisica, di Etica, di Algebra, di Geome-
tria e di Fisica elementare, scuole trasferitevi dall’Università
romana. — Uscendo dalla descritta chiesa ed incamminandosi
per la via a sinistra, avente una colonnina all’ imboccatura, do-
po breve cammino, tenendosi sempre a destra, si sbocca a lato
della
CHIESA DI 8. MARIA DELL’ANIMA.
Fu incominciata nel 1400 per un legato di certo Giovan Pie-
tro, fiammingo, e poi ampliata nel primo periodo del medesimo
secolo per la munificenza della nazione tedesca, a cui appartie-
ne. Questa chiesa venne dedicata alla Vergine santissima, sotto
l’invocazione d e\V Anima, perchè nel luogo si rinvenne una im-
magine della Madonna sedente con due fedeli prostrati a’suoi
piedi, simboleggianti due anime che pregano, la copia della
quale si osserva nel frontespizio della porta maggiore. Si ritiene
che il prospetto fosse edificato coi disegni di Giuliano da s. Gal-
lo, e le tre porte di esso sono di bellissima architettura.
La detta chiesa ha tre navi, divise fra loro da pilastri che si
elevano fino alla volta, alla cui altezza s’ alzano pure gli sfondi
delle cappelle. Questo sacro tempio, che contiene parecchi buo-
ni quadri, quantunque non ampio, tuttavia sembra vasto, per-
chè ad una sola occhiata tu puoi interamente scorgerlo. Nel
1843 venne ristaurato ed arricchito di un organo, opera eccel-
lente di Giuseppe Serassi da Bergamo.
Si ammira entro la prima cappella a destra un bellissimo qua-
dro di Carlo Saraceni, il quale espressevi san Bennone operante
il miracolo del pesce. Gli affreschi della seconda cappella sono
di Francesco Grimaldi, e la sacra Famiglia che visi osserva sul-
l’altare, è uno dei migliori lavori del Gemignani: il sepolcro a
sinistra appartiene al card. Gauthier Slosius, celebre letterato
del XVI secolo, ed il busto di lui fu scolpito da Ercole Ferrata.
I dipinti a fresco nella cappella del Crocefisso, furono condotti
dal Sermoneta; e la Pietà in marmo, posta sopra l’altare dell’ul-
tima cappella, è una copia di quella del Bonarruoti, eseguita da
Nanni di Baccio Bigio, fiorentino.
La grande cappella dell’ aitar maggiore venne rinnovata con
disegno di Paolo Posi, e le due pitture a fresco spettano a Lui-
gi Stern. 11 quadro dell’altare, rappresentante la Nostra Donna
ed alcuni santi, è un lavoro riputatissimo di Giulio Romano. Nei t ■
Digitized by Google
304 Quinta Giornata.
lati di questa grande cappella, si osservano due magnifici sepol-
cri in marmo: quello da mano destra venne eretto a papa Adria-
no VI, coi disegni di Baldassare Peruzzi, e con isculture di Mi-
chelangelo da Siena, che v’ebbe in aiuto Niccola Tribolo, fioren-
tino: l’altro appartiene al duca di Cleves, e fu eseguito da Egi-
dio de Riviere, fiammingo, e da Niccola d’ Arras. Su questo se-
polcro eravi un bassorilievo in cui Niccola de Mas ebbe rappre-
sentato Gregorio XIII, in atto di dare al duca di Cleves lo stoc-
co, segnale del comando; oggi però si osserva questo bassori-
lievo nell’andito che mette alla sacrestia. Gli affreschi poi nella
volta di questa sono del Romanelli; ma i fatti della vita della
Madonna, rappresentati nelle pareti, appartengono al Morandi,
al Bonetti, e ad Egidio Alè di Liegi.
Ritornando in chiesa si osservano gli affreschi della prima
cappella ed il quadro dell’altare, rappresentatovi Cristo morto,
tutti lavori di Cecchino Salviati. Allato a detta cappella è posto,
a diritta, il sepolcro di Luca Olstenio, olandese, letterato insi-
gne e geografo celebre del secolo XVII. Entro la successiva
cappella si scorgono gli affreschi del fiammingo Michele Coel-
lier, rappresentanti alcune storie di s. Barbara. Il martirio di s.
Lamberto espresso nel quadro dell’ultima cappella, è un altro
buon lavoro di Carlo Saraceni, e gli affreschi sono di Giovanni
Miei di Anversa. La sepoltura del card. d’Austria, di fianco alla
porta maggiore, venne condotta da Francesco Quesnoy, detto
il Fiammingo, artefice che scolpì in modo eccellente i putti, ed
il medesimo fu autore eziandio dell’altro sepolcro collocato nel
primo pilone a sinistra presso l’ aitar maggiore, eretto alla me-
moria del Vanden di Anversa.
La casa congiunta alla chiesa è un ospizio pe’ poveri e per
gl’infermi della nazione alemanna, e serve in pari tempo di abi-
tazione pei cappellani che uffiziano la chiesa, in cui, durante
l’Avvento e la Quaresima, si predica in lingua tedesca. — Il vi-
colo incontro alla descritta chiesa conduce alla
PIAZZA NAVONA.
E questa una delle più imponenti e vaste piazze di Roma, ed
occupa l’area dell’antico circo di Alessandro Severo, prossimo
alle terme di lui. Essa conserva la forma del circo, giacché le
case vennero erette tutte all’intorno sulle fondamenta delle gra-
dinate. Si vuole che il detto circo avesse il nome di Agonale ,
a causa de’ giuochi agonali che vi si celebravano, e così chia-
Digitized by Google
£L C d? in V C1 un <e «
Digitized by Google
Digitized by Google
Piazza Navona.
305
mati dalla voce greca <xyw (agon), che significa combattimen-
to: ma tale denominazione essendo comune ad ogni circo, è
molto probabile che il nome di Agone, dato alla piazza nel me-
dio evo, originasse così fatta opinione.
Gregorio XIII decorò questa maravigliosa piazza con due
fontane, una delle quali è situata presso l’estremità settentrio-
nale, Scorgendosi l’altra verso l’estremità opposta. Quest'ultima
si compone di due grandi vasche, una delle quali sì erge entro
l’altra: attorno al labbro della vasca superiore sono collocati
quattro tritoni che, dando fiato alle buccine, versano acqua da
esse, e tali tritoni sono intramezzati da mascheroni gittanti e-
gualmente acqua nella vasca inferiore: queste sculture furono
eseguite da Flaminio Vacca, Leonardo da Sarzana , Siila mila-
nese e Taddeo Landini. Innocenzo X, Pamphily, volendo abbel-
lire maggiormente questa fontana, commise al Bernini una sta-
tua da dovervisi collocare nel mezzo, e quel celebre artefice scol-
pì il bellissimo tritone che ne compiè così bene la decorazione.
Esso sta in piedi e stringe per la coda un delfino che versa ac-
qua, a foggia di ventaglio, dalla bocca e dalle narici.
Il sullodato pontefice fece anche erigere la stupendissima fon-
tana nel mezzo della piazza, con disegno del Bernini medesimo.
La fontana in discorso si compone d’un ampio bacino circolare
in marmo, avente 23 met. e 69 c. di diametro. In mezzo ad esso
sorge un grande scoglio, forato in quattro lati, a foggia di
gròtta, da dove, da un canto, si avanza fra copiose acque un
ardente cavallo marino, e dall'altro scorgesi un leone che lam-
bisce il liquido elemento, opere tutte due di Lorenzo Morelli.
Superiormente allo scoglio, alto 13 met. e 50 c., ergesi un pie-
distallo di granito, alto 5 met. e 10 c., su cui si eleva un obe-
lisco in granito rosso intagliato a geroglifici, avente 15 met. e
94 cent, d’altezza. Quest’obelisco si rinvenne fuori la porta s.
Sebastiano entro il circo di Romolo, figlio di Massenzio, detto
volgarmente circo di Caracàlla: lo stile de’ geroglifici ed i nomi
di Vespasiano, di Tito e di Domiziano, che vi si leggono, pro-
vano ch’esso fu tagliato e scolpito sotto l’ultimo de’ ricordati
imperatori.
Ai quattro lati del suddetto scoglio siedono quattro statue
colossali, eseguite in marmo sui modelli del Bernini, ed esse rap-
presentano i quattro fiumi principali del mondo, cioè: Il Gange
con in mano il remo, lavoro di M.r Adamo; il Nilo, opera di
Gio. Antonio Fancelli; il Rio della Piata, scultura di Francesco
Baratta, ed il Danubio, che è il migliore di tutti, lavoro di An-
• Digitized by Google
306 Quinta Giornata.
drea, soprannominato il Lombardo. Dallo scoglio, per di sotto *
alle statue, sgorgano otto abbondanti masse d’ acqua, che ca-
dendo nel vasto bacino rendono vieppiù singolare l’opera di quel
fervido ingegno che seppe immaginarla. Oltre le descritte fon-
tane, avvene ancora un’ altra pregiata molto per la gran vasca
di marmo d’un sol pezzo, trovata già vicino al palazzo della
Cancelleria.
Il mercato di erbaggi e frutta ha luogo ogni mattina in que-
sta vastissima piazza, come pure vi si effettua, nel mercoledì di
ogni settimana, il gran mercato di Roma, fin dai tempi di Sisto
IV, essendoché antecedentemente suoleva eseguirsi sulla piazza
d’ Araceli, alle radici del Campidoglio. In tutti i sabati ed in
tutte le domeniche di agosto si suole inondare questa piazza,
formandone quasi un lago, spettacolo a cui piglia parte il popo-
lo, per passatempo e per refrigerio contro il caldo della stagio-
ne. — lino de’principali edilìzi della descritta piazza è la
CHIESA DI 9. AGNESE.
L’origine di essa è antichissima, e fu eretta sui fornici del
circo, ove, secondo una pia tradizione, venne esposta al ludi-
brio pubblico la vergine s. Agnese. I principi Pampliily la rie-
dificarono circa la metà del secolo XVII, e vi ebber mano pa-
recchi architetti. Girolamo Rainaldi fece Tintemo, a forma di
croce greca, e portello fino al cornicione; il Borromini conti-
nuolla ed eressene il prospetto in travertini, ornato con colonne
composite, e con due campanili; finalmente fu innalzata la cu-
pola dal figlio di Girolamo Rainaldi. '
L’interno è tutto di marmo bianco fino al cornicione, essendo
abbellito nel rimanente con istucchi dorati e con pitture, ed è
pure decorato con otto grosse colonne di marmo di Cottanello
d’ ordine corintio. L’arcone della porta maggiore e quelli delle
tre magnifiche cappelle formano la croce greca; e tanto queste
cappelle, quanto i quattro altari, eretti inferiormente ai petti
della cupola, hanno o bassorilievi, o statue in marmo, lavori de-
gli artisti più celebri di quell’epoca. La cupola è ornata con af-
freschi di Ciro Ferri e del Corbellini suo scolare il quale, com-
piendo quelli del maestro, dopo la sua morte, li rinnovò intera-
i mente; i quattro petti furono dipinti dal Baciccio.
Il bassorilievo del primo altare a destra, rappresentante la
morte di s. Alessio, avvenuta in un sottoscale, appartiene a Fran-
cesco De Rossi. S. Agnese in mezzo alle fiamme, entro la cap-
Digitized by Google
Chiesa di s. Agnese. 307
pella di crocera, come pure il bassorilievo sull’altare successi-
vo, espressavi la lapidazione di s. Emerenziana, sono opere d’Èr-
cole Ferrata. L’ aitar maggiore, incrostato di Scelti marmi, e de-
corato con quattro colonne di verde antico, contiene un basso-
rilievo colla sacra Famiglia, scolpito da Domenico Guidi; gli
angeli per di sopra al frontespizio sono di Giambattista Maini.
Il bassorilievo dell’altare seguente, rappresentatavi la morte di
s. Cecilia, è di Antonio Raggi, ed il s. Sebastiano nella cappella
di crocera da questo lato, è una statua antica, ridotta da Paolo
Campi alla rappresentanza attuale. L’ultimo altare contiene un
bassorilievo, in cui scorgesi s. Eustachio esposto ai leoni, mar-
mo scolpito da Ercole Ferrata. Il sepolcro del pontefice Inno-
cenzo .X, collocato sulla porta maggiore, venne eseguito dal
surricordato Maini.
A sinistra della cappella di s. Agnese, trovasi una scala per
cui si scende nei corridoi che sostenevano le gradinate del
circo. In questo sotterraneo avvi un altare con sopravi un bas-
sorilievo esprimente s. Agnese condotta tutta nuda al martirio,
mentre per prodigio rimase interamente coperta dai proprii ca-
pelli, opera assai bella di Alessandro Algardi.
Congiunto alla descritta chiesa esiste il collegio Innocenziano,
eretto da Innocenzo X coi disegni del Borromini, entro cui, a
spese dell’illustre famiglia Doria-Pamphily, sono mantenuti agli
studii alquanti giovani, in gran parte nati negli antichi feudi
della famiglia stessa, e d’ onde uscirono personaggi distintissimi
nelle scienze e nelle lettere.
Il detto collegio occupa in ispecie l’ edifizio a destra all’ uscir
di chiesa, mentre l’ altro a sinistra serve di abitazione ai cappel-
lani che uffiziano la chiesa stessa. Congiuntamente al collegio
vedesi il magnifico palazzo Doria-Pamphily (N.° 13), fatto erige-
re da Innocenzo X nel 1650 con architetture di Girolamo Rainal-
di. L’immensa volta del gran salone di esso palazzo fu dipinta
in pochissimo tempo da Pietro da Cortona, ed è una delle mi-
gliori opere di questo artefice, il quale vi rappresentò le avven-
ture di Enea. Nelle altre camere meritano d’ esser veduti i fregi
coloriti dal Romanelli e da Gaspare Pussino, come ancora al-
cune piccole volte dipinte dall’ Allegrini. — Prossimo al suddetto
palazzo sulla piazza medesima, elevasi il gran palazzo Braschi,
il cui principale ingresso s’ apre sulla via che comunemente ò
detta Papale, e viene distinto col N.° 9.
Digitized by Google
308 Quinta Giornata.
PALAZZO BRASCHI.
Sul finire dello scorso secolo, il pontefice Pio VI, Braschi, fece
erigerlo sontuosamente perchè vi abitassero i suoi nipoti. L’ ar-
chitetto Cosimo Morelli diede alla fabbrica un’ apparenza seria
ed imponente. La grande scala, che si può riguardare come la
più magnifica dei palazzi di Roma, è riccamente decorata con
belli marmi, con antiche statue, e con sedici colonne e pilastri
di granito rosso orientale. In altri tempi si ammiravano negli ap-
partamenti pregevoli quadri, e stimabili sculture antiche, fra le
quali si annoverava la stupenda statua di Antinoo, che vedremo
nel museo Vaticano. — Uscendo dal palazzo Braschi, e dirigen-
dosi a destra- si trova subito la
PIAZZA DI PASQUINO.
Ebbe essa il nome da un’ antica statua, mutilata e guasta dal
tempo, posta su d’un piedistallo all’angolo del ricordato pa-
lazzo Braschi, la quale fu quivi presso scoperta sul principiare
del secolo XVII. Tale statua poi fu detta di Pasquino, perchè
nel luogo del suo discoprimento vi aveva tenuto bottega un
sarto di tal nome; e siccome costui era uso a satirizzare e scher-
nire quanti passavano innanzi alla sua bottega, per tal motivo i
satirici cominciarono ad affiggere al piedistallo di essa i loro
scritti mordaci , che presero il nome di Pasquinate. Quest’ an-
tico torso di statua appartenne ad un gruppo rappresentai! te Me-
nelao in atto di sostenere e difendere il èorpo di Patroclo, ucciso
da Ettore. Nel museo Vaticano ed in Firenze esistono gli avanzi
di due altri gruppi simili , i quali tutti fecero parte di altret-
tante copie di alcun capolavoro di greca scultura. E per verità,
quantunque questa copia collocata all’angolo del palazzo Braschi
sia molto danneggiata dal tempo, tuttavia si può giudicare, da
quello che ne rimane, eh’ essa dovette essere una delle più bello
sculture dell’ antica Roma.
La piccola chiesa posta su questa piazza, è chiamata degli
Agonizzanti, e racchiude pitture del Garzi, del Gemiti e del Mel-
chiorri, a cui spetta il quadro dell’ aitar maggiore, il quale ere-
desi uno de’ suoi migliori lavori. La facciata di questa chiesetta
fu rinnovata nel 1862 con disegno dell’architetto Bonoli, che
diresse pure il ristauro dell’ interno di essa. — L’altro lato del
palazzo Braschi risponde sulla piazza di s. Pantaleo, ove appunto
esiste la
Digitized by Google
Chiesa di s. Pantaleo.
309
CHIESA DI 8. PANTALEO.
Fu essa edificata da Onorio III nel 1216, e dopo essere stata
in cura dei preti inglesi, Gregorio XV diedela, nel 1621, a san
Giuseppe Calasanzio, aragonese, fondatore de’padri delle scuole
Pie, i quali, per istituto, istruiscono gratuitamente i giovanetti
nel leggere, nello scrivere , nell’ aritmetica, e ne’ principii della
lingua latina. Questa chiesa fu riedificata coi disegni di Gio-
vanni Antonio De Rossi, eccettuato il prospetto che venne po-
scia eretto a spese del duca Giovanni Torlonia, con architetture
del Valadier. Sotto l’altar maggiore si scorge una preziosa urna
di porfido, ornata di bronzi dorati, entro cui riposa il corpo del
ricordato santo fondatore, il quale è rappresentato nel bassori-
lievo dell’ altare, lavoro in istucco di Luigi Acquisti.
In questa chiesa si leggono due interessanti inscrizioni, una
delle quali, a lato alla porta, fu posta alla memoria del celebre
Giovanni Alfonso Borelli, che scrisse l’opera, de motu animalium,
e l’ altra che sta murata in uno de’ pilastri dell’ andito che mette
in sacrestia, consiste iteli’ epitaffio sepolcrale di Laudamia, figlia
di Giovanni Brancaleone, uno dei tredici guerrieri italiani che,
comandati da Ettore ’Fieramosca, combatterono e vinsero in
campo chiuso altrettanti Francesi, durante l’assedio di Barletta
nel 1503: fatto d’armi cantato dal Vida in versi latini, e che
porse argomento a Massimo d’ Azeglio pel suo romanzo storico,
intitolato, Ettore Fieramosca.
Uscendo dalla chiesa e pigliando la strada a destra, detta del-
la Cuccagna, si trova il palazzino Lancellotti (N.° 3), costruito
con architetture di Pirro Ligorio. — Tornando poi sulla piazza
di s. Pantaleo e dirigendosi a sinistra, s’incontra quasi subito,
a manca, il bel
PALAZZO MASSIMI.
Questo palazzo, capolavoro della moderna architettura, venne
fabbricato coi disegni di Baldassare Peruzzi, senese, il quale
seppe trarre profitto d' una piccolissima area, per decorarlo di
un ottimo portico sorretto da sei colonne doriche, e di due cor-
tili, il primo de’ quali va adorno di bassorilievi in istucco, di an-
tiche statue e di una gentil fontana. Entro l’appartamento no-
bile si osservano diversi quadri, ed alquante sculture antiche ,
fra le quali distinguesi una superba statua, scoperta fra le mine
de’ vetusti orti Lamiani sull’ Esquilino, la quale rappresenta un
Discobulo, copia di quello in bronzo del celebre Mirone. Nel se-
Digitized by Google
310 Quinta Giornata.
condo piano si vede una camera, mutata in cappella, ove s. Filip-
po Neri risuscitò Paolo Massimi, il 16 marzo 1584. Il prospetto
posteriore del palazzo è abbellito con pitture a chiaroscuro, con-
dotte da Daniello da Volterra, ma assai danneggiate dal tempo.
La casa congiunta al prospetto principale, pertinente pure ai
principi Massimi, rendesi osservabile, perchè in essa Corrado
Sweynheim ed Arnoldo Pannartz, tedeschi, fondarono la prima
volta in Roma, correndo il 1467, una tipografia, dopo averla
tenuta per alcun tempo in Subisco. La prima opera che fosse
stampata in questa casa, e per conseguenza in Roma, fu il trat-
tato de Civitate Dei, scritto da s. Agostino, per lo che a piè del
frontespizio si legge, in domo Petri de Maximi». — Seguendo
il cammino lungo la strada medesima, si giunge subito ad una
piazza ove sorge la
CHIESA DI 8. ANDREA DELLA VALLE.
Questa chiesa piglia nome dal palazzo Valle che rimane quasi
sulla piazza stessa. Essa venne edificata nel 1591 con disegno di
Pietro Paolo Olivieri, e rimase compiuta dall’ architetto Carlo
Mademo. Il prospetto, uno de’ più imponenti delle chiese di Ro-
ma, fu eretto con architetture di Carlo Rainaldi, ed è tutto di
travertini, decorato con due ordini di colonne, corintie e com-
posite, e con istatué della pietra stessa, scolpite da Domenico
Guidi, da Ercole Ferrata, e da Giacomo Antonio Fancelli.
L’interno di questa vasta chiesa è a croce latina, di una sola
navata, con cappelle sfondate. La prima cappella, a mano de-
stra entrando, eretta dai Ginnetti coi disegni di Carlo Fontana,
oltre che è incrostata di buoni marmi, va pure ricca di otto co-
lonne di verde antico. Il bassorilievo sull’altare, rappresentante
la sacra Famiglia, venne scolpito, da Antonio Raggi il quale,
assieme ad Alessandro Rondoni, condusse i sepolcri de’ due car-
dinali Ginnetti. La seconda cappella, proprietà degli Strozzi, fu
architettata da Michelangelo, e credesi che imitasse un disegno
di Raffaello. Questa cappella rimane abbellita da dodici preziose
colonne di lumachella, e da quattro urne sepolcrali, in marmo
detto porta-oro. Sull’altare è un gruppo in bronzo rappresen-
tante la Pietà, copia di quella del Bonarruoti, esistente nella ba-
silica Vaticana; ivi sono anche le statue di Rachele e di Lia,
pure di bronzo, ricopiate da quelle che veggonai al sepolcro di
Giulio II in s. Pietro in vincoli; e finalmente due candelabri di
bellissima forma, e fusi parimenti in bronzo , compiono la ma-
Digitized by Google
311
Chiesa di s. Andrea della Valle.
gnificenza della cappella. Il commendatore Giuseppe De Fabris
scolpì il sepolcro della contessa Tornati Robilant, collocato nella
successiva cappella. Il quadro con s. Andrea Avellino, sull’ al-
tare di crocera, è lavoro del Lanfranco, e l’altro sull’altare in-
contro, esprimente s. Gaetano, venne dipinto dal Camassei.
La cupola e la tribuna sono ornate con classiche pitture della
scuola bolognese. La cupola, avente un diametro di 16 met. e
45 c., fu colorita da Lanfr.mco, ed è una delle migliori opere di
quell’artista. I quattro evangelisti nei petti della cupola stessa, e
le pitture nella volta della tribuna, rappresentanti sei Virtù ed
alcuni fatti della vita di s. Andrea apostolo, sono pregiatissimi
lavori del celebre Domenichino. I tre grandi affreschi nella pa-
rete di essa tribuna, esprimenti soggetti del pari relativi alla
* vita di quel s. apostolo, appartengono a Mattia Preti, detto il
Calabrese: Carlo Cignani ed il Taruffi, ambidue bolognesi, colo-
rirono gli altri due affreschi minori.-
Sull’alto delle pareti della navata sono murati i sepolcri di
Pio II e di Pio III, opere di Niccola Della Guardia e di' Pietro
Paolo da Todi, scolari di Paolo Romano.
Passando dall’altro lato, il s. Sebastiano sull’altare della cap-
pella dopo la crocera, è di- Giovanni De Vecchi. A sinistra os-
servasi il sepolcro eretto nel 1858 a monsig. Boatti, lavoro dello
scultore Ceccarini, da cui venne- eseguito per ordine dei nipoti
dell’illustre defunto, che cessò di vivere nel 1856. Dei due mo-
numenti incontro, opere di Scipione Tadolini, uno fu posto alla
memoria del giureconsulto Vincenzo Cini, morto nel 1845, e del
figlio di lui Raffaele; l’altro appartiene a Pellegrina Cini, moglie
del medesimo giureconsulto, ed a Luisa loro figlia. Entro la se-
guente cappella, già dei Ruccellai, ora dei Ruspoli,. eretta con
disegno .di Matteo da Castello, si osserva a sinistra il sepolcro
di monsig. Giov. Della Casa, insigne letterato del secolo XVI, la
cui epigrafe fu dettata da Pier Vettori, altro scrittore famoso
dell’epoca stessa. Il card. Maffeo Barberini, poscia UrbanoVIII,
eresse l’ultima cappella con disegno del suddetto Matteo da Ca-
stello; e le pitture che in essa si veggono, compresovi il quadro
dell’ Assunta sull’altare, sono tutti lavori di Domenico Pasigna-
ni; le statue poi di s. Marta, de’ ss. Giovanni Battista ed Evan-
gelista, e di s. Maria Maddalena, furono scolpite dal Mochi.dal
Buonvicini, da Pietro Bernini e dallo Stati, il quale eseguì pure
la statua di monsig. Barberini, collocata entro la nicchia da man
sinistra.
Digitized by Google
312 Quinta Giornata.
Presso la descritta cappella esisteva già una cloaca che, nel
secolo XV II, venne confusa con quella entro cui si scoperse il
corpo di s. Sebastiano. Nell’ andito fra questa cappella e la pre-
cedente, si osservano due busti di bassorilievo, scolpiti in porfi-
do da Guglielmo Della Porta, rappresentanti i genitori del pon-
tefice Urbano Vili. — La descritta chiesa' venne edificata, in
parte, sulle ruine della scena del
TEATRO DI POMPEO.
» •
Questo magnifico teatro occupava l’area circoscritta dal pa-
lazzo Pio , presso Campo di Fiore, e dalle strade dette de’ Chia-
ri ari, e de’ Giupponari : la scena di esso rimaneva nella direzione
della prima di tali strade, cominciando verso la tribuna della • •
chiesa di s. Andrea della Valle; il centro poi della parte semicir-
colare è oggi occupato dal suddetto palazzo Pio, ove era il tem-
pio della Vittoria, o di Venere Vincitrice, edificato sulla som-
mità dèlie gradinate del teatro. Una legge dei censori aveva
proibito l’erezione di teatri permanenti, tanto in Roma, quanto
nelle adiacenze; Pompeo quindi fu il primo a fabbricare quello
di cui si tratta, e per eluder la legge, annunziò che le gradi-
nate che faceva costruire servivano soltanto acciocché il popo-
lo con più agio potesse assistere allo spettacolo. I più cospicui
avanzi ancor visibili di questo edifizio, ove capivano 28,000
spettatori, sono sotto il palazzo Pio. Lo stesso Pompeo fece e-
rigere presso il teatro un portico imponente, sorretto da ben
cento colonne, perchè il popolo avesse un ricovero in caso di
pioggia. Questo portico occupava lo spazio compreso fra la stra-
dadetta del Monte iella Farina, parallela alla scena del teatro,
quella del Sudario, quella di Argentina, e quella de’ Barbieri.
Esso conteneva anche una sala, in cui il senato si adunava nei
giorni di spettacolo, e che chiamavasi Curia Pompeia ; e fu ap-
punto in questa sala che Giulio Cesare cadde trafitto dai pugna-
gnali di Bruto e di Cassio, al cospetto de’ senatori ivi adunati,
il di degl'idi di marzo, ossia il 15 di tale mese, correndo l’anno
709 di Roma, cioè 44 anni avanti l’era volgare.
Il palazzo Pio, del quale si diede cenno, fu eretto dagli Orsi-
ni: il cardinale Condulmero riedificollo verso il 1440, ed in pro-
cesso di tempo i principi Pio ne ricostruirono il prospetto con
architetture dell’Arcucci. Esistevano in esso molte statue anti-
che, le quali vennero comperate da Benedetto XIV per arric-
chirne il museo Capitolino. II. descritto palazzo divenne proprie-
Digitized by Google
Palazzo Vidoni.
313
tà, a’ giorni nostri, del eav. Pietro Righetti. — Nella via del Sar-
da rio, che apresi da un lato della chiesa di s. Andrea della Val-
le, trovasi il
PALAZZO VIDONI (N.° 13).
Questo mirabile palazzo, già Caffarelli, poi Stoppani ed oggi
della famiglia Vidoni, venne eretto coi disegni di Raffaello; ma
la semplice architettura di quel sommo maestro rimase alquanto
sconciata dall’attico costruitovi in tempo posteriore dall'archi-
tetto Niccola Sansimoni. A piedi della scala si osserva una sta-
tua antica dell’imperatore M. Aurelio, ed in una sala del palaz-
zo si conservano gli avanzi de’ Fasti sacri, compilati da Verrio
Fiacco, e scoperti nello scorso secolo in Preneste ( Palestrina )
dal card. Stoppani. Nel 1824, l’ultimo card. Vidoni decoròque-
sta sala, e fece fare una novella edizione sui ricordati frammen-
ti, incaricando il professore Nibby di supplirne le parti man-
canti in caratteri rossi.
Incontro al suddetto palazzo sono due chiesine; una del Su-
dario. spettante ai Piemontesi, l’altra di s. Giuliano della nazio-
ne fiamminga; e nella strada che si trova a destra, dopo le in-
dicate chiesine, incontrasi il
TEATRO DI TORRE ARGENTINA.
Fu eretto, nel 1732, dal duca Sforza Cesarmi coi disegni del
marchese Girolamo Teodoli, e prese il nome da una torre pro-
pinqua chiamata Argentina, perchè era congiunte al palazzo
del cardinale vescovo di Argentina. Nel 1830 ne fu rifabbricato il
prospetto con architetture dell’Holl, che contemporaneamente
vi costruì anche il vestibolo; e poscia, nel 1837, venne rinnova-
ta la decorazione dell’interno con disegno di Pietro Camporese.
Finalmente, nel 1861, fu decorato di nuovo colla direzione del-
l’architetto Carnevali, a spese del principe Alessandro Torlo-
nia, che erane divenuto proprietario, e da cui, nel 1868, fu ven-
duto al comune di Roma. Questo teatro è uno de’ più vasti di
Roma, e la costruzione della curva della sala lo rende mirabil-
mente armonico, per cui gli architetti considerano essa curva
come il modello da imitarsi nella costruzione delle sale teatrali.
Proseguendo un poco il cammino sulla sinistra, viene di pro-
spetto la chiesetta di s. Elena, già spettante alla confraternite
de’ cuochi, i quali la riedificarono nel 1567, ed ora appartenen-
te alla confraternite di Gesù Nazareno. Il quadro sull’altare di
14
Digitized by Google
314 Quinta Giornata.
s. Caterina, è opera del cav. d’Arpino; quello dell’altar maggio-
re, rapprerentante s. Elena, appartiene alla scuola del Poma-
rancio, e quello incontro all'altare di s. Caterina, è di Orazio
Borgiani. — Uscendo dalla descritta chiesa, e pigliando la via
Florida, si giunge subito alla piazzetta dell 'Olmo, di dove, vol-
tando a sinistra, si perviene alla piazza ed alla
CHIESA DI S. BUCCOLA A' CESA» IVI
Questa chiesa, attualmente in cura dei padri carmelitani calza-
ti, fu riedificata, nello scorso secolo, dai padri somaschi ai quali
apparteneva. Il quadro sul secondo altare a diritta è di Avanzi-
no Nuoci, quello dell’altare incontro spetta a M.r de Troy, ed il
s. Carlo sull’ultimo altare fu condotto da Carlo Ascenzi. — Nel-
l’annesso convento sono visibili gli avanzi del
TEMPIO DI ERCOLE CUSTODE.
Secondo Ovidio, lib. VI dei Fasti, e secondo i calendarii anti-
chi, questo tempio fu compiuto sotto Siila, circa il 669 di Roma,
il 12 di agosto . V enne dedicato ad Ercole soprannomato il
Grande ed il Custode (Magnus et Custos), imperocché rima-
nendo presso le carceri del circo Flaminio, erane egli come il
guardiano. Esso tempio era rotondo, circondato da colonne in
tufa incrostate di stucco e scanalate, ed aventi le basi attiche in
travertino. Quattro di tali colonne, più o meno guaste, sono
ancora in piedi, e si possono vedere nel cortile e nelle cantine
del convento.
La strada a sinistra, uscendo dalla chiesa di s. Niccola, met-
te nella via de' Cesarini, ove, avanzandosi a destra, si trova to-
sto dalla mano stessa la via dell'Arco de' Ginnasi, che porta alla
chiesina di s. Lucia alle botteghe oscure; denominazione che ac-
quistò la contrada in cui essa trovasi, allorché nei bassi tempi
vennero tramutate in botteghe le arcuazioni delle volte che so-
stenevano gli avanzi delle gradinate del circo Flaminio, e sicco-
me tali botteghe rimanevano scarsamente illuminate, si dissero
botteghe oscure. — Da lato alla detta chiesina si trova la via di
s. Caterina de’ Fun ari, al termine della quale è il
PALAZZO MATTE! (Bf. 58).
Fu edificato dal duca Asdrubale Mattei con architetture di
Carlo Mademo, ed il Milizia, parlandone, dice: Il Mademo in
Digitized by Google
Palazzo Mattei.
315
quest’opera superò se stesso, e quantunque manchi al palazzo
un conveniente cortile, tuttavia è uno de’ più belli di Roma; es-
so è grandioso, ben distribuito, ed ha porte e finestre ben pro-
filate, come pure un superbo cornicione.
, Nel cortile, lungo le scale, e nel portico superiore si osserva-
no molte statue, busti, e bassorilievi antichi; meschini avanzi
della raccolta classica che ammiravasi in questo palazzo.
La volta delle scale, superiormente ai ripiani, rimane abbelli-
ta con ornati in istucco, d’ottimo stile. Nel primo ripiano si scor-
. ge un bassorilievo rappresentante una caccia; indi si osservano
le statue di Giove e dell’Abbondanza: segue poi un altro gran
bassorilievo, incontro a cui avvene uno con una caccia dell’im-
perator Commodo: vi si veggono pure alcuni busti e due sedie
marmoree, trovate presso la chiesa de’ santi Giovanni e Paolo.
Nel portico del primo piano sono alcuni bassorilievi, fra’ qua-
li si distinguono: quello rappresentante un console che fa pu-
nire un reo; l’altro in cui è scolpita una baccante che va al tem-
pio, e quello in cui vedesi il sacrifizio di una capra fatto a Pria-
po: v’è pure una statua di Apollo e diversi busti. Da questo por-
tico si possono meglio distinguere i bassorilievi murati nelle pa-
reti del cortile, fra’ quali indicheremo, la caccia di Meleagro, il
ratto di Proserpina, le tre Grazie, Peloo e Teti, da taluni cre-
duto l’adulterio di Marte, ed il sacrifizio di Esculapio. Meritano
osservazione inoltre i busti di Antonino Pio, di Adriano, di Mar-
co Aurelio, di Lucio Vero, di Commodb ecc.
Una copiosa raccolta di scelti quadri, disposti nel grande ap-
partamento, compiva la ricchezza di questo palazzo; ma oggi
quell’appartamento non presenta che alquanti affreschi dipinti
nelle volte di alcune camere, ed eccone una breve indicazione.
Nella prima anticamera, Gaspare Cebo rappresentò, con fa-
cile e largo stile, Moséche rende grazie a Dio pel passaggio del
mar rosso. La volta della prima camera a sinistra è magnifica-
mente ornata con istucchi dorati, e con affreschi del Poinaran-
cio, che vi rappresentò alcune storie di Giuseppe ebreo; il qua-
dro però esprimente Giuseppe venduto ai mercanti ismaeliti,
appartiene a Giacomo Triga. Il Grappelli dipinse nella succes-
siva camera, Giuseppe riconosciuto dai fratelli. Nella volta del-
la terza camera si osserva una pittura di prospettiva. Il Lan-
franco colorì nella quarta, Giuseppe tentato dalla moglie di Pu-
tifarre, e nella quinta rappresentò lo stesso Giuseppe che spiega
i sogni nella prigione. La volta della galleria fu dipinta da Pie-
tro da Cortona.
14’
Digitized by Googl
316 Quinta Giornata.
Tornando nella prima anticamera, si penetra in altre tre ca-
mere. Il soggetto dell’affresco espresso nella volta della prima é
il momento in cui Isacco benedice Giacobbe, lavoro di Dome-
nichino; nella seguente camera l’ Albani dipinse la visione di Gia-
cobbe; nella terza il Domenicjiino eseguì Giacobbe e Rachel^
che pascolano gii armenti. — Il descritto palazzo fu eretto sul-
le ruine del
CIRCO FLAMINIO.
Questo circo venne edificato dal console C. Flaminio, il qua-
le, durante il suo secondo consolato, rimase morto alla batta-
glia del Trasimeno. Esso occupava l'intero spazio compreso fra
la ‘piazza dell'Olmo, e quella de’ Capizzucchi, aldilà della piaz-
za Mangana. Ne’ tempi di mezzo era chiamato Castellani Au-
reum (Castello d’oro), e l’arena serviva allora ai fabbricatori di
funi, da cui derivò il nome della strada, che chiamasi appunto
de’ Funari. All’intorno del circo sorgevano parecchi templi, de’
quali, ad eccezione di quello dedicato ad Ercole Custode, non ci
rimane avanzo alcuno; e fra questi eravi quello di Bellona, e-
retto dal console Appio Claudio il cieco, nel 457 di Roma. Nel-
l’area o piazza che aprivasi innanzi a detto tempio stava la co-
lonna bellica, così chiamata perchè da essa i consoli e gl’impe-
ratori lanciavano una freccia verso il paese, cui si dichiarava
guerra.
Andando sulla vicina' piazza Mattel, detta piazza delle Tar-
tarughe, si osserva la gentil fontana denominata delle Tartaru-
ghe, eseguita coi disegni di Giacomo Della Porta, ed ornata con
ottimefigure in bronzo, fuse sui modelli di Taddeo Landini, buon
artefice fiorentino. — Da un lato dell’accennata piazza è il
PALAZZO COSTAGIITI (N.° 10).
Carlo Lombardi ne diede il disegno, e nelle volte di sei came-
re del primo piano si ammirano degli affreschi eseguiti da arti-
sti celebri del primo periodo del secolo XVII. Nella prima si
scorge Ercole che scocca un dardo contro il centauro Nesso,
fuggente assieme a Deianira, opera dell' Albani; la volta della
successiva camera fu dipinta da Domenichino, il quale vi rap-
presentò Apollo sul suo carro accompagnato da parecchi genii,
ed il Tempo che scuopre laVerità; il Guercino colorì nella volta
della terza camera un episodio della Gerusalemme del Tasso,
quando cioè, Rinaldo addormentato sul carro tratto da due dra-
Digitized by Google
Palazzo Costaguti. 311
ghi, viene riguardato da Armida; lavoro della prima maniera di
quell’ artefice, singolare per il robusto colorito con cui è con-
dotto. Si entra poi nella galleria, ove si vede nella volta Vene-
re con Amore, accompagnata da altre divinità, opera del cav.
di Arpino. La volta della seguente camera fu dipinta dal Lan-
franco, che espressevi la Giustizia e la Pace; finalmente il Ro-
manelli condusse con molta grazia, nell’ultima camera, Arione
sul Delfino, ed una nave piena di marinari. — Tornando al pa-
lazzo Mattei, si trova immediatamente la
CHIESA DI 8. CATERINA DE’ FUNARI.
L’origine di questa chiesa rimonta per lo meno al secolo XII,
nel qual tempo aveva il nome di Domina Rosa. Il card. Fede-
rico Cesi, nel 1564, la riedificò con architetture di Giacomo
Della Porta. Entrandovi, si osserva sul primo altare a destra u-
na s. Margherita, buona copia d’un dipinto d’ Annibaie Caracci,
eseguita dal Massari scolare di lui; e superiormente lo stesso
Annibaie colorì la coronazione della Madonna. L’altare della
successiva cappella, architettata dal Vignola, ha un quadro, e-
spressovi Cristo morto, opera del Muziano che eseguì pure tut-
ti gli altri dipinti della cappella stessa, eccettuati quelli dei pi-
lastri che appartengono a Federico Zuccari. L’Assunzione di
Maria, sul terzo altare, è un bel lavoro di Scipione Gaetano; il
martirio di s. Caterina, rappresentato nel quadro dell’ aitar
maggiore, fu eseguito da Livio Agresti, il quale condusse pure
i due laterali; ed a Federico Zuccari e Raffaello da Reggio ap-
partengono gli affreschi. Le pitture nella cappella di s. Giovanni
Battista si attribuiscono a Marcello Venusti, e l’ Annunziata nel-
l’ultima cappella è di Girolamo Nanni. — Uscendo dalla chiesa,
la seconda via a sinistra conduce subito alla piazza ed alla
CHIESA DI 8. MARIA IN CAMPITKLLI.
Fu eretta circa il 1658, coi disegni di Carlo Rainaldi, a spese
del popolo romano, in onore di una miracolosa immagine di No-
stra Donna. Il soprannome di Campitela, dato a questa chiesa,
le viene dalla Regione ove è posta, ed è una corruzione del no-
me di Campidoglio, che risalisce al secolo XIII. Essa viene pu-
re chiamata in portico, perchè prossima al portico di Ottavia.
Il suo prospetto, tutto in travertini, va ornato di due ordini di
colonne, corintie e composite.
Digitized by Google
318 Quinta Giornata.
Ti’interno, veramente magnifico, ha una decorazione di pila-
stri e di 22 colonne corintie scanalate, aventi il terzo inferiore in
marmo . Il quadro della seconda cappella a destra, dedicata a s.
Anna, fu condotto da Luca Giordano. 11 nuovo quadro della
cappella incontro, postovi provvisoriamente, è lavoro di Mar-
cello Sozzi, e rappresenta il beato Giovanni Leonardi in atto di
fervida preghiera a piè di Maria Vergine, evi si osserva s. Gio.
Battista da un lato (1). Sull’altar maggiore si venera l’immagi-
ne della Vergine santa, in onore della quale la chiesa venne e-
retta: tale immagine è rappresentata col divin Figliuolo in grem-
bo, seduta fra due arboscelli, e vi si scorgono sull’alto le teste
de’ ss. Pietro e Paolo, ogni cosa scolpita in un zaffiro, o in una
pasta che lo somiglia, con profili in oro. In una finestra della
cupola si veggono collocati, a guisa di croce, due rocchi d’un’an-
tica colonna spirale di alabastro cotognino.
Sotto di essa cupola, nella parete a destra, è il monumento
sepolcrale del card. Bartolommeo Pacca, morto nel 1844, fat-
togli erigere, nel 1863, dal nipote, monsig. Bartolommeo Pac-
ca. Il monumento, tutto in marmo di Carrara, ha nei lati due
pilastrini ionici sostenenti la trabeazione e la soprastante lunet-
ta. Su di un letto mortuario, soprapposto al basamento, giace la
figura del cardinale vestita dei solenni abiti vescovili. Un ange-
lo inginocchiato (l’angelo custode) tiene in grembo il capo del
defunto, e guardando verso la Madre di Dio, scolpita nella lu-
netta col divin Figliuolo, mostra invocarla a prò dell’anima del
Porporato. Entro poi un cortinaggio dischiuso, fra i due pila-
strini, si osserva un bassorilievo rappresentante l’angelo che li-
bera s. Pietro dal carcere, allusivo alla transitoria deportazione
del pontefice Pio VII, di cui il cardinale fu compagno nella
sventura. Questo monumento, eseguito sullo stile de’ sepolcri
del XV secolo, è opera dell’artista alemanno Ferdinando Pet-
trich. — Uscendo dalla chiesa e andando pel vicolo a sinistra,
detto via della Tribuna di s. Maria in Campitela, si giuuge alla
Pescheria, ove si scorgono gli avanzi dell’ingresso principale
del sontuoso
(1) Sopra questo altare verrà di nuovo collocato il quadro del Baciccio, espri-
mente la nascita del Battista, ora situato sotto la cupola, ove appunto devesi eri-
pero l’altare sacro al beato Giovanni Leonardi, fondatore della congregazione de’
chierici regolari della Madre di Dio, ai quali appartiene la chiesa di cui trattasi;
e su di questo altare verrà pósto il suindicato quadro del Pozzi.
Digitized by Google
Portico di Ottaria.
PORTICO DI OTTAVIA.
319
Ottaviano Angusto, fabbricato ch’ebbe il teatro ad onore di
Marcello suo nipote, mirando a provvedere al comodo del popo-
lo che interveniva agli spettacoli, fece erigere questo gran por-
tico, in cui comprese i templi di Giunone e di Giove, e diedegli
il nome di sua sorella Ottavia.
Era esso costituito da un parallelogrammo a doppia fila di co-
lonne sostenenti un cornicione che, sopra agl’ingressi, termi-
nava in frontespizio. Aveva il portico circa 750 piedi romani di
lunghezza, 500 di larghezza, e racchiudeva un cortile ove sor-
gevano i due ricordati templi. Nei frammenti della pianta di
Roma, esistenti in Campidoglio, avvene uno che ne presenta
l’iconografia dell’edifizio in discorso, in guisa da potersene for-
mare un’idea esatta circa la sua estensione e la sua forma. Il
portico di Ottavia conteneva celebratissimi monumenti dell’ar-
te greca, conforme ne fanno fede Plinio e Pausania; e allorché
rimase incendiato , ai tempi di Tito, come abbiamo da Dione, perì
fra gli altri capolavori, il famoso Amore di Prassitele; ivi poi,
nel secolo XVII, fu rinvenuta l’insigne statua, conosciuta col
nome di Venere de' Medici. Il portico ebbe ristauri da Settimio
Severo e da Caracalla, come è provato dalla iscrizione in quat-
tro linee, tuttora esistente nel cornicione, la quale dice:
IMP. CAE6. L. SEPTIMIVS . SEVERVS . PIVS . PERTINAX . AVG. ARA-
BIC. ADIABENIC. PARTHIC. MAXIMVS. — TRIB. POTEST. XI. IMP.
XI. COS. III. P. P. ET. — IMP. CAES. M. AVRELIVS . ANTONINVS.
PIVS . FELIX . AVG. TRIB. POTEST. VI. COS. PROCOS. — IN-
CENDIO . CONSVMPTAM . RESTITVERVNT.
Venne di nuovo ristorato verso il V secolo, cioè all’epoca del-
la maggior decadenza. La parte meglio conservata che ci resta
di esso portico, è il propilèo che ne costituiva l’ingresso princi-
pale, il quale aveva due prospetti simili, uno interno l’altro e-
sterno, ornati ambi due con quattro colonne scanalate di marmo
bianco, e con due pilastri, il tutto d’ordine corintio. Uno di tali
prospetti non conserva che tre colonne ed un pilastro, e dell’al-
tro non si veggono che due colonne e due pilastri, stantechè
verso l’anno 442 dell’era volgare, venne sostituito un arco alle
altre due colonne che di già mancavano; ogni cosa poi sorreg-
ge un cornicione che si termina in un frontespizio.
Grandi miglioramenti vennero procurati nel 1868 e 69 agli
avanzi del propilèo del descritto portico, colla direzione dell’abi-
Digitized by Google
320 Quinta Giornata.
le architetto ingegnere, cav. Alessandro Bettocchi. Tali avanzi
furono diligentemente riparati, con analoghe costruzioni, ove
richiedeva il bisogno, senza alterarne affatto l’architettura. Nel
tempo stesso, mediante la riedificazione del prospetto dell’ine-
rente chiesa di s. Angelo, furono isolate le due colonne dell’an-
tico edifizio, che rimanevano incastrate nella primitiva facciata
della detta chiesa, come pure venne scoperta l’altra colonna
contigua, la cui parte inferiore era murata nell’ ambulacro della
chiesa stessa, e la parte superiore in una soprastante casipola ;
dimodoché la faccia interna del propilèo in discorso può dirsi
tornata a nuova luce. Inoltre fu praticata una utilissima escava-
zione nell’interno del propilèo medesimo, mercè della quale non
solo si discoprirono le basi delle superstiti colonne coi loro pie-
distalli, de’ quali non si aveva affatto cognizione; ma rimase an-
che scoperto il piano dell’antico edifizio. A causa poi di tale e-
scavazione si ebbe a costruire un piccolo ponte per accedere al-
la sopraccennata chiesa di s. Angelo, la quale, essendo situata
sulla piazza ove si tiene il mercato del pesce, appellasi s. Angelo
in Pescheria.
Questa antichissima chiesa, sebbene ristaurata più volte, ai
nostri giorni richiedeva nuove riparazioni, come ancora richie-
deva delle modificazioni architettoniche e dei miglioramenti de-
corativi. Laonde nel tempo stesso che si eseguivano gli accen-
nati lavori nell’aderente propilèo, non solo ne fu rinnovato il pro-
spetto, ma si pose mano eziandio a ristorarne l’interno da capo a
fondo, colla direzione del surricordato Bettocchi, a cui si deve
il disegno della facciata.
L’oratorio de’ pescivendoli, contiguo ad essa chiesa, ha un
dipinto del Ghezzi, due quadri fiamminghi, ed uno di Lazzaro
Baldi. — Incamminandosi per la via della Catena di Pescheria,
che rimane a sinistra uscendo dalla suindicata chiesa, si trova
subito, a destra, il
TEATRO DI MARCELLO.
Questo imponente teatro fu incominciato da Cesare e compiu-
to da Ottaviano Augusto, che lo dedicò a Marcello, figlio della
sua sorella Ottavia. Era circondato da portici che si crede aves-
sero tre ordini; ma l’ordine superiore più non esiste, e solo ri-
mane, dal lato della piazza Montanara, una parte delle arena-
zioni de' due ordini inferiori, uno dorico, l'altro ionico. Questi
due ordini architettonici hanno proporzioni così perfette, che
Digitized by Google
Teatro di Marcello.
321
furono presi ad esemplari degli ordini stessi, come pure se ne fa
uso quando se ne vogliono stabilire le proporzioni, dovendo es-
ser collocati uno sull’altro.
Il teatro di Marcello aveva 267 piedi romani di diametro, e
nella parte esterna era costruito in grandi massi di travertino,
mentre aH’interno era in opera reticolata. Esso poteva contene-
re fino a 30,000 saettatori, e fu il secondo teatro stabile eretto
in Roma per gli spettacoli scenici.
Nel medio evo i Pier leoni lo tramutarono in fortezza, che po-
scia appartenne ai Savelli, i quali, in progresso di tempo, fecero
ivi erigere, coi disegni di Baldassare Peruzzi, il gran palazzo,
ora posseduto da un ramo della famiglia Orsini, de’ duchi di
Gravina.
Avanzandosi sull’attigua piazza Montanara, e quindi traver-
sando la via Savelli, che ivi trovasi in un angolo a destra, e po-
scia voltando sulla stessa mano diritta si giunge al detto palazzo
per mezzo di una salita, che venne a formarsi dall’ innalzamento
del terreno causato dalle ruine dell’antico edifizio.
La summenzionata piazza poi, dicesi Montanara, perchè ivi
soglionsi riunire i montagnuoli, operaj coltivatori che lavorano
nella campagna romana. In queste vicinanze, e proprio verso la
metà del vicolo della Bufala, che rimane in un angolo di detta
piazza, esisteva la porta Carmentale spettante al primo recinto
di Roma, così chiamata dal nome di Carmenta, madre di Evan-
dro. — Fuori di essa porta era il
FORO OLITORIO.
Questo Foro pigliava il nome dagli erbaggi foleraj che vi si
vendevano, ed era ornato da tre templi. Sulle rovine dei mede-
simi venne edificata la chiesa di s Niccola in carcere, per cui in
essa se ne osservano degli avanzi. Uno di tali templi, il minore
dei tre, era dorico e murato in travertini; il secondo, che era il
più grande, fu d’ ordine ionico con colonne scanalate di pietra
albana, ossia peperino; l’ultimo aveva colonne dell’ ordine stesso,
ma senza scanalature. La fronte di questi tre templi guardava
verso il Campidoglio: il più grande teneva il mezzo, quello do-
rico stavagli a manca, e l’altro ionico, con colonne senza sca-
nalature, gli sorgeva a destra, assai prossimo al teatro di Mar-
cello. Uno di essi venne eretto e dedicato alla Speranza da Ca-
latino, circa l’anno 500 di Roma; il secondo fu dedicato alla Pie-
tà da Acilio Glabrione nel 559, ed il terzo a Giunone Matuta,
14**
Digitized by Google
322 Quinta Giornata.
nel 571. Non si vuol confondere il tempio della Pietà nel Foro
Olitorio, con quello fabbricato nel carcere de’ decemviri, ove si
compiva l’atto di pietà filiale, conosciuto col nome di Carità
Romana: poiché questo tempio al pari del carcere, erano situati,
secondo Plinio e Dione, nel luogo stesso ove poi venne eretto il
teatro di Marcello.
Nel ricordato Foro sorgeva una colonna, detta columna lacta-
ria, perchè presso di quella si esponevano i bambini nati fuori
di legittime nozze, allo scopo che venissero allattati. Al Foro
medesimo appartengono eziandio gli avanzi d’ un portico, esi-
stenti sotto l’albergo della Bu fala, posto nel vicolo di tal nome,
e già da noi poco prima indicato. Tali avanzi, tanto per lo stile
architettonico quanto per la loro costruzione, si possono credere
opera del VI secolo di Roma.
Dalla piazza Montanara, già di sopra accennata, incammi-
nandosi per la strada principale, che segue la direzione della
piazza stessa, dopo pochi passi si trova a destra la piazzetta e
la chiesa di s. Niccolo in Carcere; e l’ una e l’altra occupano,
all’incirca, l’area stessa sopra cui sorgevano i tre templi de’quali
abbiamo tenuto discorso.
CHIESA DI S.tVICCOEA I1V CARCERE.
Questa chiesa, eretta nel IX secolo, ebbe parecchi ristauri ,
in ispecie nei tempi a noi vicini; e siccome a’ nostri giorni minac-
ciava nuovamente rovina, così il pontefice Pio IX, nel 1865, fe-
ccia ristaurare a sue spese , valendosi dell’ architetto Gaspare
Servi. Questi pertanto, dopo che ebbe consolidato il sacro tem-
pio, ne rinnovò la decorazione, rifacendovi anche i soffitti ed il
pavimento, costruito con marmi diversi. Inoltre vi edificò la sal-
erà Confessione, il battistero, la cappella della Concezione, ed
una cantoria entro la tribuna, ove rinnovò pure 1’ aitar mag-
giore.
L' interno è diviso in tre navate da 14 colonne antiche di mar-
mi e di ordini diversi. De pareti della navata di mezzo, adorne
di fregi dorati e dipinte ad imitazione di differenti marmi, sono
abbellite, tra le finestre, con 10 affreschi relativi alla vita di
s. Niccola, eseguiti da Guido Guidi, che colorì pure i due angeli
sulla fronte dell’ arcone. Di questi affreschi, il 1°, a destra en-
trando in chiesa, rappresentala nascita del Santo; il 2°, il Santo
che viene sorpreso dai parenti di tre povere sorelle vergini da
esso incognitamente dotate; il 3°, il Santo che risuscita un ma-
Digitized by Google
Chiesa di s. Niccola in Carcere. 323
rmaio, caduto morto nella nave che lo conduceva a Gerusalem-
me; il 4°, l’ apparizione del Salvatore al Santo che si era ritirato
in un eremo presso Gerusalemme; il 5°, il Santo a cui in sogno
viene rivelato che sarebbe vescovo. Nel 6°, sulla parete opposta,
presso l’ arcone, osservasi il Santo presentato ai vescovi, che lo
elessero arcivescovo di Mira; nel T", vedesi il Santo tradotto in-
nanzi al preside romano; 1’ 8°, rappresenta il Santo che essendo
in prigione predica ai fedeli; il 9°, ha per soggetto il Santo che
risuscita tre fanciulli da un empio oste uccisi, poscia da esso fatti
in pezzi, e ridotti a carne salata; finalmente nel 10°, è rappre-
sentata la morte del Santo.
Nel mezzo della tribuna, elevasi , isolato , 1’ aitar maggiore
veramente magnifico. Quattro angeli in bronzo dorato ne so-
stengono la mensa, sotto cui è collocata una pregiatissima urna
antica di porfido verde; e quattro superbe colonne di alabastro
orientale, con basi e capitelli di marmo bianco, sostengono il
ricco baldacchino che lo copre. Al disotto di quest’ altare è la
Confessione in cui si venerano le sacre spoglie dei santi martiri
Severino e Floro, e si scende in essa per marmorea scala a due
rampe cinta da una balaustrata costruita con iscelti marmi. Gli
affreschi dell’ apside, eseguiti dal cav. Vincenzo Pasqualoni,
esprimono Cristo glorificato in cielo dalla Chiesa trionfante e in
terra dalla Chiesa militante, significata misticamente nella parte
superiore, e storicamente nella inferiore, vedendovisi rappresen-
tato il primo oncilio niceno a cui intervenne s. Niccola pronun-
ciandovi l’anatema contro Ario. Il soffitto di questa tribuna,
suddiviso in grandi compartimenti ricchi di ornati e di doratu-
re, è in perfetta armonia con quello della navata grande, nel
quale campeggia l’arme del magnanimo Pio IX. Nella navata a
sinistra trovasi la nuova cappella della Concezione che, sebbene
decorata senza sfoggio, tuttavia riesce elegante e bella. Nel
battistero, che rimane pure in questa navata, come ancora nella
nave opposta, veggonsi alcuni avanzi dei tre surriferiti templi
di Roma pagana.
Uscendo o pigliando a destra per la via che le corre innanzi,
trovasi a dritta la chiesa di s. Galla, detta altre volte s. Maria
in Portico, posta presso il luogo della porta trionfale dello mura
di Servio, di cui fanno menzione Cicerone e Giuseppe Flavio.
La via della Consolazione, che rimane a sinistra, poco prima
di giungere alla chiesa di s. Galla, conduce diritto di faccia alla
Digitized by Google
324 Quinta Giornata.
CHIESA DI 8. MARIA DELLA COXSOLAZIOXE.
Il popolo romano fece edificar questa chiesa in onore di No-
stra Donna, la cui immagine era dipinta in un muro presso il
Campidoglio ; e ciò in riconoscenza di molte grazie ricevutene,
ed il novello tempio fu consacrato nel 1471. Alessandro VII
volle unirlo hllo spedale di s. Maria delle Grazie, aggiungendovi
l’altro spedale, esistente a quei tempi in s. Maria in Portico.
L’architettura della chiesa è di Martino Longhi, ma il prospetto
erane rimasto incompleto, e solo venne terminato nel 1827 coi
disegni del Yaladier mediante un legato testamentario del card.
Ercole Consalvi.
La prima cappella a destra, entrando in chiesa, fu dipinta da
Taddeo Zuccari. La Madonna nella cappella successiva è lavoro
di Livio Agresti. La terza cappella fu architettata da Antonio
Ferreri, ed abbellita di pitture ad olio ed a fresco del Baglioni.
Sull’ aitar maggiore si venera l’immagine di Nostra Donna, ad
onor di cui erigevasi la chiesa, ed i quadri laterali, rappresentanti
la nascita e l’assunzione di Maria, furono dipinti dal Roncalli.
La prima cappella dopo l’ aitar maggiore venne colorita da An-
tonio Pomarancio. La seguente, sacra a s. Andrea, fu dipinta da
Marzio di Colantonio. Nella cappella che vien poi, tanto il qua-
dro dell’ Assunta, quanto gli affreschi sono tutte opere del Nap-
pi; il bassorilievo sull’altare dell’ultima, è scultura di Raffaello
da Montelupo.
Uscendo per la porta prossima alla tribuna, si trovano i ri-
cordati spedali, ove si accolgono i feriti, e gl’infermi per frat-
ture e per altre malattie casuali chirurgiche. L’antico spedale
di s. Maria delle Grazie, fondaco nel 1085, è quello congiunto
alla chiesa e vi si curano gli uomini, mentre l’altro situato in-
contro, serve per le donne. — Ritornati sulla piazza della Con-
solazione, e dirigendosi per la via di s. Giovanni decollato, si
trova subito a sinistra la
CHIESA DI 8. ELIGIO DE'FERRARI.
Essa ha una sola nave, ed antecedentemente fu sacra ai santi
Giacomo e Martino. Nel 1550 venne concessa alla confraternita
de’ ferrari, cui sono congiunte le altre corporazioni di mestieri
somiglianti, chiavari, calderai, ecc. la detta confraternita la ri-
storò nel 1563, decorandola di marmi scelti, e dedicandola a
s. Eligio suo protettore. I quadri degli altari laterali sono del
Digitized by Google
Chiesa di s. Giovanni Decollato. 325
Vannini, di Terenzio da Urbino, di Scipione Gaetano, ecc. Il
quadro dell’ aitar maggiore, rappresentante la Madonna ed i ss.
Eligio, Giacomo e Martino, è una delle migliori pitture del Ser-
moneta. — Quasi incontro si vede la
CHIESA DI 8. GIOVANNI DECOLLATO.
Antecedentemente esisteva qui la chiesa di s. Maria della Fos-
sa. Il pontefice Innocenzo Vili, Del 1487, la diede alla confra-
ternita della Misericordia della nazione fiorentina, che riedificol-
la. Lo scopo di questo pio istituto è di procurare ogni sorta di
aiuti spirituali ai delinquenti che vanno a subire lapena di morte.
La chiesa ha una sola nave, e va adorna di buone pittime.
Giovanni Zucca colorì il quadro del primo altare a destra, rap-
presentandovi la nascita di s. Giovanni Battista. Uno scolare del
Vasari dipinse a fresco sull’altare seguente s. Tommaso in atto
di toccar le piaghe del Redentore, ed il Roncalli condusse la vi-
sitazione della Madonna, che si osserva nel terzo altare . La de-
collazione del Battista, sull’ aitar maggiore, è un’ opera eccel-
lente del Vasari: dei due laterali si crede, che quello rappresen-
tante il suindicato soggetto sia una copia di un quadro del
Muziano, e l’altro con Lazzaro risuscitato è del Cosci, che co-
lorì pure i sei santi nella parete dell’arcone. Dal lato opposto,
il quadro del secondo altare è del Naldini, e rappresenta il mar-
tirio di s. Giovanni Evangelista; e Iacopino Del Conte condusse
il quadro dell’altare seguente. La predicazione del Battista,
espressa nella lunetta superiormente alla porta dell’ annesso ci-
miterio, appartiene al suddetto Cosci, e la pittura che si scorge
incontro, rappresentante il battesimo di Cristo, è di Monanno
Monanni, fiorentino. Gli affreschi delle pareti laterali sono dei
nominati Cosci, Naldini e Roncalli.
Nell’attiguo oratorio si osservano bei lavori di Giacomo Del
Conte, di Giambattista Franco, di Pirro Ligorio, e di France-
sco Salviati. — In questi dintorni era il Foro Piscario, così detto
dal vendervisi il pesce.
Digitized by Google
326
ITINERARIO
DI ROMA
SESTA GIORNATA
DAL VELABRO AL PONTE FABRICIO.
VELABRO.
F ra il Palatino, l’ Aventino ed il Tevere esisteva già una palu-
de originata dalle alluvioni del fiume, dalle sorgive e dagli scoli
delle colline. Vicino a tale palude, alle radici del Palatino, ven-
nero esposti, secondo è tradizione, Romolo e Remo , e questa
specie di concavità naturale fu detta Velabrum, a vehendis ra-
tibus, a senso de’grammatici, per cagione delle barche o zattere
che dovevansi tirare colle funi per traversarla: altri etimologisti
però fanno derivare il nome di Velabro a velis, cioè dalle vele,
ossiano tende che si solevano distendere lungo la via, allorquan-
do il cortèo del circo, pampa circcnsis, passava per colà. Sem-
bra tuttavia più ragionevole di far derivare un tal nome dalla
voce pelasgia velus, palude: nome che, stando a Dionigi, costi-
tuisce la radice della parola velia; e velia infatti fu la denomi-
nazione data alla punta del Palatino che dominava questa palu-
de. Essa venne asciugata dagli ultimi re di Roma per mezzo del-
la Cloaca Massima, e dell’argine costruito in riva al Tevere;
ma, conforme spesso accade, questo luogo e le sue adiacenze
conservarono sempre il loro primo nome. — In questi contorni
rimaneva il
FORO BOARIO.
Così veniva chiamata la piazza, ove soleva tenersi il mercato
de’ buoi, alle falde del Palatino, e che probabilmente fu il Foro
originario di Roma, ove si vedeva la celebre vacca di bronzo,
lavoro di Mirone, presa nell’isola di Egina. Vicino a detto Foro
era VAra Maxima, ossia il grande altare, eretto da Ercole a sè
Digitized by Google
Foro Boario.
327
medesimo , dopo aver ucciso Caco , che aveagli rapito i suoi
buoi: vi era anche il tempio rotondo, detto di Ercole V endica-
tore, scoperto nel secolo XV e poi demolito, ed ove si trovò la
statua d’Èrcole in bronzo dorato, che si osserva nel museo Ca-
pitolino. Tacito narra, che dalla piazza ove poi fu il Foro Boa-
rio, Romolo cominciò a tracciare il solco del recinto della no-
vella sua città, il giorno 21 aprile, 753 anni prima dell’ era cri-
stiana — Fra gli edilìzi che erano presso il Foro Boario, de-
vesi annoverare il
GIANO QUADRIFRONTE.
È questo il solo arco rimastoci di quelli che i Romani chia-
mavano Giani, e che erigevano nei crocicchi delle vie e nei Fori
a comodo de’ mercanti, perchè avessero un ricovero contro il
sole e la pioggia. Quello di cui parliamo fu eretto pei mercanti
del Foro Boario, ed avendo quattro prospetti entrava fra quelli
detti, Quadrifrontes. E da avvertire, che questi ediflzi nulla
avevano di comune col tempio di Giano, e non erano affatto con-
sacrati a questa divinità; infatti Ovidio, parlando del tempio di
Giano, dice:
Quum tot sint Jani, cur stat sacratus in uno?
Perchè fra tanti Giani, egli in uno solo viene adorato?
Questo monumento, che rimaneva in parte sepolto, venne di-
sotterrato nel 1810, e quindi reso maggiormente sgombro nel
1829, venendo atterrate anche le costruzioni erettevi sopra dai
Frangipani, allorché nel XIII secolo, essendo eglino signori di
questi luoghi, lo mutarono in fortezza. Convien confessare pe-
rò, essere questa un’opera di pessimo gusto, poiché l'insieme è
troppo pesante, e gli ornati soverchio miseri. Ciascuno de’ pro-
spetti, largo 23 met. e 91 c., ha un arco decorato con dodici
nicchie assai meschine, divise in due ordini, alcune delle quali
appena indicate, e tutte erano fiancheggiate da piccole colonne.
I grandi massi marmorei che rivestono da ogni lato quest’arco,
furono presi da altri edifizi, conservando segni evidenti dei pri-
mitivi ornati. In una parola, si rileva, che l’arco in discorso è un
monumento da non doversi ascrivere ad un’ epoca anteriore al
secolo III dell’era volgare, cioè ai tempi di Settimio Severo e di
Caracalla. I fori che vi si scorgono nelle commessure dei massi
vennero fatti nel medio evo, per estreme i perni di bronzo ed il
piombo che collega vanii, conforme si vede in altri antichi edi-
fizi. — Accanto al descritto monumento avvi T
Digitized by Google
328
Sesta Giornata.
ARCO DI SETTIMIO SEVERO.
Questo piccolo arco in marmo, di forma quadra, con un solo
fornice, venne eretto dai banchieri e mercanti di buoi del Foro
Boario ad onore dell’ imperatore Settimio Severo, di Giuba sua
moglie, e de’loro figli Antonino-Caracalla, e Geta. Esso è deco-
rato di bassorilievi di mediocre scarpello, ed assai danneggiati
dal tempo; ma sebbene questo monumento sia poco pregevole
per l’esecuzione delle sculture e per lo stile, tuttavia rendesi in-
teressante pei soggetti delle cose rappresentatevi. Ai lati del-
l’ iscrizione vennero figurate le divinità tutelari della famiglia di
Settimio Severo, cioè, Ercole e Bacco, il secondo de’ quali rima-
ne murato nel fianco della chiesa. Nei pilastrini scorgonsi scol-
pite le aquile legionarie, ed insiememente, negli scudi, le imma-
gini de’principi, di cui non rimangono che quelle di Severo e di
Caracalla, essendoché quella di Geta fu cancellata. Frammezzo
ai pilastrini eranvi eziandio delle figure, delle quali, quella pres-
so il Giano-Quadrifronte è appena riconoscibile, e l’altra resta
nel muro della chiesa. Per di sotto al fornice, si osserva, a de-
stra, Settimio Severo in atto di offerire sacrifizio assieme alla
sua moglie Giulia, la quale ha in mano il caduceo, simbolo della
concordia; e più in basso è figurato un sacrifizio. Incontro a Set-
timio e Giulia vennero scolpite le effigie di Caracalla e Geta sa-
grificanti: ma quella dell’ultimo fu cancellata dopo la sua mor-
te, come avvenne del nome posto nella iscrizione. Inferiormente
scorgesi un altro sacrifizio in gran parte guasto. Dalla parte del
Giano, verso l’alto, sono quattro figure aventi fra loro un can-
delabro, e di sotto si osservano degb schiavi barbari condotti
da soldati romani, mentre più inferiormente avvi un bassorihe-
vo, assai guasto, rappresentante dei mercanti che conducono
buoi, alludendo cosi ad una delle classi di coloro che eressero
l’arco: un altro bassorilievo con soggetto simile rimane dal can-
to del muro; ed è probabile che nella faccia murata nella parete
della chiesa sia scolpito un banchiere colla sua mensa argenta-
na. — Ecco l’iscrizione ch’ivi si legge, disposta in sei linee:
Digitized by Google
Arco di Settimio Severo.
329
IMP. CAES. L. SEPT1MI0 . SEVERO . PIO . PERTINACI . AVO. ARAB1C.
ADIABENIC. PARTHIC. MAX. FORTISSIMQ . FELICISSIMO . — PONTIF.
MAX. TRIB. POTEST. XII. IMP. XI. COS. III. PATRI . PATRIAE . ET —
IMP. CAES. M. AVRELIO .ANTONINO. PIO . FELICI . AVO. TRIB. PO-
TEST. VII. COS. III. P. P. PROCOS. FORTISSIMO . FELICISSIMOQVE .
PRINCIPI . ET. — IVLIAE. AVG. MATRI. AVO. N. ET . CASTRORVM .
ET . SENATVS . ET. PATRIAE .ET. IMP. CAES. M. AVRBL1I. ANTONINI .
PII . FELICIS . AVG. — PARTHICI . MAXIMI . BRITTANN1CI . MAXIMI .
— ARGENTARII . ET . NEGOTIANTES . BOARII . HVIVS . LOCI . QVI . IN-
VEHENT . DEVOTI . NVMINI . EORVM.
L’arco testé descritto rimane congiunto alla
CHIESA DI S. GIORGIO IN VELABRO.
•
Essa dicesi in Velabro dal luogo in cui si trova eretta, ed è
antichissima, risalendo per lo meno al VI secolo dell’era volga-
re. S. Zaccaria papa la riedificò nel secolo Vili, ed un tale Ste-
fano Ex-Stella, ch’erane priore nel XIII secolo, ristaurolla fa-
cendo costruire anche il portico tuttora esistente, ove si legge
l’iscrizione relativa a tale ristauro, la quale dice:
Stephanus Ex-Stella, cupiens captare superna,
Eloquio rarus, virtutum lumine clarus,
Expendens aurum studuit renovare pronaulum:
Sumptibus ex propriis, tibifecit, Sancte Georgi,
Clericus hic cujus prior ecclesiae fuit hujus:
Hic locus ad velum prccnomine dicitur auri.
Questa chiesa ha tre navi, divise da 16 colonne prese da dif-
ferenti edifizi, quattro di paonazzetto scanalate, e dodici di gra-
nito. — Il sentiere ch’apresi incontro all’arco di Settimio Severo
conduce alla
CLOACA MASSIMA.
Tarquinio Prisco imprese a disseccare il Velabro per rendere
salubre l’aria di Roma, aprendo dei canali sotterranei che con-
ducessero le acque al Tevere. Il figlio di lui, Tarquinio Superbo,
compì quest’opera, dando lo scolo a questi differenti canali in un
gran canale o chiavica, ch’aveva origine nel Foro Romano, e
metteva foce nel Tevere. Questo canale fu detto Cloaca Maxi-
ma (la grande chiavica), perchè la principale fra tutte.
Questa chiavica serve ancora all’uso primitivo, e forma l’ am-
mirazione universale. La volta di essa è formata di tre strati di
Digitized by Google
330
Sesta Giornata.
grossi massi di tufa, collegati tratto tratto da massi di traver-
tino, sempre uniti a contrasto senza calce o altro cemento. L’ar-
co ha 3 met. e 88 c. di altezza, ed altrettanto di larghezza, di
guisachè non è esagerata l’ asserzione di Plinio, il quale dice,
che un carro colmo di fieno- poteva agevolmente passare sotto
queU’ammirabile volta. Dal Foro, ove questa cloaca ha princi-
pio, fino al Tevere, seguendo il suo corso, ha 805 metri di lun-
ghezza. Il suo sbocco si osserva ancora fra il tempio di Vesta
ed il ponte Palatino: l’arco in questo luogo si compone di tre
strati di pietra gabina, specie di tufa vulcanica che si traeva
dalle vicinanze di Gabii. Dionisio d’Alicarnasso, Strabone e Pli-
nio, dicono, che le cloache, gli acquidotti e le strade dei Roma-
ni, erano monumenti ch'appalesavano la supremazia di questo
popola su tutte le nazioni anche più incivilite.
La sorgiva di limpida e salubre acqua che. vicino alla chiesa
di s. Giorgio, entra nella cloaca massima, chiamasi acqua Ar-
gentina, a causa appunto della sua limpidezza. Taluni suppon-
gono, derivar essa dalla sorgente di Mercurio, presso la porta
Capena, alle radici del Cebo; altri pretendono sia uno scolo del
celebre lago di Giuturna, che esisteva nel Foro: ma questa opi-
nione non è per certo la più probabile.
Uscendo dalla piazza di s. Giorgio, e seguendo il pendio del
Palatino, si entra nella via d a’Cerchì, cosi chiamata a causa del-
T antico circo Massimo esistente già in questa valle. — A sini-
stra della suddetta strada si trova quasi subito la
CHIESA DI S. ANASTASIA.
Fu essa edificata circa il 300, vicino ail’Ara Massima, cfi cui
parlammo, da Appollonia, matrona romana, perchè servisse di
sepoltura alla vergine e martire romana, Anastasia. leeone III
ristaurolla dalle fondamenta nel 195, e nuovi risarcimenti le pro-
curarono Innocenzo III, Sisto IV ed Urbano Vili, il quale, nel
1636, fece riedificar la facciata con architetture di Luigi Arri-
gucci: da ultimo i pontefici Pio VII e Leone XII vi apportarono
altri ristauri.
L’interno ha tre navi, divise da 12 belle colonne, sette scana-
late di paonazzetto, quattro di granito rosso, ed una di affrica-
no. Il card. Costaguti, nel 1103, ne ristorò la tribuna decoran-
dola con affreschi di Lazzaro Baldi. La statua della santa tito-
lare rappresentata giacente, che scorgesi nell’ aitar maggiore,
sotto cui riposa il corpo di lei, è opera di Ercole Ferrata. Le pit-
Dkjitized by Google
Chiesa di s. Anastasia.
331
ture delle cappelle sono del Mola, del Baldi, del Trevisani, ecc.
Il soffitto della nave grande venne fatto a spese del card. Cunha,
portoghese, e la pittura nel mezzo è del Cerniti.
Questa chiesa racchiude i sepolcri della famiglia Febei e quel-
lo del Cardinal Mai. Questo grandioso e ricco monumento sepol-
crale, eseguito da Gio. Battista Benzoni, fu eretto alla memoria
di quel dottissimo Cardinale, correndo l’anno 1857. In tale oc-
casione ebbe luogo una importantissima scoperta archeologica;
giacché, scavando per gittare le fondamenta del citato sepolcro,
apparve un tratto di solidissime mura, che, dalla loro costruzio-
ne, si riconobbe appartenere ad un’ epoca assai remota dell' an-
tica Roma. Siffatta scoperta persuase il nostro governo ad im-
prendere in questo luogo, cioè al disotto della chiesa, conside-
revoli scavi (1). Mediante i lavori di sterro ivi eseguiti furono
discoperti, non solo alcuni altri avanzi delle suindicate mura e
di una torre quadrata, ma vennero eziandio trovate alquante va-
ste sale, di sorprendente costruzione in mattoni; alcune delle
arcuazioni che sostenevano le gradinate del circo Massimo, e
• dei brevi tratti di una strada lastricata con poligoni irregolari.
La più interessante perù fra tali scoperte è senza dubbio quella
delle summenzionate mura, circa le quali siamo d’accordo coi
più distinti archeologi, che le attribuiscono al recinto di Roma
costruito da Romolo. Questi avanzi, benissimo conservati, si
compongono di grandi massi di tufa vulcanica, quali quadrati,
quali quadrilunghi, tutti assai bene tagliati ed uniti senza ce-
mento; e la mirabile conservazione di questi tratti di mura, de-
vesi attribuire particolarmente all’essere stati incastrati nell’edi-
fìcazione delle summenzionate sale, le quali crediamo probabile
possano appartenere al circo Massimo.
Tornando ora sulla piazza di s. Anastasia, diremo, chè in
questi luoghi, oggi occupati da fienili, da orti, da vigne, e dal
gazometro. ammiravansi, ai tempi della floridezza di Roma, ric-
chi e superbi edifizi. — Nella valle poi, chiamata anticamente
Murcia, che rimane tra i colli Aventino e Palatino, innanzi al
palazzo de’Cesari, esisteva il .
CIRCO MASSIMO.
Romolo pel primo scelse questa valle per celebrarvi magnifici
giuochi in onore di Nettuno, chiamato Consus, per cui tali giuo-
(1) Coloro che amassero visitare le scoperte di cui si tratta, dovranno dirigersi
al custode della chiesa.
Digitized by Google
332
Sesta Giornata.
ghi si dissero Consualia; e fu appunto in questo luogo che, du-
rante gli stessi spettacoli, avvenne il ratto delle Sabine, giac-
ché a tale effetto vi furono per la prima volta celebrati. A ri-
cordo di questo memorabile avvenimento fu eretta poscia nel
circo l’ara sotterranea di Consus, che veniva scoperta, per sa-
crificarvi, ogni volta prima di dar principio ai giuochi, e poi si
tornava a colmare di terra .
Nel luogo medesimo, Tarquinio Prisco eresse in seguito il
circo che , a causa della sua ampiezza, ricevette ne’successivi
secoli il soprannome di Maximus. Il nome Circus derivava dai
diversi giri che vi si facevano coi carri e coi cavalli, ed i giuo-
chi in esso eseguiti dicevansi circenses. Questi erano gli spetta-
coli più amati dai Romani, e sono note le grida che la plebe in-
dirizzava agl’ imperatori, all’ epoca del maggiore rilasciamento
de’costumi, ciò è, panem et circenses. Si fatti giuochi consiste-
vano principalmente in corse eseguite con carri tirati da due o
da quattro cavalli; in quella specie di cavalcata, detta il giuoco
di Troia, ludus Troiae ; in esercizi atletici, ed in altri spettacoli
ginnastici. In Roma, oltre il circo di cui trattasi, ve n’ erano •
molti altri, cioè: il Flaminio, quelli di Flora, di Sallustio, di Ca-
ligola, detto anche di Nerone, di Adriano, d’Eliogabalo, ossia di
Vario, di Alessandro Severo, e di Romolo figlio di Massenzio,
posto sulla via Appia. Quest’ultimo essendo il più conservato
serve a far meglio rilevare le parti e la distribuzione degli altri.
Dionisio d’ Alicarnasso, che vide il Circo Massimo, dopo» il
ristauro e l’ingrandimento fattovi da Giulio Cesare, ne assicura
che esso aveva tre stadii e mezzo di lunghezza (quasi mezzo mi-
glio), e quattro iugeri di larghezza, corrispondenti a 240 metri
incirca. Ai tempi del ricordato scrittore poteva contenere 150
mila spettatori, ed è noto che Augusto vi eresse l’obelisco, ora
esistente sulla piazza del Popolo. L’incendio cagionato da Nero-
ne apportò gravi danni a questo circo, poiché ebbe origine pro-
priamente nella regione in cui era posto. Sembra che Vespasia-
no lo ristorasse ed ampliasse, poiché Plinio dice che, a’ tempi di
quell’imperatore, bastava a contenere 250 mila persone. Anche
Traiano lo ristaurò ed ampliò; e sembra che sotto Costantino
venisse di nuovo risarcito e ingrandito, stantechè dopo tal epo-
ca poteva comprendere, secondo Vittore, 380 mila spettatori, e
secondo la Notizia dell' Impero 405 mila. Costanzo, figlio di
Costantino, decorò questo circo di un secondo obelisco. Tale o-
belisco, il maggiore fra quanti ebbene Roma, oggi ammirasi sul-
la piazza di s. Giovanni in Laterano, ed allorché si trattò della
medesima, si disse quanto ad esso risguarda.
Digitized by Googl
Circo Massimo.
333
La figura del circo in discorso, del pari a quella degli altri,
era oblunga; una delle estremità aveva forma circolare, l’altra
descriveva una curva quasi insensibile. Dal lato semicircolare si
apriva la gran porta d’ingresso, e dal canto opposto erano le
carceri, cioè le porte da dove partivano i carri allorquando si
dava il segnale della corsa, ed in questo circo le carceri erano
verso l’ovest, e la parte semicircolare rimaneva verso l’est. Nel
centro dell’arena distendevasi la spina, cioè un piano rialzato
lungo e stretto, intorno a cui correvano i carri. Alcune piccole
are, delle statue, delle colonne e due obelischi egizi erano col-
locati lungo la spina, mentre alle due estremità sorgevano le
mete. Per conseguire il premio conveniva compiere sette giri
attorno all’intera spina, volgendo presso le mete.
Tutta l’area del circo, eccettuata la parte in cui erano le car-
ceri, veniva circondata da tre ordini di portici, uno sull’altro,
entro i quali esistevano alquanti ordini di gradini per comodo
degli spettatori, come nei teatri e negli anfiteatri. Il podium e-
ra qui, conforme inoltri edilìzi destinati pe’ pubblici spettacoli,
il più distinto luogo, e sotto di esso si trovava un canale pieno
d'acqua, largo 3 metri circa, ed altrettanto profondo chiamato
euripo, aggiuntovi da Giulio Cesare a sicurezza degli spettatori
nei giuochi di bestie feroci. Nerone, volendo ampliare l’arena,
fecelo colmare, e si crede venisse rinnovato, forse da Commodo
o da Caracalla.
Quantunque i circhi fossero fatti per le corse dei carri e dei
cavalli servivano anche per la lotta, pel pugillato, per le corso
a piedi, e per le cacce di fiere, come pure ad altri spettacoli ac-
conci ad abituare alla guerra la romana gioventù. Fu in questo
circo, secondo narra Aulo Gellio, che essendo stato esposto al-
le fiere lo schiavo Androclo, venne riconosciuto da quel leone,
a cui aveva tratto una spina dal piede in Affrica, e che invece
di sbranarlo, tolselo a lambire, difendendolo dalle altre belve.
Le case, i fienili e le stalle occupanti oggidì le radici del Pa-
latino, sono tutte fabbriche costruite sugli avanzi dei corridoi e
delle volte che sostenevano le gradinate del circo, ed è per ciò
che la strada conserva l’antico andamento del medesimo.
Uscendo di quivi si osserva, a sinistra, il luogo ove fu il Sep-
titonium, ossia il portico in colonne a tre ordini, fatto erigere
da Settimio Severo per ornamento del palazzo imperiale in que-
st’angolo estremo. Il Settiionio era ancora in piedi nella massi-
ma parte nel secolo XVI, allorquando Sisto V ne ordinò la de-
molizione per adoperarne il materiale nella basilica Vaticana.
Digitized by Googl
334
Sesta Giornata.
Seguendo la grande strada, dopo passato su d’ un ponticello
il torrente, detto la Marrana, si ha subito a destra la v io. Antoni-
na, detta volgarmente Antoniana, nella quale si trova l’ingres-
so (N.°2), per cui si entra a vedere i magnifici avanzi delle
\
TERME DI C ARAC ALL A.
Circa il 212 dell'era volgare, l’imperatore Antonino Caracalla
fece edificare queste terme, per cui vennero chiamate, Terme
Antoniane, nome che la contrada conserva tuttora, quantunque
alterato, in quello di Antonina. Il medesimo imperatore, due
anni circa prima di morire, cioè nel 216, ne compì la dedicazio-
ne, bagnandovisi egli stesso, ed ammettendo in esso il popolo;
ma sembra che tale dedica avesse luogo prima del compimento
dell’edifizio, giacché abbiamo da Lampridio, che i portici ven-
nero fatti costruire da Eliogabalo e da Alessandro Severo.
Sparziano, Lampridio, Sesto Vittore, Eutropio ed Olimpio-
doro sono gli scrittori i quali ne trattano e qe indicano la magni-
ficenza; e l’ultimo dice che vi esistevano 1600 posti per bagnar-
si. Non si conosce con certezza l'epoca in cui rimasero abban-
donate, ma è probabile assai che ciò accadesse nel VI secolo,
durante la guerra fra’ Goti e Greci, essendo rimasto imperato-
re Giustiniano, e particolarmente dopo le distruzioni di Vitige.
Fra gli oggetti trovati nelle rovine di queste terme, mediante
gli scavi praticativi nel secolo XVI, si contano il famoso torso
di Belvedere, l’Èrcole Farnese, il gruppo noto col nomedi To-
ro Farnesiano, e la Flora Farnesiana: oggetti tutti ch’oggi so-
no in Napoli, eccettuato il torso di Belvedere, esistente nel Mu-
seo Vaticano. In altri scavi eseguiti nel secolo XVII, si scoper-
sero parecchie centinaia di statue, più o meno ben conservate.
Per formarsi un’idea dell’ampiezza e della estensione di que-
ste terme, conviene riflettere che la loro pianta è un quadrato di
337 metri per ciascun lato, equivalente a 1,348 met. di circuito.
Verso il centro di così iipmenso quadrato si rendono osservabi-
li gli avanzi di un sontuoso edifizio quadrilungo, il quale aveva
221 met. e 40 c. in lunghezza, e met. 144 e 35 c. nel punto del-
la sua maggior larghezza. Una specie di pianterreno, o primo
piano, girava all'intorno da per tutto: l’edifizio centrale però
componevasi di due piani, rimanendo interamente staccato ed
isolato dal resto per mezzo d'uno sterminato cortile, serbato ai
differenti esercizi e divertimenti popolari: ed è per ciò ch’ivi esi-
steva una specie di teatro con gradinate per gli spettatori, ap-
Digitized by Googl
Terme di Caracalla.
335
poggiato alla collina clie signoreggia le terme verso il sud-
ovest. Il prospetto principale deU’immensa fabbrica quadrata, co-
stituente la cinta di esse terme, rimaneva al nord-est, ove di
presente si trovano multe camere separate luna dall'altra, le
quali dovettero servire di abitazione ai custodi ed agli schiavi
addetti ai bisogni delle terme in discorso. Queste camere ave-
vano l’ingresso comune in un corridoio, o portico costruito in
arcate, ed erroneamente vengono da alcuni riguardate come
celle da bagni. Un’ampia e magnifica via, detta Via Nova, aper-
ta da Caracalla, conduceva al ricordato portico, e sei scale, po-
ste a distanze diverse, menavano al cortile che circondava il
suindicato edifizio centrale.
Gli scavi praticati in questo luogo, vennero a toglierenon po-
chi dubbii circa l’uso cui eran serbate le parti che lo compon-
gono, e sparsero molta luce sugli altri avanzi di terme esistenti
in Roma, quali sono quelle di Tito e di Diocleziano. In tali scavi
si conobbe, che il pavimento di esse diverse parti, eccetto la sa-
la centrale e l’altra che le sta parallela verso il nord-est, era in
musaico, di una esecuzione piti o meno ricercata, in pietre dure,
ossia porfido, serpentino, giallo antico, porta santa, lava nera-
stra, e marmo bianco: il disegno in complesso non presenta se
non scomparti di forme diverse, circolari, ellittiche, quadran-
golari, romboidali, ed a foggia di squamme, i cui vivissimi co-
lori producono un mirabile effetto. Nulla peraltro pareggiava la
ricchezza del pavimento delle due grandi essedre dei cortili di
esercizi, ove furono rappresentati dei ginnasiarchi e degli atleti
in finissimo musaico, i quali determinano gli usi a che erano
serbati i due cortili. Così fatti pregiabilissimi musaici oggidì si
ammirano nel palazzo Lateranense, ove già se ne fece parola.
Fra le parti componenti questo lato, cinque sono le più rimar-
chevoli, cioè: due cortili attorniati da portici con colonne di gra-
nito bigio, destinati agli esercizi ginnastici; un’ampia sala cen-
trale cui si dà il nome di Pinacoteca, e che, essendo simile, nel-
la pianta, a quella delle terme Diocleziane, era, al pari di essa,
decorata con otto enormi colonne di granito, delle quali si scor-
gono tuttavia le tracce dei posti ove sorgevano. È noto che l'ul-
tima di tali colonne fu trasportata in Firenze, nel secolo XVI,
dal duca Cosimo de’ Medici e collocata innanzi al ponte s. Tri-
nità, ove osservasi anche al presente, sormontata dalla statua
della Giustizia. Si veggono inoltre gli avanzi duna sala roton-
da, posta nel mezzo del lato sud-ovest incontro al teatro, e fi-
nalmente si scorge la grande piscina, la quale, conforme si ri-
Digitized by Google
336
Sesta Giornata.
conobbe negli ultimi scavi, non ebbe mai volta; quindi rimane
smentita l’opinione di coloro che supposero poter essere la fa-
mosa Cella Solearis di cui parla Sparziano trattando di queste
terme, il quale la descrive come opera maravigliosaperl’immen-
sità della volta che la ricopriva, la quale era rattenuta da spran-
ghe di bronzo o di rame: e lo stesso scrittore narra, come gl'in-
gegneri de’ suoi giorni sostenessero, che sarebbe stata difficil
cosa costruirne una simile.
Si scorgono ancora nella ricordata piscina le nove aperture
per le quali vi entrava l’ acqua formandone un immenso bacino,
e si vede che, per rendere l’ inferior parte de’ muri impenetrabile
all’ acqua, fu intonacata di quel mastice, chiamato opus signi-
num. Le indagini fatte dal Piranesi circa la metà dello scorso
secolo, avevano indotto a credere che i bagni pel popolo stes-
sero nel pianterreno verso il sud-ovest, vicino al cortile ove,
secondo fu detto, il popolo si esercitava; ma oggi si può accer-
tare, che queste non sono che opere di sostruzione. Alle estre-
mità di detto cortile si scorgono i ruderi di due dietae, o sale
ottagone, la meglio conservata delle quali, posta nel lato sud-
est, viene chiamata, senza ragione, tempio di Ercole. Presso di
essa, nel 1111, si trovarono le due mirabili bagnarole di basalte,
oggi esistenti nel museo Vaticano. — Ripigliando la via princi-
pale, si trova a breve distanza la
CHIESA DE'SS. NEREO ED ACHILLEO.
Il pontefice Giovanni I, verso il 524, eresse questa chiesa che,
nel 1596, venne riedificata dal card. Baronio. Il baldacchino che
cuopre l’ aitar maggiore, è sorretto da quattro colonne di marmo
affricano, e vicino al detto altare si scorgono due pulpiti di mar-
mo, detti amboni, ove si leggevano le epistole e gli evangelii.
Nella tribuna esiste la sedia presbiteriale, su cui sedendo s. Gre-
gorio 1 recitò al popolo la XXVIII delle sue omelie, ima parte
della quale leggesi incisa nella sedia stessa. — Quasi incontro
si trova l’ ingresso (N .° 5) del cortile che precede la
CHIESA DI S. SISTO.
\
Fin dall’ Vili secolo si ha memoria di questa chiesa, dedicata
al pontefice s. Sisto III. Onorio la concesse a s. Domenico, che
vi fondò un convento, ove dimorò lungo tempo. Nulla di rimar-
chevole presenta l’ interno di essa chiesa, in cui riposano i corpi
Digitized by Google
Chiesa di s. Sisto.
337
dei santi pontefici Zefirino, Antero, Lucio e Felice, insieme a
quelli di molti altri santi. Di fuori si ha ingresso ad una cappella
dedicata a s. Domenico, edificata sul luogo stesso in cui il santo
operò i miracoli che veggonsi dipinti a fresco nell’ interno, il
quale è pure abbellito con altre pitture relative a quel santo.
L’ affresco di faccia all’ingresso rappresenta s. Domenico nel-
l’atto che richiama a vita un estinto bambino presentatogli dalla
madre, resa inconsolabile per la dolorosa perdita. In quello che
è a lato vedesi lo stesso santo che opera un somigliante mira-
colo, risuscitando l’ illustre giovane Napoleone Orsini da Fossa
Nuova, rimasto morto cadendo da cavallo. Infine nell’affresco
incontro è rappresentato il santo che ridona la vita ad un infelice
muratore, il quale era rimasto schiacciato da un masso caduto
nell’edificazione del convento. Questa cappella, memorabile nei
fasti della chiesa, fu ristaurata e decorata, come oggi si vede,
nel 1858; e tutti gli affreschi che la decorano sorto lodevoli la-
vori del R. P. domenicano Giacinto Besson, francese.
Uscendo da questa cappella e recandosi sulla strada, si ha in-
contro la vigna del cav. Guidi, ispettore onorario degli antichi
monumenti, la quale merita d’essere visitata, esistendovi una
NOBILE CASA DELL’ ANTICA ROMA.
Non ignorando il Guidi che in questi luoghi, prima che fos-
sero occupati dalle terme di Caracalla, v’ erano i famosi giardini
fondati da Caio Asinio Polhone, celebre oratore romano a’ tempi
di Augusto, deliberava, nel 1865, intraprendere degli scavi nella
vigna di cui parlasi, ritenendo di potere probabilmente ridonare
alla luce un qualche monumento degli orti di Asinio, oppure
delle terme di Caracalla. Infatti il Guidi non errò nelle sue con-
getture, giacché dopo eseguiti alcuni tasti qua e là, fu ben lieto,
sul finire del 1866, di vederne i primi risultati, avendo incomin-
ciato a discoprire gli avanzi di un nobile edifizio. Progredendo
nei lavori, si giunse fino al piano del fabbricato, il quale rimane
circa 3 metri più basso delle suddette terme, ed alla considere-
vole profondità di 9 metri sotto il suolo attuale.
Trovandosi adunque 1’ edifizio su di un livello tanto inferiore
a quello delle terme, è evidente che appartenne agli orti di Asi-
nio; giacché, allorquando Caracalla estese l’immensa fabbrica
fin sopra di essi, abbattendone i magnifici edifizi che li arricchi-
vano, ne venne per conseguenza il rialzamento del suolo, e sic-
come sarebbe stata inutil cosa demolirli da capo a fondo, perciò
15
Digitized by Google
338
Sesta Giornata.
furono soltanto rasi sino al nuovo livello colmandone le super-
stiti rovine colle macerie della demolizione. Infatti, tutte le ca-
mere ed altre parti sinora scoperte dell’ antichissimo edifizio si
trovarono ripiene di tali macerie, essendovi frammisti i frantu-
mi de’ delicati stucchi che ne adornavano le pareti e le volte, ed
in queste ultime furono disgraziatamente praticate delle grandi
aperture, per più agevolmente colmare di macerie le rovine in
discorso. Al disopra poi delle stesse volte si osservano gli avanzi
di qualche pavimento in musaico, del piano superiore, eoi quale
terminava probabilmente l’ edifizio; e tali musaici sono eseguiti
in bianco e nero, a guisa di eleganti tappeti.
Esaminando ora la costruzione della fabbrica di cui trattasi,
siamo di parere che appartenga o agli ultimi tempi della repub-
blica, ovvero ai primi tempi dell’impero. Riguardo poi alla sua
decorazione, crediamo assai probabile che venisse eseguita per
ordine di un certo C. Ninfio decurione annale, il quale, con-
forme risulta da una iscrizione, trovato nei tempi passati in que-
sto vigna, e riportato dal Donati nella sua Roma, all’ epoca di
Traiano già possedeva gli orti di Asinio. E di vero con tale epoca
si accorda lo stile delle pitture e dei musaici che ornano le di-
verse parti finora scoperte del superstite pianterreno; e fra que-
ste, le più rimarchevoli sono: V Atrio, il Ninfeo, ed il Larario,
vedendovisi de’ preziosi avanzi delle loro decorazioni, cioè delle
delicate pitture decorative di ogni genere, e dei musaici di stu-
penda esecuzione in bianco e nero, in alcuni de’ quali figurano
de’ Tritoni cavalcati da Nereidi. Niun oggetto rimarchevole nè
per le arti nè per la ricchezza della materia è stato finora trovato
in questi scavi, giacché non può dubitarsi che Caracalla prima
di occupare i ricordati orti colla costruzione delle sue terme ,
feceli al certo spogliare -di tutti gli oggetti preziosi che ne ac-
crescevano la magnificenza.
In questa vigna esiste anche una porzione di quel portico,
spettante alle menzionate terme, il quale fu cominciato da Elio-
gabalo, e condotto a termine da Alessandro Severo.
VALLE DI EGERIA.
Questa valle, che s’ apre fra il Celio ed un' altra collina, detta
Monte £ oro, è la rinomata valle di Egeria che, alcuni scrittori
moderni, contro l’autorità dei classici antichi, collocarono a tre
miglia di qui discosto. Ponendo però a confronto i passi degli
antichi scrittori, ed in ispecie quello di Giovenale dove descrive
Digitized by Googl
339
Valle di Egeria.
il viaggio di Umbricio, non si pùò non riconoscere qui quella
celebre valle, ove, secondo la tradizione degli antichi, il buon
re Numa teneva i suoi colloqui con Egeria. Essendoché la si-
tuazione di tale valle diviene certa, conoscendosi quella della
porta Capena, presso cui trovavasi; perciò non rimane dubbio
al presente circa il sito della detta porta, la quale pigliava il no-
me, o dal tempio delle Camene, o dall’ esser quella per cui si
andava a Capua, conforme è più verosimile; essa poi rimaneva
alle radici del Cebo, sotto la villa già Mattei. La strada che ne
sboccava (a piccola distanza, secondo Strabone) dividevasi in
due; quella a sinistra pigliava nome di via Latina, perchè tra-
versava il Lazio e metteva capo al ponte di Casihno, presso l’at-
tuale Capua; l’ altra che dirittamente usciva dalla porta Capena,
e che correva a destra, relativamente alla via Latina, era la via
Appia: ambedue queste strade riunivansi al ponte di Casilino.
Nell’ ampiamente del recinto di Roma convenne aprir due porte
in luogo della Capena, per dare un’ uscita a queste due strade
dalle quali ebbero il nome, la porta Latina, oggi chiusa; e la
porta Appia, conosciuta attualmente col nome di s. Sebastiano,
la quale è tuttora aperta, e presto ne parleremo. La diramazione
delle due strade si scorge ancora, poco prima di giungere alla
i
CHIESA DI S. CESAREO IN PAEATIO.
Essa venne così denominata a causa delle propinque terme
di Caracalla, poiché nei tempi di mezzo tutti i grandi edilìzi si
dissero Palatium. Quivi s. Cesareo seppellì s. Domitiba, e quivi
s. Sergio venne eletto papa. Questa chiesa, dopo molti ristauri,
fu da Clemente Vili ridotta nello stato attuale. La confessione
è decorata con quattro belle colonne di broccatello, mentre quat-
tro colonne di marmo bianco e nero adornano gb altari. I mu-
saici che abbelbscono l’ apside, vennero eseguiti sui cartoni del
cav. d’ Arpino, e sono riguardati, quanto all’esecuzione, come i
mighori dopo quelli del Cristofari. Ivi si osserva pure un pul-
pito, o ambone, incrostato di fini marmi e di musaici.
• A destra, sulla collina che signoreggia la descritta chiesa,
sorgeva il tempio di Marte, detto extramuraneus , perchè rima-
neva al di là delle mura antiche: vi si giungeva dirittamente per
una strada eh’ aprivasi a destra sulla via Appia, ed a cui si dava
il nome di sahta di ‘Marte (Clivus Martin). — Proseguendo il
cammino per la via Appia, prima di giungere alla porta s. Seba-
stiano, si trova a sinistra l' ingresso di una vigna, segnato col
15*
Digitized by Google
340 Sesta Giornata.
N.° 13, su cui si legge l’ epigrafe Sepulchra Scìpionum, ad in-
dicare che in essa è il
SEPOLCRO DEGLI SCIPIONI.
Questo rinomato monumento non fu scoperto se non nel 1780,
e fino a tal epoca si credette che il sepolcro degli Scipioni fosse
quello che si osserva fuori la porta s. Sebastiano, entro una vi-
gna quasi di rimpetto alla chiesa di Domine quo vadis. Il monu-
mento aveva due piani; il primo di essi, ancora esistente, è un
vasto sotterraneo scavato nel tufo, e nulla rimane del secondo
che doveva essere circondato da nicchie contenenti le statue de-
gli Scipioni e del poeta Ennio, delle quali parla Cicerone, avendo
inoltre una decorazione in mezze colonne ioniche, conforme si
conobbe dai frammenti trovati sul luogo. Quando il sepolcro fu
scoperto, vi si rinvennero gli oggetti seguenti, conservati ora
nel museo Vaticano: un sarcofago in peperino, ossia pietra al-
bana, e secondo l’ iscrizione che vi si legge, apparteneva a Lu-
cio Scipione Barbato, vincitore de’Sanniti e della Lucania, avanti
la prima guerra punica: un busto, pure in peperino, coronato
di alloro, che si dice del poeta Ennio, ma che piuttosto rappre-
senta alcuno degli Scipioni: un busto incognito in marmo bian-
co: molto numero d’iscrizioni, delle più rimarchevoli delle quali
furon poste le copie nel luogo ove erano gli originali. Le ossa
di quelli eroi furono raccolte dalle pietose mani del senatore ve-
neziano, Angelo Quirini, il quale fecele deporre entro una mo-
desta tomba, eretta all’ uopo nella sua casa di campagna di Al-
tichiero , presso Padova. E questo il monumento più memo-
rabile e degno d’ esser veduto, tanto a causa della sua antichità,
quanto per essere il sepolcro di una famiglia, a cui Roma do-
vette la conquista di Cartagine. — Nella vigna prossima, se-
gnata col N.° 14, esiste il f
COLOMBARIO DI GNEO POMPONIO IIYLA
E DI POMPONIA VIT ALINE.
I Romani chiamavano r.olumbaria certe camere serbate a ri-
cevere le ceneri di molte persone, ed in ispecie quelle dei servi
e dei liberti, che ordinariamente venivano sepolte nelle terre dei
loro padroni, e presso i sepolcri della famiglia. Queste tombe
avevano la forma di un colombaio, e da ciò derivava il loro no-
me, giacché eranvi parecchi ordini di piccole nicchie ove si met-
Digitized by Google
Colombario di Gneo Pomponio Hyla. 341
tevano i vasi follae) contenenti le ceneri e le ossa arse, che era-
no state raccolte dal rogo. Innanzi a tali nicchie spesso si po-
nevano brevi iscrizioni (tituli), indicanti il nome delle persone
ivi sepolte, il loro grado, la professione, ed alcuna volta conte-
nevano delle espressioni affettuose. Esistevano colombarii in gran
numero, soprattutto lungo le grandi strade, ed in particolare poi
lungo le vie Appi a e Latina , ed è proprio presso di quest’ulti-
ma quello di cui si parla.
Venne esso scoperto nel 1830, e fu trovato quasi intatto. Vi
si scende per l’ antica scala, e da prima vi si osserva l’ iscrizione
in musaico di Gneo Pomponio Hyla e di Pomponia Vitaline,
forse proprietarii del colombario. Molte altre iscrizioni appar-
tengono a persone della corte di Augusto e di Tiberio, le quali
danno a conoscere l’ epoca di questo gentil monumento, che si
vede però essere stato in seguito ristorato. Venne lasciato tal
quale fu scoperto, e solo vi si praticarono dei lavori indispen-
sabili alla sua conservazione. Ivi si lasciarono ancora tutti gli
oggetti, eccettuato un bel vaso di vetro ch’oggi si vede nella
biblioteca Vaticana. — Tornando sulla via Appia, si trova 1’
arco di druso.
Lo eresse il senato romano in onore di Druso, dopo la sua
morte, a ricordo delle vittorie da lui riportate sui Germani , le
quali gli procacciarono il soprannome di Germanico. L’arco ha
un solo fornice, ed è costruito in travertini, salvo T archivolto e
l’imposta, che sono in marmo bianco, di cui fu già per intero
rivestito. Era esso sormontato dalla statua equestre di Druso,
fra due trofei, ed all’intorno si leggeva l’iscrizione: nero clav-
pivs drvs. german. IMP. Ciascuno dei prospetti veniva decorato
con quattro colonne di affncano, due delle quali tuttora esisto-
no; esse sostenevano un cornicione ed un frontespizio di marmo
bianco. Il canale che si osserva nella parte superiore dell’edifizio
e gli archi in mattoni che gli stanno da sinistra, indicano la pro-
secuzione di un acquidotto, cioè a dire che Caracalla si servi di
questo edifizio per farvi passare al di sopra l’acqua che alimen-
tava le sue terme: a questa seconda epoca appunto si devono at-
tribuire gli ornati attuali,, che sono di cattivo stile, e mediocris-
simamente eseguiti. — Si passa quindi sotto la
Digitized by Google
342
i Sesta Giornata.
PORTA APPIA, O 8. SEBASTIANO.
Essa è una di quelle che, conforme già si accennò, furono so-
stituite all’antica porta Capena, allorquando fu ampliato il re-
cinto della città, ed avendo sofferto danni nella guerra gotica,
venne riedificata da Belisario o da Narsete. Oggi appellasi porta
s. Sebastiano, a causa della basilica di questo santo, che ne ri-
mane discosta quasi due miglia. Fu detta anche porta Àppia, a
motivo della famosa via Appia, la quale fu fatta lastricare da
Appio Claudio, censore, con grandi massi di pietra, fino alla
città di Capua, correndo l’anno di Roma 442. Questa via, la più
magnifica di quante ne costruirono i Romani, era fiancheggiata
da monumenti, de’ quali avremo agio di osservare degli avanzi
considerevoli, scoperti nella massima parte ai giorni nostri, fin
presso l’antica città di Bovi Ile. Questa medesima via fu ristorata
da Augusto quando asciugò le paludi pontine, e gl’ imperatori
Vespasiano, Domiziano, Nerva e Traiano vi fecero altri r istauri.
Le invasioni de’barbari e le guerre civili dei tempi di mezzo ri-
produssero l’allagamento delle acque, e la via Appia rimarrebbe
tuttora sepolta sotto i paduli, se il pontefice Pio VI non aves-
seli nuovamente asciugati. Sì fatta impresa ridonò all’agricol-
tura la maggior parte di quelle campagne, e miglioronne di mol-
to l’aria.
Ad un quarto di miglio fuori della porta, nel luogo detto Ac-
quatacelo, si passa il fiumicello Almone, formato da parecchie
sorgive, la più lontana delle quali ò a cinque o sei miglia da Ro-
ma: quel fiumicello mette foce nel Tevere a circa mezzo miglio
fuori la porta san Paolo. Nell’ Almone, presso il suo confluente
col Tevere, a detto di Ovidio, i sacerdoti di Cibele costumavano
di lavare, in ogni anno, la statua di quella dea e gl’ istrumenti
del culto di essa. — Proseguendo il medesimo cammino, si tro-
va a sinistra una chiesetta, appellata
DOMINE QUO VADIS.
Seguendo un’antica tradizione, allorché s. Pietro fuggiva la
persecuzione di Nerone s’incontrò nel divin Maestro, proprio in
questo luogo, al quale il santo volse . la domanda da cui questa
chiesa prese la sua denominazione. Tale avvenimento venne egre-
giamente espresso dall’artista cav. Ercole Ruspi, romano, me-
diante le due figure dipinte a fresco nelle pareti laterali, lavoro
eseguito a spese di Maria Cristina, regina vedova di Spagna, al-
o
by Google
Domine quo vadis. 343
lorchè nel 1862 faceva ristaurare la chiesetta in discorso. La
stessa chiesa chiamasi pure s. Maria delle piante, a cagione di
una pietra su cui il Salvatore essendosi fermato, vi lasciava l’im-
pronta de’suoi piedi: la detta pietra si custodisce nella basilica
di s. Sebastiano, e qui se ne vede soltanto una copia. Sull’ aitar
maggiore osservasi un affresco della Bcuola di Giotto rappre-
sentante Maria Vergine col Bambino. La figura del Redentore,
che elevasi nel mezzo della chiesa, è un gesso di quella scolpita
in marmo da Michelangelo, esistente in s. Maria sopra Minerva.
Entro una vigna, che rimane quasi di rimpetto alla descritta
chiesa, si possono vedere gli avanzi d' un sepolcro che, fino al
1-780, fu creduto, come si disse, quello degli Scipioni. Esso è
privo de’ suoi ornati; il suo basamento quadrato racchiude una
cella sepolcrale; l’ordine secondo di architettura è tondo, d’opera
reticolare, e va adorno di nicchie nel suo circuito. Una iscrizione
scoperta nelle vicinanze fa supporre che questo fosse il monu-
mento di Priscilla, moglie di Abascanto, ricordato da Stazio co-
me esistente in questi dintorni.
Dopo la chietina di Domine quo vadis, la strada si divide in
due: quella a diritta va a raggiungere l’ antica via Ardeatina,
l’altra forma la continuazione della via Appia. Proseguendo ad
andare per quest’ultima, si scorgono dai lati molti avanzi di an-
ticlii sepolcri. Entro la prima vigna a sinistra, dopo il vicolo che
conduce alla CaJ'arella, s’incontra un Colombario assai grande,
ma molto rovinato, composto di tre camere, ed a causa di talune
iscrizioni ivi presso trovate, si crede che appartenesse ai servi di
Augusto.
Più lungi, entro la vigna Casali, vennero scoperti, nel 1826,
alcuni cippi ed alcune iscrizioni pertinenti alla famiglia Volusia,
una delle più distinte dell’antica Roma: questi oggetti si trova-
no ora nel museo Vaticano. Nella vigna di rimpetto si fecero
del pari molte scoperte, la più rimarchevole delle quali è lo stu-
pendo sarcofago in marmo bianco, che forma oggi l’ornamento
più splendido della seconda sala al pianterreno del museo Capi-
tolino.
Nel sito dove, a sinistra, si dirama una strada dalla via Appia,
nel 1726, entro la vigna a manca, fu scoperta un’altra gran ca-
mera sepolcrale, appartenente ai liberti ed ai servi di Livia Au-
gusta, entro cui erano racchiuse molte urne e molti vasi cinera-
rii colle loro iscrizioni, che nel maggior numero, si conservano
nella galleria del museo Capitolino. Parecchi moderni scrittori
credettero che la strada la quale ha qui origine, da mano sini-
Digitized by Google
344 Sesta Giornata.
stra, si trovi nella direzione dell’antica via Latina; ma conviene
avvertire esser questa una strada aifatto moderna, ampliata da
Pio "VI, la quale va a rannodarsi alla strada di Albano a quattro
miglia e mezzo dalla porta s. Giovanni, e non tocca mai la via
Latina, la quale si distende a sinistra della via Appia, allonta-
nandosene ognora di più, dalla piazza di s. Cesareo, conforme
fu superiormente indicato. — Continuando il cammino sulla via
Appia, poco prima di giungere alla basilica di s. Sebastiano, si
trova a sinistra la vigna Randanini, la quale racchiude 1’
IPOGEO ISDRAELITICO.
Questo Ipogeo fu incominciato a discoprire nel 186(L^le iscri-
zioni che ne vennero estratte provano, che negli ajyRi tempi
costituiva un sepolcreto di ebrei (1). Infatti, i cq^Kciuti sim-
boli, del candelabro a sette lucerne, della pala re del corno
che in esse iscrizioni si osservano, le manifestai)® sdraelitiche.
Questo Ipogeo presenta delle tombe quadrilunghe scavate, in
più ordini, nelle pareti degli anditi sotterrane^pfapèiti col ferro
nel tufa. L’andito principale ha una direzione poco divergente
dalla via Appia. Di tratto in tratto esso si dirama in cuniculi
minori, e dà accesso a celle, o cubiculi, destinati fq^se a conte-
nere monumenti di persone ricche. In alcune di queste celle, le
quali, d’ordinario, furono intonacate e dipinte, si rinvennero con-
siderabili frammenti di sepolcri in marmo. Fra di essi merita ri-
cordo la parte anteriore d’un grandioso sarcofago, avente nel
mezzo il candelabro ; emblema del tempio di Gerusalemme, e nei
lati la palma, cognitissimo simbolo della Giudea.
Sulla stessa via Appia s’incontra, a poca distanza dall’Ipogeo,
la basilica di s. Sebastiano, incontro alla quale osservasi una co-
lonna fatta erigere da papa Pio IX in onore di quel santo mar-
tire. Nel basamento di essa, dal lato che guarda verso la via
Appia, si legge una iscrizione, che ricorda gli scavi praticati in
detta via (2).
(1) Giovenale (satira 111, verso 12 e seg.) narra con indignazione, che gli ebrei
si erano stanziati nel luogo ove esisteva il bosco di Egeria, fuori la porta Capena.
Non fa quindi maraviglia trovare presso il secondo miglio della via Appia un se-
polcreto giudaico. QCiesto ragguardevole Ipogeo fu guasto e spogliato in epoca non
molto remota, conforme accadde di quello scoperto dal Bosio nel 1602 fuori della
porta Portese, anticamente Portuetisis, in vicinanze del Tevere.
(2) Riguardo a questi scavi, ed a tutt'altro che rimane a vedersi lungo l’antica
via Appia e sue vicinanze, cl riserbiarao tenerne discorso alla fine dell'ottava gior-
nata di questo Itinerario, per non discostarci ora di soverchio dalle mura di Roma,
Digitized by Google
Basilica di s. Sebastiano. 345
BASILICA DI S. SEBASTIANO.
Questa chiesa è una delle sette principali basiliche di Roma,
e fu eretta sul cimiterio di s. Calisto, ove Lucina matrona ro-
mana ebbe sepolto il corpo di s. Sebastiano; ed ivi furono tenu-
ti nascosti, per alcun tempo, i corpi de’ santi Pietro e Paolo. Si
crede che la basilica fosse edificata da Costantino, e consacrata
da s. Silvestro; tuttavia è certo che, nel 367, essa venne rinno-
vata da s.Damaso papa. In seguito, Innocenzo I la dedicò, per
un voto, a s. Sebastiano martire; Adriano I, ed Eugenio IV la
ristorarono, e finalmente il cardinale Scipione Borghese rifab-
bricolla nel 1611 con architetture di Flaminio Ponzio e di Gio-
vanni Vasanzio, al quale appartengono la facciata, il soffitto,
ed il portico, decorato con sei belle colonne di granito.
La basilica ha una sola nave, e nel primo altare a destra si
venerano molte insigni reliquie. Di rimpetto si trova la cappella
sacra a s. Sebastiano, fatta erigere dal card. Barberini coi dise-
gni di Ciro Ferri, e l’altare racchiude la statua giacente del san-
to titolare, scolpita da Antonio Giorgetti, sul modello dato dal
Bernini. Il s. Francesco sull’ultimo altare da questo lato, è pit-
tura del Muziano. Incontro si scorge la oappella della famiglia
Albani, edificata da Clemente XI, con disegno di Carlo Fonta-
na dedicandola a s. Fabiano. Le decorazioni di essa vennero e-
seguite da Carlo Maratta, la statua del santo è opera del Papa-
leo, siciliano; ed in quanto ai due quadri laterali, quello a destra
fu dipinto dal Passeri, quello a sinistra dal Ghezzi. L’altar mag-
giore è ornato di quattro preziose colonne di verde antico, e vi
si osserva un affresco d’Innocenzo Tacconi, scolare dei Caraeci.
Sopra le tre porte della chiesa scorgonsi tre quadri di Antonio
Caracci.
Dalla chiesa si scende nelle sottostanti catacombe, conosciute
col nome del santo titolare della basilica. Al primo ingresso di
queste grotte si trova una cappella in cui osservasi un bel busto
in marmo di s. Sebastiano, scolpito dal Bernini, e sotto l’altare
è un’urna che racchiude il corpo di s. Lucina. I corridoi di que-
ste catacombe, le quali hanno pochissima estensione, non pre-
sentano nè pitture nè cappelle: esse poi sono aderenti a quelle
di s. Callisto, le quali hanno l’ingresso sulla via Appia, già da
noi percorsa, e si trovano mezzo miglio circa prima di giungere
alla basilica in cui siamo .
15**
Digitized by Google
346
Sesta Giornata.
CATACOMBE DI S. CALLISTO.
Queste catacombe furono scavate, del pari che tutte le altre,
da’ cristiani de’ primi secoli, i quali al tempo delle persecuzioni,
vi si ritiravano per attendere all’esercizio della religione, ed ivi
seppellivano i loro morti, ed in ispecie martiri. Essi deponevano
i cadaveri dei seguaci della fede di Cristo, entro loculi scavati a
tal uopo nelle pareti di lunghi e tortuosi corridoi, i quali sono a
due o a tre piani, uno soprapposto all’altro; e questi loculi veni-
vano chiusi ordinariamente con tegole, e talvolta con lastre di
marmo. Sopra tali coperture usavano disegnare, o incidere il
nome del defunto, e l’epoca del martirio, se aveva dato la vita
per la fede, aggiungendovi emblemi sacri, e sovente simbolici
della religione. Nell’interno poi delle tombe dei martiri, trovan-
si spesso, presso il cadavere, gli strumenti del martirio e ram-
polla del sangue raccolto.
Tutte le catacombe, anche dopo le persecuzioni, rimasero in
grande venerazione, e molti cristiani desiderarono che le loro
ceneri fossero deposte presso i sepolcri de’ martiri. Queste im-
mense latomie, nelle quali il troppo inoltrarsi sarebbe pericolo-
so, presero il nome di catacombe, e più propriamente di coeme-
terium, quasi dormitorium, poiché ivi nel sonno della pace dor-
mono tanti prodi sostenitori della fede cristiana. Sono queste le
catacombe più vaste di tutte le altre, e gli autori ecclesiastici
narrano, che in esse furono sepolti 14 papi, e circa 170 mila
cristiani.
Alquanti dotti scrissero sulle catacombe, fra’ quali negli ul-
timi secoli si distinsero Antonio Bosio, Paolo Arringhi ecc.; ed
ai nostri giorni il p. Marchi gesuita, ed ilcav. Gio. Battista De
Rossi. Questi cemeteri sono sotto la particolare cura della Com-
missione di archeologia sacra. Alla medesima spetta ordinare e
regolare gli scavi pel ritrovamento de’ corpi santi. Non tutti i cor-
pi che quivi rinvengonsi sono reputati di martiri, ma quelli sol-
tanto che hanno contrasegni sufficienti a denotare la certezza
del sofferto martirio. A quelli che trovansi col segno del marti-
rio, ma anonimi, viene imposto un nome tolto da un epiteto
proprio di qualche cristiana virtù. — Incamminandosi per la
strada che si apre a lato della basilica di s. Sebastiano, 6Ì giun-
ge, dopo due miglia, alla
Digitized by Google
Basilica di s. Paolo.
BASILICA DI 8. PAOLO.
347
Si crede che il gran Costantino facesse erigere questa chiesa
in un tenimento di Lucina, matrona romana, perchè in questo
luogo esisteva un antico cimiterio ove era stato sepolto l’aposto-
lo s. Paolo. Nel 386, gl’imperatori V alentiniano II, Teodosio,
ed Arcadio impresero a riedificare questa basilica in proporzioni
assai più vaste, e fu compiuta da Onorio loro successore, con-
forme ne fanno testimonianza i versi scritti in musaico superior-
mente all’arco di Placidia, dal canto della nave grande. In pro-
cesso di tempo molti pontefici la ristaurarono e l’ abbellirono.
Negli ultimi tempi, e particolarmente sotto il pontificato di Pio
VII, sì spese non poco per ristorarne i tetti e per praticarvi al-
tre riparazioni; allorquando nella notte del 15 al 16 luglio 1823
si appiccò il fuoco alle travi del tetto, che in poco d’ora crollò,
e la massima parte della basilica, specialmente la nave maggio-
re, la nave traversa e le porte rimasero affatto distrutto dall’in-
cendio. In si fatta guisa, l’opera di parecchi secoli, la basilica più
antica, non solo di Roma, ma dell’intera cristianità, ebbe fine.
Stato antico. — Questa basilica eraunadelle quattro che aves-
se la porta santa. Il prospetto principale aveva un portico eretto
da Benedetto XIII coi disegni di Antonio Canevari e veniva sor-
retto da 12 colonne di marmi differenti (1). La superior parte di
esso prospetto si vedeva decorato con musaici disegnati ed ese-
guiti da Pietro Cavallini, romano, sul principiare del secolo
XIV, per ordine del pontefice Giovanni XXII. La gran porta di
mezzo era di bronzo, ed era stata eseguita in Costantinopoli nel
1070, a spese di Pantaleone Castelli, console romano. Essadivi-
devasi in iscompartimenti, nei quali erano state incise alquante
figure di santi profeti, gli apostoli, e parecchi fatti del nuovo
testamento.
La più cospicua decorazione di questa basilica consisteva in
80 colonne che dividevano il corpo della chiesa in cinque nava-
te. La nave di mezzo ne aveva 40, 20 per lato, perite pressoché
tutte nell’incendio. Nel novero di esse eranvene 24 più delle altre
preziose, in marmo paonazzetto. Si ritenne da taluni che fossero
state prese dal mausoleo di Adriano, ma verosimilmente appar-
tennero alla basilica Emilia nel Foro Romano. Queste colonne,
(1) Innanzi al medesimo prospetto esisteva anticamente una vasta corte quadra,
che Adriano I fece lastricare di marmo, ed un magnifico portico, sorretto da grosse
colonne, giravagli all’intorno. La basilica aveva anche un altro portico che prolunga-
vasi sino allaporta s. Paolo, e del quale si conservarono le tracce sino al X secolo.
Digitized by Google
348
Sesta Giornata.
d’ordine corintio, scanalate per due terzi, avevano 11 met. e 36
c. di altezza compresa la base ed il capitello, e 3 met. e 54 c.
di circonferenza. Le altre 16 colonne erano di marmo pario, con-
forme alle 40 delle navi minori, le quali avevano 9 met. e 30 c.
di altezza su 2 met. e 99 c. di circonferenza. Due sterminate co-
lonne ioniche di marmo salino sostenevano l'arco di Placidia,
che tuttora dà adito dalla gran nave di mezzo a quella traversa.
Siffatte colonne, che erano alte 13 met. e 80 c., ed avevano 4
met. e 82 c. di circonferenza, furono spaccate dal fuoco.
Il pavimento della nave maggiore era composto di frammen-
ti di marmo, aventi delle iscrizioni. Le pareti si vedevano deco-
rate con pitture esprimenti alquanti fatti dell’antico e del nuovo
testamento, ed il d’Angincourt crede che fossero state eseguite
nel secolo XI. Per di sotto a tali pitture si scorgeva la serie dei
ritratti dei romani pontefici, incominciata da s. Leone il Grande,
che portolla sino a lui, continuata, nel 498, das. Simmaco papa,
e posteriormente da Benedetto XIV, il quale ordinò pure il re-
stauro dell'intera cronologia, in seguito proseguita fino a Pio
VII, e comprendeva 253 ritratti. Sul grande arco, detto di Pla-
cidia, di faccia all’ingresso, esisteva il musaico che in oggi ab-
bellisce l’arco stesso, sebbene nuovamente costruito. Un ampio
tetto copriva questa grande navata, e singolari ne erano le in-
cavallature a causa della straordinaria lunghezza delle travi di
abete di cui si componevano. Le navi minori non avevano altari
nè alcuna decorazione, ed il pavimento, nella massima parte, era
di mattoni, e nel resto somigliava a quello della nave grande.
Per cinque gradini si ascendeva alla nave di crocera, divisa in
due da otto grosse colonne, una di cipollino e sette di granito,
alte 9 met. e 63 c. , ed aventi 3 met. e 54 c. di circonferenza.
Due di queste ultime sorreggevano il grand’ arco che aprivasi
incontro a quello di Placidia, e le altre sei, tre per lato, soste-
nevano il muro divisorio. Quasi tutto il pavimento della crocera
veniva formato di mattoni, ed il suo soffitto era stato fatto co-
struire da Sisto V, nel 1587. Nel centro della nave prossima al
corpo della chiesa, sorgeva l’altar papale, di cui si parlerà in se-
guito. In ciascuna delle due estremità della crocera eranvi due
altari, ed i quadri di essi, tutti fiancheggiati da quattro belle co-
lonne di porfido, rappresentavano: la conversione di s. Paolo, il
martirio di s. Stefano, l’Assunta, e s. Benedetto. Nella tribuna
sorgeva l’altar maggiore, eretto coi disegni d’Onorio Longhi, e
decorato con quattro colonne di porfido: su di esso scorgevasi
un quadro di Ludovico Civoli, rappresentatovi il seppellimento
Digitized by Google
Basilica di s. Paolo. 349
di s. Paolo. Dai lati poi della tribuna eranvi due cappelle che
tuttora sussistono.
La lunghezza di questa basilica, dalla porta grande al fondo
della tribuna, ascendeva a met. 124 e 65 centimetri. Io cinque
navate erano lunghe 89 met. e 23 c., e la totale larghezza am-
montava a 64 met. e 65 centimetri. La navata grande aveva in
larghezza 23 met. e 80 c., e met. 34 di altezza. La nave di cro-
cera era lunga "0 met. e 52 c., larga met. 24, alta 26 met. e 63
centimetri.
Accennammo già che questa basilica fu preda del fuoco nel
luglio 1823; e questo sinistro avvenimento ebbe luogo negli ul-
timi giorni di vita di Pio 'V II, cosicché se ne morì senza cono-
scerlo. Leone XII suo successore volse ogni sua cura, affinchè
la basilica Ostiense risorgesse dalle sue ceneri, maestosa e de-
gna del romano splendore. Egli pertanto indirizzò un’enciclica
a tutti i vescovi dell’orbe cattolico, invitandoli a raccogliere e
mandare in Roma le offerte de’ fedeli per l’erezione del novello
tempio. L’invito del pontefice produsse i desiderati effetti, ed i
doni de’ fedeli, uniti alle somme considerevoli assegnate sull’e-
rario pubblico, incoraggirono il santo padre a riedificare la ba-
silica con maggior munificenza che non s’era prefisso. Quindi
seguendo il parere dell’insigne accademia romana, denominata
di s. Luca, ed il desiderio degli eruditi, comandò, con un breve
del 18 settembre 1825, la riedificazione della basilica, nelle di-
mensioni e nella forma stessa che aveva prima dell’incendio.
Tuttavia nella esecuzione, fu in parte derogato a tali prescrizio-
ni, allo scopo di rendere il novello tempio più sontuoso e mira-
bile dell’antico.
L’eseguimento dell’opera venne affidato agli architetti Pietro
Bosio, Pietro Camporese, e Pasquale Belli, come direttore. Mor-
to poi il Belli, nel 1833, fu nominato architetto direttore il com-
mend. Luigi Poletti, talché si può dire che l’intera architettura
del nuovo edilizio ad esso appartenga.
Stato attuale. — La nuova basilica ha dal lato d’oriente una
facciata con innanzi un portico sorretto da 12 colonne di marmo
greco venato ; e nella parte posteriore, ossia dietro la sua tribu-
na, ammirasi il sorprendente campanile, che, tutto in traverti-
ni, ed in gigantesche proporzioni, venne eretto coi disegni del
citato Poletti. Dal lato poi incontro a settentrione, rimane il
prospetto principale della basilica, il quale, nella parte superio-
re, va ad essere decorato con pitture in musaico, eseguite sugli
originali ad olio, condotti dall’artista Niccola Consoni, romano.
Digitized by Google
350
Sesta Giornata.
In siffatte pitture, che fra poco saranno condotte a termina, si
vedranno rappresentati, il Divin Redentore, i principi degli a-
postoli, ed i profeti Isaia, Geremia, Ezechiele e Daniele, signi-
ficando in tal modo rincrollabile edilìzio della Chiesa innalzato
sopra le fondamenta degli apostoli e de’ profeti. Il prospetto stes-
so (1) ha sette porte, tre rispondenti nella navata grande, le al-
tre nelle quattro navi minori laterali; ma per ora non si può en-
trare nella chiesa se non che dall’ingresso che apresi nel lato di
oriente, il quale mette nella navata traversa, e da essa appunto
incominceremo la descrizione dell’interno del sacro tempio.
Questa stupenda ed ampia navata, fu riedificata sull’area stes-
sa di quella antica, ma con disegno affatto diverso. Le pareti
sono incrostate, fino al cornicione, di marmo di Carrara, e di
rari marmi di differenti colori; il cornicione poi è costruito in
marmo bianco con fregio di paonazzetto. Esso cornicione viene
sorretto da un ordine di 24 pilastri corintii scanalati, formati
cogli avanzi delle colonne di paonazzetto che esistevano nell’an-
tica basilica, ed hanno le basi ed i capitelli di marmo bianco. In
ciascuna delle due testate di questa nave traversa scorgesi un
altare fiancheggiato da quattro grosse colonne corintie, formate
pure cogli avanzi suddetti, le quali aggettano dalle pareti per
due terzi del loro diametro.- Queste colonne sorreggono il pro-
seguimento del cornicione che gira attorno alla nave; il quale,
là dove ricorre sopra di esse, aggetta maggiormente dalle pa-
reti, e va ricco di belli ornati. Superiormente al cornicione sor-
ge un ordine di pilastri compositi, costruito in opera muraria e
colorito ad imitazione di marmo bianco venato. Frammezzo a
questi pilastri si aprono 14 grandi finestre arcuate con vetri a
colori, simili a quelli delle finestre nella navata grande, e vi si
osservano altrettanti dipinti a fresco, condotti dai migliori arte-
fici della capitale, per ordine ed a proprie spese del sommo pon-
tefice Pio IX, al pari degli altri che osserveremo nelle pareti la-
terali della nave maggiore; e tutti questi affreschi, in numero di
36, esprimono fatti cronologicamente presi dalla vita di s. Paolo.
Facendoci ora ad accennare quelli di essi affreschi i quali si
osservano nelle pareti della nave in cui siamo, ragion. vuole che
s’ incominci il giro dal lato ove sono le cappelle del coro e di
s. Benedetto, le quali rimangono a destra di chi osserva la tri-
(1) Innanzi a questo prospetto si deve edificare un grandioso quadriportico con
colonne, ad imitazione di quello che vi esisteva anticamente; e forse anche prima che
veda la luce la presente e dizione di questo nostro Itinerario, si vedrà innalzato il
braccio inerente al prospetto stesso. , .
Digitized by Google
Basilica di s. Paolo.
&")1
btina. — 1° affresco. S. Paolo che assiste al martirio di s. Ste-
fano. — 2°. Conversione di s. Paolo: l’uno e l’altro del cav. Pie-
tro Gagliardi (1). — 3°. S. Paolo visitato da Anania. — 4°. Ana-
nia che rende la vista a s. Paolo e lo battezza : ambedue ese-
guiti dal cav. Francesco Podesti. — 5°. S. Paolo predicante nelle
sinagoghe. — 6°. Il santo calato dalle mura di Damasco per
opera de’ suoi discepoli: tutti due di Guglielmo De-Sanctis. —
7°. S. Barnaba che presenta s. Paolo agli apostoli (2). — 8°. La
guarigione del padre di Publio, allora principe di Malta, operata
dal santo: ambedue di Niccola Consoni. — 9°. L’incontro dei
fratelli Romani col s. apostolo sulla via Appia. — 10°. San
Paolo predicante la fede nella sua casa in Roma: l’uno e l’altro
di Carlo Gavardini. — 11°. Il santo apostolo rapito al terzo cielo.
— 12°. Il battesimo dei ss. Processo e Martiniano , custodi del
carcere Mamertino: opere del cav. Francesco Coghetti. — 13°.
S. Paolo che abbraccia s. Pietro, andando ad essere martirizzati.
— 14°. Il martirio di s. Paolo: ambedue di Filippo Balbi.
Inferiormente agli accennati affreschi, cioè nel basamento del
second’ ordine architettonico, si scorgono 74 ritratti in musaico
dei papi che, da s. Pietro, si vennero succedendo fino a Giovan-
ni IV . I pilastri poi dell’ ordine stesso sorreggono una cornice
terminata da mensole sostenenti il soffitto, diviso in cassettoni
ricchi di ornati messi ad oro; e fra questi si vedono gli stemmi
di Pio VII e quelli de’ suoi successori, fino a Gregorio XVI, da
cui questa nave traversa venne consacrata, assieme all’ aitar
maggiore, il giorno 3 di ottobre 1840.
In ciascuna delle due testate della nave in discorso, conforme
fu detto di sopra, avvi un altare. Questi due magnifici altari,
adorni di eleganti metalli dorati, sono incrostati di preziose ma-
lachite, le quali, da Niccolò I, imperatore delle Russie, furono
inviate in dono alla santa Sede, nel pontificato di Gregorio XVI.
Sopra l’ altare della testata orientale si osserva un quadro rap-
presentante la conversione di s. Paolo, opera del Camuccini. Le
due statue semicolossali, entro le nicchie laterali, rappresentano
(1) Per di sopra a ciascuno degli affreschi, si veggono due putti alati, condotti
pure a fresco dallo stesso artefice che eseguiva il quadro sottostante, i quali ten-
gono una cartella, in cui è scritto un motto allusivo al soggetto espresso nel di-
pinto a cui sta sopra.
(2) Qui si noti, che siccome 1’ ordine cronologico dei soggetti dei trentasci affre-
schi prosegue nella nave grande; cosi essa contiene, come vedremo, quanto a crono-
logia. dall' ottavo a tutto il ventesimonono dipinto, ripigliando poscia il suo corso,
sino alla fine, nell' altro lato della nave traversa, che ora siamo per osservare.
Digitized by Google
352 Sesta Giornata.
s. Gregorio Magno, lavoro del Laboureur, e s. Romualdo, ese-
guito dallo Stocchi. Il quadro sull’ altare della testata occiden-
tale, condotto dal cav. Filippo Agricola, ha per soggetto l’ as-
sunzione di Maria Vergine: delle due statue nelle nicchie dai
lati, il s. Benedetto, è del Gnaccarini, e la s. Scolastica, del Baini.
Al dipinto dell’ Agricola verrà sostituito il gran quadro in mu-
saico, che si sta lavorando nel rinomato studio dei musaici, esi-
stente nel Vaticano. In questo quadro si vedrà riprodotta, in più
grandi proporzioni, la coronazione della Madonna, colorita da
Giulio Romano e da Francesco Penni sul cartone di Raffaello:
pittura classica, che ammirasi nella pinacoteca Vaticana.
Nel mezzo di questa navata si osserva l’antico altare papale
della confessione, eretto nel 1280, e ristorato dai guasti sofferti
nell’ incendio della basilica. Esso altare ha quattro colonne di
bel porfido sorreggenti un baldacchino di architettura gotica,
foggiato a guisa di piramide. Sotto quest’ altare si custodisce la
metà dei corpi dei ss. apostoli Pietro e Paolo, l’ altra metà essen-
do nella basilica Vaticana, e le teste in quella di s. Giovanni in
Laterano. Per di sopra all’istesso altare papale fu innalzato, con
disegno del Poletti, un baldacchino retto da quattro assai pre-
giate colonne di alabastro orientale (1); e mediante quest’ulteriore
ornamento, formato di preziosi marmi e di metalli dorati, l’al-
tare papale acquistò un aspetto nobile e grandioso corrispon-
dente alla magnificenza del nuovo tempio.
A corna evangelii del descritto altare osservasi il marmoreo
candelabro dell’ epoca primitiva cristiana, già esistente nell’ an-
tica basilica, e destinato a reggere il cereo pasquale. Questo
pregevole monumento per la storia delle arti, rimonta al secolo
XII, ed è foggiato a guisa di colonna. Esso è abbellito di scul-
ture dal piede alla cima, e conta 4 metri di altezza, non compreso
il moderno basamento. Le sculture che ne adornano il fusto sono
divise in cinque sezioni: nelle tre di mezzo si vede rappresen-
tata la storia del Redentore, dal momento che viene condotto in
casa di Anna, fino alla sua risurrezione; le altre due sezioni sono
scolpito ad arabeschi sparsi di animali e frutta.
Innanzi al detto altare, dal lato della nave maggiore, si apre
il novello sotterraneo, al quale si scende per una bella scala di
marmo. Esso è interamente incrostato di finissimi marmi, così
(1) I prandi massi coi quali si fecero queste colonne, come pure le altre due, erette
ai lati della porta principale della basilica, vennero donati alla santa Sede, sotto il
pontificato di Gregorio XVI, da Mehemed-All, viceré di Egitto, affinchè di essi si
facesse uso nella decorazione di quella basilica.
Digitized by Google
Basilica di s. Paolo.
353
richiedendo l’arte e la santità del luogo, venerato specialmente
pel corpo di s. Timoteo martire, chiuso con altre reliquie di mar-
tiri nell’altare ivi eretto.
Incontro all’ altare papale esiste, nella nave traversa, l’ antica
tribuna in gran parte rinnovata, alla quale si ascende per due
gradini di raro granito rosso orientale. Anche in essa tribuna
prosegue lo stesso ordine architettonico della navata, e non solo
lo somiglia nelle proporzioni, ma anche nella specie dei marmi.
Sei pilastri aggettano dalle pareti laterali, e fra questi esistono
altrettante grandi tavole di marmo nelle quali sono incisi i no-
mi di tutti i cardinali, patriarchi, arcivescovi e vescovi che si
trovarono presenti alla consacrazione di questa basilica. La par-
te centrale è decorata di quattro colonne coi loro contropilastri;
ed il cornicione, nella parte che sovr’esse ricorre, è ricco di or-
nati messi ad oro. In mezzo alle dette colonne sorge, su cinque
gradini, il seggio pontificale tutto di marmo bianco con ornati
e bassorilievi dorati, e superiormente si osserva un bel quadro
del Camuccini, esprimente s. Paolo portato in cielo dagli angeli.
La volta e la facciata della tribuna sono abbellite cogli antichi
musaici, condotti circa il 1220, sotto papa Onorio III, i quali
però vennero risarciti dai guasti cagionativi dal fuoco. Il pavi-
mento di questa tribuna è composto di assai pregiati marmi.
Di prospetto alla descritta tribuna si apre l’arco di Placidia,
sulla faccia del quale si osservano dei nuovi musaici rappresen-
tanti i soggetti stessi che vi si vedevano in passato condotti
egualmente in musaico.
<Ai lati della tribuna sono quattro cappelle. Di esse, quella
più vicina all’altare della conversione di s. Paolo, è sacra a s. Ste-
fano, e venne eretta con architetture del ricordato Poletti, il
quale decoravala con un ordine di pilastri corintii di granito
rosso orientale, aventi le basi ed i capitelli di marmo bianco: i
detti pilastri si elevano sopra un grande imbasamento e sorreg-
gono il cornicione pure di marmo bianco col fregio di granito
rosso; la volta rimane abbellita da uno scomparto di cassettoni
con ornati messi ad oro, e le pareti, del pari che il pavimento,
veggonsi ricoperte di fini marmi. Ai canti dell’ altare sono due
superbe colonne di porfido, il palliotto è dello stesso marmo. La
statua del Santo che vi si ammira di sopra fu scolpita da Rinal-
do Rinaldi , con molta semplicità , e con assai nobile e naturale
espressione. Dei due belli quadri laterali, quello a sinistra è la-
voro di Francesco Coghetti, che vi espresse s. Stefano condotto
al cospetto del Sinedrio; l’ altro fu eseguito da Francesco Pode-
sti, e rappresenta il martirio del Santo.
Digitized by Google
354
Sesta Giornata.
La seconda è l’antica cappella dedicata al Crocefisso, la cui
immagine venne scolpita in legno dal Cavallini, e si crede par-
lasse a s. Brigida ; una statuina della quale, sculta in marmo da
Carlo Maderno, si vede entro una nicchia. Questa cappella ha
un ordine di pilastri corintii scanalati di marmo bianco, fra i
quali s’aprono otto nicchie. Le pareti sono per intero incrostate
di marmi colorati, come pure il pavimento: la volta è abbellita
da alcuni angeli dipinti di chiaroscuro entro diversi scomparti
col fondo messo a oro. L’altare è formato da una bellissima
urna antica di granito rosso orientale.
La terza cappella, ossia l’ antico coro, fu architettata dal sud«
detto Maderno. Anastasio Fontebuoni, fiorentino, dipinsene la
volta, e Giuseppe Ghezzi condusse le pitture delle pareti. Sopra
l’altare, ornato di due colonne di porfido, si vede un superbo
quadro del surricordato Cogbetti, rappresentatovi il martino di
s. Lorenzo: il pavimento venne rifatto a nuovo con marmi scelti.
L’ultima cappella, sacra a s. Benedetto, fu eretta coi disegni
del Poletti, che la decorò con un ordine di piccole colonne iso-
late, sei per ogni parte, le quali sorgono su d’un solido imbasa-
mento di granito, e sorreggono la volta scompartita in casset-
toni con ornati di stucco dorato. Le suddette colonne proven-
gono dall’antico Veio, sono di marmo bigio con basi e capitelli
di marmo bianco, ed hanno i loro contropilastri simili. L’altare,
costrutto per intero con iscelti marini colorati, ha per di sopra
la statua del santo, scolpita dal Tenerani, ed il pavimento della
cappella è di marmo bianco e bardiglio.
Prima di uscire da questa navata, il cui pavimento è un ar-
monioso composto di marmo bianco frammisto con iscelti marmi
colorati, ricorderemo la simbolica acquasantiera, scolpita dal
cav. Pietro Galli, il quale, mediante le due figure sostenenti la
conca, significò, con nobile concetto, quanta potenza abbia l’ac-
qua benedetta contro il comune nemico, per virtù della fede.
Dirigendosi quindi verso la grande navata di mezzo, in cui si
scende per tre marmorei gradini, anche prima di porvi il piede,
si rimane sopraffatti di ammirazione scoprendo al primo sguardo
l’immensità, la magnificenza e l’armonia architettonica e deco-
rativa dell’intero corpo della basilica, il quale rimane diviso in
cinque navate da 80 pregiate colonne corintie di granito del
Bempione, con basi e capitelli di marmo bianco. Le navate poi
sono coperte con sontuosi soffitti; ed il superbo pavimento, si-
mile a quello della navata di crocera, ne accresce lo splendore.
Quaranta delle suddette colonne, sono le più grandi, fianclieg-
Digitized by Google
Basilica di s. Paolo.
355
giano la nave di mezzo, 20 per lato: le altre 40, di minor dimen-
sione, servono a dividere le quattro navi laterali. Sopra le 40
colonne della navata grande gironsi gli archi sostenenti le pa-
reti, che s’ innalzano superiormente al cornicione, costruito in
marmo venato, del pari che gli archi stessi .
La decorazione di esse pareti è in tutto simile a quella dell’or-
dine superiore della navata di crocera. Fra i pilastri compositi,
che ne costituiscono l’ordine architettonico, si aprono 20 fine-
stre arcuate, 10 per lato, succedendosi alternativamente cogli
affreschi già indicati, e di cui quantoprima si terrà discorso.
La facciata poi in cui si apre il grande arco di Placidia, ri-
mane decorata, siccome fu accennato, dall’antico musaico, il
quale, essendo rimasto intatto nell' incendio del 1823, venne dili-
gentemente staccato e, dopo la riedificazione dell’arco suddetto,
rimesso al suo posto. Esso rappresenta il Salvatore coi venti-
quattro seniori dell’ Apocalisse, gli apostoli Pietro e Paolo, ed
i simboli dei quattro Evangelisti. Questo musaico fu eseguito
nel 440, sotto il pontificato di s. Leone il Gronde, e si crede fa<-
cessene la spesa Placidia, figlia dell’ imperatore Teodosio.
Nei lati del detto arcone, il quale viene sorretto da due smi-
surate colonne di granito del Sempione, sorgono, sopra magni-
fici piedistalli, due belle statue colossali, scolpite in marmo
bianco, rappresentanti i principi degli apostoli Pietro e Paolo;
il primo de' quali è opera d’ Ignazio Jacometti, l’altro fu model-
lato da Salvatore Revelli, ed eseguito in marmo dallo scolare,
di lui, Gioachino Doppieri, dopo la morte del maestro.
Passando ora ad osservare la continuazione degli affreschi
relativi alla vita di s. Paolo, coloriti nelle pareti laterali di que-
sta navata, e volendone seguire 1’ ordine cronologico, incomin-
ceremo da quello prossimo all’arco di Placidia, e che rimane a
destra di chi osserva l’arco stesso. — Questo 1° affresco rap-
presenta T imposizione delle mani sui santi apostoli Paolo e Bar-
naba, nella chiesa d’ Antiochia (1). — Il 2°, ha per soggetto
s. Paolo avanti il proconsole Sergio in Pafo, nel punto in cui il
mago Elima rimane cieco: ambedue questi dipinti sono opera di
Cesare Mariani. — Il 3°, offreci s. Paolo e s. Barnaba che impe-
discono al popolo di Listra di far loro sacrifizio, lavoro di Ce-
sare Marianicci. — Il 4°, dello stesso artefice, figura s. Paolo
trascinato fuori di Listra dai Giudei, credendolo morto. — 11 5°
(1) Questo affresco, come accennammo in nota alla pag. 351, in ordine cronolo-
gico, è l’ottavo.
Digitized by Google
356 Sesta Giornata.
affresco esprime la visione che ebbe s. Paolo stando nella Troa-
de, lavoro di Luigi Cochetti, il quale condusse pure il 6° dipinto,
rappresentandovi s. Paolo che Ubera dal demonio la donna che
si teneva come indovina. — Il 7° affresco, opera di Vincenzo Mo-
rani, figura Paolo e Sila, battuti colle verghe d’ ordine del ma-
gistrato della città di Filippi. — L’ 8°, eseguito da Giuseppe
Sereni, offreci la liberazione di s. Paolo e di Sila dal carcere di
FiUppi, e la conseguente conversione alla fede cristiana del car-
ceriere e deUa sua famigUa. — Il 9°, rappresenta s. Paolo dispu-
tante nell’areopago di Atene, opera di Gio. Battista Pianello. — Il
10°, s. Paolo alloggiato in Corinto, presso Aquila e Priscilla, di
Domenico Toietti. — L’ 11°, ultimo affresco di questo lato, espri-
me il santo apostolo che in Efeso brucia i libri riprovevoh, la-
voro di Casimiro De Rossi. — Il 12°, ossia il primo dell’opposto
lato, rappresenta s. Paolo che risuscita Eutico nella Troade,
opera di Paolo Spezia. — Il 13°, s. Paolo esortante i seniori di
Efeso a vigilare sul governo della chiesa, di Marcello Sozzi. —
Il 14°, il profeta Acabo, il quale annunzia in Cesarea la carce-
razione di s. Paolo che avrebbe effetto in Gerusalemme, di Ro-
berto Bompiani. — Il 15°, il Santo che in Gerusalemme esponeva
ai seniori i misteri della fede, di Cesare Dies. — Il 16°, s. Paolo
trascinato fuori del tempio di Gerusalemme dal popolo conci-
tatogU contro, di Francesco Grandi. — Il 17°, il santo apostolo
condotto fra catene alla prigione negli accampamenti vicini a
Gerusalemme, dello stesso Grandi. — Il 18°, s. Paolo che va
esente dalla tortura e dai flagelli, dichiarandosi cittadino romano,
del cav. Natale Carta. — Il 19°, l’apparizione del Redentore a
s. Paolo entro il carcere degh accampamenti, di Domenico Bar-
tolini. — Il 20°, il Santo innanzi al preside di Cesarea, Felice,
dello stesso Bartolini. — Il 21°, s. Paolo che, assalito dalla tem-
pesta presso l’isola di Candia, assicura i compagni di viaggio,
che sarebbero salvi, lavoro di Achille Scaccioni. — 1122°, san
Paolo che coi compagni approdato dopo la tempesta in Malta,
nel gittare dei sarmenti sul fuoco, una vipera gh si attorciglia
alla mano senza nuocergli, del medesimo Scaccioni (1).
Al disotto degli affreschi da noi osservati, e proprio nell’im-
basamento di dove elevasi l’ordine architettonico, si vede il pro-
seguimento dei ritratti dei papi, condotti in musaico, la serie
• (1) Quest’ affresco, nella serie cronologica, è il 29°, dopo cui la serie continua e
rimane compiuta nel corrispondente lato della nave traversa, come si accennò in
nota alla pag. 351 .
Digitized by Google
Basilica di s. Paolo.
357
de’ quali rimane compiuta sotto le navi propinque. Il soffitto di
questa navata è diviso anch’esso in cassettoni, ricchi di ornati
messi ad oro, e nel mezzo campeggia lo stemma del pontefide
Pio IX, che, il 10 dicembre del 1854, consacrò per intero la ba-
silica in discorso. A rendere compiuta la descrizione di questa
immensa e sontuosa navata, accenneremo la splendida decora-
zione che adorna la porta di mezzo. Essa rimane fiancheggiata,
conforme si disse a suo luogo, dalle due superbe colonne di a-
labastro orientale con basi e capitelli di marmo bianco, e coi lo-
ro contropilastri in tutto simib. Le dette colonne sostengono un
magnifico architrave con sua cornice, avente al disopra l’arme
del pontefice Pio IX, retta da due genii alati, dei quali, quello
a destra de’ riguardanti, fu scolpito dal Jacometti, l’altro dal
Revelli.
Passando finalmente nelle navi laterali, in esse si rende so-
prattutto rimarchevole la decorazione delle due navi estreme,
ciascuna delle quali va adorna di 22 pilastri di bel cipollino, i qua-
li corrispondono in prospetto alle colonne di granito del Sem-
pione che le dividono dalle altre due navi minori. I detti pilastri,
che, del pari alle colonne, hanno basi e capitelli d’ordine corin-
tio in marmo bianco, risaltano mirabilmente sulle pareti rivesti-
te di ricchi e svariati marmi, e sostengono gli archi fra’ quali
si scorgono alternativamente una nicchia ed una finestra, quelle
e queste di forma arcuata.
Le dette finestre, in numero di 20, hanno cristalli, dipinti a
smalto dall’abile artista Antonio Moroni di Ravenna, e vi figu-
rano i dodici apostoli, quattro principali dottori della chiesa la-
tina, e quattro della chiesa greca. Gli apostoli furono ritratti da
quelli dipinti a fresco, sui cartoni di Raffaello, nella chiesa dei
santi Vincenzo ed Anastasio alle Tre Fontane. Anche l’originale
di uno dei dottori della chiesa latina, cioè di s. Agostino, usci
di mano di quel sommo dipintore, e gli altri tre furono copiati
da opere classiche di altrettanti celebri maestri de’ secoli passa-
ti. In quanto poi ai quattro dottori della chiesa greca, sono essi
repliche di quelli dipinti dal Domenicliino nella chiesa dell’ab-
bazia di Grotta Ferrata. I soffitti delle descritte due navate, co-
me pure delle altre due ad esse contigue, sono in bella armonia
con quelli della navata di mezzo e della nave traversa (1).
(1) Sulla basili^ Ostiense, distrutta dall'incendio del 1823, scrissero dottamente
monsig. Niccola-Maria Nicolai, ed altri celebri autori. In quanto poi alla primiti-
va basilica Ostiense edificata da Costantino, ne esiste una memoria eruditamente
scritta daU'architetto Paolo ttelloni, romano, da cui venne pubblicata nel 1853,
con analoga pianta.
Digitized by Googlf
Sesta Giornata.
358
Congiunto a questa basilica esiste un bel chiostro circondato
d’arcate sorrette da colonnine, nella massima parte incrostate di
musaici, al pari del cornicione. Il chiostro fu costruito circa il
1215, e sotto i suoi portici si osservano alcuni antichi marmi, e
molte iscrizioni incassate nei muri. — Uscendo di qui, dopo un
miglio circa, si trova la
CHIESA DI S . PAOLO ALLE TRE FONTANE.
Gli antichi cristiani eressero tre chiese in questo celebre luo-
go, denominato ad Aquari Sa Mas. Di esse, quella sacra all’a-
postolo s. Paolo, costruita nel luogo stesso ove fu decapitato,
venne rinnovata nel 1590 dal cardinale Aldobrandini, con archi-
tetture di Giacomo Della Porta che diedele una bella facciata.
Nell’interno sono due altari, e vi si trovano anche le tre scatu-
rigini d’acqua, che si credono miracolosamente sgorgate nei
luoghi ove fece i tre salti il capo troncato del santo apostolo.
Queste fonti sono decorate, a foggia di altari, con colonne di
verde antico, e vicino alla prima avvi una colonna a cui si vuole
che s. Paolo venisse legato prima del martirio. Sopra uno dei
due sopraindicati altari si osserva un quadro rappresentante la
crocifissione di s. Pietro, copia del dipinto di Guido Reni che si
ammira nel Vaticano. Sull’altro, adorno con colonne di rarissi-
mo porfido nero, si vede la decollaziane di s. Paolo, opera di
Bernardino Passerotto.
Innanzi alla descritta chiesa si trova quella dedicata ai santi
Vincenzo ed Anastasio, eretta nel 624 dal pontefice Onorio I,
ristorata nel 772 da Adriano I, e rinnovata poi da s. Leone III.
Carlo Magno la dotò di città, castella, ecc. conforme leggiamo
nell’Ughelli che fu abbate di questo luogo. L’architettura di es-
sa è gotica, ed ha tre navate divise da pilastri, sui quali sono di-
pinti a fresco i dodici apostoli, eseguiti coi disegni di Raffaello;
ma poscia assai deturpati dai pessimi ristauri.
L’altra chiesa fu dedicata alla Madonna, sotto l’invocazione
di s. Maria Scala Cali, e venne eretta sul cimiterio di s. Zeno-
ne. Il cardinale Alessandro Farnese la fece rinnovare nel 1582
coi disegni delVignola; ma fu compiuta dal card. Pietro Aldo-
brandini, colla direzione di Giambattista Della Porta. La sua
forma 6 ottagona, terminata da una cupola. Nella tribuna si
scorge un musaico eseguito da Francesco Zucca, fiorentino, sui
cartoni del De Vecchi, e si ritiene come la prima opera in mu-
saico che i moderni conducessero con buon gusto.
Digitized by Google
Porta s. Paolo.
359
Tornando alla basilica di s. Paolo, e mettendosi per la gran-
de strada che dirittamente conduce in città, fatto un miglio, si
trova la
TORTA S. PAOLO.
Nell'ampliamento del circuito di Roma, venne essa sostituita
a parecchie altre porte del recinto antico, come sono la Trige-
mina, la Minaci a, la Navalis e la Lavernalis, e fu detta Ostien-
se, perchè posta sulla via di Ostia; ma in seguito prese il nome
attuale, a causa della basilica di s. Paolo a cui conduce. Belisa-
rio riedificolla sul moderno livello, quasi 6 metri più alto dell’an-
tico; e la porta interna, che sembra di più antica data, ha due
fornici. Sì fatte porte doppie, che tanto spesso si trovano nelle
città antiche, servivano forse per comodo del popolo che poteva
uscire dall’una, ed entrare dall’altra. — Nelle mura della città, a
sinistra entrando, scorgesi incastrata la grande
PIRAMIDE DI CAIO CESTIO.
Questo superbo monumento sepolcrale, il meglio conservato
fra quelli che ci pervennero dall’antica Roma, è foggiato a gui-
sa di piramide quadrilatera, ad imitazione delle piramidi di Egit-
to. Venne esso costruito in 330 giorni per deporvi il cenere di
Caio Cestio, conforme aveva egli ordinato nel suo testamento,
siccome appunto è indicato nell’iscrizione che si legge nella fac-
cia che guarda la strada, per di sotto ad un’altra iscrizione po-
sta in onore dello stesso Caio Cpstio. Questa gxan mole è rive-
stita di grandi massi di marmo bianco. L’altezza della piramide
è di 36 met. e 30 c., e ciascuna delle sue facce ha, nella base,
28 met. e 78 c. di estensione. Essa riposa su di un sodo in tra-
vertini, ed il suo nucleo è murato in iscaglie di tufa e d’altre
pietre, ed ha 8 met. di spessezza in ogni senso. La cella sepol-
crale, che resta a livello del basamento, è lunga 5 met. e 75 c.,
larga 4 met.. alta 4 met. e 20 c., ed ha la volta a tutto sesto.
Le pareti di essa cella erano dipinte a differenti scomparti, con
candelabri di svelta, ed elegante forma, e vi si scorgevano delle
figure con tibie, vasi, ed offerte; la volta poi era abbellita con
alcuni genii alati. Siffatte pitture, delle quali rimangono appena
le tracce, furono pubblicate dal Falconieri, illustre archeologo
del secolo XVII. Caio Cestio fu uno dei Septemviri degli epu-
loni, che apparecchiavano le epula, cioè i banchetti per gli dei,
in ispecie per Giove, la qual eeremonia era detta Lee tis temimi ,
Digitized by Google
360
Sesta Giornata.
e soleva aver luogo nei templi in occasioni di segnalate vittorie,
o allorquando la repubblica era minacciata da qualche grande
calamità.
Alessandro VII fece ristorare questa piramide che aveva sof-
ferto assai: ed in tale occasione, nell’ abbassare il terreno, che la
copriva in alcun punto fino a quasi 5 met., si scopersero due ca-
pitelli assai bene lavorati, e due colonne scansiate di marmo,
che vennero collocate agli angoli occidentali della piramide.
Furono scoperti ancora due piedistalli, ed un piede di bronzo
che si osserva nel museo Capitolino, il quale formava parte del-
la statua colossale di Caio Cestio. Que’ piedistalli portano am-
bedue la medesima iscrizione, da cui veniamo a sapere che Caio
Cestio fu contemporaneo di Agrippa.
Vicino alla descritta piramide sono due cimiterii per gli acat-
tolici, ed è per ciò che ivi si osservano molte iscrizioni sepolcra-
li e parecchi sepolcri, alcuni de’ quali sono costruiti con assai
buon gusto. Scavando la fossa di recinto del vecchio cimiterio
si scoperse il pavimento dell’antica strada che poneva in comu-
nicazione la primitiva strada di Ostia con quella di Laureato, e
si trovarono anche alquante antichità, la memoria delle quali fu
conservata in una iscrizione sul muro del fosso. — Non lungi
da questa piramide si osserva il
MONTE TE8TACCIO.
Questo monte ebbe il nome di testaceo (per corruzione testac-
cio) dalla sua formazione, poiché si compone di frammenti di
vasi di creta cotta, chiamati testa in latino, e s’ignora la sua o-
rigine, non essendovi autorità antica che ne faccia ricordo. Esso
ha 52 metri di altezza e 1,448 di circopferenza. H silenzio degli
autori antichi ed i sepolcri che furono scoperti sotto questa col-
linetta, i quali erano pieni di frammenti dei vasi suddetti, rendo-
no probabile l’opinione che essa venisse formata nell’epoca della
decadenza. Si sa che in Roma si faceva grand’uso di vasi di cre-
ta cotta, per mantener fresca l’acqua e per conservare il vino,
Folio e le ceneri dei defunti, ed anche per altri usi. A piedi di
questa collinetta artificiale furono aperte tutt’intorno delle grot-
te, che essendo freschissime, sono eccellenti per conservare il
vino. Dalla vetta di questo monte si gode una bellissima veduta
delle vicinanze di Roma, ed il Pussino seppe trarne assai buon
partito.
Uscendo dal recinto di Testaccio, si scorge di prospetto, sul-
l’ Aventino, la faccia di un bastione che forma parte delle forti-
Digitized by Google
Navalia.
361
ficazioni che Paolo III voleva erigere per render sicura questa
parte della città. L’esècuzione di questa grande opera, non mai
compiuta, venne affidata all’architetto Antonio Picconi da s.
Gallo. Altre vestigia di questa linea di fortificazioni esistono
sotto la chiesa di s. Saba; e un gran bastione denominato di San-
gallo, e di cui si fa menzione nella storia dell'architettura milita^
re moderna, sussiste tuttora fra la porta s. Paolo, e la portas. Se-
bastiano, congiunto alle mura della città.
Proseguendo il cammino per la via maestra, s’incontra un ar-
co in mattoni, detto di s. Lazzaro a cagione del romitorio che
gli stadi fianco. Quest’arco, sebbene ristourato, palesa colla sua
costruzione che formava parte eh un edifizio dell’epoca del deca-
dimento delle arti, e forse apparteneva ai granaj pubblici che
erano in questi dintorni. Fra quelli di essi granaj, che Vittore
accenna come esistenti in questo quartiere, quivi potevano esse-
re quelli di Aniceto.
Si perviene poi al piazzale aperto da Leone XII pel deposito
de’ marmi che si sbarcano dal Tevere. Da questo piazzale, in-
camminandosi lungo la riva del fiume, e seguendone il corso,
dopo mezzo miglio circa si giunge al luogo, ove, a lato della
vigna già Cesarini, oggi Torlonia, si discoprirono gli antichi
NAVALIA.
Con questo nome era chiamato anticamente il luogo ove ap-
prodavano le navi che risalivano il Tevere, ed ove venivano sbar-
cate le tnerei di cui erano cariche. Tito Livio, narrando reiezio-
ne di Cincinnato, dice, che questo luogo rimaneva sulla riva si-
nistra del fiume, e non sulla diritta, come erroneamente prete-
sero alcuni scrittori moderni. Altri passi del medesimo storico
confermano questb fatto, e provano che i Navalìa esistevano
fuori della porta Trigemina, la quale rimaneva alle radici del-
l’ Aventino, cioè vicino agli odierni magazzini del sale. Nella
suindicata vigna Cesarini-Torlonia esistono dei ruderi assai con-
siderevoli, che sembrano appartenenti al principio del VII seco-
lo di Roma, e sono costruiti con piccoli poligoni di tufa; costru-
zione che gli antichi chiamavano opus incertum. I più dotti ar-
cheologi furono di parere che questi ruderi appartenessero al-
l’antico arsenale, inerente ai Navalia. Entro la suddetta vigna
si trovarono, in più volte, molti massi di marmi diversi, alcuni
de’ quali colla data della trasmissione; e nella contigua riva del
Tevere, in seguito di un’alluvione straordinaria, avvenuta sotto
16
Digitized by Google
362
Sesia Giornata.
il pontificato di Gregorio XVI, ebbe luogo il discoprimento del-
le due superbe colonne di paonazzetto che, in passato, arricchi-
vano il museo Lateranense. Tali scoperte provarono ad eviden-
za che quivi era il deposito di marmi trasmessi a Roma dalle di-
verse regioni dell’impero; per cui questa contrada appellasi via
della Marmorata. Le stesse scoperte, appoggiate dai passi di
Tito Livio, sopra citati, indussero a credere che non lungi da
questo luogo dovessero essere gli antichi N avalla. Ad onta pe-
rò di quanto abbiamo accennato, giammai si pensò di praticare
appositi scavi sui luoghi delle ricordate scoperte, per conoscere,
precisamente, almeno la posizione dei Navalia dell’antica Roma.
Il munifico pontefice Pio IX peraltro ad insinuazione del ba-
rone Ercole Visconti, commissario delle antichità, ordinava, allo
scopo suindicato, che, lungo la riva del Tevere, rispondente a
lato della surricordata vigna Cesarini-Torlonia, venissero ese-
guiti degli scavi, da essere condotti, conseguentemente, colla
direzione del Visconti.
Infatti mediante tali scavi , incominciati nel 1867, non solo
si venne a conoscere il luogo preciso dei Navalia in discorso;
ma ne tornarono eziandio in luce alcuni scali, benissimo conser-
vati, munito ciascuno di un grande blocco di travertino, forato,
per l’ormeggio delle navi; ed in uno di essi scali, cioè in quel-
lo destinato per lo sbarco del vino, si è conservata la relativa
insegna di un’anfora in bassorilievo. Si scoprirono anche gli
accessi pe’ quali dagli scah si passava all’interno dell’emporio.
Inoltre, nella bassa ripa del fiume, si scoperse un largo gradino
solidamente costruito, e munito di finimenti in pietra tiburtina,
che per lungo tratto sono di perfetta conservazione. Alla sco-
perta poi delle accennate costruzioni, vuoisi aggiungere il ri-
trovamento di oltre a 100 blocchi di pregiati marmi, cioè: affri-
cano, caristio, milesio ecc. Nel tempo stesso si rinvennero più
di 500 pezzi fra giallo antico e serpentino; grande quantità di
pezzi di rosso antico, di alabastri, di brecce, di verde antico ecc . ;
come ancora si trovò gran parte di una colonna di affricano del
diametro di un metro e mezzo, avendone quasi sei in lunghezza.
Nel medio evo questa riva del Tevere ebbe il nome di Ripa
Graeca (riva greca), mentre la opposta chiama vasi Ripa Ro-
maea (riva romana).
Tornando al piazzale ove oggi è lo sbarco dei marmi, veg-
gonsi a piè del monte Aventino , presso il Tevere , degli altri
avanzi di antichi granaj, forse appartenenti aneli’ essi a quelli
di Aniceto, già sopra indicati, i quali sembra occupassero tutto
Digitized by Googl
Ponte Subitelo. 363
quest’angolo della collina. — Da questo luogo, allorquando le
acque del Tevere sono basse, si scorgono i ruderi del
PONTE SLBLICIO. •
♦
Fu questo il primo ponte eretto sul Tevere. Anco Marzio fe-
celo costruire, e siccome era interamente di legno, cosi a causa
de’travi che lo componevano, si disse Pons Sublicius. Fu su
questo ponte che avvenne l’azione memoranda di Orazio Coelite,
che solo tenne fronte all’ esercito di Porsenna re di Etruria, fino
a tanto che fosse stato dietro di lui disfatto il ponte, dopo di
che egli lanciossi nel Tevere, ed a nuoto guadagnò la sponda.
La tema di nuovamente incorrere in simil pericolo persuase a
ricostruire il ponte senza usare chiodi, allo scopo di poterlo dis-
fare con maggior prontezza. In seguito, distrutto da una inon-
dazione, venne riedificato in pietra da M. Emilio Lepido, ultimo
censore ai tempi di Augusto, ed allora si appellò ponte Emilio.
Ebbe poi un ristauro' da Antonino Pio, ma nel 180 dell’era cri-
stiana fu di nuovo in gran parte distrutto da una escrescenza del
Tevere. Gli avanzi di esso furono quasi al tutto demoliti nel
pontificato di Niccolò V, l’anno 1454, e se ne adoperarono le
pietre a formar palle da cannone. Narra la storia che da questo
ponte furono gittati nel Tevere i corpi degl’ imperatori Com-
modo ed Eliogabalo.
Andando più avanti, trovasi il magazzino ove viene purificato
e venduto il sale, e nel luogo medesimo esistettero gli antichi
magazzini di simil derrata, chiamati Saline, e la porta Trige-
mina del recinto di Roma, fatto da Servio Tullio.
In questo luogo eravi un arco dell’anno VII dell’ era volgare,
con una iscrizione portante i nomi dei consoli surrogati Publio
Cornelio Lentulo e Tito Quinto Crispino Valeriano, ma nel 1480
venne distrutto da Sisto IV per ridurre in palle da cannone i
travertini di cui era formato. Quest’arco era stato eretto per
servire d’ingresso a’ magazzini del sale, ed è molto probabile che
fosse situato nel luogo stesso ove si osserva un arco moderno
che serve di passaggio in questa parte della città. — La collina
che qui vedesi dominare, è il
MONTE A VENTI NO.
Può somigliarsi la detta collina ad un pentagono di 10,800
piedi antichi in circonferenza, senza tener conto di alcune pic-
10'
Digitized by Google
Sesta Giornata.
3(54
4
cole irregolarità; di guisa che si deve ritenere per giusta la mi-
sura di 18 stadii, ossia 11,259 piedi che ad essa assegna Dionigi
d’ Alicamasso. La sua elevazione di 42 metri al disopra del li-
velle del mare, fa prova eh’ esso è il più basso de’ sette colli di
Roma. Negli antichi scrittori s’incontrano parecchie etimologie
del nome di questo colle, e qualcuno lo fa derivare da ab ad-
ventu, cioè a dire dall’ arrivo de’ popoli latini al tempio di Diana
erettovi da Servio Tullio; mentre altri lo fanno derivare dal do-
vervisi recare in barca, perchè, trovandosi anticamente attor-
niato da paludi, rimaneva affatto disgiunto dagli altri colli; o pure
ab avibus, ossia dagli uccelli di cui Remo si valse per prendere
gli augurii. Finalmente, credono alcuni che Romolo avendo as-
segnato questo monte per dimora ai Sabini che aveva accolti,
questi lo chiamassero Aventino, dal nome del fiume Avente nel
territorio di Rieti. Tuttavia, fra tanto numero di etimologie, la
meglio fondata è quella che fa derivare questo nome da Àven-
tino, re di Alba, che fu sepolto in esso colle, il quale in antece-
denza era detto Murcus, o Murciae, antico nome dato dai La-
tini a Venere, derivante da Murtus ossia Myrtus , pianta a lei
sacra, e di cui era rivestito in parte il monte stesso.
Anco Marzio lo comprese nella città, e lo destinò per dimora
delle popolazioni del Lazio da lui soggiog-ate, e soprattutto de-
gli abitanti di Politorio, Tellene e Ficana; non fu compreso
peraltro nel pomoerium prima del regno di Claudio,- conforme
abbiamo da Tacito e da Aulo Gellio. Su questo monte vennero
successivamente eretti grandi edifizi, all’ epoca dei re, in quella
della repubblica, e sotto l’impero. Fra tali edifizi primeggiava-
no: il tempio di Diana, quelli di Giunone Regina, della dea Bona
e di Minerva: T Armilustro, il portico della Libertà, il palazzo
di Sara, e quello di Traiano quando era privata persona, e le
terme di Varo e di Decio. Ad onta di ciò, oggidì è questo il più
deserto dei sette colli di Roma, e gli edifizi che lo adornavano
scomparvero in guisa tale, che appena si può assegnare, all’ in-
circa, il luogo delle più celebri fra le ricordate fabbriche. Nel
novero degli avanzi che si scorgono su questo colle, credesi che
quelli sui quali sorge la chiesa di s. Prisca appartengano al pa-
lazzo di Sura, e che gli altri di prospetto alla porta s. Paolo sia-
no gli avanzi delle terme di Varo.
Al presente si ascende alla collina por quattro diverse strade,
che seguono l’andamento delle antiche vie, colle quali comuni-
cavano tutti gli altri sentieri antichi. La prima strada rimane
incontro alla porta di Testaccio , nella direzione della antica porta
Digitìzed by Google
Chiesa di s. Maria Aventinense. 365
Navale; la seconda conduce a s. Prisca; la terza, esistente vicino
alle carceri del circo Massimo, corrisponde all’antico clivus Pu-
blicius, ove si riunisce anche la quarta strada, e per questa ap-
punto ascenderemo sulla collina. Essa oggi appellasi via di s.
Salina: ha origine presso la chiesetta di s. Anna che si trova a
destra, poco dopo oltrepassati gli attuali magazzini del sale, già
da noi accennati, e conduce alla
CHIESA DI S. MARIA AVENTINENSE.
Essa viene anche detta del Priorato, perchè spetta al priore
de’ cavalieri di Malta in Roma. Trovasi in posizione assai bella,
e dalla piazza che le sta innanzi si ha una stupenda veduta di
Roma e delle vicinanze. La fondazione di questa chiesa è sicu-
ramente anteriore al secolo XIII, e fu ristorata da s. Pio V. Ver-
so il 1765 il card. Rezzonico la ridusse nello stato attuale con
architetture del Piranesi, il quale riunì nella decorazione di essa
quanto egli sapeva in fatto d’ ornato antico, per cui risultò di
uno stile sopraccarico d’ornamenti e capricciosissimo. Nell’in-
terno si osserva un sarcofago antico su cui sono rappresentate
le Muse, e serve di sepolcro ad un vescovo Spinelli.
Un grazioso giardino rimane congiunto alla chiesa, e di quivi
si passa su d’ una piazza ornata bizzarramente dal suddetto Pi-
ranesi. La strada a destra conduce al bastione di Paolo III, ri-
cordato sopra, e fra questa strada e la piazza che s’ apre innanzi
a s. Maria del Priorato, sul ciglio della collina, esisteva il tem-
pio della dea Bona, reso- celebre dagli scritti di Cicerone. — A
sinistra del giardino del Priorato avvi la
CHIESA DI S. ALESSIO.
In queste vicinanze eravi l’ Armilustro, ove, secondo Plutar-
co, venne sepolto Tàzio , ed il cui nome deriva dall’esercizio
delle armi che ivi facevano i soldati, e dai giuochi che essi vi
celebravano nei giorni stabiliti ad onore di Marte e di Tazio. Si
pretende che quivi fosse la casa di Eufemiano senatore, padre di
s. Alessio, il quale dopo aver vissuto diciassette anni incognito
e mendico nella casa paterna, morì sotto una scala, cioè in quel-
l’ andito meschino eh’ eragli stato concesso per dimora. I mira-
coli eh’ egli operò dopo morto diedero causa all’ erezione di que-
sta chiesa, anteriore certo al secolo IX. Ai tempi di Leone III
era essa una diaconia, e nel 975 divenne una delle venti abbazie
Digitized by Google
366
Sesta Giornata.
di Roma. Martino V la concesse ai monaci girolamini. e nel 1744
venne considerevolmente risarcite dal card. Quirite. — Poco
discosto di quivi rimane la
CHIESA DI S. SABINA.
Venne edificate nel luogo ove fu la casa patema di essa santa,
vicino al tempio di Giunone Regina, eretto da Camillo dopo la
presa di Veio. La sua fondazione si ripete da un prete dell’Illi-
ria, di nome Pietro, vissuto ai tempi di Celestino I, verso il 425,
conforme si legge in una iscrizione in musaico sulla porte prin-
cipale della chiesa. Ebbe essa un ristauro nell’ anno 824, da Eu-
genio II; ed in seguito, nel 1238, da Gregorio IX, che tornò a
consacrarla. Vi furono fatti nuovi ristouri ed abbellimenti dal
card. Cesarmi, nel 1541, e da Sisto V, nel 1587. Queste chiesa
si compone di tre navate, divise da 24 colonne di marmo bianco
scanalate, d’ordine corintio. Nella cappella in fondo alla minor
nave a destra entrando, è un quadro, capolavoro di Sassoferrato,
rappresentante la Madonna del Rosario, s. Domenico e s. Cate-
rina da Siena.
Uscendo da queste chiesa si vedono a sinistra gli avanzi del
recinto del castello, che papa Onorio III fece edificare su que-
ste parte dell’ Aventino ove egli abitava. — Discendendo perla
strada a destra, e volgendo a diritta, si giunge alla
CHIESA DI S. PRISCA.
Essa è antichissima , giacché , secondo una pia tradizione ,
venne eretta sul luogo ove era la casa della santa titolare, nella
quale dicesi che l’apostolo s. Pietro la battezzasse unitamente
ad altri pagani, dopo averli convertiti alla fede. S. Eutichiano
papa la consacrò nel 280. Adriano I e Callisto III la ristorarono,
ed il card. Benedetto Giustiniani fece erigere la facciata coi di-
segni di Carlo Lombardi, che ne ridusse l’interno come oggi si
vede. Nel 1798 rimase in abbandono, ma in seguito venne risar-
cite di nuovo. Essa è divisa in tre navi da quattordici colonne
antiche: vi si scorgono alcuni affreschi del Fontebuoni, ed il
Passignani colorì il quadro dell’ alter maggiore. •
Incontro a queste chiesa, nella vigna già Sculteis, esisteva il
rinomato tempio di Diana, edificato da Servio Tullio, come cen-
tro della confederazione latina. A lato al detto tempio era quello
di Minerva, soprannomata Aventinensis, a causa del colle su cui
sorgeva il tempio a lei sacro.
Digitìzed by Google
Chiesa di s. Maria in Cosmedin. 367
Nella vigna a sinistra della chiesa stessa si veggono gli avan-
zi dell’acquidotto e del castello dell’ acquaClaudia, fatti costruire
da Traiano allorquando condusse una porzione di tale acqua sul-
1’ Aventino. — Tornando al Clivus Publicius , si scende per
esso alla
CHIESA DI S. MARIA IX COSMEDIX.
Questa chiesa fu eretta sugli avanzi d’uu antico tempio che
da taluni fu creduto quello della Pudicizia Patrizia, e da altri
della Fortuna o di Matuta; ma sulle autorità di Dionisio d’ Ali-
carnasso,di Vitruvio, di Tacito e di Plinio, è forza convenire che
gli avanzi del tempio ancora visibili, sopra i quali sorge la chie-
sa, appartengano al tempio di Cerere e di Proserpina, edificato
nel secolo III di Roma. Si vede tuttora una parte della cella co-
strutta in grandi massi di travertino, e si scorgono otto colonne
del peristilio, di marmo bianco, scanalate, d’ordine composito,
ed aventi 2 met. e 25 cent, di circonferenza. Sei di tali colonne
sono incassate nei muri della chiesa, le altre due veggonsi in
una specie di stanza che precede la sacrestia ; e dall’ intaglio
de’ capitelli si conosce che il tempio fu riedificato quando le
belle arti erano in fiore, cioè ai tempi di Tiberio, il quale, a detto
di Tacito, lo consacrò.
Il pontefice Adriano I, nel 782 rifabbricò la chiesa di cui si
tratta, la ornò anche assai riccamente, e per ciò le fu aggiunto
l’appellativo in Cosmedin, parola derivante dalla voce greca,
y.oapoj, che suona ornamento. Veniva detta eziandio in Schola
graeca, perchè una scuola, o confraternita greca eravi annessa.
Al presente il volgo la chiama la Bocca della Verità, a causa
d’una gran pietra rotonda di marmo venato, posta sotto il por-
tico e foggiata a guisa di una maschera del dio Pane: essa ha
la bocca e gli occhi forati, e si suol dire ai fanciulli che, ponendo
la mano in quella bocca, se essi avessero proferito delle menzo-
gne, non potrebbero ritraimela. Siffatto marmo, essendo conca-
vo, deve aver servito d’imbocco a qualche cloaca.
L’interno di questa chiesa è diviso in tre navi da 12 antiche
colonne di differenti marmi, con capitelli gli uni dissimili dagli
altri, ed il suo pavimento si compone d’una specie di musaico
in pietre dure, che chiamasi opus Alexandrinum. Vi si veggo-
no gli amboni di dove anticamente si leggevano le epistole e gli
evangelii, come pure si vede nella tribuna un seggio papale in
marmo, conforme se ne osservarono altri in parecchie chiese
antic'ie. Nell’alto della tribuna avvi un’immagine di Maria, di
Digitized by Google
368
Sesta Giornata.
quelle che vennero portate dalla Grecia in Boma. L’altar mag-
giore sorge isolato, ed è coperto da nn baldacchino sostenuto
da quattro colonne di granito: sotto l’altare è un’urna pure di
granito, in cui sono racchiuse alcune reliquie. Inferiormente al-
la tribuna esiste l’antica confessione, la quale, dopo essere ri-
masta incognita per circa due secoli, fu scoperta nel 1747, ed
allora fti ridotta nello stato attuale. In questa antica basilica,
correndo il 1118, Gelasio II fu eletto papa, e vi fu proclamato
l’antipapa Benedetto XII.
Vuoisi osservare sulla piazza, in cui trovasi la descritta chie-
sa, la bella fontana fatta erigere da Clemente XI coi disegni di
Carlo Bizzaccheri, la quale si compone d’un ampio bacino nel
cui mezzo sorge uno scoglio sormontato da due Sirene che reg-
gono una conchiglia da dove sgorga l’acqua in un zampillo.
Da un lato della piazza si ammira il
TEMPIO DI VESTA.
Fra le opinioni che si posero in campo circa la vera denomi-
nazione di questo tempio, la più verosimile è quella che lo ascri-
ve a Vesta, quantunque non si deve credere che sia il celebre
tempio eretto da Numa a tale divinità, ed ove era custodito il
Palladio , poiché si fece' osservare che questo sorgeva nel Foro,
alle radici del Palatino. Sembra dunque che quello di cui si par-
la entri nel novero di que’ templi di Vesta che esistevano in o-
gni Curia, conforme fh istituito da Numa. Questa opinione si
basa principalmente sopra la forma rotonda del tempio, sulla di-
rezione della porta, rivolta verso l’est, sulla denominazione di
s. Maria del Sole che, fin dai tempi di mezzo, fu data alla chie-
sa, e finalmente su d’una antica tradizione. Stando allo stile,
sembra che il tempio fosse rifatto sul cadere del II secolo del-
l’impero, e dalla costruzione se ne rileva la magnificenza. L’an-
tico muro della cella, di forma circolare, è tutto di marmobian-
co ed i massi sono assai bene congiunti; le 19 colonne corintie
scanalate, di marmo bianco, le quali sono all’esterno, sorgono
su parecchi gradini, costituendo un portico circolare di 178 pie-
di antichi di circonferenza: manca l’edilìzio di una colonna, del-
l’intero cornicione e dell’antica copertura. Il diametro della cel-
la è di 28 piedi, quello delle colonne di 3, e la loro altezza, com-
presi la base ed il capitello, ascende a 36 piedi.
In riva al Tevere, dietro il tempio diVesta, si scorge lo sboc-
co della Cloaca Massima, da noi osservatasi Velabro, e nella
strada a destra di chi guarda il tempio stesso, si trova il
Digilized by Google
empi? "W s £ k
Digitized by Google
TCEMIPE© IBI VESIA
Digitized by Google
Tempio della Fortuna Virile.
369
TEMPIO DELLA FORTUNA VIRILE.
Antichissima è l’origine di esso tempio, essendo stato eretto
da Servio Tullio, sesto re di Roma, il quale fu specialmente de-
voto al culto della Fortuna, perchè, sebbene nato schiavo, ave-
vaio innalzato al trono. In seguito il detto tempio, dopo i danni
ricevuti da un incendio, venne ristorato. Esso ha 32 met. e 10
c. in lunghezza, su 16 met. e 5 c. di larghezza, ed è costruito
con gran parsimonia di materiali, essendo intieramente in pietra
del paese. Vi si osservano quattro colonne in prospetto, sette di
lato, delle quali, due solamente erano isolate al pari delle quat-
tro di prospetto; ma allorquando il tempiovenne mutato in chie-
sa, gl’intercolunnii rimasero chiusi. Le ricordate colonne, aven-
ti 8 met. e 97 c. di altezza, sono di ordine ionico, scanalate: so-
pra di esse ricorre un cornicione in travertino, il cui fregio era. *
ornato di festoni sorretti da genii, e tramezzati da bucranii e da
candelabri, ogni cosa in istucco, e perciò perita. Il frontespizio
che corona la facciata, e l’altro dall’opposto lato, hanno assai
belle proporzioni. Il tempio si eleva su d’un alto basamento, al-
tre volte interrato, e che venne scoperto nel 1830 fino a livello
dell’antica strada.
Questo antico edifizio, circa l’anno 872, fu ridotto a chiesa,
dedicandola alla Madonna. Il quadro dell’ aitar maggiore è di
Federico Zuccari che vi rappresentò s. Maria Egiziaca, essen-
doché, fin dal secolo XVI, la chiesa fu intitolata a questa santa
penitente. — Incontro al prospetto del descritto tempio, si os-
serva la
CASA DETTA DI COLA DI RIENZO.
Questa vecchia fabbrica presenta un ammasso capriccioso di ' . ■
frammenti antichi di ogni epoca, ed un esempio dell’architettu-
ra romana del secolo XI: essa appartenne a Niccola, figlio d>
Crescenzio, la cui famiglia era, di quel tempo, potentissima in
Roma. Al di sopra dell’antica porta, oggi murata, e che rimane
nell’angusta via della Fontanella, si legge un'iscrizione del XII
secolo, composta in versi latini rimati, la quale dice, che Nic-
cola, figlio di Crescenzio e di Teodora, donò questa casa a Da-
vid suo figlio. Sia che il nome che vi si legge di Niccola figlio
di Crescenzio, desse origine di attribuirla a 'Niccola, figlio di Lo-
renzo o di Rienzo, tribuno di Roma, sia perchè veramente que-
sto tribuno ne divenisse possessore circa tre secoli dopo, cioè
nel 1347, certo è che essa oggi viene comunemente detta la ca-
16**
Digitized by Google
370
Sesta Giornata.
sa di Niccola di Rienzo,- Casa di Cola di Rienzo, sebbene dal
volgo si conosca pure col nome di Casa di Pilato. — Non lun-
gi da essa, si osserva in riva al Tevere un ponte in filo di ferro
appoggiato, da un lato, agli avanzi del
PONTE PALATINO, DETTO PONTE ROTTO.
Nei primi sei secoli di Roma, questa non aveva che due ponti,
il Sublicio cioè, ed il Palatino, e quest’ultimo fu il primo co-
struito in pietra. Fu incominciato dal censore M. Fulvio Nobi-
liore, e compiuto da Scipione Affricano e da Lucio Mummio
parimenti censori. Questo ponte era chiamato Palatino, a causa
del colle di questo nome da cui è poco lontano. Alcuni scrittori
del medio evo e dell’epoca del risorgimento delle lettere lo chia-
marono Senatorio, nome che rimane affatto sconosciuto nei
classici. La Notizia lo designa col nome di Pons Probi, lo che
rende manifesto, come questo ponte venisse riedificato da quel-
l'imperatore, il quale regnò dall’anno 276 al 281 dell’era cri-
stiana. L’alluvione del Tevere, avvenuta nel 1230, essendo papa
Gregorio IX, lo fece rovinare di nuovo, per cui questo pontefi-
ce ebbelo riedificato. In progresso di tempo, trovandosi assai
malconcio per vetusti!, Giulio III, nel 1552, portò a fine la rin-
novazione del ponte, incominciata dal suo predecessore Paolo
III, il quale avevane incaricato Michelangelo Bonarruoti ; ma
decorsi appena cinque anni una piena straordinaria del Tevere
ne distrusse nuovamente gran parte: e ciò non sarebbe forse
accaduto, se l’opera fosse stata condotta a termine da quel ce-
lebre artefice a cui, conforme narra il Vasari, sul più bello del
lavoro, venne sostituito, dai chierici dicamera, Nanni di Baccio
Bigio, col quale avevano pattuito un cottimo, pel compimento
dell’opera. Esso però, in luogo di assodare il ponte, come aveva
incominciato Michelangelo, rifondandone primieramente i piloni:
lo indebolì di molto, assottigliandolo e scaricandolo di peso, per
vendere, a proprio vantaggio, buona parte dei travertini, coi qua-
li anticamente era stato rinfiancato, ed anche lastricato per gra-
varlo e renderlo più gagliardo e stabile.
Regnando Gregorio XIII, essendo imminente l’anno santo,
venne ricostruita la parte caduta del ponte in discorso, dirigen-
do il lavoro Matteo da Castello, architetto idraulico, e rimase
compiuto l’anno del giubileo del 1575, conforme si rileva dalla
lapide ancora esistente. La nuova riedificazione non rimase in
piedi che 23 anni, poiché andò in rovina, causa l’alluvione del
Digitized by Google
371
Ponte Palatino, detto Ponte Rotto.
Tevere nel 1598, la quale fu la maggiore di quante si abbia ri-
cordo. La rovina avvenne il 24 dicembre, pochi momenti dopo
che sul ponte era passato l’insigne cardinale Pietro Aldobrandi-
ni, nipote a Clemente Vili, recandosi ad apportare soccorsi agli
abitanti del Trastevere, circondati dalle acque straripate dal fiu-
me. Dal 1598 in poi, il descritto ponte non fu più ristorato, per
cui ebbe il nome di Ponte Rotto, che ancora conserva. Nel 1853
però, venne di nuovo reso praticabile, mediante un ponte sospe-
so di filo di ferro, congiunto coi superstiti archi di pietra; ed in
tal modo fu riaperta, da questo lato, una più breve comunicazio-
ne col Trastevere. I lavori furono eseguiti a spese di una socie-
tà francese, che ne gode il diritto del pedaggio per 99 anni.
Da questo ponte si gode d’una stupenda veduta che compren-
de ad un tempo parecchi monumenti celebri, e ricorda non po-
chi avvenimenti classici. È di quivi, infatti, che si scorgono, gli
avanzi del ponte Sublimo; la parte scoscesa dell’ Aventino, ove
esisteva la caverna di Caco; il luogo dell’accampamento di Por-
senna, e dei prati di Sccvola ( Prata Mutia), lo sbocco della
Cloaca Massima, il tempio di Vesta, l’isola di Esculapio, il pon-
te Fabricio, quello di Graziano, il Gianicolo, ecc.: tantoché si
crederebbe, ivi stando, di aver presente agli sguardi la scena
delle principali epoche della storia romana, dai re fino al decli-
nare dell’impero d’occidente.
Digitized by Google
372
ITINERARIO
DI ROMA
SETTIMA GIORNATA
DAL PONTE FABRICIO AL PONTE ELIO.
1^ er seguire I’ ordine progressivo, dopo il ponte Palatino di
cui parlammo, conviene far passaggio nel Trastevere , cioè,
nel quartiere della città che rimane sulla destra del Tevere, e
che contiene del pari monumenti ed oggetti degni d’ essere os-
servati, e meritevoli dell’attenzione dei forastieri. Una parte di
questo quartiere fu fortificata ed unita alla città da Anco Mar-
zio, quarto re di Roma, allo scopo di respingere le incursioni
degli Etruschi; e primi ad abitarla furono alcuni popoli del La-
zio, che quel re aveva conquistati. Augusto vi pose a stanza i
soldati della flotta che aveva a Ravenna, e per questo motivo,
il quartiere fu alcuna volta designato col nome di città dei Ra-
vennati. — Uno dei ponti che si passa per recarsi nel Tras-
tevere, è il
PONTE FABRICIO, DETTO QUATTRO CAPI.
Secondo le antiche iscrizioni che esistono sugli archi di esso
ponte, e stando alla storia di Dione, fu costruito nell’ anno 690
di Roma da Fabricio, (curator viarum) soprintendente alle stra- ,
de. Prese il moderno nome di ponte Quattro Capi, a causa delle
erme a quattro teste di Giano, che in passato servivano di pila-
stri alle balaustrate di bronzo formanti i parapetti; due delle
quali erme veggonsi incassate negli attuali parapetti di opera
muraria. Il ponte in discorso ha tre archi costruiti in travertino
ed in peperino, due grandi ed uno piccolo: esso conduce all’
Digitized by Google
Isola Tiberina.
ISOLA TIBERINA.
373
Dopo l’espulsione di Tarquinio il Superbo, il senato romano
concedette tutti i beni di quel re al popolo, il quale, ad isfogare
il suo sdegno contro quel tiranno, gittò nel Tevere i covoni delle
biado mietute nel campo di lui, che rimaneva lungo il fiume,
chiamato poi Campo di Marte. La quantità dei covoni fu si
grande che, la forza della corrente non potendo trasportarli, do-
po essersi arrestati in qualche banco di arena, formarono un’iso-
letta, che in seguito fu consolidata con costruzioni artificiali, e
da quel tempo venne abitata, come lo è al presente.
Nell’ anno 461 di Roma, la peste menando stragi in questa
città, il senato, dopo aver consultati i libri sibillini, mandò de-
putati al tempio di Esculapio in Epidauria, ove ebbero un serpe,
simbolo vivente di quella divinità, e recarono quel rettile in Ro-
ma, il quale scomparve in quest’isola. Per lo che in tal luogo
eressero un tempio in onore di Esculapio, ed uno spedale per
gl’infermi. Allora quest’isola venne fortificata e resa solida con
grandi massi quadri di travertino, e le fu data la forma d’ un
vascello, in memoria di quello su cui era stato portato il ser-
pente in Roma. Si fece anche scolpire sul corpo del vascello'il
busto di Esculapio col suo attributo del serpe attorcigliato ad
una verga, del quale si veggono ancora delle tracce sotto il
giardino attinente alla chiesa di s. Bartolommeo. Nell’isola stes-
sa, oltre il tempio di Esculapio, che occupava la poppa del navi-
glio, v’eran quelli di Fauno e di Giove Licaonio, e quest’ ultimo
fece dare all’isola il nome di Licaonia. Nel mezzo poi di essa
sorgeva un obelisco egizio a foggia d’ albero di nave, un fram-
mento del quale, esisteva nella villa già Albani, ed ora trovasi
in Parigi. — Sugli avanzi del tempio di Esculapio fu eretta la
CHIESA DI S. BARTOLOMMEO.
L’origine di detta chiesa risalisce ad un’epoca assai lontana,
poiché esisteva già nel 1019, e si crede che fosse fabbricata da
Ottone HI ad onore di s. Adalberto per ivi conservarne le reli-
quie. Si crede ancora che quell’imperatore facesse in seguito
collocare nella bellissima urna di porfido, che costituisce la men-
sa dell’altar maggiore, i corpi dei ss. Bartolommeo, Paolino, E-
snperanzio, Marcello e Teodoro, che esso stesso aveva recati in
Roma, per cui ebbe il nome de’ ss. Adalberto e Paolino, e po-
scia de’ ss. Adalberto e Bartolommeo, e finalmente di s.Barto-
Digitized by Google
374
Settima Giornata.
lommeo. Nell’architrave della porta principale si legge un’iscri-
zione dell’anno 1113, da cui si rileva, che sotto Pasquale II, es-
sa chiesa venne ristorata ed ornata, lo che distrugge l’assertiva
che fosse riedificata da Gelasio II, conforme si trova in qualche
descrizione di Roma. Alessandro III la decorò di una nuova con-
fessione adorna di sculture eseguite daNiccolò D’Angelo, e con-
sacrò nuovamente la chiesa. Questa confessione fu rovesciata
dalla straordinaria inondazione del Tevere nel 1557, ed in que-
sta occasione crollarono anche la navata destra e la facciata del-
la chiesa abbellita di musaici. Cosi fatte ruine vennero riparate
dai cardinali Santorio, e di Treio, coi disegni di Martino Longhi
il vecchio, il quale riedificò la facciata, decorandola con quattro
colonne di granito, ricostruì la navata destra, ed ornò l’altar
maggiore con un baldacchino sostenuto da quattro mirabili co-
lonne di porfido. Questo baldacchino venne rimosso nel 1829, e
le colonne furono trasferite al Vaticano.
Questa chiesa appartiene ai padri minori osservanti, i quali
nel 1863 impresero a ristaurarla, particolarmente nella parte
decorativa. I lavori furono diretti dal padre Goffredo di Sarde-
gna, abile pittore, appartenente all’ordine suddetto; e nel 1868
rimase compiuta la nuova e brillante decorazione.
L’interno è diviso in tre navate da 14 colonne, che si crede
appartenessero all’antico tempio di Esculapio, ma che certamen-
te hanno troppo meschine proporzioni: tredici di esse sono di
granito, una di cipollino. La navata di mezzo è stata, ora per la
prima volta, splendidamente arricchita di dorature, come pure
di una grandiosa cantoria sopra l’ingresso. Inoltre, il soffitto
venne decorato di tre nuovi quadri del suddetto padre Goffredo,
rappresentanti: s. Francesco d’ Assisi, l’Immacolata Concezione,
e s.Bartolommeo, che nel principal tempio di Albanopoli, nel-
l'Armenia Maggiore, alla presenza del re e della sua corte, e-
voca il demonio, imponendogli, in nomedi Dio, di andare a spez-
zare tutti gl'idoli di quella città, come infatti avvenne.
Passando nella piccola nave a destra, il quadro della seconda
cappella, rappresentante s. Carlo Borromeo, come ancora gli af-
freschi, tutti relativi alla vita di questo santo, sono lavori di An-
tonio Caracci. La cappella seguente ha sull’altare un quadro
del P. Carlini da Siena, dei minori osservanti, in cui dipinse s.
Francesco e s. Bonaventura; i due laterali esprimenti la morte
di s. Francesco, ed il momento in cui riceve le sacre stimmqte,
appartengono a Domenico Antonio Fiorentini.
Ascendendo alla tribuna, scorgesi l’apside intieramente deco-
rato di nuove pitture a fresco. Innanzi ad esso elevasi l’altar
Digitized by Google
Chiesa di s. Bartolommeo.
375
maggiore, che si compone dell’antica urna sopra citata, conte-
nente le sacre reliquie de’ santi martiri pur da noi accennati, i
quali, insieme a s. Adalberto, sono rappresentati nella calotta
dell’apside, ove è colorita eziandio la figura del Salvatore. Infe-
riormente, di prospetto all’altare maggiore, si vede il martirio
di s. Bartolommeo, e nei lati sono dipinte le figure di s. Fran-
cesco e di s. Chiara. Anche il soffitto di questa tribuna è stato
rimesso a nuovo ed abbellito con tre quadri, rappresentanti:
l’Annunziazione di Maria, i martiri del Giappone, ed i martiri
Gorcomiensi. In questa tribuna, lateralmente all’apside, sono
due cappelle; delle quali, quella a destra, in cui si conserva il
ss. Sacramento, va adorna di belli affreschi di Gio. Battista Mer-
cati, relativi alla vita della Madonna. Superiormente agli archi
di queste cappelle veggonsi due quadri ad olio: mio di essi rap-
presenta il divin Redentore che ordina agli apostoli la propaga-
zione del vangelo nelle regioni dell’universo; l’altro, s. Barto-
lommeo predicante in Albania. Questi due quadri, del pari che
quelli del soffitto e gli affreschi dell’apside, sono tutti lavori del
già ricordato padre Goffredo. Scendendo nell’altra navata late-
rale si osservano altri affreschi del sunnominato Caracci. Nella
cappella del Crocefisso colorì alcuni tratti della vita di Gesù
Cristo, ed in quella appresso dipinse diverse storie della vita di
Maria Vergine. Il Baglioni parlando degli affreschi eseguiti da
Antonio Caracci in questa chiesa, li loda particolarmente per il
corretto disegno e perii colorito; ma l’umidità del luogo ed i re-
stauri li hanno grandemente danneggiati.
Quasi di prospetto alla chiesa da noi osservata, avvi quella
sacra a s. Giovanni Calabita, o di Dio. Essa venne eretta nel
1640 dai padri ospitalieri, detti fratelli di s. Giovanni di Dio, o
Benf rateili, ai quali tuttora appartiene.
Annesso a questa chiesa è uno spédale diretto ed assistito dai
padri suddetti, i quali lo edificarono nel 1583, e dove si ricevo-
no soltanto gli uomini presi da malattie acute. Nel 1865, per un
lascito di Francesco Amici, romano, fu aggiunta a questo spe-
dale una sala capace di venti letti, molto bella e decente, da
servire a persone nobili e di civile condizione, ridotte in meschi-
no stato di fortuna. La costruzione di essa venne diretta dall’ar-
chitetto Francesco Azzurri, il quale nulla trascurò perchè riu-
scisse, sotto ogni riguardo, acconcia veramente all’uso cui è
destinata. — Da quest’isola si passa nel Trastevere mediante il
Digitized by Google
376
Settima Giornata.
PONTE GRAZIANO.
L’iscrizione che si vede in mezzo ad uno dei parapetti, del pari
che quella la quale si legge nelle fasce esterne del ponte; la co-
struzione di esso e la testimonianza di Simmaco, prefetto della
città, ci assicurano che fu eretto circa il 367 dell’era cristiana,
dagl’imperatori Yalentiniano, Valente e Graziano, e che prese il
nome di quest’ultimo, leggendovisi: Pontis f elide nominis Gra-
ti ani. Oggi è chiamato di s. Bartolommeo, a causa della chie-
sa ad esso santo dedicata, della quale fu parlato di sopra.
Procedendo per la strada che si apre in prospetto a questo
ponte, e volgendo per la via della Longarina, che è la seconda
a sinistra, si raggiunge il ponte Palatino, o ponte Rotto, di cui
si tenne discorso. — Di quivi dirigendosi per la via dei V ascel-
lari (corruzione di Vasellari), si trova a destra la
CHIESA DI 8. CECILIA.
Si crede che questa chiesa, osservabile per la sua antichità e
per la venerazione in cui è tenuta, fosse eretta da Urbano I cir-
ca il 230 nel luogo ove esistè la casa di s. Cecilia. Questa chie-
sa, verso l’anno 821, venne ricostruita da Pasquale II; ed in se-
guito Clemente VII diedela alle religiose benedettine, le quali
vi hanno un gran monastero annesso. Nel 1599 fu rinnovata
dal cardinale Sfrondato; nel secolo XVIII ebbe ristauri ed ab-
bellimenti dai cardinali Acquaviva; e finalmente, il card, tito-
lare Giorgio Doria, nel 1823, la ristorò colla direzione dell’ar-
chitetto Salvi, il quale stimò necessario di chiudere entro opere
murarie le 24 colonne di granito che dividevano le tre navate,
formandone altrettanti pilastri.
Nel cortile innanzi la chiesa, si osserva un gran vaso di mar-
mo, di quelli ch’erano detti canthari, i quali decoravano il cen-
tro delle corti avanti le chiese cristiane, e servivano di fonti per
l’abluzione dei fedeli. Il portico è ornato di quattro colonne,
due di granito rosso, e due di affricano, ed i musaici del fregio
appartengono al IX secolo.
Ponendo il piede nella chiesa si scorgono, a lato dell’ingresso,
due antichi sepolcri. Quello a sinistra, entrando, venne eretto
al card. Niccolò Fortiguerra, morto nel 1473, il quale fu co-
mandante dell’armata pontificia contro Sigismondo Pandolfo,
vicario di Rimino. L’altro appartiene al card. Adam Eston, in-
glese, morto nel 1398. Il Crocefisso nella cappellina a diritta è
un affresco del XV secolo.
Digitìzed by Google
Chiesa di s. Cecilia.
377
Passando nella navata destra, si trova subito un corridoio che
mette alla cappella di s. Cecilia, eretta ove anticamente era una
stufa, che si crede appartenesse alla casa della santa, e nei mu-
ri esistono ancora i condotti pe’ quali passava il calorico.il qua-
dro col martirio di s. Cecilia è della scuola di Guido, ed i paesi
nell’attiguo corridoio sono pitture di Paolo Brilli. Uscendo, si
scorge il monumento del card. Sfrondato, ricco di marmi colo-
rati, e con isculture di autore incognito. Il s. Andrea sull’altare
prossimo è del Baglioni. Viene poi la cappella delle reliquie, e
quindi l’altare della Maddalena, il cui quadro si crede opera del
suddetto Baglioni. Sull’altare della cappella in fondo alla nava-
ta si vede una Madonna di bassorilievo, scultura del XV secolo:
da un lato avvi un affresco del secolo IX, che esisteva nell’an-
tica chiesa, rappresentante l’apparizione di s. Cecilia a Pasqua-
le I, ed il momento in cui il corpo di essa viene collocato nel-
l’urna: il Bosio ne pubblicò l’incisione.
La parte più ricca di questa chiesa è senza dubbio la tribuna
coll'altar maggiore, decorato duna bella balaustrata. L’altare
è coperto da un baldacchino di marmo in istile gotico, sorretto
da quattro stupende colonne di marmo d’Aquitania, detto vol-
garmente bianco e nero. Per di sotto è il magnifico sepolcro di
s. Cecilia, adorno di marmi rari e di pietre preziose, come è pu-
re il pavimento che lo circonda. La statua della santa è un’ope-
ra sorprendente di Stefano Maderno, che la rappresentò legger-
mente vestita e giacente, giusto nel modo come si rinvenne il
suo corpo nell’urna ove ebbelo collocato Pasquale I, allorquan-
do, nel 1599, ne venne estratto per deporlo nella nuova urna.
Nella tribuna, ornata con un musaico del IX secolo, si osserva
un quadro della scuola di Guido, esprimente il martirio della
santa titolare. La cappella sotterranea, ossia confessione, con-
tiene quattro altari.
L’altare in fondo all’altra navata, ha un dipinto dello stesso
Baglioni, esprimente i ss. Pietro e Paolo. Sugli altari seguenti si
scorgono, il martirio di s. Agata, d’autore incognito; un s. Be-
nedetto del Ghezzi, ed un quadro coi ss. Stefano e Lorenzo del-
lo stesso Ghezzi. In questa navata è il monumento sepolcrale e-
retto nel 1855 al card. Brignole, morto nel 1853: questo elegan-
te monumento fu eseguito dal Re velli, d’ordine dei nipoti del-
l’illustre defunto . La coronazione della Madonna , nella volta
della navata grande, viene attribuita al Conca. — Uscendo dal-
la porta laterale, posta quasi al fine della navata destra, si vol-
ga a sinistra a lato alla chiesa, e dopo aver oltrepassato un edi-
Digitized by Google
378
Settima Giornata.
tìzio che ha il prospetto a guisa d’una c hiesa, si troverà subito,
a diritta, la magnifica ,
CHIESA DI S. MARIA DELL’ ORTO.
Una miracolosa immagine di Maria ch’era dipinta sull’ingres-
so d’un orto, diede origine e nome a questa chiesa, che fu eret-
ta nel 1512 con architetture di Giulio Romano: la facciata però
è di Martino Longhi il giovane, e nel 1762 vi furono sconcia-
mente aggiunte le piccole piramidi che vi si vedono.
L’interno ha tre navate, oltre la crocera, divise con bell’arte
da pilastri ed archi, ed è riccamente ornato con belli marmi, con
pitture e con istucchi dorati. Nella prima cappella a destra os-
servasi un’ Annunziata, dipinta a fresco da Taddeo Zuccari; ed
a Federico, fratello di lui, appartengono i tre quadri della cap-
pella appresso, rappresentanti s. Pietro, 8. Paolo, e lo sposalizio
di s. Caterina. Al Baglioni spetta Taffresco sull’altare della ter-
za cappella: e sono di Niccolò da Pesaro le pitture ch’ornano la
cappella a destra nella crocera.
I dipinti della tribuna, esprimenti alcuni fatti della vita della
Madonna, sono lavori del Baglioni, del Parodi, del Garzi e de-
gli Zuccari. L’altar maggiore, architettato da Giacomo Della
Porta, contiene l’immagine di Maria da noi ricordata sopra. Del-
le pitture che abbelliscono la volta della crocera, la Concezio-
ne e le quattro figure nei triangoli sono degli Odazzi; la risur-
rezione di Gesù è opera del Calandrucci, ed il s. Francesco, spet-
ta a Mario Garzi
Gli affreschi nella cappella a sinistra della stessa crocera ven-
nero condotti da Niccolò da Pesaro. Nella successiva cappella
si osservano tre quadri del Baglioni, cioè, una Madonna con di-
versi santi, s. Carlo Borromeo e s. Ambrogio. Nella penultima
cappella, il battesimo del Redentore appartiene a Corrado Gia-
quinto, ed i due laterali, esprimenti la decollazione del Battista,
e lo stesso santo che predica nel deserto, sono lavori delRanuc-
ci. Finalmente il ricordato Baglioni dipinse il s. Sebastiano sul-
l’altare dell’ultima cappella, ed a lui vengono pure attribuiti il
s. Bonaventura ed il s. Antonio dipinti nei lati. L’Assunta nella
volta della navata grande venne eseguita dal Calandrucci.
Uscendo dalla cliiesa, dirigetevi per la via di prospetto, quin-
di volgete a manca, poi incamminatevi pel primo vicoletto a de-
stra, e giungerete immediatamente al
Digitized by Google
379
Porto di Ripa Grande.
PORTO DI RIPA GRANDE.
Innocenzo XII, circa il 1692, fece edificare questo porto, o-
ve approdano i bastimenti provenienti dal mare, risalendo il Te-
vere, dalla sua foce di Fiumicino, pel corso di circa 24 miglia.
Lo stesso papa fece anche erigere la dogana con architetture di
Mattia De Rossi, che la decorò d’un bel portico; e, regnando
Pio VII, vi fu eretta la lanterna, che da Gregorio XVI venne
ridotta nello stato attuale. Da questo porto si gode d’una pitto-
resca veduta del colle Aventino; e vogliamo richiamare alla
mente che Porsenna, re d'Etruria, era accampato in queste vi-
cinanze, allorquando Muzio Scevola .tentò ucciderlo, e che non
essendovi riuscito, si lasciò ardere la mano alla presenza di lui.
Quest’atto eroico indusse il senato a donargli il terreno ove Por-
senna s’era accampato, e da ciò fu dato poi allo stesso campo il
nome di prata Mutia. Quivi presso, Clelia, giovinetta di nobil
famiglia romana, traversò il Tevere a nuoto, a capo delle sue
compagne, per isfuggire agli Etruschi, presso i quali erano in
ostaggio. — Fa prospetto a tutta l’estensione di questo porto,
il grande edifizio cui si dà il nome di
OSPIZIO DI S. MICHELE.
La fondazione di questo pio istituto si deve a D. Tojnmaso
Odescalclii, nipote d’ Innocenzo XI. Dopo averlo fatto erigere,
lo apri nel 1689, e vi trasferì circa 80 fanciulli che alcuni anni
prima aveva raccolti. In seguito, sotto Innocenzo XII, vi furono
ammessi i poveri fanciulli che si trovavano nel palazzo del Lu-
terano, ed anche quelli detti i Letterati, che erano stati da prin-
cipio riuniti nel 1582, per le cure caritative di Gio. Leonardo
Ceruso: tutti questi fanciulli, in numero di circa 300, vennero
affidati alla direzione dei padri delle scuole Pie.
L’ edifizio fu ampliato da Clemente XI con architetture di
Carlo Fontana, ed il medesimo pontefice vi riunì i vecchi d’am-
bo i sessi dell’ospizio di Sisto V. Egli inoltre fecevi costruire il
carcere correzionale per li giovanetti colpevoli, i quali oggi so-
no ritenuti in una prigione eretta a bella posta d’ ordine di Leo-
ne XII, presso le Carceri Nuove in via Giulia. Il ricordato
pontefice Clemente XI volle anche che fosse proseguita la fab-
brica Odescalchi, collocando nel piano superiore le scuole del-
le arti, e l’opificio degli arazzi. Clemente XII, nel 1735, fece
erigere, fra questo edifizio ed il suindicato carcere correzionale,
Digitized by Google
380
Settima Giornata.
la casa di punizione per le donne di mala vita, le quali sono oggi
recluse altrove. Pio VI , nel 1190 , aggiunsevi il conservatorio
per le giovanotte, costruito coi disegni di Niccola Forti, e vi
vennero trasferite dal palazzo Lateranense, ove da prima abita-
vano: quindi diede ad un prelato la presidenza dell’ospizio. La
facciata principale di quest’ edilìzio si estende per ben 345 me-
tri, avendone 80 di profondità, e 25 nella massima sua altezza:
il suo circuito oltrepassa mezzo miglio romano.
Questo stabilimento, oltre ad offrire un asilo caritativo ai po-
veri d’ambo i sessi resi infermi dalla vecchiezza, come pure ai
giovanetti ed alle giovanette, può dirsi un’ampia scuola d’indu-
stria. Infatti ivi si apprendono dai giovanetti le arti meccaniche
e le arti liberali: quelli che accudiscono alle prime hanno nello
stesso ospizio i loro opificii di stampatori, di legatori di libri, di
sarto, di cazolaio, di cappellaio, di tintore, di sellaio, di falegnar
me, di ebanista, ecc. Quelli che si occupano delle seconde, sotto
la direzione di abili maestri, danno opera alla fabbricazione dei
tappeti ed arazzi del genere di quelli dei Gobelins, come pure
all’intaglio in legno, alla pittura, alla scultura, all’incisione in
cammei, di medaglie ed in rame; quest’ ultima in ispecie ha dato
artisti d’alta rinomanza, quali sono un Mercuri, un Calamafc-
ta, ecc. Alcuni fra gli alunni sono impiegati negli uffizii dell’am-
ministrazione, e tutti hanno i principii delle lettere. Sonovi an-
che scuole del disegno di figura, di architettura, di ornato, di
geometria, di meccanica applicata alle arti, come ancora la
scuola di musica vocale.
A quest’ ospizio si dà il nome di s. Michele a causa della chiesa
annessavi, la quale è sacra al s. Arcangelo, e nel giorno della
festa di esso, ha luogo una esposizione pubblica dei prodotti
delle manifatture e delle opere di belle arti.
Gli alunni educati in questo ospizio, vi rimangono fino all’età
di 21 anno, ed uscendone ricevono dall’ ospizio un soccorso di 30
scudi, eguali a lire 161: 25. Le fanciulle vi sono tenute fino a
tanto ebe non si maritino, o si facciano monache: maritandosi,
viene largita loro una dote di scudi 100, pari a lire 537: 50; mo-
nacandosi, di scudi 200, ossieno lire 1075. — Dirigendosi per
la strada che rimane fra 1’ ospizio e la dogana, si trova a sini-
stra la
PORTA PORTESE.
Essa venne sostituita all'antica porta Portuensit, cosi chia-
mata perchè si usciva dalla medesima per recarsi al porto di
Digitized by Google
Porta Portese.
381
Roma: essa rimaneva a circa 120 passi oltre la città, ed era dop-
pia, cioè a due arcate come la Ostiense. Secondo l’ iscrizione che
vi si leggeva, fu opera degl’ imperatori Arcadio ed Onorio, i
quali la edificarono allorché ricostruirono le mura della città
nel 402. Il pontefice Urbano Vili fu quegli che, allorquando
nel 1643 circondò il Trastevere di nuovi baluardi, fece demolire
l’antica porta, e costruì quella attuale che rimase compiuta da
Innocenzo X. — Rientrando in città, e pigliando la strada a si-
nistra, si giunge alla
CHIESA DI S. FRANCESCO A RIPA.
Nel 1229 questa chiesa fu data ai padri dell’ordine di s. Fran-
cesco d’ Assisi. Allora essa venne riedificata da Rodolfo, conte
dell’ Anguillara, e poscia fu rinnovata dal card. Lazzaro Palla-
vicini, coi disegni di Mattia De Rossi. L’ interno ha tre navi,
divise da pilastri. Nella seconda cappella a destra, Domenico
Maria Muratori dipinse i laterali ed il s. Giovanni da Capistrano.
La Madonna con s. Giuseppe, nella successiva cappella, è opera
di Stefano Legnani. Nell’ultima, pertinente alla famiglia Palla-
vicini, il Chiari dipinse il s. Pietro d’ Alcantara con s. Pasquale
Baylon, ed anche i due piccoli ovali; i sepolcri poi dei Pallavicini
furono condotti dal Mazzuoli. L’architettura dell’altar maggiore
come pure dei due piccoli altari nei lati, è di Girolamo Rainaldi.
Nella cappella Altieri, incontro a quella dei Pallavicini, si
rende osservabile un buon quadro del Baciccio, rappresentatavi
la Nostra Donna col santo Bambinp e s. Anna. Il Cebo dipinse
la cupoletta, ed il Bernini scolpì la statua giacente della beata
Ludovica Albertoni. Il s. Michele nella cappella seguente, fu
sostituito ad un maraviglioso dipinto di Annibaie Caracci espri-
mente la Pietà, il quale si ammira oggi in Parigi. L’ Annunziata
nella cappella appresso è del Salviati, e le altre pitture sono del
Novara. Passando all' ultima cappèlla, la Concezione fu dipinto
da Martino De Vos; la Natività, da Simone Vouet, ed il qua-
dro incontro, da Pietro della Cornia. Il sepolcro nella nave gran-
de, eretto a Gioacchino Costo, fu scolpito dal Pistrucei.
Nel convento si vede la camera ove abitò il santo titolare,
oggi mutata in cappella, in cui si venerano preziose reliquie.
Di faccia alla descritta chiesa, apresi un’ ampia via, che ap-
pellasi lo stradone di». Francesco Alla metà circa del detto stra-
done si trova, a destra, la spaziosa contrada, aperto nel 1862,
a cui forma bella prospettiva la fabbrica dei tabacchi, eretto
Digitized by Google
Settima Giornata.
382
nel 1864, per ordine del pontefice Pio IX, coi disegni dell’ar-
chitetto cav. Antonio Sarti. Questo grandioso edifizio, degno
di Roma, elevasi in fondo ad una vasta piazza, decorata nel
mezzo da una fontana, costruita colla direzione dell’ architetto
Busiri, al quale si devono pure i disegni delle nuove fabbriche,
le quali attorniano la suddetta piazza.
Tornando nello stradone di s. Francesco, s’incontra subito, a
destra, la chiesa dedicata a s. Pasquale ed ai santi quaranta mar-
tiri. Poscia si passa innanzi a quella di s. Callisto; questa rimane
a sinistra e va congiunta al monistero de’ padri benedettini.
Di qui si sbocca sulla piazza di s. Maria in Trastevere , ornata
d’una bella fontana, fattavi erigere da Innocenzo XII.
CHIESA DI 9. MARIA IIV TRASTEVERE.
In questo luogo esisteva, anticamente, la Taberna Meritoria,
ossia una specie di ospizio per quei soldati che, ben servendo
alla patria, si erano resi invalidi o per età, o per le ferite ripor-
tate in guerra. Quell edifizio, essendo stato abbandonato, venne
còncesso, dall’imperatore Alessandro Severo, a s. Calbsto I.
Questo santo pontefice, nel 222 dell’era cristiana, ivi eresse una
chiesetta, la quale fn la prima in Roma dedicata a Maria Vergi-
ne, e la prima in cui i cristiani poterono esercitare pubblicamen-
te il loro culto. S. Giulio I, papa, nel 349 rifabbricolla, e dopo
essere stata instaurata più volte, Innocenzo II, nel 1139, rifecela
dalle fondamenta, decorandone la facciata coi musaici che tut-
tora esistono, esprimenti la Madre di Dio colle cinque vergini
prudenti e le cinque stolte, delle quali parla il vangelo. In se-
guito fu instaurata da Niccolò V colla direzione di Bernardo Ros-
sellini, e finalmente Clemente XII vi eresse il portico attuale,
che è sorretto da quattro colonne di granito, e contiene interes-
santissime iscrizioni antiche.
L’interno di questa chiesa è ammirabile, e fra poco si vedrà
rimesso totalmente a nuovo nella parte decorativa, essendo già
parecchi anni che vi si lavora all’uopo, colla direzione del rino-
mato architetto Virginio Vespignani, il quale stimò opportuno
di rinnovarne anche il pavimento, facendo eseguire quello della
navata grande in opera Alessandrina, attenendosi precisamente
al disegno dell’antico . Esso interno , oltre la nave di crocera ha tre
navate, divise per mezzo di 21 grossa colonna di granito, senza
contare le altre due sostenenti il grand’arco. Talune di queste
colonne hanno i capitelli d’ordine ionico, ed altre d’ordine coriu-
Digitized by Google
Chiesa di s. Maria in Trastevere.
383
tio; i primi sono d’uno stile assai ricco e provengono certo da
qualche tempio d’Iside e Serapide, poiché si scorgono le figure
di tali divinità e quella di Arpocrate, scolpite tanto nelle volute
quanto nel fiore. Nel mezzo del magnifico soffitto della navata
grande si osserva un’ Assunta, opera bellissima di Domenichino.
Tutti gli affreschi che decorano questa navata appartengono
all’accennato ristauro, diretto dal Yespignani. Quelli nella fac-
cia dell’arcone si devono a Luigi Cochetti, il quale, nella parte
superiore, effigiò Maria Vergiue col Bambino fra alquanti an-
geli, ed inferiormente ritrasse, negli angoli, il divin legislatore
Mosè, ed il patriarca Noè. Nelle pareti laterali veggonsi, tra le
finestre, 16 grandi figure di santi e sante, eseguite a fresco, ot-
to per parte, da altrettanti artisti. Tali figure rappresentano: la
1.*, a destra dei riguardanti e prossima all’arcone, il pontefice
s. Gregorio III, di Luigi Chiari; la 2.*, s. Biagio vescovo e mar-
tire, di Silverio Capparoni; la 3.*, s. Asterio martire, di Ales-
sandro Marini; la 4.°, s. Simplicio martire, del cav. Y incenzo
Morani; la 5.*, s. Privato martire, di Roberto Bompiani; la 6.*,
s. Appollonia verginee martire, di Francesco Grandi; lai.*,
s. Bonosa vergine e martire, di Pietro Minoccoli; la 8.*, s. Fran-
cesca Romana, di Cesare Fracassini; la 9.*, nella parete oppo-
sta, s. Brigida, di Cesare Mariani; la 10.*, s. Rufina, di Luigi
Fontana; la 11.*, s. Cecilia vergine e martire, di Marcello Soz-
zi; la 12.“, s. Dorotea vergine e martire, di Achille Scaccioni;
la 13.*, s. Mario martire, del Bartolommei; la 14.*, s. Palmazio
martire, del Serejii; la 15.*, s. Calepodio martire, di Michele
Wi timer; la 16.*, s. Quirino vescovo e martire, del Cortis. Nei
cristalli delle tre finestre al disopra della porta principale, figu-
rano i santi pontefici Giulio, Callisto e Cornelio, dipinti a smal-
to dal Moroni, sugli originali del sunnominato Grandi.
L’altar maggiore è isolato, e va adorno d’un baldacchino sor-
retto da quattro colonne di porfido. La tribuna è abbellita con
musaici: quelli nella parte superiore, rappresentanti Gesù Cri-
sto, la Madonna e diversi santi, vennero eseguiti nel 1143; gli
altri al di sotto, esprimenti alcuni fatti della vita di Maria Ver-
gine, e questa stessa in mezzo ai ss. apostoli Pietro e Paolo, so-
no lavori condotti da Pietro Cavallini circa il 1290. La cappella
in fondo alla piccola navata a destra venne eretta coi disegni del
surricordato Domenichino, ed in uno scomparto della volta di
essa, dipinse questi un grazioso putto spargente fiori. Fra i se-
polcri, si osservano pure quelli, del Lanfranco e di Ciro Ferri,
rinomati pittori, e l’altro di Giovanni Bottari, uomo assai noto
Digitized by Google
384
Settima Giornata.
nella repubblica letteraria. Si crede ancora, che il celebre anti-
quario, Famiano N ardirli, il quale, fra altre opere, scrisse pure
la descrizione di Roma antica, sia sepolto in questa chiesa.
Incontro ad essa s’aprono due strade: pigliando per quella a
sinistra si trova sulla dritta, a breve distanza, lo spedale di s.
Maria e Gallicano, eretto d’ordine di Benedetto XIII co’disegni
di Filippo Rauzzini, ed è destinato agl’infermi di malattie cuta-
nee. Poscia, dalla stessa parte, s'incontra subito la
CHIESA DI 9. CMSOGONO.
Si crede che la primitiva origine rimonti ai tempi di Costan-
tino il Grande. Nel 740 fu ristorata da Gregorio III, e quindi
rinnovata nel 1623 dal card. Scipione Borghese, con architet-
ture di Gio. Battista Sorla, il quale decorò l’ingresso principale
con un portico sorretto da 4 colonne doriche di granito rosso.
L’ interno di questa chiesa, grave ad un tempo ed elegante,
somiglia molto a quello di s. Maria in Trastevere. Esso ha tre
navate divise da 22 colonne di granito, tratte da antichi edifizi,
ed aventi capitelli ionici moderni. L’arcone della tribuna viene
sorretto da due superbe colonne corintie di porfido, e T aitar
maggiore è decorato d’un baldacchino sostenuto da quattro co-
lonne di alabastro assai raro. Nel mezzo del soffitto della navata
grande si vede la copia di un’eccellente pittura di Guercino, rap-
presentante s. Crisogono portato in cielo dagli angeli : questa
copia fa ben desiderare che l’originale non fpsse mai stato tra-
sferito in Inghilterra. Il pavimento di questa chiesa è di bell’o-
jìera Alessandrina. — Uscendo dalla porta principale della chie-
sa, ed incamminandosi per la strada a destra, si trova subito, a
sinistra, la piazzetta di Monte di Fiore , ove fu scoperta la
STAZIONE DELLA VII COORTE DE'VIGILI.
Questa scoperta si deve ai Sigg. Giuseppe Gagliardi ed An-
tonio Ciocci, i quali, sul finire del 1866, aprirono quivi uno sca-
vo allo scopo di discoprirvi delle antichità. Infatti, non appena
incominciati i lavori di escavazione apparve un muro, forse dei
tempi di Adriano, essendosi trovati, presso lo stesso muro, dei
mattoni con bolli di quell’epoca. Proseguendo a scavare, venne
scoperto, alla profondità di 8 metri dal suolo, un pavimento in
musaico bianco e nero, nel cui centro elevasi una vasca di for-
ma esagona, con lati curvilinei, rivestita di un intonaco assai
Digitized by Google
385
Stazione della VII coorte de' Vigili.
duro e compatto, onde renderla impenetrabile all’acqua. Questo
pavimento, che si estende 8 metri circa per ogni lato, ricopre
l'area di un impluvium, ossia di un cortile del fabbricato; e nei
superstiti avanzi dei muri che lo racchiudono, veggonsi alquan-
te porte, alcune delle quali sono murate, e le altre danno ac-
cesso a diverse parti dell’edifizio. Una di esse, di bellissima co-
struzione, è decorata con due pilastri corintii d’opera laterizia,
con basi e capitelli di terra cotta, sostenenti un frontespizio di
egual materia con modenature abbellite d’intagli. Ter questa
porta si entra in una piccola camera ornata di pitture decorati-
ve di diverso genere. Nel pavimento, già da noi accennato, so-
no rappresentati tritoni, ninfe, pesci e fantastici mostri del ma-
re; ed essendo tali rappresentanze soggetto assai comune nei
luoghi da bagno, facilmente si sarebbe creduto che l’edifizio a-
vesse già servito a tale uso. Come però i discoperti muri si an-
davano spogliando della terra che v'era rappresa, apparvero
sull’intonaco di alcuno di essi delle iscrizioni eseguite a graffito,
dalle quali si conobbe che il fabbricato incominciato a discopri-
re servì evidentemente di stazione alla VII coorte de’ Vigili,
corpo di milizia «istituito da Augusto, per invigilare, durante
la notte, la sicurezza pubblica, e per apportare soccorsi in casi
d’incendio. In questi graffiti si leggono dei pensieri, dei voti,
delle acclamazioni, dei fatti, e delle memorie di una quantità di
militi che abitarono l’edifizio di cui riattasi, chiamando talvolta
sè stessi della coorte settima dei Vigili. In alcuni di questi graf-
fiti apparisce l’epoca in cui furono scritti, e questi rimontano al
primo periodo del terzo secolo dell’era cristiana.
Tornando indietro e pigliando la via incontro alla porta late-
rale di 8. Maria in Trastevere, dopo oltrepassata una chiesina,
si trova a manca la
CHIESA DI S. MARIA DELLA SCALA.
Il card. Cosimo, nel 1592, fece erigere questa chiesa per cu-
stodirvi una miracolosa immagine della Madonna che esisteva
nella scala d’una casa propinqua a questo luogo, dal che prese
la chiesa il nome di s. Maria della Scala. L’architettura della
facciata è di Ottavio Mascherini, e quella dell’ interno, di Fran-
cesco da Volterra.
Nella prima cappella a destra osservasi la decollazione di san
Gio. Battista, opera stupenda di Gherardo Delle Notti. L’ ulti-
ma cappella da questa parte, sacra a santa Teresa, venne ridotta
17
Digitized by Google
386
Settima Giornata.
nell’ attuale stato coi disegni del Pannini, che la ornò di marmi
preziosi e con quattro superbe colonne di verde antico. Dei due
bassorilievi, a forma di medaglioni, quello che rappresenta la
santa titolare è lavoro di Filippo Valle, e l’altro di M.r Slodtz.
Il quadro sull’altare, espressavi s. Teresa, fu dipinto da Fran-
cesco Mancini.
Sopra l’altar maggiore avvi un magnifico tabernacolo, incro-
stato di pietre preziose e decorato con 16 colonnine di diaspro
orientale. Le statue di s. Giuseppe e di santa Teresa, sulle porte
del coro, sono della scuola del Bernini, e nel detto coro si scor-
ge una Madonna, del cav. d’ Arpino. Sull’altare della seguente
cappella dall’altro lato, si venera la sacra immagine di Maria
Vergine, di cui si parlò sopra. Nella successiva cappella è un s.
Giovanni della Croce con alcuni angeli, opera dello scultore Pa-
paleo, siciliano. Il transito della Madonna, nella cappella die
viene dopo, è lavoro di Carlo Saraceni, ed i due laterali appar-
tengono al Conca.
Questa chiesa è affidata ai padri carmelitani scalzi, i quali
hanno nel convento annesso una ragguardevole farmacia, ove
si vende anche la rinomata acqua antipestilenziale, detta acqua
della Scala, o acqua de' Carmelitani. — L’ampia strada delle
Fornaci, che si trova immediatamente a sinistra, conduce al
MONTE GIANICOLO.
Questo monte piglia il nome da Giano re degli Aborigeni, il
quale vi eresse una città, detta Antipoli, dal lato rivolto al Cam-
pidoglio, ove si crede che allora abitasse Saturno. Anco Marzio
eongiunse a Roma una parte di questo monte, che si distende
fino al Vaticano. Tito Livio ne fa sapere, che si scopersero alle
ìadici del Gianicolo due sarcofaghi di pietra con iscrizioni, so-
pra uno de’ quali si leggeva che in esso era racchiuso il corpo
di Numa Pompilio, morto 535 anni prima di tale scoperta, ma
ivi entro nulla fu trovato; sull’altro erano indicati i libri che
conteneva, composti sulla religione da quello stesso re. Infatti
vi furono trovati sette libri in latino e sette in greco, scritti su
scorze papiracee, che vennero bruciati dal senato, come conte-
nenti dottrine perniciose. Questo monte è detto Montorio, cor-
ruzione di Monte d'oro, nome che gli fu dato a causa delle are-
ne gialle delle quali si compone in gran parte.
Salendo il Gianicolo, dopo breve cammino, si giunge ad una
specie di piazza, ove a destra, si vede l’ingresso al Bosco Par-
Digitized by Google
Monte Gianicolo.
387
rasto, segnato col N.° 33. In questo delizioso luogo gli arcadi
tengono, nell’estate, le loro adunanze letterarie. — La spaziosa
salita che quivi corre innanzi, conduce alla vetta del Gianicolo,
d’onde si scopre uno stupendo panorama dell’intera città di Ro-
ma e delle sue vicinanze, ed ove si trova la chiesa di s. Pietro in
Montorio .
Nel 1867, ricorrendo il centenario del martirio del santo apo-
stolo, in onore del quale fu edificata la detta chiesa, come me-
glio si dirà in seguito, venne dato alla suindicata salita un an-
damento affatto diverso dall’antico, rendendola agevole e como-
da, affinchè, in tale occasione, anche il Santo Padre col suo cor-
teggio potesse, volendolo, recarsi senza disagio a visitare un cosi
insigne santuario. I lavori furono lodevolmente eseguiti, nel 1
breve termine di "50 giorni, attenendosi alla pianta data all’uopo
dall’ingegnere comunale Federico Le Arcangelis.
CHIESA DI S. PIETRO IN MONTOIUO.
Questa chiesa, creduta d’origine Costantiniana, venne anche
detta in castro aureo, perchè ivi si vedevano gli avanzi della
rocca Gianicolense, Arx Janiculensis, eretta da Anco Marzio.
Si pretende che fosse edificata sul luogo ove l’apostolo s. Pie-
tro subì il martirio, e che per questa ragione venisse ad esso de-
dicata. Rimasta poscia in abbandono, fu data, nel 1472, ai frati
minori osservanti, a vantaggio de’ quali Ferdinando IV, re di
Spagna, la riedificò sul finire del XV secolo, con architetture
di Baccio Pintelli; ed al cominciare del corrente secolo venne
ristorata dai danni sofferti nel 1798.
Essa chiesa ha una sola navata, e contiene belle pitture. Gli
affreschi nella prima cappella a destra, ove è rappresentata la
flagellazione di Gesù, furono condotti da Sebastiano Del Piom-
bo, sui cartoni del Bonarruoti. Nella seconda si venera un’im-
magine miracolosa della Madonna, detta della Lettera. La pic-
cola volta di questa cappella è ornata d’un affresco di buona
scuola, ed esprime la coronazione di Maria Vergine. Il quadro
della quarta cappella offreci la conversione di s. Paolo, pittura
del Vasari, nella quale introdusse il suo ritratto: Bartolommeo
Ammannato scolpi le statue della Religione e della Giustizia; e
sul disegno del Vasari condusse in marmo i due sepolcri della
famiglia Del Monte, come pure le sculture della balaustrata.
Nella tribuna, in cui ora si vede una copia della crocifissione di
s. Pietro di Guido Reni, ammiravasi in passato la Trasfigurazio-
17*
Digitìzed by Google
388 Settima Giornata.
ne di N. S. , lavoro classico del sommo Kaffaello, che osserve-
remo nella galleria de’ quadri al Vaticano, ove venne posto, do-
po che la Francia ebbelo restituito, in seguito del trattato di
pace del 1815.
Il quadro della prima cappella dall’altro lato, dopo l’altar
maggiore, rappresentante il Battista in atto di battezzare il Re-
dentore, si crede sia opera di Daniello da Volterra: la volta ven-
ne dipinta da Leonardo, milanese, suo scolare, e le statue de’
ss. Pietro e Paolo sono di scultore ignoto. La seguente cappella
venne ridotta come ora si vede coi disegni del Bernini, che la
decorò di gentili stucchi. I quadri ch’ivi si veggono sono lavo-
ri assai pregiati di Leonardo, fiammingo, e rappresentano la de-
posizione di croce, ed altri fatti della passione di Cristo. Sull’al-
tare della terza cappella, osservasi, dipinta a fresco, la Madon-
na col Bambino Gesù e s. Anna, e nella volta è figurato il Pa-
dre Eterno: pitture tutte d’autore incognito , ma di buona scuo-
la. L’architettura della quarta cappella è del ricordato Bernini:
il bassorilievo dell'altare, esprimente s. Francesco sostenuto da-
gli angeli, come ancora i due sepolcri laterali, sono lavori di
Andrea Bolgio e Francesco Baratta. Gli affreschi deH'ultima
cappella, ne’ quali è espresso s. Francesco in atto di ricevere le
sacre stimmate, appartengono a Giovanni De Vecchi. Il grazio-
so monumento sepolcrale vicino all'ingresso, da questo lato, ven-
ne scolpito da Giovanni Dosio.
La porta dopo la terza cappella a destra, mette al chiostro
dell’attiguo convento, ove si osserva un tempietto rotondo con
una cupola forse troppo elevata in proporzione del diametro.
Esso è decorato all’estemo con dodici colonne di granito bigio,
sostenenti il cornicione sormontato da una balaustrata. Questo
tempietto contiene due cappelline, delle quali, quella sotterra-
nea è magnificamente decorata. Il surricordato Ferdinando IV
lo fece erigere coi disegni di Bramante, sul luogo in cui, secon-
do l’antica tradizione, s. Pietro conseguì la palma del martirio.
Questo convento e l’annessa chiesa, rimanendo poco lungi
dalla porta s. Pancrazio, ove ebbero luogo le principati opera-
zioni militari nel 1849, delle quali fra poco daremo un cenno,
dovettero inevitabilmente rimaner danneggiati dai tiri delle bat-
terie d’assedio. Cessate le ostilità vi si fecero le necessarie ripa-
razioni, ed il campanile, minacciante rovina, fu riedificato.
Proseguendo a satire il Gianicolo per la strada accanto alla
chiesa, si giunge alla
Digitized by Google
Fontana Paolina.
FONTANA PAOLINA.
389
Questa fontana, la più abbondante d’acqua fra quelle di Ro-
ma, fu fatta erigere da Paolo V Borghese, nel 1612. coi disegni
di Gio. Fontana e di Stefano Mademo, valendosi all’ uopo dei
materiali presi dal Foro di Nerva. Essa è ornata con sei colonne
ioniche di granito rosso, sulle quali posa un attico, sormontato
dall’arme del suddetto pontefice, ed avente nel mezzo una gran-
de iscrizione. Fra le colonne si aprono cinque nicchie, due pic-
cole e tre assai prandi; e da queste ultime appunto sgorgano im-
petuosi torrenti d'acqua che, spumeggiando, vanno a cadere
con fragore in una immensa marmorea vasca. Nelle altre due
nicchie si veggono dei draghi (parte degli stemmi di Paolo V),
gettanti acqua anch’essi nell'ampio bacino. È questa l’antica ac-
qua Traiana, e non l’Alseatina, come viene detta, per errore,
nell’iscrizione. L’imperatore Traiano fecela condurre in Roma
per uso del Trastevere, ed essa pigliò il nome di acqua Paola
da papa Paolo V, il quale, dopo averne fatto risarcire gli anti-
chi condotti, vi aggiunse una porzione dell’acqua del lago di
Bracciano ossia Sabatino; ed ultimamente, per aumentarne il vo-
lume, fu ad essa unita l’acqua del lago di Martignano, ossia
l’Alseatina. L’acquidotto ha un corso di 35 miglia, e le acque
suddette passando dipoi in diversi condotti, fanno agire mole,
cartiere, gualchiere ecc.
A destra di chi osserva la fontana da noi descritta si scorge,
poco lungi e su di un’altura, il casino Savorelli. Esso fu rico-
struito in gran parte stante che, durante l’assedio di Roma del
1849, il Garibaldi, uno de’ generali repubblicani, ivi aveva po-
sto il suo quartier generale, e per conseguenza il luogo fu bat-
tuto dalle artiglierie dell’armata francese, spedita a ristabilire in
Roma il governo pontificio. — Proseguendo a salire il Granico-
lo, si perviene, dopo breve cammino, alla
PORTA 8. PANCRAZIO.
Apresi questa porta nellacortina avendo, a sinistra nell' usci-
re, il VII bastione verso il Tevere, ed alla destra l’VIII, dal lato
del Vaticano. Essa anticamente fu detta Janiculcnsis, dal no-
me del monte in vetta a cui si apre; ma dal tempo di Procopio
aveva già preso la denominazione attuale dalla chiesa di s. Pan-
crazio, che si trova a circa mezzo miglio più oltre. Urbano Vili,
quando circpudò il Trastevere di nuove mura, la fece ricostruire
Digitized by Google
390 Settima Giornata.
coi disegni di Antonio De Rossi; e siccome durante l’assedio di
Roma, ricordato sopra, la sua decorazione esterna, in travertini,
rimase molto danneggiata dalle batterie francesi, cosi, al co-
minciare del 1854, venne per intero atterrata, e rifatta di nuovo
con architetture di Virginio Vespignani, il quale diresse pure la
nuova decorazione fatta a questa porta, nel 1856, nella faccia
rivolta verso Roma.
Fu da questa parte della città che l’esercito francese, il 30 a-
prile 1849, diede un assalto senz’esito, e che, dopo un mese di
tregua, rincominciate le ostilità, esso s’impadronì il 3 giugno,
dopo vigorosa resistenza, della villa Pamphily, della chiesa di
s. Pancrazio, della villa già Giraud, congiunta all’edifizio detto
il Vascello, come pure del casino, detto de’ Quattro Venti, che
esisteva incontro alla porta s. Pancrazio. Nei successivi giorni
l’esercito suddetto, dopo aver posto delle batterie in alcuni dei
punti de’ quali s’era reso padrone, cominciò a battere in breccia
le mura, fra il VI ed il IX bastione, ed a rispondere alle batte-
rie piantate dai repubblicani sui medesimi bastioni, sull’ Aventi-
no e sul monte Testaccio; luoghi che già furono da noi veduti
dall’altro lato del Tevere. In pari tempo quell’esercito eseguì dei
movimenti strategici in altri punti intorno alla città, e diede
principio alle trincere, per così approssimarsi alla piazza asse-
diata. Compiuti i lavori, e riconosciute praticabili le brecce, gli
assedienti montarono all’assalto, prima per quelle aperte nel VI
e VII bastione, durante la notte del 21 al 22 giugno; e poi, la
mattina del 30, montarono per l’altra dell’ Vili bastione. In tal
guisa le soldatesche francesi presero Roma d’assalto, e vi si sta-
bilirono il 3 luglio, avendo gli assediati cessato dalle difese.
Pochi giorni dopo, la commissione provvisoria municipale si
occupò della riparazione delle mura, nei luoghi ove erano state
abbattute o danneggiate, e l’iscrizione latina, posta nel V ba-
stione verso la porta Portese, ricorda si fatto lavoro. Qui poi
torna acconcio dire, che dopo aver oltrepassato l’ Vili bastione,
dal canto del Vaticano, si scorge un’edicola quadra in traverti-
ni, che contiene la statua di s. Andrea. Tale edicola venne eret-
ta nel 1848 d’ordine del pontefice Pio IX, nel luogo stesso ove
si rinvenne, nella sua integrità, la preziosa reliquia della testa
di quel santo, da sagrilega mano involata alla basilica Vaticana
nel suddetto anno, e pochi giorni prima del suo ritrovamento.
Osservati i risarcimenti delle mura e tornando alla porta
s. Pancrazio, si piglia per la via che le rimane incontro, ed a po-
ca distanza si scorgono, a destra, le rovine dell’edifizio detto il
Digitized by Google
391
Villa Pam]/ h ily-Do ria .
Vascello, accennato sopra. Esso fu costruito nel secolo XVII
da un abbate Benedetti, incaricato di Luigi XIV presso la san-
ta Sede, coi disegni di Basilio Bricci, e di Plautilla Bricci sua
sorella, l’uno e l'altra pittori, i quali immaginarono dargli la for-
ma di un vascello. La galleria del piano superiore venne ornata
di pitture da Pietro da Cortona, dall’ Allegrini, dal Grimaldi, dal
Lauretti e dalla menzionata Bricci. — Presso il Vascello, nel
bivio delle due strade corrispondenti alle antiche via Aurelia e
Vitellia, si trova il nuovo ingresso della
VILLA PAMPHILY-DORI*.
Questa villa, la più ampia ed amena di quante se ne hanno
presso Roma, fecela formare il principe Pamphily, sotto Inno-
cenzo X, colla direzione di Gio. Battista Falda, e di Alessandro
Algardi, che somministrò pure i disegni del gran palazzo. Og-
gi appartiene all’illustre famiglia Doria, la quale pose ogni cu-
ra a renderla ognor più splendida e bella; ed il principe D. Fi-
lippo Andrea, volendola rendere anche più comoda e vasta, vi
aggiunse la villa, o per meglio dire vigna Corsini, ove esistè il
casino, detto de’ Quattro Venti, e fu da esso a tale effetto com-
perata dal principe D. Tommaso Corsini. Quindi dopo averla ri-
dotta come oggi si vede, profittando dello stesso ingresso che
metteva nella medesima vigna Corsini, dava alla villa in discor-
so, nel 1860, un accesso assai più comodo dell’antico, il quale
distava più di mezzo miglio dalla porta s. Pancrazio.
Non appena entrati nella deliziosa villa che siamo per visitare,
scorgesi in fondo al gran viale che viene subito di fronte, un e-
difizio foggiato a guisa di arco trionfale, il quale, fiancheggiato
da altrAinaloghe costruzioni e da eleganti cancellate di ferro,
forma un secondario, ed assai magnifico accesso alla villa stes-
sa. L’accennato edifizio, decorato di antiche statue, fu fatto co-
struire, nel 1859, dal surricordato principe Doria, coi disegni
dell’architetto Busiri, ed elevasi sull’area stessa, ed anzi su qual-
che avanzo del surricordato casino de’ Quattro Venti, il quale
era rimasto quasi intieramente distrutto, nel 1849, durante le
operazioni militari dell’assedio di Roma.
Appena oltrepassato il suindicato arco, dirigendosi a destra,
si scorge suU’istessa mano, ma dall’altro lato della pubblica stra-
da che passa per di sotto, il casino della villa già Giraud, la
quale oggi appartiene alla casa Doria, che fecelo ristaurare e
ridurre all’eleganza in cui il vediamo. Dopo si trova, sull’istes-
Digitized by Google
392
Settima Giornata.
so lato, un palazzino adorno di alquanti ritratti eseguiti di rilie-
vo; e poscia, lasciando a destra ed a sinistra gli avanzi di anti-
chi colombarii, come ancora lasciando l’acquidotto dell’acqua
Traiano-Paola, che prolung-asi sul lato destro, si entra nell’an-
tica villa Pamphily, ove si hanno ombrosi ed estesi viali, bo-
schetti, giardini, graziose fontane, un bel lago con cadute d’ac-
qua, ed un semicircolo adorno di piccole fontane, di statue e di
bassorilievi antichi. Nel centro poi di questo emiciclo trovasi li-
na camera rotonda, in cui altre volte era un Fauno in marmo
che suonava la pastorale zampogna, e nel tempo stesso vi si u-
diva suonare una specie di organo: tali dilettevoli armonie ve-
nivano effettuate mercè una macchina mossa dall’acqua; ma o-
gni cosa venne distrutta nelle vicende politiche del 1849.
Il magnifico palazzo di questa villa conteneva marmi antichi,
fra i quali ve n’ erano degli stimati molto: oggi però non ve ne
restano che de’ mediocri, e vi si osservano pure alquanti qua-
dri. Le volte de’ pianterreni sono decorate con istucclii di squi-
sito stile, condotti sui disegni dell’Algardi.
A breve distanza dal palazzo è da osservare la nuova cappella
di forma circolare, eretta nel 1858 con architetture del sunno-
minato Busiri, che la decorò con otto colonne di marmi diversi,
sostenenti l’elevazione centrale: al di sotto v’è l’annessa sacre-
stia, ed ivi ha origine un corridoio sotterraneo, mediante il qua-
le il nuovo edifizio rimane in comunicazione col palazzo. In fine,
vogliamo pure accennare, che nel viale il quale si estende di
fronte al palazzo stesso, trovasi la tomba in cui il surricordato
principe Filippo Andrea fece deporre le ceneri di quei soldati
francesi che quivi perirono combattendo nell’ assedio di Roma
del 1849. L’avello è sormontato da una specie di tempietto iso-
lato, di forma quadrata, in cui vedesi una bella statuii# di Ma-
ria Vergine, e va adorno di quattro colonne di marmo venato,
che ne sostengono la volticella che lo ricopre.
Gli scavi fatti in questa villa, produssero la scoperta di pa-
recchi sepolcri e colombarii assai ben conservati. Talune iscri-
zioni rinvenute in que’ colombarii ed altre che già esistevano,
vennero raccolte entro un boschetto presso il luogo del loro ri-
trovamento; e fra esse avvene qualcuna assai interessante. Tali
sepolcri segnano l’andamento della via Aurelia, e presentano
non poco d’interesse tanto rapporto alla bella costruzione, quan-
to all’uso funebre che ne facevano gli antichi. Questa villa inol-
tre, mercè il summenzionato ingrandimento, oggi racchiude pu-
re una delle uscite del cimitene di Calepodio, la cui principale
entrata trovasi sotto la
Digitized by Google
Chiesa di s. Pancrazio. 393
CHIESA DI S. PANCRAZIO.
Essa trovasi dopo fatto mezzo miglio circa sulla strada a de-
stra di chi esce dal nuovo ingresso della descritta villa; e tale
strada rimane nella direzione dell'antica via Yitellia, menzionata
da Svetonio, ed aperta dagli antenati dell'imperatore Yitellio.
L’erezione della detta chiesa si fa risalire al secolo III, giacché
dicesi che il pontefice s. Felice I l’ebbe fondata nel 274 sul ci-
mi terio di Calepodio , e che poscia venisse ampliata da F elice III .
Tuttavia è indubitato che fu san Simmaco papa quegli che nel
500 fece costruire originariamente la chiesa attuale, dedicandola
ai ss. Pancrazio vescovo, Pancrazio soldato e Yittore, martiri, i
corpi de’ quali riposano sotto l’altar maggiore, assieme ad altre
reliquie. Onorio I rinnovò questa chiesa sul principio del VII se-
colo; Adriano I ristorolla nel secolo successivo, ed in fine Luigi
Torres di Monreale, cardinale titolare, la riedificò, correndo l’an-
no 1609 ; ma venne compiuta nel 1673 dai padri carmelitani
scalzi, cui fu data da Alessandro VII. Circa il finire dello scorso
secolo rimase abbandonata e deserta per parecchi anni, di guisa
che era prossima a cadere in ruina; ma dal 1815 si cominciò a
ristorarla, e ad onta della perdita d’alcun prezioso ornamento in
porfido, oggi si trova in assai buono stato di conservazione. In
detta chiesa si vedeva l’epitaffio del rinomato Crescenzio, con-
sole romano, rampollo della nobile famiglia dei Crescenzi, la
quale, durante i secoli X ed XI, ebbe sì gran potere in Roma.
Non si sa cosa sia stato di tale importante monumento per la
storia di Roma, ma è probabile che scomparisse quando la chie-
sa fu rinnovata dal card. Torres nel 1609, giacché il Martinelli,
il quale scriveva nel 1653, non ne fa parola.
In questa chiesa, Innocenzo III coronò Pietro re di Aragona,
ed in essa Giovanni XXII ricevette Luigi re di Napoli. Di quivi
si può scendere nelle catacombe o cimiterio di Calepodio, uno
de’ più celebrati nella storia ecclesiastica e negli atti de’ martiri .
Rientrando in città per la porta s. Pancrazio, e scendendo alla
falda del Gianicolo, si trova subito , a sinistra, la porta Setti-
miana. Si suppone che essa tragga il nome dall'imperatore Set-
timio Severo, e fu riedificata da Alessandro YI; ma divenne inu-
tile allorquando Urbano Vili ebbe ampliato le mura della città
per racchiudervi il rimanente del Gianicolo. Da questa porta ha
origine la bella ed estesa strada detta la Lungara, al principio
della quale signoreggia, a sinistra, il gran
17**
Digitized by Google
394
Settima Giornata.
PALAZZO CORSINI (N.° IO)
La illustre casa Corsini, sotto il pontificato di Clemente XII,
nella prima metà dello scorso secolo, comperò questo palazzo,
spettante già ai Riari, e reso celebre dalla dimora che vi fece la
regina CriBtina Alessandra, figlia di Gustavo Adolfo re di Sve-
zia, la quale vi mori nel 1689. 1 principi Corsini, facendone l’ac-
quisto, lo cambiarono e lo ampliarono in guisa da renderlo uno
dei più grandi e dei più magnifici palazzi di Roma. L’architetto
Fuga, ch’ebbe l’incarico di quest’opera da Clemente XII, adon-
ta de’ difetti di stile proprii del suo secolo, superò se stesso, per
cosi dire, e riparò gli errori di dettaglio, coll’ ampiezza della
massa, la giustezza della pianta e la magnificenza dell’effetto, in
ispecie nel pianterreno e nelle scale, che non si saprebbero forse
imitare in tal sorta di edifizi.
Lo stupendo vestibolo di questo gran palazzo si rende più sor-
prendente ancora per mezzo della veduta deliziosa della villa che
vi è congiunta; veduta che si offre agli sguardi fra le due mae-
stose rampe di scala che, riunendosi in una, mettono alla gran
sala dei servi, da dove s’entra nelle sale che racchiudono una
preziosa collezione di quadri, de’ quali accenneremo soltanto
quelli di maggior pregio.
prima sala. — Il gran quadro in mezzo alla parete ov’è la
porta d’ingresso, è opera di Domenico Maria Muratori, e rap-
presenta s. Francesco llegis, il quale, in un paese del Delfinato,
straziato dalla peste, conforta i moribondi amministrando loro la
Eucaristia. Nei lati si scorgono, una sacra F amiglia, del Barocci ,
e lo sposalizio di s. Caterina, di Carlo Maratta. De’ cinque qua-
dri di paese situati in basso, quello ovale ov’è figurata la con-
versione di s. Paolo, è di Francesco Laar: quelli ai lati appar-
tengono al Locatelli, e gli ultimi due all’Orizzonte.
I due grandi quadri sulla parete incontro alle finestre, sono
dello Zoboli, e rappresentano la predicazione di s. Vincenzo di
Paola e l’estasi di s. Caterina. Di sotto sono vi quattro bamboc-
ciate del Locatelli, ed una veduta dell’isole Borromee del Van-
vitelli. Qui si vede un sarcofago antico ornato di bassorilievi,
rappresentanti Tritoni e Nereidi.
II gran quadro sulla seguente parete, il cui soggetto è la co-
munione di s. Giuliana Falconieri, è lavoro del Ghezzi: le due
vedute di Venezia appartengono al Canaletto, ed il quadretto
ovale, posto in mezzo ai suddetti, è di scuola bolognese. Fra le
finestre è una veduta del portico di Ottavia, del Pannini.
Digitized by Google
Palazzo Corsini.
395
seconda sala. — Nell’angolo a sinistra, entrando, si osser-
va una sacra Famiglia, di Giacomo Bassano, e di sopra un ana-
coreta, di Francesco Mola. Dopo la porta murata si trova una
Madonna, di Elisabetta Sirani, ed inferiormente sono collocati
tre quadri con frutti, i due più piccoli de’ quali sono d’autore
incognito, e l’altro di Mario de’ Fiori. Dopo l’altra porta si scor-
ge una Pietà, di Ludovico Caracci, e quindi un grande quadro
di Marco Benefiale, rappresentante la miracolosa apparizione di
Gesù a s. Caterina da Genova: i due quadretti di sotto sono del
Cerquozzi, e rappresentano Adamo ed Èva che piangono la mor-
te di Abele, ed il figliuol prodigo del vangelo.
Sulla seguente parete si vedono due paesi del Monpère,edue
vedute del Pannini, cioè, il tempio di Vesta, ed il Pantheon. —
La porta a destra mette nella
terza sala. — I più osservabili quadri di questa sala sono
collocati sulla parete sinistra; ed appena entrati, gli sguardi de-
gli osservatori si fermano subito sul sublime dipinto di Guerri-
no, rappresentante YEcce Homo, mezza figura che esprime ad
un tempo, ed in modo speciale, la nobiltà, il dolore e la più pro-
fonda rassegnazione. Di sopra si ammira un quadro stimato as-
sai, di Carlo Dolci, figuratavi la Nostra Donna, col santo Bam-
bino: più in alto si scorge una sacra Famiglia, di Francesco Ges-
si, ed incontro &\YEcce Homo di Guercino, se ne osserva un al-
tro, dipinto da Carlo Dolci.
Tornando sulla sinistra, si vedono, dopo la porta, due belle
burrasche, del Peters; una sacra Famiglia, d’Innocenzo da Imo-
la, e la natività di Maria Vergine, di Ludovico Caracci. Vengo-
no successivamente: una Madonna col Bambino, di Andrea del
Sarto; due paesetti, del Wandernhere; un piccolo dipinto ovale
rappresentante Tamar e Giuda, di Ludovico Caracci; un altro
d’uguale forma, con pastori ed armenti, del Bonder; una sacra
Famiglia, del Barocci; un s. Girolamo ed una Lucrezia, di Guer-
cino; una bella Madonna, di Caravaggio; una Madonnina, attri-
buita ad Andrea Del Sarto; due paesetti, di Salvatore Rosa, fra’
quali avvene uno grande, di Paolo Brilli; un presepe, creduto
del Van-Dyck; s. Pietro, del Mola; un orizzonte, di Paolo Both;
un venditore di frutta, di scuola fiamminga, ed un paesetto, di
Giacomo Locatelli. Da un lato della finestra che rimane di pro-
spetto, vuoisi osservare la V anità, di Carlo Saraceni.
Vengono quindi: una sacra Famiglia, stupendo lavoro di frate
Bartolommeo da s. Marco; s. Pietro che paga il tributo, di Mi-
chelangelo da Caravaggio; una bambocciata del Tóniers; un’al-
Digilized by Google
39(5 Settima Giornata.
tra, simile di scuola fiamminga; un paesino, del Locatelli; s.
Bartolommeo, di Mattia Preti, detto il Calabrese; la fuga in E-
gitto, sullo stile di Pietro Perugino; un quadretto rappresen-
tante alcuni giuocatori, attribuito al Rubens; una festa campe-
stre, creduta del Breugliel; una bambocciata, del Cerquozzi; una
sacra Famiglia, della maniera di Benvenuto Garofalo; un’altra
bambocciata, del Cerquozzi; Apollo e Mercurio, dell’ Albani; il
martirio di due santi, di Carlo Saraceni; due quadrettini di Lu-
dovico Caracci, rappresentanti il Redentore tradito da Giuda, e
la coronazione di spine; un quadro della maniera di Rubens,
rappresentatavi una banda di assassini; un paese con cacciatori,
del Wouwermans; il famoso ritratto di Giulio II, sorprendente
ripetizione di Raffaello; la natività di Maria Vergine, di Pietro
da Cortona; due quadretti d’autori incogniti, ed un altro qua-
drettino, attribuito al Téniers.
Dopo la porta si osservano: una s. Appollonia, di Carlo Dol-
ci; il ritratto di Filippo II, re di Spagna, opera d'alto merito di
Tiziano, e Gesù Bambino con s. Gio. Battista, di Carlo Cignoni.
Da un lato della finestra a rimpetto, si ammira un bel quadro
del Téniers, rappresentatovi un beccaio nella sua bottega.
quAUTA sala. — Sulla porta d'ingresso è un quadro di Guido,
della sua maniera fo rte, esprimente Amore che dorme. Sopra
la medesima parete si scorgono: una mezza figura di Androme-
da, del Furini; una caccia di bestie feroci, del Rubens; la cele-
brata Erodiade, di Guido; Omero, del Mola; una Madonna sullo
stile di Guido, ed un presepe, di Giacomo Bussano.
Nella seguente parete si vede per primo s. Andrea condotto
al martirio, di Andrea Sacelli; e vengono poi: la crocefissione
di s. Pietro, di Guido; s.Gio. Battista al deserto, di Guercino:
un Noli, me tangere, del Barocci; un s. Girolamo, creduto di
Tiziano, ed un quadro con due teste colossali, di Ludovico Ca-
racci. Sulla porta è un bel quadro di Lanfranco, rappresentante
s. Pietro elio risana le ferite di s. Agnese; ivi presso si scorge
un quadretto con quattro teste, lavoro del Parmigianino.
Sotto i descritti quadri, sonovene dodici piccoli di Giacomo
Callot, aventi per soggetto la vita del soldato. Frammezzo ad
essi si vedono, due prospettive gotiche, del Noefs; due campi
di battaglia, del Vandervert, e due paesi, della Sirani, posti
sotto l’Erodiade di Guido.
Nel mezzo dell’altra parete è degno di particolare osservazio-
ne, un bel ritratto di donna dipinto da Giulio Romano, che si
vuole sia quello della Fornarina di Raffaello; delle due mezze
Digitized by Google
Palazzo Corsini. 397
figure laterali, quella rappresentante una pittrice , è rii Carlo
Maratta, che vi delineò l'efiigie di sua figlia; l’altra è di Guido;
ed al suddetto Maratta appartiene la sacra Famiglia posta al di
sopra. Nell’angolo si vede un quadretto con un coniglio, opera
assai commendevole di Alberto Durerò: vi è anche una Mad-
dalena, creduta di Carlo Dolci, ed una Vestale, del Maratta.
Nella successiva parete voglionsi osservare: il giudizio di Pa-
ride, di Giulio Romano; il quadro fra le finestre, dello Spagno-
letto, rappresentante la morte di Adone; ed ivi stesso, i due qua-
dri dell’ Albani, che vi espresse Venere con alcuni Amorini. Nel- •
l’angolo dopo la finestra è un Cristo morto, del Gennari, e so-
novi pure, una deposizione di croce, di Ludovico Caracci, ed un
quadro con alcuni suonatori, del Cigoli.
I due Amorini in marmo che si osservano in questa sala sono
lavori del Tenerani, e l’antica sedia curule, pure di marmo, or-
nata con bassorilievi, fu scoperta vicino alla basilica Lateranense.
quinta sala. — ■ A sinistra, entrandovi, e dopo il pilastro, si
vedono: una s. Agnese, di Carlo Dolci, ed una mezza figura e-
sprimente la Giustizia, del Gennari. Seguono quindi: un’ Annun-
ziata, mirabile opera di Carlo Maratta; una veduta delle terme
Diocleziane, del Pannini; una sacra Famiglia, dello Schidone;
due stupende vedute boscarecce, di Agostino Tassi, ed una sa-
cra Famiglia, del Rosso, fiorentino.
La parete in prospetto alle finestre contiene: un quadro di
Lanfranco, con Ulisse che si sottrae dalle mani di Polifemo; una
Madonna col santo Bambino ed alcuni angeli, di Carlo Maratta;
un quadretto collo sposalizio di s. Caterina, creduto di Domeni-
clnno; la Samaritana al pozzo, di Guercino; una Madonna col
Bambino, dell’ Albani; un presepe, di Gherardo Delle Notti; una
Madonna col suo divin Figlio, bella pittura di Sassoferrato; una
piccola sacra Famiglia, dello Schidone; un presepe, di Guerci-
no, ed il Redentore con s. Pietro, di Luca Giordano.
Sulla parete accanto, seguono immediatamente: un ritratto,
colorito da Simone Cantarmi da Pesaro; ed una sacra Famiglia,
del Parinigianino. Si osservano poi: una testa dell’arcangelo
Gabriello, di Guercino; una veduta del Foro Romano, del Panni-
ili; due quadretti di forma ovale, con del bestiame, di Bloemen;
un’Addolarata, un Ecce Homo, ed un s. Giovanni Evangelista,
lavori tutti di Guido; il ritratto di Simone Cantarini, dipinto da
se stesso, epresso la porta vedesi una s. Famiglia, del Bonarruoti.
Dei tre quadretti presso la finestra, quello con alcuni calafati
che giuocano, è di Salvatore Rosa; l’altro, rappresentante uno
Digitized by Google
398 Settima Giornata.
scultore, è di Marcello Venusti, ed il terzo, in cui è dipinta la
deposizione dalla croce, appartiene ad Annibaie Caracci.
sesta sala. — Sulla porta d’ingresso: — 13. Ritratto di un
card. Barberini, di Simone Cantorini da Pesaro. — 14. Ritratto
del Barocci, dipinto da se stesso. — 15. Una testo di vecchio, del
Rubens. — 16. Ritratto d’incognito, del Pontormo. — 17. Ritratto
d’incognito, di Ludovico Caracci. — 18. Ritratto d’incognito, di
autore incerto. — 19. Tre belli ritratti, dipinti dall’Holbein. — 20.
Ritratto del celebre monsig. Ghiberti, il cui nome si legge a
traverso di un libro che ha nella destra, opera sorprendente di
Giulio Romano. — 21. Ritratti dei due figli di Carlo V, Ferdi-
nando I e Filippo II, di Tiziano. — 22. Ritratto d’incognito, cre-
duto del Rembrandt. — 23. Ritratto d’incognito, di Giorgione. —
24. Altro ritratto simile, dipinto da Guido sulla maniera cara-
vaggesca.— 25. Ritratto d’incognito, del Rubens. — 26. Altro
ritratto d’incognito, del Murillo. — 27. Ritratto d’incognito, del
Rubens. — 28. Altro ritratto sconosciuto, del Moroni. — 29. Una
Madonna, del Barocci. — 30. Ritratto d’incognito, diDomenichi-
no. — 31. Ritratto eseguito dall’Holbein, e credesi sia della mo-
glie di Martino Lutero. — 32. Ritratto assai bello, condotto dal
Van-Dyck. — 33. Ritratto d’un cardinale, bel lavoro di Domeni-
chino. — 34. La natività di Maria Vergine, attribuite ad Alberto
Durerò. — 35. Ritratto colorito dall’Holbein, riguardato come
quello di Martino Lutero.— 36. Ritratto d’un card. Savelli, di
Scipione Gaetano. — 37. Ritratto del Rembrandt, dipinto da se
stesso. — 38. S. Giuseppe, del Barocci. — 39. Ritratto d’incogni-
to, del Rubeng. — 40. Il card. Dovizio da Bibiena, del Bronzino.
— 41. Ritratto d’incognito, creduto opera del Van-Dyck. — 42.
Testo di s.Gio. Battista, di Guido. — 43. Bel ritratto d’un cardi-
nale, di Alberto Durerò. — 44 e 45. Due ritratti d’incogniti, di
Antonio Torri. — 46. Altro ritratto d’incognito, del Barocci. —
47. Ritratto di Rubens, eseguito da Gio. Domenico Campiglia.
— 48. Un doge di Venezia, di Tintoretto.— 49. Ritratto d’inco-
gnito, di Guido Reni. — 50. Ritratto del card. Alessandro Far-
nese, di Tiziano. — 51. Ritratto d’incognito, del Moroni. — 52. Al-
tro ritratto d’incognito, di Scipione Gaetano. — 68. Ritratto
del Cardinal Neri Corsini, del Baciccio. — 69. Ritratto di Fulvio
Testi, del Mola.
settima sala. — Nella parete ov’è la porto d’ingresso, si
scorge, a destra entrando, una Madonna col Bambino, bellissi-
ma opera del Murillo. Vengono dopo: uno stupendo paese di
Gaspare Pussino, ed un s. Sebastiano, quadro pregevole del Ru-
Digitized by Google
Palazzo Corsini.
399
ben?. In alto è un dipinto del Solimeua, esprimente l’ ingresso
del Redentore in Gerusalemme, e sonovi pure due battaglie del
Borgognone, il quale condusse eziandio quella che rimane sulla
porta per cui entrammo.
Incontro alle finestre si osserva un gran quadro di Luca Gior-
dano, rappresentante la disputa di Gesù coi dottori: di sotto so-
novi tre quadretti creduti di frate Gio. Angelo da Fiesole, e due
paesi, di Gaspare Pussino: da un canto si vede Gesù che porta
la croce, di Garofalo, e dall’altro, è un. dipinto di Ludovico Ca-
racci, col martirio di s. Bartolomineo.
Nella successiva parete si scorge un bel quadro di Tiziano, in
cui dipinse la donna adultera: i due paesi laterali sono dell’Oriz-
zonte, e la battaglia, sopra la porta, appartiene al Borgognone.
ottava sala. — A sinistra entrando, si veggono prima, un
paese con delle vacche, sullo stile di Claudio Lorenese; il Reden-
tore innanzi a Pilato, che credesi del Van-Dyck, ed il s. Gio.
Battista, di sopra, appartenente al Caravaggio. Vengono quindi:
s. Pietro che nega il Divin Maestro, del Valentin; una sacra Fa-
miglia, di Niccolò Pussino; un s. Giorgio, d’Èrcole Grandi, fer-
rarese; una bella mezza figura di Guido Reni, esprimente la Con-
templazione, ed un disegno all’acquerello, di Polidoro da Cara-
vaggio, in cui rappresentò la favola di Niobe: ai lati del dise-
gno si osservano due paesi della scuola di Gaspare Pussino. Nel-
l’angolo sono: una marina, di Salvatore Rosa; Giuditta, di Ghe-
rardo Delle Notti; e Susanna nel bagno, di Domenichino.
Il s. Girolamo, sulla seguente parete, è un buon dipinto di
Guercino: i due paesi di sotto, sono di scuola del Pussino; la
morte di Seneca appartiene al Caravaggio, e la mezza figura di
s. Girolamo è un bel lavoro dello Spagnoletto.
Sull’opposta parete si osserva un quadro in musaico d’autore
incognito, rappresentante Clemente XII, Corsini, col card. Neri
della stessa famiglia: i due paesi posti in basso, nei lati, sono di
Gaspare Pussino.
nona sala. — I)a sinistra, entrandovi, si vede subito un bel
quadro del Tériiers, che presenta l’interno d’una casa campestre;
ivi è pure una Pietà, di Ludovico Caracci. In mezzo alla parete
si scorge un eccellente dipinto di Salvatore Rosa, espressovi
Prometeo cui l’ avoltoio rode il fegato. Il superbo ritratto d’In-
nocenzo X, Pamphily, appartiene a Diego Velasquez; la predi-
cazione del Battista, posta al di sotto, è del Cerquozzi, e la Mad-
dalena, dall’altro lato, spetta al Gennari. Si vedono in basso,
una Madonna col santo Bambino, di Andrea Comodi; due paesi,
Digitized by Google
400
Settima Giornata.
del Cerquozzi, che vi rappresentò Erminia, in armatura di guer-
riero, chiedendo asilo al pastore, e la medesima che fa pascere
il gregge; il paese che viene dopo, è di Giovanni Miei.
Nel centro della parete incontro alle finestre, voglionsi osser-
vare: una piccola marina di Salvatore Rosa; una tela rotonda,
del Giorgione. ed una deposizione dalla croce, di Domenichino.
Di sotto si vedono due battaglie del Borgognone, e le altre due
si ritiene siano di Salvatore Rosa. Il ritratto a sinistra fu colo-
rito da Bronzino, e quello che si scorge nell’angolo viene attri-
buito al Tiziano.
Seguono, sull’altra parete, tre bambocciate, di Giovanni Miei;
un quadro di Luca da Olanda, rappresentante uno sposalizio;
una sacra Famiglia, di Simone Cantarmi da Pesaro, ai lati della
quale, si scorgono due quadri del Wander, rappresentanti l'ado-
razione dei Magi, e l’adorazione dei Pastori, e di sopra avvi un
paese, di Salvatore Rosa. In seguito si hanno: lo sposalizio di s.
Caterina, dello Scarsellino: un ritratto, dipinto da Giorgione, et!
un quadro con satiri e ninfe, creduto di Tiziano.
In questo palazzo esiste anche una celebre biblioteca, fondata
dal card. Neri Corsini nella prima metà del XVIII secolo. Essa
si compone di nove sale, talune delle quali sono magnificamente
decorate. Questa biblioteca si fa distinguere fra tutte le altre di
Roma per una mirabile raccolta di libri stampati nel XV secolo,
e per una quantità di manoscritti in diverse lingue, riferibili, la
più parte, alla storia del medio evo: il più interessante di tutti è
la cronaca di Giovanni Villani. Quello però che rende singolare
questa biblioteca, è la celebre e rara collezione delle stampe in-
cise in rame, la quale rivaleggia con quelle più famose, in tal ge-
nere, esistenti in Europa. La biblioteca rimane sempre affidata
alle cure d’un bibliotecario letterato, ed è aperta al pubblico in
certe tali ore dopo il mezzogiorno.
La villetta annessa a quésto palazzo si distende sul pendìo del
Gianicolo, e nel punto più elevato si trova un casino eh dove
si scopre l’intera città di Roma. Si crede che in questo luogo
esistesse la famosa casa villereccia di Giulio Marziale, stando a
quanto ne dice il suo cugino Marziale il satirico, cioè: Hinc se-
j)tem domino s videro montes, et tot am licet /estimare Romam.
Giuseppe Vasi, che ebbe nel suo studio il celebre incisore Pira-
nesi, di quivi prese il disegno della sua veduta generale di Ro-
ma, che poseia incise in 12 tavole. — La suindicata villetta è
prossima alla
Digitized by Google
401
Villa già Lante.
VILLA, GIÀ' LANTE.
A detto del Vasari, verso il 1524, il celebre pittore Giulio Ro-
mano eresse questa graziosa casa di campagna per monsig. Bal-
dassarre Turini da Pescia, che fu datario di papa Leone X, ed
uno de'più distinti prelati della corte di Clemente VII. L’immor-
tale Raffaello, amico intimo del Turini, lo scelse per suo esecu-
tore testamentario, conforme si legge nella iscrizione posta nel
Pantheon. Questo casino di delizia, situato in amenissimo luo-
go, era mirabile non solo per la comodità degli appartamenti,
ma anche per la squisitezza degli ornati in istuceo. Ivi si vede-
vano eziandio degli affreschi condotti o dall’artista medesimo, o
dai suoi scolari sui cartoni di lui e sotto la sua direzione: essi
affreschi vennero incisi dai più celebri artisti del XVI secolo,
fra i quali ricorderemo Marcantonio, ed Agostino Veneziano.
Questa villa fu posta a ruba e devastata dalle soldatesche del
contestabile di Bourbon, nel 1527, e dopo morto monsig. Turini,
passò in altre mani. Dall’ultimo secolo in poi appartenne ai du-
chi Lante, i quali nel 1824 la vendettero al principe Borghese.
Oggi è proprietà delle suore del sacro Cuore di Gesù, residenti
alla Trinità de’Monti, e che quivi tengono il loro noviziato.
Scendendo di nuovo nella via della Lungara, si trova, quasi
incontro al palsizzo Corsini, l’ingresso al cortile che precede il
bel casino detto la
FARNESINA.
Questo palazzo Riedificato con architetture di Baldassarre Pe-
ruzzi per Agostino Chigi, famoso banchiere nel pontificato di
Leone X. Egli morì nel 1520, pochi giorni dopo Raffaello, di
cui era amico, e lasciò circa 800 mila scudi romani, somma enor-
me a que’ tempi; e dalla famiglia del detto banchiere derivò la
principesca casa che ne porta il nome. Dopo la metà del XVI
secolo questo palazzo fu venduto ai Farnesi, ed estinta questa ,
famiglia, nel 1731, passò in dominio della corona di Napoli: at-
tualmente appartiene al duca di Ripalda, principe di s. Lucia,
che nel 1861 lo prese in enfiteusi per 99 anni.
Quello che rende in ispecie interessante questo palazzo è la
favola di Amore e Psiche, dipinta a fresco nella volta del primo
salone, per mano di Giulio Romano e di altri fra’migliori sco-
lari di Raffaello, il quale ne diede i disegni: la Galatea però, che
forma un altro de’preziosi ornamenti del luogo, venne condotta
da quel sublime maestro. Tali pitture, avendo assai sofferto, fu-
Digitized by Google
402 Settima Giornata.
rono ristorate da Carlo Maratta con molta diligenza; ma ad onta
di ciò, il colorito di esse divenne un poco carico e duro.
La favola di Psiche, tolta da Apuleio, è distribuita come ap-
presso: nei due quadri in mezzo alla volta vennero rappresentati
i due soggetti principali della favola, contenendo, il primo, il
consiglio degli Dei, in cui Amore e Venere informano Giove,
come giudice della loro causa; e Mercurio che , prevedendo il
giudizio del padre dei Numi, senza attendere che lo abbia pro-
nunziato, offre a Psiche la coppa dell’ambrosia per farla parte-
cipe dell’immortalità: questo affresco è di Giulio Romano. Il se-
condo dei detti quadri, condotto da Gio. Francesco Penui, detto
il Fattore, rappresentale nozze di Amore e Psiche, celebrate
nell’Olimpo, in mezzo al convito degli Dei.
Intorno alla volta, in dieci dipinti triangolari, fu espressa tut-
ta l’orditura di questa favola, fino al momento delle nozze. —
Nel 1° dipinto, il quale rimane nel lato sinistro della sala, èVe-
nere che mostra Psiche a suo figlio, cui comanda di farla arde-
re d’amore pel più vile de’ mortali, in punizione d’essersi, con-
tro il suo divieto, innamorata di lui. — Il 2° figura Amore che
addita Psiche alle tre Grazie compagne di Venere, quasi volesse
dare a conoscer loro la singolare bellezza della fanciulla, suppo-
sta dall’artefice all’infuori del quadro. Lo stesso Raffaello lavorò
molto in questa pittura, e soprattutto sul dosso d’una delle Gra-
zie, la quale è mirabilmente condotta. — Nel 3° dipinto si vede
Venere che si diparte da Giunone e da Cerere, le quali a lei par-
lano in favore della sventurata Psiche. — Nel 4° si scorge Ve-
nere sdegnata, entro al suo carro tirato da quattro colombe,
mentre si reca presso Giove a pregarlo di spedir Mercurio alla
ricerca di Psiche fuggitiva, per isfogar su di essa il suo sdegno.
— Il 5° offraci Venere che prega Giove ad inviar Mercurio in
traccia di Psiche. — Il 6° rappresenta Mercurio che pubblicagli
ordini di Giove, e le ricompense promesse da Venere a chi con-
segni Psiche. — Il 7° esprime Psiche bellissima, che torna dal-
l’inferno, sorretta da tre Amorini, e portante con sè il vaso del
belletto donatole da Proserpina, per calmar con esso l’ira di Ve-
nere.— Nell’80 dipinto si scorge la stessa Psiche che offre quel
vaso a Venere indignata. — Il soggetto del 9° rappresenta A-
more, il quale si lamenta con Giove della crudeltà di sua madre,
chiedendogli nel tempo stesso le nozze di Psiche: e si osserva
Giove che, baciandolo in fronte, gli concede la grazia.— Il 10“
dipinto finalmente offreci Psiche condotta al cielo da Mercurio,
per isposare Amore. Si scorgono inoltre 14 dipinti triangolari
Digitized by Google
Farnesina.
403
che fiancheggiano i già descritti, ne’ quali sono rappresentati i
Genii di tutti gli Dei, o piuttosto degli Amorini, i quali, quasi a
trionfo, tengono i loro attributi a guisa di trofei, simboleggian-
do cosi il potere di Amore, che tutto sfida e vince.
Nella camera attigua si ammira la celebrata Galatea, che il
sommo Raffaello dipinse a fresco di propria mano. Essa è in
piedi entro una conchiglia tirata da due delfini, preceduta da
una Nereide, e seguita da un’altra portata da un Tritone. I
due quadri nella volta di questa stanza, uno de’ quali rappresen-
ta Diana sul suo carro tirato da buoi, e l’altro la favola di Me-
dusa, appartengono a Daniello da Volterra. Gli affreschi delle
lunette spettano a Sebastiano Del Piombo. Gaspare Pu asino di-
pinse i paesi, e Baldassarre Peruzzi non solo eseguì tutte le altre
pitture che adornano la volta di questa sala, ma abbellì eziandio
le pareti di ornati frammisti con figure a chiaroscuro, ad imita-
zione di bassorilievi. La magnifica testa colossale, disegnata col
carbone in una lunetta della stanza, è opera di Michelangelo ,
eseguita, non già come volgarmente si dice, per riprendere Raf-
faello della piccolezza delle sue figure, ma sì per non restarsene
in ozio mentre attendeva il suo scolare Daniello da Volterra, le
cui opere erasi ivi recato ad osservare.
Nel piano superiore sonovi pure due stanze con affreschi. I
dipinti di prospettiva nella prima sono di Baldassarre Peruzzi, e.
lafuoina di Vulcano, che si vede sul caminetto, come anche i
fregi, appartengono alla scuola del Sanzio. Nella seconda stan-
za, l’affresco incontro alle finestre rappresentante Alessandro il
Grande in atto di offerire una corona a Rossane, come pure l'al-
tro affresco nella parete a destra, vennero eseguiti dal Sodoma:
quello poi fra le finestre spetta alla scuola raffaellesca.
Uscendo da questo palazzo , e proseguendo per la via della
Lungara, veggonsi subito, a destra, gli avanzi delle scuderie
di Agostino Chigi, erette coi disegni del Sanzio, le quali rima-
sero in piedi fino al cominciare del corrente secolo, essendosi
dovute abbattere nel 1808, giacché minacciavano rovina. Que-
sta era una delle più belle fabbriche moderne, non solo per la
massa, ma anche pei dettagli, siccome rilevasi dalle modanature
del basamento che tuttora esiste.
Di prospetto rimane la chiesa di s. Croce della Penitenza, sul
cui aitar maggiore è un Crocifisso dipinto da Francesco Troppa. *
L’ Annunziata sull’altare a destra è dell'autore stesso, ed il qua-
dro a sinistra, colla Maddalena, è lavoro di Ciccio da Napoli.
Digilized by Google
404
Settima Giornata. .
Quasi incontro alla suddetta chiesa, v’è quella sacra a s. Gia-
como, edificata nel 1628 dal card. Francesco Barberini, e sul cui
aitar maggiore si osserva un quadro rappresentante quell’apo-
stolo, lavoro del Romanelli. I quadri degli altari laterali, colla
Maddalena e s. Agostino, vennero condotti da Francesco Troppa.
Proseguendo il cammino, s’incontra dopo pochi passi, a mano
sinistra, la chiesa di s . Maria Regina Cali. Essa fu eretta con di-
segno di Francesco Contini, nel 1654, da Anna Colonna princi-
pessa romana, moglie di Taddeo Barberini, e vi si osserva il se-
polcro di lei col busto di bronzo dorato. Il dipinto sull’ aitar
maggiore colla Presentazione di Maria Vergine al tempio, è del
Romanelli, che condusse anche quello di santa Teresa; l’altro
rappresentante s. Anna appartiene a Fabrizio Chiari.
Si giunge poscia alla chiesa di s. Giuseppe, edificata nel 1732
con architetture di Luigi Rusconi Sassi. Il quadro sull’ aitar
maggiore è di Filippo Frigiotti: la sacra Famiglia, sull'altare a
sinistra, spetta a Girolamo Pesci, e la deposizione dalla croce fu
eseguita da Niccola Ricciolini.
Andando più avanti, si trova a destra il ponte sospeso di fer-
ro, costruito nel 1863 da una società anonima, a cui il nostro
Governo accordò il diritto di godei*e del pedagio per99anni.Gli
opportuni disegni vennero somministrati da M.r Oudry, inge-
gnere di ponti e strade in F’rancia, e l’esecuzione dei lavori fu
diretta dall’ ingegnere Cavi, già capitano nel corpo del genio
delle truppe pontificie. — Incontro all’aceennato ponte, sorge il
PALAZZO, GIÀ’ SALVIATI (!V.0 83).
Esso fu fatto erigere dal card. Bernardo Salviati coi disegni
di Nanni di Baccio Bigio, architetto fiorentino, per alloggiarvi
Enrico III re di Francia. 11 ricordato architetto fu contempora-
neo di Rafiaello , e molti artisti della fiorita scuola del Sanzio,
solevano riunirsi nel suo studio. Il Milizia critica questo palazzo
come troppo mastino, ma ne loda il grandioso scomparto, le fi-
nestre, il cortile, e la magnificenza dell’insieme.
In questo palazzo, divenuto poscia proprietà del Governo,
venne collocato l’Archivio Urbano, contenente le copie auten-
tiche degli atti pubblici di tutti i Notari di Roma. Nel 1863 il
detto archivio fu trasportato nell’Ospizio di s. Michele a Ripa;
nel tempo stesso furono operati grandi ristauri nel palazzo in di-
scorso, e vi fu stabilita una caserma. Il giardino annesso a que-
sto edilìzio, venne mutato, fin dal 1820, in orto botanico, dipen-
Digitized by Google
Chiesa di s. Onofrio. 407»
dente dall’Università Romana. — La piccola strada a lato del de-
scritto palazzo conduce alla
CHIES I DI S. ONOFRIO.
Questa chiesa fu eretta nel 1439, sotto il pontificato di Euge-
nio IV, dal beato Niccola da Forca-Palena, diocesi di Sulmona,
per i padri eremiti della congregazione di s. Girolamo .
Sotto il portico si vedono tre lunette, ove sono rappresentati
alcuni tratti della vita di s. Girolamo, dipinti da Domenichino,
il quale condusse pure la Madonna col santo Bambino che si os-
serva superiormente alla porta della chiesa. In questo stesso
portico esiste la memoria sepolcrale del fondatore dell’ordine, e
vi si scorgono anche due Sibille colorite dal Buglioni.
Questa chiesa ha una sola nave, con cinque cappelle, due a
destra, tre a sinistra. La prima di queste ultime fu ampliata e
decorata magnificamente, come oggi si vede, d’ordine del som-
mo pontefice Pio IX, per ivi collocare l’elegante monumento se-
polcrale di Torquato Tasso, scolpito dal commend. Giuseppe
De Fabris, ed eretto mediante le offerte degli ammiratori del
sublime cantore di Goffredo. Sorge questo monumento a destra
del vestibolo formante parte della cappella in discorso. Sul gran-
de basamento è scolpita in bassorilievo, la funebre pompa con
cui venne onorato il sommo poeta dopo morto. In esso furono
rappresentati gli amici del defunto ed i più famosi dotti che se-
guirono il suo feretro, cioè, Antonio Decio, il Guarino, Virgi-
lio Cesarmi, Giulio Guastarmi, il Barga, l’Attendolo, il Manso,
T Antonelli ed altri. La grande nicchia che apresi al disopra,
contiene la statua del Tasso, maggiore del vero; essa presentaci
il grande poeta nel punto di volgere gli armoniosi suoi versi al-
la Regina de’ cieli, che apparisce nel fondo deH'arcuatanicchia
in mezzo ad un coro di angeli. La nicchia poi è abbellita, all'e-
sterno, da due Fame colla tromba e con corone, e da eleganti
ornati, frammistivi graziosi genietti ed emblemi poetici.
Gli avanzi mortali del sommo cantore della Gerusalemme
furono trasferiti nei nuovo mausoleo, dopo essere stati estratti
dal modesto sepolcro erettogli dal card. Bevilacqua, ferrarese,
e tuttora esistente a lato all’ ingresso della chiesa. Il trasporto
delle ceneri del Tasso fu eseguito con pompa veramente solenne
alla presenza delle autorità governative, dei rappresentanti di
tutte le Accademie di Roma, e di grande folla di popolo. La ce-
rimonia ebbe luogo il 25 aprile 1857, giorno anniversario della
Digitized by Google
406
Settima Giornata.
morte del sublime poeta epico, il quale, in età di anni «56 finiva
la vita nell’annesso convento, correndo l’anno 1595 (1): nella
parete incontro al monumento si legge una iscrizione che ricor-
da il memorando avvenimento. L’affresco nella lunetta di sopra
è lavoro di Filippo Balbi, che vi rappresentò il Tasso moribon-
do, assistito dai padri eremiti di s. Girolamo, e confortato dalla
presenza del card.Cinzio Aldobrandini,il quale, in quegli estremi
momenti, gli fu mandata da Clemente "Vili perchè dessegli l’a-
postolica benedizione. Il medesimo Balbi condusse pure gli altri
affreschi di questo vestibolo, quelli nella volta della cappella ed
il quadro ad olio sull’altare, in cui ritrasse s. Girolamo nel de-
serto. La descritta cappella venne decorata colla direzione del-
l’architetto Carlo Piccoli.
Sull’altare della successiva cappella è un dipinto del Trevisa-
ni, rappresentante il beato Pietro da Pisa. Nella parete a destra
sono due depositi, uno del card. Luigi Frezza, morto nel 1837,
l’altro eretto al celebre poeta lirico, Alessandro Guidi, che fio-
riva sul cominciare del XVIII secolo: questo deposito esisteva
già nel luogo ove fu posto quello del Tasso. Nel pavimento del-
la cappella seguente si legge l’umile iscrizione sepolcrale, posta
alla memoriadel card. Mezzofante, bolognese, mancato ai vivi nel
1849, il quale si rese celebre per la cognizione che avevadi mol-
tissime lingue.
La tribuna è interamente abbellita con affreschi, i quali, quan-
tunque maltrattati dai ristauri, non lasciano di conservare il lo-
ro grande merito. Quelli di essi affreschi che scorgonsi sotto la
cornice, sono lavori di Baldassarre Peruzzi; gli altri di sopra, ap-
partengono a Pinturiccliio Volgendosi verso l’altro lato della
navata, si vede subito un bel monumento sepolcrale, lavoro del
XVI secolo. Nella cappella che viene dopo, decorata di belli
marmi e di stucchi dorati, si osservano due monumenti eretti ai
cardinali Mandruzzi: il quadro dell’altare, rappresentante la Ma-
donna di Loreto, fu dipinto da Annibaie Caracci, e gli affreschi
sono del Ricci da Novara, eccetto la coronazione della Madon-
na, che è di uno scolare del medesimo Caracci.
In un corridoio del convento si ammira una Madonna dipinta
a fresco dal famoso Leonardo da Vinci, ed entro l’attiguo orto
(1) In tutti i giorni, fattane domanda nella sacrestia, si possono visitare le stan-
ze che abitò il Tasso, nelle quali si veggono conservati alcuni suoi autografi, ed al-
quanti oggetti di cui faceva egli uso: vi si osservn pure la maschera del sommo poe-
ta. formata sul cadavere di lui, appena spirato
Digilized by Google
407
Torta s. Spirito.
si vedeva la querce secolare, detta querce del Tasso, perchè
questi soleva sedervisi all’ombra. Tale albero venne atterrato nel
1842 da un uragano, ma tuttora ne rimane un troncone. Questo
luogo, il quale conserva ancora le anfiteatrali gradinate ove s.
Filippo intertenevasi colle sue pie adunanze, offre una delle più
belle vedute di Roma e delle sue vicinanze, fino al mare. — La
grande strada che s’apre di faccia alla chiesa già descritta, ri-
conduce alla via della Lmgara, ove si trova subito, a sinistra, la
PORTA S. SPIRITO.
Allorquando, circa l’anno 850, il pontefice s. Leone IV fece
circondar di mura il Vaticano, cui allora si diede il nome di Cit-
tà Leonina , fra le porte ch’egli fece costruire, quella corrispon-
dente alla porta attuale in discorso fu chiamata porta s. Spirito.
Nella ricostruzione delle mura di Borgo, Paolo III fecela rifab-
bricare con ottime architetture di Antonio da Sangallo, a cui le
inimicizie e la morte non permisero di compierla. In seguito, a-
vendo Urbano Vili ampliato le mura per comprendere nella cit-
tà il rimanente del Gianicolo, la porta di cui si parla divenne
inutile, al pari della porta Settimiana-, ed aneli’ oggi chiamasi
porta s. Spirito, per la vicinanza della chiesa di tal nome.
Tornando indietro per la via della Lmgara, si trova da sini-
stra, subito dopo la porta s. Spirito, l’ospedale de’ pazzi, eretto
da Benedetto XIII. Questo spedale fu alquanto ampliato da Leo-
ne XII; ed in seguito, per munificenza del pontefice Pio IX,
venne talmente ingrandito e migliorato in ogni sua parte , che
può reggere al paragone dei più rinomati manicomii di Europa;
di guisa che se ne deve molta lode anche all’ architetto cav .
Francesco Azzurri, il quale diresse i lavori.
Recandosi di nuovo alla porta Settimiana, e pigliando per la
strada a sinistra dopo la suddetta porta, appena fatti pochi passi,
si trova, dalla stessa mano, la casa (N .° 20) in cui abitava la gio-
vane Fornarina tanto amata da Raffaello; sotto la detta casa sus-
siste ancora, da quell’epoca, la bottega ad uso di forno. Poi s’in-
contra dallo stesso lato la chiesa di s.Dorotea,clie fu riedificata
verso la metà dello scorso secolo coi disegni di Giov. Battista
Nolli; quel medesime* che fece la gran pianta di Roma moderna.
Pochi passi dopo viene di prospetto la
Digitized by Google
408
Settima Giornata .
CHIESA DI S. GIOVANNI DETTO DELLA MALVA.
I
Fin dal secolo Vili esisteva in questo luogo una chiesa dedi-
cata ai ss. Gio. Battista, ed Evangelista. A quell’epoca era detta
in mica aurea (e corrottamente della malva) a causa della co-
stumanza di dispensare in ogni anno ai poveri dei pani aventi
sopra una croce dorata.
Questa chiesa, trovandosi, nel 1818, in istato di rovina, ven-
ne atterrata affatto del pari che l’annesso convento, spettante ai
padri ministri degl’infermi, i quali n’ erano in possesso fin dai
tempi di Clemente XI. L’attuale chiesa fu riedificata, nel 1851,
dalla baronessa Anna Grazioli, e dal suo figlio baron Pio, con
architetture di Giacomo Moraldi.
L’ interno è preceduto da un anti-tempio, da cui rimane divi-
so per mezzo di due colonne corintie. Un ordine di pilastri, pure
eorintii, forma la decorazione della nuova chiesa, a croce greca,,
con tre altari e sua cupola. — Di qui si raggiunge il Tevere, il
quale si passa sul
PONTE SISTO.
Non si conosce ancora da chi fosse eretto questo ponte ; ma
sembra che sotto l’impero avesse il nome di Janiculensis , poi-
ché Vittore cosi lo chiama. Negli Atti dei martiri è detto Anto-
nino, forse a motivo di qualche ristauro fattovi da alcuno degli
Antonini : e non perciò dobbiamo assolutamente- credere fosse
Antonino Pio, conforme si asserisce. Esso aveva il nome di Gia-
nicolense, a causa della vicinanza del monte Gianicolo, ed in se-
guito fu chiamato Sisto, dal pontefice Sisto IV che nel 1474 lo
fece rifabbricare da Baccio Pintelli. — Viene poi la
FONTANA DI PONTE SISTO.
Questa bella fontana, alimentata dall’acqua Paola, rimane in-
contro alla via Giulia, e fu fatta costruire da Paolo V, coi dise-
gni di Giovanni Fontana. La sua decorazione consiste in due co-
lonne ioniche, sorreggenti un attico, ed in una grande nicchia
ove è un’apertura da cui sbocca un profluvio di acqua, che cade
prima in una tazza e poscia precipita in un ampio bacino. — In-
camminandosi per la via de’ Pettinavi . che rimane incontro al
ponte Sisto, s’incontra, a destra, la piazza in cui é la
Digitized by Google
409
Chiesa della T/inità de' Pellegrini.
CHIESA DELLA TRINITÀ' DE' PELLEGRINI.
Fu questa edificata nel 1614 coi disegni di Paolo Maggi, sul
luogo ove in passato esisteva la chiesa denominata di s. Bene-
detto in arenula. Un tal Giambattista De Rossi vi fece erigere
la facciata con disegno di Francesco De Sanctis, la quale è in
travertini, adorna con colonne corintie e composite, e colle sta-
tue degli Evangelisti, scolpite da Bernardino Ludovisi
Questa chiesa fu interamente rinnovata, nel 1853, colla dire-
zione dell’architetto Antonio Sarti. In si fatto ristauro venne ar-
ricchita di dorature, e le colonne, i pilastri ed altre parti di essa
furono coperte di scaiola imitante scelti marmi, per cui a primo
sguardo, sembra sia decorata con marmi di colori diversi, giallo
antico in ispecie.
All’occasione medesima, tutti i quadri delle cappelle e tutti
gli affreschi che l’ abbelliscono vennero ristaurati : ma quelli
della seconda cappella a destra, al pari che il quadro dell’altare,
furono fatti di nuovo da Filippo- Bigioli: il detto quadro rappre-
senta s. Filippo Neri e la Madonna, egli affreschi esprimono al-
cuni passi della vita di quel santo. L’ Annunziata, sull’altare del-
la terza cappella, appartiene al Ricci da Novara, e la statua di
s. Matteo, posta sopra l’altare a destra nella crocera, è scultura
del Cope, fiammingo; l’angelo però fu scolpito dal Ferrucci.
Si ammira sull’ aitar maggiore un dipinto di Guido Reni, rap-
presentante la ss. Trinità, ed è riguardato come una delle mi-
gliori opere che uscissero di mano di sì celebre artefice, il quale
dipinse pure il Padre Eterno nel lanternino della cupola. I qua-
dri delle tre cappelle dall'opposto lato rappresentano: s. Grego-
rio, opera di Baldassarre Croce; la Madonna coi ss. Francesco
ed Agostino, lavoro del cav. d’Arpino, ed una Madonna con al-
cuni santi, pittura del Borgognone.
A questa chiesa è congiunto un grande ospizio pei convale-
scenti d’ambo i sessi, che escono dagli ospedali di Roma, e pei
pellegrini, egualmente dell’ uno e dell’ altro sesso, che si recano
a visitare i santuari della capitale del mondo cattolico.
Questo pio istituto venne fondato nel 1548 da taluni sacerdoti
e laici, assieme a s. Filippo Neri. I convalescenti vi sono mante-
nuti da 3 a 6 giorni; i pellegrini per soli 3 giorni, e vi si ricevo-
no di ogni nazione ed in qualunque siasi numero. La media dei
convalescenti si può calcolare a circa 80 per giorno. Fra le me-
morie dei pontefici che si veggono nell’interno , ricorderemo il
busto di Urbano Vili, del Bernini, e quello d’innocenzo X, del-
18
Digitized by Google
410
Settima Giornata.
l’Algardi. — La strada che rimane quasi di fronte alla descritta
chiesa, sbocca sulla piazza del Monte di Pietà, sulla quale rima-
ne la facciata principale della gran fabbrica destinata a tale pio
instituto.
MONTE DI PIETÀ’.
L’origine di questo instituto di sussidii risalisce all’anno 1549,
e si deve al padre Giovanni Calvo, generale de’ frati minori di
s. Francesco, il quale, coll’approvazione di Paolo III, fondò una
società di agiate persone, allo scopo che, mediante pegno, pre-
stassero il loro denaro ai poveri. In processo di tempo, i ponte-
fici presero cura speciale di questo pio instituto, e Clemente Vili
lo collocò ove oggi si trova. In esso, secondo la primitiva isti-
tuzione, si- presta denaro su pegno.
L’edifizio racchiude una cappella decorata con buoni marmi,
e con belle sculture. Essa fu cominciata ad erigere coi disegni
di Gio. Antonio De Rossi, e rimase compiuta dall'architetto Car-
lo Bizzaccheri. Il bassorilievo rappresentante la ss. Trinità è la-
voro di Domenico Guidi, quello che esprime Tobia fu scolpito
da Pietro Le Gros, e l’altro dal Teudon. Le statue della Carità
e dell’Elemosina, la Fede e la Speranza spettano a valenti arti-
sti, fra’ quali si annovera il Mazzuoli, autore della prima.
L’edifizio di cui parlammo si congiunge, per mezzo d’un arco
traversante la strada, con un’altra fabbrica ove, al piano terre-
no, esiste il Monte dei depositi, così chiamato perchè vi si rice-
ve gratuitamente in deposito il denaro di quelli che vogliono
porlo in sicuro. — Dalla piazza del Monte di Pietà incammi-
nandosi per la via de’ Specchi , appetta percorsa la detta via, si
trova a destra quella che conduce tosto alla piazza ed alla
CHIESA DI S. MADIA IN MONTICELLI.
L’origine di questa chiesa rimonta tra il IV e l’VIII secolo .
Essa dividesi in tre navate, e nei tempi di mezzo si appellò s. Ma-
ria in Arenula, perchè il rione in cui trovasi, attualmente detto
Regola, era in allora distinto con quella denominazione. Si ha
memoria del suo ristauro prima del 1101, in cui fu consacrata
da Pasquale II, e lo stesso fece Innocenzo II nel 1143. In segui-
to, cioè sotto Clemente XI, venne ristaurata per intero coi di-
segni di Matteo Sassi. In tale occasione vi fu eretto il portico
ed il prospetto attuale; e nel 1725 Benedetto XIII concessela ai
padri dottrinari.
Digitized by Google
Chiesa di s. Maria in Monticelli. 411
La chiesa in discorso venne in fine splendidamente risarcita
nel 1860 per cura dei suddetti padri, colla direzione dell’ archi-
tetto Francesco Azzurri; e quindi non solo fu di nuovo decora-
ta con affreschi, condotti dal Ruspi e dal Mariani, ma fu pure
arricchita di scelti marmi e di scagliole, e venne eziandio cor-
retto in molte parti il ristauro operatovi dal Sassi.
. Incominciando pertanto la descrizione del sacro tempio dalla
navata grande, ricorderemo che la calotta della tribuna fu già
adorna di pitture in musaico, delle quali però non restava che
una testa esprimente il Salvatore; perciò tutto il rimanente del
dipinto fu condotto a fresco imitando quella reliquia di antico la-
voro. Tale opera, rappresentante il divin Redentore con alcuni
santi martiri, si deve ad Ercole Ruspi, il quale condusse pure i
ss. Pietro e Paolo nei lati dell’altar maggiore, ed i quattro evan-
gelisti nelle estremità della nave in cui siamo. Nelle pareti late-
rali del presbitero, veggohsi due dipinti di Cesare Mariani: uno
di essi rappresenta Gesù che insegna nell’atrio del tempio; l’al-
tro esprime il passo del vangelo nel quale si parla di quelle ma-
dri che presentarono i loro figli al Redentore perchè li benedi-
cesse. Nella volta poi di questa navata e nei triangoli sulla can-
toria vennero condotti dallo stesso Mariani alquanti soggetti al-
lusivi a Maria Vergine; perciò nelle lu nette della volta veggon-
si ritratte sei eroine dell’antico testamento, cioè Debora, Giaele,
Bersabea, Ester, Abigail e Giuditta, e nei suindicati triangoli
scorgonsi Mosè prostrato innanzi al roveto ardente, e Giacobbe
che fugge lo sdegno di Esaù. Finalmente il davanti dell’accen-
nata cantoria va adorno di belli e gentili gruppi di angeli con
s. Cecilia nel mezzo, il tutto eseguito a chiaroscuro dal ricorda-
to Mariani coi disegni di Tommaso Minardi .
Passando ora nella navata minore, a diritta, entrando in chie-
sa, sul primo altare presso l’ingresso si osserva un quadro di
Odoardo Vicinelli, esprimente l’orazione all’orto. L’altare suc-
cessivo ha un affresco rappresentante la flagellazione di Gesù:
questa pittura, che credesi di Anfc. Caracci, tornò a nuova luce
in quest’ultimo ristauro, mentre in quello operatovi regnando
Clemente XI era stata ricoperta con opera muraria. Sul me-
desimo altare poi, si venera anche quell’immagine di Gesù Na-
zareno, che già apriva gli occhi nell’ anno 1854, prodigio com-
provato con decreto del card, vicario. Sul terzo altare avvi un
quadro del Puccetti, espressavi s. Ninfa. Sugli altari dell’altra
navata minore si osservano: un s. Gio. Battista predicante, del
suddetto Puccetti; un Crocefisso in legno, attribuito al Cavalli-
18*
412
Settima Giornata.
ni, ed una bella flagellazione alla colonna, del Vanloo di Aix.
, Uscendo dalla chiesa e dirigendosi a sinistra , dopo breve
cammino, si sbocca quasi di faccia alla
CHIESA DI S. CARLO A' CATINARI.
Essa fu edificata nel 1612 per cura dei padri barnabiti, ad o-
nore del loro patrono s. Carlo Borromeo, concorrendo larga-
mente alla spesa il card. Giovanbattista Leni, e fu detta d Ca-
li» ari, perchè la contrada in cui si trova era abitata dai fabbri-
catori di catini Ai legno. L’interno venne costruito coi disegni
del Rosati da Macerata, architetto e scultore, il quale lo decorò
con un ordine di pilastri corintii, dando alla chiesa una bella for-
ma di croce greca, con maestosa cupola nel mezzo. L’architet-
tura della facciata è di Giov . Battista Soria, ed ha una decora-
zione di due ordini di pilastri, uno corintio, l’alto composito.
Questa chiesa entra aneli’ essa nel novero di quelle che, in que-
sti ultimi tempi, vennero rinnovate considerevolmente, di guisa-
chè l’interno, mediante il ristauro apportatovi con molto buon
gusto dall'architetto Virginio Vespignani, d’ordine dei sunno-
minati padri barnabiti, e compiuto nel 1861, acquistò una splen-
didezza che mai non ebbe fino ai giorni nostri. Fra i molti cam-
biamenti, ed i lavori ivi eseguiti, furono rinnovate quasi tutte le
dorature degli ornati in istucco , aggiungendovene de’ nuovi,
come richiedeva l’arte. I pilastri che costituiscono l’ordine ar-
chitettonico della chiesa, i quali erano d’opera muraria, sono
oggi di bel giallo di Verona: il cornicione, costruito in traver-
tini, fu ridotto a figurare di marmo bianco, osservandovisi il fre-
gio dipinto ad imitazione del giallo suddetto: grinterpilastri e
gli altri intervalli dei muri, furono incrostati con marmi colo-
rati, e negli spazi ove non se ne adoperarono dei veri , vennero
essi imitati da abile pennello. Oltre a tuttociò, fu rinnovato il
pavimento con marmo bianco e bardiglio; si diede a taluni dei
monumenti sepolcrali, esistenti in questa chiesa, una collocazio-
ne migliore di quella che avevano in passato, e finalmente ven-
ne essa pure arricchita di nuove pitture a fresco, condotte dal
rinomato artista Francesco cav. Coghetti, delle quali parleremo
a suo luogo, poiché, secondo il nostro sistema, cominceremo la
breve descrizione di questo sacro tempio dalla prima cappella a
destra entrando in esso.
In questa cappella si osserva, sull’altare, l’Annunziazioue di
Maria, eseguita da Lanfranco. Procedendo nella nave di eroce-
Digitized by Google
Chiesa di s. Carlo a' Catinari.
413
ra si scorge, sull’altare a destra, un dipinto di Giacinto Brandi,
rappresentante il martirio di s. Biagio, opera delle più stimate di
quel pittore. Ivi si vogliono rimarcare, nelle lunette laterali al-
la finestra che si apre di sopra, due buoni affreschi del ricorda-
to Coghetti , esprimenti s. Biagio soprappreso dai sicarii nella
grotta del monte Argeo, per trascinarlo al supplizio; e lo stesso
santo che prodigiosamente risana un fanciullo ridotto a morte,
causa una spina attraversataglisi nella gola. Nelle pareti late-
rali sono due sepolcri: quello a destra, di gentile lavoro, fu e-
retto alla memoria del poeta Gio. Gherardo De Rossi, della mo-
glie di lui, e del loro figlio Giov. Francesco; l’altro, a sinistra,
venne posto a Luigia Carlotta duchessa di Sassonia, dal conte
Giovanni Vimercati consorte di lei.
Passando nella tribuna si scorge l’altar maggiore, eretto con
biasimevole architettura di Girolamo Rainaldi , che lo decorò
con quattro colonne di raro porfido rosso, aventi basi e capi-
telli di bronzo dorato. Sopra l’altare è un bel quadro di Pietro
da Cortona, espressavi la solenne processione di penitenza fatta
in Milano da s. Carlo Borromeo, allorquando quella città era de-
solata dalla peste. Gli affreschi che abbelliscono la detta tribu-
na sono del Lanfranco, lavoro poco accurato degli ultimi suoi
anni. Tali affreschi rappresentano le tre Virtù teologali, e s.
Carlo ricevuto nella gloria celeste dalla Regina degli angeli, la
quale lo presenta al trono della Triade saritissima. Le statue in
gesso , rappresentanti gli apostoli Pietro e Paolo, donate dal
pontefice Pio IX e quivi poste entro nicchie aperte dal Yespi-
gnani, vennero formate sui modelli eseguiti dal Tadolini e dal
De Fabris, e sono appunto i gessi su cui essi scolpirono in mar-
mo le statue ohe si veggono innanzi al prospetto della basilica
Vaticana. Di sopra si scorgono i ritratti di s. Francesco di Sales,
e del beato Alessandro Sauli, condotti dal cav. Ercole Ruspi.
Presso la tribuna, or ora descritta, si aprono due cappelle, una
incontro all’altra. Quella a destra, sacra a s. Cecilia, ha un qua-
dro di Antonio Gherardi, che vi ritrasse la santa: l’altra cappel-
la, a sinistra, è dedicata ai santi martiri Mario, Marta, Audifa-
ce ed Abaco, i quali costituiscono il soggetto del quadro dell’al-
tare, dipinto dal Romanelli. Gli affreschi nelle due lunette, at-
tribuiti al Camassei, alludono all’ imprigionamento ed al marti-
rio dei sunnominati santi.
Nei petti della cupola sono figurate le quattro Virtù cardi-
nali, sorprendenti lavori di Domenicliino, il quale intramezzò a-
gli attributi di esse gli stemmi di famiglia del santo titolare della
Digilized by Google
414
Settima Giornata.
chiesa. Questi affreschi, mirabili sotto ogni riguardo artistico ,
furono con molta diligenza ristorati da Luigi Scalzi. Nella vol-
ticella della lanterna si scorge la maestosa figura dell’ Eterno
Padre, opera del Coghetti, a cui si devono pure i graziosi an-
geli, coloriti per di sotto agli arconi.
Volgendosi ora dall’altro lato della nave di crocera, si ammi-
ra sull’altare uno dei capi lavori di Andrea Sacchi, rappresen-
tante la morte di s. Anna. Anche gli affreschi nelle due lunette
al disopra di questo altare appartengono al Coghetti, ed espri-
mono lo sposalizio di s. Anna, e la presentazione di Maria Ver-
gine altempio. Dei due monumenti sepolcrali posti a ridosso
delle pareti laterali, quello da mano destra ricorda ai posteri la
memoria del card. Gerdil, barnabita, reso celebre dai suoi scritti
a prò della cattolica religione: l’altro monumento, a sinistra, fu
posto al sapientissimo card. Fontana, anche egli barnabita. L’ul-
tima cappella merita di essere osservata, a motivo della sua son-
tuosa decorazione, eseguita nel 1739 coi disegni dell’architetto
Mauro Fontana, che l’arricchl di preziosi marmi, di stucchi do-
rati e di pitture condotte da Filippo Mondelli, il quale abbellì la
cupola con graziosi gruppi di angeli, e dipinse ad olio ne’ due
medaglioni, altrettanti fatti della vita di s. Paolo. Il quadro sul-
l’ altare, fiancheggiato da due belle colonne di verde antico, è
opera di autore incerto, e rappresentail beato Alessandro Sau-
li, a cui questa cappella è sacra.
Porremo fine alla breve descrizione di questa chiesa, accen-
nando gli affreschi, che si osservano al disopra delle tre porte
che ad essa danno adito. I due sulle porte minori, eseguiti da
Mattia Preti, detto il cav. Calabrese, aiutato nel lavoro dal suo
fratello Gregorio, rappresentano s: Carlo Borromeo in atto di
fare elemosina durante la peste di Milano, ed il medesimo san-
to, che ordina al padre Domenico Boerio, barnabita, di recarsi
fra’ Grigioni per ivi combattere l’eresia. Gli affreschi delle due
lunette sopra la porta maggiore esprimono Gesù che dà le chia-
vi a s. Pietro , e la decollazione di s. Paolo. Cosiffatti dipinti
spettano al più volte nominato Coghetti, il quale, in tutti gli ac-
cennati lavori, sostenne la rinomanza di cui a buon diritto gode.
Finalmente, non si vuol passare in silenzio che nel coro hav-
vi un bel ritratto di s. Carlo Borromeo, condotto a fresco da
Guido Reni in mezza figura colossale; ritratto che in altri tempi,
stava sulla facciata della chiesa.
Uscendo da questa, e pigliando la strada a destra, si entra
nella via dei Giubbonari, la quale sbocca sulla piazza di Campo
»
Digitized by Google
• Palano della Cancelleria. 415
di Fiore ; e di quivi, proseguendo sempre sulla diritta, dopo al-
quanti passi, si trova dal medesimo lato la piazza ed il
PALAZZO DELLA CANCELLERIA.
Questo superbo palazzo fu fatto cominciare dal card. Mezza-
rota, e rimase compiuto dal card. Riario, nipote di Sisto IV.
Nella sua costruzione si adoperarono moltissime pietre del Co-
losseo ed i marmi dell’arco di Gordiano, che venne scoperto cir-
ca quel tempo. Il rinomato Bramante, architetto del palazzo, ne
ornò il cortile con due portici l’uno sull’altro, sostenuti da 44
colonne di granito, che si crede appartenessero al portico di
Pompeo. Il salone fu dipinto da Giorgio Vasari, che vi rappre-
sentò diversi fatti della vita di Paolo III. — Al medesimo pa-
lazzo è congiunta la
CHIESA DE' SS. LORENZO E DAMASO,
DETTA DI 8. LORENZO IN DAMASO.
Questa chiesa, priva di facciata, ha la sua porta principale nel
prospetto del descritto palazzo. Essa fu edificata nel 1495 coi
disegni del ricordato Bramante, per ordine del suddetto card.
Riario, dal quale venne dedicata ai ss. Lorenzo e Damaso ; egli
fece pertanto demolire l’antica basilica di s. Lorenzo quivi pres-
so eretta da s. Damaso papa fin dall’anno 380. La chiesa in di-
scorso, minacciando rovina, fu interamente rinnovata, nel 1820,
con architetture di Giuseppe Valadier, per cui della primitiva
edificazione della medesima non rimane che la porta principale,
costruita con bel disegno del Vignola, e l’insieme del suo in-
terno.
Questo è preceduto da un vestibolo; la sua pianta può dirsi
quadrata ed ha una navata all’intorno, meno che nel lato della
tribuna. Presso la cappella del coro, esistente sotto la nave de-
stra, si osservano due belli sepolcri eretti alla memoria di due
personaggi della nobile famiglia de’ principi Massimo. Uno di
essi, consistente solo in un busto di donna, fu scolpito dal com-
mendator Tenerani, e l’altro da Filippo Gnaccarini. Viene quin-
di il monumento sepolcrale del card. Francesco Saverio Massi-
mo, col ritratto di lui in musaico. Poco di poi si scorge la sta-
tua di s. Ippolito, vescovo di Porto, fatta a similitudine di quella
esistente nel museo Lateranense, e nella base v’è inciso il ciclo
pasquale. Vicino a questa statua sorge il sepolcro eretto alla
Digitized by Google
416
Settima Giornata.
memoria del conte Pellegrino Rossi, chiaro economista e giu-
reconsulto italiano, il quale, fu pari di Francia ed ambasciatore
di essa nazione presso la santa Sede, e finalmente ministro del-
l’interno del pontefice Pio IX. Fu egli proditoriamente ucciso
sotto il portico inferiore del palazzo testò descritto, la mattina
del 15 novembre 1848, nel momento che si recava ad aprire la
nuova sessione della camera dei deputati, che adunavasi nelle
stanze di esso palazzo. Anche questo monumento, in cui osser-
vasi il busto del defunto, venne scolpito dal Tenerani, e visi leg-
ge la seguente iscrizione:
QVIETI . ET . CINERIBVS
PEREGRINI . ROSSI . COM. DOMO . CARARIA
QVI . AB . INTERNIS . NEGOTIIS . PII . IX . PONT. MAX.
IMPIORVM . CONSILIO . MEDITATA . CAEDE . OCCVBVIT
XVII . KAL. DEC. AN. MDCCCXLVIII
AETAT. ANN. LXI . M. IIII . D. XII
CAVSAM . OPTIMAM . MIHI . TVENDAM . ASSVMPSI
MISEREBITVB . DEVS
Nella sacrestia scorgesi una statua di s. Carlo Borromeo, di
Stefano Maderno, e nell’attinente cappellinasi osserva una bella
pittura in tavola del Pomarancio, esprimente Maria Vergine fra
alquanti angeli. Annibaie Caro, uno de’ più illustri poeti. del se-
colo XVI, celebratissimo nella letteratura italiana, venne sepol-
to in questa chiesa, ove si vede il suo sepolcro col ritratto di lui,
scolpito dal Dosio.
Ponendosi per la via che s’apre incontro alla descritta chiesa,
si trova un piccolo edilìzio detto la Farnesina (N.° 9), la cui ar-
chitettura è assai pregiata dai conoscitori dell’arte. Questa gra-
ziosa fabbrica fu architettata dal gran Raffaele per monsignor
dell’Aquila.
Dì quivi si passa nella via de’ Bau Ilari, di dove, pigliando a
destra, si perviene sulla piazza Farnese, la quale è decorata con
due fontane, alle quali servono di bacini due sorprendenti urne
di granito egizio scopèrte nelle terme di Caracalla: esse hanno
5 met. e 46 c. in lunghezza, ed 1 met. e 44 c. in altezza; e sono
ornate con teste leonine. — Di fronte alla via de’ Bauilari sor-
ge il gran
PALAZZO FARNESE.
Questo palazzo è senz’ alcun dubbio il più bello e maestoso di
Roma, sia per la sua magnificenza, sia per la sua ottima archi-
Dìgitized by Google
Palazzo Farnese. 417
tettura. Paolo III, mentre era cardinale, lo fece incominciare coi
disegni di Antonio Sangallo, da cui fu elevato fin sotto il cor-
nicione; ed il card. Alessandro Farnese, nipote a quel papa, lo
compì colle architetture del Bonarruoti. Poscia fece egli erige-
re, dal celebre Tignola, la parte ove trovasi la galleria dipinta
dal Caracci, ed infine costruì il prospetto rispondente sulla via
Giulia, valendosi dell’architetto Giacomo Della Porta. Per la co-
struzione di questo palazzo furono adoperati i travertini caduti
dal Colosseo. Anche questo palazzo fece parte dei beni che cad-
dero in eredità dei re di Napoli, dopo estinti i Farnesi.
La pianta di questo palazzo è quasi quadra: ciascuno dei suoi
prospetti ha tre ordini di finestre, ed in mezzo a quello sulla via
Giulia, si apre un doppio loggiato. L’ingresso principale intro-
duce in un vestibolo decorato con 12 colonne doriche di granito,
poste su d’un elevato zoccolo, e gl’intendenti dell’ arte hanno in
molto pregio l’architettura di esso vestibolo. Da questo si passa
in un cortile di forma quadrata, superbamente decorato con tre
ordini architettonici che si elevano imo sull’altro. I due primi si
compongono d'arcate abbellite con mezze colonne, doriche nel-
l’uno, ioniche nell’altro. le arcate dell’ordine primo, essendo
aperte, formano un magnifico portico quadrilatero, ed in ogni
arco del second’ordine s’apre una bella ed ampia finestra. L’or-
dine terzo ha una decorazione in pilastri corintii, fra i quali sono
piccole finestre. Il cortile fu già adorno di statue, fra le quali si
ammiravano il celebrato Ercole, di Glicone ateniese, e la Flora;
sculture che oggi si trovano in Napoli unitamente agli altri mar-
mi antichi e pregevoli contenuti in questo palazzo, ed in ispecie
assieme al gruppo di Dirce, conosciuto col nome di Toro Far-
nese, il quale stava situato nel secondo cortile. Nel cortile prin-
cipale non rimangono ora che due sarcofaghi: quello a sinistra
proviene dalle terme di Caracalla; l’altro fu scoperto nel sepol-
cro di Cecilia Metella a Capo di Bove, e probabilmente contenne
le ceneri di lei.
Salendo al primo appartamento per un’ampia e stupenda sca-
la, si trova di faccia la porta del salone, ove si osservano parec-
chie sculture antiche, trovate, la più parte, nel palazzo de’Cesari
sul Palatino, e le altre nelle terme di Caracalla. Quivi si vede
anche il bellissimo gesso della suddetta statua di Ercole, ed ai
lati del camminetto sono duo figure giacenti, la Carità e l’Ab-
bondanza; statue che furono scolpite da Guglielmo Della Porta
pel sepolcro di Paolo III, eretto nella basilica Vaticana, ma che
non vi furono poste, perchè il monumento non venne più collo-
18**
Digitized by Google
418 Settima Giornata.
cato in isola conforme era il primo pensiero . Finalmente sulla
parete ov’è l’ingresso si osservano tre affreschi di Domenichino,
rappresentanti: Narciso che si specchia in limpide acque;. Apollo
e Giacinto; Venere che trova Adone lacerato dal cinghiale.
La sala contigua fu dipinta a fresco da Francesco Salviati, da
Taddeo Zuccari e da Giorgio Vasari. L’affresco sulla parete ov’è
la porta d’ ingresso, rappresenta la pace firmata fra Carlo V e
Francesco I, re di Francia, e vi si scorge anche Martino Lutero
che disputa con monsignor Caetani. Gli altri dipinti alludono
alle imprese guerresche dei Farnesi. La statua equestre di Ca-
ligola, situata in questa saia, proviene dalle terme di Caracalla.
Uscendo da queste sale, si passa nella imponente galleria, lun-
ga 20 metri e 9 centimetri, larga 5 e 92, la quale fu dipinta a
fresco da Annibaie Caracci: sono questi i lavori più belli di quel
rinomato maestro, e vengono giustamente annoverati fra le ope-
re classiche della pittura. Gli affreschi della volta di questa gal-
leria sono divisi in undici quadri di grandezze diverse ed in otto
piccoli tondi; oltre di che vi si osservano colorite alquante figure
accademiche, molti termini dipinti a chiaroscuro, e degli ornati
architettonici ombreggiati ad-imitazione di stucchi.
Il gran quadro di mezzo rappresenta il trionfo di Bacco e di
Arianna, e vi si veggono ambidue collocati su carri diversi che
camminano del pari: il carro di Bacco, che è d’oro, viene tirato
da due tigri; quello di Arianna, in argento, è tratto da due can-
didi becchi. Attorno ad essi si scorgono Fauni, Satiri, Baccanti;
e Sileno, che su d’un giumento precede la pompa, forma il mi-
gliore episodio del dipinto.
Nei due quadri laterali al già descritto, scorgesi il dio Pane
che offre a Diana la lana delle sue capre, e Mercurio che dà il
pomo d’oro a Paride.
Uno dei quattro grandi quadri che stanno attorno a quelli che
occupano il mezzo della volta, esprime Galatea, la quale, circon-
data da ninfe, da amorini e da tritoni, scorre il mare sopra un
mostro marino, mentre uno degli amorini scocca contro lei un
dardo. Il quadro incontro figura l’Aurora sul suo carro, in atto
di rapir Cefalo; il terzo rappresenta Polifemo suonante la sam-
pogna per allettar Galatea, il quarto oflfreci il Ciclope stesso che
scaglia un macigno contro Aci, mentre sen fugge con Galatea.
lì primo de’ quattro dipinti quadrati, quello cioè che rimane a
sinistra incontro alle finestre, figura Giove in atto di accogliere
Giunone nel talamo nuziale. Si vede nel secondo Diana accarez-
zante Endimione, mentre due amorini nascosti in un cespuglio,
Digitized by Google
Palazzo Farnese.
419
sembra gioiscano della vittoria da essi riportata sulla dea. Il ter-
zo quadro, che sta di faccia, ha per soggetto Ercole e Jole, e vi
si scorge quell’eroe, il quale, vestito cogli abiti della sua aman-
te, suona il sistro per divertirla, mentre ella indossa la pelle del
leone Nemeo, e si appoggia alla clava di Ercole. Nel quarto os-
serviamo Anchise, che scioglie uno dei calzari di Venere.
I due quadretti al di sopra delle figure di Polifemo, rappresen-
tano Giacinto rapito da Apollo, e Giove che sotto le forme di
un’aquila rapisce Ganimede.
Osservando gli otto medaglioni dipinti a bronzo, e comincian-
do da quello a sinistra del quadro con Ercole e Jole, si scorgo-
no: Leandro che annegasi nell’ Ellesponto; Siringa trasformata
in canna; Ermafrodito sorpreso da Salmace; Amore che lega un
Satiro ad un albero; Apollo che squoia Marsia; Borea che rapi-
sce Orizia; Euridice richiamata all’inferno, e Giove che in forma
di toro rapisce Europa.
• Gli otto quadretti superiormente alle nicchie ed alle finestre
esprimono: Arione cavalcante un delfino; Prometeo che anima
la statua da lui formata; Ercole che uccide il drago guardiano
degli orti delle Esperidi; lo stesso eroe che libera Prometeo, tra-
figgendo con una freccia l’avvoltoio che gli rodeva il fegato; la
caduta d’ Icaro in mare; Calisto scoperta incinta nel bagno; la
medesima ninfa mutata in orsa, e Febo che riceve la lira da Mer-
curio. Nei quattro piccoli ovali sono dipinte altrettante Virtù.
II quadro che sta sopra alla porta d’ingresso fu condotto a fre-
sco da Domenichino, sul cartone di Annibaie Caracci, ed espri-
me una giovanetta che accarezza un liocorno, impresa della ca-
sa Farnese.
Finalmente, uno dei grandi affreschi, nelle estremità della
galleria, rappresenta Andromeda che, legata allo scoglio, viene
da Perseo liberata dal mostro marino; e da un lato veggonsi i
parenti della fanciulla che si desolano: l’altro esprime Perseo
nell'atto di petrificare Fineo ed i suoi compagni, mostrando loro
la testa di Medusa.
Questa galleria venne decorata, nel 1862, coi busti dei dodici
Cesari, di antica scultura, i quali sino alla detta epoca si osser-
vavano nel palazzo di Caprarola, formante parte anch’esso del-
l’eredità dei Farnesi, già sopra accennata.
In un piccolo appartamento avvi un gabinetto dipinto pure
da Annibaie Caracci, il quale, in un quadro ad olio posto nella
volta, espresse Ercole al bivio, fra il Vizio e la Virtù. L'originale
pittura venne trasportata altrove, sostituendole la copia eh’ ora
Digitized by Google
420
Settima Giornata-.
ivi si vede. Lo stesso’ artefice rappresentò nella parete incontro
alle finestre, Ercole sorreggente il globo celeste; Perseo che tron-
ca il capo a Medusa, ed Anapo ed Anfinomo che trasportano i
loro genitori sulle spalle, per salvarli dalle fiamme dell’Etna. In
un quadro dell’opposta parete egli colorì Ercole combattente il
leone Nemeo, esprimendo nólle pareti laterali Ulisse che, fattosi
legare all’ albero della sua nave, trapassa l’isola delle Sirene, e
lo stesso eroe che libera i suoi compagni dalle insidie di Circe,
e delle Sirene.
Il ricordato Caracci, coll’aiuto del suo fratello Agostino, di
Domenicliino e di alcun altro dei suoi scolari, impiegò nove anni
per eseguire tutti i descritti lavori; ma per le maligne insinua-
zioni di un perfido cortigiano spagnuolo, Don Giovanili de Ca-
stro, non ricevette dal card. Farnese, che glieli aveva ordinati,
se non che la meschinissima mercede di scudi 500 ; per lo che
preso il Caracci da tetra malinconia, risoluto aveva di non più
trattare i pennelli, la quale risoluzione però non mandò ad ef-
fetto. — Uscendo dal descritto palazzo e dirigendosi a destra,
cioè pel vicolo de’ Venti, si trova subito, sulla diritta, il
PALAZZO SPADA (]V.° 18).
Fu esso edificato sotto Paolo III dal card. Girolamo Capo di
Ferro, da cui venne il nome alla piazzetta ove rimane, e ne fu
architetto Giulio Mazzopi, scolare di Daniello da Volterra. Il
prospetto è decorato di statue e di ornati frammisti a dei basso-
rilievi, ogni cosa in istucco; e nella stessa guisa sono decorate
le quattro facciate rispondenti nel cortile. In seguito questo pa-
lazzo appartenne ai Mignanelli, dai quali, sotto Urbano Vili,
passò al card. Bernardino Spada, che fecelo ristaurare dal Bor-
romini, a cui si deve la bella e comoda scala.
Salendo al primo piano, si scorge nella prima anticamera la
statua colossale di Pompeo il Grande. Questa celebratissima sta-
tua in marmo fu scoperta, ai tempi di Giulio III, nel 1552 o 1553,
nel vicolo dei Leutari , vicino alla Cancelleria, e si crede sia
quella stessa che esisteva nella Curia presso il teqtro di Pompeo,
a piedi della quale cadde trafitto Cesare dai colpi de’ congiurati.
Questa statua si trovò giacente sotto le fondamenta ih due
case, giacché il muro divisorio posava propriamente sul collo di
essa. Sorgeva per ciò una lite fra’ proprietarii, i quali, come
sembra, facevano gran conto degli oggetti antichi. I giudici pe-
rò, innanzi a cui si agitò la causa, poco forse versati nella sto-
Digitized by Google
421
Palazzo Spada.
ria di Pompeo e meno ancora nell’ antiquaria, sentenziarono che
la statua fosse segata, e che ognuno dei proprietarii litiganti
ne avesse il pezzo giacente sotto la propria casa. Il Cardinal
Capo di Ferro, conosciuta la sentenza* stranissima, fecene subito
rapporto al papa, il quale, comperando la statua per 500 scudi
(2687 franchi e 50 cent.), impedì che il gran Pompeo avesse moz-
zo il capo anche in effigie, e fecene dono al cardinale suddetto,
che la collocò nel proprio palazzo, ove tuttora si ammira.
Nella seconda anticamera si osservano dieci belli affreschi
della scuola di Giulio Romano, e di quivi si passa a vedere le
quattro sale che contengono una raccolta di quadri, de’ quali ac-
cenneremo soltanto i più pregevoli.
prima sala. — 9. Battaglia, del Borgognone. — 10. Bel ri-
tratto di Giulio III, dipinto ad olio sul muro da Scipione Gae-
tano, e poi trasportato sulla tela. — 11. Gran quadro del Casti-
glioni, in cui primeggiano con bell’ effetto, frutta e cacciagio-
ni.— 14. Altra battaglia, del Borgognone. — 21. La morte di
Cleopatra, del Romanelli. — 28. Ritratto del card. Girolamo Ca-
po di Ferro, del Baciccio. — 32. Caino che uccide Abele, di Lan-
franco.— 34. Ritratto di donna con un compasso nella destra,
di Michelangelo da Caravaggio. — 37. Il Tempo che rapisce la
Gioventù, del Romanelli. — 38. Il Tempo che scopre la Verità,
scuola dell’ Albani. — 41 . Ritratto di un cardinale dell’illustre fa-,
miglia Patrizi, del Camuccini. — 42. Gran quadro con frutta e
fiori, tela in cui ben si riconosce il franco e vivace pennello del
Castiglioni. — 45. David colla testa di Golia, di Guercino. — 46.
Maria Vergine col Bambino, di Andrea Verocchio. — 50. Un bel
ritratto dipinto sul rame, che credesi opera di Tiziano. — 55. Una
brigata festevole in campagna, del Bassano. — 59. Bella mezza
figura, abbozzata da Annibaie Caracci. — 60. Altra bella mezza
figura, avente in testa un berretto con piume, di Michelangelo
da Caravaggio.
seconda sala. — 1. La visitazione di s. Elisabetta, di Andrea
Del Sarto. — 2. Ritratto del card. Fabrizio Spada, di Tiziano. —
3. Una bella burrasca, di Vernet. — 5. Paese, di Gaspare Pussi-
no. — 8. Il Battista che predica alle turbe nel deserto, di Breu-
ghel. — 9. Giuditta, opera di Guido Reni nella sua maniera for-
te.— 10. Scena di un saccheggio, di Breughel. — 15. Ritratto
del card. Bernardino Spada, di Guercino. — 16. Un astronomo,
di Tiziano. — 17. Gesù che disputa coi dottori, opera attribuita a
Leonardo da Vinci. — 18. Madonna col Bambino, che credesi di
Murillo. — 31. Ritratto di donna, del Giorgione. — 32. San Gio-
Digitìzed by Google
422 - Settima Giornata.
vanni evangelista, di Quercino. — 33. Mezza figura veduta di
schiena, rappresentante s. Lucia, di Guercino. — 35. Effigie di
Seneca, di Salvator Rosa. — 36. Lucrezia, di Guido Reni. — 37.
S. Girolamo, di Cecchino* Salviati. — 40. Due mezze figure in ca-
ricatura, del Caravaggio.— 42. Il mercato di Napoli, di Miche-
langelo Cerquozzi. — 44. La rivoluzione di Napoli, suscitata da
Masaniello, del suddetto Cerquozzi.
terza sala. — 1. Latona che converte i pastori m ranocchi, di
Francesco Chiari. — 2. S. Gio. Battista, di Giulio Romano. — 5.
Maria Vergine con s. Anna, del Caravaggio. — 7. Il giudizio di
Paride, di Paolo Veronese. — 9. Ritratto di un avvocato, delMo-
roni. — 13 e 14. Opere del Borgognone. — 17, Un filosofo che
medita su di un teschio umano, di Alberto Durerò. — 18. Paese,
di Salvator Rosa. — 24. Ritratto del card. Paolo Spada, che di-
cesi opera di Tiziano. — 27. Gesù che porta la croce, del Mante-
gna. — 28. Il Padre Eterno ( del suddetto. — 31. Ritratto di un
vecchio, del Moroni. — 33. Ritratto, dipinto da Van-Dyck. — 35.
S. Girolamo, dello Spagnoletto. — 43. Paese, di Salvator Rosa.
-^-46. Bozzetto eseguito dal Baciccio per dipingere la volta della
chiesa del Gesù in Roma. — 48. Didone sul rogo, opera assai
stimata, di Guercino. — 49. David trionfante di Golìa, del Cara-
vaggio.— 55 e 56. Due belle marine fiamminghe. — 57. Un pae-
se, di Breughel. — 64. L’adorazione di Gesù Bambino, di M.r
Valentin. — 65, 66 e 67. Marine, di Vernet. — 68. La strage de-
gl’innocenti, di Pietro Testa. — 69. Banchetto di Marcantonio
con Cleopatra, del Trevisani. — 70. Marina, di Vernet.
quarta sala. — 1 . La cattura del Redentore, di Gherardo
Delle Notti. — 2. Bacco ed Arianna, di Francesco Chiari.— 3. S.
Maria Maddalena, di Guido Cagnacci. — 4. Gesù deposto dalla
croce, pittura di Annibaie Caracci, ammirabile per l’intelligenza
dello scorcio. — 10. La donna adultera alla presenza del Reden-
tore, di scuola veneziana. — 11. La Vestale, di Pietro da Corto-
na. — 12. Teste di cherubini sulla maniera del Coreggio. — 18.
Ritratto di Paolo III Farnese, di Tiziano. — 22. Testa di un fan-
ciullo, del Caravaggio. — 23. Ritratto del card. Bernardino Spa-
da, di Guido Reni. — 24. Stupenda nevata, di Téniers. — 27. Ri-
tratto di donna, di scuola francese. — 32. Il sacrifizio d’Ifigenia,
di Pietro Testa. — 33. Ritratto di donna, creduto di Tiziano. —
37. La nascita di Bacco, di Francesco Chiari. — 39. La Madda-
lena, di Guercino. — 43 e 45. Due disegni del suddetto. — 47. S.
Cecilia, del Caravaggio.
Digitized by Google
423
. Palazzo Spada.
In due camere al piano terreno si veggono parecchie sculture
antiche, fra le quali si distinguono, una statua 'di Aristotile se-
dente, e gli otto bassorilievi trovati presso la chiesa di s. Agne-
se fuori delle mura, ai tempi di Paolo V. Questi superbi basso-
Yilievi rappresentano: Paride pastore, con allato Amore: l’eroe
Bellerofonte che abbevera il cavallo Pegasèo; Apollo e Mercu-
rio; il giovanetto Archemore divorato dal serpente; Paride ed
Elenain procinto d’imbarcarsi; Ulisse e Diomede che rapiscono
il Palladio; Meleagro, guerriero e cacciatore rinomato; Pasifae'
e Dedalo.
In un piccolo cortile di questo palazzo si osserva un portico
costruito in prospettiva con colonne doriche, il quale, per la bel-
la gradazione, apparisce di lunghezza assai maggiore di quello
che non è in fatto: questo portico venne eseguito coi disegni del
Borromini, e si crede che il Bernini ne cavasse il concetto della
scala regia da lui costruita nel Vaticano. — Tornando verso il
palazzo Farnese, e pigliando per la prima strada a sinistra, detta
del Mascherone, a causa d'una gran maschera, di marmo, che
serve di fontana in prospetto alla strada stessa, si trova a man-
ca la
CHIESA DEI SS. GIOVANNI EVANGELISTA,
E PETRONIO DEI BOLOGNESI.
Questa chiesa era altre volte dedicata a s. Tommaso, denomi-
nato della Catena, e venne posseduta dagli Spagnuoli . Nel 1575,
papa Gregorio XIII la diede ai Bolognesi che la rifabbricarono,
consacrandola ai ss. Giov. Evangelista, e Petronio. Sull’ aitar
maggiore si vedeva un bel quadro di Domenichino, rappresen-
tante la Madonna coi due santi titolari: questo quadro fu traspor-
tato in Milano, per cui in suo luogo ve n’è una copia. Las. Ca-
terina da Bologna è opera di Giuseppe Del Sole, ed il transito di
s. Giuseppe appartiene a Francesco Gessi, scolare di Guido.
Uscendo dalla chiesa e procedendo verso la fontana del Ma-
scherone, s’entra nella via Giulia, una delle più belle di Roma.
Essa venne ampliata e grandemente migliorata sul cominciare
del secolo XVI da papa Giulio II, che diedele il suo nome, e vo-
leva renderla la più magnifica della città. L’arco che attraversa
questa via doveva porre in comunicazione il palazzo Farnese col-
la Farnesina dall’altro lato del Tevere, transitando il fiume in
barca. Dopo l’arco suddetto segue la
Digitized by Google
m
Settima Giornata.
CHIESA DI S. MARIA DELL’ORAZIONE,
DELLA CONFRATERNITA DELLA MORTE.
Venne essa eretta nel 1575 da una confraternita il cui instituto
è quello di rendere gli ultimi doveri a coloro che muoiono ab-»
bandonati nelle campagne prossime a Roma, de’ quali vanno a
prendere i corpi dove si trovino. La Madonna a cui è dedicata
si chiama dell’ Orazione, a causa delle preghiere che vi si fanno
innanzi al ss. Sacramento esposto durante 40 ore ogni terza do-
menica del mese: esercizio pio che in seguito si è propagato in
tutte le altre chiese di Roma, alternativamente in ogni giorno
dell’anno. Questa chiesa fu riedificata sotto Clemente XII coi di-
segni dell’architetto Fuga. Correndo poi il 1867 venne splendi-
damente arricchita di dorature, e le colonne di opera muraria,
le quali formano l’ordine architettonico della chiesa, furono ri-
vestite di marmoridea con perfetta imitazione del granito bigio.
Oltre a questi e ad altri abbellimenti apportativi, erigevasi una
ampia cantoria, sopra la porta che mette in chiesa, dandone i
disegni l’architetto Augusto Navona, che diresse l’accennata
ristorazione.
Lo sposalizio di s. Caterina, sul primo altare a destra entrando,
è di autore incognito. Si osserva sul secondo una copia del s.
Michele di Guido Reni, già da noi veduto nella chiesa dei cap-
puccini. Il Crocefisso suU’altar maggiore è un bel quadro di Ci-
ro Ferri. La s. Giuliana Falconieri, sul primo altare dal lato op-
posto, è del Ghezzi, e la sacra Famiglia che osservasi sull’altare
appresso, spetta a Lorenzo Masucci. I due affreschi sui muri fra
le cappelle, come pure quello sopra la porta maggiore, appar-
tengono al Lanfranco, il quale condusse anche l’altro che si vede
sulla porta dell’oratorio annesso alla chiesa. In essa è sepolto l’ar-
chitetto Fuga, ed anche il Ceruso che, pel primo, in Roma, rac-
colse i poveri fanciulli abbandonati, procurando loro una edu-
cazione religiosa e morale .
Accanto a questa chiesa è il palazzo Falconieri (N.°l), rico-
struito nel secolo XVII dal Borromini. Ivi abitò il card. Fesch,
che vi aveva formato una galleria di quadri cosi considerevole
che, per le opere fiamminghe, era al certo la prima di Roma.
La via della Carità, che si apre incontro al suddetto palazzo,
conduce alla piazzetta ov’è la chiesa di s. Caterina della Rota,
dipendente dal capitolo di s. Pietro in Vaticano. — A destra di
questa piazza è la
Digilized by Google
Chiesa di s. Girolamo della Carità. 42ò
CHIESA DI S. GIROLAMO DELLA CARITÀ’.
Si ritiene che fosse questa eretta nel luogo ove esisteva la casa
di s. Paola, matrona romana, in cui s. Girolafno ebbe dimorato
mentre soggiornava in Roma, chiamatovi da san Damaso papa^
nel 382. Clemente VII diede essa chiesa ad una congregazione
di cui fu il fondatore , la quale , essendo in ispecie destinata a
provvedere ai più urgenti bisogni dei poveri di ogni condizione,
e particolarmente degl’ infelici reclusi nelle prigioni, prese il ti-
tolo della Carità. S. Filippo Neri dimorò per 33 anni nell’an-
nessa casa, e nel 1558 vi fondò il suo instituto. La chiesa in di-
scorso fu rifabbricata nel 1660 coi disegni di Domenico Castelli,
salvo il prospetto che appartiene a Carlo Rainaldi.
L’architettura della prima cappella a destra, bizzarramente
decorata, è delBorromini. Le sculture ch’ivi si vedono a diritta
sono di Ercole Ferrata, quelle a manca, di Cosimo Fancelli, e gli
angeli sostenenti il panneggio in pietra, che forma la balaustra-
ta, vennero scolpiti dal Gior getti. Il quadro nella cappellina
presso l’altar maggiore, è di Durante Alberti, ed il sepolcro che
ivi accanto si osserva venne eretto coi disegni di Pietro da Cor-
tona, ad Asdrubale dei conti di Montalto. L’ aitar maggiore fu
architettato da Carlo Rainaldi; e su di esso si ammirava il cele-
bre quadre! di Domenichino, rappresentante la comunione di
s. Girolamo, che osserveremo nel Vaticano: la bella copia che
ora si vede in suo luogo è lavoro del Camuccini. La statua di
s. Filippo Neri, nella seguente cappellina, è scultura di M.r Le
Gros. Nelle altre due cappelle si osservano, un s. Carlo, di Pie-
tro Barbieri, e la podestà delle chiavi, del Muziano.
Seguendo la via di Mone errato, s’ incontra subito, a destra,
il collegio -inglese (N.° 45), fondato da Gregorio XII, che lo
fornì di rendile. Gli alunni sono diretti da un rettore della loro
nazione, e frequentano le scuole pubbliche. Questo collegio con-
teneva una chiesina dedicata a s. Tommaso, vescovo di Cantor-
bery. La detta chiesina fu demolita nel principio di questo se-
colo, ma attualmente si sta riedificando, in più vaste dimensioni,
coi disegni dell’architetto Virginio Vespignani, e quantoprima si
vedrà compiuta. — Pochi passi più avanti si trova, a sinistra, la
CHIESA DI S. MARIA DI MOtfSERRATO.
Nel 1350 fu eretto in questo luogo uno spedale per gli Ara-
gonesi, Valenziani e Catalani. L’attuale chiesa vi fu annessa
Digitized by Google
426
Settima Giornata.
nel 1495, dandone il disegno Antonio Sangallo, e poi si costruì
la facciata con architetture di Francesco da Volterra; ma essen-
do rimasta incompiuta nella superior parte, venne terminata in
questi ultimi tempi. Dopoché fu abbandonata l’altra chiesa della
nazione spagnuola in piazza Navona, sacra a s. Giacomo, perchè
minacciava ruina, quella di cui trattasi venne rinnovata, colla
direzione dell’architetto Pietro Camporese, e fu arricchita coi
più prègiati dipinti, con alcuni monumenti sepolcrali, e con altri
oggetti d’arte già esistenti nella chiesa di s. Giacomo. •
L’interno, composto d’una sola navata, ha tre cappelle da
ogni lato. Sull’altare della prima, a destra, si osserva un bel di-
pinto di Annibale Caracci rappresentante s. Diego, col Reden-
tore sull’ alto. L’ Annunziata e gli affreschi della seconda sono
di Francesco Nappi, ed il quadro sull’altare della terza, decorata
con belli marmi, è opera di Carlo Saraceni, il quale vi espresse
la Madonna coi ss. Giacomo e Vincenzo Ferreri: l’ Assunta, da
un lato, fu eseguita da Francesco di Città di Castello, e la Con-
cezione, dall’altro, è di autore incognito.
Sull’ aitar maggiore ammirasi un Crocefisso, con ai piedi la
Madonna e s. Giovanni, opera molto pregiata di Girolamo Sic-
ciolante daSermoneta. I due belli coretti laterali, sorretti da co-
lonne e pilastri di granito dell’ Elba, vennero eretti con disegno
del Lavina, architetto spagnuolo. La cappella successiva, dal-
l’opposto lato, ha sull’ altare la statua di s. Giacomo, scolpita
dal Sansovino ancor giovane. A destra si scorge il sepolcro di
Antonio Vargas, ambasciatore di Spagna presso la santa Sede,
morto nel 1824, ed il ritratto del defonto venne scolpito dallo
spagnuolo Alvarez; il monumento incontro fu eretto a Felice
d’ Aguirre, che mori nel 1832, ed è opera delcav. Solà. Per di
sotto a tali monumenti, due se ne veggono del XV secolo, qui
trasferiti dalla chiesa di s. Giacomo. Gli affreschi nella cappella
che segue sono del Ricci da Novara, ed il martirio di s.Eulalia
nell’ultima cappella, è del pittore Spagnuolo Palmerola.
Nella sacrestia si osservano le due belle teste esprimenti l’ani-
ma beatale l’anima dannata, sculture molto pregevoli del Ber-
nini, ed in un portichetto contiguo esistono alcuni sepolcri ed
altre sculture di quelle che erano già in s. Giacomo.
Questa chiesa è uffiziata da preti spagnuoli dimoranti nell’an-
nessa casa, ove si trova pure lo spedale pei poveri infermi della
nazione spagnuola. Questo spedale fu rinnovato ed ingrandito,
nel 1862, per munificenza d’isabella II, regina di Spagna.
\
Digitized by Google
Chiesa di s. Caterina da Siena.
427
Voltando per la piccola via a lato della chiesa, si torna sulla
strada dulia, ove corrisponde il citato spedale, presso cui è la
chiesa di s. Caterina da Siena.
Questa chiesa fu edificata nel 1526 da una confraternita di Se-
nesi, che fecela decorare con affreschi da Timoteo Della Vite,
celebre scolare di Raffaello, e da Antiveduto Grammatica; ma
essendo stata rimessa a nuovo nel 1760, nulla rimane di quelle
pitture. L’apside ha un affresco del Pecheux: lo sposalizio di
s.. Caterina è del Lapis, ed a Tommaso Conca appartiene l’ As-
sunta. Gli altri dipinti sono del Monosilio, del Corvi, dell’Ange-
letti, del Costantini e del Lapiccola. Il ricordato pittore Gram-
matica è sepolto in questa chiesa. .
Tornando indietro , nella prima strada a' manca si trova la
chiesa di s. Eligio degli orefici. Essa venne eretta nel 1509 ,
sotto Giulio II, da una confraternita di orefici, coi disegni di
Bramante; e nel 1601 fu riedificata mantenendo le primitive sue
forme. L’adorazione de’ Magi sull’altare a destra, è del Roma-
nelli, che condusse pure le due figure sull’ arco. Il quadro del-
l’ aitar maggiore, rappresentante la Madonna e diversi santi, è
opera di Matteo da Lecce; la nascita del Redentore sull’ aitale a
manca, è di Giovanni De Vecchia, ed il quadro con s. Andro-
nico e s. Anastasia, fu eseguito da Filippo Zucchetti. — Tornan-
do nella via Giulia, si vede subito a sinistra la
CHIESA DELLO SPIRITO SANTO DE’ NAPOLITANI.
Questa chiesa venne eretta nel 1572, e poscia fu riedificata,
quasi per intero, coi disegni di Carlo Fontana.
Inoltre, correndo l’ anno 1854, Ih reale corte di Napoli ordi-
nava che fosse interamente ristaurata, e resa splendida e bella
in ogni sua parte. Infatti l’ architetto napolitano Antonio Cipol-
la, che ebbene l’incarico, diede alla chiesa un nuòvo e grazioso
prospetto, decorandolo con due ordini di pilastri ionici, imitanti
lo stile del seccai XV ; e sopra T ingresso venne eseguito un af-
fresco da Pietro Gagliardi, che vi rappresentò l’effigie dello
Spirito Santo in mezzo ad una splendente gloria di angeli e di
serafini. ' .
L’interno del sacro tempio ebbe una nuova ed assai bene in-
tesa decorazione dal suddétto Cipolla, che ne corresse anche i
difetti architettonici, e vi aggiunse l’apside, e la comoda canto-
ria che rimane per di sopra alla porta d’ingresso. La chiesa in
Digitìzed by Google
428
Settima Giornata.
discorso lia ima sola navata, adorna con pilastri dipinti a foggia
di giallo antico, e contiene cinque cappelle.
Il s. Francesco di Paola nella prima cappella a diritta, è opera
di Bonaventura Lamberti. Segue il grandioso monumento sepol-
crale, eretto al celebre card. De Luca, lavoro di Domenico Guidi,
che nelle due statue laterali figurò la Giustizia e la Prudenza,
essendo appunto le virtù in cui maggiormente si distinse l’ illu-
stre defonto. Sull'altare della successiva cappella ammirasi Gesù
in croce, dipinto a fresco dal ricordato Gagliardi. Il medaglione
sulla porta finta che viene dopo, e l’altro incontro sopra la porta
della sacrestia, contengono due bassorilievi di autore incognito,
allusivi alla vita di s. Franoesco di Paola.
La fronte dell’ arfcone innanzi alla tribuna rimane bellamente
fregiata con un grandioso affresco del Gagliardi, espressavi la
venuta dello Spirito Santo, nel cenacolo. I quattro piè ritti degli
archi sui quali elevasi la cupola che sovrasta alla tribuna, fra
molti e ricchi ornati, hanno, nelle facce interne, le figure a fre-
sco delle sante Cristina e Teresa, e dei santi Ferdinando e Fran-
cesco di Paola, lavori dello stesso Gagliardi. La volta della cu-
pola conserva l’antica pittura di Giuseppe Passeri, che vi figurò
la ss. Trinità, circondata da una gloria di angeli e di santi . I quat-
tro Evangelisti poi entro i medaglioni nei peducci della stessa
cupola spettano parimenti al Gagliardi, da cui fu eseguito anche
il quadro a fresco coll’ Annunziata, che osservasi nel centro della
parete dell’apside dietro l’altar maggiore.
. Tornando nella navata, il quadro col martirio di s. Gennaro,
nella prima cappella dopo la porta della sacrestia, è opera di
Luca Giordano. La Madonna, detta del fulmine, nella seconda
cappella, è un dipinto di antidlscuola; ed il s. Tommaso d’ Aquino
sull’altare dell’ultima cappella fu colorito dal Muratori.
Quasi di prospetto alla descritta chiesa sorge il palazzo Ricci
(N.° 146), opera di Nanni di Baccio Bigio, architetto fiorentino:
e la facciata principale va adorna di pitture a chiaroscuro di
mano di Polidoro e di Maturino da Caravaggio#
Presso la descritta chiesa avvi il collegio Ghislieri (N.° 38),
fondato nel 1630 da Giuseppe Ghislieri, celebre medico romano.
Vf possono capire circa 24 alunni, che non vi sono ammessi se
non appartengono a nobili case, o almeno a famiglie civili, e vi
sono educati con tutta cura.
Si lascia quindi sulla sinistra la chiesina di s. Niccola degl In-
coronati, sul cui aitar maggiore è un quadro dello Zucchetti,
rappresentante quel santo. Trovasi poscia, a destra, la chiesina
Digitized by Googl
Chiesa di s. Lucia del Gonfalone. 429
di s. Filippo Neri, l’unica che s a dedicata ad esso santo in Roma.
Si passa poi innanzi al grande edifizio delle carceri criminali,
dette Carceri Nuove, eretto da Innocenzo X ed ampliato da
Alessandro VII; Leone XII vi aggiunse il carcere di correzione.
Nella piccola strada, che si apre immediatamente a destra, ■ .
detta Via delle Carceri Nuove, si trova la porta laterale della
CHIESA DI S. LUCIA DEL GONFALONE.
Venne essa edificata tra il fine del secolo XIII, ed il principio
del XIV, dall’ antichissima .Archiconfraternita del Gonfalone,
alla quale tuttora appartiene. La stessa confraternita sul princi-
piare del secolo XVI la costruì di nuovo; in seguito la ristorò
più volte, -e nel n65 riedificolla dalle fondamenta coi disegni
dell’architetto Marco David. Inoltre gli stessi confratelli avendo
grandemente a cuore il decoro del sacro tempio, nel 1863 divi-
sarono di renderlo al sommo appariscente e magnifico. A tale
effetto si valsero dell’ architetta Francesco cav. Azzurri, il quale
corrispose mirabilmente al loro nobile divisamente; ed allorché,
nel J86'7, fu riaperta la chiesa al culto de’ fedeli, venne giusta-
mente lodata la decorazione di cui il sacro tempio era stato
splendidamente abbellito.
L’ interno della chiesa ha una sola navata con tre cappelle per
parte, e la nuova decorazione, ricca di fini marmi, di dorature
e di altri analoghi ornamenti, risalta egregiamente per le belle
pitture a fresco, eseguitevi da Cesare Mariani, allusive alla Re-
gina de’ cieli ed alla storia della Compagnia.
Nella calotta dell’ apside vedesi dipinta con bell’ effetto di co-
lorito, la visione di s. Bonaventura, donde la Compagnia ebbe
il principale incremento. E siccome essa, ad imitazione dei padri
della Mercede e dei Trinitarii, erasi pur dedicata a redimere i
cristiani fatti schiavi; perciò l'egregio dipintore introdusse, in
un lato della composizione, i santi fondatori di quei due ordini
religiosi, fra’ quali effigiò Giacomo re di Aragona che protesse
l’istituzione dei padri della Mercede. Inferiormente elevasi il
nuovo e sontuoso aitar maggiore, sopra cui si venera una im-
magine di Maria V ergine, detta la Madonna della Mercede, ed
ai lati dell’ altare si osservano due grandi affreschi con soggetti
relativi ai fasti della Compagnia. Di questi affreschi, quello a
destra ricorda il fatto de’ 200 schiavi da essa redenti e presentati
a Sisto V, mentre pontificava solennemente nella basilica Libe-
riana. L’altro allude alla liberazione di Roma, oppressa da fa-
Digitized by Google
430
Settima Giornata.
zioni, operata dai confratelli, allorché, alla testa del popolo ro-
mano, elessero a governatore della città Giovanni Cerrone, il
quale scorgesi rappresentato nel dipinto, nell’atto che in Cam-
pidoglio viene approvato e confermato dal vicario del papa, e
presta solenne giuramento. Nel centro dell’archivolto di questa
tribuna, entro una cornice orbicolare, Sono coloriti tre graziosi
angeletti. Due di essi recano in mano una corona di dodici stelle
per cingerne la fronte alla Regina dell’ universo, che quivi si ve-
nera; mentre l’altro mostra di deliziarsi in rimirarla. Altri an-
geli seduti sopra finto cornicione, sostengono grandi mazzi di
frutta intrecciati a fogliame, lavoro dei sigg. Friguglia e Rotani.
Volgendo ora lo sguardo alla grande volta, tra gli affreschi
dipinti nel suo scompartimento, condotto assai bene in prospet-
tiva e con bell’ effetto di chiaroscuro, figurano dodici schiavi cri-
stiani avvinti in ceppi. Essi siedono sopra finto cornicione in
differenti compassionevoli movenze, e poggiano due a due sul
dosso a sei medaglioni coloriti a bronzo, rappresentanti l’istitu-
zione e i fasti della Compagnia. Nel centro della volta scorgonsi,
entro un ottagono, due graziosi angeletti che portano legger-
mente librato in aria lo stemma del Gonfalone, mentre altri due,
coloriti negli ottagoni a capo ed in fondo, dando nelle loro
trombe , mostrano di presentare ai dodici suindicati schiavi il
Gonfalone della redenzione. Tra le finestre poi, che si aprono
nei fianchi della volta, veggonsi quattro belle figure muliebri, le
quali ricordano le principali virtù dell’insigne Compagnia, cioè:
la Perseveranza, la Carità, la Fede, la Liberalità; e nelle pettine
delle stesse finestre sono dipinti a chiaroscuro, con grande illu-
sione di rilievo, gli stemmi di quei papi dai quali fu largamente
beneficata la Compagnia.
Nei piloni che dividono le cappelle veggonsi effigiati quattro
grandi personaggi del popolo d’ Isdraele, i quali alludono in
varie guise a quanto operò la Compagnia a vantaggio dei cri-
stiani caduti in ischiavitù; e dai motti scritti nelle bende che leg-
giadramente dispiegano gli angeli dipintivi al disopra, si rileva
che rappresentano Geremia, Neemia, EsdraeZorobabele. Altri
due angeli additano nella stessa guisa le altre due figure, cioè
Tobia e Daniele, colorite nei due mezzi piloni presso la porta
de^la chiesa. In fine, la parete in fondo a questo sacro tempio
venne decorata con quattro grandi figure: due di esse, colorite
ai lati della finestra, rappresentano Debora e Giuditta, allegoria
alla Madonna della Mercede; colle altre due si volle siguificare
la storia del Gonfalone e T arte cristiana, per indicare appunto
Digitized by Google
Chiesa di s. Lucia del Gonfalone. 431
che in tutto l’ operato l’ arte eseguiva ciò che la storia dettava.
Anche le cappelle furono rimesse a nuovo con molta eleganza
e buon gusto, conservandovi soltanto i primitivi altari coi loro
quadri, opere tutte del secolo XVII. Nella prima cappella a de-
stra, entrando in chiesa, osservasi un quadro di Salvatore Mo-
nosilio, rappresentante s. Francesco di Sales e s. Tommaso da
Villanova. Sull’altare della cappella appresso, entro un’edicola .
di marmo bianco, abbellita di gentili ornati messi ad oro, è una
statua semicolossale, scolpita in marmo, rappresentante la santa
titolare della chiesa. È questa una bell’ opera dell’ egregio scul-
tore Scipione cav. Tadolini, in cui egli seppe riunire, con molto
ingegno, le grazie dell’arte con quelle della natura; le due fi-
gure dipinte nei lati, la Purità e la Carità, si devono al surri-
cordato Mariani. La terza cappella ha un quadro in cui Mariano
Rossi, siciliano, rappresentò i santi apostoli Pietro e Paolo. Il
quadro sull’altare della cappella incontro, effigiatovi s. France-
sco di Assisi, appartiene al pittore moscovita Giorgio Gaspare
De-Prener. Nella cappella che segue si venera un antico Cro-
cefisso scolpito in legno; quindi con bella analogia, da un lato
v’è stata colorita Maria Vergine desolata, dall’ altro s. Giovanni
Evangelista; ed ambedue questi affreschi si devono a Paolo Mei,
allievo del Mariani. Sull’altare dell'ultima cappella scorgesiun
dipinto di Eugenio Porretti, di Arpino, rappresentante s. Carlo
Borromeo ed il beato Gregorio, card. Barbarigo. Il pavimento
della descritta chiesa, fu rinnovato in marmo bianco e bardiglio,
ed ha uno scomparto rispondente a quello della volta.
Uscendo dalla descritta chiesa, e rientrando nella via Giulia,
s’incontra a sinistra la chiesa, detta di s. Maria del Suffragio,
fabbricata circa il 1615 colla direzione di Carlo Rainaldi. Essa
fu abbellita dai migliori pittori del tempo, quali furono, Giam-
battista Natali, Giuseppe Ghezzi, Girolamo Troppa ed altri.
Il vicolo che viene poi, conduce alla chiesa de’ Bresciani, de-
dicata ai ss. Faustino e Giovita, la quale rimane presso quel luogo
ove Giulio II voleva, coi disegni di Bramante , erigere un gran
palazzo, per riunirvi i diversi tribunali civili e criminali di Roma,
le cui fondamenta si scorgono sotto le case in vicinanza. — Tor-
nando sulla via Giulia si ha subito a sinistra la
CHIESA DI S. BIAGIO, DETTO DELLA PAGNOTTA.
Essa, in altri tempi, era annessa ad una abbadia, che dicevasi
di s. Biagio- in Canta Secato. S’ignora l’epoca della sua ere-
Digitized by Google
432 Settima Giornata.
zione; ma da una iscrizione in marmo , esistente nella chiesa stes-
sa, rilevasi che venne instaurata sotto il pontificato di Alessan-
dro n, cioè nel 1072; ed in seguito ne fu rinnovato il prospetto
con architettura di Giovanni Antonio Perfetti. Gregorio X\ I
concessela, nel 1832, colle case annesse, agli Armeni cattolici ,
che avevano un ospizio presso s. Maria Egiziaca. I medesimi ,
. valendosi dell’architetto Filippo* NaVona, la ristamparono intera-
mente, e vi aggiunsero il nuovo apside. Inoltre eressero pure il
contiguo ospizio per loro dimora e per comodo de’ connazionali .
La chiesa viene ufficiata in rito armeno, e tre volte all’ anno vi
si celebra solenne pontificale nel rito stesso; cioè, il giorno della
festa di s. Gregorio Illuminatore, il sabato santo alle ore quattro
circa pomeridiane, ed il giorno della festa di s. Biagio, nella
quale ricorrenza si distribuisce ancora un piccolo pane benedetto,
come praticavasi anticamente; e da siffatta ceremonia derivò il
nome di j. Biagio della Pagnotta. In fine crediamo cosa utile
far conoscere, che spesse volte il pontificale del sabato santo
■tfiene celebrato in altra chiesa, e che in tali circostanze si sce-
glie, quasi sempre, la chiesa di s. Maria de’ miracoli sulla piazza
del popolo.
Nel medio evo questa parte di Roma, che era una delle più
frequentate della città, appellavasi de Canta Secato, e dava no-
me ad una piccola porta delle mura di Roma, situata quivi pres-
so, la quale ehiamavasi la Postema de Canta Secato, o di s. Bia-
gio, a motivo della sopra descritta chiesa. Immediatamente dopo
la chiesa di s. Biagio, segue il palazzo Sacchetti (N.# 66), inco-
minciato con architetture di Antonio SangaUo, e compiuto da
Nanni di Baccio Bigio, -r- Proseguendo il cammino, si trova,
pure a sinistra, il ponte di ferro, di cui si fece parola, peroor-
rendo la via della Langara. la quale costeggia la riva destra del
Tevere, ove appunto il detto ponte sbocca, e con cui si è voluto
in qualche modo supplire all’ antico ponte Vaticano, del quale si
terrà discorso quando avremo visitato la prossima
CHIESA DI 8. GIOVANNI DE' FIORENTINI.
Una società di Fiorentini eresse questa magnifica chiesa nel
1588, con architetture di Giacomo Della Porta. Clemente XII
fecevi innalzare la facciata da Alessandro Galilei, costruita tutta
in travertini, e decorata con due ordini di colonne corintie.
L’interno, di recente ristaurato. ha belle proporzioni archi-
tettoniche e rimane diviso in tre navate da piloni adorni di pila.—
Digitized by Google
Chiesa di s. Giovativi de' Fiorentini. 433
stri corintii; e le cappelle sono abbellite con buone pitture. Il
quadro nella prima di esse a destra, rappresenta s. Vincenzo Fer-
reri, e si crede del Pasignani. Il s. Filippo Benizi, in quella che
viene dopo, è di scuola fiorentina. Il dipinto sull’ altare della
terza è lavoro del Titi, che vi espresse s. Girolamo, e dei due la-
terali, uno spetta al Cigoli, l’ altro al Pasignani. Sopra l’ altare
della crocera si ammira una bellissima pittura di Salvator Eosa,
in cui espresse il martirio dei santi Cosma e Damiano, condan-
nati alle fiamme. Sulle porte laterali si veggono due sepolcri,
uno di monsig. Ottavio Corsini, scolpito dall’ Algardi ; l’altro
dell’ Acciaiuoli, eseguito da Ercole Ferrata. I due quadri nei lati
della cappella seguente, sono di Agostino Fontebuoni, e rap-
presentano la nascita ed il transito della Madonna; le rimanenti
pitture vennero condotte dal Ciampelli.
L’ aitar maggiore, decorato con iscelti marmi, fu eretto a spese
dei Falconieri, coi disegni di Pietro da Cortona; ma venuto a
morte esso artefice fu terminato da Ciro Ferri. Ivi si vede un
gruppo, scolpito da Antonio Raggi, e rappresenta il battesimo
del Redentore. Dai lati si osservano due imponenti sepolcri so-
pra uno de’ quali è la statua della Carità, lavoro di Domenico
Guidi, e sull’altro quella della Fede, opera di Ercole Ferrata.
Viene poi la cappella del Crocefisso, decorata con buone pit-
ture di Lanfranco; ed il Crocefisso ch’ivi si venera venne ese-
guito in metallo da Paolo Sanquirico, sul modello di Prospero
Bresciano. Il quadro colla Maddalena, sull’altare della crocera,
fu dipinto da Baccio Carpi. Entrando nella piccola navata si
scorgono subito due sepolcri posti uno incontro all’altro: quello
di monsig. Samminiati spetta a Filippo Valle, e quello del mar-
chese Capponi, a Michelangelo Slodtz. Sull’ altare della prima
cappella si vede un quadro del suddetto Titi, che vi espresse
s. Francesco, e le altre pitture sono del Pomarancio. Il s. Antonio
Abbate, nella seconda cappella, è pittura del Ciampelli, ed i la-
terali, rappresentanti la conversione di s. Paolo ed<il Salvatore
che chiama a sè s. Pietro, appartengono a Giovanni Antonio Ca-
nini; gli affreschi nella volta, tutti relativi alla vita di s. Lorenzo,
uscirono di mano del Tempesta. Il quadro con s. Maria Madda-
lena de’ Pazzi, nella penultima cappella, è di Francesco Corrado,
e gli affreschi sono del Cosci. Il s. Sebastiano nell’ ultima cap-
pella venne eseguito da Giambattista Vanni. — Uscendo dalla
chiesa e pigliando a sinistra, si giunge al Tevere, nel luogo ove
appunto era il
19
Digitized by Google
434
Settima Giornata.
PONTE VATICANO.
L' origine di questo ponte rimane ignota, ma il nome clie por-
tava provengagli dal monte verso cui conduceva, come i ponti
Palatino e Gianicolense erano così chiamati, perchè mettevano
al Palatino ed al Gianicolo. Taluno pretese che Caligola lo eri-
gesse per passare ai suoi giardini del "V aticano, ma ciò senza so-
stegno di autori classici. Sembra che dal V secolo fosse in rovi-
na, giacché, dopo Vittore, che ne fa ricordo e che lo chiama poli-
te Vaticano, non se ne fa più parola negli scrittori, e si può anche
accertare che , fra gli antichi , Vittore è l’ unico che ne faccia
menzione. I moderni lo appellarono arbitrariamente ponte trion-
fale, seguendo l’erronea opinione, che coloro i quali aspirava-
no al trionfo dovevano sempre far accampare le loro truppe nella
pianura Vaticana, e passare per mezzo di questo ponte sulla riva
sinistra del Tevere. Gli avanzi de’muri del medio evo che si scor-
gono in mezzo al fiume, posano sui ruderi dell antico ponte,
una parte dei quali venne demolita nel 1812 per migliorale la
navigazione del Tevere. Giulio II ebbe l’idea di ricostruirlo dan-
dogli il nome della strada che percorremmo, la quale avrebbe
ad esso condotto dirittamente.
Digitized by Google
435
ITINERARIO
DI ROMA
OTTAVA GIORNATA
DAL PONTE ELIO AL MONTE MARIO.
P er finire di visitare le rarità di Roma non ci rimane a vedere
che la regione del Vaticano. L’origine del nome Vaticano, dato
al monte che muove dalla catena del Gianieolo , deriva proba-
bilmente dai vaticina, ossia dagli oracoli che ivi rendevansi fin
dal tempo ch’era in potere degli Etruschi -Veienti, ai quali fu
tolto da Romolo. Esso negli antichi tempi rimase sempre fuori
del recinto di Roma, al pari che la pianura giacente fra il monte
stesso ed il Tevere. Conforme si disse, fu Leone TV il quale circa
l’anno 850, per garantire la basilica di s. Pietro dalle incursioni
dei Saraceni, lo circondò di mura, per cui questa parte della
città ebbe il nome di Città Leonina. Tuttavia, venne ognora ri-
guardato come una parte separata da Roma propriamente detta,
fino al finire del XV secolo, epoca in cui Alessandro VI, atter-
rando le mura di divisione, congiunselo al rimanente della città.
Gli rimase peraltro la denominazione di Borgo, e dai tempi di
Sisto V costituisce con tale nome il XIV Rione di Roma. — Per
giungervi si passa il Tevere sul
PONTE ELIO, ORA S. ANGELO.
Questo ponte fu eretto nel 136 dell’era cristiana dall’impera-
tore Publio Elio Traiano Adriano, per dare un accesso degno e
magnifico al suo mausoleo ed ai giardini imperiali attinenti, ove
fece anche costruire un circo. Il ponte ebbe il nome di Elio, ma
all’epoca della decadenza fu detto Pone Uragani, Pom Adriani,
e quindi Pons s. Petri, a causa della sua vicinanza colla basilica
19*
Digitized by Google
436
Ottava Giornata .
di s. Pietro; e finalmente nel secolo XV cliiamossi ponte s. An-
gelo, a motivo del castello di tal nome da cui è dominato.
In origine il ponte in discorso si componeva di cinque archi,
con controforti su’quali erano delle statue, come vi si osservano
oggi. Infatti si distinguono quei cinque archi antichi per mezzo
d’una cornice nella fronte dell’archivolto, giacché il sesto arco,
dal lato del castello, venne aperto successivamente; di modo
che esso ponte, eccettuato quest’ultimo arco, i parapetti e ta-
lun'altra riparazione moderna, è al tutto antico.
Uno dei ristauri ebbe luogo nel 1450, stantechè tornando il
popolo dalla basilica Vaticana, dove si era mostrato il Sudario,
e dove il papa Niccolò V aveva dato la solenne benedizione, av-
venne la terribile sciagura che per la calca si ruppero le sponde
del ponte, senza dubbio mal conce, e perirono 172 persone ca-
dendo nel fiume; per la qual cosa, essendo stato ristaurato da
quel papa, si legge sopra uno dei piloni N. P. P. V. Lo stesso
pontefice inoltre, affinchè non si rinnovasse una simile sventura,
facendo atterrare alcune case prossime che impedivano lo sboc-
co del ponte, aprì la piazza di ponte s. Angelo. In seguito Cle-
mente VII fece porre alla testata di esso ponte, dal lato dell’ac-
cennata piazza, le statue de’ ss. Pietro e Paolo, la prima scolpita
da Lorenzetto, la seconda da Paolo Romano. Finalmente nel
XVII secolo Clemente IX, colla direzione del Bernini, mise que-
sto ponte nello stato attuale, facendovi costruire le balaustrate
in travertini, munite di belle inferriate, e ponendo di nuovo sui
controforti le statue in marmo che vi si scorgono al presente.
Esse rappresentano dieci angeli con in mani gl’istrumenti della
passione, e vennero scolpite dagli scolari del Bernini, meno quel-
la dell’angelo col titolo della croce, che fu eseguita da lui stes-
so, ed è una delle opere più ammanierate di quell’artefice.
Il ponte s. Angelo, così decorato, è senza dubbio il più bello
di quanti ne sono in Roma. — Di rimpetto sorge il
MAUSOLEO DI AMMANO.
L’imperatore Adriano, al tempo stesso che costruì il descritto
ponte, fece erigere anche questo magnifico mausoleo ad imita-
zione di quello di Augusto, perchè servisse di sepoltura a sé ed
ai suoi successori.
Il sontuosissimo mausoleo componevasi di un imbasamento
die si estendeva 88 met. e 34. c. por ogni lato, su cui sorgeva
una grandiosa mole rotonda, la quale restringendosi di mano in
Digilized by Googl
Digitized by Google
EffA-TB-SaLE© ©E ABEIAH®
Digitized by Google
Mausoleo di Adriano .
437
mano che si elevava, rimaneva compiuta da alquanti scaglioni;
ed il nucleo di essa, quantunque oggi sia diminuito, pure ha 64
met. e 22 c. di diametro, e costituisce il maschio del castello.
Secondo Procopio, la parte esteriore di questo monumento era
rivestita di grandi lastre quadre di marmo pario: il basamento
rimaneva fregiato di festoni e bucranii, e fra questi ornamenti
stavano collocate le iscrizioni in onore degl’imperatori che vi
erano sepolti. Ai quattro angoli poi dello stesso basamento si
vedevano altrettanti gruppi d'uomini con cavalli, il tutto in bron-
zo dorato e d’ una grandezza forse più colossale che non quella
dei gruppi che si osservano sulla piazza del Quirinale.
A detto del medesimo scrittore, l’edifizio rotondo era decorato
con pilastri sostenenti il loro cornicione, sormontato in giro da
statue di squisito lavoro; e per formarsi un'idea della loro subli-
mità, basti sapere che fra esse contavasi il celebre Fauno de’Bar-
berini, al presente in Baviera, il quale fu trovato ivi presso ai
tempi di Urbano Vili. Sulla cima sorgeva la statua colossale di
Adriano, la cui testa, ch’ora si ammira nella gran sala rotonda
del museo Vaticano, fu del pari scoperta presso il forte, nel pon-
tificato di Alessandro VI. La porta aveva le imposte di bronzo,
e rimaneva di prospetto al ponte, aprendosi nel basamento del-
l’edifizio.
Essa nel 1825 fu data a terra, ma poscia murata di nuovo, ed
essendo stato sterrato il corridoio in cui metteva, si giunse di-
rettamente ad un niccliione, presso il quale ha principio una lar-
ga via spirale che, con dolce salita, conduce prima alla stanza
sepolcrale divisa in quattro nicchie, e poscia fino alla cima del
monumento. Si conobbe che le pareti del corridoio e quelle della
prima parte della via spirale, furono già incrostate di fini marmi,
e che il pavimento era in musaico. La prima parte della via stes-
sa, illuminata da quattro trombini piramidali, ora ostrutti, servi
di prigione tristissima nei tempi bassi, e dai trombini vi venivano
calati i rei. Benvenuto Celimi, nella minuta descrizione che fa di
questo spaventevole sotterraneo, vorrebbe far credere ch’egli
stesso vi si trovasse rinchiuso nel 1539.
Il monumento di cui trattiamo era circondato da una cancel-
lata di bronzo con pilastri simili, sui quali posavano dei pavoni
in metallo dorato; e due di essi, gli unici giunti fino a noi, si
veggono nel giardino Vaticano. Eravi anche un toro in bronzo,
e taluni pretendono che le 24 preziose colonne di paonazzetto,
già esistenti nella basilica di s. Paolo sulla via Ostiense, fossero
appartenute a questo mausoleo; ma simile opinione è tacitamente
Digitized by Google
4138
Ottava Giornata.
esclusa da s. Leone il Grande, e manifestamente da Procopio, il
quale ci lasciò molte particolarità circa quest’edifizio, oltre di che
la loro proporzione non sarebbe stata corrispondente coll’immen-
sità del monumento.
Esso restò nel primitivo suo stato di conservazione fino ai tem-
pi di Onorio, ed è probabile che questo imperatore, nel formare
il nuovo recinto di Roma, profittasse di questo mausoleo per
farne la difesa della città. Ad ogni modo si sa, seguendo Proco-
pio, che fino al 537 il mausoleo rimase intatto nella sua decora-
zione esteriore; ma essendo stato assalito, nell’anno stesso, dai
soldati di Vitige, che non poterono impadronirsene, i Greci che
lo difendevano, avendo esaurito ogni mezzo di difesa, ruppero
le statue per «cagliarne i pezzi sugli assalitori. Fu questo il pri-
mo danno arrecato a questo monumento, il quale durante il VI
secolo rimase un posto permanente di difesa. Nei secoli VII,
Vin e IX, sebbene tale edifizio proseguisse a formar parte delle
difese di Roma, sembra che non venisse adoperato nè come for-
tezza nè come carcere, e ciò può essere a motivo della venera-
zione ispirata da una cappella eretta sul maschio da Bonifacio
IV, e dedicata a s. Michele arcangelo in memoria di essere mira-
colosamente apparso a s. Gregorio I, mentre questo santo ponte-
fice passava sul ponte (detto poscia s. Angelo), recandosi pro-
cessionalmente alla basilica Vaticana per ottener da Dio la ces-
sazione della pestilenza che desolava Roma.
Nel successivo secolo però le cose mutarono aspetto, giacché
nel 923 questo castello venne in mano a Marozia e ad Alberico
suo marito; e da quest’epoca, fino al declinare del XTV secolo,
divenne quasi sempre ed alternativamente l’ asilo dei faziosi che
straziarono Roma. Nel 974 era esso in potere di Crescenzio, no-
bile Romano, ed allora fu detto Castel Crescenzio. Il monumen-
to quindi venne interamente smantellato e quasi affatto rovinato,
e se fu sottratto alla completa distruzione, ciò si dovette alla sua
estrema solidezza, ed alla straordinaria spessezza delle sue mura.
In seguito rimase quasi sempre in potere dei papi, e Bonifa-
zio IX fece ristorare la parte circolare nel modo che si vede
oggi. Nel 1499, Alessandro Vi ne accrebbe le difese, e lo pose
in comunicazione col palazzo Vaticano, mediante un corridoio
coperto, costruito nella parte settentrionale delle mura della città
Leonina. Per questo corridoio, nel 1527, Clemente VII potè ri-
covrarsi nella fortezza, allorquando Roma fu posta a sacco dalle
orde del contestabile di Bourbon. Nel pontificato di Paolo III il
castellano Tiberio Crispo, poscia cardinale, fece dipingere da
Digilized by Google
Mausoleo di Adriano. 439
Pierin del Vaga alcune camere e la gran sala, ove espresse al-
cuni fatti della storia romana, e contemporaneamente venne po-
sta sul culmine dell’ edifizio una statua marmorea di s. Michele
arcangelo, scolpita daRaffaello di Montelupo. Nel 1626, Urba-
no Vili fece aggiungere al castello le opere esteriori colla dire-
zione di Marcantonio De Rossi, facendovi eziandio aprire il fosso
all’ intorno, e da quel tempo l’ edifizio prese l'aspetto attuale.
Finalmente Benedetto XIV, togliendo via la suindicata statua di
marmo, fecevi porre quella che ora vi si osserva, fusa in bronzo da
Fran. Girardini, sul modello di Pietro Verschaffelt, fiammingo.
In questo castello, Guido, secondo marito della ricordata Ma-
rozia, fece tradurre da’ suoi satelliti il pontefice Giovanni X, il
quale indi a poco fu fatto morire soffocato, conforme si dice, con
un guanciale premutogli sulla bocca.
Dietro al descritto mausoleo esisteva, conforme si accennò, il
circo di Adriano. Nel pontificato di Benedetto XIV ne venne
scoperta una porzione dal lato delle carceri, ed alla profondità
di 3 met.'e 20 cent, si scopersero gli ambulacri o corridoi, e le
volte che sostenevano le gradinate ove sedevano gb spettatori.
Oltrepassati i bastioni del castello, si viene a sboccare nella
piazza Pia, decorata di eleganti fabbriche, e di una fontana rin-
novata nel 1861, dandone il disegno l’architetto Filippo Marti-
• nucci. Di tali fabbriche, oltre il prospetto del nuovo braccio del-
l’ospedale di s. Spirito, fatto edificare dal pontefice Pio IX con
architetture di Francesco Azzurri, ci piace indicare anche quella
a destra della piazza, essendo la scuola fondata dal suddetto
. pontefice nel ricordato anno, col proprio peculio, allo scopo di
accrescere i mezzi d’ istruzione a favore dei fanciulli di famiglie
indigenti, dimoranti, in ispecie, nella città Leonina. Fu eretto
questo edifizio coi disegni dell’architetto cav. Busiri; e la scuola
è diretta dai fratelli della Congregazione di Nostra Donna della
misericordia, i quali insegnano leggere, scrivere, aritmetica, ele-
menti di disegno e di musica. — La surricordata fontana è posta
all’imbocco delle due strade, dette Borgo nuovo e Borgo vec-
chio, le quali mettono capo sulla piazza della basilica Vaticana:
nella terza strada, a sinistra, Borgo s. Spirito, si trova 1’
OSPEDALE DI S. SPIRITO.
Innocenzo III lo fece erigere verso il 1198, coi disegni di Mar-
chionne d’ Arezzo, e fu detto in Sassia o in Saxia, a causa che
venne fabbricato vicino al luogo ove Ina, re dei Sassoni, aveva
edificato un ospizio per quelli della sua nazione, correndo il 717.
Digitìzed by Google
440
Ottava Giornata.
Compiuto l’ edifizio, il papa ne affidò la cura a Guido di Mont-
pellier, il quale aveva fondato in Francia un ordine di frati spe-
dalieri, denominati dello Spirito Santo, e da ciò prese il nome lo
spedale di cui trattasi. Innocenzo III volle che fosse diretto ed
assistito da que’ frati, e da alcune suore che, seguendo la regola
di Guido, avevano in cura gl’infermi ed i bambini esposti.
Questo stabilimento, eretto da Innocenzo III, ed ampliato da
Innocenzo IV, trovavasi assai mal ridotto ai tempi di Sisto IV,
talché questo papa, nel 1471, ordinò fosse riedificato con archi-
tetture di Baccio Pintelli, il quale vi fece una sala lunga 120
met. e 66 cent., alta 14 metri, larga 12, di modo che può con-
tenere tre file di letti da ogni parte; ma tale riedificazione non
rimase compiuta se non sotto Innocenzo Vili. Si crede che An-
drea Palladio erigesse in seguito nella suddetta sala la cupola
ed il sottostante altare, e sarebbe questa, in Roma, l’ unica opera
di quel grande artefice. Il quadro sopra esso altare, esprimente
il santo Giobbe, è pittura di Carlo Maratta. Paolo III, valendosi
dell’architetto Sangallo, aggiunse allo stabilimento un nuovo
braccio; Benedetto XIV vi fece costruire un’altra gran sala dal
Fuga, ed infine Pio VI ordinò l’ erezione dell’ ampio edifizio che
rimane nella stessa via di Borgo s. Spirito, di prospetto al pri-
mitivo stabilimento. Questo edifizio venne poscia destinato a ser-
vire di ospedale militare, facendo sempre parte del grande sta- *
bilimento; ma il pontefice Pio IX, dopo averlo migliorato, ren-
de vaio anche indipendente da quello, e vi stabilì le Suore della
Carità per l’assistenza de’ malati.
Lo spedale di s. Spirito è in modo speciale serbato per la cura
degli uomini febbricitanti, e vi si ricevono d' ogni età, d’ ogni
paese, d’ogni condizione, d’ogni religione. Ivi sono, fra grandi
e piccole, dodici sale che possono contenere fino a 1600 letti. In
dette sale gl’ infermi sono distribuiti a seconda delle specie delle
loro malattie, cioè, le febbri, lo scorbuto, le infermità croniche,
l’etisia, ecc. Avvi anche una scuola medico-clinica fondata da
Pio VII, a cui furono assegnate due sale, una con dodici letti
per gli uomini, una di sei per le donne. Gl’infermi di queste due
sale sono posti sotto la cura alternativa annua di due professori
dell’ Università, i quali vi ammaestrano eziandio gli allievi già
laureati in medicina. Le donne sono guardate da due serventi, e
gli uomini da quattro giovani che studiano medicina nel luogo, i
quali compiono il loro uffizio in turno, annotando la natura ed
il procedere d’ogni malattia.
Lo spedale ha quattro medici primarii, e due chirurghi simili;
ogni medico ha un assistente, ed ogni chirurgo un sostituto , i
Digitized by Google
441
Ospedale di s. Spirito.
quali abitano nello stabilimento stesso. Il numero degl’infermieri
ed altri assistenti varia secondo il numero degl’infermi, ma si
può calcolare che ascenda a 150 individui permanenti. La cifra
media annua dei malati è di 12 mila circa.
Questo spedale, il più vasto di quanti ne esistono in Roma, ha
un teatro anatomico, una magnifica sala incisoria, una copiosa
raccolta d’ istrumenti chirurgici, una considerevole farmacia, ed
una ricca biblioteca di opere mediche, detta Lancisiana, perchè
fu di pertinenza del celebre medico Giovanni Maria Lancisi.
A questo pio stabilimento, altri due se ne congiungono, go-
vernati sotto lo stesso regime. 1} primo, che risalisce all’epoca
della fondazione dello spedale, è destinato ai fanciulli esposti, i
quali ivi sono nutriti, o mandati in città o nei paesi circonvicini,
per l’oggetto stesso; ed il numero annuale di questi è di circa
800. L’ altro stabilimento, già da noi accennato percorrendo la
via della Lungara, è destinato ai maniaci- d’ ambo i sessi, e può
contenerne più di 500.
Il palazzo annesso allo spedale di s. Spirito fu eretto da Gre-
gorio XIII coi disegni di Ottavio Mascherini, ed è congiunto alla
chiesa dedicata allo Spirito Santo. ^Questa chiesa, dipendente
dallo spedale, fu fabbricata da Paolo III nel 1538 con architet-
ture di Antonio Sangallo, meno la facciata che è disegno del
suddetto Mascherini.
Pigliando la via incontro al descritto spedale, si entra in quel-
la di Borgo Nuovo, che conduce dirittamente alla basilica Vati-
cana. — In quest’ ultima via si trova subito, a destra, la
CHIESA DI S. MARIA IN TRASPONTINA.
Il nome di essa deriva dal trovarsi collocata di là dal ponte
s. Angelo , e fu edificata nel 1563 coi disegni del Paparelli e
del Mascherini, meno la facciata che è di Gian-Sallustio Peruzzi.
Il quadro con s. Barbara, nella prima cappella a diritta, venne
eseguito dal cav. d’ Arpino, e quelli delle altre cappelle sono del
cav. Perugino, del Melchiorri, del Ricci da Novara ecc.
In questa chiesa è sepolto Niccola Zabaglia, soprastante degli
operaj della basilica Vaticana, detti Sampietrini: egli fu uno dei
straordinarii meccanici del suo tempo, e morì nel 1750. Questo
uomo senza cultura, ma di potente ingegno, inventò le macchine
per mezzo delle quali si può lavorare nelle parti le più difficili ed
inaccessibili della detta basilica. I disegni di tali macchine ven-
nero incisi in rame, e pubblicati per cura dell’ economato di san
Pietro, e si riguardano come capolavori di meccanica.
19*'
Digitized by Google
442 Ottava Giornata.
Presso il luogo ove esiste il fonte battesimale, era una pira-
mide, ohe nel medio evo veniva chiamata Sepolcro di Romolo,
ma si pretende che veramente lo fosse di Scipione Emiliano, il
distruttore di Cartagine. Papa Dono I fecela spogliare dei massi
quadrati di marmo che la rivestivano, per lastricare l’atrio dell’an-
tica basilica Vaticana. Alessandro VI distrusse il nucleo di que-
sto monumento, verso il fine del XV secolo, per rendere più tu-
telato il castel s. Angelo.
Proseguendo il cammino per la strada stessa, si giunge alla
piazza di s. Giacomo Scossacavalli, ornata di una fontana e de-
corata dal bel palazzo Giraud (N.° 130), eretto con architetture
del celebre Bramante, ed oggi appartenente al principe Alessan-
dro Torlonia.
Da un lato della stessa piazza, si scorge un altro grande pa-
lazzo (N.# 66), già dei signori Spinola di Genova, dai quali passò •
al card. Castaldi nel 1685, che morendo lasciollo in legato, per-
chè fosse ridotto ad uso di ospizio per quelli che chiedevano
d’abbracciare la religione cristiana, per cui è detto il palazzo dei
Convertendi. Spesso venne confuso questo edifizio con quello
costruito coi disegni di Bramante, ove, sotto Innocenzo Vili,
Carlotta, regina di Cipro, fini la vita correndo il 1490, ed ove
cessò di vivere Raffaello il giorno 6 aprile 1520. Il palazzo per-
altro edificato da Bramante rimase atterrato nell’ ultima metà
del XVn secolo, allorquando il pontefice Alessandro VII fece
erigere dal Bernini il colonnato della piazza di s. Pietro.
Più oltre, si vede a destra una graziosa casa ( N.° 103) che si
crede fabbricata con architettura di Raffaello, e per verità essa
presenta tutto il carattere dello stile di quel famosissimo arte-
fice; ma le riparazioni che vi furono apportate nel 1827 altera-
rono alquanto la forma del bugnato nel pianterreno, rendendolo
troppo pesante. — Eccoci finalmente giunti al maraviglioso tem-
pio Vaticano, ma prima d’ imprendere la descrizione di esso,
crediamo opportuno di dame un breve cenno istorico.
CENNI STORICI
INTORNO LA BASILICA VATICANA (t).
Questo celebrato ed ammirabile tempio è posto nel campo
V aticano, da cui deriva la sua denominazione; ed in questo cam-
(1) Molte opere furono pubblicate intorno a questa meravigliosa basilica, fra le
quali però si distingue, in ispecial modo, quella data alla luce per cura. di Agostino
Valentini, essendo corredata di stupende tavole, disegnate ed incise in rame da eccel-
Digitized by Google
Cenni storici intorno la Basilica Vaticana.
443
po appunto erano gli orti ed il circo di Nerone, ove quel tiranno,
siccome narra Tacito, fece grande massacro di cristiani, i corpi
de’ quali vennero seppelliti dai fedeli in una grotta prossima al
circo stesso. In siffatto cimiterio, poco dopo, ebbe pure sepoltura
il principe degli apostoli, per cui in seguito s. Anacleto papa vi
eresse sopra un piccolo oratorio in onore dell’ apostolo medesi-
mo. Poscia correndo T anno 326, Costantino il Grande, a pre-
ghiera di s. Silvestro, conforme è comune opinione, vi fece eri-
gere una maestosa basilica, divisa in tre navate da un grande
numero di colonne, come ancora vedevasi nel secolo XV.
L’ edilizio ancorché fosse stato più volte ristaurato , nulla-
dimeno minacciava rovina; perciò Niccolò V risolvette riedifi-
carlo, ampliandone anche i limiti. Quindi verso l’anno 1450, ser-
vendosi degli architetti Bernardo Rossellini e Leon Battista Al-
berti, diè principio al suo nobile divisamente, cominciando una
tribuna molto più vasta; ma, alzata appena di qualche metro,
sopravvenne la morte di Niccolò e rimase sospesa T opera sino al
pontificato di Paolo II, il quale impiegò soli 5 mila scudi (quasi
27 mila franchi) per la continuazione della fabbrica. Nel 1503
assunto al pontificato il magnanimo Giulio II invitò i più rino-
mati architetti de’ suoi tempi a presentargli disegni per la nuova
basilica. Molti gliene furono recati, e fra questi scelse quello del
celebre Bramante Lazzari, che presentava la forma di una croce
greca con una immensa cupola nel mezzo, decorata esternamen-
te con tre ordini di colonne, e con due campanili alle estremità
della facciata. Quindi fu incominciato subito a mandare ad effèt-
to il disegno del Lazzari ponendo mano a’ quattro enormi piloni
della cupola, tantoché il giorno 18 aprile 1506 lo stesso Giulio II
gittò la prima pietra delle fondamenta del pilone poscia detto
della Veronica, e tosto si videro alzati essi piloni sino al corni-
cione, e girati gli archi che sostener doveano la cupola la più
grande del mondo. •
Mancato a’ vivi Giulio II nel 1513, e dopo un anno , anche
Bramante; Leone X, succeduto a Giulio, incaricò per la conti-
lenti artisti, i quali eseguirono eziandio i disegni e le incisioni per le stampe che arric-
chiscono le illustrazioni delle basiliche Lateranense e Liberiana, pubblicate egualmen-
te dal Valentini. — Queste opere in foglio, meritarono la medaglia d' incoraggiamento
dall'insigne Accademia romana di belle arti, detta di s. Lwa; medaglia che, sino ad
oggi, un'altra opera soltanto fu meritevole di ottenere.
L’Illustrazione della Basilica Vaticana, è corredata di 240 incisioni. — Quella
della Basilica Lateranense ne contiene 136. — L’illustrazione poi della Basilica Li-
beriana ne ha 103. — Le dette opere si trovano presso i principali libraj e negozianti
di stampe, e nella tipografia e libreria poliglotta di Propaganda Fide.
Digitized by Google
444
Ottava Giornata.
nuazione dell’opera Giuliano da San Gallo, fra Giocondo, e Raf-
faello da Urbino, il quale fece un nuovo disegno a croce latina,
conservatoci dal Serbo. Ma sopravvenuta la morte del tìangallo,
seguita nel 1520 quella dell’Urbinate, e partitosi da Roma frate
Giocondo, non fu mandata ad effetto alcuna delle variazioni
proposte, essendosi consumato il tempo in rafforzare i piloni
giudicati non abbastanza sobdi per sostenere tanta mole. Essen-
done perciò stato eletto architetto Baldassarre Peruzzi , questi
senza guastar nulla adottò la pianta a croce greca, colla confes-
sione nel mezzo. Ma la morte di Leone X, nel 1521, e l’abban-
dono quasi totale in cui soggiacque la fabbrica ne’ pontificati di
Adriano VI o di Clemente VII, successori di Leone, fecero si,
che il disegno del Peruzzi non sortisse pieno effetto.
Sahto al trono Paolo III, affidi l’ edilizio ad Antonio Picconi
da San Gallo, il quale immaginò di bel nuovo la pianta a croce
latina, e quando, nel 1546, con grave dispendio terminato aveva
il modello in legname, del suo pensiero, cessò di vivere. Allora
lo stesso pontefice invitò il Bonarruoti da Firenze ad assumere la
direzione di opera così importante, nel quale onorevole incarico,
da esso accettato, venne successivamente confermato dai papi
Giulio III, Marcello II, Paolo IV, e Pio IV. Il Bonarruoti per-
tanto nel brevissimo spazio di 15 dì fece un nuovo disegno dando
alla chiesa la forma di croce greca; ingrandì la tribuna e b due
bracci della nave traversa, ed immaginò la cupola a doppia volta
con disegno del tutto nuovo, rafforzandone i piloni; e questa tro-
vavasi condotta sino al tamburo allorché quel genio terribile se
ne moriva in età di anni 89, correndo il 1564. Il medesimo aveva
immaginato di decorare la basilica con un prospetto sullo stile
di quello del Pantheon, ma per la morte di lui questa subbme
idea, di cui vedesi un affresco nel salone della bibboteca V ati-
cana, restò senza esecuzione.
Pio IV sostituì al defonto architetto, Giacomo Barozzi da Vi-
gnola e Pirro Ligorio, imponendo loro di attenersi strettamente
ai disegni ed al modello del Bonarruoti. Il Ligorio però sde-
gnando di seguire gb altrui pensieri voleva far novità nella fab-
brica; per cui s. Pio V, succeduto a Pio IV, il bcenziò ; ed al
Barozzi, che usci di vita nel 1573, regnando Gregorio XIII, si
devono le due belle cupole laterah a quella del Bonarruoti. Fu al-
lora surrogato Giacomo Della Porta, il quale prima d’ ogni .altri»
condusse a termine la cappella Gregoriana.
Eletto papa il card. Pcretti, nel 1585, col nome di Sisto V,
volle che I edifizio progredisse rapidamente; quindi servendosi
Digitized by Google
Cernì storici intorno la Basilica Vaticana. 445
del medesimo Della Porta, in soli 22 mesi fu girata in volta la
gran cupola sino all’ occhio della lanterna, la quale fu eretta nei
primi 1 mesi del pontificato di Gregorio XIV, ed il tutto venne
eseguito sul modello del Bonarruoti. Il Della Porta stesso, sotto
Clemente Vili, successore di Gregorio, diede l’ultima mano
all’ ornato esterno della cupola; colla sua direzione fu abbellita
eziandio con musaici nella faccia interna, ed ultimò la cappella
Clementina, attenendosi sempre a’ disegni del Bonarruoti, come
pur fatto aveva nella cappella Gregoriana; inoltre decorò la vol-
ta con istucchi dorati, e lastricò il pavimento con uno spartito di
differenti marmi.
Ma allorché il subbine parto di quell’ incomparabile ingegno
era per giungere al pieno compimento, salito al trono Paolo V,
fattosi persuadere da Carlo Maderno, ridusse la basilica a croce
latina, aggiungendovi 3 cappelle per parte dal lato dell’ingresso
principale, e cosi si ebbe s. Pietro, quanto in realtà più grande,
tanto minore allo sguardo e men bello. Oltre di ciò lo stesso
Paolo V, servendosi sempre del Maderno, fecevi costruire il pro-
spetto ed il vastissimo portico; questi lavori però vennero in
buona parte terminati dal Bernini, regnando Gregorio XV, Ur-
bano Vili, ed Innocenzo X. Il medesimo Bernini, per ordine di
Alessandro VII, diè principio, nel 1661, al famoso colonnato
della piazza elbttica, che compì sotto Clemente IX. Infine il
pontefice Pio VI condusse questa basilica alla sua perfezione
facendovi costruire la magnifica sacrestia con architetture di
Carlo Marchionni
Per formarsi un’idea delle somme enormi occorse per l’edifica-
zione di questo immenso edifizio, basta considerare i pontefici e
gli architetti che se ne occuparono, e lo spazio di circa tre secoli
e mezzo impiegatovi per condurlo a termine. Seguendo il cal-
colo fatto da Carlo Fontana nel 1693, la spesa già ammontava
a non meno di 46 milioni e mezzo di scudi romani (25Ò miboni
di franchi). Da quel tempo in poi è facile comprendere quali al-
tre somme vi siano state profuse per le nuove dorature, e per
mettere in musaico quasi tutte le pitture, ed in fine per l’edifi-
cazione della nuova sacrestia, che costò circa un milione di scu-
di, ossia, circa cinque milioni di franchi.
Tutte le arti hanno contribuito alla decorazione di questo ma-
ravighoso tempio, il quale è, senza dubbio, il monumento il più
sorprendente non solo di Roma, ma del mondo moderno. La pit-
tura, la scultura, l’architettura, il musaico, l’arte di fondere i
bronzi e di dorare vi hanno profuso le loro ricchezze, ed i più
Digitìzed by Google
446
Ottava Giornata.
grandi artefici vi hanno sviluppato i loro talenti: dimodoché, se
in Roma non vi fosse altro da vedere che questo solo tempio,
sarebbe cosa degna che ognuno vi si recasse per ammirarne la
impareggiabile magnificenza.
PIAZZA DI 8. PIETRO IN VATICANO.
Allorché lo straniero pone il piede per la prima volta in que-
sta piazza, non può non sentirsi l’ animo commosso e compreso
da alto stupore vedendo tante maraviglie riunite in un sol colpo
di vista, e perciò si accorge subito trovarsi al cospetto del tem-
pio maggiore che sia nell’universo.
Apresi un’area immensa, lunga 356 metri, divisa in tre sezio-
ni, la prima delle quali chiamasi Piazza Rusticucci. Questa, pri-
va di ornamenti, viene circoscritta da decenti caseggiati, ed è
lunga metri 80, larga 67. Essa introduce nella magnifica piazza
ellittica, edificata, come si accennò, con disegno del Bernini re-
gnando Alessandro VII e Clemente IX, ed è il capo d’opera del-
l’architettura di Roma moderna. Questa piazza rimane accer-
chiata da due bracci curvilinei di colossale colonnato; nel suo
centro sorge uno stupendo obelisco di granito di Egitto, e nei
lati scorgonsi due maravigliose fonti, le quali tanto bellamente
ne accrescono la magnificenza. Ciascun braccio del colonnato
si compone di quattro file di colonne, che formano tre spaziosi
ambulacri, de’quali, quello di mezzo, ch’è il più largo, dà como-
damente passaggio a due carrozze di fronte. Questo colonnato,
tutto in travertini, di un ordine misto che può dirsi dorico, si
compone di 284 colonne e di 88 pilastri, i quali ne ornano i ma-
gnifici prospetti; il cornicione poi, che su vi si eleva in giro, vie-
ne coronato da una balaustrata sopra cui sorgono 96 statue ese-
guite colla direzione del Bernini, e rappresentano l’effigie di al-
trettanti santi e sante.
L’area di questa seconda sezione ascende a 196 metri nell'asse
maggiore, ed a 148 nel minore. Il colonnato è largo 17 met. e
44 c., alto 18 e 60,' non compresa l’altezza delle statue, che è di
3 met. e 14 centimetri.
La terza sezione è di forma quadrata irregolare, fiancheggiata
da due vasti ambulacri salienti, i quali congiungono i bracci del
colonnato a’vestiboli della basilica. Ciascuno di essi, nel lato che
guarda la piazza, è decorato con 22 pilastri fra’ quali apronsi 11
grandi finestre; questi ambulacri conservano il medesimo ordine
architettonico del colonnato, e sulla balaustrata vi sono 44 sta-
Digitized by Google
)
Digitized by Coogle
(t. LtrUatàirì' tlù" tfl vtcr&r . Iloma pt^A. nMMM
Piazza di s. Pietro in Vaticano. 447
tue fattevi collocare da Clemente XI. Ciascuno de’ descritti am-
bulacri ha una porta fiancheggiata da due superbo colonne di
paonazzetto, e superiormente v’è una pittura in musaico; di tali
pitture, quella nell’ ambulacro a destra, avanzandosi verso la ba-
silica, rappresenta la Vergine cogli apostoli Pietro e Paolo, la-
voro del Calandra sul disegno del cav. d’ Arpino; l’altra espri-
me il Redentore che chiama a sè s. Pietro, opera dello Spagna
sull’originale di Ciro Ferri.
Questa terza sezione, nella sua maggior larghezza, ch’è verso
il prospetto della basilica, conta 119 metri, e nella minore, cioè
dove si unisce alla piazza ellittica, ne ha 98 e 30 cent.; dal vivo
poi del prospetto della chiesa al limite della curva esterna della
piazza ellittica (figurandola continuata), evvi la distanza di 276
metri; gli ambulacri, nell’interno, sono larghi 5 met. e 17 cen-
timetri.
OBELISCO VATICANO.
Quest’obelisco non ha geroglifici, ma è il maggiore di tutti-
quelli di Roma, dopo il Lateranense, ed è il solo fra i grandi
obelischi che siasi conservato intiero . Alcuni credono che lo fa-
cesse tagliare Nuncoreo re di Egitto, e quindi erigere in Elio-
poli; ma non avendo geroglifici, contro l’uso costante praticato
in quelli che furono realmente eretti dagli antichi re di Egitto,
non cade dubbio che l’obelisco di cui trattasi, venisse tagliato
da’Romani ad imitazione di quello di Sesostri Nuncoreo. Cali-
gola lo fece trasportare a Roma sopra una nave di tanta smisu-
rata grandezza, che poi, colata a fondo, servi per gittare le fon-
damenta del molo del suo porto Ostiense. Esso imperatore fe-
celo innalzare nel suo circo edificato nel campo Vaticano, poscia
detto Circo di Nerone, e restò in piedi nel luogo stesso finché
Sisto V, con meccanismo di Domenico Fontana, facendolo di là
rimuovere, lo volle eretto ove il vediamo; e per tale traslocazio-
ne furono spesi scudi 40 mila (215,000 franchi). Nel sito poi da
dove venne tolto, cioè presso la sacrestia di s. Pietro, fu posta
nel suolo una pietra nella quale si legge: sito ielT obelisco sino
all'anno 1586.
Per lo innalzamento di un masso cosi enorme, che si calcolò
ascendere a un milione e mezzo di libbre, vi furono impiegati 40
argani, 140 cavalli, ed 800 operaj. Quest’ ardita operazione, di
cui vedesi un affresco nella biblioteca Vaticana, venne esegui-
ta alla presenza del suddetto pontefice il 10 settembre del 1586;
ed il Fontana ne ebbe splendide largizioni, ed onori non comuni.
Digìtized by Google
448
Ottava Giornata.
L’obelisco in discorso posa su di un piantato quasi interamente
di granito, ed ha sulla cima una croce la quale elevasi su di una
stella che sovrasta i monti, il tutto in metallo, della qual mate-
ria sono pure i quattro leoni che sembrano sostenerlo sul dorso,
i quali del pari che la stella sopra i monti alludono allo stemma
di Sisto V. L’obelisco di cui si tratta serve di gnomone ad una
meridiana segnata nell’area della piazza ellittica in cui esso sor-
ge, ove si vede pure lavorata in marmo la rosa de’venti; e in due
lati del medesimo si legge la dedicazione fattane da Caio Cali-
gola ad Augusto ed a Tiberio.
Il descritto obelisco è alto 25 met. e 13 c.; da piedi è largo 2
met. e 66 c.; da capo 1 met. e ti centimetri: il suo piantato,
compresivi i tre gradini di travertino ed i leoni, è alto 10 met.
e 35 c.; e l’altezza complessiva della croce, dei monti e della
stella, ascende a 5 met. e 75 c.; quindi dalla sommità della cro-
ce al suolo vi sono met. 41 e 23 centimetri.
FONTANE E SCALINATA.
Delle due stupende fonti, che tanto bene decorano la piazza
ellittica, quella a destra fu eretta da Innocenzo "Vili, poscia così
ridotta dal Maderno per ordine di Paolo V : l’altra eressela Carlo
Fontana sotto Clemente X . Esse, simili fra loro, sono alte 7 met.
e 75 c.: il gitto saliente dell’ acqua è di 5 met. e 54 c.: la tazza
in cui cade l’acqua, ch’è di un solo pezzo di granito, ha 16 metri
di circonferenza; e la gran vasca in travertino di forma ottago-
na, entro cui ricade quella, conta 27 metri e 90 centimetri di
giro. La massa dell’acqua è di once 300 per ciascuna e proviene
da Bracciano.
La magnifica scala per cui si ascende alla basilica è formati!
di 22 gradini di travertino ed è divisa in tre ripiani . Paolo V la
fece costruire: ma in seguito fu ridotta, come oggi si vede, da
Alessandro VII coi disegni del Bernini, il quale vi adattò, nella
parte media, l’amplissimo padiglione di travertino, a 16 cordoni,
avente in mezzo una larga lista di granito. Le statue colossali
de’ ss. Pietro e Paolo, erette a piè di questa scalinata, furono
scolpite per la basilica Ostiense; ma il pontefice Pio IX fecele
qui innalzare, togliendo via quelle di Mino da Fiesole, le quali
ora si osservano nel vestibplo della sacrestia. La statua di s. Pie-
tro è lavoro del De Fabris, l’altra è scultura di Adamo Tadolini.
La scala si protrae in avanti della facciata 61 met. e 66 c., e
compresovi il padiglione, met. 70 e 30 centimetri.
Digitized by Google
Basilica dì s. Pietro in Vaticano. 449
FACCIATA DELLA BASILICA.
Questa facciata, tutta in travertini, quantunque non vada pri-
va di talune sconcezze d’arte, purtuttavia riesce maestosa ed
imponente, e nel gran fregio leggesi che Paolo V Borghese fe-
cela edificare in onore del principe degli apostoli.
Il Moderno, che ne fu l’ architetto, la decorò di otto colonne
corintie, di quattro pilastri, e di sei mezzi pilastri; e tanto quelle
quanto questi sostengono il gran cornicione. Nella parte inferiore
apronsi due nicchie e sette vani, cinque de’quali introducono nel
portico. Per di sopra vi sono nove balconi; e sotto quello di mez-
zo v’è un bassorilievo di Ambrogio Buonvicini, esprimente la
podestà delle chiavi. Quest’ordine principale del prospetto so-
stiene un attico terminato da una troppo meschina balaustrata
su cui stanno 13 statue colossali, rappresentanti il Salvatore con
a destra il Battista, e gli apostoli disposti a’iati, meno la statua
di s. Pietro. Sopra l’attico stesso, nelle estremità della facciata,
sono i due orologi fattivi collocare da Pio VI, i quali sorgono
nel luogo ove, secondo il disegno del Mademo, dovevano innal-
zarsi due campanili. Al medesimo pontefice si deve la smisurata
campana, avente circa 7 metri e mezzo di circonferenza, posta
nella stanza sotto l’orologio a sinistra. Tale campana venne fusa
da Luigi Valadier, padre di Giuseppe, il quale somministrò il di-
segno per gli ornamenti in travertino dei suddetti orologi. La
gran cupola poi del Bonarruoti e le due minori cupole laterali
del Barozzi danno un sorprendente compimento al prospetto, ri-
sultandone un bell’insieme piramidale.
Questa facciata ha di altezza, dal ripiano della scala , met. 45
e 44 c., non comprese le statue che sono alte 5 met. e 65 c., ed
è larga 114 met. e 69 c.: le colonne hanno 2 met. e 66 c. di dia-
metro, e met. 28 e 34. c. di altezza, compresi base, zoccolo, e
capitello; e dal pavimento della chiesa all’estremità della croce
della gran cupola si contano 135 met. e 28 centimetri. La palla
poi sulla quale elevasi la suddetta croce, ancorché dalla piazza
non sembri molto grande, può contenere sedici persone.
La descritta facciata colle tre cupole ed il colonnato, produ-
cono un effetto singolare a lume di luna, e molto più ancora
quando il tutto viene illuminato, da prima con 4400 lanternoni,
e poi in un subito, al tocco della campana dell’ora prima dopo
YAve Maria, da 790 fiaccole; e siffatte illuminazioni hanno luo-
go ogni anno nella sera di Pasqua ed in quella de’ 28 giugno in
onore dei santi Pietro e Paolo: per eseguire tale spettacolo 6’im-
piega l’opera di 365 uomini.
Digitized by Google
450
Ottava Giornata.
rOBTICO.
Per cinque ingressi, tre de’quali decorati di belle colonne, en-
trasi nel portico, che, per la sua vastità e magnificenza, può
ben gareggiare con qualunque de’più splendidi edifizi moderni.
Un ordine di pilastri ionici ne decora le pareti: la volta è ricca-
mente abbellita con ornati di stucco dorato, e con bassorilievi
di simile lavoro relativi agli atti degli apostoli, e vi si vede pure
l’arme gentilizia di Paolo V, a cui si deve la costruzione del por-
tico, servendosi, come si disse, del Maderno. Ambrogio Buon-
vicini, diretto dal Ferrabosco, condusse i suindicati stucchi, ed
eseguì eziandio in istucco le 32 statue di santi pontefici, poste
nelle lunette al di sopra del cornicione, le quali vengono da al-
cuni erroneamente attribuite all’ Algardi. Il pavimento fu co-
struito in belli marmi, d’ordine di Clemente X, con disegno del
ricordato Bernini.
Nelle estremità apronsi due vestiboli, ove sono due statue eque-
stri, una di Carlo Magno, mediocre lavoro del Cornacchini, l’al-
tra di Costantino il Grande, scolpita dal Bernini. Queste due
statue, tanto convenientemente collocate, producono una vista
maravigliosa. Sulla porta di mezzo vedesi un grande bassori-
lievo in marmo del sunnominato Bernini, rappresentante Gesù
che affida il suo ovile a s. Pietro. Incontro ammirasi il celebre
musaico della Navicella di s. Pietro, eseguito nel 1298 da Giotto
daBondone, coll’aiuto del suo scolare Pietro Cavallini, nell’atrio
dell’antica basilica. Questo musaico venne ristaurato sotto Paolo
V da Marcello Provenzale, il quale vi aggiunse i quattro santi
sull’alto; ma è falso che vi aggiungesse pure il pescatore. Fra i
pilastri della parete incontro leggonsi tre iscrizioni, cioè: la bolla
di Bonifacio Vili per la pubblicazione del Giubileo; i versi ele-
giaci in onore di Adriano 1, che attribuisconsi a Carlo Magno;
e la donazione fatta da s. Gregorio Magno di 39 oliveti pel man-
tenimento delle lampade della basilica.
Ai cinque ingressi del portico corrispondono le cinque prin-
cipali porte del tempio. Tre di esse, cioè la media e le due estre-
me, sono fiancheggiate da superbe colonne di paonazzetto: delle
medesime, quella murata avente una croce di metallo nel mez-
zo, chiamasi la Porta Santa, perchè' apresi soltanto nell’anno
santo. Tutte poi le suddette cinque porte hanno un ricco fron-
tespizio di marmo, abbellito di gentili intagli.
Le imposte della porta di mezzo sono di bronzo, ornate di ara-
beschi e di otto bassorilievi, quattro maggiori e quattro minori:
Digitìzed by Google
Basilica di s. Pietro in Vaticano. 451
Eugenio IV fecele fare verso l’anno 1445 per l’antica basilica,
da Antonio Filarete,e da Simone, fratello di Donato. I quattro
grandi bassorilievi rappresentano: il Salvatore e la Vergine; gli
apostoli Pietro e Paolo, con Eugenio IV genuflesso innanzi al
primo; la decollazione di s. Paolo, e la crocefissione di s. Pietro.
Le fasce intermedie contengono i quattro bassorilievi minori.
Nella fascia inferiore a sinistra, osservasi Eugenio IV che coro-
na l’imperatore Sigismondo, e la cavalcata dei medesimi, dopo
seguita la ceremonia. Quello a destra offreci l’ingresso in Roma
di un’ ambasceria orientale, ed Eugenio IV che, in Firenze, dà
la formula della fede al capo dell’ambasceria stessa. Nella fascia
superiore a sinistra, è rappresentato l’ imperator Paleologo nel
momento che parte da Costantinopoli per recarsi da Eugenio
IV, ed allorché è ricevuto dal papa. Nell’ultima fascia, vedesi il
Paleologo al concilio di Firenze, e quando s’imbarca per tornar-
sene in Costantinopoli. Il fregio che circonda le imposte, forse
fu copiato da qualche antico lavoro, senza badare quanto fosse
male appropriato al luogo, essendovi frammiste alquante cose
mitologiche. Sebbene quest’opera del Filaretenon possa contar-
si fra le migliori che uscirono di sua mano, nulladimeno il fregio
ed i quattro piccoli bassorilievi, in ispecie, sono in buona par-
te lodevoli.
Il descritto portico è alto 18 met. e 60 c., largo 12 e 84, lun-
go 70 e 40, non compresi i vestiboli; giacché dalla statua di Co-
stantino a quella di Carlo Magno v’è la distanza di 138 met. e 60
centimetri. La porta di bronzo è alta 6. met. e 92. centimetri.
•
IDEA GENERALE SULL’INTERNO DEL TEMPIO.
La giusta proporzione e l’armonia che regna in ciascuna parte
di quest’immenso edifìzio, ne fanno comparire l’ insieme, al pri-
mo sguardo, meno grande di quello ch’è realmente, e perciò ap-
pena entrasi in esso se ne giudica esagerata la fama di sua gran-
dezza; ma quando si esamina parte a parte, allora sì che si resta
sorpresi trovando ogni sua parte e ciascun oggetto di dimensioni
tanto gigantesche quanto niuno giammai figuravasi. Che esso
poi sia il tempio il più vasto del mondo non ne cade alcun dub-
bio, e ciò rilevasi appunto dalle misure segnate sul pavimento
della navata maggiore , relative a’più grandi templi che esista-
no, e sono:
S. Sofia di Costantinopoli, lunga .... metri 108 c. 93
S. Paolo sulla via Ostiense in Roma .... » 126 » 64
S. Petronio in Bologna » 131 » 73
Digitized by Google
452
Ottava Giornata.
Il Duomo di Milano metri 134 c. 17
La Metropolitana di Firenze ■ . . » 148 » 12
S. Paolo di Londra » 157 » 20
La Basilica Vaticana dalla porta di bronzo alla
cattedra » 185 » 37
Per quattro porte principali si entra nella basilica. Tre di que-
ste rispondono nella nave grande, e su di ciascuna è una grande
iscrizione in marmo: di esse, quella di mezzo ricorda gli orna-
menti fatti eseguire in questo tempio da Innocenzo X; quella a
destra allude alla consacrazione fattane da Urbano Vili nel 1636;
e l'ultima indica la giunta operatavi da Paolo V . I due orologi
collocati superiormente al cornicione, si devono a Pio VI.
Questo tempio è a croce latina ed ha quattro navate, compre-
sa quella di crocera. Nella navata grande, dall’ingresso sino alla
tribuna, apronsi sei arconi per ogni banda, a’ quali fanno soste-
gno gagliardi piloni: di tali archi,, i primi tre di ciascun lato ser-
vono di passaggio alle navi minori, e corrispondono di faccia ad
altrettante cappelle che sono in esse; il quarto a destra rimane
di prospetto alla cappella Gregoriana, e quello a sinistra alla
Clementina; per il quinto arcone di ciascun lato (sono i più gran-
di) vi passa la nave traversa; e dove appunto questa s’interseca
colla nave grande, sorge la gran cupola; in fine il sesto di essi
archi a destra rimane di faccia all’altare di s. Michele, ed il sini-
stro a quello della Madonna, detta della Colonna; e sopra la
cornice del loro sesto, giusto ne’rinfianchi, sono collocate su di
ciascuno (meno che su quelli sostenenti la gran cupola) due sta-
tue colossali in istucco, alte 6 metri, rappresentanti altrettante
Virtù. Tanto nella navata grande quanto in quella di crocera re-
gna un ordine di grandi pilastri corintii scanalati, che dal pavi-
mento vanno a sostenere il cornicione da cui si spicca la gran
volta tutta abbellita con cassettoni ricchi di stucchi dorati. Fra
questi pilastri apronsi due ordini di nicchie, che contengono 26
statue scolpite in marmo, alte non meno di 4 met. e 20 c., rap-
presentanti F effigie di alquanti santi fondatori e di alcune sante
fondatrici di ordini religiosi: queste statue occupano tutte le nic-
chie dell’ ordine inferiore, e parecchie dell’ordine superiore.
Passando alle navate minori, diremo che ciascuna componesi
di tre arcate, sostenuta ognuna da quattro colonne di marmo
cottanello: fra un’arcat a e l’altra apresi una cappella, sovrastata,
all’innanzi da una cupola di forma ovale, e sotto di ogni arcata
sonovi due monumenti sepolcrali, uno per parte. Le pareti di
queste navate, come pure le fiancate dei piloni che sostengono
Digitìzed by Google
Basilica di s. Pietro in Vaticano.
453
gli archi, pe’quali dalla navata grande si passa in esse, sono tut-
te incrostate di pregiati marmi, ed ornate, complessivamente, di
56 medaglioni sorretti da putti e contenenti ritratti di santi pon-
tefici; e fra questi medaglioni osservansi altri putti che portano
triregni, chiavi ecc.: il tutto fu eseguito in bassorilievo con di-
segno del Bernini, regnando Innocenzo X, al cui stemma appar-
tengono le colombe che ivi si veggono scolpite.
Oltre le sei minori cupole testé imlicate, altre quattro ve ne
sono di forma rotonda: queste apronsi sulle quattro cappelle che
occupano i quattro angoli del gran quadrato della croce greca,
ed esse cappelle ancora sono intieramente incrostate di scelti
marmi. Il pavimento di questo tempio, fin là dove ebbe origine
la giunta fatta da Paolo V, cioè dall’ingresso sino a tutto il terzo
arcone, fu eseguito colla direzione del Bernini, uniformandosi al
disegno del pavimento già costruito nella croce greca da Gia-
como Della Porta.
Detto così in succinto dell’edifizio, prima di passare a descri-
verlo parte a parte, stimiamo opportuno di metterne sott’ occhio
le sue principali dimensioni, ed eccole:
Dall’ingresso principale alla tribuna
Larghezza della navata di mezzo, nella giunta di Pao-
lo V
Idem nella croce greca
Lunghezza della navata di crocera
Larghezza della suddetta navata
Lunghezza delle navate minori . * . . . . . .
Larghezza delle medesime, presa da vivo a vivo delle
arcate
Larghezza totale della navata di mezzo e delle due la-
terali, compresavi la grossezza de’ piloni che le
dividono; presa dalla cappella della Pietà, al Bat-
tistero
Altezza de’ pilastri che sostengono il gran cornicione,
compresivi base e capitello
Dal pavimento al piano del cornicione
Dal pavimento alla sommità della volta, nella giunta
di Paolo V .
Idem, nella croce greca
Dal pavimento alla volticella della lanterna della gran
cupola
Idem sino alla sommità della croce della cupola sud-
detta
metri
c.
185
31
26
38
23
78
134
89
23
78
87
5
10
18
58
—
24
80
30
77
46
05
44
50
118
90
135
28
Digitized by Google
454
Ottava Giornata.
metri c.
Diametro interno dell’istessa cupola 42 7
Idem preso all’esterno 58 90
Luce degli arconi che sopportano la gran cupola; altezza, met.
44 e 72 c., larghezza, met. 23 e 89 centimetri.
Luce degli archi della navata grande e di quella di croeera; al-
tezza, met. 22 e 86 c., larghezza, met. 13 e 12 centimetri.
NAVATA GRANDE.
A ridosso del primo pilone, presso l’ingresso, tanto a destra
quanto a sinistra, v’è una grande acquasantiera di giallo di Sie-
na, foggiata a guisa di conchiglia, e sostenuta da due angeli in
marmo bianco, alti 2 metri incirca. Il Liberati scolpì gli angeli,
ed il Lironi fece le conche ed i panneggi di bigio antico che le
arricchiscono.
La statua di s. Teresa, nella nicchia inferiore del primo pilone
a destra, è di Filippo Valle; s. Pietro d’ Alcantara, nella nicchia
incontro, è di Francesco Bergara: s. Vincenzo de Paoli, di Pie-
tro Bracci: s. Camillo de Lollis, di Pietro Pacilli: s. Filippo Neri,
di Gio. Battista Maini: s. Ignazio, di Giuseppe Rusconi: s. Fran-
cesco di Paola, del suddetto Maini.
Incontro a quest’ultima statua sorge su d’un ricco piedistallo,
il simulacro di s. Pietro fuso in bronzo, rappresentato sedente in
atto di benedire, e con un piede sporto in fuori, che i fedeli ba-
ciano in venerazione del principe degli apostoli. Questa statua,
secondo il Torrigio, fu fatta fare da s. Leone I per la vecchia ba-
silica; ma in alcuni però sussiste la sciocca credenza che sia una
antica rappresentanza di Giove, e che anzi sia quella identifica di
Giove Capitolino; bisogna però essere digiuni affatto di storia
per ammettere tale asserzione, giacché si sa che quella era di oro
massiccio, mentre questa è di bronzo. t
ALTARE MAGGIORE.
In mezzo alla crociata, ove appunto grandeggia la smisurata
cupola, e giusto superiormente alla Confessione di s. Pietro ,
sorge, sopra sette gradini di marmo bianco, l’ aitar maggiore,
isolato e rivolto verso oriente secondo l’ uso antico. Esso fu fatto
erigere da Clemente Vili, racchiudendovi quello su cui celebra-
va il pontefice s. Silvestro.
L’altare di cui trattasi rimane coperto da un magnifico bal-
dacchino sorretto da quattro superbe colonne spirali d’ordine
Digitìzed by Google
Basilica di s. Pietro in Vaticano. . 455
composito, scanalate nel terzo inferiore, e nel rimanente ornate
con ramoscelli di alloro, api, e graziosi puttini modellati da Fran-
cesco Quesnoy, detto il Fiammingo, artefice abilissimo, in ispe-
cie, per scolpire i putti. Tali colonne sorreggono un cornicione,
negli angoli del quale sono quattro angeli in piedi, alti 3 met.
e 32 cent., e d’onde muovono quattro costoloni, i quali si riuni-
scono nel centro, sostenendo un globo sormontato dalla croce.
Questa magnifica e grandiosa mole, tutta in bronzo con dora-
ture, la quale, sebbene di bizzarro stile, riesce tanto acconcia al
luogo, da destare ammirazione, commisela Urbano Vili al ce-
lebre Bernini, ed è alta 28 metri e 78 centimetri. In quest’ opera
non fu adoperata se non che una porzione del bronzo tolto dal
portico del Pantheon per ordine del ricordato pontefice. La do-
ratura ed il lavoro, di per sè soli, costarono scudi romani 100
mila ( 537,500 fianchi ), ed il peso del bronzo ascende a lib-
bre 186,392.
CONTESSIONE.
Chiamasi Confessione di s. Pietro il sepolcro in cui si custo-
disce porzione de' corpi de’ principi degli apostoli; e fu decorata
come si vede da Paolo V, con disegno del Maderno.
Il vacuo che, in forma di essedra, rimane innanzi alla Confes-
sione e quindi all’altare papale, è cinto da una balaustrata co-
struita di scelti marmi, attorno alla quale ardono di continuo 87
lampade sorrette da cornucopi di metallo dorato; e nel centro
di essa apresi il passaggio che, per mezzo di doppia marmorea
scala, dà accesso al ripiano della Confessione, dove ammirasi la
statua genuflessa di Pio VI, opera assai commendevole del Ca-
nova, la quale costituisce il sepolcro di quel papa.
Il prospetto della Confessione va adorno delle statue in bronzo
dorato de’ ss. Pietro e Paolo, e di quattro rare colonne di alaba-
stro, che fiancheggiano la porta, pure di bronzo dorato, della
sacra nicchia, propriamente detta la Confessione di s. Pietro,
perchè forma parte dell’antico oratorio eretto da s. Anacleto
papa sulla tomba del principe degli apostoli. La detta nicchia è
abbellita di antichissimi musaici, rappresentanti il Salvatore ed
i ss. Pietro e Paolo. Il piano poi della nicchia stessa è coperto
da una lamina di bronzo dorato, sotto cui sono appunto custo-
dite le suddette sacre spoglie di quei santi apostoli. I due can-
celli nei lati dell' essedra chiudono gli aditi che mettono nell’an-
tica basilica, oggi sotterraneo.
Digitized by Google
Ottava Giornata.
PILONI DELLA GRAN CUPOLA.
456
Essi sono di figura pentagona irregolare, ciascuno della cir-
conferenza di 70 met. e 85 centimetri. La loro faccia principale,
cioè quella che guarda il centro, è decorata con due grandi nic-
chie, una al disopra dell’altra, fra due pilastri simili a tutti quelli
del resto della basilica. Queste otto nicchie furono aperte , re-
gnando Urbano Vili, con disegno del Bernini , che le adornò
come oggi si vedono. Le nicchie inferiori contengono quattro
statue in marmo, alte circa 5 metri. S. Longino è del Bernini;
s. Elena del Bolgio; la Veronica del Mochi; e la bellissima sta-
tua di s. Andrea, è opera del Quesnov, detto il Fiammingo. Le
suddette nicchie sono cinte da una balaustrata, la quale serve
di riparo alle scale che conducono direttamente al sotterraneo ,
cioè alle grotte vaticane. •
In ciascun pilone il medesimo Bernini praticò una scala a
chiocciola, per salire alle nicchie superiori, le quali hanno forma
di logge con balaustrate. Ciascuna di esse è decorata con gra-
ziosi angeli, con un bassorilievo allusivo alla statua sottostante,
e con due colonne spirali, o vitinee, di marmo bianco. Nella nic-
chia corrispondente sopra la statua della Veronica si custodi-
scono reliquie insigni, cioè, porzione della ss. croce, la sacra
lancia, ed il volto santo ; tali reliquie si mostrano al popolo in
alcuni dì solenni.
GRAN CUPOLA.
Essa forma al certo la parte più mirabile della basilica, e, con-
forme già si disse, è dovuto a Bramante Lazzari il concetto d'in-
nalzare la maggior cupola che fosse mai stata al mondo. Egli
quindi per sostenerla gittò i quattro enormi piloni, già descritti,
e su questi girò i quattro smisurati archi. In seguito Michelan-
gelo avendo immaginato nuovi disegni di tutto 1’ edifizio, fece
il modello di questa cupola con tanto ingegno ed arte, che pre-
tese in certo modo sorpassare gli antichi, elevando, per così di-
re, il Pantheon di Agrippa alla considerevole altezza di 44 met.
e 72 cent., quale è appunto quella degli arconi su’ quali posa;
ed infatti il diametro interno di questa cupola, ascendente a 42
met. e 7 cent., non è che soli 44 centimetri minore di quello del
Pantheon. Devesi inoltre rimarcare che questa cupola è doppia,
e che fra i due muri, della spessezza di circa 4 metri e mezzo,
v’è praticata una scala per ascendere sino alla palla: in ciò sor-
passa qualunque meccanismo usato negli antichi edifizi; ed in
Digitized by Google
Basilica di s. Pietro in Vaticano. 457
conseguenza della doppia volta, il diametro esterno di essa cu-
pola, ascendente a 58 met. e 90 cent., supera il diametro ester-
no del Pantheon di 7 met. e 53 centimetri.
Al di sopra del cornicione che corona i quattro piloni nascono
i quattro petti o triangoli della cupola, ne’ quali, in altrettanti
tondi del diametro di 8 met. e 40 cent., veggonsi effigiati, in mu-
saico, i quattro evangelisti: il De Vecchi somministrò i disegni
per i santi Giovanni e Luca (la penna di questo è alta 2 met.
e 10 cent. ), il Nebbia diedeli per i santi Marco e Matteo , ed il
Pomarancio per i putti ed i triregni.
Superiormente a’detti triangoli ed alla sommità dei quattro ar-
cani elevasi il cornicione che forma la corona della cupola, e nel
suo fregio, a lettere cubitali, alte 1 met. e 40 cent., si legge que-
sto passo del vangelo: Tu es Petrus, et super hanc petram aedi -
ficabo Ecclesiam meam, et tibi dabo claves regni Coelorum. (1).
Sulla cornice poi, che, munita di ringhiera di ferro, serve di am-
bulacro, ha origine il tamburo della gran cupola, ornato di 32
pilastri corintii alti 12 met. e 40 cent., che due per due fian-
cheggiano 16 grandi finestre: questi sostengono un cornicione
( anch’ esso serve di ambulacro ) sul quale è l’ imbasamento da
cui spiccasi in giro l’ immensa volta, ripartita da 16 costoloni
che vanno a finire all’occhio della lanterna. Fra questi costoloni
sono vi sei ordini di pitture in musaico, rappresentanti il Salva-
tore, la Vergine, gli apostoli, alquanti santi vescovi, ed una
moltitudine di angeli. Sorge finalmente il lanternino in cui apron-
si 32 finestre divise in due ordini, e nella sua volticella vedesi
effigiato l’ Eterno Padre , eseguito in musaico sul disegno del
cav. d’ Arpino, il quale, regnando Clemente Vili, diede ezian-
dio i disegni di tutti gli altri accennati musaici.
Nel 1868 furono rinnovate tutte le dorature della descritta cu-
pola e de’ suoi petti, e nel tempo stesso vennero ripulite e ripor-
tate al loro primiero splendore anche le pitture in musaico, che
compiono la magnificenza della cupola stessa.
Inoltrandosi verso la tribuna, si osservano quattro statue, po-
ste entro altrettante nicchie, che apronsi, due per lato, trai pi-
lastri. Le due nicchie in alto contengono s. Francesco di Sales,
di Adamo Tadolini, e santa Francesca romana, del cav. Pietro
(1) Tale iscrizione, eseguita di musaico color nero, risalta assai bene su di un
fondo di musàico ad oro, e quindi adorna mirabilmente l'accennato fregio. Laonde,
nel 1869, si risolvette di abbellire in egual modo anche 1* intero fregio dell' ordine
architettonico della basilica, e ri si leggerando altri passi egualmente tratti dal
vangelo.
20
Digitized by Google
Ottava Giornata.
-158.
Galli. In quelle in basso scorgonsi s. Elia, del Montauti, e s.Be-
nedetto, del Cornacchini.
Sotto a queste due nicchie, e sotto alle altre due che apronsi
pure inferiormente nella tribuna , furono murate quattro iscri-
zioni'in marmo. Una di esse ricorda, che il giorno 8 dicembre
1854, il pontefice Piò IX pronunziò solennemente in questa ba-
silica la dogmatica definizione dell’immacolata concezione di
Maria Vergine: le altre contengono i nomi dei cardinali, arcive-
scovi e vescovi, i quali presero parte a questa augusta e solenne
cerimonia.
TRIBUNA E C ATTERRA RI 8. PIETRO.
Per due rarissimi gradini di porfido, che già appartennero al-
l'antica basilica, si ascende alla magnifica tribuna costruita coi
disegni del Bonarruoti, che termi nolla in forma di emiciclo. Nel
fondo di essa tribuna signoreggiano, nella parte inferiore, quat-
tro figure colossali di bronzo, quasi interamente dorate, le quali
fanno mostra di sorreggere la cattedra di s. Pietro. Esse si eleva-
no su di un grandioso iinbasamento tutto incrostato di scelti mar-
mi, come è pure l’altare che ivi ergesi nel centro. Due di queste fi-
gure, cioè quelle sul davanti, rappresentano i santi Ambrogio ed
Agostino , dottori della Chiesa latina, e sono alte 5 metri e 32
centimetri, compresa la mitra: nelle altre due, alte 4 metri e 43
centimetri, sono effigiati i santi Atanasio e Giovanni Crisosto-
mo, dottori della chiesa greca.
La gran cattedra di bronzo vagamente abbellita con ornati e
bassorilievi messi a oro, ha nei lati due angeli ritti in piedi, men-
tre altri due di minor grandezza sono collocati sulla sommità
della spalliera, sostenendo il triregno e le chiavi. In essa è rac-
chiusa, quale sacra reliquia, la sedia di legno, ornata con in-
tarsii e bassorilievi in avorio, che già servi di cattedra a s. Pietro
ed a molti de’ suoi successori. Ma ciò che rende vieppiù magni-
fico il tutto insieme, è per l’appunto quella sorprendente gloria
che le si apre di sopra, tutta in istucco dorato, ove una moltitu-
dine di angeli frammisti a grandiose masse di nuvole e di lucenti
raggi, fanno corona alla simbolica immagine del Paracleto , fi-
gurata nel centro su di un campo trasparente di color giallo; ed
in tal modo quel fervido ingegno del Bernini seppe profittare di
un’incomoda finestra per dare egregio p pittorico compimen-
to a questa incantevole opera, di cui fu l’ autore per ordine di
Alessandro VII. Giovanni A-retusi da Piscina fuse la massa me-
tallica, il cui peso ascende a libbre 219,101, e tutta l’opera co-
stò scudi 107,551 (578,086 franchi ).
Digitized by Googl
Basilica di s. Pietro in Vaticano. 459
Il catino della tribuna è abbellito con ornati e bassorilievi in
istucco dorato, eseguiti da Gio. Battista Maini. Il bassorilievo
di mezzq, esprimente la podestà delle chiavi, fu tratto da un di-
segno di Raffaello: la crocifissione di s. Pietro venne ricavata
dal dipinto del Reni esistente nella pinacoteca Vaticana, e la de-
collazione di s. Paolo è copia di un bassorilievo dell’ Algardi.
Dai lati della tribuna sorgono due magnifici sepolcri. Quello
a sinistra fu eretto a Paolo III Farnese, che morì nel 1549, ed è
pregiatissimo lavoro di Guglielmo Della Porta, eseguito colla
direzione del Bonarruoti. Maestosa riesce la statua del papa fusa
in bronzo e sedente sull’ alto; e con purgato e bello stile sono
scolpite in marmo la Prudenza e la Giustizia, in bel modo ada-
giate nei lati dell’ imbasamento: questa ultima era affatto nuda,
ma Urbano Vili fecela coprire dal Bernini con un panneggio di
bronzo tinto in bianco, conforme oggi la vediamo.
Il monumento incontro, eretto ad Urbano Vili Barberirii, che
uscì di vita nel 1644, è opera del Bernini. Anche in questo se-
polcro la statua del papa è fusa in bronzo e sta seduta sull’alto.
La Carità e la Giustizia, scolpite in marmo, fiancheggiano la
superba urna di giallo e nero, su cui scorgesi il genio della
morte in bronzo, che va registrando nel fatale suo libro il no-
me dell’ estinto.
La statua di s. Domenico, posta nella nicchia presso questo
monumento, è una bell’opera di M.r Le Gros, ed il s. Francesco^
Caracciolo, in quella di sopra, è di Massimiliano Laboureur: in-
contro veggonsi, s. Francesco d’ Assisi, di Carlo Monaldi, e s. Al-
fonso di Liquori, del Tenerani.
Avendo osservato la nave di mezzo e la gran cupola, ci fare-
mo a descrivere le altre parti del sacro tempio. Prima però d’im-
prendere tale descrizione si vuole accennare che tutti i quadri
degli altari, ad eccezione di due, sono in musaico, copiati da
originali di rinomati artefici, e che ragguagliatamente costa-
no circa 27 mila scudi ciascuno (145 mila franchi circa); che tutte
le pitture delle 10 minori cupole e delle attigue lunette sono
pure in musaico, come eziandio tutti i paliotti degli altari; e fi-
nalmente che nella basilica sono vi 22 monumenti sepolcrali, molti
ile’ quali costarono sino a 27 mila scudi per ciascuno.
PARTE MERIDIONALE DELLA BASILICA.
Appena scesi dalla tribuna, incamminandosi sotto l’arcone a
destra, ci si presenta subito, da mano sinistra, un altare decorato
20*
Digitized by Google
460 Ottava Giornata.
con due grosse colonne di granito bigio orientale, fra le quali os-
servasi un quadro in musaico esprimente s. Pietro che risana lo
storpio alla porta speciosa del tempio . Questo musaico fu copia-
to da un originale di Francesco Mancini.
Incontro v’ è il sepolcro di Alessandro Vili Ottoboni, morto
nel 1691. Il card. Pietro Ottoboni, suo pronipote, fecelo erigere
con disegno del conte Arrigo da s.Martino, servendosi dello scul-
tore Angelo De Rossi. La statua del papa è fusa in bronzo: quel-
le della Religione e della Prudenza sono scolpite in marmo, del
pari che il bel bassorilievo nello zoccolo, esprimente la canoniz-
zazione di cinque santi, fatta nel 1690 da quel pontefice.
Segue l’altare di s. Leone Magno, su cui, in mezzo a due co-
lonne di granito rosso orientale, si ammira un grande bassori-
lievo dell’ Algardi , rappresentante quel santo pontefice , che
mossosi ad incontrare Attila re degli Unni, sceso a devastare
l’Italia, gli fa abbandonare il divisamente di avvicinarsi a Roma,
additandogli nell’ aria gli apostoli Pietro e Paolo , minacciosi
contro lui. L’incontro avvenne prèsso Govemolo, ove il Mincio
mette capo nel Pò.
Avanti a questo altare si vede nel pavimento la memoria se-
polcrale di Leone XII, in cui leggesi la modesta iscrizione da
lui stesso dettata pochi giorni prima di morire.
Sull’ altare successivo , decorato con quattro colonne , due
grandi di granito nero e due piccole di alabastro, si venera
un'antica immagine della Madonna, detta della Colonna, per-
chè fu dipinta sopra una colonna di porta santa, già esistente
nell’antica basilica.
I musaici della cupola (1), lavorati sui disegni dello Zoboli,
presentano emblemi allusivi a Maria Vergine. Nei triangoli
sono espressi, s. Bonaventura, s. Tommaso d’ Agnino, s. Ger-
mano, e s. Giovanni Damasceno, eseguiti sui cartoni del Succhi e.
del Lanfranco. Nelle lunette sull' altare della Madonna vedesi
la Vergine col Bambino, ed il sogno di s. Giuseppe ; nelle altre
due, David e Salomone ; ed i disegni di questi musaici diedeli
il Romanelli.
Segue la porta laterale della chiesa, al disopra della quale
venne eretto il monumento sepolcrale di Alessandro VII Chigi,
(1) Conoscendo che taluni amano occuparti soltanto delle cose principali che
adornano gli edilizi, perciò nella descrizione de’ musaici che abbelliscono le 10
minori cupole, e le contigue lunette, abbiamo adoperato i caratteri corsivi, ac-
ciocché, chi volesse tralasciare quei dettagli, possa , ad un'occhiata, risparmiami
la lettura ; e cogli stessi caratteri abbiamo descritto alcune altre cose di poca
entità.
»
Digitized by Google
Basilica di s. Pietro in Vaticano.
461
morto nel 1667. Benché questa sia l’ultima opera del Bernini,
che visse 82 anni, pure l’invenzione è poetica e piena di spirito.
La porta che fu obbligato conservare rimane nel piantato del
monumento, quasi dia ingresso al medesimo. Da questa cade
un’ampia coltre di diaspro, la quale viene sollevata da uno sche-
letro fuso in bronzo, figurante la Morte, che mostra al pontefice
un oriuolo a polvere, ad indicargli esser giunta l’ ora estrema.
Il papa è rappresentato genuflesso, avente presso di sè, nell’in-
dietro, la Giustizia e la Prudenza, rimanendo sull’ innanzi del se-
polcro la Carità e la V erità.
Sull’altare incontro, adorno di due colonne di cottanello, si
scorge il quadro colla caduta di Simon Mago, pittura su lava-
gne, di Francesco Vanni da Siena: di tale dipinto vedesene una
copia in s. Maria degli Angeli alle terme Diocleziane. — Si pas-
sa quindi nel
BRACCIO MERIDIONALE DELLA NAVE DI CROCERA.
Il Bonarruoti, da cui il tempio era stato ridotto a croce greca,
diè ai due bracci della nave di crocera le dimensioni stesse della
parte superiore della navata grande, terminandoli come quella
in emiciclo ed a guisa di tribuna.
In ciascuno di questi bracci, giusto nell’ emiciclo, vi sono tre
altari tutti adorni di quattro belle colonue di pregiati marmi co-
lorati, due piccole e due assai più grandi, le quali contano 6 met.
e 53 cent, di altezza, non compresi la base ed il capitello. L’al-
tare che qui occupa il mezzo, contiene la crocifissione di s. Pie-
tro, posta in musaico sull’originale di Guido Reni. Il quadro
con s. Francesco di Assisi, sull’altare a sinistra, fu copiato in
musaico dall’ originale di Domenichino , esistente nella chiesa
de’ cappuccini. Il terzo altare ha un quadro, pure in musaico,
espressovi s. Tommaso che pone il dito nel costato del Salvatore,
copia eseguita sul dipinto del Camuccini.
La volta che rimane superiormente all' emiciclo di questo
braccio di crocera, venne abbellita dal Maini con ornati e bas-
sorilievi in istucco dorato. Le composizioni dei bassorilievi
trassele dai celebri arazzi di Raffaello, ed esprimono: la mi-
racolosa pesca nel lago di Qenesaret; la punizione di Anania,
e gli apostoli Pietro e Giovanni alla porta speciosa del tempio.
Le statue entro le due nicchie prossime ai suddetti altari ,
rappresentano s. Norberto , del Cavaceppi, s. Pietro Nolasco,
del Campi. Nelle altre due nicchie, in basso, si vedono le statue
Digitized by Google
462
Ottava Giornata.
di s. Giovanni di Dio, di Filippo Valle, e di a. Giuliana Falco-
nieri, del suddetto Campi. La atatua poi di a. Angela Merici,
nella nicchia superiore, è opera del cav. Pietro Galli.
Sotto la contigua arcata, si trova la porta che dà adito alla
sacrestia, e sopra di essa porta osservasi il monumento sepol-
crale di Pio Vili, eseguito dal Tenerani. Sull’ alto del monu-
mento domina la statua sedente del Salvatore; in basso, più in
avanti, è quella del defunto pontefice, in atto di preghiera. Nei
lati, fra queste due principali figure, si elevano le statue de'santi
apostoli Pietro e Paolo; e nel grande imbasamento veggonsi due
altorilievi rappresentanti la Giustizia e la Prudenza. Questo mo-
numento fu eretto nel 1866, mediante un lascito del cardinale
Albani, che fu segretario di stato di quel pontefice, durante il
breve pontificato del medesimo.
Il quadro in musaico dell'altare incontro, fiancheggiato da
due colonne di granito bigio, rappresenta Saffira che alla pre-
senza degli apostoli Pietro ed Andrea, cade morta in pena di
aver mentito, come appunto era stato punito, poco prima, Ana-
nia sposo di lei. Questo musaico fu copiato dall’originale del
Roncalli, che vedesi nella ricordata chiesa di s. Maria degli An-
geli. — Segue la
CAPPELLA CLEMENTINA.
Viene così chiamata perchè fu condotta a termine sotto Cle-
mente Vili; il disegno è del Bonarruoti, ed è simile alla cap-
pella Gregoriana che le rimane incontro.
Entrando in essa, l'occhio si arresta sul mausoleo di Pio VII,
opera del Thorwaldsen. L’artefice rappresentò il buon Pio, assiso
sull’ alto, fra due genii alati, ed innanzi al grandissimo imbasa-
mento collocò la Fortezza e la Sapienza, statue scolpite con pur-
gato e severo stile. Questo monumento, eretto a spese del ce-
lebre cardinale Ercole Consalvi, che fu primo ministro di quel
pontefice, costò scudi 27 mila ( 145 mila franchi ).
L’ altare, ricco di quattro pregevoli colonne, ha un quadro in
musaico copiato da un dipinto di Andrea Sacchi, che osservasi
nella pinacoteca Vaticana. Esso ricorda il miracolo operato da
s. Gregorio Magno, per convincere gl’ increduli sulla venera-
zione de’ brandei, facendo uscire vivo sangue da uno di essi.
Sotto questo altare riposa il corpo di quel santo pontefice.
Fra gli ornati della cupola vedesi lo stemma di Clemente
Vili ; nei triangoli osservansi i santi dottori, Ambrogio, Ago-
stino, Giovanni Crisostomo, e Atanasio; nelle lunette sull’ a l-
Digitized by Google
Basilica di s. Pietro in Vaticano. 463
tare, venne espressa la visitazione di s. Elisabetta; e nelle altre
due lunette sono rappresentati Malachia e Daniele. Tutti que-
sti musaici furono eseguiti sui cartoni del Pomarancio. — Di qui
si entra nella
NAVATA MINORE MERIDIONALE.
«
Ciascuna delle minori navate della basilica si compone, come '
già si disse, di tre arcate decorate con colonne quasi tutte di
cottanello.
A questa navata forma magnifico prospetto l’ altare addos-
sato alla faccia orientale di uno dei piloni della grande cupola.
Su di esso altare, fiancheggiato da due colonne di cottanello. si
osserva la copia in musaico del celebre quadro di Raffaello, rap-
presentante la Trasfigurazione di Cristo sul Tabor.
Sotto la prima arcata che apresi di fronte al nominato altare,
scorgesi a destra il sepolcro di Leone XI, Medici, il quale non
regnò che soli ‘ZI giorni, e mori nel 1605. L’ Algardi scolpì la
statua del papa ed il bassorilievo, in cui rappresentò l’abiura
di Enrico IV, re di Francia. Delle due statue laterali, la For-
tezza è di Ercole Ferrata, l’Abbondanza del Peroni.
Di rimpetto v’è il sepolcro d’ Innocenzo XI, Odescalclii, morto
nel 1689, lavoro di Stefano Monot. La figura del pontefice siede ,
sull’ alto: la Religione e la Giustizia sono ai lati della sottostante
urna; e sulla faccia dell’ imbasamento della statua del pontefice
vedesi scolpita la liberazione di Vienna dall’assedio de’ Turchi;
vittoria dovuta a Giovanni III Sobiescki, re di Polonia.
Inoltrandosi verso le porte principali della chiesa, s’ incontra-
no le tre cappelle aggiunte da Paolo V, la prima delle quali è la
CAPPELLA DEL CORO.
*
In questa magnifica cappella, chiusa con cancellata di ferro
adorna di bronzi dorati, si aduna, ogni giorno, il capitolo della
basilica per celebrare i divini uffizi; perciò sono vi tre ordini di
stalli di noce fregiati di belli intagli, e l’antico organo del cele-
bre Mosca. La volta è riccamente abbellita con ornati e basso-
rilievi in istuceo dorato, eseguiti dal Ricci da Novara sui disegni
di Giacomo Della Porta: tali bassorilievi esprimono alquanti fatti
del vecchio e nuovo testamento. Il quadro dell’ altare, in cui è
espressa la Concezione con alcuni santi, venne posto in musaico
sull’originale di Pietro Bianchi, ora esistente in s. Maria degli
Angeli alle terme Diocleziane.
Digitized by Google
464 Ottava Giornata.
Nella cupola che apresi alt invanii della descritta cappella,
è rappresentato V Eterno Padre, fra gli spiriti beati, sostenu-
to dai quattro misteriosi animali dell’ Apocalisse; e nei trian-
goli sono effigiati Ab acucco. Daniele, David, e Giona. Nelle lu-
nette di prospetto si veggono, Mosi sul Sinai, e Samuele che
rimprovera Saul ; in quelle a destra Geremia piangente, e De-
bora con Barac; in quelle a sinistra, Debora che manda a chia-
mare Barac; e Giuditta col reciso capo di Oloferne. I disegni
per i musaici che abbelliscono la cupola li dii Ciro Ferri, per i
triangoli il Maratta, e per le lunette furono somministrati dal
Ricciolini e dal Franceschini.
Sotto la successiva arcata, si osserva, a sinistra, il sepolcro
d' Innocenzo Vili Cibo, morto nel 1491 ; monumento con iscul-
ture e gentili ornati in bronzo, di Pietro ed Antonio Poliamoli.
Due sono le figure del defonto pontefice: una in basso, giacente
sul letto 'di morte, l’ altra al di sopra, sedente, e con in mano il
ferro di una lancia, che allude a quella con cui venne forato il
costato di Nostro Signore, mandata in dono ad esso pontefice
da Bajazzette II . Le piccole figure in bassorilievo, che adornano
la superior parte del monumento, rappresentano le Virtù cardi-
nali e teologali. — Segue la
CAPPELLA DELLA PRESENTAZIONE.
Nel quadro dell’ altare, adorno di due grosse colonne di porta
santa, è in bel modo espressa la presentazione di Maria Vergine
nel tempio, lavoro di musaico, copiato dal dipinto di Francesco
Romanelli, che osservammo in s. Maria degli Angeli alle ricor-
date terme.
Nella cupola vedesi effigiata Maria Vergine, e la caduta de-
gli angeli ribelli: nei triangoli sono espressi Aronne, Noi col-
l’arca, Gedeone, e Balaam: nelle lunette sulT altare, veggonsi
Giuditta che ha troncato il capo ad Oloferne, e Giaele che tra-
figge Sisara: le lunette a destra ci mostrano Giosuè, ed Isaia:
quelle a sinistra, Mosi al roveto ardente, e Maria sorella di lui,
giuliva pel felice passaggio del mar Rosso. Tutti questi musai-
ci furono eseguiti sui cartoni di Carlo Maratta.
Di sotto all’ultima arcata trovasi la porta che mette alle parti
superiori del tempio, e su di essa è collocato il monumento se-
polcrale di Maria Clementina Sobiescki Stuard, regina d’Inghil-
terra, morta in Roma nel 1735. Da una pregevole urna di por-
fido cade grandiosa coltre di alabastro, e sopra sta assisa la Ca-
Digilized by Google
Basilica di s. Pietro in Vaticano. 4<iT>
rità, virtù nel cui esercizio specialmente si distinse la defunta,
.a quale venne effigiata in musaico dal cav. Cristofari, in quel
medaglione sostenuto da un genio alato. Questo monumento,
eretto a spese della fabbrica di s. Pietro, costò 18 mila scudi
(96, 750 franchi), e venne eseguito da Pietro Bracci con disegno
di Filippo Barigioni.
Incontro al descritto mausoleo sorge da terra quello degli
Stuardi, cioè di Giacomo III, re d’Inghilterra, morto in Roma
nel 1766, e de’suoi figli Carlo III ed Enrico IX. Il Canova, au-
^ tore di questo monumento, lo foggiò a guisa di torre, ponendo
al di sopra della porticina, figurante l’ ingresso alla cella mor-
tuaria, i ritratti dei tre defunti principi, ed ai lati di essa scolpi
di bassorilievo due genii alati, i quali, piangenti ed in atteggia-
mento esprimente dolore, si appoggiano alle faci arrovesciate,
simbolo della vita spenta. Questi due genii, che possono anno-
verarsi fra i più belli lavori di quel sommo artefice, erano inte-
ramente nudi, oggi però si vedono in parte coperti con un pan-
neggio. — Si trova quindi a destra la
CAPPELLA DEL FONTE BATTESIMALE.
E questa la prima cappella a sinistra, entrando nella basilica
per una delle porte principali. Il fonte battesimale viene formato
di una superba conca di porfido, lunga 3 met. e 76 c., larga un
met. e 88 e., la quale servì già di coperchio al sarcofago di Ot-
tone II, morto in Roma nel 974. Il magnifico coperchio di que-
sta conca, tutto in bronzo dorato e fregiato di arabeschi, piglia
un aspetto piramidale da un basamento che elevasi nel mezzo e
su cui riposa il simbolico agnello; nei lati poi di tal basamento
sono quattro angeletti, due de’quali sostengono un medaglione
in cui è espressa la ss. Trinità; l’ opera intera fu eseguita nel
1698 somministrandone il disegno Carlo Fontana.
La cappolla medesima contiene tre quadri in musaico: quello
di mezzo rappresentali battesimo di Cristo, copiato dall’origi-
nale di Carlo Maratta, esistente in s. Maria degli Angeli: il qua-
dro a sinistra esprime s. Pietro che battezza i santi Processo e
Martiniano nel carcere Mamertino, e fu lavorato su di un dipinto
di Giuseppe Passeri: il terzo in fine rappresenta l’apostolo sud-
detto battezzante Cornelio centurione, e venne copiato da un
originale di Pietro Procaccini.
Le pitture che adornano la cupola che apresi air innanzi di
questa cappella, alludono al battesimo di acqua, di sangue, e di
20"
Digitized by Google
466
Ottava Giornata.
desiderio ; e nei triangoli sono rappresentate le principali parti
del mondo, per alludere alla rigenerazione dell' umana stirpe ,
recata in ciascuna delle parti del globo terraqueo per mezzo del
battesimo. Nelle lunette ancora veggonsi tutti soggetti allusivi
al sacramento rigeneratore, cioè, in quelle sull' ingresso della
cappella, il Salvatore che battezza s. Pietro; e s. Silvestro bat-
tezzante V imperatore Costantino: nelle lunette a destra, Mosè
che colla verga fa scaturire V acqua dalla rupe, e Noè coll’iri-
de, simbolo della pace: in quelle a sinistra, il Centurione bat-
tezzato da s. Pietro, e s. Filippo diacono che battezza l'eunuco V
della regina Candàce. I disegni per gl' indicati musaici diedeli
il Trevisani.
. Passiamo ora alla parte settentrionale della basilica, incomin-
ciando il giro dall’altra navata minore, e precisamente dalla cap-
pella della Pietà, la quale rimane di faccia a quella testé descritta .
NAVATA MINORE SETTENTRIONALE.
CAPPELLA DELLA PIETÀ’.
Questa cappella viene detta della Pietà perchè sull’altare è
collocato un gruppo in marmo, rappresentante Maria V ergine
avente sui ginocchi il morto corpo del divin suo Figlio. Questa
opera bellissima è il primo parto deH’ingegno del Bonarruoti, e
venne da lui eseguita nell’età di soli 24 anni pel card. Giovanni
Yilliers, abbate di s. Dionigi in Parigi, il quale ne fece dono alla
basilica Vaticana. Il Cicognara scorge in questo gruppo quella
dolcezza di esecuzione, che Michelangelo abbandonò poscia qua-
si del tutto. Il Vasari a ragione loda l’opera del marmo, e la be-
ne intesa anatomia del corpo morto di Gesù; ma il Milizia non
a torto riprende la giovinezza soverchia di Maria, la poca espres-
sione del suo volto, e i panneggiamenti troppo avviluppati.
La volta di questa cappella rimane abbellita da un affresco di
Lanfranco, esprimente il trionfo della croce. Gli affreschi poi
negli archivolti e nelle lunette laterali, tutti allusivi alla passione
del Redentore, sono di autore incerto.
Dalla descritta cappella si ha ingresso in due cappelline,
una- per lato. Quella a destra è detta della Colonna Santa, per-
chè racchiude una colonna a cui, dicesi, s’ appoggiasse Gesù
Cristo allorquando nel tempio disputava coi dottori. Contiene
pure un sarcofago del IV secolo dell'era volgare, adorno di
bassorilievi, ed era questo il sepolcro di Probo Anicio, prefet-
to di Roma: quest’urna tenne luogo, per lungo tempo, di fonte
battesimale nell antica basilica.
Digitized by Google
467
Basilica di s. Pietro in Vaticano.
L'altra cappellina è dedicata al Crocejisso ed a s. Niccola. Es-
sa è di forma ellittica, e fu così ridotta dal Bernini; ma in se-
guito decorata dal Van vitelli per collocarvi, in sei belli armadi
alquante ss. reliquie che posseggonsi dalla basilica. Il Croce-
fisso, scolpito in legno, è del Cavallini, ed il quadro con s. Nic-
cola fu eseguito in musaico dal Cristofari, sull' originale esi-
stente in Bari.
Le pitture della cupola, che corrisponde innanzi alla cappel-
la della Pietà, esprimono un tratto dell' Apocalisse allusivo al-
la s. Croce, cioè allorché gli angeli segnano la fronte a tutti
coloro che dovevano rimanere illesi dai minacciati flagelli: nei
triangoli sono efiigiati Noè, Abramo con Isacco, Mosè, e Gere-
mia: nelle lunette di prospetto, veggonsi le sibille Frigia e Cu-
mana: in quelle a destra, i profeti Osea, ed Isaia, ed in quelle
a sinistra, Amos, e Zaccaria. Tali musaici vennero condotti sui
disegni di Pietro da Cortona.
Al di sopra della porta santa scorgesi una mezza figura dis.
Pietro, lavorata in musaico sull' originale del cav. d'Arpino.
Sotto la prima arcata di questa nave minore veggonsi due
sepolcri, del pari che nelle due susseguenti arcate. Di essi, quel-
lo che qui osservasi a destra, lavoro del commend. Giuseppe De
Fabris, fu eretto da Gregorio XVI al pontefice Leone XII Della
Genga, che cessò di vivere nel 1829. Quello incontro fu fatto
erigere da Innocenzo XII, con disegno di Carlo Fontana, a Cri-
stina Alessandra regina di Svezia, figlia di Gustavo Adolfo, «
morta in Roma nel 1689. Nel gran medaglione di bronzo dora-
to, si scorge il ritratto della defunta, e nel bassorilievo dell’ ur-
na, scolpito da Giovanni Teudon, francese, vedesi rappresentata
l’abiura fatta da Cristina del luteranismo nella cattedrale d’ In-
spruck. I putti sull’urna sono sculture di Lorenzo Ottone. — Vie-
ne quindi la
CAPPELLA DI S. SEBASTIANO.
♦
I •
L’altare di questa cappella, adorno di due belle colonne di
porta santa, ha un musaico esprimente il martirio di s. Sebastia-
no, eseguito sul famoso affresco di Domenichino che qui ammi-
ravasi, il quale dopo eèsere stato segato dal muro, venne tras-
portato ed allogato dal celebre Zabaglia, nel 1736, in s. Maria
, degli Angeli.
I musaici della cupola esprimono la visione riferita nell'Apo-
calisse, cioè l'Eterno Padre con a destra il misterioso agnello ,
e gli spiriti beati che a lui tributano gloria: nei triangoli si
Digitìzed by Google
468
Ottava Giornata.
osservano Abele, Isaia, Zaccaria, ed Eiechiello: nelle lunette
sul! altare veggonsi i sette fratelli Maccabei colla loro genero-
sa madre,' e Matatia che uccide l'ebreo idolatra : nelle lunette a
destra, Daniele nel serraglio dei leoni, ed i tre fanciulli nella
fornace di Babilonia: in quelle a sinistra, due donne ebree pre-
cipitate dalle mura di Gerusalemme, ed Eleatzaro condannato
a morte. Questi musaici vennero eseguiti sui cartoni di Pietro
da Cortona e dell' Abbatini.
Nella successiva arcata scorgesi, a destra, il sepolcro d’Inno-
cenzo XII Pignatelli, morto nel lì 00. Il pontefice è rappresen-
tato sedente, ed ha nei lati, ritte in piedi, la Carità e la Giusti-
zia. Questo monumento, fregiato di scelti marmi, è lavoro di
Filippo Valle.
Di faccia al descritto sepolcro, avvi quello della contessa Ma-
tilde, morta nel 1115, erettole da Urbano Vili, il quale fecevi
trasportare il corpo di lei dal monistero di s. Benedetto presso
Mantova, ov’ era stata sepolta. Il cav. Lorenzo Bernini diede il
disegno di questo monumento e scolpì la testa della statua rap-
presentante la defonta. Stefano Speranza condusse il bassori-
lievo nella faccia dell’urna, esprimendovi l’assoluzione data, nel
1077, ad Enrico IV dal pontefice s. Gregorio VII, alla pj^senza
della contessa Matilde e di altri illustri personaggi. Dei due putti
sull’urna, quello a destra è del Bolgio, l’altro spetta a Luigi Ber-
nini, il quale eseguì il rimanente del monumento. — Segue la
CAPPELLA DEL SACRAMENTO.
Sull’altare principale di questa cappella, magnifica al pari di
quella del coro, alla quale rimane incontro, è il ricco ciborio,
eseguito con disegno del Bernini, per ordine di Clemente X. Es-
so è di forma rotonda con 12 colonnine corintie all’ intorno so-
stenenti il cornicione, sul quale sorgono le statue de’ 12 apostoli,
e sulla. cima della cupola si estolle la statua del Redentore risor-
to. Questo tabernacolo, tutto m bronzo dorato, alto 4 met. e 74
c., è gentilmente abbellito di lapislazzuli, e le 12 colonnine sono
interamente rivestite di tale pregiatissima pietra. Nei lati poi
veggonsi duo grandi angeli, pure di bronzo dorato, in atto di
adorazione. Il quadro dell’altare, in cui è espressa la ss. Trinità,
è un beU’affresco di Pietro da Cortona.
Questa cappella contiene un altro altare, e su di. esso vedesi
una copia in musaico della famosa deposizione di croce del Ca-
ravaggio, che osserveremo nella pinacoteca Vaticana. Le due
Digitized by Google
Basilica di s. Pietro in Vaticano. 469
colonne spirali o vitinee, di marmo, che decorano quest’altare,
sono simili a' quella racchiusa in una delle due cappelline atti-
nenti alla cappella della Pietà, ed alle altre otto che adornano
le logge dei piloni della gran cupola (1).
Innanzi al descritto altare è il sepolcro in bronzo di Sisto IV
Della Rovere, morto nel 1484. Antonio Pollaiolo, autore di que-
st’opera, immaginò una gran cassa quadrilunga, ricca di ornati
d’ogni sorta, e di bassorilievi rappresentanti Virtù e Scienze ca-
ratteristiche di quel pontefice, la cui effigie in bassorilievo scor-
gesi sul coperchio della cassa stessa.
I bassorilievi in istucco dorato, che, frammisti ad ornati di si-
mile lavoro, decorano la volta di questa cappella, rappresentano
alquanti fatti del vecchio e nuovo testamento, e furono condotti
da Giacomo Perugino coi disegni di Pietro da Cortona II can-
cello di ferro, ricoo di bronzi dorati, che chiude la descritta cap-
pella, fu ideato dal Borromini.
Nella cupola che precede la cappella stessa, si osserva rap-
presentato il mistero dell’ Eucaristia, tratto dall' Apocalisse.
Vedesi pertanto un altare con fuoco ardente, e all’ intorno santi
adoratori, aventi nelle mani vasi di profumi. I triangoli e le
lunette contengono pure soggetti allusivi al mistero stesso. Nei
triangoli vediamo, Melchisedecco che offre a Dio il pane ed il
vino; Elia ristorato col cibo dalV angelo; un sacerdote ebreo che
dispensa i pani di proposizione, ed Aronne che riempie un vaso
di manna per riporlo nell' arca del testamento. 1 musaici nelle
lunette sulla cancellata, esprimono un sommo sacerdote che of-
fre le primizie del grano, e Caleb e Giosuè, due dei dodiciesplo-
ratori della terra promessa. Nelle lunette a destra , veggonsi
Giovata che gusta il miele nella foresta, contro il divieto del
padre, e l'idolo di Dagon, caduto in pezzi presso l'arca del pat-
to; in quelle a sinistra. Isaia a cui un angelo monda le labbra
con un carbone ardente, ed Oza colpito da Dio colla morte, nel-
l'atto di voler sostenere l’arca del testamento. I disegni pe' de-
scritti musaici vennero somministrati dal ricordato Pietro da
Cortona, e da Raffaele Vanni da Siena.
Di sotto alla terza ed ultima arcata di questa nave minore, è
collocato, sulla destra, il monumento sepolcrale di Gregorio
(1) Tntte le indicate colonne, insieme ad una che manca, esistevano già nel-
l'antica basilica, e decoravano la cancellata che circondava il luogo in cui esiste-
va l’altare sacro a s. Pietro unitamente alla Confessione: su di essa erano collocate
altrettante statue di argento, che si crede rappresentassero i dodici apostoli. Vuoisi
che le suddette colonne appartenessero al tempio di Salomone; ma taluni credono
che Costantino le facesse trasportare dalla Grecia a Roma.
Digitized by Google
•no
Ottava Giornata.
XIII Buoncompagni, morto nel 1685, lavoro di Camillo Rusconi.
Il pontefice è rappresentato sedente in atto di benedire, e nei
lati della sottostante urna veggonsi le statue della Religione e
della Fortezza, la quale va alzando il lembo d’una gran coltre,
quasi per mostrare ai riguardanti una delle più utili e grandi im-
prese operate da quel papa, la riforma, cioè, del calendario, alla
quale allude il bassorilievo scolpito sulla faccia dell’urna.
Incontro osservasi il sepolcro di Gregorio XIV Sfrondati,
mancato ai vivi nel 1591. Esso va adorno di due statuine in mar-
mo, cioè la Fede e la Giustizia, mentre il resto del monumento
è lavorato in iscagliola.
Sboccando da questa arcata, viene di faccia mi altare decorato
con due colonne di cottanello, su cui osservasi, eseguito in mu-
saico, il capo d’opera di Domenichino, ossia la Comunione di s.
Girolamo, che ammireremo nella pinacoteca Vaticana. — A de-
stra si pone il piede nella
CAPPELLA GREGORIANA, O DELLA MyiON’NA.
Questa cappella, ricca di preziosi marmi, fu terminata da Gia-
como Della Porta, regnando Gregorio XIII, coi disegni lasciati
dal Bonarruoti. L’altare va adorno di quattro superbe colonne,
due di aflfricano e due di verde antico, e vi si venera un’ antica
immagine della Madonna, denominata del Soccorso.
Alla destra di questa cappella si osserva il sepolcro di Grego-
rio XVI, eretto a spese dei cardinali da lui creati, ed eseguito
dallo scultore Luigi Amici, romano. La statua sull’alto rappre-
senta il pontefice, e le due collocate lateralmente per di sotto
esprimono la Prudenza e la Sapienza. Il bassorilievo ricorda la
concessione di missionarii, fatta da esso papa, ad alcuni paesi
infedeli, per la propagazione della fede.
I musaici della cupola, rappresentanti emblemi allusivi a
Maria Vergine, diresseli il Monosilio. I santi dottori Gregorio
Magno, Girolamo, Gregorio Naztanteno e Basilio, che veggonsi
nei triangoli, furono eseguiti in musaico sui cartoni di Niccolo
La-Piccola. I disegni poi per V annunciazione di Maria Ver-
gine , espressa nelle lunette sull' altare, e per i profeti Ezechiello
ed Isaia, nelle lunette a destra, diedeli il Mudano.
Procedendo verso la navata di crocera, s’ incontra a destra i^
grandioso deposito, fregiato di belli marmi colorati, eretto a
Benedetto X IV Lambertini, che usci di vita nel 1158. La statua
del papa, che ritta sulla persona è in atto di benedire, riesce di-
■ Digitized by Google
Basilica di s. Pietro in Vaticano. 471
gnitosa ed animatissima, e ti fa conoscer tosto l’ indole risoluta
di Benedetto, e gli alti e generosi suoi spiriti; e siccome!' fu sa-
pientissimo e disinteressato, perciò appunto il Bracci, autore di
questo monumento, vi collocò nei lati le statue di esse Virtù,
delle quali però, quella rappresentante il Disinteresse fu scolpita
da Gaspare Sibilla.
Incontro a questo sepolcro si trova l'altare di s. Basilio Magnò,
il cui quadro in musaico, fiancheggiato da due colonne di mar-
mo bigio affricano, fu copiato sul dipinto del Subleyras che os-
servammo in s. Maria degli Angeli. — Di quivi si entra nel
BRACCIO SETTENTRIONALE DELLA NAVE
DI CROCERA. ,
In fondo a questo braccio della crocera, esistono tre altari in
tutto simili a quelli del braccio opposto. Il quadro in musaico
dell’altare di mezzo rappresenta il martirio dei ss. Processo e
Martiniano, di M.r Valentin. Quello dell’altare a sinistra offreci
il martirio di s. Erasmo, del Pussino; e gli originali di ambedue
questi musaici sono nella pinacoteca Vaticana. I,’ altare a destra
contiene un musaico copiato da un originale di Angelo Caro-
selli, ed ha per soggetto s. Venceslao re di Boemia.
La grande volta sotto cui trovansi i suindicati altari, è deco-
rata come quella che ricopre l’ emiciclo dell’altro braccio di que- .
sta nave di crocera. Le composizioni dei bassorilievi furono tratte
dagli arazzi di Raffaello nel Vaticano, ed esprimono s. Pietro
nella prigione liberato dall’angelo; s. Paolo predicante nell’Areo-
pago, ed i ss. Paolo e Barnaba presi per Dei dal popolo di Listri.
Le due statue situate nelle nicchie presso i ricordati altari,
rappresentano s. Girolamo Emiliani, del Bracci, e s. Giuseppe
Calasanzio, dello Spinazzi. Nelle altre due nicchie veggonsi le
statue di s. Gaetano, del Monaldi, e quella di s.Brunone, di M.r
Slodtz, la quale è degna di molta lode, sì per la sua espressione
e naturalezza, e sì ancora pel bello stile con cui è condotta.
Sotto l’arcone, pel quale di quivi si passa agli altari di s. Pe-
tronilla e di s. Michele, signoreggia sulla destra il maraviglioso
mausoleo di Clemente XIII, Rezzonico, morto nel 1769, opera
del celebre Canova. In questo monumento primeggiano tre gran-
di statue, cioè: il pontefice ginocchioni in atto di fervida pre-
ghiera, la Religione colla croce, ed il genio della Morte, seduto
allato all’urna sepolcrale. Nello specchio di questa Bono scol-
pite di bassorilievo due figure sedenti, la Carità e la Fortezza:
Digilized by Google
472
Ottava Giornata.
in fine si ammirano due leoni, accovacciati sullo zoccolo, sim-
boleggianti la vigorìa d’animo del pontefice, e sono i più belli
leoni che si abbiano di moderna scultura.
Incontro al descritto monumento avvi un altare, decorato con
due colonne impellicciate di giallo di Siena. Su di esso scorgesi
un musaico copiato da un affresco di Lanfranco, rappresentante
la navicella di s. Pietro sul punto di sommergersi, e Gesù che si
fa in aiuto di quell’ apostolo.
Passando ora nell’ ultima cappella, viene di prospetto l’ alta-
re di s. Petronilla, il quale va adorno di due pregevoli colonne
di granito rosso. Il quadro in musaico che su di esso ammirasi
esprime, nella parte inferiore, il disotterramento del corpo della
santa per mostrarlo a Fiacco che aveala chiesta in isposa; e nella
parte superiore, rappresenta la santa stessa accolta in gloria dal
divin Redentore. In questo musaico, eccellente lavoro del cav.
Fabio Cristofari, è così ben conservato il carattere e lo stile dello
stupendo dipinto di Quercino, che par di vedere l’originale stes-
so che osservammo nella galleria del Campidoglio, ed è senza
dubbio il più bello dei musaici del tempio Vaticano.
L’altare a destra, ricco di quattro belle colonne, due assai
grandi di granito bigio e due minori di porta santa, ha per di
sopra la copia in musaico del celebre s. Michele arcangelo di
Guido Reni, esistente nella chiesa de’ cappuccini.
I musaici della soprastante cupola furono eseguiti suidisegni
del Ricciolini e rappresentano alquanti angeli sostenenti meda-
glioni. Nei triangoli veggonsi, s. Leone I, del Romanelli; s. Ber-
nardo, del Pellegrini; s. Dionigi, dell' Abbatini, e s.Flaviano,
del Socchi; tutti condotti in musaico dal Calandra. Nelle lu-
nette sull' altare di s. Michele sono rappresen tati, Elia risto-
rato col cibo da un angelo , e Tobia guidato dall' arcangelo Raf-
faele. Nelle altre due lunette si osserva s. Pietro che battezza
s. Petronilla, e s.Nicodemo che la comunica: ì disegni di questi
musaici appartengono al Benefiale ed al Lamberti.
Finalmente sotto l’ arcone pel quale da questo lato si va alla
tribuna, incontrasi a destra il sepolcro di Clemente X Altieri,
mancato ai vivi nel 1676; monumento eseguito da diversi artefici
sul disegno di Mattia Rossi. La statua sedente del papa è di Er-
cole Ferrata, la Clemenza, del Mazzuoli, la Benignità, del Mo-
relli, ed il bassorilievo, esprimente l’apertura della porta santa
nel giubileo del 1675, è del Loti.
II quadro in musaico dell’altare incontro al descritto monu-
mento, ci presenta, con grandiosa composizione, un miracolo
Digitized by Google
Basilica di s. Pietro in "Vaticano . 473
operato da s. Pietro, cioè quando risuscitò in loppe la vedova
Tabita: tale musaico, fiancheggiato da due colonne di granito
bigio, fu copiato sull' originale di Placido Costanzi, che vedesi
nella Chiesa di a. Maria degli Angeli.
SOTTERRANEO DELLA BASILICA (I).
Allorquando venne costruita la nuova basilica, fu comandato
agli architetti di non toccare il pavimento dell’antica. Si lasciò
quindi uno spazio di circa 3 metri e mezzo fra l’ antico ed il nuo-
vo pavimento della basilica, e per sostenere quest’ultimo si eres-
sero archi e piloni: è appunto l’indicato spazio quello che viene
detto il Sotterraneo o le Grotte di s. Pietro.
In questo sotterraneo sono quattro cappelline rispondenti ai
quattro piloni della gran cupola, le quali vennero erette coi di-
segni del Bernini, ed i loro altari hanno i quadri in musaico,
copiati dagli originali di Andrea Sacchi.
Entrando nel corridoio circolare si osserva la cappella della
Confessione, foggiata a guisa di croce latina, e rispondente sotto
l’altar maggiore della nuova basilica. Clemente Vili fece deco-
rare questa cappella con fini marmi, con istucchi dorati, e con
‘ÌA bassorilievi in bronzo , esprimenti parecchi tratti della vita
dei santi Pietro e Paolo ; e sull’ altare si venerano le antiche
immagini di essi apostoli, dipinte su lastre di argento. Questo
altare è in venerazione somma, perchè sta collocato Bui sepolcro
del principe degli apostoli.
In tutto il rimanente di questo vastissimo sotterraneo si veg-
gono molti sepolcri, fra’ quali distinguonsi quelli dell’imperatoré
Ottone II, di Carlotta regina di Gerusalemme e di Cipro , d’un
gran maestro dell’ ordine di Malta, di Giacomo III, Stuardo, re
d’Inghilterra, e dei papi Adriano IV, Bonifacio Vili, Niccolò V,
Urbano VI, e Pio II. Vi si osservano anche molte statue, al-
quanti bassorilievi, musaici, pitture, iscrizioni' ed altri monu-
menti sacri, preziosi avanzi dell’antica basilica, che rendono
queste grotte assai ragguardevoli ed interessanti. — Facendo
ritorno nella chiesa^ passeremo ad osservare la
SACRESTIA DELLA DESCRITTA BASILICA.
Questo sontuoso edilìzio fu eretto pei* ordine di Pio VI, con
architetture di Carlo Marchionni. Entrandovi dalla porta che ri-
(1) Per essere condotti a viaitare questo iotterraneo fa d'uopo dirigersi nella sa-
crestia della basilica.
Digitized by Google
474
Ottava Giornata.
mane presso la cappella Clementina, e sopra cui già osservammo
il sepolcro di Pio Vili, si trova subito un grazioso vestibolo de-
corato con quattro colonne e due pilastri di granito rosso orien-
tale. In esso si osserva la marmorea statua colossale di's. An-
drea, la quale era posta nell’ antica basilica, e dai lati, presso
l’ingresso, veggonsi le statue dei ss. Pietro e Paolo, scolpite da
Mino da Fiesole per comando di Pio II, che fecele collocare in-
nanzi all’ antica basilica. Furono esse dipoi situate agli angoli
della scala per cui si ascende alla nuova chiesa, ove rimasero
fino a che vennero loro sostituite le altre già da noi osservate.
Dal vestibolo si passa in tre belle gallerie, adorne con colonne
di marmo bigio e pilastri di verde affricano, e nelle quali esistono
diverse iscrizioni antiche e moderne, come pure alquanti busti di
papi. La prima delle suddette gallerie, conducente alla sacrestia
de’ benefiziati, comunica colla seconda, in mezzo a cui sono due
porte, delle qiiali, quella a destra mette nella sacrestia comune,
l’ altra in prospetto conduce in istrada mediante una bella scala
a due rampe , nel cui ripiano è collocata la statua di Pio VI ,
scolpita da Agostino Penna. Dalla seconda galleria si entra nella
terza, parallela alla prima, e che conduce, a diritta, nella sacre-
stia dei canoiiici, ed a sinistra, nella cappella del coro.
Sacrestia comune. — Questa Bacrestia, che rimane nel mezzo,
è di forma ottagona, ha 15 met. e 50 cent, di diametro, e co-
munica colle altre due sacrestie già suindicate. Essa ha la sua
cupola , e rimane decorata da 8 pilastri piegati e scanalati di
giallo di Siena, *e da 8 colonne di bigio antico, pure scanalate.
La cappella di questa sacrestia ha quattro colonne scanalate di
bardiglio di Carrara; ed il quadro dell’altare, rappresentante la
deposizione di croce, fu colorito da Lorenzo Sabatini sul dise-
gno del Bouarruoti. — A sinistra è la porta della
Sacrestia de' canonici. — Essa contiene bellissimi armadi im-
pellicciati di legno del Brasile; e sull’altare dell’annessa cap-
pella, decorato Con due colonne di alabastro, si ammira un qua-
dro del Fattore, scolare di Raffaello, rappresentante la Madonna
col Bambino, s. Anna, ed i ss. Pietro e Paolo. Incontro all’al-
tare si vede un bel dipinto di Giulio Romano, esprimente la No-
stra Donna, Gesù Bambino e s. Giovanni. 'Superiormente alla
porta ed alla finestra sono due pitture di Ant. Cavallucci. — Uscen-
do dalla cappella si passa nella
Sala capitolare. — Ri questa sala, oltre una statua di s. Pie-
tro scolpita in marmo, veggonsi alquanti belli dipinti a fresco e
ad olio. I primi appartengono a Melozzo da Forlì, o secondo al-
Digitized by Google
Basilica di s. Pietro in Vaticano. 475
tri al Mantegna, o quasi tutti rappresentano angeli che suonano
istrumenti diversi. Gli altri sono pregiatissimi lavori di Giotto
da Bondone, eseguiti d’ordine del card. Stefaneschi.per l’ antica
basilica. — Tornando nella sacrestia comune, passeremo a ve-
dere nell’altro lato la
Sacrestia dei benefiziati. — Questa è in tutto simile a quella
de' canonici; e sull’altare della cappella si scorge un quadro di
Girolamo Muziano, rappresentatavi la podestà delle chiavi. In-
contro è collocata l’antica immagine della Madonna, detta della
Febbre , che si venerava entro la sacrestia antica. Le pitture sulla
porta e sulla finestra sono di Antonio Cavallucci.
Dopo questa sacrestia viene la sala del vestiario dei chierici
benefiziati, nella quale veggonsi alcuni quadri; opere dell’ Ab-
batini, del Muziano, e di Ugo da Carpi. Una parete poi di que-
sta sala rimane occupata da un immenso armadio fatto fare da
Clemente XI per custodirvi le ricche argenterie che possedevansi
dalla basilica. Il descritto edifizio, indipendentemente da un gran-
de numero di altre camere, destinate ad usi diversi, comprende
un magnifico alloggio pei canonici e pei benefiziati, ove ciascu-
no di essi ha parecchie camere a propria disposizione. — Rien-
trando in chiesa, e passando per la porta che apresi sotto il se-
polcro della regina d’Inghilterra, si ascende alle
PARTI SUPERIORI DELLA BASILICA VATICANA.
Niuno può certamente formarsi una giusta idea dell'immenso
edifizio di questa basilica, senza visitarne le parti superiori. La
scala a chiocciola per cui si ascende agiatamente fino al vastis-
simo ripiano o lastrico che cuopre la basilica, si compone di 142
cordoni, alti appena pochi centimetri.
.L’osservatore, giunto al suddetto ripiano si trova, per così
dire, in una città pensile. Egli osserva da vicino l'opera la più
ardimentosa e la più sorprendente della moderna architettura,
cioè, la grande cupola, ideata da Michelangelo, la quale, secondo
il concetto di quel sovrano ingegno, doveva essere ornata con 16
statue di profeti, collocate sui controforti del tamburo, la fronte
de’ quali rimane decorata di due colonne corintie in travertino,
della qual pietra è intieramente rivestito esso tamburo. Dai lati
della cupola grande sorgono le due minori cupole ottagone,
opere del Yignola, da cui vi furono aggiunte a solo oggetto di
comporre, coila grande cupola ed il prospetto, un bell’insieme
piramidale, non corrispondendo affatto nell’interno della basilica.
Digitìzed by Google
476
Ottava Giornata.
Le due cupole minori si elevano dal grande ripiano per ben 44
met. e 50 c., e dal piano stesso sino alla cima della croce che
sormonta l’opera gigantesca del Bonarruoti,,si contano 93 metri.
Entrando nei corridoi praticati nel basamento della gran cu-
pola, si giunge subito al primo cornicione, largo 2 metri circa,
e munito con ringhiera di ferro, il quale forma la corona della
cupola stessa. Di quivi l’ osservatore può spingere gli sguardi
nell’interno del tempio, nè può astenersi da un nuovo moto di
sorpresa, per non dire di paura. Si ascende poi al secondo cor-
nicione, e quindi si comincia a salire fra la doppia superficie della
calotta della cupela, sino a che siasi pervenuti all’ esterna rin-
ghiera che gira intorno alla lanterna. Da cori elevato luogo lo
sguardo degli osservatori si stende su tutta la campagna roma-
na, fino al mare. Tuttavia si prosegue a salire, e si giunge ad
una piccola galleria circolare sottostante al collo della palla; la
quale galleria rimane circondata, all’esterno, da una balaustrata
adorna di candelabri, e dicesi giro dei candelabri. Ivi esiste una
scala perpendicolare, mediante la quale si può ascendere fin den-
tro la palla di bronzo, che ha 2 met. e 44 c., di diametro, e
può contenere sino a 16 persone. Al di fuori di essa v’è una sca-
letta di ferro per andare sino alla sommità della croce, la quale
è alta 4 met. e 20 c., compresovi il piede.
Si discende in seguito, e si va nella sala detta dei modelli, per
ivi osservare il modello in legno della gran cupola di Michelan-
gelo, come pure quello dell’intera basilica Vaticana, conforme
ebbela immaginata Antonio da s. Gallo.
Tornando in chiesa ed uscendone per la porta detta di s. Mar-
ta, che si apre sotto il sepolcro di Alessandro VII, si scorge la
magnifica struttura esteriore della basilica, rivestita interamente
di travertini. Sopra uno zoccolo sorgono 76 pilastri intieri e 152
mezzi pilastri di un ordine misto, ma con capitelli corintii; e la
loro altezza, compresivi la base ed il capitello, ascende a27 met.
e 45 centimetri. I diversi piani rimangono divisi da nicchie, da
logge, e da ampie finestre, e, secondo l’idea di Michelangelo, che
diede il disegno di questa decorazione, una balaustrata doveva
coronare l’intero edilìzio. — Ivi presso è la chiesa di s Marta,
come pure si trovano il seminario di s. Pietro e la zecca.
Quantunque compiuta la descrizione della basilica Vaticana,
stimiamo a proposito porre qui sott’occhio l’enumerazione com-
plessiva de’suoi altari e delle principali sue decorazioni:
Digitìzed by Google
Basilica di s. Pietro in Vaticano. 477
ALTARI.
Nella basilica N.® 30
Nella chiesa sotterranea » 11
Nella sacrestia » 3
Totale. . . N.® * 44
COLONNE DI MARMI DIVERSI.
Entro la basilica N.° 144
Nel sotterraneo. . . ; » 16
Nel portico » 26
Alle porte dei portici salienti » 4
Alla statua equestre di Carlo Magno » 1
Nella sacrestia e suoi annessi » 38
Totale. . . N.° 229
Fra tutte queste colonne le più pregiate sono: 10 di alabastri
diversi, 16 di cipollino, 44 di cottanello, 10 di giallo antico, 28 di
granito bigio orientale, 10 di granito rosso, pure orientale, 12 di
paonazzetto, 4 di porfido rosso, 4 di verde antico, ed 8 di diffe-
renti specie di porta santa.
COLONNE DI TRAVERTINO.
•
Al colonnato della piazza ellittica N.* 284
Alla facciata della basilica » 8
Alla loggia di Carlo Magno » 4
Ai balconi esterni » 56
Alla loggia, detta della benedizione » 4
Ai vestiboli della suddetta loggia » 8
All’esterno della gran cupola ‘ . » 64
Idem delle cupole minori '. . » 48
Idem della sacrestia 27
Totale. . . N ° 503
COLONNE DI BRONZO.
Colonne spirali all’altar maggiore N 4
Colonne incrostate di lapislazzuli al tabernacolo » 12
Totale. . . N.® 16
Riunite insieme tutte le suddette colonne, ascen-
dono a N.® 748
Digitìzed by Google
478 Ottava Giornata.
STATUE.
Di bronzo N.® 40
» marmo ....... » 98
» travertino » 161
» .stucco » 90
Totale. . . N.° 389
In fine le lampade che ardono di continuo nella basilica, com-
presevi quelle nelle grotte, ascendono a 121.
• •
PALAZZO DEL VATICANO.
È cosa certa, che Carlomagno dimorò lungamente nel palazzo
congiunto alla chiesa di s. Pietro, allorquando ricevette la co-
rona imperiale per mano di s. Leone III; ma non si sa l’epoca
precisa in cui questo palazzo venne eretto in origine. È proba-
bile, che dal tempo di Costantino, il quale fece fabbricare la ba-
silica, fosse dato al papa alcuno degli edifizi dei giardini di Ne-
rone, perchè gli servisse di abitazione, quando doveva uffiziare
nella chiesa stessa. Sembra che questo primitivo palazzo si tro-
vasse in istato di rovina nel secolo XII, giacché papa Celestino
111 fecelo riedificare, circa il 1192. Niccolò III lo ampliava di
molto, nel 1278. Gregorio XI, avendo riportato in Roma, da Avi-
gnone, il seggio pontificale, abitò esso palazzo, ed ivi si tenne,
la prima volta, conclave nel 1378. Nel novero dei papi che in-
grandirono ed abbellirono quest’ edilìzio, vuoisi ricordare in ispe-
cie Giulio II, il quale chiamò da Firenze Raffaello da Urbino, e
gli commise di dipingere quattro camere, da tutti conosciute
perchè pigliano il nome dal celebre artefice. Leone X, succes-
sore di Giulio, fece erigere nel cortile, detto di s.Damaso, dal
lato che guarda la città, i tre ordini di portici con architetture
del medesimo Raffaello, il quale li ornò di stucchi e di pitture,
per cui furono chiamati Logge di Raffaele. Paolo III, Pio IV e
Gregorio XIII procurarono l’ampliamento di questo palazzo. Si-
sto V vi fece costruire il corpo principale della biblioteca attuale,
come pure quella parte del palazzo che forma l’ala orientale del
cortile di san Damaso, la quale rimase compiuta da Clemente
Vili e da Paolo V. Da quel tempo altri papi vi apportarono di-
versi ristauri ed abbellimenti; ma si può affermare che tale edi-
fizio non ebbe il suo perfezionamento se non che dai papi Pio VI,
e VII; giacché il primo di essi v’accrebbe un superbo fabbricato
Digitized by Google
479
Palano del Vaticano.
per ampliare il museo, cominciato da Clemente XIV, e l’altro,
dopo avere ingrandita questa stupenda fabbrica, e dopo averla •
maggiormente arricchita di antichi monumenti, vi aggiunse una
magnifica galleria, conosciuta col nome di Braccio Nuovo. Gre-
gorio XVI formò due altri musei, uno pei monumenti etruschi,
l’altro per quelli egizi.
Questo immenso edifizio può dirsi una riunione di parecchi
palazzi, e quantunque la sua architettura non-eia nè simmetrica,
nè regolare, essendo stato eretto in epoche diverse, tuttavia si
rende osservabilissimo come quello che comprende l’opera di ,
molti celebri architetti, fra’quali sono Bramante, Raffaello, Pirro
Ligorio. Domenico Fontana, Carlo Maderno, Bernini e lo Sterri.
Tale edifizio ha tre piani che contengono parecchi apparta-
menti, un infinito numero di grandi sale, di camere, di gallerie,
d’ampie cappelle, di corridoi immensi, una magnifica biblioteca,
uno sterminato museo fed un vaghissimo giardino; di più com-
prende in sè venti cortili, otto grandi scale, e circa duecento
altre minori per gli usi interni. Si pretende poi che il palazzo
abbia undicimila camere.
Dopo questi pochi cenni intorno alla edificazione di qifesto
immenso palazzo Vaticano, ci faremo ad osservarne le parti prin-
cipali, cominciando dalla scala maggiore, detta comunemente
Regia, la quale rimane nel fondo del grande ambulacro saliente,
che forma seguito al colonnato, a destra di chi procede verso la
basilica. La porta per cui si entra in questo ambulacro ha le im-
poste di bronzo.
SCALA REGIA.
Questa scala nobile principia da uno dei due vestiboli che si
aprono nelle estremità del portico della basilica, cioè da quello in
cui esiste la statua equestre di Costantino. Essa conduce al primo
piano del palazzo, e viene chiamata Regia, perchè mette capo
direttamente al grande salone di onore, detto Sala Begia, che
serve come di vestibolo alle cappelle Sistina e Paolina (1). La
scala in discorso, eretta dal Bernini, d'ordine di Alessandro VII,
è un capolavoro di quel grande ingegno, giacché egli, di mezzo
a vecchi edifizi ed entro uno spazio assai angusto, seppe ritrarre
un mirabile partito. La scala ha due branchi, il primo de’ quali,
che rimane fiancheggiato da colonne ioniche isolate, forma una
(1) L'ingresso che da questa parte mette direttamente alla Sala Begia, non è
aperto se non che alcuni giorni di grandi solennità.
Digitized by Google
480 Ottava Giornata.
stupenda prospettiva: il secondo branco è decorato di pilastri, e
questi e quelle sostengono la volta elegantemente ornata con
un bello scomparto di cassettoni.
Tornando a piè dell’ambulacro saliente per dove già passam-
mo, troveremo da un lato la grandiosa e bella scala fatta co-
struire, nel 1860, dal pontefice Pio IX, con architetture di Fi-
lippo Martinucci. Questa scala conduce al cortile, detto di x.
Damaso, circondato dalle logge di Raffaello, ove in passato si
giungeva per una incomoda cordonata scoperta, è quindi espo-
sta al sole ed alla pioggia.
LOGGE DI RAFFAELE.
Appena si entra nel cortile di s. Damaso, non si può non ri-
manere sorpresi all’aspetto imponente che presentano le tre ale
del palazzo Vaticano, coi loro tre bellissimi ordini di logge, che
circondano con tanta eleganza i tre lati del medesimo cortile, il
quale può dirsi veramente maestoso e sorprendente.
Papa Paolo II aveva fatto decorare, da Giuliano da Maiano,
comportici a più ordini il prospetto del palazzo in discorso dalla
parte cha guarda verso la città. Il sublime genio però di Giulio
II, trovando che tale decorazione riusciva meschina, la fece de-
molire, e commise al celebre Bramante di erigere ima nuova
facciata; ma, mancato ai vivi quel pontefice, e seguita indi a po-
co la morte di Bramante, il nobile divisamente fu mandato ad
effetto dalla munificenza di Leone X, che ordinò a Raffaello di
erigere l’edifizio colla maggior possibile magnificenza, decoran-
dolo con pitture e stucchi. Il sublime artefice pertanto fu que-
gli che inalzò, dal lato verso la città, e superiormente al piano
terreno già fabbricato, i tre ordini di logge. I primi due di essi
si dividono in arcate con pilastri, dorici nell’ ordine primo, e io-
nici nel secondo; il terz’ordine è decorato con colonne composi-
te, sorreggenti un architrave. In seguito Gregorio XIII ed i suoi
successori fecero erigere le altre due ale, seguendo l’elegante
architettura di quella edificata coi disegni di Raffaello, ed è per
ciò che tutte tre le ale hanno la denominazione di Logge di Raf-
faele. All’esterno sono esse costrutte per intero in travertino:
ciascuno dei due primi ordini è diviso in 32 arcate, 13 delle quali
costituiscono l’ala che guarda la città, 8 spettano all’ala incon-
tro, ed 11 a quella di mezzo. L’ordine terzo, sebbene non pre-
senti le arcate come i due precedenti, nulladimeno conserva an-
ch’esso la soprindicata divisione. Le grandi vetrate le quali chiu-
Digitized by Google
Logge di Raffaele. 481
dono esse logge si debbono, quasi per intero, alla munificenza
del pontefice Pio IX, che fece pure costruire il portico del quar-
to, lato di questa corte, ossia, quel portico a pian terreno ove
sbocca la scala per cui siamo venuti.
Il cortile racchiuso fra tali logge, è detto di s.Damaso a causa
di una fontana d’ acqua eccellente, le cui sorgive, esistenti a cir-
ca un miglio fuori la moderna porta Cavalleggeri, vennero al-
lacciate in un acquidotto da papa s.Damaso I.
Fimi’ ORDINE DELLE LOGGE DI RAFFAELE.
Per dire ora due parole sulla decorazione di questo prim’ or-
dine di logge, faremo osservare innanzi tutto, che la prima ala,
quella cioè che prospetta la grande galleria delle iscrizioni, fu
ornata, sotto Leone X, con differenti pitture decorative eseguite
da Giovanni da Udine, coi disegni di Raffaello. Essi dipinti con-
sistono, nelle volte delle arcate, in superbi scomparti di casset-
toni, ora quadri, ora romboidi: in mirabili prospettive archi-
tettoniche; in magnifici cocchi di verdure, ove appariscono fiori
ed uve le più svariate, ed uccelli di ogni specie. Le pareti poi,
le lunette ed i pilastri furono abbelliti di delicatissimi ornati; ma
di tutte queste pitture non restavano se non che quelle delle lu-
nette, assai guaste e deteriorate dal tempo, perciò il pontefice
Pio IX ordinava che la decorazione di quest’ ala di logge fosse
rimessa interamente a nuovo. A tal’uopo venne scelto il rinomato
artista Alessandro Mantovani, il quale mandò lodevolmente ad
effetto il divisamente del Santo Padre, ristaurando gli affreschi
nelle volte delle arcate, e decorando di nuove pitture ornative
tutte le altre parti di quest’ala di logge: in tale occasione vi fu
posto il busto di Gio. da Udine, scolpito in marmo dalLuceardi.
L’ ala seguente venne abbellita ai tempi di Gregorio XIII, da
artisti diversi, diretti »el lavoro da Cristofaro Roncalli e dal P.
Ignazio Danti, domenicano; e venne imitata la parte decorativa
dell’ala precedente.
Anche questa seconda ala fu ristorata dal Mantovani per vo-
lere di papa Pio IX . Inoltre, amando il pontefice stesso che ve-
nisse compiuta la decorazione di quest’ ordine di logge, incari-
cava poscia il medesimo artista di adornarne con pitture deco-
rative l’ala terza, la quale era sempre rimasta priva di qualsiasi
abbellimento; perciò, in oggi, anche quest’ ultima ala in cui sia-
mo, si vede abbellita in armonia colle due precedenti.
21
Digitized by Google
Ottava Giornata.
m
ORDINE SECONDO DELLE LOGGE DI RAFFAELE.
In questo second’ ordine di loppe, l’ala che guarda la città
può dirsi, a ragione, di Raffaello, giacché ivi si ammirano i ri-
nomati affreschi inventati da quel sublime maestro, per cui vi si.
osserva il busto di lui scolpito in marmo. I pilastri ed i contro-
pilastri sostenenti le 13 arcate di quest’ ala di logge, si veggono
adorai con eleganti arabeschi frammisti di bassorilievi in istucco,
e le pareti, le volte, ed i sottarchi presentano ovunque la più
squisita e la più variata decorazione che possa mai desiderarsi;
di guisachè, questo superbo lavoro decorativo, si bene imma-
ginato e si mirabilmente distribuito, basterebbe di per sé solo ad
attirare l’ammirazione universale. Quello peraltro che avvi in
questo loggiato di superiormente osservabile sono i quattro af-
freschi condotti nella volta di ciascuna delle arcate, in numero
di 52, e rappresentanti i principali fatti dell’ antico* e del nuovo
testamento. Tornerebbe superfluo far qui rilevare il raro merito
e le grandi bellezze di questi dipinti, tanto circa la composizione,
quanto circa il disegno, il panneggiare, ecc.; hasterà quindi ri-
cordare ohe furono essi inventati da Raffaello, e condotti dai
suoi migliori scolari, quali furono Giulio Romano, Francesco
Penili, Pellegrino da Modena, Raffaellino Del Colle, Pierino Del
Vaga e Giovanni da Udine: pittori tutti di alta rinomanza, l’ul-
timo de’ quali esegui la parte decorativa.
Tuttavia Raffaello stesso condusse di sua mano quello dei sud-
detti dipinti che rimane sulla porta d’ingresso, rappresentandovi
l’Onnipotente in atto di scomporre il caos. In mezzo a tale di-
pinto, e fra dense nubi e spessi lampi, si ammira la tremenda
figura del Creatore operante, slanciata in terribile movenza, e
spirante tanta maestà e vivezza da dare non dubbia idea del suo
illimitato potere è della grand’opera della creazione.
Il Vasari, quantunque parco lodatore delle opere del Sanzio,
fu costretto a scrivere, parlando degli affreschi de' quali trat-
tiamo: « che non si potrebbe fare, nt immaginare di fare un’ope-
ra più bella » (1). Tutti questi affreschi, sventuratamente, fu-
(1) L’editore proprietario di questo Itinerario pubblicò, in 41 tavola incisa a
contorno con poca macchia, le pittore di quest’ala di logge di Raffaello, tanto dei
quadri figurati, quanto degli ornati, accompagnandole con un'analoga descrizione
di Filippo-Maria Gerardi. La suddetta opera, in un volume in foglio legato alla
Bodoniana, si trova vendibile, al prezzo di franchi ventisette, presso i principali
negozianti di stampe in via de' Condotti, sulla piazza di Spagna, sulla piazza di
Sriarra , ecc., e nella tipografia e libreria poliglotta di Propaganda Fide.
Digitized by Goegle
483
Logge di Raffaele.
rono maltrattati, primieramente, nel 1527, dai soldati del Bor-
bone, nel sacco di Roma, poscia dai cattivi ristauri di frate Se-
bastiano Del Piombo, che li alterò assaissimo nel colorito.
Le decorazioni dell’ala successiva furono fatte eseguire da
Gregorio XIII. Negli scomparti delle volte sono rappresentate
alcune storie del nuovo testamento, dipinte dal Mascheri™, dal
Sermoneta, dal Nogari, ecc. I grotteschi e gli arabeschi, so-
praccarichi di figurine, vennero condotti da Marco da Faenza.
Quest’ ala di logge fu parimenti ristorata, d’ ordine del pontefice
Pio IX, dal surricordato Mantovani.
La decorazione dell’ala terza era rimasta; in gran parte, in-
compiuta sino ai giorni nostri. Il pontefice Pio IX però, a cui
tornava sgradito vederla in tale stato, risolvette, nel 1859. farla
rinnovare per intero da valenti artefici. In conseguenza di ciò,
il Mantovani ebbe il carico di colorire gli arabeschi; Niccola
Consoni di condurre i quadretti storici, rappresentandovi sog-
getti presi dal nuovo testamento; ed allo scultore Pietro Galli
furono dati da eseguire i bassorilievi in istucco frammezzo agli
arabeschi. Quest’opera, nella quale i ricordati artisti seppero
conservare la loro meritata fama, vuol essere annoverata fra le
migliori opere esistenti nel Vaticano.
TERZ’ORDIIVE DELLE LOGGE DI RAFFAELE.
La prima ala di quest’ordine di logge, cioè quella rivolta verso
la città, fu decorata dai papi Leone X e Pio IV. Le pareti, nella
parte inferiore, furono ornate di carte geografiche dipinte dal
P. Ignazio Danti, cosmografo pontificio, e nella parte superiore
vennero abbellite con paesi, dal Brilli. Gli scomparti della volta
presentano soggetti allegorici. Nel pontificato diGregorioXVI,
quest’ala di logge ebbe un pieno ristauro, dirigendo il lavoro
il pittore Filippo Agricola.
L’ala seconda, venne ornata da Gregorio XIII, e nella parte
inferiore delle pareti si osservano pure carte geografiche ese-
guite dal suddetto P. Danti. Gli affreschi nella parte superiore
sono del Tempesta, e rappresentano la processione del Corpus
Domini, in Roma, colla veduta delle fabbriche innanzi alle quali
passava in quei tempi.
I dipinti nella volto presentano composizioni allegoriche; e
tanto questi, quanto quelli da’ quali è decorata la volta dell’ala
precedente, vennero eseguiti dai due Pomarancio, dal Nogari,
daGio. Battista della Marca, dal Roncalli, e dal cav. d’Arpiuo.
21*
Digitized by Google
484
Ottava Giornata.
La terza ala di quest’ ordine di logge non ebbe mai decora-
zione alcuna. — In questo terz’ ordine di logge si trova l’ ingres-
so alla
GALLERIA DEI QUADRI.
Questa insigne collezione di opere dei più celebri pittori dei
Secoli passati, si deve quasi interamente al pontefice Pio VII, il
quale volle che venissero raccolti in un solo locale tutti quei
capolavori di pittura restituiti dalla Francia, dopo la pace del
1815. Egli ebbe la nobile idea di così riunirli, non solo per-
chè fossero custoditi colla massima cura possibile, ma eziandio
allo scopo di agevolare ai giovani artisti il modo di studiare su
di essi. Questi quadri furono allora collocati nelle sale dell’ap-
partamento Borgia, e dopo aver subito parecchie traslocazioni ,
vennero posti da ultimo nel luogo ove sono attualmente, corren-
do il 1857, per comando del pontefice Pio IX.
prima, sala. — Parete da sinistra entrando. — 1. — S. Girola-
mo. Il pontefice Pio IX aggiunse alla pinacoteca questa prege-
vole mezza figura, abbozzata da Leonardo da Vinci.
16. — S. Giovanni Battista. È un bel lavoro di Guercino,
per cui non manca in esso quella vigorìa di pennello, che costi-
tuisce uno dei principali pregi di quell’artefice.
4. — I Misteri. Questa tavola, già grado di un altare, è opera
di sommo pregio, condotta da Raffaello nella sua prima manie-
ra: in essa si rappresentano, l’ Annunziata, l’adorazione dei Ma-
gi, e la presentazione al tempio.
12. — l' incredulità di s. Tommaso. E questa una tela che si
fa distinguere in mezzo a quelle della più bella maniera del sud-
detto Guercino.
5. — La Pietà, di Andrea M antenna. Questa tavola, cono-
sciuta col suindicato nome, presentaci Gesù dopo crocefisso, e
la pietosa Maddalena la quale sparge balsami sulle piaghe di
lui, trovandosi presenti all’ atto Nicodemo e Giuseppe di Ari-
matèa.
7. — La Nostra Donna col Bambino e s. Girolamo. France-
sco Francia, quell’artista famoso, avuto in moltissima stima
dallo stesso Raffaello , dipinse questa sorprendente tavola: il
pontefice Pio IX acquistolla per viemeglio arricchire con essa la
pinacoteca Vaticana.
Frammetto alle finestre. — 11. — Gesù morto, del Crivelli.
Il pianto espresso nei volti di s. Giovanni e della Maddalena rie-
sce certamente esagerato ; ma la testa della Madonna esprime
Digitized by Google
485
Galleria dei Quadri.
mirabilmente l’intenso dolore da cui è penetrata. Lo stile di que-
sto dipinto non va esente da quella secchezza, propria del tempo
in cui visse il Crivelli.
Parete incontro alle finestre. — 6. — Nascita e miracoli dì
s. Niccolò di Bari. Questi due preziosi quadretti del beato An-
gelico da Fiesole, riuniti entro una sola cornice, sono ammire-
voli non solo per la semplicità di stile e per la diligente esecu-
zione, ma anche per la storia dell’ arte, e per le fogge di vestire
del secolo XV.
3. — Miracoli di s. Giacin to. In questa antica tavola, che forse
ornò la predella di qualche altare, si scorge una bell’ opera di
Benozzo Gozzoli, scolare del beato Angelico.
2. — I tre santi di Pietro Perugino. Mirabile riesce la purga-
tezza del disegno, la diligente esecuzione, e la divota espres-
sione di queste tre mezze figure condotte dal Perugino: in esse
sono effigiati i santi, Benedetto, Placido, e Flavia, sorella a
quest’ultimo.
Gli altri tre quadri che si osservano su questa parete deb-
bonsi alla munificenza del pontefice Pio IX, il quale donolli a
questa pinacoteca. Sono questi tre sublimi lavori del celebre pit-
tore spagnuolo, Bartolonuneo Murillo, e rappresentano: l’ado-
razione dei pastori, il figliuolo prodigo del vangelo, e Maria
Vergine con in grembo Gesù Bambino, il quale pone l’anello
dottorale nel dito di s. Caterina d’ Alessandria.
Parete in cui è V ingresso alla seconda sala. — 8. — Le virtù
teologali. In questo grazioso quadretto, *colorito di chiaroscuro
da Raffaello, si vedono espresse, separatamente, la Fede, la Spe-
ranza e la Carità, simboleggiata ognuna da due leggiadri puttini .
10. — Sacra Famiglia. Quest’ opera di Benvenuto Garofalo
è. stimata assai, non solo per la sua grazia e pel vigoroso colo-
rito, ma anche pel bello stile di panneggiare, e per la purga-
tezza di disegno .
seconda sala. — 19. — La Trasjigur azione di Cristo sul Ta-
bor. Questo dipinto in tavola il più mavaviglioso che sia al mon-
do , capolavoro di pittura moderna, fu l’ ultima opera condotta
da Raffaello, il quale, rapito dalla morte in età di soli 37 anni,
non potè compierne la parte inferiore; di modo che, Giulio Ro-
mano, il più valente fra gli scolari del Sanzio, terminò la figura
dell’ ossesso, come pure quelle del padre e della sorella di esso,
la quale sta in atto di accennarlo agli apostoli. Questo classico ed
impareggiabile dipinto fu condotto da Raffaello per commissio-
Digitized by Google
486
Ottava Giornata.
ne del card. Giulio de’Medici, poscia Clemente VII, il quale ador-
nava con esso la chiesa di s. Pietro in Montorio, sul Gianicolo.
17. — La Comunione di s. Girolamo. E questo il capolavoro
di Domenichino. In esso vedesi rappresentato il santo dottore il
quale, vicino a morte, riceve il pane eucaristico. Il quadro in di-'
scorso può ritenersi, forse, come il solo che si possa paragonare
alle opere migliori di Raffaello, giacché in esso tutto è puro,
studiato, nobile ed espressivo. Domenico Zampieri condusse un
sì maraviglioso lavoro, in età di 33 anni, per la chiesa di s. Gi-
rolamo della Carità , e gli venne pagato la misera somma di
scudi sessanta (322 franchi e 50 cent.).
18. — La Madonna di Foligno. Il medesimo Raffaello, con-
tando appena 27 anni, condusse quest’ opera, ed è certo, che
egli, pel gusto del colorito, non ne produsse altra più vaga.
Viene detta la Madonna di Foligno , perchè il quadro esisteva
in quella città. Sull’alto si vede la Nostra Donna con in grembo
il Bambino; gruppo su cui rocchio si ferma come incantato: di
sotto, fra tre santi, si osserva la effigie del committente il qua-
dro, che fu Sigismondo Conti da Foligno, segretario intimo di
Giulio II; esso é rappresentato ginocchioni, in abito di came-
riere segreto del papa.
terza, sala. — A destra dell' ingresso. — 20. — La Madonna
con alcuni santi. Tiziano, quel sommo ed impareggiabile colo-
ritore, condusse questo grande quadrò: il celebre artefice posevi
il proprio nome, lo che indica ch’egli rimase soddisfatto del-
l’opera sua; e per verità, il s. Sebastiano, tutto nudo, è colorito
con tale squisitezza che non dipinto, ma vivo e spirante lo diresti.
(Senza numero) S. Margherita da Cortona. Questa stupenda
tela, dipinta da Guercino nella sua seconda e più bella maniera,
rappresenta la santa in abito del terz' ordine di s. Francesco.
Anche questo quadro, che, sino alla fine del secolo passato,
vedevasi nella chiesa de' cappuccini di Cesena, si deve alla mu-
nificenza di papa Pio IX .
21. — Ritratto di un Doge di Venezia. Anche questo è un
lavoro del sommo Tiziano, in cui si ammira la testa animatissi-
ma del personaggio rappresentatovi.
22. — La Maddalena. Lo stile in questo dipinto di Guercino
è facile e largo; robuste sono le tinte, corretto il disegno, e la
testa della santa esprime assai bene la pietà ed il dolore.
23. — Coronazione di Maria Vergine. Fu essa eseguita da
Piuturicchio colla più scrupolosa diligenza: niuno negherà che
Digitized by Googl
Galleria dei Quadri. 481
una tale opera pecchi di secco, ma non tanto, quanto è asserito
dal Vasari .
24. — Risurrezione di Cristo. In quest’opera di Pietro Peru-
gino, il Sanzio condusse di propria mano il ritratto del suo mae-
stro, nella figura di quel soldato che fugge; ed il Perugino ri-
trasse la effigie del suo scolare Raffaello, in quell’ altri) soldato
il quale, dormendo, appoggiali capo sul braccio destro.
25. — La Coronazione della Madonna, ossia la Madonna di •
Monte Luce. Il disegno di questo pregevolissimo quadro ap-
partiene a Raffaello. Dopo la morte di lui, lo colorivano Giulio
Romano e Francesco Pernii, detto il Fattore, ambidue eredi e
scolari prediletti del Sanzio, conducendo Giulio la parte infe-
riore, ed il Penni la superiore.
26. — Il Presepe. Questa bella tavola venne eseguita da tre
grandi maestri. Raffaello dipinse i due più leggiadri angeli, i re
Magi, e la testa di s. Giuseppe; il Pinturicchio colorì i tre angeli
librati sulle ali; il rimanente è lavoro di Pietro Perugino.
27. — La Coronazione di Nostra Donna. Questa pittura, della
seconda maniera di Raffaello, è un’opera che t’innamora al solo
guardarla, per la grazia somma e per la squisita finitezza colle
quali è condotta.
28. — La Madonna, coi santi Lorenzo, Luigi, Er colano, e
Costanzo. È una delle migliori pitture di Pietro Perugino, im-
perocché il colorito n’ è vigoroso, le figure hanno molta nobiltà
e grazia, e l’ opera non sente di quel secco che quasi sempre si
scorge nei dipinti di quell’ artefice.
29. — La Madonna col Bambino. Appartiene questo quadro,
assai bello, a Gio. Battista Salvi, detto Sassoferrato: il pontefice
Pio IX donollo alla pinacoteca.
30. — Gesù Cristo portato al sepolcro. Questo capolavoro di
Caravaggio, eseguito con maniera larga e con sorprendente ef-
fetto di chiaroscuro, ne presenta la perfetta imitazione della na-
tura, non però la gentile e delicata.
In mezzo alla parete ove sono le finestre, si osserva un affre-
sco di Melozzo da Forlì, rappresentante Sisto IV che dà udienza
al Platina, il quale dal medesimo pontefice venne creato pre-
fetto della biblioteca Vaticana. In esso sono pure effigiati i car-
dinali Riario, e Della Rovere, che fu poi Giulio II, ed anche i
loro fratelli, tutti quattro nipoti di Sisto IV. L’affresco in di-
scorso esisteva già su di una parete dell’ antica biblioteca Vati-
cana, e Leone XII fecelo trasportare in tela. — I due quadri late-
rali, ossiano i due grandi trittici, sono lavori di Niccolò Alunno
Digitized by Google
488
Ottava Giornata.
da Foligno, di cui si conoscono altre opere colla data originale
dal 1458 al 1499; perciò può dedursi che quest’artefice nascesse
negli ultimi tempi di Masaccio, il quale cessò di vivere nel 1443.
quarta sala. — A destra dell' ingresso. — 32. — Martirio
dei santi Processo e Martiniano . E questo il capolavoro del
Valentin, francese, il quale, studiando in Roma, si appigliò alla
maniera della scuola italiana, seguendo lo stile di Caravaggio.
33. — La crocefissione di s. Pietro. Si deve a Guido Reni que-
sto bel dipinto sulla maniera di Caravaggio, che primeggiava
in quel tempo. In esso si scorge una composizione immaginata
con molta verità, atteggiamenti variati e naturali, intelligenza
di disegno, espressione nelle teste, ed in ispecie in quella del
santo, veramente ammirabile.
34. — Martirio di s. Erasmo. La bella composizione, il pur-
gato disegno, la vivace espressione dei volti ed un bene inteso
contrapposto di chiari e di ombre, rendono pregevolissimo que-
sto lavoro di Niccolò Pussino.
35. — L’ Annunziazione di Maria. A sentenza degl’intendenti,
è questa l’ opera più bene condotta, e meglio intesa fra quante
ne eseguisse Federico Barocci: egli stesso c ompiacendosene la
incise all’acqua forte.
36. — S. Gregorio Magno. In questo dipinto, condotto da
Andrea Sacchi con robusto colorito, si vede rappresentato quel
santo pontefice allorquando, a convincere gl’increduli circa la
venerazione dovuta ai brandei (pannilini che i fedeli ponevano
sulle sepolture dei martiri), fa sgorgare vivo sangue da uno di
essi, al solo toccarlo con uno stile.
37. — S. Michelina. È senza dubbio uno do’ più belli lavori di
Federico Barocci, e si ammirava già in Pesaro nella chiesa di
s. Francesco.
(Senza numero). La Nostra Gonna coi santi Girolamo e Bar-
tolommeo, detta la Madonna della 'pera. Questo prezioso dipin-
to del Bonvicino, soprannomato il Moretto da Brescia, fu accre-
sciuto nella pinacoteca dal pontefice Pio IX .
38. — S. È lena. In questo quadro del celebre pittore Paolo
Veronese, tutto riesce gaio, tutto magnifico, e le carni sono co-
lorite con tale verità che sembrano vive e palpitanti.
39. — La Madonna coi santi Giovanni Evangelista e Giro-
lamo. E una bell’ opera di Guido Reni, ma non delle migliori.
40. — La Madonna della cintura. Cesare da Sesto dipinse
questa bella tavola, rappresentandovi la santa Vergine, coi santi
Agostino e Giovanni Evangelista.
Digitìzed by Google
489
Galleria dei Quadri.
41. — Il Salvatore sulF iride. In questa figura nobilissima,
piena di soavità e bene disegnata, si trova anche un colorire
dolce e trasparente: a causa 'di sì fatti pregi si crede comune-
mente che sia questa un’opera condotta da Coreggio, in età
giovanile; non mancano però di quelli che opinano sia lavoro di
Annibaie Caracci, sullo stile di quel sommo maestro.
42. — S. Romualdo. Il soggetto di questo dipinto, capolavoro
di Andrea Sacelli, è il santo che va ragionando coi suoi compa-
gni d’una scala prodigiosa da lui veduta in visione, per la quale
i monaci defunti, del suo ordine, salivano al cielo. Il Sacelli si
mostrò in quest’opera non solo valente disegnatore, ma anche
accorto coloritore, poiché mediante l’ ombra gittata da un gran-
de albero, diede alla sua composizione il più bell’ effetto che im-
maginare si possa. — Uscendo da queste sale, e discendendo al
second’ ordine delle logge già da noi vedute, si entra nelle
CAMERE DI RAFFAELE.
Queste camere, ove tutti gli ammiratori delle arti belle cor-
rono in folla, furono dipinte dall’immortale Raffaello, e dai mi-
gliori fra’ suoi scolari. Tali pitture sarebbero i più belli affreschi
del mondo , se la poca cura che ebbesene negli scorsi tempi ,
l’umidità del luogo e qualche disgraziato accidente non le aves-
sero danneggiate. IJsse sono annerite, le tinte sono quasi scom-
parse, e per conseguenza l’effetto ed il gusto sono andati per-
duti: è perciò, che d’ordinario si rimane sorpresi, al primo ve-
derle, che non corrispondano al concetto che erasene formato;
tuttavia, passato il primo momento, e quando l’occhio sia giunto
a tenere a calcolo le cause che le deturpano, si osservano con
ammirazione ; ed in fino si rimane convinti del loro alto merito.
La maggior parte di queste camere erano state dipinte, sotto
Giulio II, da Pietro Del Borgo, da Bramante di Milano, da Luca
Signorelli e da Pietro Perugino. Questi artefici attendevano an-
cora a tali lavori, allorquando il ricordato pontefice, a persua-
sione di Bramante Lazzari da Urbino, chiamò da Firenze il som-
mo Raffaello, per dipingere, unitamente agli altri, una parete,
in cui ordinavagli, rappresentasse la disputa del Sacramento.
Compiuto questo lavoro, il papa ne rimase talmente maraviglia-
to, che fece sospendere tutti i lavori degli altri pittori, e volle
di più, che quanto avevano essi fatto fosse cancellato, commet-
tendo a quell’ impareggiabile maestro di dipingere tutte le ca-
mere. Cionullostante Raffaello, per rispetto verso Pietro Peru-
21**
Digitìzed by Google
490
Ottava Giornata.
gino, da cui aveva imparato 1* arte, si adoperò affinchè rimanes-
se intatta una volta colorita da questo, la quale vedremo in se-
guito. — Le camere che ci facciamo a descrivere sono quattro; e
noi cominceremo dal
SALONE, DETTO DI COSTANTINO.
Dopo eseguiti i cartoni pei dipinti di questa sala, Raffaello
fece spalmare d’ olio la parete su cui vediamo rappresentata la
vittoria conseguita da Costantino su Massenzio, vicino al ponto
Molle ; ma sorpreso da morte non potè condurre a termine se
non che le due figure. ai lati della parete stessa, cioè, la Giusti-
zia e la Clemenza. Giulio Romano, il migliore fra gli scolari del
Sanzio, fatto toglier via l’ apparecchio postovi per dipingere ad
olio, ivi condusse l’affresco che vi si ammira, d’ordine di Cle-
mente VII, lasciando intatte lè due "Virtù dipinte da Raffaello.
Egli eseguitale affresco con tanto magistero d’arte, che fu di
gran luce a quelli i quali, in seguito, condussero opere di simil
sorta.
Il medesimo Giulio Romano dipinse anche, con molta bravura
e con molto sentimento, l’altro quadro rappresentante l’ appari-
zione della croce a Costantino, mentre stava arringando il suo
esercito, prima di condurlo alla battaglia contro Massenzio.
Nel quadro incontro si vede espresso Co^antino che riceve il
battesimo dalla mano del pontefice s, Silvestro. In questo dipin-
to, lavoro di Francesco Penni, detto il Fattore, formano assai
bella e maestosa scena, il corteggio dell’ imperatore e quello del
papa, presenti all’atto solenne che, come si crede-, si compiva nel
battistero Lateranense.
Raffaellino dal Collo espresse nell’ uh ima parete, fra le fine-
stre, la donazione di Roma fatta alla Chiesa da Costantino. Il
grande atto è rappresentato nella basilica Vaticana, al cospetto
della corte papale e del popolo romano; e vi si scorge Costantino
il quale, prostrato innanzi al pontefice s. Silvestro, gli porge un
simulacro di oro, rappresentante Roma. Questo dipinto, al pari
degli altri tutti, venne eseguito sui cartoni di Raffaello.
Gli otto santi pontefici che sono ai lati dei descritti quadri,
furono condotti da Giulio Romano; ed i belli chiaroscuri nello
zoccolo appartengono a Polidoro da Caravaggio. La volta fu
dipinta molto tempo dopo dai fratelli Zuccari , ma la prospet-
tiva nel mezzo di essa , espressavi l’ esaltazione della Fede , è
opera di Tommaso Laureiti, palermitano. La magnificenza di
Digitized by Google
491
Camere di Raffaele.
questa sala ebbe il suo compimento dal pontefice Pio IX, il qua-
le volle che se ne abbellisse il pavimento coll’ampio musaico
scoperto nel 1854 al Laterano, vicino alla Scala Santa.— S iene
poscia la
CAMERA DELL' ELIODORO.
Il primo quadro di essa camera rappresenta Eliodoro, pre-
fetto di Seleuco Filopatore, re di Siria, il quale, 176 anni avanti
l’era cristiana, fu da questo principe inviato a saccheggiare il
tempio di Gerusalemme. Mentre egli però si apprestavi ad effet-
tuare tale sacrilegio, Dio, a preghiere del sommo sacerdote Onia,
che si scorge in fondo al dipinto in atto di orare, mandavagli
contro un cavaliere e due angeli armati di sferze, i quali Fattu-
rarono, e lo scacciarono dal tempio. Per un anacronismo, assai
comune ai pittori di quel tempo, Raffaello introdusse nella com-
posizione il pontefice Giulio II. I cartoni del descritto dipinto
furono eseguiti dal Sanzio, il quale colorì il primo gruppo; l’al-
tro, ove sono alquante donne, è lavoro di Pietro da Cremona,
scolare di Coreggio, e tutto il rimanente appartiene a Giulio
Romano.
L’affresco di rimpetto a quello pur ora descritto, rappresenta
il pontefice s. Leone il Grande, il quale, seguito dalla sua corte,
si fa incontro ad Attila re degli Unni, sceso a devastare l’Italia,
e gli fa dimettere il pensiere di recarsi su Roma, additandogli,
nell’aria, i santi apostoli Pietro e Paolo minacciosi contro lui.
In questa sublime composizione, la maestosa pacatezza del santo
pontefice e del suo seguito, forma contrasto mirabile colla co-
sternazione e collo scompiglio dai quali è invaso l’esercito bar-
baro, vedendo il suo re arrestarsi d’improvviso, e dare segni non
dubbi di spaventoso terrore. In questo stupendo dipinto, ese-
guito da Raffaello per comando di Leone X, si vede ritratto esso
pontefice nella figura di s. Leone, e si scorge effigiato Pietro Pe-
rugino in quella d’un mazziere.
Il terzo affresco di questa camera ricorda il miracolo del cor-
porale, avvenuto in Bolsena, ai tempi di Urbano IV, quando,
cioè, un sacerdote che dubitava della presenza reale di Cristo
nell’ ostia consacrata, vide stillare vivo sangue da questa sopra
i! corporale. Piacque al Sanzio introdurre nel dipinto la figura di
Giulio II, in atto di ascoltare la messa assieme ad alquanti della
sua corte. Il compungimento del sacerdote, la divota curiosità
di molto popolo cristiano, la maraviglia destata dal prodigio, ed
il rispetto che incute la santità del luogo, sono le differenti e-
Digitized by Google
492
Ottava Giornata.
spressioni dell’ interno sentire, colle quali Raffaello seppe cosi
egregiamente avvivare questa sua composizione.
Nel quadro incontro, si scorge s. Pietro nel carcere di Erode,
liberato dall’angelo. Anche questa è un’opera singolare del San-
zio, e non si può guardare senza ammirazione. Egli espressevi
a maraviglia ben quattro differenti effetti di luce, cioè, quella
prodotta dall’angelo entro il carcere, quella cagionata dall’an-
gelo stesso al di fuori, l’altra derivante dalla luna, e quella di
una face ardente tenuta da un soldato, lo splendore della quale
riflette mirabilmente sulla propria armatura: questo lavoro fu
condotto dall’Urbinate, prima che Gherardo Honthorst, detto
ielle Notti, fosse venuto in Roma, essendo egli nell’età di anni31 .
Il medesimo Raffaello dipinse di chiaroscuro la volta di questa
camera, rappresentandovi: Dio che apparisce a Mosè di mezzo
al roveto ardente; Abramo in atto di sacrificare il suo predi-
letto figliuolo Isacco; l’Onnipotente che promette ad Abramo
numerosa progenie; e la visione della mistica scala, avuta da
Giacobbe mentre dormiva.
Le figure, a foggia di cariatidi, che si veggono nel basa-
mento, furono eseguite da Pierino Del Vaga, ed i bassorilievi in
pittura, ad imitazione di bronzo dorato, sono lavori di Polidoro
da Caravaggio. — Di quivi si ha accesso nella
CAMERA DELLA SCUOLA DI ATENE.
La scuola di Atene, ossia quella dei filosofi antichi, è al certo
uno dei capolavori dell’Urbinate. La scena del dipinto presenta
un magnifico portico ove, per di sopra a quattro spaziosi gradi-
ni, primeggiano nel mezzo, attorniati dai loro discepoli, Platone
ed Aristotile, che si distinguono, alla prima, al loro portamento
grave e maestoso. Dal destro lato, frammezzo ad altre figure,
si scorge Socrate a discorso con Alcibiade, rappresentato in un
giovane bellissimo vestito di armatura. Diogene è disteso nel
mezzo del secondo gradino, avente in mani un libro, e presso di
sè la sua ciotola; di sotto, a destra, è Pittagora seduto, in atto
di scrivere sopra un volume, e fra i discepoli suoi che lo circon-
dano, avvene uno che tiene una tavoletta su cui sono notate le
consonanze armoniche.
Il sommo artefice diede a taluni dei savii le fisonomie degli uo-
mini di maggior grido che fiorivano ai suoi tempi. Sotto le for-
me di Archimede, che chinato verso una tavoletta, su di essa va
tracciando col compasso una figura esagona, è rappresentato
Digitized by Google
Camere di Raffaele. 493
Bramante Lazzari, celebre architetto, parente di Raffaello. Que-
gli che, piegato a terra un ginocchio, mostra di osservare quel
disegno con attenzione, è il ritratto di Federico II duca di Man-
tova. Le due figure vicino a Zoroastro, vestito di regio manto e
col globo elementare nella sinistra mano, sono le effigie di Pietro
Perugino e dello stesso Raffaello scolare di lui, avente in capo un
berretto nero, ed il cui volto spira dolcezza. Finalmente la figura
d’un giovane, ritto sulla persona presso Pitagora e tenentesi una
mano sul petto, rappresenta Francesco Maria Della Rovere, duca
di Urbino e nipote a Giulio IL Questo stupendo dipinto contiene
52 figure, le quali offrono veramente una completa e maravi-
gliosa scuola di pittura.
Il quadro di prospetto alla scuola di Atene, rappresenta la di-
sputa intorno al ss. Sacramento. E desso, come già si disse, il pri-
mo affresco condotto dall’ Urbinate nelle camere in discorso, e
vuoisi riguardare come uno de’ più beffi lavori di quel sublime
maestro, sì per l’egregia composizione, sì per la purgatezza di
disegno, e sì per la bontà del colorito. In mezzo al quadro si
scorge un altare sul quale è un ostensorio entro cui è colorita
l’ostia sacramentale. In aria si vedono la Triade augustissima,
la Madonna e s. Gio. Battista, ai lati de’ quali allargasi un coro
di padri e di santi del vecchio e del nqovo testamento, assisi
sulle nuvole. Ai lati dell’altare stanno i quattro dottori della chie-
sa latina, assieme ad altri santi padri, e molti santi del vecchio e
del nuovo testamento; e tutti sono intenti a disputare altamen-
te sul profondo mistero eucaristico.
Il terzo quadro a destra, al disopra della finestra, è pure
opera del Sanzio, che vi rappresentò il monte Parnaso; ove si
scorgono, in diversi gruppi, le nove muse, con in mezzo Apollo
in atto di suonare il violino, in luogo della cetra; e si ritiene che
il pittore ciò facesse per onorare un celebre suonatore di violino
dei tempi suoi. Si veggono anche sparsi pel monte ed alle radici
di esso molti poeti, sì antichi e sì moderni, fra i quali si distin-
guono, Omero, Orazio, Virgilio, Ovidio, Ennio, Properzio, Dan-
te, Boccaccio, Sannazzaro, e vi si scorge pure la poetessa Saffo.
Il quarto dipinto, superiormente alla finestra, appartiene del
pari a Raffaello, ed esprime la Giurisprudenza, la quale viene
rappresentata- nelle tre Virtù compagne della Giustizia,- cioè,
Prudenza, Temperanza e Fortezza. Nei lati della finestra stessa
sono due fatti storici: quello a destra rappresenta l’ imperatore
Giustiniano che consegna il Digesto a Triboniano; l’altro, il pon-
tefice Gregorio IX in atto di consegnare le decretali ad un av-
vocato concistoriale.
Digitìzed by Google
494 Ottava Giornata.
Le pitture che abbelliscono la volta di questa camera sono di-
vise in nove quadri, circondati da un ornato di chiaroscuro su
fondo di oro. Nel quadro di mezzo si osservano parecchi ange-
letti sostenenti l’arme della chiesa: i quattro tondi corrispondenti
ai quattro grandi quadri sottostanti, figurano la Filosofia, laGiu-
stizia, la Teologia e la Poesia: i quattro dipinti oblunghi presen-
tano, la Fortuna, il Giudizio di Salomone, Adamo ed Èva ten- ^
tati dal serpe, e Marsia squoiato da Apollo. I suddetti quattro
tondi furono coloriti da Raffaello, il quale diede eziandio i dise-
gni del rimanente, che venne eseguito' da Baldassarre Peruzzi .
1 chiaroscuri nel basamento di questa camera sono di Polidoro
da Caravaggio. — Viene in seguito la
CAMERA DELL INCENDIO DI BORGO.
II. più pregevole affresco di questa camera è l’incendio del
borgo s. Spirito , avvenuto nell’anno 847, regnando s. Leone
IV, il quale s’intravede in fondo alla scena del dipinto, in atto
di benedire dall’alto della loggia dell’antica basilica. In questa
stupenda pittura, ove tutto è movimento, tutto è orgasmo, tutto
è naturalezza, sembra che il sommo Raffaello venisse ispirato
dalla poetica descrizione che si ha in Virgilio, dell’ incendio di
Troia, giacché egli introdusse nella sua composizione, fra gli al-
tri episodii, un gruppo di figure che si potrebbe ritenere per
quello di Enea recantesi sulle spalle il vecchio padre Anchi-
se, e seguito dalla sua consorte Creusa. Questo superbo gruppo
venne colorito da Giulio Romano, ed il resto è opera del Sanzio.
Il dipinto sopra la finestra rappresenta la giustificazione di s.
Leone III, avvenuta nella basilica V africana, alla presenza di Car-
lo Magno, de’cardinali e degli arcivescovi: per lo che vi si scor-
ge il santo pontefice il quale, ponendo le mani sugli evangelii.
giura d'essere innocente delle accuse appostegli .
Nella terza parete si osserva rappresentata la vittoria che s.
Leone IV riportò sui Saraceni al porto di Ostia. Nell’indietro del
dipinto si vedono i cristiani combattere l’ armata nemica presso
il porto, e nell’ innanzi si scorgono i prigionieri i quali, messi a
terra e stretti. da catene, vengono condotti alla presenza di s.
Leone IV, ivi rappresentato assiso in trono, in attedi ringraziare
Dio della conseguita vittoria: nei volti dei barbari si scorgono a
maraviglia espressi la rabbia, il dolore, e la paura della morte.
Finalmente, nella parete .incontro è rappresentata la coronazio-
ne di Carlo Magno, fatta da s. Leone III nella basilica Vaticana,
Digitized by Google
• Camere di Raffaele. 49”)
correndo l'anno 800. In questa composizione tutto riesce magni-
fico, tutto spira maestà, di guisa che ogni cosa concorre a far co-
noscere la grandezza della ceremonia che si va compiendo.
Le pitture della volta di questa camera sono di Pietro Peru-
gino. Raffaello, conforme fu accennato, pel rispetto che aveva
verso il suo maestro, non permise che siffatte pitture venissero
cancellate, come accadde di quelle di altri pittori. Il basamento
della stessa camera è dipinto di chiaroscuro da Polidoro da Ca-
ravaggio. — Da questa ultima camera di Raffaele si passa nella
SALA DELLA CONCEZIONE.
Il pontefice Pio IX volendo perpetuare la memoria della defi-
nizione del dogma dell’ immacolata concezione della santa Ver-
gine, che ebbe luogo nel nono anno del pontificato di lui, ordinò
che nella sala di cui si parla si rappresentassero a fresco i prin-
cipali fatti di quella solennissima ceremonia. La grandiosa opera
venne affidata al professore cav. Francesco Podesti, il quale fe-
licementeia condusse a termine. Il medesimo somministrò pure
i disegni della parte ornamentale della sala, e ne diresse l’ ese-
cuzione.
Il Podesti, attenendosi alle indicazioni dategli dal munifico
Pio IX. rappresentò in una delle pareti la generale adunanza dei
supremi dignitarii della Chiesa di ogni nazione, convocati dal
pontefice per deliberare e stabilire la definizione del dogma di
cui si- tratta. La scena di questo grande affresco, è una immensa
sala che mette ad altre sale, tutte di assai nobile prospettiva ar-
chitettonica. Nel mezzo della prima arcata è la statua della Con- .
cezione. Vicino ad essa si osservano molti svariatissimi gruppi
composti di cardinali, di arcivescovi, vescovi, e capi di ordini
monastici e religiosi, tanto di rito greco, quanto di rito latino. I
personaggi dei gruppi, sono intenti o a discutere,- od a scrivere
intorno al dogma che forma argomento dell’adunanza, oppure
stanno immersi in gravi considerazioni. Altri poi, inginocchiati
innanzi alla s. Vergine, vivamente la pregano ad ispirarli nel pro-
nunziamento del loro voto. In basso è rappresentata la Teologia
coi suoi attributi: essa si atteggia come se invitasse gli spetta-
tori ad osservare la veneranda adunanza (1).
(1) Quivi faremo osservare, che tutte le teste dei principali personaggi, intro-
dotti in questo grande affresco, come ancora nei due susseguenti, furono ritratte
dal naturale, c perciò ci presentane le efligie dei principali dignitarii civili ed ec-
clesiastici che ebbero parte o furono presenti alla solenne ceremonia della defini-
zione del dogma.
Digilized by Google
496 Ottava Giornata. .
Nella parete incontro alle finestre è rappresentata la solenne
proclamazione del dogma, fatta nella basilica Vaticana dal pon-
tefice JPio IX. La scena del dipinto, in cui l’artista introdusse ol-
tre 150 personaggi, è la magnifica tribuna di s. Pietro, nel cui
mezzo sorge il trono papale. A piè di esso stanno inginocchiati
i cardinali postillatori della definizione del dogma, ed il Cardinal
decano, in piedi, ne legge la domanda. Il pontefice, in atto d’ in-
spirazione celeste, si leva e proclama solennemente la definizio-
ne del dogma stesso. Dai lati del trono assistono gli alti digni-
tari della chiesa, e le autorità prelatizie e civili, solite ad inter-
venire alle grandi cappelle papali. Negli stalli sono i cardinali,
i yescovi, i canonici. Nella superior parte dell’affresco si osserva,
nel mezzo, la ssma. Trinità e la s. Vergine, ai cui lati stanno gli
apostoli Pietro e Paolo. Il gruppo che segue, a sinistra dei ri-
guardanti, è composto di dottori della chiesa, e della figura della
Fede: di sotto si scorgono degli angeli che annunziano al mon-
do cattolico il fausto avvenimento della definizione del dogma
dell’Immacolata. Il gruppo dal lato opposto è formato di patriar-
chi e profeti, e delle figure di Adamo e di Èva. Inferiormente si
osserva una schiera di angeli che sterminano gli eresiarchi.
L’altro grande affresco, in prospetto del primo da noi descritto,
rappresenta la coronazione della effigie della Concezione, esi-
stente sull’altare del coro nella basilica Vaticana. Ivi si vede il
Pontefice, in abiti solenni, il quale, stando su d’un palco, con-
forme in quella occasione fu costruito, dopo aver coronata la
effigie della s. Vergine, le si prostra, incensandola. Ai lati del
Pontefice sono, a sinistra dei riguardanti, alquanti cardinali dia-
coni con indosso i sacri paramenti, a destra, il Principe assi-
stente al soglio, ed il Senatore di Roma. Negli stalli dei cano-
nici, si osservano, a destra di chi guarda, il Maestro del sacro
ospizio, alquanti cardinali vescovi, molti prelati, i dignitari della
corte e delle guardie nobili. A piè dell’altare, sono: il crocifero
fra gli accoliti, dei vescovi e dei monaci latini, greci, ed armeni.
L’ affresco fra le finestre presenta: nella parte superiore la
Chiesa trionfante che accoglie sotto di sè le diverse nazioni del
mondo; più in basso le Sibille che predissero il nascimento del-
l’immacolata Vergine. Dai lati delle finestre, verso le pareti la-
terali , si osservano , in alto , dei gruppi di angeli con insegne
pontificali, ed in basso, le quattro virtù cardinali, aggruppate
due per lato.
I sei affreschi che si vedono fra gli scomparti della volta, ricca
di gentili stucchi dorati, esprimono: la Fede, la Dottrina, Giu-
Digitìzed by Google
Sala della Concezione. 497
♦
ditta, Ester, un episodio del diluvio universale, e Giaele clic uc-
cide Sisara. Nel centro della volta scorgesi l’arme del ponte-
fice Pio IX. Nello zoccolo, si veggono i busti dei dodici apostoli,
di chiaroscuro , ed alquante istoriette , in pittura mouocroma ,
esprimenti la natività di Maria Vergine, il solenne concilio per
la definizione del dogma dell’Immacolara, e la distribuzione fatta
dal Pontefice, ai divoti, delle medaglie rappresentanti l’ Imma-
colata Concezione.
Il -pavimento del salone si compone di una parte del superilo
musaico, scoperto nei recenti scavi di Ostia. Le porte e gli spor-
telli delle finestre sono di noce, e si rendono osservabili pei deli-
cati intagli che li abbelliscono, eseguiti dal Marchetti, dal Seri,
e dal Retrosi.
Seguono due sale, divise dalla cappella privata di s. Pio V .
In queste sale veggonsi alquanti quadri ad olio, eseguiti dai più
rinomati pittori di questa capitale. Tali quadri rappresentano
alcun fatto della vita di parecchi santi e beati, i quali furono
beatificati o canonizzati dal pontefice Pio IX che, ricevutili in
dono, come è costume, dai postulatoli delle cause di essi santi e
beati, ne volle fare un presente al Vaticano, quasi per fondare
una galleria di pitture moderne.
• Tornando alla sala di Costantino ( indirizzandosi ad alcuno dei
custodi] si passa a vedere la cappella di Niccolò V, il quale fece-
la dipingere a fresco dal -beato Angelico da Fiesole, e la dedicò
a s. Stefano. Le mirabili pitture di essa, riputate le migliori di
quel celebre artista, scolare di Masaccio, si dividono in più qua-
dri, rappresentanti alcuni fatti della vita di s. Stefano e di s. Lo-
renzo; ed ecco primieramente l’indicazione de’ soggetti riferibili
n‘s. Stefano, dipinti due a due, in tre grandi lunette, nella parte
superiore delle corrispondenti pareti: — l.° Il santo che viene
consacrato diacono da s. Pietro, — 2.° S. Stefano in atto di di-
stribuire elemosine ai poveri cristiani. — 3.° La disputa del me-
desimo coi Giudei. — 4.° S. Stefano tradotto innanzi al sommo
sacerdote. — 5.” Quando il santo viene condotto al martirio. —
6.° La lapidazione del medesimo.
Gli affreschi relativi alla vita di s. Lorenzo, coloriti inferior-
mente alle accennate lunette, rappresentano: — 1 .° Il pontefice
s. Sisto II che lo consacra diacono. — 2.° Il medesimo pontefice
che gli affida i tesori della chiesa. — 3.° S. Lorenzo che distri-
buisce quei tesori fra’poveri. — 4.° Quando il santo viene tra-
dotto al cospetto dell’imperatore. — 5. “Il martirio dèi medesimo.
Nei lati poi sono effigiati i principali dottori della Chiesa greca, e
Digitized by Google
498
Ottava Giornata.
della latina, e nella volta si osservano coloriti i quattro 'Evan-
gelisti coi loro attributi. Le accennate pitture avendo alquanto
sofferto, furono diligentemente ristorate, ai tempi di Pio VII,
colla direzione del Camuccini.
Discendendo di nuovo nel prim’ ordine di logge , ivi si trova
l’ingresso (1) della Sala Ducalo, di dove si perviene nella Sala
Regia la quale, conforme si accennò, serve in certo modo di ve-
stibolo alle cappelle Sistina e Paciina.
SALA «COALE,
Alessandro VII fece ridurre nel modo eh’ ora si vede questa
sala, colla direzione del Bernini che, di due sale, ne formava
una sola, atterrando il muro divisorio da cui rimanevano sepa-
rate, ed erigendovi un areone decorato da un’ ampia tenda retta
da putti, ogni cosa in istucco. Gli arabeschi ch’ornano la volta
furono dipinti da Lorenzino da Bologna, e da Baffàellino da
Peggio: i paesi appartengono a Matteo Brilli ed a Cesare Pie-
montese: Matteo da Siena poi, e Giov. Fiammingo vi dipinsero
alcune delle fatiche di Ercole, le quattro Stagioni, e tutte le al-
tro figure che ne arricchiscono la decorazione. — Viene poi la
SALA REGIA.
Questa magnifica sala venne edificata per comando di Pao-
lo III, con architetture di Antonio da Sangallo, e la volta di
essa fu ornata di ricchi stucchi da Pierino Del Vaga e da Da-
niele da Volterra. Le pareti, nella parte di sotto, sono ricoperte
di bei marmi coloriti, e nella parte superiore sono decorate di
grandi affreschi rappresentanti i fatti più gloriosi della stojria dei
papi. Le iscrizioni che si leggono sotto le stesse pitture ne indi-
cano i soggetti. Questi sterminati ilipinti sono lavori di Giorgio
Vasari, di Orazio Sommaschini, dei fratelli Zuccari, di Marco
da Siena, di Francesco Salviati, di Ludovico Agresti, di Giro-
lamo Sicciolante, e di Lorenzino da Bologna. — La porta di rim-
petto all’ ingresso per dove entrammo introduce nella
CAPPELLA SISTINA.
Il nome di questa rinomata cappella deriva dal pontefice Si-
sto IV, che feccia edificare verso l’auno 1473 con architetture
(1) Questo ingresso si trova in quell'ala di loggiato che rimane incontro ni
grande corridoio delle lapidi precedente il mu£eo, ed è quello la cui porta e mu-
nita di cristalli.
Digitized by Google
Cappella Sistina. 499
di Baccio Pintelli. Sandro Filippi, detto Botticelli, ebbe l’inca-
rico di deriderne le pitture, ed egli stesso eseguì alcuni degli
affreschi che adornano le pare i laterali.
Al Bonarruoti però era serbata la glòria di rendere ammira-
bile questa cappella dipingendone l’immensa volta e la parete
ov’è l'altare. Il celebre artefice pertanto espresse in nove grandi
quadri, scompartiti lungo la parte centrale della volta, la crea-
zione del mondo ed altre storie della Genesi: all’ intorno vi co-
lori, col più grandioso e magnifico disegno che possa mai im-
maginarsi, dodici grandi figure sedenti, le quali rappresentano
i maggiori profeti e le Sibille, e vi si osservano putti e nudi ac-
cademici di straordinaria bellezza. Questa gigantesca ed ammi-
rabile opera fu eseguita dal Bonarruoti, regnando Giulio II, in
soli 22 mesi, senza l’aiuto di alcuno; e dee notarsi che egli non
aveva giammai dipinto a fresco.
Ma non nfeno mirabile, anzi superiore in merito, è il Giudizio
finale, dipinto dallo stesso Bonarruoti per ordine di Paolo III,
superiormente all’ altare della cappella ove appunto esistevano
tre pitture di Pietro Perugino, esprimenti l’ assunzione di Maria,
la nascita di Gesù, e Mosè salvato dalle acque del Nilo.
Sull’ alto di questo grande affresco, e giusto nel mezzo, scor-
gesi il Figliuol di Dio in maestà, e minaccioso contro i reprobi,
avente a destra la sua Madre tutta* umile e, per cosi dire, timo-
rosa e tremante: ai lati gli fanno corona gli apostoli ed una
moltitudine di altri santi; ed alquanti angeli, dipinti nella parte
superiore del quadro, portano come in trionfo i simboli della
passione. Nella parte media poi e presso alla terra, veggonsi i
sette angeli dell’ Apocalisse, che suonando le trombe chiamano
i morti al tremendo giudizio; ed infatti, allo squillar di quelle
trombe tu vedi risorgere l’ umana specie in maravigliose attitu-
dini, ed in isvariati modi; poiché, alcuni l’ossatura soltanto han-
no riunita insieme, altri di carne mezzo rivestita, altri poi veg-
gonsi risorti colle primitive loro forme; e qui è mirabil cosa il
vedere che certuni con gran fatica si sforzano uscire dal seno
della terra. Ma ciò che accresce forza ed espressione alla scena
di quest’ opera, sono appunto gli angeli che aiutano gli eletti ad
ascendere al cielo, mentre i demonii trascinano i reprobi all’ in-
ferno, la resistenza de’ quali produce orribili combattimenti. Il
Bonarruoti in fine, per rendere poetica questa tremenda e subli-
me composizione v’introdusse Caronte che carica la .sua barca
di dannati per trasportarli all’inferno, conforme appunto leg-
gesi in Dante.
Digitized by Google
500 Ottava Giornata.
Questo stupendo affresco, che malgrado le critiche, forma
giustamente l’ universale ammirazione, fu eseguito dal Bonar-
ruoti nello spazio di tre anni circa, avendo però impiegato altret-
tanto tempo nel fare i cartoni, e fu dato a vedere al pubblico nel
dicembre del 1541 . E qui ricordiamo che non piacendo a Pio IV
la soverchia nudità delle figure, ordinò aliamele da Volterra
di coprirle con panneggiamenti nelle parti che poco decente-
mente rimanevano nude, il qual lavoro procacciò all’artefice il
soprannome di Braghettone. La descritta pittura ha disgrazia-
tamente molto sofferto, si per l’umidità, del luogo e sì ancora
perchè durante qualche tempo non fu custodita con quella dili-
genza che dovevasi.
Passiamo ora a far parola delle pitture che veggonsi sotto la
cornice delle altre tre pareti, incominciando da quelle che abbel-
liscono le pareti laterali, le quali appartengono ad artisti di molta
fama del secolo XV. Di tali pitture, quelle a sinistra di chi os-
serva il descritto affresco del Bonarruoti, si riferiscono al vecchio
testamento, quelle a destra sono allusive al nuovo, ed eccone la
corrispondente indicazione. — 1° quadro a sinistra presso il giu-
dizio, Mosè che viaggia in Egitto con Sefora, di Luca Signo-
relli. — 2", Mqgè che uccide l’Egiziano, ed il medesimo contro
i pastori Madianiti, di Sandro Botticelli. — 3° e 4°, il passaggio
del mar Rosso, e l’adorazione del vitello d’oro, di Cosimo Ro-
selli. — 5°, il gastigo del fuoco celeste caduto sopra Core, Datan
ed Abiron, del suddetto Botticelli. — 6°, la promulgazione della
legge vecchia, del ricordato Signorelli.
Nell’ altra parete, cominciando presso l’ingresso. — 1° affre-
sco, l’ultima cena di nostro Signore, del Roselli. — 2°, la pode-
stà delle chiavi, lavoro insigne di Pietro Perugino. — 3°, Gesù
che predica sul monte, pittura pregiatissima del Roselli. — 4°,
Cristo che chiama all’apostolato Pietro ed Andrea, opera assai
bella del Ghirlandaio. — 5°, il Redentore tentato da Satanasso,
del citato Botticelli. — 6°, il battesimo di nostro Signore , di
Pietro Perugino.
I due cattivi affreschi superiormente alla porta d’ ingresso fu-
rono rifatti sotto Gregorio XIII da Matteo da Lecce e da Arri-
go di Malines, fiammingo, stantechè le primitive pitture del
Salviati e del Ghilar^aio erano andate perdute. — Dall’ altro
canto della Sala Regia, rimane la
Digitìzèd by Google
Cappella Paolina. 501
* CAPPELLA PAOLINA.
Fu anche questa eretta da Paolo III, dandone il disegno An-
tonio da Sangallo. Nelle pareti laterali si vedono sei affreschi
assai guasti dal fumo dei ceri che, alla occasione, ardono nella
cappella. Il primo ed il terzo di essi , a destra entrando , sono
lavori di Federico Zuccari , e quello di mezzo è del Bonarruoti.
Dei tre incontro, quello nel mezzo fu pure eseguito dal Bonar-
ruoti, e gli altri due .appartengono a Lorenzo Sabatini da Bo-
logna. Le pitture della volta sono di Federico Zuccari. In questa
cappella si fa la sontuosa esposizione del ss. Sacramento, in for-
ma di quarant’ ore, la prima domenica dell' Avvento, e pel santo
sepolcro nella settimana santa. — Ritornando nel primo piano
delle logge di Raffaele, entreremo nel
CORRIDOIO DELLE ISCRIZIONI.
La riunione e l’ andamento simmetrico e scientifico di questa
immensa collezione di antiche iscrizioni, si devono al pontefice
Pio VII, che diede il carico della loro classificazione al celebre
monsig. Gaetano Marini, morto in Parigi nel 1817.
Il lato destro, entrando, non contiene che iscrizioni pagane:
il lato sinistro, eccetto i primi scomparti, è coperto da lapidi
cristiane, estratte nella massima parte dagli antichi cimiterii dei
cristiani, cogniti col nome di catacombe. Queste ultime sono
interessanti assai pei simboli cristiani che spesso vi si veggono
intagliati, come a dire, il Monogramma, la Vite, il Pesce, Y Ar-
ca di Noè, la Colomba. Y Ancora, la Pace, il Buon Pastore, ecc.
Sono anche interessanti per la cognizione dei riti e delle formole
sepolcrali cristiane, per la cronologia dei consoli dei secoli IV
e V dell’era volgare, a motivo delle date, e per gli errori orto-
grafici che valgono a dare indizio della pronunzia equivoca di
parecchie lettere, e del sempre crescente corrompersi del lin-
guaggio latino in que’ secoli .
I primi scomparti delle iscrizioni pagane, entrando, essendo
stati disposti per ultimi e non contenendo grande iiumero d’iscri-
zioni, possono riguardarsi come miscellanee, quantunque siasi
seguito, il meglio possibile, il metodo finito nella grande col-
lezione originale del Marini, divisa in iscrizioni relative alle divi-
nità ed ai ministri sacri, agl’ imperatori ed ai magistrati, ai
militari, agl’ impieghi, alle arti, ai mestieri, ai funerali, ed alle
persone di gioca importanza. Questa raccolta d’iscrizioni profa-
Digitized by Google
502
Ottava Giornata.
ne vuoisi avere come la più ricca fra quante ne esistano, e come
un tesoro di erudizione sotto ogni rapporto. Ad ogni passo, il
dotto osservatore trova cose che richiamano la sua attenzione:
egli .viene talvolta fermato dalla forma delle lettere, talvolta
dall’ortografia, dai nomi, dalle formole, dagli epigrammi, dalle
costumanze, dalla specie degl’impieghi e delle magistrature,
dalle memorie storiche di persone; di guisa che sarebbe un al-
lontanarsi dallo scopo di quest’ opera, l’ intrattenerci ad indicare
tutte quelle che meritano l'attenzione dei dotti .
Oltre al grande novero delle iscrizioni murate nelle pareti,
questo corridoio contiene moltissimi altri oggetti antichi, pres-
soché tutti relativi a sepolcri, come sarebbero sarcofaghi, are
funebri, cippi, e vasi cinerarii: sonovi pure parecchi avanzi ar-
chitettonici di bizzarro disegno, ed alcuni assai bene lavorati, i
quali possono dare gran luce agli architetti; e molti di tali mar-
mi provengono da Ostia. Fra siffatti monumenti, vuoisi osser-
vare,, sul lato destro, circa alla metà del corridoio, una nicchia
(j edicola in marmo, con emblemi relativi a Nettuno, trovata in
Todi. Su di essa venne posto un piccolo frontespizio spettante a
qualche altro monumento della medesima specie, scoperto in
Homa nel campo dei Pretoriani: esso ha una iscrizione che ne
assegna la dedica al Genio della Centuria che dedicollo, sotto i
consoli Burro e Comodo, i quali tennero la terza volta tale digni-
tà nel 181 dell’era volgare. Dallo stesso lato, quasi di prospetto
al grande ingresso della biblioteca, è degno di osservazione il
grande cippo colla iscrizione riferibile ad uh Cornelio Atimeto,
giacché, nei due lati di esso cippo, si vede scolpita di bassori-
lievo una specie di bottega di coltellinaio, colla sua fucina: si
dice che questo monumento venisse trovato vicino alla chiesa di
s. Agnese fuori la porta Pia. Lo scomparfo, a destra di chi guar-
da esso cippo, contiene tutti i monumenti epigrafici rinvenuti in
Ostia sul cominciare del corrente secolo, fra’quali sonovene pa-
recchi spettanti al culto di Mitra, di cui si scorgono varie rap-
presentanze. Di mezzo a simili monumenti merita attenzione il
pozzo consacrato da Cerellio, a Cerere ed alle ninfe. — Prima di
porre il piede nel museo Chiaramonti, si trova a sinistra una por-
ticina coperta con lastre di ferro, la quale dà adito alla
%
BIBLIOTECA VATICANA.
Si crede che questa biblioteca avesse origine da quella già
formata nel palazzo Lateranese da s. Ilario papa, e che in pro-
■ Digitized by Google
Biblioteca Vaticana.
503
cesso di tempo venne trasportata nel V aticano, ed arricchita da
differenti pontefici. Comunque sia, certo è che la biblioteca Va-
ticana fu in singoiar modo accresciuta da Niccolò V, il quale in-
viò uomini dottissimi in Grecia, in Germania ed in altre contra-
de per fare acquisto di libri rari. Sisto IV aumentò il numero
dei codici, o manoscritti, ed a Sisto V è dovuta la fabbrica del-
ledifizio che li contiene. Fu questo eretto coi disegni di Dome-
nico Fontana, il quale, a taf uopo, divise in due il vasto cortile
di Bramante, chiamato di Belvedere. Il medesimo pontefice ar-
ricchiva la biblioteca di nuovi manoscritti, ornavano le sale, e le
assegnava più considerevoli redditi.
Successivamente, alla raccolta dei codici di essa biblioteca
vennero aggiunti i manoscritti dell’elettore Palatino, dei duchi
di Urbino, del marchese Capponi, della regina di Svezia, e del-
l’Ottoboni, duca di Fiano. Vuoisi a tuttociò aggiungere gli ac-
crescimenti fattivi da Clemente XI in codici arabi, siriaci, cal-
daici, ecc.; le raccolte del card. Zelada, i libri a stampa riuniti
da Pio VII, la libreria archeologica ed artistica del celebre Ci-
cognara, comperata da Leone XII, e finalmente quella del dot-,
tissimo card. Mai, aggiuntavi da Pio IX. Tutte queste ■collezioni
riunite insieme costituiscono un totale di 126, 000 volumi, dei
quali 25, 000 manoscritti; per ciò appunto la biblioteca Vaticana
deve essere annoverata fra le più considerevoli che esistano, e
per certo vuoisi riguardare come la prima di tutte per quanto
spetta l’ antichità *lei suoi codici.
La sala d’ingresso contiene i fac-simili delle due celebri
colonne scoperte sulla via Appia, vicino al sepolcro di Cecilia
Metella, le quali furono illustrate dal sommo Ennio-Quirino Vi-
sconti. — Si entra quindi nella
sala degli sciuttori. — Qui risiedono alquanti impiegati,
detti scrittori, o interpreti, perchè hanno il carico di studiare e
pubblicare manoscritti inediti. Tali scrittori sono sette, due per
l'idioma latino, due pel greco, due per l’ebraico ed il siriaco, ed
uno per l’arabo. La volta di questa sala è dipinta a grottesche,
fra le quali si osservano, 8 sibille eseguite da Marco da Faenza,
alcuni paesi di Paolo Brilli, e gli stemmi di Sisto V.
salone. — Fu costruito d’ordine di Sisto V, e deve riguar-
darsi come il corpo originario della biblioteca. Esso è lungo 6!)
met. e 30 c., largo 15 met. e 50 c., e rimane diviso in due na-
vate per mezzo di sette grossi pilastri. Attorno a questi pilastri
ed alle pareti sono collocati degli armadii in cui si custodiscono
i codici, alquanti de’quali sono adorni di gentili miniature per-
Digitized by Google
504
Ottava Giornata.
tinenti ad epoche diverse (1). Sopra tali armadii e su quelli delle
due corsie, che percorreremo in seguito, si osserva una raccolta
di vasi italo-gTeci, detti volgarmente etruschi.
Da un canto delf ingresso è una bella pittura ad olio in cui
scorgesi effigiato l’architetto Domenico Fontana in atto di pre-
sentare a Sisto V la pianta della biblioteca. Questo dipinto è
opera di Pietro Facchetti, mantovano, e non di Scipione da Gae-
ta, come appunto si legge in alcune Guide.
In quanto agli affreschi che adornano questo salone, vennero
eseguiti dal Viviani, dal Baglioni, dal Salviati, dal Salimbeni,
dal Guidotti, dal Nebbia, ecc., i quali vi espressero; lungo la
parete destra, di sotto la cornice, i principali concilii ecumenici,
ed a sinistra, la istituzione delle più celebri biblioteche degli an-
tichi. Al di sopra poi della cornice, che gira attorno alla sala,
colorirono alquanti avvenimenti relativi al pontificato di Sisto V,
fra i quali il suo possesso e la sua coronazione; ed in quest’ulti-
mo dipinto, che rimane sulla parete ov’è l’ingresso, si osserva il
prospetto della basilica Vaticana, conforme era a que’tempi, die-
tro il quale sorge il tamburo della gran cupola, come appunto
fu lasciato dal Bonarruoti. Nella faccia dei pilastri furono rap-
presentati gl’inventori degli alfabeti di diverse lingue, colle let-
tere componenti gli alfabeti stessi, i quali sono delineati supe-
riormente ad ogni figura del rispettivo inventore.
Fra i primi e gli ultifni pilastri che dividono la sala, si rendo-
no osservabili due grandi tavole di granito, sostenuta ciascuna
da 12 simulacri di Ercole, fusi in bronzo, ed ornate all’intorno
con bassorilievi di bronzo dorato, esprimenti alcune gesta del
pontefice Pio VI, alla cui munificenza sono esse dovute. Sopra
queste tavole, come pure fra gli altri pilastri, si osservano alcuni
oggetti assai preziosi, donati in gran parte alla biblioteca, dai
pontefici Pio VII, Gregorio XVI, e Pio IX, i quali li ebbero in
dono dalle corti, di Francia, di Prussia, e di Russia, come ancora
da alcun distinto personaggio; e fra tali oggetti ci piace ricor-
dare i due superbi candelabri di porcellana della rinomata fab-
brica di Sevres, collocati in fondo della sala stessa, de' quali ne
fece presente Napoleone I, imperatore de’Francesi, al ricordato
pontefice Pio VII.
Appena si sbocca dal descritto salone, si rimane al certo sor-
presi al colpo d’occhio che presentano le due immense gallerie,
le quali si estendono a destra ed a sinistra, una di contro all’al-
tra, e che insieme riunite misurano 400 passi di lunghezza.
(1) Facendone richiesta al custode si possono vedere alcuni di simili codici,
come ancora parecchi autografi di personaggi illustri, e di uomini sommi per dottrina.
Digitized by Google
Biblioteca Vaticana.
505
galleria a destra. — Essa è composta di otto sale e di un
gabinetto. Quattro di tali sale hanno l’ingresso quadrato, e le
altre quattro lo hanno girato in arco e fiancheggiato da belle co-
lonne, sei delle quali di porfido. Le due prime sale sono adorne
con pitture a tempera, della scuola del cav. d’ Arpino, esprimen-
ti, quelle della parete a destra, talune storie dei papi Niccolò V,
Sisto IV, Pio V, e Paolo V, relative tutte alla biblioteca Vati-
cana. Le pitture della parete opposta rappresentano alquanti
fatti di antichi re e di personaggi illustri, i quali fondarono bi-
blioteche celebri. I dipinti delle sei sale successive ricordano le
gloriose gesta dei pontefici Pio VI e Pio VII. Gli armadii a si-
nistra, dalla quarta alla settima sala, contengono la libreria Ci-
cognara, famosa per la raccolta d’opere intorno alle arti. Gli ar-
madii a destra comprendono la libreria Capponiana. Le due co-
lonne di porfido sorreggenti l’ultimo arco, sulle quali sono scol-
piti d’alto rilievo due imperatori che si abbracciano, apparten-
gono ai tempi del decadimento delle arti. Taluni pretendono che
in siffatte sculture si volle esprimere la rappacificazione dei due
imperi, d’oriente e di occidente.
Il gabinetto, che’ coslituisce l’estremità di questa galleria,
contiene sei armadii ripieni di oggetti importantissimi alla scien-
za archeologica. Consistono essi in utensili di differenti metalli,
la maggior parte in bronzo; in idoletti ed altre statuine dello
stesso metallo; in diversi ornamenti muliebri d’oro; in frammenti
di antichi condotti di piombo colle loro iscrizioni; in un piccolo
frammento della nave di Tiberio, sommersa nel lago di Nemi; in
iscrizioni su lastre di bronzo; in bassorilievi di avorio; in una
pregevole tazza di ambra, scolpita all’intorno, ed in una chioma
di donna pagana a maraviglia conservata, e che fu trovata nel
1777 entro un antico sarcofago, scoperto nella vigna Puri, pres-
so il luogo ov’era anticamente la porta Capena. Vi si scorgono
anche, racchiusi in una cornice, alcuni cammei del celebre Gi-
rometti, donati alla biblioteca da Gregorio XVI; e di più, due
lavori a cesello attribuiti al Celimi, qui collocati da Pio IX, rap-
presentanti Giove che fulmina i Titani, e la morte di Medusa.
Meritano ancora d’essere qui osservati, due musaici rinvenuti
nella villa Adriana, e le quattro teste in bronzo, cioè di Balbi-
no, di Settimio Severo, di Nerone, e di Augusto. — Tornando
indietro, si giunge alla
galleria a sinistra. — Le due prime sale di questa galleria
e la sezione seguente, contengono due proseguimenti di armadii,
ne’ quali si custodiscono i manoscritti che appartennero già alle
22
Digitized by Google
506
Ottava Giornata.
biblioteche da noi ricordate. Le pitture cli’adornano queste due
sale rappresentano diversi fatti di Sisto V. In una di tali pitture,
nella seconda sala, si scorge il prospetto della basilica V aticana
conforme al disegno di Michelangelo; ed incontro è ritratta la
eiezione dell’obelisco Vaticano.
In fondo alla sezione formante seguito alle suddette due sale,
si vedono due statue sedenti, in marmo, delle quali, una rappre-
senta Aristide di Smirne, celebre sofista greco, col nome scritto
nella base, e l’ altra un filosofo greco, volgarmente conosciuto
col nome di Lisia, rinomato oratore di Grecia. — Viene poi il
museo sacro. — L’origine di esso devesi a Benedetto XIV ;
e la maggior parte degli oggetti quivi riuniti, formavano l'an-
tico museo Vettori. Si vedono all’intorno otto belli armadii, so-
pra cui sono i ritratti in bronzo dei cardinali bibliotecarii. La stes-
sa sala contiene parecchie custodie munite di cristalli, e tanto
in queste quanto negli armadii, si conserva grande quantità di
oggetti pertinenti ai riti dei primitivi cristiani, ossiano anelli,
dittici di avorio e di legno, lucerne, pissidi, calici, vasi cinerarii
di vetro, vasi sacri, bassorilievi in avorio, ecc.; e fra questi ul-
timi si rende osservabile quello rappresentante la deposizione di
croce, eseguito su di un disegno del Bonarruoti; opera che già
appartenne al museo Baglioni di Perugia. Tale bassorilievo si
deve alla munificenza di Gregorio XVI, da cui fu arricc ito con-
siderevolmente questo museo, inispecie con lavori di niello. An-
che il pontefice Pio IX aggiunsevi altri oggetti di tal sorta, fra’
quali si annovera la preziosa croce pettorale di oro, di cui si fece
menzione parlando del luogo ove fu rinvenuta; vedi a pag. 162.
Al medesimo pontefice si deve pure un lavoro di cesello, in cui
Benvenuto Celimi rappresentò il trionfo di Carlo V . Quello però
che riesce più ammirevole in questo museo, sono le pitture in
tavola, condotte a tempera da greci pittori che precedettero il
rinascimento delle belle arti. Fra tali pitture, la più interessante
è la deposizione di s. Efraim di Siria. Nella volta veggonsi dipin-
te, da Stefano Pozzi, la Chiesa e la Religione. •
gabinetto dei PAPIÉ». — Questo gabinetto devesi riguar-
dare come uno dei locali più magnifici e splendidi del Vaticano,
per la profusione di graniti, di porfidi, >e di bronzi messi ad oro.
Una così sontuosa decorazione si deve al pontefice Pio VI, il
quale fece anche condurre dal Mengs le pitture a fresco che ne
accrescono l’ornamento. Il dipinto nella volta rappresenta la Sto-
ria in atto di scrivere su di un volume che il Tempo sostiene colle
sue spalle. Nelle lunette sono espressi, Mosè e s. Pietro, l’uno e
Digitized by Googl
Biblioteca Vaticana.
507
T altro fra due angeli; e qui si osservi, che sebbene il s. Pietro
sia colorito a tempera, tuttavia il vigore e la vivacità delle tinte
sono tali, che questa figura in nulla cede alle altre ivi eseguite
a fresco. Gh ornati sono lavori di Cristofaro Unterperger. Al-
l’intorno a questo gabinetto si vedono molti papirii custoditi sot-
to cristalli: essi contengono atti di donazione e contratti stipu-
lati fra il X ed il XII secolo, e furono illustrati dal celebre mon-
sig. Gaetano Marini, nella sua opera sui papirii diplomatici.
Dalla sala che segue comincia la sezione aggiuta da Pio VII
alla biblioteca.
SALA DELLE PITTURE DI ANTICHE SCUOLE. — Questa Sala, la
cui volta è gentilmente dipinta a fresco, contiene una preziosa
collezione di pitture dei secoli XIII e XIV . Ivi si scorgono al-
cune opere magnifiche di Margheritone, di Cimabue, di Giotto,
di Masaccio, del beato Angelico, ecc. Nel mezzo di questa sala
si vedono due bellissime tavole quadrilunghe di granito, ed al-
tre due di forma rotonda: una di queste è composta coi fram-
menti di marmi trovati nel cimiterio di s. Callisto, e nel centro
v’è figurato WBuon Pastore del vangelo; l’altra è lavorata coi
frammenti di marmi scoperti negli scavi sul Palatino. Volgen-
dosi verso la prima finestra di questa sala, veggonsi alcuni og-
getti di argento smaltato, mandati in dono al pontefice Pio IX
dal re di Siam insieme al proprio ritratto, che osservasi supe-
riormente agli oggetti stessi, consistenti in due coppe ecc. In-
contro all’ altra finestra scorgesi un magnifico messale, adorno
di stupende miniature. Questo messale è dono dell’imperatore di
Austria, il quale lo mandò a Pio IX nella ricorrenza del quin-
quagesimo anno del suo sacerdozio; ed il sullodato pontefice ne
arricchiva la biblioteca V aticana.
Sulla parete in fondo, a sinistra della porta, osservasi un di-
segno assai lodevole, esprimente il tanto celebrato giudizio fi-
nale di Michelangelo, dipinto a fresco nella cappella Sistina.
Tale disegno, eseguito con molta intelligenza d’ arte dal com-
mehd. Tommaso Minardi, fu aggiunto alla biblioteca nel 1809.
Dall’altro canto della porta stessa vedesi un calendario russo in
forma di croce greca, dipinto sul legno e donato alla biblioteca
dal marchese Capponi. Presso il detto calendario è una cornice
con entrovi parecchie opere del XV secolo, eseguite in cristallo
di monte. Siffatte stupende opere in bassorilievo, donate dal
pontefice Pio IX, rappresentano Gesù crocefisso ed alcuni fatti
della passione: nelle estremità della croce sono effigiati i quattro
evangelisti. Il magnifico inginocchiatoio ohe qui si vede, iiqua-
22'
Digitized by Google
508
Ottava Giornata.
le può essere riguardato come un capolavoro dell’arte d’inta-
gliare in legno, ebbelo in dono Pio IX dalla provincia di Tours,
in Francia, ed esso lo volle collocato nella biblioteca Vaticana.
Prima di passare nel Gabinetto, già Numismatico, il cui in-
gresso rimane in fondo a questa sala, entreremo in quello ove
sono raccolti alquanti affreschi dell’antica Roma, e che per ciò
appellasi il
gabinetto delle pitture antiche. — Intorno a questo ga-
binetto vennero disposti alquanti antichi intonachi dipinti a fre-
sco, fra i quali merita specialissima attenzione quello conosciuto
col nome di Nozze Aldobr andine, così chiamato perchè il sog-
getto rappresenta uno sposalizio, e perchè in altri tempi appar-
tenne alla famiglia Aldobrandini.
Questo raro intonaco fu scoperto nel 1606 sull’Esquilino. pres-
so l’arco di Gallieno fra le ruine d’una casa dell’antica Roma.
Fino a che non furono diseppellite le pitture di Pompei, qne-
st’affresco venne riguardato come il monumento più prezioso
dell’antica arte pittorica. Niccolò Pussino fecene una copia che
esiste nella galleria Boria; ma essa differisce in alcuni partico-
lari dall’ originale, perchè allorquando fu eseguita, il dipinto
aveva subito delle alterazioni a causa dei cattivi instauri; questi
però furono poscia tolti via, di guisa che l’originale tornò nello
stato in cui era quando fu scoperto. Il soggetto è forse relativo
alle nozze di Peleo e Teti. Altri credono, esprima le nozze di
Stella e di Violantilla, cantate da Stazio, o pure quelle di Man-
lio con Giulia, celebrate in verso da Catullo. Del resto, poiché
nulla si scorge nell’opera che indichi con certezza sponsali eroi-
ci, possiamo anche credere che sia una rappresentanza famiglia-
re degl’individui che abitarono la casa ove il dipinto si rinvenne.
Gli altri intonachi hanno minor merito. Essi rappresentano
Amore trionfante; una Ninfa, scoperta nel 1810 presso la via No-
mentana, e le cinque donne più celebri nei tempi eroici per le loro
sventure amorose, coi loro nomi scrittivi; cioè, Pasifae, Scilla,
Fedra, Mirra e Canace: queste figure erano dipinte sulle pareti
d’una camera, scoperta nel 1818, fuori la porta s. Sebastiano,
nella tenuta di Tormarancio. In ciascuna delle quattro grandi
cornici poste sull’alto delle pareti laterali, si veggono due sezioni
dèi celebre affresco che venne segato dal muro in una specie di
crypta d’una casa dell’antica Roma, scoperta nel 1850 in via
Graziosa, nel rione Monti. Questi dipinti rappresentano alcuni
fatti relativi ad Ulisse, presi dall’Odissea. Inoltre vi si osserva-
no quattro piccoli affreschi provenienti dagli scavi di Ostia, e
qui collocati nel 1869.
Digilized by
Biblioteca Vaticana.
509
Gli affreschi che abbelliscono la volta del descritto gabinetto
furono condotti da Guido Reni, e rappresentano alcune imprese
di Sansone. I musaici poi che ne adornano il pavimento vennero
scoperti, nel 18(50, nella vigna Brancadoro fuori la porta a. Lo-
renzo, e nel centro di quello che rimane nel mezzo è rappresen-
tato Achille nel suo carro, dietro cui trascina il corpo di Ettore.
gabinetto de’ bolli antichi. — Il pontefice Pio VII fu que-
gli che fece quivi disporre con bell’ordine la collezione dei bolli
in terra cotta, ossiano quelle impronte che gli antichi appone-
vano ai materiali di fabbriche. Questa raccolta era stata fatta in
gran parte dal surricordato monsig. Marini, che la illustrò e la-
sciolla, in forza di testamento, alla biblioteca, assieme al mano-
scritto della sua illustrazione. Fra le pitture antiche le quali si
osservano in questo gabinetto, merita speciale attenzione il ri-
tratto di Carlo Magno. — Tornando nella sala già da noi visi-
tata entreremo nel
gabinetto, già’ numismatico. — Era questo in altri tempi
una cappella eretta da s. Pio V in onore di s. Pietro martire, ed
è per ciò che gli affreschi i quali vi si vedono ancora, esprimono
fatti relativi a quel santo: tali affreschi furono condotti dagli sco-
lari del Vasari, sui cartoni del loro maestro. In altri tempi que-
sto gabinetto andava ricco di alcune collezioni di antiche meda-
glie, fra le quali si annoverava quella della regina di Svezia:
ogni cosa però venne sottratta nelle vicende politiche di Roma
del 1796. — A sinistra, dopo attraversate due camere si scen-
de nell’
APPARTAMENTO BORGIA (1).
Questo appartamento, che forma oggi parte della bibliotoca,
piglia il nome da Alessandro VI Borgia che fecelo fabbricare.
Sotto il medesimo pontefice ivi s’incominciarono le pitture che
lo decorano, poscia terminate sotto Leone X. I dipinti ch’ornano
le volte delle due prime camere sono del Bonfili ; quelli della
terza, a cui si scende di nuovo per alcuni gradini, appartengono
al Pinturicchio, e si riferiscono alle virtù, alle scienze ed alle
arti protette dalla famiglia Borgia. Dopo osservati gli accennati
affreschi passiamo nella
» quarta sala. — In questa sala esiste la superba e rara rac-
colta di stampe incise in rame, formata da Pio VI. Le pitture
che ne abbelliscono le pareti e la volta sono lavori del suddetto
(1) Per visitare questo appartamento bisogna avere uno speciale permesso.
Digitized by Google
510 Ottava Giornata.
m,
Pinturicchio. Il lunettone sopra la finestra offreei il martirio di
s. Sebastiano: incontro si osserva la disputa di s. Caterina di
Alessandria, al cospetto di Massimiano. Nella lunetta sulla porta
per cui si entrò, è dipinta la visitazione di s. Elisabetta, e nella
successiva, s. Antonio abbate che visita s. Paolo primo eremita.
Nella lunetta in prospetto si scorge s. Barbara che fugge dalle
insidie del padre; nell’altra che viene dopo, si vede s. Giuliana
nel punto che suo padre vuol forzarla a sposare un governatore
pagano, enei paese è rappresentato il martirio di essa santa.
Sotto la lunetta è dipinta la Madonna col santo Bambino. Gli
affreschi nella volta rappresentano la favola d’ Iside e di Osiride.
Incontro alla finestra sorge una colonna di alabastro orientale
scanalata in ispirale, scoperta presso la chiesa di s. Eusebio.
quinta sala. — Il ricordato Pinturicchio dipinsene la volta,
e lo stesso artefice condusse nella lunetta, sopra l’ingresso, la
risurrezione di Cristo, introducendo nella composizione Ales-
sandro VI in atto d’ un uomo che prega. Questa pittura è se-
guita dall’adorazione dei Magi, dal santo Presepe, dall’ Annun-
ziata , dall’ Assunta , dalla venuta dello Spirito Santo , e dal-
l’ Ascensione. Nelle lunette veggonsi dipinti alcuni profeti.
sesta sala. — Questa sala, lunga 17 met. e 27 cent., larga
6 met. e 10 cent. , fu detta la sala dei pontefici martiri, perchè vi
esistevano alquanti ritratti di essi pontefici, dipinti nelle lunette
delle pareti, ma che in seguito vennero ricoperti con grandi
conchiglie. Regnando Leone X, la volta fu decorata con affre-
schi di Giovanni da Udine e di Pierino Del Vaga, diretti da Raf-
faello. Frammezzo a graziosi ornati, veggonsi espressi i sette
pianeti cogniti agli antichi, figurati nelle sette divinità delle
quali portano il nome. Ciascuna di queste figure è su d’un carro
tirato da animali simbolici: vi si scorgono ancora i dodici segni
dello zodiaco, e le altre principali costellazioni. Addossato ari
una parete si rende osservabile un caminetto in .marmo palom-
bino, lavoro d’eccellente intaglio del secolo XVI; di sotto è l'an-
tico sarcofago, scoperto nel 1702 fuori porta Maggiore, entro
cui era uno scheletro umano ravvolto in un lenzuolo di amianto.
Dalle finestre di questa sala si ha la veddta del
CORTILE DI BELVEDERE.
Esso fu fatto costruire da Giulio II coi disegni del Bramante,
per così ridurre quasi a forma d’ anfiteatro rettangolare lo spa-
zio compreso fra il nicchione, detto di Belvedere, e l'antico pa-
Digitìzed by Google
Cortile di Belvedere.
511
lazzo papale. Qui era che, secondo gli usi di allora, si celebra-
vano famosi tornei in occasioni di straordinarii avvenimenti, lo
che, ad esempio, ebbe luogo nel 1565, sotto Pio IV, quando il
conte Annibaie Altemps, nipote del papa, sposò Ortenzia Bor-
romeo, di Milano. Si ha una minutissima descrizione di quel
torneo negli storici del tempo. Del resto, il cortile di cui si parla
rimase sfigurato dalla fabbrica della Biblioteca, e del Braccio
Nuovo aggiunto al museo Chiaramonti, come pure da alquanti
controforti.
Uscendo dalla biblioteca dalla porta stessa per cui vi fummo
entrati, si trova, a sinistra, un cancello di ferro, che divide, in
due parti il vasto corridoio di Bramante. Da questo cancello si
entra nel ,
MUSEO CHIARAMONTI.
Con questo nome viene designata la ricca raccolta di antiche
sculture formata nel Vaticano da papa Pio VII, Chiaramonti,
come un’aggiunta del museo Pio-C lem enfino. Il museo di Pio
VII si divide, in Corridoio Chiaramonti, ed in Braccio Nuovo.
Il primo è precisamente quello ove entrammo pel cancello di
ferro, e che costituisce la sorprendente galleria la quale serve
tli accesso a tutto intero il museo Vaticano. Il Braccio Nuovo.
di cui tratteremo da prima, si trova al principio del suddetto
Corridoio Chiaramonti-, infatti, passato appena il cancello per
dove entrammo, si vedono a sinistra due colonne di granito bi-
gio che ne fiancheggiano l’ingresso. Queste colonne sostengono
i busti di Traiano e di Augusto, ambidue colla testa di basalte
nero.
BR VCCIO NUOVO DEL MUSEO CHIARAMONTI.
Questa magnifica galleria, il cui colpo d’ occhio è veramente
sorprendente, ne ricorda colla sua splendida ricchezza le più ce-
lebri pinacoteche esistenti nei più sontuosi edilìzi dell’ antica Ro-
ma. Essa fu eretta coi disegni dell’architetto Raffaele Stern,
romano, il quale diedele 61 met. e 53 cent, in lunghezza, e 7
met. e 75 cent, di larghezza: la sua edificazione costò 465,000
« scudi romani ( 2,499,375 franchi ), e venne aperta al pubblico
nel 1822.
Nel mezzo della parete a sinistrasi apre un emiciclo, e di pro-
spetto è uno sfondo rettilineo ove esiste una scala ohe mette al
Giardino della Pigna, di maniera che ciascuna delle due pareti
laterali rimane divisa in due sezioni. La volta della galleria è de-
Digitized by Google
512
Ottava Giornata.
corata elegantemente con cassettoni e rosoni di stucco; e per 12
a] torture, praticate nella volta stessa, penetra la luce nella sala,
dando uno stupendo effetto all’edifizio ed ai monumenti raccol-
tivi. Gli archi della volta vengono sorretti da 12 colonne, delle
quali: 8 di cipollino di rara bellezza, si vedono nella gran sa-
la: 2 di granito egizio nell’emiciclo, e 2 di giallo antico nello
sfondo rettilineo. Sonovi ancora molte altre colonne di marmi
rari, le quali decorano le diverse porte d’ingresso e l’ emiciclo.
Lungo la galleria si scorgono, nei Iati, trentadue rocchi di co-
lonne di granito orientale, sostenenti altrettanti busti, la massi-
ma parte de’ quali appartennero già ai principi Ruspoli. Inoltre,
questa galleria contiene 43 statue entro nicchie, altri 40 busti
posti sopra eleganti mensole; ed al disopra di essi è incastrata,
nelle pareti, una serie di bassorilievi in istucco, eseguiti dal cav.
Massimiliano Laboureur, rappresentativi trionfi, sacrifizi, e bac-
canali. Ciò poi che accresce pregio e magnificenza a questa gal-
leria è il superbo pavimento formato di fini marmi, ed abbellito
con 10 scomparti di musaici antichi.
"Dato un cenno generale dell’edifizio, ci faremo ad osservarne
i più preziosi monumenti, cominciando dalla .
parete dell’ingresso. — Questo ingresso, che ha gli stipiti
e l’ architrave di diaspro di Sicilia, rimane fiancheggiato da due
colonne di granito bigio, sorreggenti un frontespizio di marmo
bianco. L’erma a destra dei riguardanti, colla testa moderna,
rappresentava già il ritratto di Zenone , soultore d’ Afrosine ,
come lo prova l’iscrizione greca che vi si legge sotto: dall’altro
lato si vede un’erma di Bacco, vestita. Il bassoriliero entro la
lunetta al disopra del cornicione rappresenta Achille che tra-
scina il cadavere di Ettore sotto le mura di Troia.
parete a destra entrando. — I* Nicchia vicino alla farete
ove esiste V ingresso. Cariatide del tempio di Pandrosia in Ate-
ne, altre volte spettante alla famiglia Giustiniani. — II* Nicchia.
Bella statua di Commodo in abito da cacciatore: raro simulacro
del figlio degenere dell’ottimo Marco Aurelio. — Testa colossale
d’uno schiavo dacio, di assai bel lavoro. — III* Nicchia. Sileno
con in braccio Bacco fanciullo : esisteva già nel palazzo Ruspoli,
e merita d’ essere annoverato fra i migliori lavori dell’ antica
scultura. — IV* Nicchia. La statua semicolossale di Ottaviano
Augusto , collocata in questa nicchia , deve annoverarsi fra i
capolavori di greco scalpello che formano la celebrità del mu-
seo Vaticano. Mssa fu scoperta nel 1863 presso la via Flaminia
a 9 miglia da Roma, al di là di Prima Porta , fra le rovine della
Digitìzed by Google
Braccio Nuovo del Museo Chiaramonti. 513
villa di Livia seconda moglie di Augusto. La bellissima testa di
questa statua offreci una delle più identiche effige del fonda-
tore dell’impero romano, e non essendo scolpita nello stesso
masso, ma bensì innestata sul busto, si potrebbe attribuire ad al-
tro scultore e ad altra epoca. Questo stupendo simulacro di Ot-
taviano stringe lo scettro nella sinistra sollevando la destra in
atto di arringare, forse il suo esercito. Esso è in abito militare,
e la corazza è egregiamente istoriata di bassorilievi. Il gruppo
di mezzo allude ad una delle più gloriose gesta di Augusto, il
quale, senza neppur combattere e solo colla rinomanza guerrie-
ra, ricuperò dai Parti le insegne militari che avevano tolte alle
legioni romane condotta da Crasso e da Antonio: il giovane Ti-
berio è quegli, che, in luogo di Augusto, riceve il vessillo per
le mani di un Parto. Nei lati veggonsi due Province debellate
dallo stesso Augusto, la Dalmazia e la Gallia Aquitania, e sotto
queste Apollo e Diana, divinità tutelari del medesimo. Sull’ alto
poi della corazza si volle probabilmente significare l’ ora del na-
scimento del grande imperatore, simboleggiandovi il Cielo e
l’ Aurora; ed a piè della corazza stessa, vedesi personificata la
Terra in atto di riposarsi dalle passate sventure mercè di Augu-
sto. In fine, Cupido a cavalcioni sopra un delfino, scolpito a piè
della statua, ricorda, forse, l’origine che si attribuiva ad Au-
gusto, come disceso da Venere. La descritta statua fu scoperta
che aveva tronco il braccio destro, e pur tronca la parte inferiore
.delle gambe, ma si potè ricomporre con pochissimo ristauro,
eseguito dal Tenerani; e non v’ha di nuovo se non che lo scet-
tro e la freccia di Cupido. — Il bassorilievo sull’alto rappresenta
il trionfo di Settimio Severo. — Quivi il pavimento va adorno di
un musaico bianco e nero, il cui soggetto è preso dall’Odissea, e
vi si scorge Ulisse legato all’albero della nave. — V* Nicchia.
Bella statua rappresentante, forse, Antonio Musa, medico di Au-
gusto, sotto le forme diEsculapio giovane. — Un busto di Clau-
dio, che fece parte di una statua colossale di questo imperatore.
— Sopra la mensola, in alto, busto panneggiato d’una Ninfa. —
VI* Nicchia. Nerva, figura togata. — Busto di persona inco-
gnita.— VII* Nicchia. La Pudicizia, statua di alto merito, si per
l’eleganza dell’insieme, e si per l’ ottimo panneggiare delle vesti
che la cuoprono; la mano però eh’ essa tiene vicino al volto, la
quale è di moderno lavoro, fa prova della poca abilità dell’ arti-
sta eh’ ebbela scolpita. — Un busto pregevolissimo di Polluce. —
Vili* Nicchia. Tito con un alveare scolpitogli ai piedi, ad indi-
care la sua dolce natura: questa statua, sebbene difettosa nelle
22”
Digitized by Google
514
Ottava Giornata.
proporzioni, pure merita d’ essere commendata pel buono stile
di panneggiare; fu essa scoperta nel 1828 vicino a s. Giovanni
in Laterano assieme a quella di Giulia sua figlia, collocata nella
nicchia di prospetto.
In mezzo alla sala, su d’una base scanalata di granito rosso,
sorge un vaso stupendo di basalto nero , d’ elegante forma, e
squisitamente intagliato. Le anse di esso vengono formate da
due pieghevoli verghe di ferula grteca: otto tirsi, quattro ma-
schere dionisiache e due tragiche lo decorano all’ intorno, ed un
ramo di acanto ne adorna la parte superiore sotto il labbro.
Ciò peraltro che qui signoreggia è la celebre statua colossale
del Nilo, collocata nel lato sinistro. Il Telilo è rappresentato gia-
cente con attorno sedici scherzosi fanciullini, simboli dei sedici
cubiti della sua feconda escrescenza. L’aria del suo volto è be-
nigna come si addice ad un nume benefico; dal mento gli scende
una folta e prolissa barba, ed ha i capelli ricinti di spiche e di
ninfea. Il basamento scolpito ad onde, va tutto adorno di pro-
dotti nilotici, e vi si osserva il combattimento fra l’ippopotamo
ed il coccodrillo, ed alcuni battelli con entro dei pigmei, che
Plinio loda come valenti a dar caccia agli animali che frequen-
tano il Nilo. Questa statua, la cui bontà, di lavoro manifesta il
secolo di Adriano, venne scoperta sotto Leone X vicino alla
chiesa di s. Stefano del Cacco, ove anticamente esisteva il tem-
pio d’ Iside e di Serapide.
Nei quattro angoli de’ due già ricordati sfondi, si veggono,
sopra quattro superbi rocchi di granito rosso orientale, altret-
tante maschere di Medusa in colossali dimensioni, mirabili per
grandiosità di stile e per correttezza di lavoro: una è in gesso
per formare la simmetria monumentale; le altre sono di marmo,
e furono trovate vicino al tempio di Venere e Roma eretto da
Adriano; in fatti queste tre pregevoli sculture appartengono a
quella felice epoca per le arti.
Ora volgiamoci a destra, e visitiamo lo sfondo rettilineo, ov’ è
la scala che comunica col giardino della Pigna.
spondo rettilineo. — Ai lati del cancello , due Fauni. —
Nella nicchia a destra, un Sileno, opera di romano scarpello, ese-
guita in marmo pano. — Nella nicchia incontro, una sacerdo-
tessa d’Iside coH’aspergillo nella destra, ed un secchiolino d’ac-
qua lustrale nella sinistra. — Sul parapetto della scala, un Fauno
giacente con ai lati due cavalli marini cavalcati da Nereidi. —
Più sotto, nei canti, due Fauni sedenti ed inebriati, scoperti nella
villa di Quintilio Varo presso Tivoli. — Innanzi al parapetto si
Digitized by Google
Braccio Nuovo del Museo Chiaramonti. 515
osservano tre belle statue: quella di mezzo offreci una graziosa
figura di Ganimede, lavoro di Fedimo, artefice greco, che scol-
pi il suo nome sul tronco d’ albero a cui la figura si appoggia:
fu trovata nel 1800 negli scavi di Ostia. La statua a sinistra rap-
presenta Diana, opera di gentile esecuzione; quella a destra è
un sorprendente lavoro di antica scultura romana. Questa bel-
bissima statua muliebre, la cui testa quantunque antica non le
appartiene, si rinvenne acefala negli scavi del 1851, eseguiti
sulla via Appia, ed occupava la cella del sepolcro ivi eretto ad
una certa Pompea Azzia.
PROSEGUIMENTO DELLA PARETE A DESTRA. — I* Nicchia dopo
lo sfondo rettilineo. Fauno intento a suonare lo zufolo; figura
di stile elegante e puro. — II* Nicchia. Amazzone di eccellente
scultura; essa ha la testa lievemente inclinata, e la sua fisonomia.
piena di tristezza, esprime a maraviglia il dolore che prova co-
noscendosi ferita e vinta. — Busto con panneggio di bellissimo
alabastro orientale. — III* Nicchia. Cariatide in marmo pente-
lico: lavoro di scultura assai commendevole, e che si rende os-
servabile per l’ impronta monumentale propria di simili statue,
strettamente unite all’ architettura. — Un busto di Traiano di
rara rassomiglianza. — IV* Nicchia. Diana in atto di vagheggia-
re Endimione. — Busto di persona incognita. — V* Nicchia. Bel-
lissima statua di Euripide, già spettante alla famiglia Giusti-
niani.— Il gran bassorilievo che scorgesi superiormente, rap-
presenta il trionfo di Marco Aurelio, ed il musaico nel pavimento
offreci un Tritone con mostri marini. — Busto di persona inco-
gnita.— VI* Nicchia. Statua lodevolissima pel buono stile di
panneggiare: è il ritratto d’una matrona romana; ma taluni ar-
cheologi pretendono riconoscervi Giulia, figlia di Tito. — Bel
busto seminudo. — Sopra la mensola, in alto, un ritratto di
Giuba Soemia. — VII* Nicchia. L’Abbondanza. — llitrattro as-
sai bello, proveniente dalla casa Ruspoli, e creduto, ma senza
buone ragioni, l’effige di Siila. — Vili* Nicchia. Stupendissimo
simulacro di Demostene: l’atteggiamento di esso è naturale; il
panneggiare delle vesti di buono stile, ed il volto del massimo
degli oratori greci va colmo dihspressione. — Busto che credesi
l’effige d’Elio Cesare, figlio adottivo di Adriano. — Il bassorilievo
superiormente all’ingresso della biblioteca, rappresenta Ulisse
combattente.
Qui tutta l’attenzione dei riguardanti viene, senza meno, con-
centrata nella maravigliosa statua che sorge nel mezzo della sa-
la. Essa ne presenta il simulacro di un atleta il quale, collo stri-
Digitized by Google
516
Ottava Giornata.
gilè, si rade le membra per levarne il sudore ( Apoxiomenon) .
Considerando la movenza naturale di questa figura, le perfette
proporzioni del suo insieme, le scelte sue forme, e la squisitezza
del lavoro, ognuno potrà facilmente giudicare a quale grado di
perfezione giungessero i Greci nell’arte di scolpire. Questo capo-
lavoro fu scoperto nel 1849, conforme si accennò alla pagina 48,
ristorando una casa nel vicolo delle Palme in Trastevere: man-
cava esso della mano destra, ma in tutto il rimanente era intat-
to. — Volgiamoci ora verso la parete incontro a quella già da
noi osservata, ossia verso la
parete dell’emiciclo. — I' Nicchia, vicino alla parete ov' è
la porta della biblioteca. Amazzone, lavoro di greca scultura,
con un residuo di sperone al piede sinistro. — Busto di Tolomeo,
figlio di Galba. — II* Nicchia. La Clemenza che presenta la pa-
tera per ivi accogliere le preghiere dei mortali: lo stile di que-
sta statua è assai commendevole. — Busto di persona incognita.
— Ili* Nicchia. Antonia, moglie di Druso Prisco; statua rinve-
nuta al Tuscolo da Luciano Bonaparte. — Busto di donna inco-
gnita.— IV* Nicchia. Statua di una Augusta, lavoro mediocre.
— Il bassorilievo sull’alto rappresenta il trionfo di Tito. — Ritrat-
to di Adriano. — Sopra la mensola, in alto, un bel busto di Pal-
lade. — V* Nicchia. Questo simulacro di Cerere, sebbene non
presenti un insieme sufficientemente svelto, come appunto le si
converrebbe, pur tuttavia ha molto merito in arte per il bello
stile e per l’intelligenza con cui è condotto. Esso proviene dagli
scavi d'Ostia, ove fu scoperto nel 1857, mancante principalmente
della testa e delle braccia. Il descritto simulacro venne lodevol-
mente ristaurato dal cav. Pietro Galli, egregio scultore roma-
no.— VI* Nicchia. La Fortuna, mirabile statua per lo squisito
lavoro e per la sua rara conservazione: il timone posto sul glo-
bo ed il cornucopia, disvelano la regolatrice delle umane sorti.
— Il seguente ritratto, malgrado il nome modernamente scrit-
tovi di Sallustio, è incognito. — VII* Nicchia. Statua d’un filo-
sofo greco. — Vili* Nicchia. Venero Anadiomène, la quale, usci-
ta dalle acque, asciugasi i bagnati capelli: questa statua può es-
sere riguardata come una delle più pregevoli di questa galleria.
emiciclo. — Il bel musaico che orna il pavimento di questo
emiciclo, presenta nel mezzo la Virtù fecondatrice della natura,
personificata neH’immagine di Diana Efesina: fu trovato nel 1801
in Poggio Mirteto nella Sabina. — Sopra la mensola nel cen-
tro, si scorge il ritratto di Pio VII, scolpito dal Canova. • — Il
bassorilievo rappresenta il combattimento fra i Centauri ed i La-
Digitìzed by Google
Braccio Nuovo del Museo Chiar amonti. 517
pili, nelle nozze di Piritoo. — Entro le due nicchie che riman-
gono una rimpetto all’altra, ove comincia la curva dell’emiciclo,
si osservano le statue di Apollo e di Pallade, e nelle altre cin-
que nicchie, veggonsi altrettanti simulacri di atleti: quanto alle
altre due nicchie che si aprono, una per lato, sotto l’arcone ove
è la statua del Nilo, contengono esse le statue della Speranza e
di Diana.
proseguimento della, parete. — 1* Nicchia dopo l' emici-
clo. Giuda, figlia di Tito: questa bella statua, conforme si disse,
fu trovata in prossimità di s. Giovanni in Laterano. — Un ma-
gnifico busto semicolossale di Giunone Eegina. — II* Nicchia.
Minerva Poliade, detta Minerva Medica, e generalmente cogni-
ta col nome di Pallade dei Giustiniani. Se si pone mente alla
bella composizione di questa statua, alla giustezza delle sue pro-
porzioni, alla squisitezza dei contorni, alla eleganza del panneg-
giare ed alla espressione del volto, è forza annoverarla fra i più
insigni monumenti della scultura greca. — Bel busto d’incogni-
to. — III* Nicchia. Simulacro di Claudio con in dosso la toga,
veste la più confacente alla timida natura di quell’ imperatore. —
Busto di largo stile, rappresentante uno schiavo dacio.— IV*
Nicchia. Un Mauno atteggiato nel modo di quelli che sono detti
di Prassitele. — Busto di Commodo, trovato in Ostia, uno dei più
belli di quell’imperatore . — V* Nicchia. Bella statua di Lucio Ve-
ro, rappresentato all’eroica. — Il grande bassorilievo sull’alto,
esprime il trionfo di Traiano. — VI* Nicchia. Discobulo, statua
di lodevole esecuzione.— Testa colossale d’uno schiavo dacio: lo
stile grandioso di questa testa ricorda l’ epoca felice di Traiano,
ed in fatti venne trovata nel foro di questo nome. — VII* Nic-
chia. Statua di Domiziano, spettante già alla famiglia Giusti-
niani.— Vili* Nicchia. Mercurio, prezioso marmo di greco scar-
pello. — Rientreremo nel
CORRIDOIO CHIARAMONTI.
Tornerebbe soverchio lungo, e forse anche inutile indicare la
maggior parte degli oggetti contenuti in questo immenso cor-
ridoio, conforme si fece convenientemente nella sopradescritta
galleria. Perciò ci limiteremo ad accennare, fra questa numerosa
raccolta di antichi marmi, quelli che ne sembrano più degni di
osservazione; metodo a cui ci atterremo, più o meno, nella de-
scrizione che ancora ci resta a fare di questo museo, che meglio
potrebbe essere chiamato una riunione di più musei.
Digitized by Google
518
Ottava Giornata.
L’ ingresso al corridoio rimane fiancheggiato da due colonne
di marmo bigio, provenienti dagli scavi di Ostia. Le pareti late-
rali sono divise, da semplici pilastri, in 30 scomparti o sezioni da
ciascuno dei lati. Gli scomparti a destra hanno un numero pro-
gressivo. e gli affreschi i quali vi si osservano ricordano le prin-
cipali gesta di Pio VII a favore delle arti belle.
1° scomparto a destra, entrando dal cancello. — Una bella
statua muliebre giacente, cogli attributi dell’Autunno, trovata
a Campo Gemini, e sembra avere servito di coperchio ad un sar-
cofago. Il monumento sepolcrale su cui è posta offreci i busti di
due coniugi con un fanciullo nel mezzo a cui pende dal collo la
bulla, ornamento speciale dei fanciulli romani. Questo monu-
mento proviene da Acquatraversa, luogo sulla via Cassia (1). —
Frammento di un Apollo sedente, di squisito lavoro. — scom-
parto incontro. — Statua giacente, simile a quella già osser-
vata di rimpetto, ma cogli attributi dell’Invemo; anch’essa ser-
vì, probabilmente, di coperchio ad un sarcofago, e fu del pari
rinvenuta a Campo Gemini. — Il secondo frammento, comincian-
do dall' alto, rappresenta i giuochi circensi eseguiti da parec-
chi genietti. Questo frammento, sebbene di mediocre scultura, è
molto interessante riguardo agli usi e costumi dagli antichi: di
sotto, frammento d'un bassorilievo di antico stile greco, e vi si
scorge Minerva preceduta da un' altra divinità, a cui mancano
metà del corpo ed i suoi attributi: il frammento nel basso <* ri-
marchevole pel diverso costume dei gladiatori che vi sono scol-
piti. Ivi si osserva un Reziario, colla forca, un Mirmillone, ed
un Oplomaco.
IP scomparto a destra. — Statua virile togata, posta su di
un’ ara votiva, eretta dai sacerdoti di Bacco agli dei Superni,
conforme lo indica l’iscrizione greca che vi si legge. — di pro-
spetto. — Statuina di Paride, posta su d’ un’ara dedicatoria in-
nalzata da Pompeo Turpilliano, provveditore d’olio dei magazzini
di Galba, ad onore d’Iside e di Serapide, come pure agli dei Pe-
nati, in occasione del fausto ritorno di Antonino Pio e della
sua famiglia.
IIP scomparto a destra. — Sull’alto (cioè sulla marmorea
tavola superiore). — La seconda testa a mano diritta è un ritratto
di Settimio Severo; la seconda, a sinistra, rappresenta Antonino
Pio. — Frammento di ornato in arabeschi di purissimo ed ele-
gantissimo lavoro. — incontro. — In alto, piccola erma bicipi-
ti) Oli oggetti indicati in carattere coltivo, fanno parte dei frammenti in
bassorilievo, incastrati nelle pareti.
Digitized by Google
Corridoio Chiaminoti ti.
519
te, di mediocre scultura, ma osservabilissima per essere questo
il solo monumento che, offrendoci Bacco sotto la duplice forma
di Zagreo e di Dionisio, ci presenti il primo colle corna di toro.
— Bassorilievo che adornava il coperchio di un sarcofago: la
graziosa composizione di questo frammento rappresenta dei ge-
nti sopra mostri marini, con in mezzo il tridente, a simboleg-
giare il dio del mare.
TV0 scomparto a destra. — Statua d’ una Musa* alla quale,
ristorandola, vennero posti nelle mani il globo e le tibie.
V* scomparto a destra. — In alto, una bellissima testa di fan-
ciullo.— di faccia. — In basso, statuinadi Venere. — Superior-
mente, bassorilievo con maschere.
VI0 scomparto a destra. — La statua sedente figura Clio,
musa della Storia, avente a lato la cisti ed i volumi. — La pittura
della lunetta al di sopra è opera del Durantini, il quale vi dipin-
se l’arco di Settimio Severo e quello di Costantino sgombrati,
d’ordine di Pio VII, dalle terre di cui rimanevano ingombri nella
parte inferiore.
VII” scomparto a destra. — In alto, una testa avente il
casco turrito, figurante Roma: la vivace fisonomia di questa te-
sta non può farla confondere con Minerva. — Sull' alto, nel mez-
zo, frammento di bassorilievo con soggetto campestre: a destra,
in basso, altro frammento ove si vede il banchetto nuziale delle
Lucippidi, al quale vennero invitati Castore, e Polluce, che in
fine le rapirono: questi due marmi, quantunque dimediocre scar-
pello, riescono interessantissimi per T erudizione.
Vili0 scomparto a destra. — Statua muliebre acefala e man-
cante delle braccia, scoperta nella villa Adriana: questa statua,
di stile che pecca un pochino di gonfio, viene conosciuta coi no-
mi di Diana, di Arianna e di Niobe, ma quest’ ultima denomi-
nazione sembraci la più verosimile. L’affresco nella lunetta fu
condotto da Giacomo Conca, romano, ed allude ai risarcimenti
eseguiti nell’appartamento Borgia, ove Pio VII aveva collocato
la pinacoteca. — incontro. — Su duna grande urna ovale, ornata
con bassorilievi di mediocre scultura, è posto il sarcofago di C.
Giuuio Evodo, scoperto in Ostia nel 1826; questo monumento,
di rara conservazione, è abbellito d’un bassorilievo rappresen-
tante la favola di Admeto ed Alceste: la statua di Diana trifor-
me, a sinistra, sorge su di un’ara quadrata di antico stile greco,
nella quale sono scolpite delle Menadi danzanti.
IX0 scomparto a destra. — In basso, busto colossale di Pal-
lade, trovato nel 1792, vicino all’antico Lavinio, oggi Pratica.
Digitized by Google
520
Ottava Giornata.
— In mezzo, nel basso, frammento d’ un bassorilievo, in cui si
distingue Ercole combattente contro le Amazzoni: a destra, al-
tro frammento, di stile greco antico, relativo forse a Perseo. —
incontro. — Grande cippo sepolcrale di Lucia Telesina, figlia di
Caio; questo cippo va ricco di stupendi ornati.
X° scomparto a destra. — Giunone che allatta Ercole bam-
bino: essa sta maestosamente seduta, ed alla nobiltà dei linea-
menti del suo volto, si riconosce di leggieri la regina degli Dei.
Questo monumento, rarissimo per la sua rappresentanza e per-
fettamente conservato, venne illustrato dal Winkelmann. A si-
nistra, statua di Apollo, il cui torso, che è antico, non va privo
di merito; esso si eleva su d’un’ara sepolcrale della buona epoca
della scultura. — L’affresco della lunetta si riferisce alla riunione
del museo Chiaramonti col Pio-Clementino, e venne condotto
da Filippo Agricola. — di contro. — Grandiosa e bella maschera
dell’Oceano, posta su di un’ara votiva di L. Furio Diomede, ce-
sellatore sulla via Sacra. A sinistra, una statuina della musa Po-
linnia, elegantemente panneggiata.
XI0 scomparto a destra. — In alto, ai lati d’una statuina di
Giove, sono due belle teste muliebri: quella a destra si conosce
col nome di Niobe, nell’altra si crede raffigurare la celebre Saf-
fo, poetessa di Mitilene. — di rimpetto. — In basso, statuetta vi-
rile, con in capo il diadema, e tenendo un cerviatto.
XII0 scomparto a destra. — Ercole, statua semicolossale,
trovata nel 1802 vicino ad Oriolo, e ristaurata da Alessandro
d’Este, sui modelli del Canova. — Il dipinto nella lunetta, ese-
guito da Garlo Eggers, ricorda Fampliamento procurato da Pio
VII al museo numismatico Vaticano. — di faccia. — Statua d’un
Atleta, iJ quale, vinti i suoi competitori, si riposa appoggiandosi
ad un tronco d’albero.
XIII0 scomparto a destra. — In basso, a diritta, un leopardo
trovato nella villa Adriana; un gladiatore atterrato da un leone,
ma che tiene ancora il pugnale confitto nel petto della belva;
un gen ietto facente mostra di percuotere un leone; una tigre
giacente. — Tre superbi frammenti di bassorilievi, relativi alle
battaglie delle Amazzoni. — incontro. — In basso, statua di Pa-
ride, ed un fanciullo avente dei pomi nelle mani.
XIV” scomparto a destra. — Una graziosa Venere, opera as-
sai lodevole. — L’affresco nella lunetta, eseguito da Giov. Demin,
veneziano, allude alla ricupera dei quadri classici avvenuta nel
pontificato di Pio VII. — di prospetto. — Mezza figura colossale
d un re barbaro, in marmo frigio, lavoro dell'epoca di Traiano.
Digitized by Google
Corridoio Chiaramonti. 521
XV* scomparto a destra. — Il frammento di bassorilievo
che si vede a dritta è rimarchevole per la foggia dell' armatura
dei due soldati in esso scolpiti: uno di questi è coperto di quel-
la specie di lorica, detta dagli antichi amata, perchè somiglia
ad un tessuto di ami; T altro indossa una di quelle corazze dette
squamea, perchè aveano le lamine disposte a foggia di equanime.
XVI* scomparto a destra. — Statua semicolossale sedente di
Tiberio, in costume eroico: essa rimane fra due teste colossali,
una dello stesso imperatore, l'altra di Augusto. Questi tre belli
marmi furono scoperti nel 181 1 negli scavi di Veio. — La lunetta
venne dipinta da Vincenzo Ferreri, ed il soggetto ricorda gli or-
dini dati da Pio VII, per l’acquisto e per la conservazione degli
antichi monumenti.
XVII* scomparto a destra. — In basso, a dritta, ritratto di
Augusto giovane: la qualità sopraffina del marmo, il purgato
disegno e la finitezza di lavoro provano che questo ritratto, il
quale si crede proveniente dagli scavi di Ostia, sia uno dei più
belli fra quelli raccolti nel Vaticano. Nel mezzo scorgesi una
statuetta di Flora, ai lati della quale sono: un busto di Demo-
stene, avente una piccola parte del pallio, e l’ erma trovata in
piazza di Spagna, scavando le fondamenta del monumento della
Concezione, e quivi posta nel 1859 per volere del pontefice Pio
IX. In quest’ erma, il cui capo è coperto dell’antico pileo, al-
cuni credettero riconoscere Ulisse, ma noi riteniamo che piutto-
sto rappresenti Vulcano, perchè nei lineamenti della sua fisono-
mia non iscorgiamo nulla che indichi l’avveduto e scaltro di-
struttore di Troia; al contrario poi vi raffiguriamo delineate, in
certo tal quale modo, le forme di Giove, da cui Vulcano ebbe
origine. Finalmente vedesi una rarissima testa di Cicerone (la
prima a destra): è questo l’unico ritratto autentico che esista in
Roma di quel sommo oratore, attesoché esso si accorda a perfe-
zione colla effige di lui imprestata nelle medaglie di Magnesia.
— Frammento rarissimo in bassorilievo , vedendovisi un carro
a quattro ruote. — di rimpetto.— ;In basso, nel mezzo, ritratto
di Alcibiade: gli antichi frammenti architettonici, sui quali è
collocato, sono di eccellente scultura. — Sei frammenti con or-
nati disquisito lavoro.
XVIir scomparto a destra. — Francesco Ayez, veneziano,
dipinse l’affresco nella lunetta di questo scomparto, cd allude
agli onori prodigati alla scultura da Pio VII. — di faccia. — Sta-
tua d’un eroe che nel ristauro, fu trasformata in un imperatore: a
sinistra, un Esculapio, lodevole per la bella esecuzione del pan-
neggiamento.
- Digitized by Google
Ottava Giornata.
522
XIX* scomparto a destra.— In basso, un porcellino di nero
antico, un cigno spaventato, eccellentemente condotto: una fe-
nice ardentesi su d’ un rogn, per rinascere dal suo cenere; un
cane, scolpito con sorprendente naturalezza. — In alto, torso di
un citaredo in alabastro fiorito. — di rimpetto. — In basso, due
Satiri inginocchiati, sorreggenti degli otri; ai lati di ognuno di
essi sono due antefisse assai bene scolpite.
XX* scomparto a DESTRA. — Tiberio sedente: questo celebre
simulacro fu trovato in Piperno sul finire del passato secolo, e
venne pagato 12, 600 scudi romani (67, 725 franchi). La bella
statua a destra rappresenta Diadumeno, figlio dell’imperatore
Macrino. La statua di Cupido che tende l’arco, posta dal sini-
stro lato, offreci una delle più belle ripetizioni del famoso Cupi-
do di Prassitele: questo prezioso marmo fu trovato in più pezzi
vicino al I.aterano, ed ebbe un diligente ristauro da Antonio
d’Este. — Il ricordato Ayez dipinse anche la lunetta di questo
scomparto, nella quale fece allusione al ritorno in Roma degli
antichi monumenti di belle arti. — incontro. — Frammento d’un
grande sarcofago, ove si vede un molino da grano: su questo
frammento avvi un piccolo monumento sepolcrale, in cui sono
scolpiti parecchi fanciulli d’ambo i sessi, i quali si trastullano al
giuoco delle noci. Dal sinistro lato, bella statua ristorata per
un’ Atropo, una delle Parche, proveniente dalla villa Adriana.
XXI* scomparto a destra. — In basso, nel mezzo, testa se-
micolossale di Giunone, marmo di molto merito; a sinistra, nel-
l'estremità della tavola, testa d’una statua di Venere, mirabile
per la buona esecuzione, e per la delicatezza dei lineamenti. — In
alto, nel mezzo, ritratto di Antonino Pio coronato di quercia, e
maggiore del naturale; a destra di esso ritratto, una bella testa
d’uno dei figliuoli di Niobe.
XXII* scomparto a destra. — Bella statua di Sileno che por-
ge del vino ad una tigre: questa ftatua rimane fra due torsi lo-
ricati, le cui teste, sebbene antiche, sono riportate; ed in quella
di esse che sta sul torso a sinistra raffiguriamo Druso, fratello
di Tiberio. — Al più volte nominato Ayez si deve il dipinto nella
lunetta, esprimente l’architettura protetta da Pio VII. — di fac-
cia. — Fra le statue di Diana Lucifera e di Sabina, moglie di
Adriano, sta collocato un busto colossale d’Iside, opera stupen-
da di greco scarpello.
XXIII* scomparto a destra. — In basso, il primo busto a si-
nistra è un ritratto di persona incognita, ma che ha qualche so-
miglianza con quelli di Aristotile. — Di sopra, una bella testo di
Digitized by Google
Corridoio Ckiaramonti. • 523
Pallade. — Grande ornato di bellissimo lavoro. — incontro. —
Dal destro lato, una figura di bassorilievo, di stile grossolano,
rappresentante Bone, divinità gnostica : il bassorilievo di mez-
zo esprime un sacrifizio mitriaco.
XXIV0 scomparto a destra. — Una statua di Cerere, pan-
neggiata, di assai buono stile, ed un’altra di Mercurio, trovata
in Roma vicino al Monte di Pietà. — La lunetta allude alla
scuola delle belle arti istituita nel pontificato di Pio VII, ed an-
che questa è opera dell’Ayez. — a rimpetto. — Statua di Clau-
dio, ed un bel torso, che si congettura appartenesse ad una sta-
tua di Apollo Celispice, a causa della zona, ornata coi 12 segni
dello zodiaco, che le attraversa il petto.
XXV° scomparto a destra. — In basso, nel mezzo, uno stu-
pendo busto colossale di Nettuno; a destra, un grazioso busto di
Bacco, col capo acconciato alla foggia di Venere; a sinistra,
N° 608, testa di Agrippina giuniore. — in prospetto. — Sull’al-
to, una statuina di Tifone, di stile egizio-romano.
XXVI0 scomparto a destra. — Statua semicolossale di Er-
cole. L’ ara su cui posa era nella villa Aldobrandini, ed ha in
ogni lato due divinità, cioè Apollo e Diana, Marte e Mercurio,
la Fortuna e la Speranza, Ercole e Silvano. — L’ affresco nella
lunetta di questo scomparto è un altro lavoro dell’ Ayez, e si ri-
ferisce al pubblico passeggio formato sul Pincio dalla munifi-
cenza del pontefice Pio VII.
XXVII0 scomparto a destra. — La statuina sull’alto, con in
capo il berretto frigio, ràppresenta il giovane ’Ati, sacerdote di
Cihele. — Il frammento dimezzo è allusivo alla f anciullezza di
Bacco; in quello a diritta si crede raffigurare Giunone e Teli;
quanto poi a quello da sinistra , formava esso parte d’ una
rappresentanza bacchica. Questi frammenti sono di eccellente
scultura. — incontro. — In basso, a sinistra, statuina rappre-
sentante Ganimede rapito da Giove sotto forma d’aquila; a de-
stra, Ercole fanciullo, statuetta di mediocre lavoro, ma interes-
sante pel soggetto, esprimendo l’eroe ch’uccide dei serpi. — Ih
sotto, nel mezzo, si vede un bassorilievo, che si rende osserva-
bile per esservi acuita una città cinta di mura, sulla riva di un
fiume, o presso il mare.
XX Vili0 scomparto a uretra. — Una ben panneggiata statua
di Pallade. — Nell’ affresco della lunetta Michelangelo Ridotti
ebbe ricordato il collocamento dei celebri arazzi di Raffaello,
eseguito nel pontificato di Pio VII. — di faccia. — Un sarcofa-
go, scolpitovi un molino da olio, e quivi si osserva anche una
statua della vestale Tuccia, con in mani il mistico vaglio.
Digitized by Google
524
Ottava Giornata.
XXIX0 scomparto a destra. — In basso, un bel busto inco-
gnito (è il primo a destra), in cui taluni pretendono raffigurare
Cicerone; un fanciullo con un vaso sulla spalla sinistra; una testa
colossale di Antonino Pio trovata in Ostia; una statuina esprimen-
tissima, in cui raffiguriamo Ulisse, tale quale si vede rappresen-
tato nelle medaglie delia famiglia Mamilia. — di prospetto. —
In basso, a destra, un’ erma bicipite di Giove Terminale, monu-
mento di stile greco antico, che ricorda la scuola di Calamideo
di Callimaco, ed in fine un torso di Fauno in basalte verde. —
A destra, bel frammento di un Fauno damante.
XXX0 scomparto a destra — Statua semicolossale di Er-
cole.— L’affresco nella lunetta è opera del Wise, ed allude al
gigantesco controforte, costruito d’ ordine di Pio VII per soste-
nere la parte meridionale del Colosseo. — La volta della scala
che si ha dinnanzi fu dipinta da Daniello da Volterra. Per essa
scala, che a sinistra conduce nel museo Egizio (1), si entra nel
MUSEO PIO-CLEMENTI JIO.
Alla munificenza dei pontefici Clemente XIII, Clemente XIV
e Pio VI si deve questa insigne ed immensa raccolta di antiche
sculture, a cui, appunto per ciò, si dà il nome di Museo Pio-C le-
ni enfino. L’ultimo dei suddetti papi fu quegli che ampliollo più
di ogni altro, non solo mediante l’acquisto di mo ta copia di
monumenti, ma anche coll’ avervi fatto costruire la sala degli
animali, una porzione della galleria, ir gabinetto, la sala delle
Muse, la grande sala rotonda, la sala a croce greca, la scala
grande, e la sala denominata della biga. E queste diverse parti
aggiunte da Pio VI al museo, costituenti esse sole un vasto edi-
fizio, possono, senza dubbio, essere riguardate come una delle
più magnificenti opere di Roma moderna, sia che si considerino
dal lato della magnificenza, o da quelli del buon gusto nelle ric-
che decorazioni, dell’armonia, e della buona disposizione archi-
tettonica. — Subito dopo l’accennata scala, si pone il piede nel
VESTIBOLO QUADRATO.
Si ammira nel mezzo il famoso frammento di greca scultura,
cognito col nome di Torso di Belvedere. Esso fece parte d’una
statua di Ercole in riposo, scolpita da Apollonio, figlio di Ne-
(1) Noi vi entreremo dall'ingresso che trovasi nella sala a croce greca.
Digitized by Google
Museo Pio-Clementino. 525
store, ateniese, conforme risulta dalla iscrizione, in greco idio-
ma, che si legge nel masso su cui posa il frammento. Questo
prezioso marmo, del quale si valse Michelangelo per formare il
suo grandioso stile, venne scoperto sul finire del XV secolo a
Campo di Fiore, presso il luogo ove esisteva il teatro di Pom-
peo. Sotto la finestra si vede la statua sepolcrale duna matrona
romana giacente su d’un letto conviviale, con un pomo nella
sinistra, e sopra il letto stesso scorgonsi due graziosi Amorini.
Addosso alla parete incontro sono collocati i monumenti rinve-
nuti nel sepolcro degli Scipioni, scoperto nel 1180, e del quale
si fece parola alla pag. 340. Questi monumenti consistono in
parecchie iscrizioni antichissime, che veggonsi incassate nella
parete: in un sarcofago di peperino, o pietra albana, ornato nel
fregio con rosoni e triglifi, e finalmente in un busto, pure di
peperino, coronato d’alloro: ed esso è probabilmente il ritratto
di alcuno degli Scipioni. La iscrizione poi, incisa nella parte an-
teriore del sarcofago, ne dà a conoscere, che esso servi di sepol-
cro a Cornelio Lucio Scipione Barbato , console nell’ anno di
Roma 456, e bisavolo di Scipione Affricano. Gli stucchi e le
pitture che abbelliscono il vestibolo in discorso sono opere di
Daniello da Volterra. — Viene poi il
VESTIBOLO ROTONDO.
Il centro di questo vestibolo è decorato d’una grande e pre-
giata tazza di paonazzetto. Le nicchie a destra contengono due
frammenti di statue virili egregiamente panneggiate, la prima
delle quali ha i sandali secondo costumavano gli antichi Greci.
Dei due frammenti nelle nicchie a sinistra, è assai commendevole
quello di una statua muliebre, sedente, per la squisita esecuzione
del panneggiare delle vesti. Sul balcone è posto un antico oro-
logio in marmo, su cui sono indicati i punti cardinali ed i nomi
dei venti, in greco ed in latino. Da esso balcone si ha una bella
veduta di Roma e suoi contorni: da ciò viene il nome di Belve-
dere, dato a questa parte del Vaticano. — Da questo vestibolo
si entra nella
CAMERA DEL MELEAGRO.
Questa camera piglia il nome dalla bella statua di Meleagro
che ne costituisco il precipuo ornamento; e se si eccettui il pan-
neggiamento che riesce alquanto duro e manierato, questa sta-
tua vuoisi riporre fra le migliori sculture trasmesseci dall’ anti-
Digitized by Google
b26
Ottava Giornata.
chità. Alcuni pretendono che essa fosse scoperta sull' Esquilino,
ed altri, fuori la porta Portese. Sulla parete a destra è murato
un grande bassorilievo, esprimente l’apoteosi di Omero celebrata
dalle Muse; e nella parete a rimpetto è un altro bassorilievo ove
si vede ritratto un porto di mare; questo marmo fu trovato nella
vigna Moiraghi sulla via Appia. La testa colossale che qui os-
servasi proviene dagli scavi di Ostia ed ha l’ effige di Traiano. Il
bassorilievo su cui essa è collocata rappresenta un'antica bireme
romana, piena di soldati pronti a combattere. — Rientrando nel
vestibolo rotondo si passa nel
PORTICO DEL CORTILE.
l*'u questo fatto costruire da Clemente XIV, con architetture
di Michelangelo Simonetti. Esso portico viene sostenuto da 16
colonne di granito, circonda una corte ottagona, e rimane di-
viso in quattro sezioni da altrettanti gabinetti. Il primo di questi,
a destra, contiene alcune opere del famoso scultore Antonio Ca-
nova: gli altri tre comprendono i più celebrati monumenti ed i
più insigni che ci restino dell’antica scultura.
Allorquando si entra nel portico, cioè nella prima sezione,
si trova subito, a destra, un grande sarcofago ornato di un bas-
sorilievo rappresentante Fauni e Baccanti che danzano. Viene
poscia il sarcofago di Sesto Varo Marcello, padre di Eliogabalo,
con iscrizione greca e latina; e di faccia al primo di essi sarco-
faghi è rimarchevole una stupenda urna balnearia di basalte ne-
ro, trovata vicino alle terme di Caracàlla.
Entrando nel primo gabinetto, si osserva nella grande nicchia
la statua di Perseo, ed ai lati quelle dei pugillatori Greugante e
Damosseno, opere insigni del Canova. Le due piccole nicchie
sotto l’arco, contengono le statue di Mercurio e di Pallade.
Passando da questo gabinetto nella seconda sezione del por-
tico, si vede subito, a destra, un sarcofago ornato d’un bassori-
lievo rappresentante Bacco che ritrova Arianna nell’isola di Nas-
se, e poscia un altro sarcofago ove si scorgono dei prigionieri
in atto d’implorare la clemenza del vincitore. Il nicchione con-
tiene un simulacro di Sallustia Barbia Orbiana, moglie di Ales-
sandro Severo, figurata in sembianza di Venere con Cupido; il
grande sarcofago seguente presentaci una battaglia eccellente-
mente scolpita in bassorilievo; ivi si scorge Achille sorreggente
Pentesilea, regina delle Amazzoni, la quale fu da lui ferita a
morte.
Digitized by Google
Museo Pio-C dementino
527
Di qui si entra nel secondo gabinetto, il cui principale orna-
mento è costituito dalla celebrata statua di Mercurio, denomi-
nato di Belvedere, scoperto sull’Esquilino; statua a cui viene an-
che dato il nome di Àntinoo. — Il bassorilievo murato nella pa-
rete destra, offreci un soggetto simile a quello che vedemmo
sopra, cioè, un combattimento nel quale Achille uccide Pente-
silea. Nel bassorilievo incontro è rappresentata una pompa isia-
ca. Nelle due nicchie di sotto all’ arco, sono le statue di Priapo
e di Ercole giovane.
Dopo questo gabinetto succede la terza sezione del portico.
Entrati appena in questa sezione, si presenta a destra un sarco-
fago, nell' innanzi del quale è scolpita la figura del defonto, ritto
in piedi fra due genii funebri, e quelli dell’ Inverno e dell'Au-
tunno: viene poi un altro sarcofago in cui si vedono delle Ne-
reidi che recano ad Achille le armi fabbricate da Vulcano; ed
ai lati della porta che introduce nella sala degli animali stanno
due grossi cani molossi di eccellente scultura. Il bassorilievo del
sarcofago che viene dopo esprime un combattimento fra gli Ate- •
niesi e le Amazzoni, e nell’altro vennero figurati i genii dei bac-
canali. Finalmente, nella parte che guarda verso il cortile, sono
osservabili due sorprendenti urne balnearie di granito rosso.
Eccoci pervenuti al terzo gabinetto, ove si ammira il famoso
gruppo diLaocoonte, sacerdote di Nettuno. Esso è rappresentato
con tutti i mezzi più sublimi dell’arte, nel momento in cui è vi-
cino a spirare, assieme ai due suoi giovanetti figli, fra gli acuti
morsi e gli avvolgimenti di due orribili serpi eccitatigli contro
da Minerva offesa da lui. Plinio ci fa sapere che gli autori di que- •
st’ opera maravigliosa furono Agesandro, Polidoro ed Atenodo-
ro, cittadini di Rodi. Il medesimo scrittore tessendo l’elogio che ’
merita questo capolavoro, narra che esso esisteva nel palazzo di
Tito. Infatti, fu appunto nelle rovine di tale edilìzio, eretto sul-
I'Esquilino, che esso venne scoperto nel 1506, sotto Giulio II,
da certo Febee De Freddi, e da dove venne trasferito al Vati-
cano nel pontificato del magnanimo Leone X . Lo stesso Plinio
credette che questo gruppo fosse d’ un solo masso di marmo ;
ma Michelangelo , avendolo minutamente osservato, scoperse
che si componeva di tre pezzi. Il destro braccio diLaocoonte, che,
secondo l’opinione del Canova e di altri celebri artefici, doveva
essere appoggiato sulla testa, come lo fanno supporre alcune
tracce di attaccature sopra i capelb, è di gesso, formato su quello
eseguito in istueco o da Michelangelo o da alcuno de’ suoi sco-
lari; le braccia destre dei giovanetti sono pure di gesso, ricavate
Digitized by Google
528
Ottava Giornata.
su quelle scolpite in marmo dal Cornacchini. — I due bassorilievi
laterali esprimono un baccanale ed il trionfo di Bacco, dopo le
vittorie ottenute nelle Indie. Nelle due nicchie sotto l’arco, veg-
gonsi la musa Polinnia, ed una Ninfa che tiene una conchiglia.
Da questo gabinetto si entra nell’ ultima sezione del portico,
ove si vede subito, sulla parete, un altorilievo rappresentante
Ercole con Telefo bambino, e Bacco appoggiato ad un fauno:
in basso, un sarcofago ornato di genii marziali. Viene poi una
preziosa urna balnearia di sorprendente grandezza, in granito
bigio, trovata nel mausoleo di Adriano; di sopra è rimarcabile
un bassorilievo di eccellente scultura, rappresentante Augusto
che va a sacrificare. Nella nicchia si osserva una bella statua di
Igia, dea della Salute , e nei lati sono due massi di alabastro
pregiatissimo, detto a pecorella. Il bassorilievo successivo, in
alto, ha per soggetto Roma che accompagna un imperatore vit-
torioso; di sotto è un’altra grandissima urna balnearia di gra-
nito rosso; si vede finalmente un sarcofago abbellito di Tritoni
e Nereidi.
Entriamo ora nel quarto ed ultimo gabinetto per ivi ammirare
le sovrumane bellezze del celebrato Apollo, detto di Belvedere.
Questa statua, con ogni ragione, viene fitenuta come una del-
le opere più sublimi dell' antica scultura, giacché in essa sfolgo-
reggiano, ad un tempo, nobile movenza, bellezza ideale in tutta
la sua sublimità, e maestoso aspetto di divinità sdegnata. Que-
sta statua, capolavoro di greca scultura, fu rinvenuta nelle ro-
vine dell’antica Anzio, sul finire del XV secolo. Giulio II, pri-
ma di essere eletto papa, ne fece acquisto, ed appena asceso al
trono volle che fosse collocata nel museo Vaticano. Essa è quasi
integra, giacché non ha di ristauro che l’ antibraccio destro, la
mano sinistra, e piccolissima parte del piede sinistro. Questi ri-
stami, a perfezione eseguiti, si devono alla scuola di Michelan-
gelo.— I bassorilievi nelle pareti rappresentano una caccia, e Pa-
sifae col toro: le due piccole nicchie contengono le statue di
Palude, e di Venere Vincitrice.
Uscendo da questo gabinetto si entra di nuovo nella prima
sezione del portico, e proprio in quella parte non ancora da noi
osservata. Si vedono dunque da questo lato due sarcofaghi: nel
primo è scolpito Ganimede; nell’altro, Bacco tra un fauno ed
una baccante. Incontro è un’urna balnearia di basalte verde, sco-
perta vicino alle terme di Caracalla assieme all’ altra già da noi
veduta nell'opposto lato, ed ambedue sono assai pregevoli. In
prospetto all'ingresso del descritto portico, sorgono due colonne
Digitized by Google
Museo Pio-Clementino.
529
ili marmo bianco, una intagliata ad arabeschi, l’altra a foglia-
mi.— Attraversando la corte, in cui sono pure alquanti antichi
monumenti, si entra nella
SALA DEGLI ANIMALI.
Essa rimane divisa in due sezioni mediante un vestibolo deco-
rato con quattro colonne di granito, e con antichi musaici che
ne compongono il pavimento. Allorquando Pio VI eresse questa
sala, ebbe idea di decorarla tutta intiera con simulacri di animali
di antica scultura; ma il poco numero che potè raccoglierne lo
fece risolvere a porvene anche dei moderni, dei quali affidò il
lavoro al Franzoni, artista celebre in questa specie di scultura.
Di questa ricca e rara collezione di animali in marmi diversi,
disposti con bell’ordine sopra due ordini di marmoree tavole
sorrette da eleganti mensole, non indicheremo, secondo il no-
stro metodo, se non che i più interessanti, incominciando dalla
sezione a sinistra nell’ entrare.
In mezzo alla parete incontro alle finestre, è rimarchevole in
ispecie il bel gruppo d’un Tritone che rapisce una Ninfa. —
Nella parete seguente vogliono essere osservati: Ercole che tra-
scina Cerbero incatenato; un cavallo eseguito con tutta perfe-
zione; una statua di Diana; Ercole che uccide Gerione: e final-
mente, volgendosi a destra, si scorge un superbo gruppo in
marmo bianco, il quale si compone di un feroce leone che divora
un cavallo morente. Il musaico che orna il centro del pavimento
fu trovato negli scavi operati nella tenuta di Roma Vecchia, e
rappresenta uccelli, pesci, frutta, ecc. Fanno poi bella mostra,
posti in isola nel mezzo, un elegante tripode colla tazza di verde
di Corsica, ed una tavola massiccia di bellissimo verde antico.
Passando nell’altra sezione della sala vediamo incontro alla
finestra di mezzo un gruppo mitriaco, dopo il quale vengono: a
sinistra, un bel cervo in alabastro fiorito; un piccolo leone in
breccia durissima, coi denti e la lingua di marmi differenti; Er-
cole che trascina il leone Nemèo dopo averlo atterrato; lo stesso
eroe che uccide Diomede ed i suoi cavalli, e finalmente un Cen-
tauro che, domato da un Amorino il quale lo cavalca, stringe un
lepre nella destra.
Dopo l’arco che dà adito nella Galleria delle Statue, si trova
la bella statua equestre di Commodo che lancia il giavellotto.
Ai lati della prima finestra, sono: un bel leone di breccia gialla,
ed una piccola tigre di granito egizio: ivi presso, è un grande
23
Digitized by Google
530
Ottava Giornata.
leone in marmo bifrio con una testa di vitello abbrancata fra le
proprie zampe. Anche il pavimento di questa sezione è deco-
rato d'un musaico simile a quello della sezione precedente, e
proviene dagli scavi medesimi. Qui ancora vediamo, isolati nel
mezzo, un tripode con UDa preziosa tazza di paonazzetto, ed una
tavola massiccia di verde antico. — Di quivi si passa nella •
GALLERIA DELLE STATUE.
Questa galleria fu fatta ^costruire da Clemente XIV, ma Pio
VI la prolungò dalla parte occidentale.
Essa contiene insigni monumenti. Cominciando il giro da de-
stra, entrando, sono degni di speciale ricordo: la statua loricata
di Clodio Albino; una bella mezza figura di Amore, opera di
greco scarpello; la statua nuda di un atleta, colle braccia e le
gambe di moderno ristauro; la statua semicolossale sedente di
Paride col pomo nella destra; una superba statua di Pallade che,
nel ristauro, venne mutata in una Minerva Pacifera, avente nella
mano diritta un elmo di bronzo; Penelope seduta, di stile gre-
co antico; un simulacro affatto nudo di Caio Caligola; Apollo
Sauro dono. ossia cacciatore di lueerte; una bellissima statua di
un’Amazzone: Giunone, statua ben panneggiata e di molto me-
rito; la musa Urania, marmo di lodevole lavoro. Ai lati dell’arco
che mette alla sala dei busti sono rimarchevoli due belle statue
sedenti, delle quali, quella a destra rappresenta Posidippo, e
l’altra Monandro, ambidue poeti comici di Grecia.
Volgendosi all’altro lato della sala, si scorge da prima una
statuina di Nerone, effigiato sedente ed in sembianza di Apollo
Citaredo. Quindi voglionsi osservare: un simulacro in tutto nu-
do. di Settimio Severo; un Nettuno; una pregiata statua, affatto
nuda, di Adone ferito; un Bacco giacente, opera di ottimo stile,
ed un gruppo di Esculapio, con Igia sua figlia. Più innanzi, me-
ritano attenzione, una figura giacente, rappresentante una tale
Fenia Nicopoli, come lo attesta il nome scrittovi, ed una bella
statua seminuda, sostenente una moderna conca, e che credesi
una delle Danaidi. In fondo si ammira la bellissima statua gia-
cente di Arianna, addormentata nell’ isola di Nasso, conosciuta
comunemente col nome di Cleopatra; nella base su cui posa è
scolpita la guerra degli dei coi giganti. Ai lati sorgono i due
stupendi candelabri di marmo bianco, trovati nella villa Adriana.
Poi veggonsi, a sinistra, le statue di Mercurio e di Lucio Vero.
Il pregevole vaso di alabastro cotognino che qui si scorge
isolato, venne scoperto non molto lungi dal mausoleo di Augu-
Digitized by Google
Museo Pio-Clementino.
531
sto: riguardo all’uso di tale vaso ne parlammo apag. 250 trat-
tando del suo discoprimento. La grande vasca di alabastro che
pur decora questa galleria, fu trovata, nel 1853, sulla piazza dei
ss. Apostoli, facendo uno scavo per costruire una chiavica.
Torniamo all’ altra estremità della galleria, ed entriamo nella
SALA DEI BUSTI.
La medesima rimane divisa in tre sezioni per mezzo d’ altret-
tanti archi sorretti da colonne incrostate di giallo antico, coi loro
contropilastri di una pregevole qualità di breccia. Su due ordini
di tavole in marmo, risaltanti dalle pareti e sostenute da eleganti
mensole, sono collocati moltissimi busti e teste.
Nella prima sezione veggonsi due magnifiche colonne di dif-
ferente lavoro. Quella a destra è scanalata a spire, con sopravi
una testa di Bacco in rosso antico; l’altra ha tre ninfe danzanti
scolpite all’ intorno; questa colonna esisteva già nel palazzo Ot-
toboni dei duchi di Piano. Nel centro della seconda sezione os-
servasi una tazza di marmb bianco, immaginata ed eseguita con
molto buon gusto. In mezzo poi del piccolo vestibolo a destra,
elevasi un elegante tripode di marmo la cui tazza è adorna di
squisiti intagli, e nella nicchia si scorge ima statua di Livia
Drusilla, quarta moglie di Augusto, effigiata in aspetto di Pietà.
La grande nicchia in fondo della terza sezione di questa sala,
contiene il famoso Giove, detto dei Verospi, perchè appartenne
ad una famiglia di tal nome. Esso è rappresentato assiso col-
P aquila a’ piedi e il fulmine nella destra, ma il suo volto è pa-
cato e sereno. Innanzi a questo simulacro, si osserva un globo
celeste sopra cui sono scolpiti i principali pianeti, e la zona coi
dodici segni dello zodiaco; e nei lati sono due vasi, uno de’quali
è di breccia affricana, e l’altro di alabastro di Civitavecchia.
Tornando ora nella galleria delle statue, si trova a destra,
quasi nel fondo, un vestibolo, ove sorge un’ara rotonda, fregiata
da un bassorilievo assai bello, rappresentante un baccanale.
Da questo vestibolo si entra in un magnifico gabinetto, e nel
passaggio che lo precede, oltre due statuette, una di un fauno
danzante, l'altra di Domizia in forma di Diana, si vede anche un
piccolo bassorilievo esprimente tre vincitori nei giuochi atletici,
con vasi e palme, premii della loro vittoria, e coi loro nomi scol-
piti in greco .
gabinetto. — Nella decorazione di cosi piccolo locale sfog-
giarono, a gara, la munificenza del fondatore ed il genio del
23*
Digitized by Google
532
Ottava 0 tornata.
Simonetti, che edificollo d’ordine di Pio VI. II gabinetto di cui
rì tratta va adorno di otto colonne di sceltissimo alabastro, e di
altrettanti pilastri simili. Sull’alto delle pareti ricorre un fregio
con festoni e putti di antica scultura, e la volta è interamente
abbellita con pitture ad olio, opere di Domenico Deangelis. Nel
quadro di mezzo l’artefice rappresentò le nozze di Bacco con
Arianna, e negli altri, Paride che dà il pomo a Venere, Diana
ed Endimione, Venere ed Adone, e Paride che nega a Minerva
il pomo. Osserviamo ora i preziosi monumenti raccolti in questo
ricco gabinetto.
Entrandovi, si vede subito a destra la statua d’una danzatrice
scolpita con molta verità e grazia; e nel bassorilievo in alto, si
scorge il carro del Sole con alcune altre divinità. Nella nicchia
a lato, si ammira una sublime statua di Venere, rappresentata
nel pieno delle sue grazie e della sua bellezza, appena uscita dal
bagno: questo capolavoro proviene dalla tenuta di Salone. II
bassorilievo al di sopra ha per soggetto l’apoteosi di Adriano.
Nella seguente statua raffiguriamo Diana Lucifera; il superior
bassorilievo presenta un altro carro del Sole, con altre divinità;
e quello sul cancello esprime alquante delle fatiche di Ercole.
La successiva nicchia contiene il superbo Fauno di rosso antico,
trovato nella villa Adriana, in Tivoli: vicino a questo raro monu-
mento, è la bella statua d’un sacerdote mitriaco, cognita col no-
me di Paride, e nel bassorilievo al di sopra si veggono scolpite,
entro cinque piccole edicole, alcune divinità, e talune avventure
di Ercole. Nella nicchia fra le finestre, si scorge un bel simula-
cro di Minerva, ed innanzi alle medesime sono, una stupenda
tazza di rosso antico, ed una sedia balnearia dello stesso marmo:
inoltre, nella parete frammezzo alle suddette finestre, è incassato
un antico musaico, con soggetti allusivi al' Nilo, scoperto nella
villa Adriana. — Volgendosi verso la parete seguente, si vede da
prima una statua di Ganimede, scultura di singolare delicatezza
e conservazione: il bassorilievo di sopra, diviso in cinque edico-
lette,come quello incontro, ci presenta Minerva, Giunone e Bac-
co, come pure Ercole fanciullo che strangola i serpi, e lo stesso
eroe in atto di suonare la lira. La nicchia contiene una maravi-
gliosa statua di Adone, o di Cupido, e nel bassorilievo sopra la
porta, sono espresse alcune delle fatiche di Ercole.
Per di sotto alle quattro nicchie sono collocati altrettanti se-
dili di porfido, con piedi in metallo dorato; il centro del pavi-
mento va adorno con un musaico antico di squisito lavoro, pro-
veniente dalla villa Adriana: esso è diviso in quattro scomparti,
Digitized by Google
Museo Pio-Clementino.
533
e circondato da un fregio di frutti e di pampini verdeggianti,
intralciati con nastri. Tre dei detti scomparti ne offrono masche-
re, ed il quarto un paese in cui si vedono pecore, capre e pasto-
ri. — Tornando nella sala degli animali, al dritto lato di essa si
trova l’adito alla
SALA DELLE MUSE.
Questa sala ottagona, eretta parimenti da Pio VI con archi-
tetture del ricordato Simonetti,' rimane decorata da 16 colonne
di marmo di Carrara, con capitelli provenienti dalla villa Adriana .
A destra, entrando nell'andito che precede la sala, si trovano:
un’erma di Diogene, una statua di Sileno, ed una piccola erma
di Sofocle, che fece raffigurare il ritratto di questo sommo poe-
ta tragico. Incontro a quest’erma avvene un’ altra incognita; e
poscia veggonsi, una statua di Bacco in abito donnesco, ed
un’erma di Omero. I due bassorilievi murati nelle pareti, rappre-
sentano una danza di Coribanti, e la nascita di Bacco uscito dalla
coscia di Giove.
Entriamo adesso nella sala ottagona, ove sono collocate le sta-
tue delle Muse trovate in Tivoli, nel 1174, nel luogo in cui già
fu la villa di Cassio, ove erano raccolte unitamente alle erme dei
savi della Grecia. Questa collezione di Muse è senza dubbio la
più bella e la più completa che si conosca.
Entrati appena, si scorge a destra un’erma di Epicuro; viene
poi la statua di Melpomene, la cui testa, coronata di pampini, è
assai bella: la movenza eroica di questa figura, la maschera che
ha nella destra ed il pugnale che stringe nella sinistra, fan si che
venga riconosciuta per la musa della Tragedia. Segue ferma di
Zenone lo stoico, e poi quella rarissima di fischine, col nome
scritto in. greco sul petto: qui vuoisi osservare, che la scoperta
di questo marmo non solo ci diede il ritratto identico del celebre
oratore, emulo di Demostene, ma valse ancora a persuadere gli
archeologi, a ritenere come un simulacro di Eschine la famosa
statua esistente nel gran museo di Napoli, la quale credevasi una
rappresentanza di Aristide. Poi osservasi la statua sedente di
Talia, musa della Commedia, coi simboli che a lei si addicono.
La statua appresso, che, ritta sulla persona, tiene il globo cele-
ste nella mano sinistra, rappresenta Urania, musa dell’Astrono-
mia. Questa statua mancava fra le Muse scoperte in Tivoli, e
proviene da Velletri, ove esisteva nel palazzo Lancellotti. Nella
statua assisa che scorgesi a lato, riconosciamo Clio, musa della
Storia, simboleggiata da quel papiro che ha nella sinistra, e che
Digitized by Google
534
Ottava Giornata.
le si svolge nel seno. L’erma che viene dopo offreci l’ effige di
Demostene, e poscia vedesi quella di Antistene, col suo nome,
ed è questo l’unico marmo da cui si riconosca con certezza l’ef-
fige del fondatore della setta cinica. La statua accanto, ritta in
piedi, coronata di rose e ravvolta nel manto, rappresenta Polin-
nia, musa della Favola e della Pantomima; e l’erma successiva
ci porge il ritratto di Metrodoro.
Proseguendo il giro della sala ottagona, si trovano da prima,
l’erma di Alcibiade; la statua di Erato, musa della Poesia lirica,
ed altre due erme: la prima di esse ha gli occhi chiusi e si crede
il ritratto di Epimenide, indovino e poeta cretense, venuto in fa-
ma a causa del sonno da cui era oppresso di continuo; l’altra
erma rappresenta Socrate. Poscia si osservano: 'una statua se-
dente di Calliope, musa della Poesia epica, ed Apollo Citaredo
in atto di cantare, accompagnando il canto col suono della sua
lira, in uno dei corni della quale è scolpito il supplizio di Mar-
sia. Si vedono in seguito: Tersicore, musa della Danza, atteg-
giata con molta leggiadria; un’erma di Milziade, con in capo
l’elmo; un’erma di Zenone epicureo, col nome scritto sul petto;
Euterpe che, seduta assai graziosamente, presiede alla Musica
avendo le tibie nella destra, e finalmente l’erma di Euripide, fa-
moso poeta tragico. Dei due bassorilievi nelle pareti, quello a
destra rappresenta il combattimento dei Centauri coi Lapiti, e
l’altro incontro, esprime una pugna fra Centauri e Fauni.
Nel pavimento di questa sala, composto di bei marmi, sono
incastrati alcuni musaici rappresentanti attori teatrali e masche-
re sceniche: questi musaici vennero scoperti nell’antico Lorium,
oggi Castel di Guido. Quello però del mezzo, lavorato in ara-
beschi con la testa di Medusa nel centro, fu scoperto vicino a
s. Maria Maggiore, nella villa Caetani ch'ivi esisteva. Le pitture
nella volta sono del Conca, ed alludono ai descritti monumenti.
Procedendo nell’ andito che introduce alla gran sala rotonda,
si vedono, a destra, un’ erma di Aspasia col capo velato ed il
nome scrittovi sotto, trovata a Castro Nuovo; una statua mu-
liebre sedente, con un papiro nella sinistra, e che si crede sia il
simulacro della celebre poetessa Saffo; un’erma di Pericle, unico
ritratto di questo insigne ateniese, su cui leggasi il suo nome;
ed un’erma di Solone, mancante del capo. Dall’altra parte ab-
biamo, l’erma di Pittaco, pure senza testa, poi quella dr Biante;
una statua del celebre legislatore Licurgo; ed un’erma di Pe-
riandro, col suo nome ed una sentenza in greco, ritratto unico di
questo personaggio. Uno dei due bassorilievi sulle pareti rap-
presenta una ceremonia nuziale, e l’altro il ratto di Proserpina.
t
Digitized by Google
Museo Pio-C fomentino. „ 535
Prima di entrare nel salone rotondo, si vede nella nicchia a
destra una statua diPallade; di sopra è un medaglione con Giu-
none d’alto rilievo, e di sotto scorgesi un bassorilievo con una
testa di Medusa nel mezzo d’un festone. La nicchia incontro
contiene la statua di Mnemosine, madre delle Muse, collocata
su di un piccolo sarcofago in cui sono scolpiti tre’ poeti, ognuno
accanto alla sua musa. — Segue immediatamente la
SALA ROTONDA.
La costruzione di questa magnifica sala, deesi pure al magna-
nimo pontefice Pio VI, il quale fecela architettare dal ricordato
Simonetti. Essa conta 17 met. e 70 c. di diametro, piglia lume
principalmente da un’apertura circolare praticata nel mezzo della
volta, ed è decorata da 10 grandi pilastri di marmo di Carrara,
con capitelli assai bene intagliati dal Franzoni. Attorno a que-
sta vasta sala veggonsi statue e busti colossali: questi sono
collocati sopra rocchi di colonne di porfido rosso, aventi basi di
squisito intaglio, pella maggior parte antiche; e quelle sono con-
tenute entro otto grandi nicchie che apronsi fra i ricordati pila-
stri. Ai lati dell’ingresso si scorgono due erme colossali di Bac-
canti, o piuttosto delle Muse della Commedia e della Tragedia;
questi due marmi, di eccellente scultura e benissimo conservati,
provengono dalla villa Adriana.
Volgendosi sulla diritta, entrando nella sala, si vede subito il
fatnoso busto di Giove, trovato in Otricoli. La nicchia a lato con-
tiene la sorprendente statua. di Antinoo, che ammiravasi nel mu-
seo Lateranense. Questo capolavoro dell’antica scultura, il cui
panneggiamento è in gran parte ristaurato, appartenne alla no-
bile famiglia Braschi, e fu scoperto in Palestrina. Poscia seguo-
no: un busto di Faustina seniore; la statua di Augusto in veste
di sagrificatore, o piuttosto una rappresentanza del suo Genio;
una testa colossale di Adriano, trovata presso il suo mausoleo,
oggi Castel s. Angelo. Nella nicchia che segue osservasi la sta-
tua colossale di Ercole in bronzo dorato, della quale fu arricchi-
ta questa sala nel 1866. Essa è alta 3 met. e 83 cent., ed è una
delle più grandi fra le statue antiche che si conoscano di tal me-
tallo. Non può dubitarsi che non sia opera greca; ma, a giudi-
zio degl’ intendenti, non merita gli elogi che le vennero tribu-
tati in occasione del discoprimento. Infatti, anche il suo insieme
noifva esente da qualche menda, giacché la metà superiore, per
mancanza di giuste proporzioni , si rende pesante, e massiccia
Digitized by Google
536
Ottava Giornata.
sulla metà inferiore. Fu scoperta nel 1864. facendo uno scavo
per le fondamenta di nuove costruzioni nel cortile del palazzo
Righetti, già Pio, eretto sulle rovine del teatro di Pompeo, pres-
so Campo di Fiore. La statua fu trovata alla profondità di circa
8 metri dal suolo, racchiusa in una specie di cassa, formata con
grandi lastre di pietra. Era mancante di ambedue i piedi ed ave-
va un grande foro nella sommità della testa. Il piede destro fu
trovato nello stesso scavo, e quindi ricongiunto; l’ altro venne
supplito di gesso, tinto ad imitazione di bronzo dorato, e fu ese-
guito sul modello del Tenerani; il tutto per commissione del go-
verno che aveva già comperato questa statua dal cav. Pietro Ri-
ghetti per la somma di scudi 50 mila (268,750 franchi). Poi si
osservano: un busto assai pregevole di Àntinoo, scoperto nelle
rovine della villa Adriana; il simulare di Antonino Pio, in corazza
e manto imperiale: un’erma rappresentante l’Oceano; Nerva se-
dente, quasi nudo fino ai fianchi, nel rimanente coperto da am-
pio manto, ed il busto di Giove Serapide, la cui testa era coro-
nata de’ sette pianeti, come l’indicano i sette buchi ne'quali erano
altrettanti raggi di bronzo dorato. La nicchia appresso contiene
la stupenda statua di Giunone che vedovasi nel palazzo Barbe-
rini : quindi succedono, una testa colossale coronata di quercia,
rappresentante Claudio; la statua di Giunone Sospita, o Lanu-
vina, armata, e con indosso la pelle della capra Amaltèa; un bu-
sto di Plotina moglie di Traiano; il ritratto di Giulia Pia; Cerere,
figura di stile duro e severo, ed infine osservasi un busto lori-
cato di Publio Elio Pertinace.
Nel mezzo della sala, sorge, su quattro piedi di bronzo dorato,
la sorprendente tazza di porfido rosso. Questo monumento, unico
nel suo gènere, è di un solo masso ed ha 14 met. e 40 cent, di
circonferenza; esso proviene dalle terme Diocleziane, e dopo di-
verse traslocazioni, il pontefice Pio VI volle che formasse uno
de’ principali ornamenti di questo salone.
Il pavimento di questa medesima sala è abbellito con isquisiti
musaici antichi. Quello a differenti colori, che figura nella parte
centrale, fu trovato in Otricoli. Esso viene diviso in più com-
partimenti mediante festoni e meandri bellissimi; nel mezzo, giu-
sto sotto la gran tazza, scorgesi una testa di Medusa, poi vi sono
rappresentati varii combattimenti fra Centauri e Lapiti; od at-
torno veggonsi delle Ninfe sopra mostri marini, e parecchi Tri-
toni. La fascia lavorata a bianco e nero, sulla quale si camm^ia,
fu scoperta nelle vicinanze di Scrofano, e vi si scorge l’avven-
tura di Ulisse colle Sirene. — Si passa quindi nella
Digitized by Googl
Museo Pio-Clementino.
SALA A CROCE GRECA.
537
11 sullodato pontefice Pio VI fece erigere, da Michelangelo
Simonetti, anche questa sala, la cui grande porta è al certo la
più magnifica e la più bella che immaginare si possa. Gli stipiti
sono di granito rosso di Egitto, e dello stesso marmo sono i
due rocchi di colonne sui quali sorgono due grandi statue, di
stile imitante l’egizio, pure di granito rosso: esse furono trovate
nella villa Adriana, e si crede che ne decorassero uno degl’ in-
gressi principali. Queste statue sostengono il cornicione alla
foggia delle Cariatidi, e nel fregio si legge in lettere di metallo
dorato: mvsevm pivm. Sopra il detto cornicione sono due belli
vasi di granito rosso, e nel mezzo si scorge un bellissimo bas-
sorilievo antico, rappresentante un combattimento di gladiatori
con bestie feroci.
Frai monumenti raccolti in questa sala, a dritta di chi entra
in essa, è rimarchevole la statua seminuda di Augusto, che ve-
devasi nel palazzo Verospi. Innanzi alla finestra è collocata la
magnifica urna sepolcrale di porfido rosso, tutta scolpita a bas-
sorilievi, rappresentanti i Genii della vendemmia, animali e gran-
di arabeschi. Quest’ urna, che servì di tomba a s. Costanza, fu
trovata nella chiesa a lei sacra sulla via Nomentana, da dove
venne qui trasportata per ordine del pontefice Pio VI.
Ai lati dello sfondo ove sta la descritta urna, apronsi due nic-
chie: in quella a destra è la statua di Lucio Vero giovane, tro-
vata in Otricoli; quella a sinistra contiene la statua sedente di
una Musa, proveniente pure da Otricoli, e si suppone che ne de-
corasse il teatro.
Uscendo dallo sfondo, e continuando il giro della sala, si tro-
va subito a destra una statua di Venere, e al di sopra sta incas-
sato nella parete un bassorilievo con tre Muse. Delle due sfingi
colossali di granito egizio che quivi si osservano, una si rinven-
ne fuori la porta del Popolo, l’ altra fu scoperta costruendo la
scalinata avanti la facciata di s. Pietro. Incontro alla suindicata
Venere, è la statua di Erato colla sua lira, ed in alto scorgesi
un bassorilievo con tre Muse, simile a quello incontro.
Continuando il giro della sala, ammirasi l’altra stupenda urna
di porfido rosso: questo monumento racchiuse le ceneri di s.Ele-
na madre di Costantino, e fu trovato a Tor-Pignattara, ove ap-
punto era il mausoleo di quella imperatrice. Le figure di guer-
rieri e di schiavi che vi si vedono scolpite attorno in altorilievo,
Digitized by Google
538
Ottava Giornata.
alludono alle gloriose gesta di quell’imperatore; ed il coperchio
va adorno di putti, animali e festoni.
Entrando nello sfondo, nella nicchia dal canto destro osser-
vasi la statua sedente della musa Euterpe, col flauto nella de-
stra: presso di essa è una figura muliebre velata, con diadema
sul capo. Dall’altro lato vedesi una statua virile affatto nuda, e
la nicchia contiene il simulacro di un oratore in atto di arringare,
proveniente dagli scavi di Otricoli. Al di sopra £oi è incassata
nel muro una Vittoria scolpita in bassorilievo, la quale insieme
coll’altra che le rimane dicontro, sostenevano la grande iscri-
zione latina posta nel mezzo, già esistente alle terme di s.Elena.
Finalmente la nicchia presso la porta, contiene una statua di
Augusto rappresentato come pontefice massimo, e questo mo-
numento ancora fu trovato in Otricoli.
Il pavimento di questa sala va adorno di un musaico con ara-
beschi e con un busto di Minerva nel mezzo: questo bel musai-
co fu scoperto presso l’ antico Tuscolo. — Questa sala congiun-
gesi colla scala principale del Museo, ma prima di parlare di
essa, entriamo nel
MUSEO EGIZIO.
Il pontefice Pio VII aveva fatto una piccola raccolta di mo-
numenti egizii; fu però Gregorio XVI quegli che deliberò di
formare questo nuovo museo, in cui riuni tutti i monumenti di
questa specie, i quali esistevano nel Vaticano, nel museo Capi-
tolino, o in altri luoghi di Roma.
vestibolo. — Visi osservano alquante urne o sarcofaghi di
basalto, con geroglifici all’ intorno, e sopra uno di essi si legge
il nome d’uno scriba sacro, e sacerdote del re Psammete I, chia-
mato Ne it h- mai. Sono vi pure dei coperchi di casse mortuarie
con geroglifici.
sala dei monumenti di stile egizio. — In fondo si ammira
la superba statua di granito nero brecciato, con geroglifici, tro-
vata negli orti Sallustiani. Appellasi comunemente Iside; il sim-
bolo però dell’ avvoltoio, farebbela piuttosto raffigurare per una
Neith. o la Minerva egizia; tuttavia si rileva dalla iscrizione, es-
ser questo il simulacro d 'Ivvea, madre di Sesostri, o di Ramesse
III, il grande, sotto l’aspetto di quella divinità. Questa statua
esisteva già nel museo Capitolino. Dai lati sono due leoni assai
belli, i quali decoravano la mostra principale dell’ acqua Felice
a Termini, e vennero trovati nel 1443 vicino al Pantheon. I ge-
roglifici nel plinto provano, che essi furono fatti scolpire e de-
Digitized by Google
Museo Egizio. 53ì>
dicare dal re Achori, ossia Nectanebo, della XXIX dinastia, ul-
tima dei Faraoni. A destra richiamano l’attenzione dell’osser-
vatore, il colosso della dea Neith, altre volte esistente nel mu-
seo Capitolino, e quelli, parimenti in granito, di Tolomeo F'ila-
delfo e di Arsinoe sua moglie, che già stavano nel cortile del
palazzo dei Conservatori sul Campidoglio. A sinistra si rende
degna di osservazione la parte inferiore d’ una statua sedente,
col nome del suddetto re Achori, la quale proviene dalla città
di Kepi. — A destra si trova la
sala, delle opere d’ imitazione. — Sono raccolti in questa sa-
la, divisa in due, tutti i monumenti in marmi colorati scoperti
nella villa Adriana in Tivoli, i quali in passato si osservavano in
una camera del museo Capitolino. Fra di essi signoreggia la beh
lissima statua colossale di marmo bianco, rappresentante Anti-
noo sotto figura d’una divinità egizia; essa fu trovata nella villa
Adriana, e poscia ammiravasi nel ricordato museo. In fine è de-
gno di osservazione il bel colosso di marmo bigio scuro, che
rappresenta il Nilo giacente.
emiciclo. — In questo emiciclo sono raccolte quelle statue co-
lossali di granito nero, sì sedenti, e sì in piedi, che rappresen-
tano divinità muliebri con testa di leonessa, alle quali si dà il
nome d’ Iside, ma che però sono altrettante rappresentanze di
Athor, la Venere dei Greci. Nel centro della curva si vedono
due mummie virili entro le loro casse, in una delle quali casse si
osserva, per la prima volta, scritto il nome del defonto che fu
sacerdote di Ammon-rà, ed appartenne alla XVIII dinastia rea-
le, poiché in un cartello sospeso ad un cordone, e che gli scende
dal collo al petto, si legge il nome di Amenof-ttp, capo della
suddetta dinastia.
camere dei papiri i. — Esse sono precedute da tre stanze nel-
le quali si custodiscono oggetti di piccola mole, consistenti in
ismalti, pietre, bronzi e legni: fra tutto questo si fa distinguere
il famoso scarabeo in diaspro durissimo con una iscrizione di un-
dici linee portante la data dell’anno XI del regno di Amenonji
III, e di Taia sua consorte.
Ora parliamo dei papirii. Alcuni di essi sono scritti in caratte-
re geroglifico, altri in geratico, e taluni in demotico. La massi-
ma parte sono funebri e colla rappresentanza degli Amenti, os-
sia del giudizio delle anime, secondo la teogonia egizia. Di questi
ultimi, coinè pure dei demotici , cioè sciatti con caratteri popo-
lari, o antichi, o del tempo dei Lagidi, diedene il card. Mai un
dotto cenno, scritto da lui quando era prefetto della biblioteca
Vaticana.
Digitized by Google
540
Ottava Giornata.
Entro l’ultima camera si conservano alquanti monumenti egi-
zi i di vario genere, ed ivi esiste eziandio una serie di pietre in-
cise con caratteri cufici, ossia in arabo antico. — Tornando nella
sala a croce greca, si trova a sinistra la
SCALA PRINCIPALE DEL MUSEO.
Questa magnifica scala di marmo di Carrara, si divide in tre
rampe, delle quali, le due laterali conducono alle gallerie supe-
riori, e quella di mezzo porta alla biblioteca ed al giardino. La
detta sala è decorata di 20 colonne di granito, e di balaustrate
di bronzo con basi e cimasa di marmo bianco. In basso, nella di-
visione di mezzo, si vede la porta della biblioteca avente gli stipiti
di granito rosso ed un cancello di ferro con cristalli. La porta
principale presso questo medesimo ripiano, decorata con disegno
di Giuseppe Camporese, forma all’esterno un magnifico ingresso
al museo. Questa porta rimane fiancheggiata da due belle co-
lonne di cipollino, e mediante quattro archi che si aprono nel-
l’interno, introduce al museo, al giardino, aUa via pubblica, ed
al cortile degli archi vii.
Tornando al primo ripiano, si vede, incontro al cancello del
museo egizio, una statua colossale di un fiume, alla quale il Bo-
narruoti rifece la testa. — Salendo al secondo ripiano, si trova a
destra la
CAMERA DELLA BIGA.
Anche questa graziosa camera rotonda, fu eretta per ordine
di Pio VI, dal suddetto Camporese, che la decorò di 4 nicchie,
fiancheggiate da 8 colonne scanalate di marmo bianco, soste-
nenti il cornicione di egual pietra, su cui spiccasi la volta ador-
na di cassettoni con rosoni.
Questa camera riceve il nome dalla biga di marmo bianco
collocata nel mezzo, e tirata da due cavalli pure di marmo. La
sedia di questo carro è intieramente antica, ed è pure antico il
torso del cavallo a destra: il rimanente è tutta opera moderna
del celebre Franzoni.
Il primo monumento a destra, entrando, è una statua mulie-
bre, creduta la musa Polinnia. La nicchia accanto contiene una
statua con lunga barba, portante il nome di Sardanapalo inciso
nel suo manto: ad onta però di tale iscrizione, che è antica, si è
preteso, che questo simulacro rappresenti Bacco indiano. Subito
dopo si vede un Bacco di eccellente lavoro. Dall’altro lato della
Digitized by Google
541
Camera della Biga.
finestra è la statua d’un guerriere che preme un elmo col piede
destro: essa rappresenta Alcibiade, come lo dimostra l’erma esi-
stente nella camera delle Muse, sulla quale si legge, in greco, il
nome di lui. Occupa l’altra nicchia il simulacro di un personag-
gio romano in atto di sacrificare, il cui grandioso panneggia-
mento è di stile assai lodevole: viene poi la statua nuda di Apollo
Citaredo. Dall’opposto lato della finestra v’ è una bella figura
d’ un discobulo, e nella nicchia una statua clamidata: essa è il
ritratto di alcun distinto personaggio greco, a cui si dà il nome
di Focione. Segue il pregiatissimo discobulo in atto di lanciare
il disco, copia di quello in bronzo eseguito dal celebre Mirone.
Dall’ altra parte della finestra si vede un auriga circense, ed en-
tro la nicchia la statua d’ un filosofo greco con un volume nella
sinistra: non rassomiglia esso a Sesto di Cheronea, come da ta-
luni si pretende, ma sì ad Apollonio Tianeo, uno dei più insigni
filosofi del II secolo dell’ era volgare; ed in fine si osserva una
Diana cacciatrice. Sotto le nicchie sono collocati quattro sarco-
faghi adorni di bassorilievi: tre di tali bassorilievi esprimono i
giuochi circensi eseguiti da Genii, e l’ altro rappresenta i Genii *
delle Muse, delle quali portano gli attributi.
Uscendo da questa camera, si salisce, mediante una scala or-
nata di quattro colonne di breccia corallina antica, ad un ripiano
decorato aneli’ esso con belle colonne. In questo ripiano avvi
un’ampia finestra di dove si vede la magnifica porta che osservam-
mo nella sala a croce greca. Tale finestra rimane fiancheggiata
da due pregevoli colonne di porfido verde, fra le quali elevasi
un grande vaso di granito egualmènte verde. Nella parete a de-
stra, avvi un tripode d’ altorilievo, in cui è scolpito Ercole che
uccide i figli d’Ippocoonte, e fu trovato sulla via Appia. — L’in-
gresso di fianco mette nel
MUSEO ETRUSCO-GREGORIANO.
Già da parecchi anni la commissione di antichità e belle arti
occupavasi, d’ordine del governo, a formare una scelta raccolta
dei più preziosi monumenti etruschi rinvenuti a’ nostri giorni
negli scavi praticati in una parte del suolo dell’antica Etruria. In
seguito piacque a Gregorio XVI di formare con essi un nuovo
museo che rimase compiuto nel 1837 ; e quivi ancora , per non
dipartirci dal nostro metodo di brevità, indicheremo soltanto gli
oggetti più pregevoli.
Digitized by Google
542
Ottava Giornata.
Negli anditi si osservano parecchie urne di terra cotta, colle
effige dei defonti, ed anche delle urnette eseguite in alabastro
di Volterra.
prima camera. — Urna di nenfro, (specie di pietra somigliante
al peperino); nel bassorilievo che l’adorna si scorge pure un sa-
crifizio umano. Ivi sono ancora alcune urnette cinerarie in terra
disseccata, illustrate già da Alessandro Visconti e dal Tambroni.
seconda camera. — Statua di Mercurio; piccola urna colla
morte di Adone in altorilievo: alquante terre cotte etrusclie, ed
alcune romane.
terza camera. — Quivi ha principio la collezione dei vasi di-
pinti, interessantissima sotto il doppio aspetto della erudizione
e dell’arte. Soprattutto si deve qui ammirare il superbo vaso, at-
torno a cui è delineata, su fondo bianco, la educazione di Bac-
co. Quest’oggetto può riguardarsi come unico nel suo genere.
quarta camera.— Singolarissimo è il vaso collocato nel cen-
tro, sopra cui si vede rappresentato Apollo assiso sul tripode
delfico: più indietro si rende osservabile un grande vaso col pie-
de, del più antico stile etrusco.
emiciclo. — Qui sono raccolti i più belli ed interessanti vasi
della collezione, fra’quali stimiamo degni di particolare ricordo:
il vaso con Minerva ed Ercole; quello in cui è rappresentato
Achille; l’altro col ratto di Egina; il vaso su cui fu espressa la
gara di Tamiri colle Muse; e quei due vasi della Magna Grecia,
di grande dimensione, collocati nelle nicchie laterali, i quali ser-
vono assai bene a formare una comparazione fra lo stile greco
e l’etrusco.
Galleria delle tazze. — Sono esse poste su d’imo zoccolo
di legno, e mediante un meccanismo, si possono far girare in
modo da osservarne l’interna e l’esterna pittura. Queste tazze,
d’un lavoro assai fino, hanno forma graziosa ed elegante: su
qualcuna è scritto il nome dell’ artefice, e sopra altre leggonsi
motti arguti e concisi. Fra tutte meritano particolare attenzione
quelle della serie delle Argonautiche , sopra ad una delle quali
si scorgono i principali eroi di quella favolosa impresa in atto
d’indossare le loro armature, apparecchiandosi alla partenza.
Tornando indietro, per l’ emiciclo e per la quarta camera si
giunge nel
salone dei bronzi. — In mezzo a questa collezione di oggetti
rarissimi, lo sguardo dell’osservatore si ferma maravigliato sulla
magnifica statua guerriera, rinvenuta in Todi nel 1835. In un
pendaglio della corazza è incisa una iscrizione etrusca , della
Digitized by Google
Museo Etrusco-Gregoriano. 543
quale non si conosce ancora con precisione il significato. Qua
e là nella sala si scorgono i monumenti trovati nel 1836 nel
grande sepolcro di Cere: essi consistono in un letto funebre, in
un’ara da profumi, in grandi vasi con trepiedi, ecc. Lo stile di
questi monumenti risalisce fino alla più remota antichità, ed ap-
partennero ad un sacerdote. In questa sala si osservano ancora
molte are o focolari; vasi e candelabri di forme diverse e di dif-
ferenti grandezze; tripodi; armi da guerra offensive e difensive;
specchi graffiti e scritti; un frammento di una figura, maggiore
del naturale, trovato in Chiusi; il magnifico braccio colossale
della statua di Traiano, proveniente dal porto di Civitavecchia;
un carro etrusco; il fanciullo votivo colla bulla al collo, illustrato
dal Passeri, e la preziosa cisti, ossia toeletta di forma ellittica,
attorno a cui è rappresentato il combattimento delle Amazzoni.
Ciò poi che qui riesce più sorprendente è la collezione di oggetti
di oreficeria, custodita nello stipo rotondo, posto in mezzo alla
sala. Fra tali oggetti si distinguono degli ornamenti donneschi
di squisito lavoro, insegne di dignità, corone onorarie, fibule ecc.
Alquanti di questi oggetti furono trovati nel suddetto sepolcro
di Cere. — Dal salone in cui siamo, passando per un andito ove
sono delle iscrizioni etnische, si entra nella
sala delle pitture. — Attorno a questa sala sono collocate
le copie delle pitture etrusche rinvenute nei sepolcri di Vulci e
dell’antica Tarquinia. Esse vennero lucidate e colorite, assai be-
ne, dal pittore cav. Carlo Ruspi, romano. Il Campanari, che le
illustrò, vi riconobbe gli spettacoli coi quali si solevano onorare
i funerali degl’illustri defonti.
• Tornando nel salone dei bronzi, prima di uscire da questo mu-
seo, vuoisi osservare nell’ultima sala, l’imitazione di una camera
sepolcrale etrusca. — Incontro alla branca di scale che si discen-
de, appena usciti dal descritto museo, si trova la
GALLERIA dei candelabri.
Un bel cancello di ferro dà adito a questa estesa e magnifica
galleria, decorata d’ordine di Pio VI, colla direzione di Miche-
langelo tìimonetti. Essa rimane divisa in sei sezioni nelle quali
sono riuniti numerosi monumenti di diverse specie, fra’ quali si
distinguono, nella 1* sezione, due tronchi di alberi con dei nidi
di Amorini; invenzione altrettanto nuova, quanto elegante. Do-
po la prima finestra, a diritta, facciamo osservare un vaso di
greco scarpello, scolpitovi attorno un bassorilievo, rappresen-
Digitized by Google
Ottava Giornata.
544
tante Licurgo che, abborrendo le orgie, batte aspramente le bac-
canti, dalle quali venivano celebrate. Questo vaso, unico di scuo-
la greca, esistente nell’ immenso museo in cui siamo, proviene
dagli scavi di Prima Porta, e si deve alla munificenza di Pio
IX. — Nella 2* sezione, si scorgono molte sculture, delle tazze,
dei candelabri, e dei vasi di forme diverse in marmi pregevoli ;
e meritano particolar menzione due sarcofaghi adorni di basso-
rilievi, in uno dei quali è scolpita la favola di Protesilao e di
Laodamia, e nell’altro la morte di Egisto e di Clitennestra. — La
3* sezione è per intero decorata coi monumenti scoperti nel 1825
vicino alla via Ardeatina, nella tenuta di Tor-Marancio, allora
posseduta dalla duchessa di Chablais, la quale lasciavali in le-
gato a Leone XII, che ne arricchì il museo Vaticano. Fra tali
monumenti si scorgono, parecchie statue, nel novero delle quali
avvene una di Bacco di accuratissima esecuzione, ed un qua-
dretto in musaico, che già servì come di centro al pavimento di
una sala da mangiare, per cui vi si vedono rappresentati aspa-
ragi, datteri, pesci, un pollo, ecc. Innanzi alla parete di pro-
spetto merita la nostra attenzione un Fauno, avente sulle spalle
Bacco fanciullo. Questo gruppo, che proviene dagli scavi, pra-
ticati nel 1854, presso la Scala Santa, si rinvenne mancante, in
gran parte, della figura principale. Il difficile ristauro fu savia-
mente affidato al cav. Pietro Galli, il quale lo eseguì con tanto
magistero d’ arte, che il gruppo sembra tutto iutiero di antico
lavoro: per ciò appunto il sommo pontefice Pio IX, correndo il
1869, ordinò che fosse qui collocato. — Nella 4 11 sezione, oltre
ad una bella raccolta di vasi, tazze, candelabri, statue e basso-
rilievi, si distingue il bel sarcofago, in cui è rappresentata la fa-
vola di Niobe, e l’altro incontro, ove si vede scolpito il sogget-
to, le tante volte trattato, degli amori di Diana ed Endimione.
— Nella 5* sezione, si scorge principalmente, a destra, una gra-
ziosa statua, ristaurata per una Cerere, il cui panneggiamento
è di ammirabile lavoro. — La 6* sezione contiene anch’essa bei
monumenti, e marmi assai rari e pregiati.
Da questa galleria si entra in un’altra ove sono raccolti i ce-
lebri arazzi del Vaticano. Questi furono eseguiti d’ ordine di
Leone X, sui cartoni di Raffaello, per decorare con essi la cap-
pella Sistina nei giorni di grandi solennità. I più pregevoli di
tali arazzi sono collocati lungo la parete incontro le finestre, e
fra questi primeggia l’adorazione de’ Magi. A questa galleria
succede quella che viene detta delle carte geografiche, perchè
sulle pareti, da un lato e dall’altro, papa Gregorio XIII fece
Giardino del Vaticano.
545
•ì
uè
>èl
•£.
a
n-v
-i
. il
FV.
it*
c i*
£p
vi. e
a*
,gc
.&
V 3*
'>
tsid
9i»
safc
tiitr
ine1
vi’il*
jflt1
."-i
li*
dipingere le carte topografiche delle differenti province d’ Ita-
lia. Questa galleria è anche decorata di molte erme antiche di-
sposte con assai bell’ ordine.
Ritornando al primo piano delle Logge di Raffaele, e quindi
scendendo nel cortile , detto di san Damato, si passa a vedere
lo studio del musaico. Questo studio merita tutta l'attenzione de-
gli stranieri, sia pei lavori che vi si eseguiscono, sia per la co-
piosa raccolta degli smalti di tinte differenti, che ascendono a
circa 10,000. — Uscendo da questo studio, si passa a vedere il
GIARDINO DEL VATICANO.
Il bel vestibolo per cui si accede in questo giardino, corri-
sponde alla sala della biga nel Museo, e venne costruito dall’ar-
chitetto Simonetti ai tempi di Pio VI. Pigliando il cammino a
destra si entra nel giardino, detto della Pigna. Fecelo fare Nic-
colò V, e poscia venne ampliato da Giulio li colla direzione di
Bramante Lazzari, che diede il disegno delle quattro facciate.
In mezzo al prospetto principale s’ apre una grande nicchia in-
nanzi a cui sta una grossa pina di bronzo fra due pavoni di egual
metallo, che, insieme ad altri simili, come si disse altrove, ser-
virono di ornamento al mausoleo di Adriano . La volgare tradi-
zione vuole che anche la pina appartenesse a quel mausoleo,
occupandone la cima; noi però, appoggiati sull'autorità di va-
rii scrittori del medio evo, crediamo che essa provenga dal
Pantheon.
Nel mezzo di questo giardino della Pigna, vedesi il piedistallo
della colonna di Antonino Pio, eretta in memoria di lui, nel suo
Foro, dai suoi figli adottivi Marco Aurelio e Lucio Vero. Que-
sto bel monumento fu trovato nel 1105 entro il giardino dei
preti della Missione a Monte Citorio, assieme alla rispettiva co-
lonna d’un solo blocco di granito rosso, avente 5 met. e 35 c.
di circonferenza, e met. 15 di altezza; la quale però essendo sta-
ta danneggiata e rotta in più pezzi a caus \ di un incendio av-
venuto nel 1756, servi poi a ristorare i tre obelischi eretti da Pio
VI. Benedetto XIV aveva fatto porre il piedistallo sulla piazza
di Monte Citorio, da dove venne qui trasportato per volere del
suddetto Pio VI, che in suo luogo collocò il famoso obelisco so-
lare di Augusto. Questo piedistallo è di un solo masso di mar-
mo bianco, alto 3 met. e 54 cent., largo metri 3, ed è ornato di
belle sculture. In uno dei lati si legge la moderna iscrizione in
bronzo, corrispondente all’antica. Nel lato opposto si scorge,
Digitized by Google
546
Ottava Giornata.
rappresentata di bassorilievo, l’apoteosi di Antonino Pio e di
Faustina sua moglie, che un Genio alato porta in cielo sul dor-
so, sostenendo colla sinistra un globo sopra cui si vede un serpe,
ed ai piedi del Genio è una figura allegorica che regge un obe-
lisco. Incontro a questa figura avvene un’ altra assisa rappre-
sentante la città di Roma, che si appoggia colla sinistra sullo
scudo, ove è figurata la lupa con Romolo e Remo. Negli altri
due lati sono sculture in mezzo rilievo, consistenti in una molti-
tudine di soldati a cavallo colle insegne militari, conforme co-
stumavano portarle girando attorno al rogo dei Cesari. Gli ac-
cennati bassorilievi vennero ristaurati, d'ordine di Gregorio XVI,
dal commendatore Giuseppe De Fabris. In questo giardino si
scorgono le mura della città Leonina, ossia di Leone IV. Tor-
nando al vestibolo, si entra nel grande giardino, ove il ponte-
fice Pio IV fece erigere un grazioso casino da Pirro Ligorio,
ristaurato poi ed in parte cambiato da Leone XII. Questo edifi-
zio è abbellito con pitture del Barocci, di Federico Zuccari, e
di Sante Titi.
Uscendo da questo giardino e costeggiando la parte esteriore
della basilica Vaticana, si giunge alla piazza di s. Marta, vicino
a cui, dopo il seminario di s. Pietro, si trova la chiesa di s. Ma-
ria in Campo Santo, ove si osserva una deposizione di crooe
attribuita a Caravaggio, ed un putto piangente del Fiammingo.
Ponendosi quindi per la via a destra si giunge alla, porta, già
dei Torrioni, oggi Cavalleggeri, dalla quale si esce da Roma
per andare alla volta di Civitavecchia. Da questa parte le sol-
datesche imperiali entrarono in Roma nel 152"7 , epoca di funesta
memoria, a causa del lacrimevole sacco a cui venne abbando-
nata la capitale del mondo cattolico. Nel luogo stesso rimase
colpito a morte il contestabile di Bourbon , che conduceva le
orde degli aggressori. — Tornando sulla piazza di s. Pietro, si
trova, dietro il colonnato, dal lato destro di chi osserva la fac-
ciata della basilica, la strada per cui si giunge immediatamente
alla porta Angelica, e la seconda via a sinistra appena usciti da
essa, conduce sul
MONTE MARIO.
I forestieri pressoché tutti si recano su questo monte per go-
dere di quivi la diliziosa e pittoresca veduta di Roma e della sua
campagna. Si crede che prendesse nome da Mario Millini, nobile
romano, che sulla cima di esso fece erigere una graziosa abita-
zione di delizia.
Digitized by Google
Monte Mario.
547
Nel declivio di questo monte è posta la villa Madama, così
detta per avere essa appartenuto a madama Margherita d’ Au-
stria, figlia di Carlo V . Il palazzino ivi esistente fu incominciato
coi disegni di Raffaello, e terminato poi, dopo morto l’Urbinate,
da Giulio Romano, che eseguì i dipinti nel portico, il fregio
d’ una sala e la volta d’ una camera, coll’ aiuto di Giovanni da
Udine, ambidue scolari dell’immortale Sanzio: sventuratamente
questi dipinti soffersero assai, e vanno di giorno in giorno a de-
ferire. '
Digitized by Google
548
ESCURSIONE
SULLA VIA APPI A.
MONUMENTI PIU' OSSERVABILI
DA.L SEPOLCRO DI CECILIA METELLA
FINO A BOVILLE.
sepolcro di cecilia metella. — Questo stupendo monu-
mento trovasi a circa un terzo di miglio dopo la basilica di san
Sebastiano, già da noi visitata (ved. a pag. 345), e rimane quasi
al fine del terzo miglio della via Appia, muovendo dalla porta
Capena, ove essa aveva principio.
Tale sepolcro è il più bel monumento in simil genere, ed il
meglio conservato che s’incontri lungo la via Appia. Esso ha
forma circolare, e conta 100 piedi romani antichi di diametro:
s’ innalza sopra una sostruzione quadrata di non eguale altezza,
in tal modo costruita per emendare le ineguaglianze del terre-
no. Ciò che più si rende osservabile in questo sepolcro è la spes-
sezza dei massi di travertino dai quali è rivestito, e la grossezza
straordinaria del muro dell’ edifizio, la quale ammonta a 35 pie-
di. Nell’interno ésiste una vasta camera rotonda, la cui volta è
a foggia di cono. Ai tempi di Paolo III, si rinvenne sotto questa
camera sepolcrale il bel sarcofago in marmo che osservammo
nel cortile del palazzo Farnese. Sull’alto del monumento, dal
lato che guarda la strada, v’è la seguente inscrizione in marmo,
la quale prova che questo è il sepolcro di Cecilia Metella, figlia
di Quinto Metello Cretico, e moglie di Crasso il triunviro:
CAECILIAE
Q. CRETICI . F.
METELLAE . CRASSI
Superiormente a tale iscrizione si scorge l' avanzo di un bas-
sorilievo in marmo, che si congiunge al fregio, pure di marmo,
elegante assai ed adorno di festoni e bucranii (teste bovine): lo
che fece dare a questa contrada la volgare denominazione di
Capo di Bove. Questo sepolcro appartiene agli ultimi tempi della
Digitized by Google
Escursione sulla Via Appia. 549
repubblica, ed è il più antico monumento di data certa in cui
vedesi adoperato il marmo: il medesimo presenta gradevoli e
pittoreschi punti di veduta.
Le soprapposte costruzioni coronate da merli, furono erette
nel 1299 dai Caetani, potente famiglia di quell’epoca, la quale
trasformò questo sepolcro in fortezza, edificandovi contempo-
raneamente dappresso un recinto merlato quadrilungo, un pa-
lazzo, ed una chiesa: di tali fabbriche si scorgono tuttora gli
avanzi, e sulla porta della chiesa esistono ancora gli stemmi in
marmo dei Caetani.
Allorquando il descritto mausoleo fu sgombrato dalla terra
che ricoprivane il basamento, si rinvennero i marmorei avanzi
di alcuni sepolcri, i quali dovettero esistere lungo la strada, vi-
cino al grande monumento. I più importanti di tali frammenti,
fra’ quali si contano due grandi iscrizioni, sono incastrati nel
muro di cinta del vecchio castello. Da queste iscrizioni risulta,
che Q. Granio Labeone e Tito Crustidio ebbero le loro sepol-
ture in queste adiacenze: la storia però non ricorda i due sud-
detti personaggi. Quanto agli altri frammenti, i quali sono scol-
piti, addimostrano, per lo stile del lavoro, che fecero parte di
alcuni sepolcri eretti nell’epoca media dell' impero.
Proseguendo il cammino, si calca di quando in quttndo l’an-
tico lastrico della via Appia, e lasciando dai lati di essa alquanti
considerevoli ruderi di sepolcri incogniti, dopo poco più di mez-
zo miglio al di là del mausoleo di Cecilia Metella, si trova, a si-
nistra, una moderna costruzione che appellasi comunemente il
sepolcro ni marco servilio quarto. — Nel 1808, il celebre
Canova fece eseguire degli scavi in questo luogo, ove furono
scoperti gli avanzi d’un antico sepolcro, i quali ci conservano la
memoria di certo M. Servilio Quarto, che fecelo erigere, con-
forme si legge nella iscrizione così concepita: m . servilivs .
qvartvs — de . sva . pecvnia . FECiT. Il Canova volendo dare
il nobile esempio di conservare gli antichi oggetti nel luogo
ove furono scoperti, fece incastrare i frammenti suddetti nella
costruzione a tal’ uopo eretta nel medesimo luogo in cui ven-
nero trovati.
Presso questo monumento ebbero principio gli scavi intrapresi
nel 1850 per ordine del governo, ed in tre anni di continuato la-
voro furono protratti fino ad un miglio circa prima di Bo ville,
sotto la direzione del fu Luigi Canina. Questo celebre archeo-
logo e valente architetto, seguendo l’esempio del Canova, sta-
bili, che come si scoprissero avanzi decorativi di sepolcri che
Digitized by Google
Ottava Giornata.
550
fiancheggiavano questa famigerata via monumentale (Regina-
viarum), fossero raccolti e murati nel luogo stesso ove si rin-
venivano, mediante moderne costruzioni erette all’uopo, ed alle
quali si diede nome di sepolcri. — Al principio degli scavi di cui
parliamo, e propriamente a pochi passi dopo entrati nel IV0 mi-
glio s’ incontra, pure a sinistra, il così detto
sepolcro di Seneca.. — Fra gli avanzi di sculture in marmo
che si osservano in questa moderna costruzione, si distingue il
coperchio di un sarcofago, la cui faccia principale va in ispecial
modo decorata con un pregevole bassorilievo. Se non assoluta-
mente a causa del soggetto scolpito in questo marmo, almeno a
motivo del luogo ove fu trovato, si può ritenere che esso faces-
se parte del sepolcro di Seneca, poiché sappiamo da Tacito, che
quel filosofo fu fatto morire. d’ordine di Nerone, al IV0 miglio
della via Appia. Il bassorilievo poi ne presenta in parte il com-
pimento di quanto venne prognosticato a Creso, re di Lidia, dal
sapiente Solone, il quale spesso avevagli predetto, come tutte
le sue prosperità avrebbero un fine infelice. Lo che si avverò
appunto, prima colla morte di Ati, diletto figlio di Creso, rap-
presentato nel bassorilievo nel punto di spirare in conseguenza
d’ una ferita ricevuta accidentalmente dal suo compagno Adra-
sto, alla (feccia del cinghiale; ed infine allorché lo stesso Creso,
vinto da Ciro e fatto suo prigioniero, venne da quello spogliato
del trono. Sembrerebbe, secondo il soggetto del bassorilievo,
che lo scultore, temendo esporsi all’ira del tiranno di Roma,
volesse alludere, per mezzo degli avvenimenti di Creso, a Se-
neca, il quale, rimproverando di continuo a NeroAe le sue cru-
deltà, predicevagli che lo condurrebbero a fine infelice. — Se-
gue immediatamente, dai medesimo lato, un
sepolcro rotondo. — Questo monumento, di cui s’ ignora la
pertinenza e la decorazione, conserva internamente una cella
circolare con quattro nicchie, evidentemente destinate ad acco-
gliere altrettanti sarcofaghi. I frammenti poi di sculture in mar-
mo, postivi all’esterno, furono scoperti frai ruderi di monumenti
disotterrati non molto lungi da esso. — Poco dopo la casa rura-
le, esistente pure a sinistra, é rimarchevole una moderna co-
struzione che appellasi il
SEPOLCRO DEI FIGLI DI SESTO POMPEO GIUSTO. — Su questa
costruzione, oltre che vi si osservano alquanti frammenti di scul-
tura, visi legge anche una grande iscrizione metrica: siccome
è questa una delle importanti scoperte fatte sulla via Appia,
perciò stimiamo bene riportarla qui, come appunto sussiste:
551
Escursione sulla Via Appia.
HIC . SOROR . ET . FRATER . VIV A . PARENTIS
ASTATE . IN . PRIMA . SAEV IA . . T
POMPEIA . HIS . TVMVLIS .CO NTEI . . KIS
• HAERET . ET . PVER . INMITES . QVE . . . DEI
SEX . POMPEIVS . SESTI . PRAEC ... A VSTVS
QVEM . TENVIT . MAGN VS
INFELIX . OENITOR . GEMINA CTVS
A . NATIS . SPENRANS . QVID . EI OS
AMISSVM . AVXILIVM . FVNCTAE . POS .... I NATA E
PVNDITVS . VT . TRAHERENT . INVIDA . . AREM
QVANTA . IACET . PROBITAS . PIETAS . QVAM . VER . . VLTA . EST
MENTE . SENES . AEVO . SED . PERIERE I
QVIS . NON . FLERE . MEOS . CASVS . POSSITIQ . DOLORE
.... VRARE . QVEAM . BIS . DATVS . ECCE ROGIS
SI . SVNT . DIMANES . IAM . NATI . NVMEN . HABETIS
PER . VOS . CV . . VOTI . NON . VENIT .HO ... . MEI (1).
Pochi passi più oltre, e sempre a sinistra, si scorgono nella
campagna gli avanzi di un
tempio di Giove. — Da quanto si ritrae da importanti passi
degli atti dei martiri, dobbiamo riconoscere in questi ruderi un
piccolo tempio sacro a Giove, entro cui molti cristiani sosten-
nero il martirio. Il tempio era attorniato da fabbriche e prece-
duto da un vestibolo con quattro colonne. Da quanto rimane di
tale edifizio, non solo si riconosce la sua struttura mista, cioè,
circolare-quadrangolare, ma anche avere contenuto la cella di
esso tre grandi nicchie: quella di mezzo per la statua di Giove,
le due nei lati pei simulacri di Giunone e di Minerva, ad imita-
zione del celebre tempio di Giove Capitolino.
Uscendo dal tempio e tornando sulla via, fatti appena pochi
] lassi, l'osservatore s’immagina trovarsi all’entrata di una vera
necropoli, ossia di un vero sepolcreto, distendentesi per una lun-
ghezza di quasi 4 miglia; ma i sepolcri di maggior conto -si tro-
vano, presso che tutti, dal destro lato della via. — Di qui mo-
vendo, il primo monumento più osservabile che s’incontri è il
sepolcro di c. licinio. — Questo moderno fabbricato ne offre
belli avanzi di sculture, rinvenuti in questo luogo e spettanti ad
un sepolcro ricco di marmi, eretto, senza meno, ai tempi del me-
(1) Il Borghesi di g. Marino, primo conoscitore dei marmi scritti, opinò che tale
iscrizione fosse posta da Sesto Pompeo Giusto, liberto di uno dei Sesti Pompei, col-
laterali a Pompeo Magno, alla memoria di due de' suoi figliuoli morti in tenera età.
de’ quali la femmina pure aveva nome Pornpea
Digitized by Google
552
Ottava Giornata.
dio impero: nel novero dei frammenti suddetti fu scoperta una
iscrizione incisa su grandi massi di marmo, ed in cui si legge:
LICINIA . L. F. . . . — C. LICINIVS . L. F. SER — LICINIA -
C. F. PAVLLA — T. QVINCTIVS . 0. L. — PAMPHILVS.
sepolcro dorico. — A lato al precedente sepolcro, si rinven-
nero gli avanzi d’un vetustissimo monumento edificato in pepe-
rino, ossia pietra albana. Il Canina, mediante tali avanzi, avendo
potuto determinare approssimativamente la forma primitiva del
monumento, si accinse, con molta sagacità, a rialzarlo in questa
nuova costruzione, ed in tale guisa volle dare un’idea dell’ an-
tica sua struttura; essa peraltro è incompleta, giacché, secondo
il Canina stesso, questo monumento doveva essere terminato da
un timpano triangolare. Riguardo alla pertinenza di questo se-
polcro, nulla si conosce, e solamente possiam dire che quanto di
esso ci rimane, è molto ragguardevole per la bella decorazione
dorica, che di rado assai si suole osservare nei monumenti ro-
mani. — Viene dopo il
sepolcro d’ilario fosco. — Anche questo è un monumento
rimesso in piedi mediante parecchi frammenti rinvenuti nel luogo
stesso, assieme alla seguente iscrizione che ce ne fa conoscere
la pertinenza, leggendovi: . . . . hilarivs . fvscvs . —
PHILVS . PATRON VS — . . . . TRA'TV . . . — QVI . FLACCI ■ CAESA .
. . . — r n ingenvi. S’ ignora l’epoca precisa in cui
venne eretto il monumento, ma il lavoro del bassorilievo ci dà
a conoscere che risalisce al tempo degli Antonini; e la stessa
scultura contenendo cinque differenti ritratti, fa prova, che il
sepolcro dovette servire per più persone.
A breve distanza s' incontra il
sepolcro della famiolia secondina. — Precisamente in
questo luogo si rinvennero parecchi marmi scritti, aventi i nomi
dei Secondi e Secondini, i quali, a nostro avviso, ebbero alcuna
affinità con C. Plinio Secondo. Frammezzo a tali avanzi furono
del pari scoperti dei frammenti di cornici di marmo, che avevano
senza dubbio appartenuto al basamento del sepolcro di cui for-
marono parte i suddetti marmi scritti, consistenti in alcuni brani
di iscrizioni lapidarie, ed in due piedistalli. Quindi il Canina, va-
lendosi degl'indicati frammenti di comici, potè tracciare di nuo-
vo in questa costruzione il basamento dell’antico sepolcro, il
quale, a parer suo, doveva avere un finimento piramidale, for-
mato da tre statue rappresentanti le persone ad onore delle quali
il monumento venne eretto; e la statua di T. Claudio Secondo,
ricevitore d'imposte, doveva rimanere nel mezzo, e sopra il pie-
Digitized by Googl
553
Escursione sulla Via Appio.
distailo che ora è collocato a destra. Quanto resta di questo se-
polcro ci ricorda l’epoca di Traiano, alla quale si può, con mag-
gior probabilità far risalire l’ esistenza dei personaggi indicati
nelle iscrizioni. — Proseguendo il cammino, osserveremo dallo
stesso lato un’altra moderna costruzione, cognita col nome di
sepolcro di q. appuleo pamfilo. — Su questa costruzione,
osserviamo belli frammenti di soffitti in pietra tiburtina, i quali
probabilmente appartennero ad un sepolcro decorato con colon-
ne e pilastri della suddetta pietra, i residui de’ quali furono sco-
perti nelle vicinanze. Fra tali avanzi si rinvenne il frammento
della seguente iscrizione, che sembra indicare la pertinenza del
monumento: . . . q. appvlevs — a. . . . pamphilvs . . . — Ol-
trepassati i ruderi di parecchi sepolcri, è rimarchevole, pari-
menti a destra, un
GRANDE SEPOLCRO, IN OPERA LATERIZIA. — Sono questi gli
avanzi imponenti di un grande monumento quadrangolare, spet-
tante forse ai tempi imperiali, costruito a foggia di edifizio sa-
cro , con due celle, una all’ altra soprapposta. Non mancano
esempii di simili monumenti in opera laterizia, i quali, a causa
della loro forma, furono talvolta creduti altrettanti templi; ma
la loro destinazione sepolcrale si appalesa abbastanza dal modo
con cui sono disposte e decorate le celle. Questo magnifico ru-
dero fu disegnato ed inciso dal celebre Piranesi — Viene poi il
SEPOLCRO DI RABIRIO ERMODORO, DI RABIRIA DEMARIDE E DI
usia, prima sacerdotessa d’ iside. — Questo monumento, os-
servabile si per la certezza di avere appartenuto alle persone in-
dicate, e sì per l’eleganza de’ suoi ornati, meritala bene di es-
sere rialzato con cura speciale; per cui si pose ogni studio per
collocare al loro luogo, nel miglior modo possibile, tutti i fram-
menti raccolti fra le sue ruine. L’altorilievo incastrato nel mo-
numento ci offre i ritratti delle persone a cui appartenne, coi
loro nomi scrittivi per di sotto . A lato il ritratto della sacerdo-
tessa Usia, sono il sistro e la patera, istrumenti proprii del cul-
to d’ Iside.
sepolcro incognito. — Mediante il moderno fabbricato che
segue più innanzi, si volle conservare la memoria di un sepolcro
che ivi esistette. Esso era di pietra albana e di eccellente esecu-
zione del tempo della repubblica, conforme rilevasi dal super-
stite fregio, ornato con putti sostenenti festoni, il quale decora
la moderna opera muraria.
Presso questo sepolcro esistevane un altro in travertino assai
più sontuoso, come lo dimostrò la scoperta di alquanti belli
24
Digitized by Google
Ottava Giornata.
554
frammenti, fra' quali si distinguono, un bassorilievo in marmo
con quattro ritratti, ed il timpano triangolare, con cui il Canina
coronò la moderna costruzione, mediante la quale volle egli trac-
ciare l’insieme del monumento primitivo: il sepolcro apparten-
ne al certo ai personaggi, i ritratti dei quali si osservano nel
bassorilievo.
altri sepolcri incogniti. — Proseguendo il cammino , di
mezzo a continui avanzi di devastate tombe, e fra ogni specie di
decorazioni sepolcrali, qua e là sparse sul terreno , verso il fine
del V® miglio si vede a sinistra un grande sepolcro d’opera la-
terizia, e che in certo modo sembra un tempio di forma quadran-
golare. Allorquando si effettuò lo sterramento della via, ne fu
chiusa la fronte con un muro, lasciandovi una porticina: e ciò
per tramutare la cella in magazzino, ove custodire i piccoli og-
getti che si rinvenivano, molti de’ quali furono incastrati nel
suddotto muro. Non si sa a chi appartenesse questo monumen-
to; ma è però evidente che fu costruito nell’ epoca imperiale.
Pochi passi più oltre, si scorge a destra un sepolcro rotondo.
Il Canina accerta che esso fosse interamente adorno di una mar-
morea decorazione, ed infatti, negli ultimi scavi se ne rinven-
nero alquanti frammenti.
fosse cluilie, poco dopo il quinto miglio.— In seguito delle
accurate misure prese sulla via Appia risultò, che la quinta co-
lonna milliaria di essa via doveva corrispondere a 44 met. e 20
cent, prima del centro del grande tumulo circolare che si scorge
a destra, sormontato da una torricella del medio evo. Quindi, in
conseguenza ,di tale risultato, e da quanto abbiamo in ispecie da
Dionigi di Alicarnasso, si può stabilire, che poco più oltre del
suddetto tumulo, gli Albani formassero il loro campo per op-
porsi ai Romani, sul principio del regno di Tullio Ostilio; e sic-
come quel campo venne circondato da un fosso, così il luogo
in discorso fu denominato le Fosse Cluilie, a causa di Caio Clui-
lio duce degli Albani. Il campo dei Romani poi si può stabilire
presso il sito ove esisteva la suddetta colonna milliaria; rimanen-
do così lo spazio intermedio dei tre ai quattro stadii , designati
da Dionigi per il luogo del combattimento.
sepolcro degli ORAZi e dei curi azi. — Determinato, con cer-
ta tal quale probabilità, il luogo ove accadde il combattimento
fra gli Orazi ed i Curiazi, si può del pari stabilire il sito in cui
furono seppelliti quelli di loro che rimasero morti nella pugna.
Questi sepolcri dovevano corrispondere sul lato destro della
via Appia, la quale venne tracciata posteriormente a quel fatto,
Digitized by Googl
555
Escursione sulla Via Appia.
e sorgere al V° miglio nel campo consacrato agli Orazi, fra i
due accampamenti. Tito Livio, facendo menzione di questi se-
polcri come ancora esistenti al suo tempo, dice, che i due dei
Romani s'innalzavano in un medesimo luogo, di verso Alba, ed
i tre degli Albani, più vicino a Roma, l’ uno però dall’ altro di-
stante e nel sito stesso ove i combattenti rimasero uccisi per
mano dell’ultimo degli Orazi.
Da tutto ciò adunque, è dato credere che i due tumuli for-
mati di terra col basamento in pietra, i quali si osservano uno
presso l’altro a destra della via Appia, siano quelli dei due Orazi
che caddero estinti pei primi nella pugna. Quanto poi al tumulo
sormontato da una torricella, e di cui superiormente si disse,
essendo esso più vicino a Roma che non gli altri, avvi luogo a
supporre che sia questo il sepolcro eretto - a quello dei Curiazi
che fu ucciso pel primo. Si potrebbero assegnare agli altri due
Curiazi gli avanzi di altri tumuli che si trovano più verso Roma
dal medesimo lato della via, quantunque, a dir vero, sembrino di
struttura meno vetusta. Quanto poi ai tumuli pur ora veduti,
sono essi una imitazione di quelli che gli Etruschi erigevano ai
loro illustri defonti.
sepolcro piramidale incognito. — Il gigantesco avanzo di
questo sepolcro domina dal sinistro lato della via, poco prima
dei due tumuli degli Orazi. Questo pittoresco rudero si attira la
universale ammirazione per il modo in cui si vede ridotto; im-
perocché, essendo stato spogliato de’ marmi dei quali era rive-
stito, e dei grandi massi che ne formavano il basamento, di esso
non ci rimane che il nucleo, costruito in solidissima opera mu-
raria, il quale in certo tal modo rassomiglia ad informe ed im-
menso vaso posato su d’un piede angustissimo. Allorquando,
nel 1851, rimase sgombro dalle terre che coprivano circa due
metri della sua altezza, si conobbe che esso venne costruito ver-
so il medio impero, e non nell’ epoca della repubblica, conforme
alcuni credettero in principio. Sgombrandolo, si rinvennero pa-
recchi frammenti di scultura che ne costituivano la ricca deco-
razione, fra’ quali, la testa d’una grande statua, e degli avanzi
di sfingi in colossali proporzioni. — Poco dipoi, sempre a sini-
stra, giace in terra la
ISCRIZIONE LAPIDARIA DEL SEPOLCRO DI MARCO CECILIO. —
Essa è collocata vicino ai ruderi della tomba in cui fu trovata,
e nella quale il Canina credette, a ragione, che fosse anche se-
polto Pomponio Attico. In fatti, secondo Tacito, Pomponio ven-
ne seppellito nel sepolcro di Marco Cecilio, posto al "V0 miglio
24*
Digitized by Google
556 Ottava . Gio rii ata .
della via Appia. L’ iscrizione appartiene agli ultimi tempi della
repubblica, ed è assai apprezzata per lo stile arcaico e pel me-
tro saturnino nei quali è composta:
HOC . EST . FACTVM . MONVMENTVM
MAARCO . CAICILIO
HOSPES . GRATVM . EST . QVOM . APVD
MEAS . RESTITISTEI . SEEDES
BENE . REM . GERAS . ET . VALEAS
DORMIAS . SINE . QVRA (sio)
Alla destra della tomba di M. Cecilio si vede il
sepolcro m pompea azzia. — Nella celletta quadrangolare
che costituisce questo sepolcro, si trovò una bella statua mulie-
bre panneggiata, assai bene conservata, ed a cui non mancava
che la testa: tale statua si ergeva su d’una base di marmo, aven-
te questa iscrizione: pompeiae . attiae — t. didivs . evprepes .
vxori . karissim — sanctissimae . fecit — Quantunque l’iscri-
zione contenga il nome della persona rappresentata nella statua
e quello dello sposo della defonta, tuttavia s’ignora chi fossero
queste due persone. Quanto all’epoca del monumento, giudi-
cando dallo stile della statua e dalla struttura del sepolcro stes-
so, sembraci che esso appartenga alla prima epoca dell’impero.
La statua fu posta nel Braccio Nuovo del museo Vaticano, ove
appunto fu da noi osservata.
Un poco più oltre si offre alla vista, dal medesimo lato, un
ragguardevole edifizio semicircolare, ma privo di ogni decora-
zione. Tale edifizio, che in forma di ninfèo, servi all’uso di ca-
stello di acque, formava parte della villa dei Quintini, della
quale parleremo in seguito, limitandoci ora a dire, che ivi presso
esisteva il magnifico ingresso a detta villa.
Incontro all’ accennato edifizio sorge un gran basamento qua-
drangolare di un antico sepolcro, su cui furono posteriormente
eretti dei muri, nei quali la costruzione reticolare va frammista
alla laterizia.
Poco più lungi si scorgono, pure a diritta, due iscrizioni se-
polcrali e parecchi avanzi dei due contigui sepolcri ai quali esse
appartennero. Tali iscrizioni fanno conoscere, che uno de’ due
sepolcri venne eretto da L. F. Pompeo Licinio alla sua moglie
Teidia, e che l’altro appartenne a Settimia Galla.
Progredendo lungo il VI0 miglio, fra le reliquie di altri mo-
numenti sepolcrali, si osserva, da sinistra, una iscrizione làpida-
Digitized by Google
551
Escursione sulla Via Appia.
ria che formò parte del sepolcro di Sergio Demetrio, mercante
di vino al Velabro, del quale sepolcro si scorge ivi presso il nu-
cleo di forma rotonda.
Pochi passi più innanzi , si vedono due statue panneggiate
(mutilate) scolpite d’altorilievo, e rappresentanti, senza dubbio,
i titolari del sepolcro al quale esse appartenevano. Poscia, la-
sciando a destra ed a sinistra i ruderi di altri monumenti sepol-
crali, osserveremo, a diritta, e dopo breve tragitto le
VESTIGIA D’UNO STABILIMENTO BALNEARIO E QUELLE d’UNA
villa incognita. — Considerando con attenzione questi ruderi
con pavimenti in musaico, si conosce facilmente, aver essi fatto
parte di un non vasto edifizio destinato ad uso di bagni, costruito
evidentemente da qualche intraprenditore per ri trarne profitto,
offerendo ai viaggiatori il comodo di bagnarsi. Entro la campa-
gna sono altri ruderi che si riferiscono ad un’ antica villa subur-
bana, la cui pertinenza non è cosa agevole assegnare. Quanto
ai frammenti di trofei e di fasci consolari scolpiti in marmo e
quivi scoperti lungo la via, indicano che in questo stesso luogo
potè già esistere un grande monumento spettante a qualche
personaggio consolare che fu, forse, il possessore della sum-
menzionata villa.
Segue, dallo stesso lato, e quasi di rimpetto al grande monu-
mento, detto Casal Rotondo, un piccolo sepolcro di forma cir-
colare, fabbricato in pietra albana e privo d’ogni ornato: si crede
appartenesse ad alcun della chiara famiglia Aurelia.
sepolcro di cotta. — Questo monumento, chiamato volgar-
mente Casal Rotondo, e che a causa delle sue colossali dimen-
sioni si attira naturalmente l’ attenzione dell’ osservatore, esiste
a pochi metri prima di entrare nel VII0 miglio. La sua straor-
dinaria ampiezza rimane evidentemente provata da quel tanto
che vi fu edificato sopra; imperocché vi si vede una casa rurale,
composta di stalla e rimessa, di granai e di camere atte a servir
d’ alloggio ai coloni, e vi fu piantato ancora un boschetto di
olivi. Mediante gli scavi del 1852 si conobbe, che il monumento
circolare posava su di un’ alta crepidine quadrilatera di pietra
albana, la quale si estendeva in ogni lato 120 piedi romani an-
tichi, cioè a dire, 20 piedi di più del basamento su cui elevasi il
sepolcro di Cecilia Metella.
Esaminando ora le differenti costruzioni di questo monumen-
to, e le diverse epoche alle quali si riferiscono i frammenti de-
corativi che furono scoperti, riconosciamo, col Canina, che la
prima costruzione rimonta alla metà circa della repubblica ro-
Digitized by Google
558
Ottava Giornata.
mana, e che allora aveva forma di un semplice tumulo con un’al-
ta cinta in pietra albana, nel modo appunto che solevano essere
i più antichi sepolcri dei Romani, imitanti quelli degli Etruschi.
Questa primitiva edificazione può essere riguardata come un’ope-
ra eseguita da quel M. Valerio Corvo , il quale tenne la dittatu-
ra nell’anno 453 ed il consolato nel 454; o pure da C. Aurelio
Cotta, console nel 502 e nel 506, o veramente da qualche altro
illustre membro della famiglia V aleria o Aurelia, a cui appar-
tenevano i Messala ed i Cotta, i nomi dei quali figurarono nella
medesima epoca media della repubblica.
Non v’ è poi dubbio che in processo di tempo il monumento
fosse rivestito di grandi massi di pietra tiburtina; esso però do-
vette conservare, come in origine, il tumulo di terra nella parte
superiore (1). Giudicando inoltre dagli avanzi scoperti di questa
seconda decorazione, dobbiamo crederla eseguita fra il fine della
repubblica ed il cominciare dell’impero, epoca a cui appartiene
Messala Corvino, padre di Messalino Cotta il quale, stando al
Canina, sarebbe quegli che ebbe fatto fare il ricordato rivesti-
mento in pietra tiburtina.
Si può in fine constatare , mediante parecchi frammenti di
marmi scolpiti rinvenuti negli scavi, una terza costruzione, os-
sia una specie di decorazione aggiunta alla precedente nel I se-
colo dell’impero. Fra i suddetti frammenti si distingue quello
importantissimo di un piccolo brano della parte estrema a destra
della cartella contenente l’iscrizione dedicatoria di essa terza
opera decorativa in marmo; ivi si legge: cotta, ossia l’ultima
parola della prima linea (2) . Gli altri frammenti della suddetta
decorazione appartengono alle squamme che ne costituivano la
copertura, a taluni pilastri corintii, che fra loro racchiudono pic-
cole arcuazioni con grandi candelabri e maschere sceniche, e
finalmente alla cornice che coronava questa decorazione.
Si rileva dalla curvatura data a tutti questi oggetti che appar-
tennero essi ad un corpo circolare assai minore della grande ro-
tonda che era rivestita di travertini, quindi si sarebbe potuto
credere che avessero fatto parte di alcun altro edilìzio sepolcrale;
siccome però furono essi rinvenuti fra i rottami di pietra tibur-
(1) Per dare un' idea di questo rivestimento , correndo il 1859 ne fu ricostruita
una piccola parie dal lato che guarda la via, impiegandovi, nel miglior modo pos-
sibile. anche alquanti degli antichi massi, trovati presso il monumento.
(2) Questo brano d* iscrizione apparisce nella moderna costruzione eretta a lato
del monumento, ed in essa veggonsi eziandio incastrati tutti i /Varamenti della mar-
morea decorazione che ornava la parte superiore del mausol< o in discorso.
Digitized by Google
559
Escursione sulla Via Appta.
tina ed a piedi del grande monumento, così il Canina saviamente
da ciò concluse, che tali frammenti di marmi appartennero alla
decorazione d’un piccolo corpo circolare edificato sulla sommità
del sepolcro, in sostituzione del tumulo di terra che ivi esisteva
in origine.
Basti il fin qui detto per istabiliro le differenti epoche del mo-
numento. Riguardo poi alla persona cui fu destinato fin da prin-
cipio, mancando noi di sufficienti documenti, anche per asse-
gnarne una probabile pertinenza, stimiamo convenga meglio
non perderci in troppo vaghe induzioni che non condurrebbero
ad alcun risultato soddisfacente. Quanto però all’ultima desti-
nazione di questo interessante mausoleo, il Borghesi al pari del
Canina sono di parere, che Messalino Cotta, personaggio con-
solare il quale, per ricchezza ed ingegno, molto si fece distin-
guere sotto l’ impero di Augusto e sotto quello di Tiberio, suo
successore, aggiungendo la surriferita opera marmorea al mo-
numento, ne mantenesse la precedente destinazione a suo padre
Messala Corvino, il quale era amico di Augusto, e grande poeta
ed oratore del suo tempo. Laonde il Borghesi ed il Canina, per
supplire il meglio che potettero l’iscrizione mancante nella car-
tella di marmo, ove non era rimasto se non che il nome di cotta
al fine della prima linea, la ristabilirono come appresso, suppo-
nendo che in tal modo fosse scritta:
M. AVRELIVS M. F. M. N. COTTA
MESSALAE CORVINO PATRI
Dati i più probabili particolari sulla pertinenza del sepolcro
e sulle epoche nelle quali venne sempre più nobilitato, dobbia-
mo ora dare a conoscere quale fosse la sua forma esteriore e la
sua decorazione, dopo l’ultimo ristabilimento, ed eccone un bre-
ve cenno.
Nel basamento originario in pietra albana, e proprio in quel
lato corrispondente sulla via, e quindi alla fropte del monumen-
to, erano praticati cinque sfondi semicircolari aventi all’intorno
dei sedili destinati al riposo dei viandanti; negli angoli sporgenti
di tali emicicli, dovevano evidentemente essere collocate alcune
piccole opere decorative, delle quali si rinvennero preziosi brani.
Fra questi ornamenti accessorii, faremo speciale ricordo di un
piccolo basamento rotondo, abbellito con figurine diNereidi scol-
pite in bassorilievo e di squisito lavoro; basamento che al certo
doveva sostenere qualche statua onoraria. Ai canti poi del gran-
Digitized by Google
560
Ottava Giornata.
de basamento dovevano esistere i cippi disegnanti l’area perti-
nente all’edifizio monumentale. Il grande corpo rotondo, con-
forme si disse, era per intero rivestito di grossi massi di pietra
tiburtina, tagliati a squadra, come appunto si osserva nel sepol-
cro di Cecilia Metella. Siffatto rivestimento aveva al di sotto una
base con una grande gola rovescia intagliata, di cui si vede qual-
che avanzo, tuttora in opera, nella parte posteriore del monu-
mento (1), e superiormente era decorato con una cornice di buo-
no stile del pari che la base. Di sopra a tale cornice aveva origine
l’attico, nel cui centro sorgeva l’edifizio rotondo in marmo ag-
giunto da Messalino Cotta, abbellito all’intorno con pilastri co-
rinti, racchiudenti fra loro degli archetti, con grandi candela-
bri e maschere sceniche; ed a questa decorazione spettano i
frammenti da noi indicati. Quanto all’attico, esso doveva esser
sormontato da una copertura inclinata, e composta di larghe la-
stre di marmo tagliate a foggia di squamme, conforme lo pro-
vano i frammenti che se ne rinvennero.
vestigie di sepolcri diversi. — Proseguendo il cammino, si
trova da prima, a sinistra, ima iscrizione lapidaria spezzata nel
mezzo, e che apparteneva al sepolcro di Sergio Svezzio. Si scor-
gono poi belli avanzi di cornici in pietra albana, i quali forma-
rono parte di un sepolcro assai più antico. Più oltre è un’iscri-
zione incisa sopra un grande masso di pietra tiburtina, che ne
ricorda la tomba di Furio Fiacco , e finalmente un’altra grande
iscrizione che dà a conoscere di avere appartenuto al sepolcro
di Antonia Trufera.
Volgendosi quindi sul lato destro, dopo alcuni frammenti di
sepolcri, fra’ quali avvi una bellissima antejìssa , si trova un’iscri-
zione lapidaria indicante il sepolcro di P. Quinzio, tribuno della
XV P legione. — Dati alquanti passi, pure a destra, s’incontrano
i ruderi di un
SEPOLCRO COMUNE CON PAVIMENTI DI MUSAICO. — Compone-
vasi esso di due celle con pavimenti di musaico a rosoni bianchi
e neri. I bei frammenti in marmo che ivi si rinvennero, ed in
ispecie due figure chimeriche di bassorilievo, ci danno indizio,
avere questo monumento appartenuto in origine ad alcun distin-
to personaggio dell’epoca imperiale non avanzata: in seguito
però dovette servire di sepolcro comune a persone non affatto
distinte; e ciò che prova tale supposizione, sono i piccoli sarco-
(1) Alcuni altri avanzi di questa base furono trovati negli sterri eseguiti presso
il medesimo sepolcro, e con essi venne formata la base di quella sezione del moder-
no rivestimento, del quale abbiamo già parlato.
Digitized by Google
561
Escursione sulla Via Appia.
faglii di terra cotta, che vi furono rinvenuti. Sotto le suindicate
celle esistono luoghi sotterranei che evidentemente dovettero
servire al medesimo uso comune. In questi sotterranei furono
trovati dei sarcofaghi con entrovi ossa umane.
ALTRI AVANZI SEPOLCRALI, E TOMBA DI M. LOLLIO DIONISIO. —
Immediatamente dopo l’indicato sepolcro, si trova, pure a de-
stra, un bassorilievo con quattro busti, due di uomini, due di
donne: una di queste tiene un cagnolino; l’altra ha sulla destra
spalla una specie di scoiattolo, sorta di animali pe’ quali, proba-
bilmente, quelle matrone avevano della predilezione. Seguono
quindi altri marmi sculti che, insieme al suindicato bassorilievo,
fecero parte di sontuosi monumenti sepolcrali, eretti principal-
mente nell’epoca media dell’impero.
Si può credere che il successivo sepolcro abbia appartenuto
a M. Lollio Dionisio, della Regione Esquilina, e argentario,
poiché nella iscrizione trovata presso questo monumento, e col-
locata pochi passi più innanzi sul marciapiede, si legge: m.
LOLLIVS . M. L — ESQ — DIONYSIVS — ARO — VIXIT . PIVS — Noli
molto lungi, sorge, a sinistra, la
torre selce. — Essa fu costruita nel medio evo sulle rovine
d’un grande sepolcro rotondo, mutato in fortezza durante le
guerre civili che, in quell’epoca, desolavano Roma e l’Italia. Vie-
ne chiamata Torre Selce, perchè in gran parte è costruita con
quella specie di pietra vulcanica, detta selce (in latino silex). Gli
scavi fatti nel 1852, intorno al monumento sepolcrale, su cui la
detta torre s’ innalza, produssero la scoperta di molta quantità
di grossi massi di marmo che appartennero al suo rivestimento
esteriore; e si venne a conoscere che il corpo circolare fu eretto
sopra un basamento quadro. Non si hanno peraltro notizie di
sorta su tale monumento, e quindi rimane fra gl’incogniti (1).
memorie di sepolcri diversi. — Procedendo sempre più sul
VII0 miglio, si scorge, del pari a sinistra, una iscrizione in cui
leggesi : titia . l . l . evcharis — ivlia . c . l . gnome . soror.
Essa probabilmente appartenne al sepoloro del (Juale formava
parte la statua togata, scolpita di altorilievo, che si osserva poco
lungi dall’iscrizione stessa.
(1) Quasi incontro al suddetto monumento, si rinvennero frammenti di sculture
in marmo la cui esecuzione risai isce verso il medio impero. Tali sctilture rappre-
sentavano corone di diverse fronde, avviluppate da fascette, e contenenti dei titoli,
scritti in greco, indicanti alcuni brani teatrali che furono declamati da un attore
greco, e che ebbero in premio corone di varia specie. Queste sculture dovettero de-
corare il prospetto del sepolcro dì quell'attore, di cui s’ignora il nome.
24**
Digitized by Google
562
Ottava Giornata.
Si trova quindi, dopo pochi passi, un’ altra iscrizione lapida-
ria, pertinente al sepolcro di G. Atilio Erodo, margaritario
sulla via Sacra, cioè mercante di que’ minuti oggetti in vetro
che servivano d’ornamento alle donne. Tale iscrizione, che si
rende importante pel modo singolare con cui è scritta, dice:
HOSPES . RESISTE . ET . HOC . AD . GRVMVM . AD . LAEVAM .
ASPICE . VBEI — CONTINENTVR . OSSA . HOMINIS . BONI . MISE-
RI CORDI S . AMANTIS — PAVPERIS . ROGO . TE . VIATOR . MONV-
MENTO . HVIC . NIL . MALE . FECERIS — G. ATEILIVS . SERRANI .
L. EVHODVS . MARGARITARIVS . DE . SACRA — VIA . IN . HOC .
MONVMENTO . COND1TVS . EST . VIATOR . VALE — EX . TESTA-
MENTO . IN . HOC . MONVMENTO . NEMINEM . INFERRI . NEQVE
CONDÌ . LICET . NISEI . EOS . LIB. QVIBVS . HOC . TESTAMENTO .
DEDI . TRIBVIQVE.
Di prospetto a questa iscrizione, avvene un’altra che si riferi-
sce al sepolcro di M. Giulio Erodo, dispensatone di Tito Clau-
dio Cesare. Fu questa rinvenuta assieme a dei ragguardevoli
frammenti figurati, scolpiti in travertino, i quali evidentemente
fecero parte dell’accennato sepolcro.
ALTRE MEMORIE DI MONUMENTI SEPOLCRALI. — Andando più
avanti, si scorge subito, a destra, un bassorilievo in marmo con
tre figure, e la metà di una statua loricata; poi si trova, dal can-
to stesso, una grande lapide, in cui si legge: p. decvmivs .
m.p.v.l — philomvsvs — mùs. Con questa semplice iscri-
zione si volle, forse, trasmettere nei posteri, che Filomuso, il ti-
tolare, non già amava le muse, conforme sembrerebbe indicare
il suo nome, ma che piuttosto egli aveva affezione ai sorci: ed a
vie meglio dare a conoscere tale distinzione, ai lati della parola
Mts furono scolpiti due sorci , ognuno de’quali rode un disco,
probabilmente un formaggio (1).
Inoltrandosi sempre più nel VII0 miglio si scorge a manca un
bassorilievo 5on tre busti, due virili, uno muliebre.
(1) Vicino a questa iscrizione lapidaria furono scoperti due cippi terminali con
iscrizioni spettanti al sepolcro eretto da C. Cedicio Flaccciano, tribuno militare ;
ed è probabile che il frammento della statua loricata, di cui si fece parola, spettas-
se a questo monumento.
A manca della via, poco lungi dalla suddetta iscrizione, si trovarono parec-
chi frammenti di cornici scolpite in marmo, e la figura di un Telamone che, as-
sieme ad altre simili, doveva decorare un sontuoso monumento eretto nel I secolo
dell'impero, giacche a quest'epoca si riferisce lo stile dì essi marmi.
Digitized by Google
563
Escursione sulla Via Appia .
divergimento della via. — Di mano in mano che si appros-
sima il fine del VII0 miglio, si osserva che la via piega dolce-
mente a destra, giacché proseguendola in linea retta, sarebbesi
incontrata una troppo sensibile discesa. Forsechè, in origine, la
via prolungavasi su d’un percorso rettilineo, sorretto da grandi
opere di sostruzioni ben solide, allo scopo di allungarne il piano
inclinato, conforme si può dedurre dalle tracce che ancora ri-
mangono di tali opere, e le quali appariscono al basso della via,
da sinistra. Ciò peraltro che si rende certo è, che questo devia-
mento era già praticato fino dai tempi del medio impero, giac-
ché sussistono delle tracce del suolo antico che seguono il me-
desimo deviamento: ivi si scorgono ancora delle vestigie di se-
polcri spettanti a que’tempi, e corrispondenti alle curve della via.
Il Canina è di parere che, venendo a rovinare le suddette opere
di sostruzione, per provvedere immediatamente all’ urgenza del
transito, fosse praticato l’accennato deviamento.
sepolcri a destra della discesa. — Seguendo il deviamento
della via e discendendo nella valle, si scorgono, a destra, alcuni
ruderi di sepolcri dell’epoca media dell’ impero. Essi dovettero
essere veramente sontuosi, poiché, tra i frammenti delle mar-
moree decorazioni, si rinvennero anche dei busti e due statue to-
gate, maggiori del naturale, e condotte di altorilievo, in guisa
da poter servire di ornamento al prospetto di alcuno di tali mo-
numenti.
Anche nel lato sinistro esistettero ragguardevoli sepolcri, lo
che rimase provato dalla scoperta di parecchi avanzi di decora-
zioni, fra’ quali, una statua muliebre.
SEPOLCRO DEL VASO DI ALABASTRO, ED ESSEDRA DI RIPOSO. —
Il più importante monumento che s’incontri dopo la discesa, os-
sia al principio dell’VIII0 miglio, è quello che si osserva a sini-
stra, ridotto ad una massa informe d’interna struttura: in esso fu
trovato un grande vaso di alabastro egizio, che oggi si ammira
nel museo Vaticano.
Poco lungi, dal medesimo lato, si trovano gl’imponenti avan-
zi di un’ essedra semicircolare adorna di nicchie per contenere
statue: si crede che un edifizio di tal sorta fosse un luogo di ri-
poso pei viandanti. Giudicandone dalla costruzione si può rite-
nere che l’esistenza di questo monumento risalisca all’epoca me-
dia dell’impero, e probabilmente ai regni di Vespasiano o di
Nerva, allorquando quest’ imperatori ristabilirono la via, e ne
rinnovarono le colonne milliarie (1).
(1) Sulle alture, incontro alla suddetta essedra di riposo, ergesi una grande
torre quadra, detta volgarmente Torre Rossa. È questa una bella costruzione in
Digitized by Google
564
Ottava Giornata.
sepolcri incogniti dai due lati della via. — Proseguendo
il cammino, si scorge a sinistra un monumento sepolcrale d’o-
pera laterizia, spettante all’epoca imperiale; esso è abbastanza
conservato, e decorato d’una grande nicchia che conteneva for-
se la statua del titolare. Poscia si osservano a destra le rovine
di altri sepolcri molto più antichi del precedente.
Quasi incontro è un monumento quadro d’opera cementizia,
di cui non rimane che la camera sepolcrale coperta dalla sua vol-
ta: l’ingresso apresi dal lato della campagna, ed il prospetto, ri-
spondente sulla via, ha due aperture uniformi.
Poco lungi di quivi s’incontrano a destra due cippi sepolcrali
sui quali sono incise le due seguenti iscrizione; in una si legge:
C. VABERIVS . TRANQVILLVS . AELIANV8 — AELIAE . PRIMI GENI AE —
matri . piissimae. Sull’altra leggiamo: c . vaberio . syneroti —
AELIA . PRIMIGENIA — VIRO . INDVLGENTI SSIMO .
Pochi passi dopo si presentano dal medesimo lato ed in luogo
elevato, i ruderi di un grandioso monumento, terminato in tondo
nella parte superiore, ed inferiormente di forma quadrata: la ca-
mera sepolcrale è ricoperta dalla sua volta, e vi sono tre sfondi
a foggia di nicchie, destinati a contenere altrettanti sarcofaghi.
In seguito veggonsi a sinistra parecchi frammenti di marmi
scolpiti con figure. Da tutte queste reliquie, e da altre anche di
maggiore importanza, che più non sono nel luogo , si può sup-
porre che qui esistesse un sontuoso monumento, eretto verso l’e-
poca degli Antonini.
Più innanzi, a destra, si offre alla vista degli osservatori un’ im-
ponente mole rotonda, residuo di un grande sepolcro della specie
dei tumuli da noi precedentemente veduti. Questo interessante
monumento risalisce ad un’epoca assai vetusta: nel centro di esso
deve probabilmente esistere la camera sepolcrale, ma noi dobbia-
mo annoverarlo fra gl’incogniti, perchè non si rinvenne verun
indizio relativo alla sua pertinenza.
atrio di silvano, colla edicola sacra ad ercole. — Av-
vicinandosi verso il fine dell’ Vili0 miglio, si scorgono a destra
alquanti rocchi di colonne in pietra albana, alcuni de’ quali an-
cora in piedi al loro posto, e si conosce che le colonne forma-
vano un atrio quadrilatero, con cinque intercolunnii da ogni lato.
Alcuni credettero riconoscere in questo edifizio quel tempio de-
dicato ad Ercole, il quale, secondo Marziale, fu fatto erigere da
opera laterizia che si crede appartenere al medio evo, e che ha qualche somiglianza
colla torre delle Milizie sul Quirinale. Questa torre serviva di fortezza all’ epoca
delle guerre civili, al pari di tutte le altre esistenti nella campagna di Roma.
Digitized by Google
565
Escursione sulla Via Appia.
Domiziano in questo medesimo luogo, ordinando quell’impera-
tore che fosse rappresentata la propria sua effige nel simulacro
di essa divinità. A tale opinione peraltro si oppone ad evidenza
il genere di architettura adoperatovi, il quale appartiene al do-
rico greco, ordinariamente usato soltanto nell’epoca media della
repubblica ; in tal guisa rimane affitto escluso che sia un’ opera
del tempo di Domiziano. Da un’antica ara poi, in pietra albana,
quivi rinvenuta , e dedicata a Silvano , si può conchiudere , che
l’edifizio in discorso fosse sacro a quella divinità. Non si può pe-
raltro assolutamente negare che questo tempio non appartenesse
anche ad Ercole , giacché sappiamo che il suo culto era in uso,
spesse volte, promiscuamente con quello di Silvano; è d’uopo
quindi ritenere che nel medesimo atrio di cui si tratta, esistesse
eziandio un’ edicola sacra ad Ercole. Questo atrio , intorno al
quale dovettero esistere dei sedili, fu principalmente destinato a
servire di luogo di riposo a quelli che viaggiavano lungo la via
Appia: essi potevano anche dissetarvisi, poiché si riconobbe es-'
servi stato un pozzo, d’onde trarre acqua fresca.
Al nord del suddetto atrio, doveva esistere il magnifico tem-
pio di Ercole, eretto da Domiziano all’ Vili0 miglio della via Ap-
pia; ma d’un così superbo edifizio non ne resta veruna traccia,
ville di basso e di peksio. — Vicino al luogo ove era la co-
lonna dell’ Vili0 miglio, che rimaneva a circa cento passi dopo
l’atrio di Silvano, esisteva la vi^. di Basso, ricordata da Mar-
ziale come assai sterile. Nelle stesse adiacenze erano parimente
i poderi e la villa di Persio, celebre Poeta, ove egli cessò di vi-
vere. Nei poderi stessi doveva evidentemente essere il sepolcro
di lui, conforme si costumava dagli antichi; ma non si ha indi-
zio di sorta per assegnarne la situazione.
SEPOLCRO DI Q. CASSIO, APPALTATORE DI MARMI. — Al prin-
cipio del IX0 miglio, s’incontrano, a diritta, alcuni marmorei
avanzi di sopolcrale decorazione, vicino ai quali avvi un fram-
mento d’iscrizione incisa su d’una grande lastra di marmo, in cui
leggesi: Q. cassi . c. . . . — artenae .... — redempto-
ris . mar. ... Da siffatto documento si può dedurre , che qui-
vi esistesse il sepolcro di Q. Cassio , redentore , ossia appalta-
tore dei marmi che i Romani, al tempo dell’ impero, facevano ve-
nire in grande quantità dalle più lontane regioni. — Proseguen-
do il cammino, si trova, da sinistra, il
sepolcro di q. verannio. — Esso ha uguale forma, uguale
decorazione ed anche uguale costruzione, in opera laterizia, di
quel sepolcro da noi veduto all’ Vili0 miglio, dopo l’essedra di
Digitized by Googl
5(56
Ottava Giornata.
riposo. Tuttavia si rileverà, che questo monumento conserva an-
cora una delle colonne in opera muraria le quali ne decoravano
il prospetto, e che rimanevano incassate nei due lati della nicchia
esistente nella parte superiore. Questo edifizio fu compreso dal
Santi Bartoli nella sua collezione degli antichi sepolcri. — Pres-
so questo monumento sorge, pochi passi entro la campagna, il
grande sepolcro, detto il torraccio. — Questo monumen-
to, di forma circolare, è coperto con un tetto moderno, ed il suo
intemo, quasi integro, conserva tuttora la sua volta. All’ intorno
della cella esistono quattro grandi nicchie arcuate, una delle qua-
li serve d’ ingresso; frammezzo ad esse sono vene altrettante qua-
drilunghe, di mezzana grandezza. Questo monumento fu proba-
bilmente il sepolcro d’un grande personaggio degli ultimi tempi
dell’impero, giacché si riconosce che in tale epoca appunto ven-
ne costruito; ma mancano affatto memorie circa la sua pertinenza.
Poco di quivi discosto, si osserva a destra un cippo sepolcra-
le, su cui si legge: d. m. — falisco sacrvm. Quasi al di die-
tro è rimarchevole un antichissimo sarcofago, tuttora incassato
nel suolo e chiuso dal siio coperchio di pietra albana. Poco dopo
s’incontra il nucleo d’un grande monumento rotondo, il cui ba-
samento , rivestito di grandi massi di pietra albana , doveva es-
sere di forma quadra, conforme si può dedurre dalle vestigia che
ancora ne rimangono.
sepolcro e villa di Gallieno. — Circa il fine del IX0 mi-
glio si scorge, pure a destra, l’ imponente avanzo d’ un monu-
mento rotondo in opera laterizia. L’ampia cella sepolcrale con-
serva ancora la sua volta, e su di essa si elevano considerevoli
ruderi del piano superiore dell’edifizio. Si crede che tale monu-
mento sia lo stesso sepolcro di Gallieno imperatore, ove, secondo
Sesto Aurelio Vittore, fu seppellito eziandio Severo Cesare, mor-
to alla stazione delle Tre T aberne, posta sulla via Appia, là dove
questa traversava le campagne Pontine. Quanto agli avanzi di
quegli antichi muri che si scorgono nei campi , dietro il ricor-
dato monumento, si può supporre che appartenessero alla villa
del medesimo Gallieno. È certo peraltro che questo luogo di
delizie andava ricco di insigni sculture, giacché gli scavi prati-
cativi nel 1792 dal pittore scozzese Gavino Hamilton produssero
la scoperta d’un edifizio rotondo decorato con istatue, fra le quali
era quella di uno dei discobuli che si ammirano nella sala della
biga nel museo Vaticano.
grande tumulo. — Poco dopo entrati nel X° miglio, cioè
verso il confine del territorio romano, ossia agro romano, è ri-
Digitized by Google
567
Escursione sulla Via Appia.
marchevole a destra un tumulo il quale, per ampiezza di mole,
sorpassa tutti gli altri sepolcri di simil genere già da noi osser-
vati. Si riconobbe che fu esso eretto su d’un basamento quadri-
latero di pietra albana, su cui sorgeva ima cinta rotonda della
medesima pietra, che racchiudeva la parte inferiore del tumulo
stesso. Era questa una imitazione perfetta dei più sontuosi mo-
numenti degli antichi Etruschi, e può credersi eretto poco dopo
che venne aperta e stabilita la via Appia, cioè, fra il V® ed il
VII® secolo di Roma. Non si potè ancora accertarsi se esistano
nell’interno una o più celle sepolcrali, ed anche la sua pertinenza
rimane incognita; considerando però la grandiosa mole di que-
sto tumulo, si dovrà da ciò inferire che fosse esso innalzato ad
uno dei personaggi più distinti, o forse ancora ad una delle più
doviziose e possenti famiglie che figurarono in quella memo-
randa epoca di Roma.
Continuando il cammino, per poco meno di un miglio, fram-
mezzo a rovine di sepolcri che nulla presentano d’interessante,
si trova da sinistra, a circa 160 metri prima di entrare nell’ XI®
miglio , un
sepolcro quadro. — Il basamento di questo sepolcro , di
ragguardevole ampiezza, conserva tuttavia una porzione del suo
rivestimento fatto con pietre albane assai ben lavorate, ed infe-
riormente ha una cornice sagomata con buono stile. La costru-
zione di tale monumento addimostra che fu eretto prima dell’ e-
poca imperiale, ma s’ ignora a chi appartenesse.
Pochi passi al di là di questo sepolcro, si traversa il fosso detto
del ponticello de' Cipollari, dopo il quale la via comincia a sali-
re, per mezzo d’un piano alquanto inclinato, sulla collina di pro-
spetto. Qui si osserverà che un tratto di questa medesima via,
fiancheggiato da alti marciapiedi, conserva ancora l’antico la-
strico, meno danneggiato che non è in altri luoghi.
.Non appena percorso questo tratto di strada, si entra nell’ XI*
miglio , e poco prima di giungere al viadotto su cui transita il
tronco di ferrovia, che, staccandosi dalla linea di Frascati, si di-
rige verso il confine napolitano, si scorge un
grande sepolcro rotondo. — Ne’ tempi passati questo mo-
numento presentava soltanto l’aspetto di un semplice tumulo;
ma in seguito delle scoperte del 1853, si riconobbe che esso era
adorno nel suo giro esterno di grandi uicchie arcuate e rettan-
golari, poste alternativamente, in numero di 22, e divise da co-
lonne risaltanti dai loro pierritti per circa la metà del loro dia-
metro: noi riteniamo col Canina che tali nicchie contenessero
Dkjitized by Google
568
Ottava Giornata.
altrettante statue. Gli scarsi avanzi di questa decorazione pale-
sano una cattiva opera laterizia, mentre poi la cella, conserva-
tissima, e costrutta in pietra albana, presenta una lodevole co-
struzione. Si potrebbe quindi conchiudere che ad un monumento
assai antico fu aggiunta forse la suddetta decorazione esteriore,
verso l’ epoca media dell’ impero, salvo che non si volesse am-
mettere che quanto di essa ancora sussiste appartenga ad un
parziale ristauro. Al di sopra poi della ricordata cinta di deco-
razione, il monumento doveva terminare, conforme il vetusto
uso, a foggia di tumulo, ed essere coperto, sulla cima, colle so-
lite lastre tagliate a squamine.
Traversando il piccolo ponte della ferrovia e proseguendo a
salire, si trovano a destra gli avanzi di alcuni sepolcri che esi-
stevano in questo luogo; e dopo percorso circa mezzo miglio fra
tali rovine, cioè al cominciare del XII0 miglio, la nostra atten-
zione è richiamata dagli avanzi imponenti di un monumento che
s’ innalza a sinistra, a foggia di tumulo , e che signoreggia so-
pra tutti i circostanti ruderi. AH’interno è costruito in grandi
massi di pietra albana, ed all’esterno dovette avere delle deco-
razioni scolpite in marmo, delle quali si scopersero alcuni fram-
menti attorno al monumento.
termine della via ristabilita. — Partendo da questo mo-
numento si giunge, dopo breve cammino, alle moderne abita-
zioni che formano l’osteria, detta delle Frattocchie, ove la strada
postale di Albano coincide sulla stessa direzione dell’ antica via
Appia; perciò in questo luogo ebbero termine gli scavi praticati
per scoprire e per ristabilire quella parte della medesima via che
era abbandonata.
PROSEGUIMENTO DELLA VIA FINO AL XII0 MIGLIO. — Porremo
fine alla nostra escursione , lungo la via Appia , percorrendola
perfino al luogo ove era la colonna indicante il XII0 miglio, seb-
bene in questo tratto di strada non siasi fatta alcuna scoperta,
perchè la via moderna si trova sulla linea di quella antica. Os-
serveremo da prima, a destra dopo le fabbriche delle Frattoc-
chie, la deviazione della via Nettunense attuale, che sembra se-
guire, all’ incirca, la linea della via antica la quale, distaccandosi
in questo luogo dalla via Appia, conduceva ad Anzio. Infatti, se
si percorre la via da noi primieramente indicata, s’incontrano
qua e là tracce dell’antico lastrico e delle vestigia di sepolcri.
Poco dopo la deviazione della via Nettunense, si scorgono alcu-
ni ruderi di mura pertinenti ad un antico sepolcro; ciò prova ad
evidenza che le abitazioni dell’ antica Boville non giunsero mai
Digitized by Google
569
Escursione sulla Via Affla.
fino a questo luogo; la qual cosa, per lungo e consecutivo spa-
no di terreno più non accade, poiché ivi appunto sorgeva la ri-
cordata città, di cui ben presto daremo un breve cenno.
Da sinistra, poco, prima della stradella che traversa la via, si
trovano pure antiche mura che sembra facessero parte di qual-
che considerevole monumento ; e poco più innanzi ergesi , dal
medesimo lato, il nucleo in opera laterizia di un grande sepolcro
rotondo , il quale evidentemente era rivestito di una magnifica
decorazione in marmo, della quale non rimangono che le tracce
dei collegamenti. Poco lungi da questo monumento dovette esi-
stere la colonna indicante il XII0 miglio , alla distanza di 385
met. e 25 c. da quella che indica lo stesso miglio della strada
moderna.
Se la differenza fra le medesime colonne milliarie è in questa
posizione tanto poco considerevole , ad onta che la strada mo-
derna percorra una linea tortuosa e molto più lunga di quella
prescritta dal rettilineo dell’ antica via, ciò proviene dal comin-
ciare la moderna strada alla porta ora detta di s . Giovanni, aperta
nel recinto delle mura Aureliane , mentre la via antica comin-
ciava alla porta Capeva, la quale rimaneva a circa un miglio di
distanza verso l’interno della città, ed aprivasi nel recinto delle
mura di Servio Tullio. Si può dunque calcolare, che la via an-
tica era circa un miglio e mezzo più breve della strada moderna
(cui si dà nome di Via Appia nuova ) , considerandole , come se
ambedue muovessero da un punto stesso.
Presso il luogo ove esisteva la suindicata colonna milliaria , si
trova a destra un viottolo che conduce al circo e ad altre rovine
degli edifizi dell’antica Boville.
boville. — Le scoperte fatte in questo luogo , mediante le
escavazioni eseguitevi nel 1823, ed il ritrovamento di qualche mar-
mo scritto , fecero conoscere il sito ove esisteva questa piccola
città, o stazione, che gli antichi avevano sulla via Appia. Que-
sta città fu detta Bobellas, o Bovillae, e gli abitanti chiamavansi
Bovillani, e quindi Longani-Bovillenses , allorché furono posti
sotto la dominazione municipale di Alba-Longa. Quest’ antichis-
sima città è famosa nell’ epoca della repubblica per la morte ivi
avvenuta di Pubblio Clodio, ucciso da Milone, a cui quel perfido
tribuno aveva tramate insidie ; avvenimento che motivò la cele-
bratissima orazione di Cicerone.
Quanto alle rovine di questa città le quali, dopo lungo corso
di secoli, si offrono ai nostri sguardi, diremo che esse consistono
negli avanzi di un circo-, d’ un sacrario , e di un serbatoio di ac-
f
Digitized by Google
570
Ottava Giornata.
qua; in alcune vestigia d’un teatro, e di alcuni monumenti se-
polcrali ; finalmente in parecchi avanzi del lastrico di qualche
antica strada. Il circo è meglio riconoscibile, attesoché esso era
costruito con massi ben tagliati di pietra albana ; la sua interna
lunghezza è di 328 met. e 50 c., e la larghezza ascende a metri
60: vi si osservano ancora le tracce della curva e della porta
trionfale, come ancora buona parte delle carceri. Quello che re-
sta del lastrico delle strade si compone, come di ordinario-, di
grossi poligoni di lava basaltina ; e tali avanzi dimostrano che
esse avevano una larghezza media di 3 met. e 33 centimetri. Stan-
do all' andamento di queste antichissime strade , in parte scoper-
te, si rileva che l’antica Bo ville rimaneva su d’ una breve tra-
versa della via Appia.
Portandosi di nuovo sulla via Appia, e tornando indietro fino
ai sepolcri creduti degli Orazi e Curiazi, superiormente accenna-
ti, e di quivi inoltrandosi nella tenuta, detta Roma Vecchia, che
rimane di contro, si trovano gli avanzi pertinenti alla
VILLA DE’ QUINTILI!.
Il grande ammasso di ruine che precipuamente fece dare il
nome di Roma Vecchia a questa parte del territorio romano, e
che sul principio dell’ attuale secolo fu da taluno creduto fosse
un avanzo dell’antico Pagus Lemonius ricordato da Pesto, ap-
partiene in fatto ad una magnifica villa del secondo secolo del-
l’era cristiana. Molta quantità di condotti di piombo che vi por-
tavano l’acqua, avendo l’iscrizione n qvintiliorvm . condini .
et . maximi , fanno prova , che la detta villa appartenne ai due
fratelli Quintilii, Condino e Massimo, i quali, a causa delle loro
ricchezze e della loro influenza, vennero condannati a morte da
Commodo, desideroso d’impossessarsi de’ loro averi. Gli accen-
nati condotti furono scoperti negli scavi eseguiti in queste terre
nel 1828, d’ordine del defunto duca Giovanni Torlonia, ed in
tale circostanza vi si trovarono anche parecchie statue , alcuni
bassorilievi, delle colonne e dei frammenti di cornicioni.
Fra gli avanzi ancora riconoscibili di questa villa, sono da no-
tare, quelli di alquanti serbatoi d' acqua ; quelli di due magnifi-
che side da bagni; di un piccolo anfiteatro; di un acquidotto, ed
in fine gli avanzi di un ninfèo che aveva il suo prospetto sulla
via Appia, ove già ne fu fatta menzione.
Discendendo la collina su cui esistono i ricordati avanzi , si
giunge alla moderna strada che pone in comunicazione la via .
Digitized by Google
Circo di Romolo.
571
Appia colla strada postale di Albano. Mettendosi quindi per (pie- .
sta ultima via, alla volta di Roma, si giunge all’ ingresso prin-
cipale del
CIRCO DI ROMOLO.
Fino al 1825, questo circo fu detto di Caracolla per ben fri-
vole ragioni , cioè pel trasporto eh’ ebbe quell’imperatore pei
spettacoli del circo, per la scoperta avvenuta della statua di lui
e dell’altra di sua madre Giulia in prossimità di questo edifizio,
ed a causa di un circo che vedesi improntato nel rovescio delle
medaglie dello stesso Caracolla. Conveniamo che quest’ impera-
tore fosse passionato pei giuochi circensi, ma non ne consegue
però, che in forza di tal ragione egli facesse erigere il circo di
cui parliamo. Le statue poi potevano con tutta probabilità ap-
partenere a qualche altro monumento, giacché esse non furono
scoperte propriamente nel circo: gli archeologi d’altronde eb-
bero, da molto tempo, riconosciuto nel circo che si osserva nel
rovescio delle medaglie di Caracalla, una rappresentanza del
circo Massimo, sia perchè egli lo ristorasse, sia a motivo degli
spettacoli straordinarii che diede in esso. Dall’altro canto, la
poco regolare costruzione dell’ edifizio in discorso, la quale è ben
diversa da quella delle terme di quell’ imperatore, ricordava il
secolo IV, allorquando le arti si trovavano in una spaventosa
decadenza; laonde, fino dal secolo XVI, il Panvinio ebbe attri-
buito questo circo all’ epoca di Costantino. Ma ogni qualunque
dubbio disparvé dopo gli scavi che nel 1825 fece praticare in
questo circo il duca Giovanni Torlonia, quando cioè fecene ster-
rare le carceri, la spina, il pulvinare e la gran porta d'ingres-
so nell' arena. In questa occasione si scopersero i frammenti di
tre iscrizioni, due delle quali esistevano vicino alla porta grande
d’ingresso, ed una sulla porta di mezzo delle carceri. Queste
iscrizioni contenevano tutte il nome di Massenzio, e nel noVero
di esse, quella che meglio è conservata e che fu posta superior-
mente alla grande porta d’ingresso, palesa che il circo fu dedi-
cato, nell’anno 311 dell’era cristiana, a Romolo figlio di Mas-
senzio stato console due volte, e che dopo morto ebbe gli onori
dell’apoteosi. Essa dice:
divo . romvlo . n. m. v.
COS. OR d. il. FI LIO
D. N. MAXENTÙ. INVICT.
viri . et perp. avo. nepoti
T. DIVI MAXIMIANI . SEN. ,
oris . ac . bis. Augusti.
Digitized by Google
Ottava Giornata.
572
La parte in lettere corsive venne supplita secondo le altre iscri-
zioni e le medaglie del medesimo tempo. Ora, questa scoperta
serve d’illustrazione all’anonimo pubblicato dall’Eccardo, e con-
temporaneo di Massenzio, nel cui scritto si legge, che Massen-
zio costruì un circo in catacumpas , cioè in catacumbis , ossia
vicino alle catacombe.
Fu già detto, esser questo il circo più conservato che sia giun-
to fino a noi; per cui vuoisi riguardare come uno de’ più interes-
santi monumenti da essere osservati. La sua forma è uno spazio
quadrilungo di 1620 piedi romani in lunghezza, e 250 in lar-
ghezza, che rimane circoscritto da due linee rette non fra loro
parallele, ma che nelle estremità sono insieme congiunte da due
curve. Tre sono le parti che costituivano principalmente questa
specie di edifizi: le Carceri, il Circo propriamente detto, e la
Spina, e queste parti sono appunto quelle che, negli ultimi sca-
vi, vennero bene riconosciute, e che non ci restano visibili se
non in questo circo.
Cominciando dalle carceri diremo, che cosi era chiamata la
parte d’ onde pigliavan le mosse i carri guidati dagli aunghi,
divisi in quattro fazioni le quali, a seconda dei colori delle vesti
che indossavano, venivano chiamate albata (bianca), russata
(rossa ),prasina (verde), veneta (azzurra). Nel circo in discorso
le carceri rimangono verso occidente, ed altrettanto accadeva
nel circo Massimo, in quello di Sallustio, ecc. La linea della loro
pianta presenta un segmento di circolo, e questa disposizione si
rendeva necessaria per conservare l’ uguaglianza dello spazio da
doversi percórrere nell’uscita de’ carri. Esse sono divise in tre-
dici fornici arcuati che fra loro comunicano, eccettuato quello
di mezzo il quale, non servendo se non che a dar adito alla pom-
pa circense, è separato dagli altri. Questi fornici, dal lato che
guarda l’interno del circo, erano chiusi con cancelli di cui, in
passato, si scorgevano ancora le tracce, salvo l’ingresso di mez-
zo ove non si vedevano affatto; ma disgraziatamente esse tracce
scomparvero nel 1831 . Questa costumanza è assai bene espressa
in un bassorilievo della villa già Albani, ove, innanzi ai pilastri
degli archi, si veggono anche le erme che loro servivano di de-
corazione, e delle quali parla Cassiodoro. Negli ultimi scavi fatti
in questo circo si rinvennero parecchi frammenti di tali erme, ed
una intiera, avente il ritratto di Demostene, la quale esiste ora in
Baviera nel museo di Monaco. Il terrazzo superiore alle carceri
era il luogo serbato ai personaggi di alto grado che assistevano
ai giuochi, conforme ne fanno fede gli antichi scrittori, e come si
Digitized by Googl
Circo di Romolo.
573
osserva negli antichi monumenti. Alle due estremità delle car-
ceri eranvi due torri che servivano di stazione ai tibicini i quali
animavano i cavalli e gli aurighi: il tutto insieme di questa parte
aveva fatto dare il nome di oppidum, ossia castello, a questa se-
zione di tutti i circhi. _ •
Il circo propriamente detto, per la disposizione dei gradini,
era simile agli altri luoghi di spettacolo, e dividevasi in podiwn
ed in pr cecine tiones. Nel circo di che si parla, oltre il podio,
eravi una sola precinzione di dieci gradini su’ quali potevano
stare 18,000 spettatori. Quattro porte mettevano immediata-
mente all’arena; due presso le torri delle carceri, la terza cor-
rispondeva incontro alla prima meta, e la quarta rimaneva in
mezzo alla curva dell’ estremità del circo opposta alle carceri,
ed era l’unica che corrispondeva sulla via pubblica, o Asinaria ,
la quale congiungeva fra loro le vie Latina, Appia, ed Ardea-
tina. Le gradinate rimangono interrotte da due balconi, detti
pulvinaria, perchè erano coperti di cuscini ( pulnina ); quello
verso il nord-est comunica cogli avanzi della villa per mezzo
d’un corridoio, per cui conviene ritenere che di quivi l’impera-
tore vedesse i giuochi, mentre l’ altro verso il sud-ovest era ser-
bato ai giudici.
La spina può essere paragonata ad un terrapieno dividente
l’arena del circo in due parti ineguali, nell’intera sua larghezza,
giacché essa è collocata in direzione obliqua, in guisa da lascia-
re maggiore spazio verso l’ovest, che non verso l’est. Essa era
ornata di statue, di colonne, e di obelischi. Nel circo di cui si
tratta, la spina ha 1,000 piedi romani antichi di lunghezza, 22
di larghezza, e da 2 a 5 piedi di elevazione. Le mete ne rima-
nevano disgiunte affatto, e la sua superficie era un serbatoio
d’acqua diviso in più sezioni, e serviva per ispruzzare i carri,
affinchè l’asse delle ruote non prendesse fuoco.
Ecco poi ciò che si scoperse sulla spina di questo circo di Ro-
molo. Primieramente, verso le carceri, si trovò una parte di un
muro isolato avente nel centro un foro in cui conficcavasi una
trave, di dove partiva verso il sud la corda tesa che serviva a
determinare il principio ed il fine della corsa: questa corda chia-
mavasi (linea), la linea. "Viene quindi il basamento delle mete,
dette le prime, relativamente alle carceri. Tali mete avevano
forma di tre coni congiunti e sormontati da un uovo: la parte
inferiore di queste colonne coniche era adorna di un bassorilievo
rappresentante le corse del circo, e se ne rinvennero dei fram-
menti che furono portati via nel 1831. Que’ frammenti forma-
Digìtized by Google
5~4 Ottava Giornata.
vano una prova evidente dell’ ultimo decadimento delle arti
all’epoca della costruzione del circo. Lungo la superficie della
spina, si scorgono tuttora le tracce dei piedistalli delle statue e
di altre decorazioni che l’ abbellivano. Vicino al primo piedistal-
lo si scopersero i frammenti d’una statua di Venere; quindi ap-
parvero le fondamenta dei piedistalli delle due colonne destinate
a sostenere un architrave con sopravi sette delfini , simbolo di
Nettuno, divinità protettrice de’ cavalli, ed erano in numero di
sette per indicare quello dei giri che solevansi fare in ciascuna
corsa. Poscia, si scoprirono le vestigia de’ piedistalli che soste-
nevano le statue del Sole e di Paride, e vicino alle vestigia del-
l’ ultimo di essi piedistalli si riconobbe, sulla spina, una interru-
zione spalmata di mastice, come soleva farsi nelle parti che do-
vevano contenere l’acqua; e qui in uno spazio, ripieno di terra,
era stata piantata la palma, da cui si staccavano i rami che si
davano ai vincitori. Dopo l’indicato spazio si trovò la prima in-
terruzione della spina, e su -cessivameute le tracce del piedistallo
che sosteneva la coloima sormontata dalla statua della Vittoria.
Ivi presso rimaneva l’incassatura delle fondamenta dell’obelisco
di granito rosso, di cui si servì Innocenzo X per ornare la gran
fontana in piazza Navona. Dopo il luogo ove si rinvenne gia-
cente l’ obelisco fu scoperta la seconda interruzione della spina;
quindi si trovarono, il piedistallo che servì a sostenere una sta-
tua di Ercole, e le vestigia di un tempietto di Venere, su cui
si collocavano in fila sette uova mobili, simbolo di Castore che
amava i giuochi equestri; esse servivano inoltre ad indicare i
giri delle corse, giacché dopo eseguito ciascun giro ne veniva
tolto uno. Di là del tempietto esisteva la terza interruzione della
spina, e nel rimanente di essa si rinvennero le statue di un’Amaz-
zone e di Proserpina. In ultimo si scoprì il piantato delle se-
conde mete.
Si comprende facilmente perchè la spina non fosse collocata
in modo da essere parallela ai due lati del circo, e perchè essa
lasciasse più largo lo spazio verso l’ovest, che non verso l’est,
allorquando si rifletta che il principio delle corse era a destra, e
che per conseguenza era necessario lasciare maggiore spazio da
questo lato a confronto dell’altro. — Vicino al circo si trova il
. TEMPIO DI ROMOLO.
È questo uno degli antichi templi che tuttavia conservi il re-
cinto sacro ed il sotterraneo . L’identità di costruzione del recinto
Digitized by Google
575
Tempio di Romolo.
con quella del descritto circo, la prossimità e la porta di comu-
nicazione col circo stesso, non lasciano dubitare che questo edi-
fizio non ne formasse parte. La sua pianta è perfettamente quel-
la di un tempio con un recinto sacro: essa è una corte quadri-
lunga, circondata da un muro, avente interiormente all'intorno
mi portico costruito in arcate con pilastri: nel mezzo sorgeva il
tempio, di cui oggi non resta che il sotterraneo. Palladio che ce
ne lasciò i dettagli fa conoscere che questo tempio era uno di
quelli che sono chiamati prostili, che aveva innanzi un portico
rettilineo con sei colonne di fronte, e tre dai lati oltre un pila-
stro, e che vi si ascendeva per parecchi gradini, di modo che
l’edifìzio dominava il recinto e si vedeva dalla via Appia. La cella
era rotonda, talché questo tempio, in quanto alla pianta, rasso-
miglia assai al Pantheon; e la solidità dcll’edifizio e la sua co-
struzione farebbero credere che di già esistesse allorquando ven-
ne costruito il recinto e le altre fabbriche. Il sotterraneo del por-
tico è molto ben conservato, e vi si ha accesso per mezzo d’una
apertura moderna che dà agio di scorgere la spessezza sorpren-
dente dei muri, la quale è di circa 4 metri e mezzo. Dal detto
sotterraneo si passa in quello della cella che è rotondo: ha circa
33 metri di diametro con nicchie all’ intorno, nelle quali sono
praticate piccole finestre donde la fabbrica piglia aria e luce, e
nel centro sorge un grosso pilastro ottagono a sostegno della
volta. Nel complesso questo sotterraneo somiglia a quello del
tempio fuori di porta Maggiore, al quale si dà nome di Torre
de' Schiavi. Questo tempio essendo congiunto al circo, e di co-
struzione simile ad esso, e conoscendosi, conforme dicemmo,
dalle iscrizioni trovate, come il circo fosse dedicato a Romolo,
figlio di Massenzio, non si potrebbe dubitare, che non venisse
dedicato al medesimo personaggio. Infatti, nei rovesci delle me-
daglie di esso Romolo, battute dopo la sua morte, si vede un
tempio rotondo, come se fosse il suo mausoleo, o Eroo, che po-
trebbe esser quello appunto di cui trattiamo. Il recinto vi fu eret-
to allo scopo di potervi riunire la pompa circense, giacché tutti
sanno che i giuochi del circo cominciavano sempre con tale
pompa. Essa poi era una specie di processione alla quale piglia-
vano parte gli atleti, i magistrati ed i sacerdoti colle statue delle
divinità chè presiedevano ai giuochi e ad onor delle quali si ce-
lebravano; di modo che la corte serviva per la riunione della
pompa, ed il tempio p^ contenere le statue degli dei e gli og-
getti sacri. Questa usanza diede luogo alla falsa denominazione
di scuderie del circo di Caracolla, denominazione colla quale
suol designarsi volgarmente questo tempio.
Digitized by Google
Ottava Giornata.
376
Il nome di Torre de' Borgiani, che conservò questa fabbrica
fino alla sua distruzione, ne induce a credere che il complesso
dell’antico edifizio, ed in ispecie il tempio rotondo, ridotto a fog-
gia di torre, fosse occupato dalla famiglia Borgia durante il
pontificato di Alessandro VI, sul cominciare del secolo XVI.
Dietro il muro della gran corte quadra, e quasi di prospetto
alle carceri del circo esiste un piccolo sepolcro incognito, la cui
costruzione è molto anteriore a quella dei muri della corte.
Poco distante dal descritto tempio si scorge, su d’ un monti-
cello a destra, avente a sinistra la via Appia, il
TEMPIO DI BACCO, OGGI CHIESA DI S. URBANO.
La scoperta che si fece nel 1616 entro il sotterraneo di questo
tempio di un’ara bacchica con iscrizione greca, di cui conservò
memoria l’Olstenio, non lascia dubbio intorno alla divinità alla
quale era sacro il tempio. Tale scoperta distrugge affatto l’opi-
nione di quelli che lo avevano riconosciuto per il tempio delle
Camene, il quale rimaneva, come si disse, vicino alla porta Ca-
pena. Lo stile dell’edifizio in discorso mostra il decadimento
delle arti, e le colonne non gli appartennero originariamente,
ma vennero senza dubbio prese da alcun altro edifizio dell’epoca
degli Antonini.
Il portico è sorretto da quattro colonne di marmo bianco, sca-
nalate, d’ordine corintio, le quali si veggono oggi incastrate nel
prospetto della chiesa. Entro il portico si osserva, a destra en-
trando, l’ara surricordata, in cui si legge: EETIAI A10NT2OT
AIIPQNIAN02 TEPO'f’ANTHS , cioè: al fuoco dedicato a Bacco.
Aproniano Jerofante: sotto si scorge il serpe Dionisiaco. Nel
medio evo questo tempio fu mutato in chiesa, dedicandola a s.
Urbano, conforme apparisce dalle pitture che ne abbelliscono
l’interno, il quale è di forma quadrilunga. Tali pitture rappre-
sentano parecchi passi del vangelo ed alcuni fatti della vita di
quel santo pontefice e di s. Cecilia: esse hanno la data del 1011,
e vi si legge il nome di certo Bonizzo monaco, che probabilmen-
te ne fu l’autore. Questi affreschi si rendono interessanti per la
storia delle arti, e vennero ristorati allorquando Urbano VILI ri-
staurò e consacrò nuovamente la chiesa. — Scendendo nella val-
lata della Cacarella, così detta perchè appartenne ai duchi Caf-
farelli, si scorge a piè del suddetto terbio il
Digitized by Google
Ninfèo detto di Egeria. 577
NINFÈO, DETTO DI EGERIA.
La manìa d’insignire con nomi celebri ogni rovina di Roma anti-
ca, fece chiamare questo vetusto avanzo, da molti eruditi de’ tem-
pi scorsi, l’antro della ninfa Egeria, il quale, secondo Giovenale e
Simmaco, rimaneva vicino alla porta Capena, e poco lungi dalla
via Appia. D’altronde la statua antica che si vede nel fondo del
ninfèo è indubitamente di un uomo o di un giovane fiume, non
mai d’ una ninfa. Laonde è forza credere che questo sia uno di
que’ ninfèi che tanto di frequente s’incontrano nelle ville degli
antichi, che solevano consacrarli ai fiumi, alle fonti, alleNaiadi.
Perciò crediamo che la statua del giovane fiume sia quella del
Fonte del luogo, o forse dell’Almoue, tìumicello che viene in-
grossato dalle acque di questa sorgente.
L’edifizio è d’opera reticolare, in mattoni, e contiene parecchie
nicchie entro le quali furono già delle statue. J1 pavimento, in-
feriore di due piedi al livello attuale, era incrostato di serpenti-
no; le mura erano ricoperte di verde antico, e le nicchie di mar-
mo bianco. In fondo alla grotta si vede la statuetta giacente,
che, conforme si accennò, rappresenta probabilmente il fiumi-
cello Almone, e di sotto ad essa scaturisce una sorgiva d’acqua
limpidissima ed assai buona. Lo stile della costruzione induce a
credere che questo edifizio sia opera dell’epoca di Vespasiano.
Nella stessa vallata, a mezzo miglio circa dal ninfèo, andan-
do verso Roma, si trova il piccolo
TEMPIO, DETTO DEL DIO REDICOLO.
Dopoché Annibaie ebbe tolto da Roma l’ assedio, venne con-
sacrato un campo ed un Fanum al Genio del ritorno, Deo Re-
diculo. Il luogo di quel campo e di quel Fanum è bene indicato
da Plinio seniore, che lo situa a due miglia da Roma sulla via
Appia, fuori della porta Capena, a destra di chi esce dalla città. In
conseguenza di ciò il tempietto di cui si tratta tutt’ altro può es-
sere fuorché il Fanum Rediculi. La sua costruzione in mattoni
può risalire ài secolo di Nerone, essendo simile a quella de’ suoi
acquidotti prossimi a porta Maggiore. Esso tempietto aveva un
portico sorretto da quattro colonne.il prospetto era rivolto ver-
so l’Almone che gli scorre quasi ai piedi; lo che induce a sup-
porre che forse era esso dedicato a quel fiumicello. Va adorno
di pilastri frammezzati da piccole finestre, di un meandro in mat-
toni, e di due mezze colonne ottagone poste da uno de’ lati.
25
Digitized by Google
578
ITINERARIO
DELLE VICINANZE
DI ROMA
_/Vnche le vicinanze di Roma sono molto interessanti, si per le
memorie storiche, si per le bellezze della svariata natura, e si
ancora per gli antichi monumenti che vi s’incontrano; perciò
crediamo indispensabile il darne un cenno, scegliendo i luoghi
più rimarchevoli, come sono: Tivoli, Palestrina, Frascati, Alba-
no, ecc.
, STRADA DA ROMA A TIVOLI.
I,a via per la quale in oggi si va a Tivoli corrisponde in più
luoghi all’ antica via Tiburtina, di cui s’incontrano degli avanzi
ben conservati, come vedremo in seguito.
Si esce da Roma per la porta s. Lorenzo, della quale si parlò a
suo luogo, e quasi un miglio più oltre si trova a destra la basi-
lica di s. Lorenzo, descritta a pag. 156.
A circa quattro miglia lungi da Roma si passa l’ Anime, co-
nosciuto volgarmente sotto il nome di Teverone. La sua sorgen-
te è presso Felettino, e divide la Sabina dal Lazio: a Tivoli for-
ma una bella cascata, di cui parleremo in appresso, e poi va a
gettarsi nel Tevere a circa tre miglia lontano da Roma, e poco
lungi dal ponte Salario.
Dopo il decimo miglio da Roma si calca di quando in quando
l' antico lastrico della via Tiburtina. Questa, al pari di tutte le
altre strade antiche, è formata di grosse pietre poligone di lava
basaltica ferrigna, ed in qualche luogo conserva tuttora i suoi
marciapiedi.
Poco dopo l’osteria, detta delle Tavernucole, vedesi sull’alto
del colle, a sinistra, un castello semidiruto del medio evo, detto
Cas teli' Arcione. Circa 12 miglia e mezzo lungi da Roma, a si-
nistra della via, è il lago, che dicesi de' Tartari. Questo nome
deriva dalla qualità che ebbero le acque di esso lago, le quali
depositando sopra i vegetabili delle sostanze calcaree li pietrifi-
cavano. Vi si vedono infatti erbe, canne, ed arbusti ridotti in
Digitized by Google
Ponte della Solfatara. 579
pietra, elle meritano l’attenzione de’viaggiatori, e degli amatori
di storia naturale.
Ritornando sulla strada maestra, conviene osservare, cheque-
vi presso l’antica via si divideva in due rami, uno de’ quali, al-
lontanandosi sempre sulla sinistra, passava V Amene al ponte
detto presentemente dell’ A f aorta, e andava a Tivoli: l’altro, tra-
versando l’Aniene al ponte Lucano, conduceva alla villa d’ Adria-
no nella stessa città; e questo è quello che presso a poco si se-
gue in oggi per andare a Tivoli, sino al
PONTE DELLA SOLFATARA.
Le acque che scorrono sotto questo ponticello sono d’un colore
azzurrino e tramandano un odore di zolfo molto spiacevole, dal
che è derivato il nome di Solfatara. Queste acque, chiamate
alòulce da Strabono, da Pausania e da Marziale, provengono da
un lago, che dicesi pure della Solfatara, il quale rimane a me-
no d’un miglio, sulla sinistra della grande strada. Siccome le ac-
que di questo lago uscivano spesso dal loro letto e si allargava-
no nei campi, con danno dell’aria e deH’agricoltura; cosi il card.
Ippolito d’Este, governatore di Tivoli, fece aprire un canale lun-
go due miglia, mediante il quale vanno esse a scaricarsi nell’ A-
niene, ossia Teverone. — Seguendo la via a manca, lungo il sud-
detto canale, si trova, dopo circa un mezzo miglio di cammino, il
LAGO DELLA SOLFATARA,
DETTO DELLE ISOLE NATANTI.
Al tempo del P. Kircher questo lago aveva forse un miglio
di circonferenza; ma questa venne molto a diminuire, di guisa
che il suo maggior diametro non conta oggi se non che circa
200 metri, ed il minore metri 100, avendo una profondità mas-
sima di 58 metri. Le oleosità, e le materie bituminose che si for-
mano di continuo nelle acque di questo lago, riunendosi alla pol-
vere ed alle erbe trasportatevi dai venti, si condensano in guisa
da formare, mediante la forza dello zolfo, sulla superficie delle
acque diversi corpi somiglianti ad isolette, le quali, per la loro
leggerezza, galleggiano su quelle in balla dei venti, e però fu
loro dato il nome d'isole natanti.
Si pretende che in questo luogo fosse l'oracolo di Fauno con-
sultato da Latino, come leggiamo in Virgilio; ma sembra più
probabile, che l’antro, il bosco, e le acque sulfuree, di cui parla
questo poeta, dovessero rimanere più vicino a Laurentum.
, 25*
Digitized by Google
580
Vicinanze di Roma.
Presso questo lago si vede qualche avanzo delle terme edifi-
cate da Marco Agrippa, e frequentate pure dall’imperatore Au-
gusto, con sommo giovamento della sua salute. Ivi furono tro-
vate parecchie colonne di pregiati marmi, ed alcuni pezzi di un
condotto di piombo che vi portava le acque del lago.
Le acque di cui si tratta sono tuttavia in gran pregio , impe-
rocché si vennero sperimentando efficacissime alla guarigione di
non poche malattie, in ispecie cutanee. In ogni anno, durante la
stagione estiva, quivi accorre grande numero di persone, anche
da lontani paesi, per bagnarsi in questo acque, che riescono pure
efficaci bevendone. È cosa dispiacente peraltro che, fino adora,
non sia stato eretto nel luogo un conveniente fabbricato ad uso
comodo dei bagnanti. — Vicino a questo lago ve ne sono altri
due più piccoli, uno chiamato delle Colonnelle, l’altro di s. Oto-
vanni, i quali comunicano con quello della Solfatara.
A poca distanza dal ponte della Solfatara ; a sinistra della stra-
da, si vedono gli avanzi di un sepolcro che appellasi di M. Plau-
zio Lucano; e da questo personaggio tolse il nome il ponte Lu-
cano sull’ Amene, che si passa dopo altre due miglia circa di
cammino. Questo ponte è uno di quei luoghi più pittoreschi che
presenti la natura, ed il celebre Pussino ce ne ha lasciata una
stupenda veduta, che esiste nella galleria Doria. Fu esso ristau-
rato come gli altri, dopo la partenza di Totila, da N arse te e da
Niccolò V . — Presso questo ponte è il
SEPOLCRO DELLA FAMIGLIA PLAUZIA.
Questo magnifico monumento sepolcrale venne eretto dalla fa-
miglia Plauzia, che fu uria delle più illustri ai tempi della repub-
blica romana e degl’ imperatori. Esso è costruito in travertini e
foggiato a guisa di torre rotonda , avendo qualche somiglianza
col sepolcro di Cecilia Metella. Alcun tempo dopo la costruzione
del corpo rotondo di questo sepolcro , vi fu fabbricata all’ intor-
no una specie di riquadratura, la cui parte rispondente sulla stra-
da si conserva tuttavia, e fa intravedere che siffatta costruzione
era stata decorata con mezze colonne , fra le quali erano state
collocate delle iscrizioni alla memoria di quelli che successiva-
mente vennero sepolti in esso monumento. Due di queste iscri-
zioni si conservano ancora integre, una, cioè , di Marco Plauzio
Silvano, console e settemviro degli Epuloni , resosi celebre per
le sue imprese neH'Illiria; l’altra di T. Plauzio Silvano, il quale,
fra gli altri onori, ebbe quello di accompagnare l’imperatore
Digitized by Google
Villa Adriana.
581
Claudio nella guerra britannica. Le costruzioni che si scorgono
in cima a questo monumento furono fatte eseguire da Paolo II,
e provano che l’edifizio servì di fortezza ai tempi delle guerre
civili dei secoli barbari. — Due miglia dopo questo sepolcro, si
giunge alla
VILLA ADRIANA.
L’imperatore Adriano, dopo aver percorso le provincie del suo
impero , volle riunire in questa villa tuttociò che lo avea mag-
giormente colpito ne’ suoi viaggi di Grecia e di Egitto. "Vi edi-
ficò adunque il Licèo, X Accademia, il Pritanèo, ed il Peci le, si-
mili a quelli , che avea veduto in Atene : vi formò la valle di
Tempe ad imitazione di quella della Tessaglia ; vi costrusse il
Canopo come quello presso Alessandria; e, non contento di ciò,
volle ancora rappresentarvi il Tartaro e i Campi Elisi della vita
futura. In questa stessa villa, fu attaccato dall’ ultima sua ma-
lattia, della quale morì a Baja.
Quale fosse il destino di questa villa dopo la morte sua, è
ignoto. Si pretende che Caracalla la spogliasse delle più pregia-
te statue per adornarne le sue terme a Roma; ma non v’ ha auto-
rità sulla quale si possa appoggiare questa congettura , ed anzi
qualche monumento posteriore a quell’ epoca, scoperto in essa,
proverebbe il contrario. Sembra assai probabile che questa stu-
penda villa soffrisse molto , durante il tempo in cui Totila tenne
assediata Tivoli.
In seguito la villa Adriana , rimasta abbandonata , andò sog-
getta ne’ tempi della barbarie ad ogni sorta di devastazione ; tut-
tavia negli scavi che si sono fatti in diverse epoche in questo luo-
go, sempre vi furono trovati residui classici di oggetti d’arte , i
quali formano X ornamento principale dei musei e delle gallerie
di Roma.
In questa villa, che aveva sette miglia di giro, e nella quale si
trovavano gli edifizi già sopra ricordati, ora non si scorge che
un prodigioso ammasso di rovine , le quali presentano da ogni
parte punti di vista assai pittoreschi. — Eccoci a descriverne gli
avanzi principali, incominciando dal
teatro greco. — Dalla sua forma si conosce essere stato edifi-
cato ad imitazione de’ teatri della Grecia. Esso è uno dei tre teatri
che decoravano questa villa, ed il meglio conservato. Tuttora vi
si riconoscono gl’ indizi delle gradinate per gli spettatori, ed una
parte della scena. Annesso al teatro, verso l’occidente, riman-
gono le tracce di un gran cortile quadrato, il quale era circon-
Digitized by Google
582
Vicinanze di Roma.
dato da un portico : si pretende che servisse d’ ippodromo ; ma
pare che fosse piuttosto uno di quei portici che si fabbricavano
presso i teatri, per comodo degli spettatori in caso di pioggia.
Costeggiando il teatro dal lato della scena, si giunge vicino
ad una casa rustica moderna costruita sulle antiche sostruzioni ,
appartenenti ad un Ninfèo. Quivi presso si trova un andito nella
cui volta rimane ancora qualche traccia degli stucchi e delle pit-
ture che rabbellivano. — Dalla casa moderna si va direttamente
alle rovine che chiamansi il •
pecìle. — Leggiamo in Pausania che il Pecìle d’ Atene era
un portico decorato di pitture relative alle imprese segnalate de-
gli Ateniesi. Ad imitazione adunque di quello, Adriano fece edi-
ficare un portico nella sua villa, e lo chiamò pure Pecìle. Questo
portico era quadrilungo con un gran cortile nel centro. Si vede
ancora intiero un muro di opera reticolata e laterizia , il quale
era fra una doppia fila di pilastri ; e questo muro era probabil-
mente decorato di pitture come il Pecìle d’Atene.
Seguendo il muro verso il sud , dal Pecìle , si perviene ad
un’ essedra decorata di nicchie, la quale forse serviva per luogo
di riposo ; quest’ essedra viene erroneamente chiamata Tempio
degli Stoici: Pirro Ligorio afferma che questa fabbrica era incro-
stata di porfido.
Poeo dopo si trova un edifizio rotondo, con altre costruzioni nel
centro ; il pavimento era abbellito con un musaico rappresen-
tante de’ mostri marini , e per questa ragione ebbe il nome di
Teatro Marittimo. Anche questa è una falsa denominazione,
poiché non ha la forma nè di teatro, nè di naumachia, nè di al-
cun altro edifizio ad uso di spettacoli ; ma sembra piuttosto aver
servito di natatorio.
A sinistra di questa fabbrica si veggono le rovine alle quali si
dà il nome assai verosimile di biblioteca.
Tornando all’ essedra , che appellasi Tempio degli Stoici, si
trovano a sinistra delle grandi nicchie , le quali , male a propo-
sito, si appellano il tempio di Diana e di Venere. — Di là si per-
viene al
palazzo imperiale. — Queste rovine, a causa della loro si-
tuazione più elevata, hanno ricevuto il nome di palazzo imperia-
le. Esse appartengono ad un grandioso edifizio a due piani ; nel
piano inferiore vedonsi ancora le tracce delle pitture che lo ador-
navano: nel piano superiore v’è un gran portico quadrangolare
con una porta che rimane in un angolo. Alcune altre rovine che
si scorgono al di là delle suddette , hanno la denominazione di
Digitized by Google
Villa Adrian a.
583
palazzo della famìglia imperiale , ma senza avere ragione al-
cuna per determinarlo. — Tornando al Pecìle, e traversandone
il cortile , si giunge alle
caserme delle guardie. — Il grande numero delle camere
che qui vedesi a due e a tre piani, le ha fatte denominare le Cento
eamerelle. Al di fuori eranvi due gallerie sostenute da pilastri e
da colonne. Nell’ interno ogni camera era separata dall’ altra, e
non vi si poteva entrare, che dalla porta corrispondente nei cor-
ridoi. La comunicazione interna fra una camera e l’altra, che
oggi vi si vede , fu aperta nei tempi moderni.
Da queste caserme, dirigendosi a destra, si passa alle terme.
La distinzione che ne è stata fatta in terme per gli uomini, ed in
terme per le donne, può avere esistito, ma non v’ è alcuna ragio-
ne per determinare qual parte fosse serbata piuttosto agli uni
che alle altre. — Quindi si giunge al
canopo. — Quest’ edifìzio trae il suo nome dalla città di Ca-
nopo, situata alla distanza di 15 miglia da Alessandria in Egit-
to. Adriano aveva fatto innalzare in quest’ edilìzio un tempio a
Serapide, imitando quello che esisteva nella città di Canopo. II
tempio sorgeva in fondo ad un’ ampia ed estesa laguna ripiena
d’acqua e fiancheggiata da pòrtici con botteghe; e per questa
laguna , formata a guisa di canale, si andava al tempio per mez-
zo di barche splendidamente adorne. Fra le rovine di questo gi-
gantesco edifìzio, sono tuttora riconoscibili le camere de’ sacer-
doti ed un corridoio. In quanto poi alla denominazione dell’ edi-
lìzio stesso , venne bastantemente autenticata dall’ esservi state
scoperte alquante statue egizie, o appartenenti a quel culto, le
quali ora si veggono nel museo egizio al Vaticano.
A destra del Canopo, sono gli avanzi dell 'Accademia, e di un
altro teatro. Vedonsi ancora quattro grandi corridoi sotterranei
scavati nel sasso, che formano un rettangolo, e credesi che ap-
partenessero agl 'Inferi. In queste vicinanze erano pure i Campi
Elisi : e continuando il cammino si scende nella valle di Tem-
pe. — Ritornando alla casa moderna, che si trova fra il Pecìle
ed il teatro greco , e di quivi riponendosi sulla via principale ,
dopo circa due miglia si giunge alla
CITTA’ DI TIVOLI.
Questa città fu edificata verso l’ anno 462, avanti la fondazio-
ne di Roma, da Tibure, Corace, e Catillo, argiyi, dopo averne
scacciato i Siculi, che erano padroni del paese. Dal primo dei
Digitized by Google
584
Vicinanze di Roma.
sovracitati tre fratelli ebbe il nome di Tiòur, da cui si formò,
per corruzione, l’attuale denominazione di Tivoli: è probabile
anche, che nella lingua originaria questa parola si scrivesse 77-
vol, e che il nome moderno non sia che una continuazione della
primitiva forma, alterata in seguito dagli scrittori latini in 77-
bur. Nei primi secoli della repubblica romana, fu Tibur amica
talvolta, talvolta alleata, e qualche volta eziandio nemica ai Ro-
mani. Tuttavia, sotto di questi, rimase sempre una città muni-
cipale.
Coloro che da Roma si recano a Tivoli, vi entrano d’ordinario
per la porta Santa Croce, di dove si gode d’ un superbo panora-
ma della campagna romana. Questa porta rimane presso il luo-
go ove fu la villa di Sallustio. — L’antico edifizio che merita
specialmente di essere veduto in questa città, è il
TEMPIO DI VESTA.
Dalla bella architettura di quest’ edifizio si riconosce essere
un’opera de’ tempi in cui fiorivano le arti. Plutarco dice che
Numa Pompilio fece dare la figura rotonda al tempio, che eres-
se a Vesta, per rappresentare l’universo; e per questa ragione
eredesi comunemente che il tempio di cui parliamo fosse dedi-
cato a quella dea.
Questo superbo tempio è di figura circolare, ed il suo diame-
tro ascende a 7 metri e 10 centimetri. Esso era circondato da 18
colonne, ma ora ve ne restano soltanto 10, che sono in traver-
tino, rivestite di stucco, d’ ordino corintio scanalate, ed hanno
quasi 6 metri di altezza, non compreso il capitello, eh’ è a foglie
di acanto, e sostengono il loro cornicione ornato con festoni e bu-
cranii: esse colonne formano un graziosissimo portico, il quale
rende vieppiù elegante e bello quest’ edifizio. La cella è costruita
con piccoli poligoni di tufa, e di travertino, ed ha due finestre
come il tempio di Vesta a Roma. Ma ciò che contribuisce assai
alla bellezza ed all’ effetto pittoresco di questo tempio, è il luogo
ove è situato, rimanendo sulla sommità di una rdbeia, incontro
alla gran cascata dell’ Aniene, ed innanzi ad una spaziosissima
vallata.
L’inondazione del 1827 avendo fatto crollare la cateratta che
riteneva il fiume, ne fu tosto costruita una più elevata di quella
che esiste al presente; ma vedendo che le acque corrodevano
sempre la roccia sulla quale è il tempio di Vesta, si decise di
aprire un nuovo emissario allo acque di questo fiume, mediante
Digitized by Google
585
Tempio della Sibilla Tiburtina.
«ri canale coperto tagliato nel vivo del monte Catillo, che ri-
mane incontro: e per questo canale appunto le acque si precipi-
tano nella valle, presentando una magnifica cascata.
A sinistra di questo grazioso tempio, rimane quello che co-
munemente credesi della Sibilla Tiburtina. Esso è in travertino,
e di forma quadrilunga, e la sua fronte va adorna di 4 colonne
d’ ordine ionico. Questo tempio è stato trasformato in chiesa,
dedicandola a s. Giorgio. Dal tempio medesimo si scendeva nella
grottadiNettuno, la quale crollò nel 1834, ma vi resta a vedere la
GROTTA DELLE SIRENE.
Cosi viene chiamata la voragine che inghiotte una parte delle
acque dell’ Aniene; rigettandole nella valle, ove precipitano gor-
gogliando a traverso le rocce. Questa grotta non è meno curiosa
e pittoresca di quella di Nettuno, già crollata, tanto per la va-
rietà degli accidenti che producono le acque, quanto per la
quantità delle rocce di cui componesi: un si fatto contrasto di
orribile e di bello, ed il pericolo che si correva per giungere in
questa grotta, furono causa del nome che porta. — Risalendo
dalla grotta delle Sirene, ed incamminandosi a destra, si vanno
a vedere le
CASCATELLE DI TIVOLI.
Le acque dell’ Aniene, dopo aver servito alle fabbriche ove si
lavora il rame, il ferro, ecc. vanno a formare queste cascatelle.
le quali non sono nè meno interessanti, nè meno pittoresche
della cascata grande.
La prima di esse, che è la maggiore, è formata da due ca-
scatelle: l’altra ne ha tre che sboccano dalla villa di Mecenate,
e cadono da circa 45 metri di altezza. La vista di tali cascate,
somiglianti a masse di argento, riesce ammirabile, nè si potreb-
be trovare cosa più sorprendente, nè più maravigliosa di queste
acque fra scogli coperti di musco, e nè di più ameno delle cam-
pagne il cui verdeggiare è così variato, come lo è appunto il
luogo, mercè degli effetti piacevoli prodotti dagli alberi dei
quali è cosparso.
Facendo il giro dello cascatelle, viene indicata a destra la si-
tuazione della villa di Catullo, la quale però rimaneva alquanto
più vicino a Roma. In seguito si trova la chiesa di s. Antonio,
ove osservanti le rovine di una villa, che si suol denominare la
casa di Orazio. A un mezzo miglio luDgi dalla chiesa di s. An-
25**
Digitized by Google
586
Vicinanze di Roma.
tonio, si trova quella dedicata alla Madonna di Quintiliolo. Es-
sa è costruita nel sito ov’era la villa di Quintilio Varo, della
quale si vedono tuttora gli avanzi. Le statue, le colonne, i
musaici, e le altre ricchezze trovate in queste rovine, provano
che questa villa non era meno magnifica di quella di Mecenate.
Mezzo miglio al di là si trova un antico ponte ben conservato,
sotto cui passa un ruscello che appellasi V Aquoria (acqua
d' oro) e dopo si traversa di nuovo l’ Aniene, sopra un ponte di
legno. La via che si prende in seguito per tornare a Tivoli, è
l’ antica strada Tiburtina, della quale si osservano tuttora de-
gli avanzi ; e dopo di aver camminato su di essa per circa un
mezzo miglio, si trovano le rovine di un vastissimo edifizio, che
chiamasi la
VILLA DI MECENATE.
Questa villa , come apparisce dalle sue rovine, era vastissima
ed assai magnifica. La via Tiburtina la tagliava in due, e per
mantenere la comunicazione fra ambe le parti, senza interrom-
pere la strada, bisognò costruire un’immensa volta sulla via mede-
sima. Una grande parte di questa specie di corridoio esiste an-
cora; esso riceve il lume dall’alto, e la gran volta è veramente
sorprendente. I muri di questa fabbrica sono di opera incerta,
come nel rimanente degli edifizi della villa medesima.
In essa si riconosce ancora un grande cortile quadrato, che
era circondato da arcate con mezze colonne doriche: le arcate
mettono in un portico, ove, in una delle sue estremità, una pic-
cola cascata di acqua forma un fondo assai pittoresco. Dietro
questo portico sonovi delle camere, dopo le quali se ne vede un
second’ ordine che guarda la valle dell’ Aniene. Le camere ed i
portici di cui si è fatta menzione, &>no costruiti al di sopra di
una vastissima sala sotterranea, che comunemente appellasi le
scuderie di Mecenate, e credesi che fosse un serbatoio d’acqua.
In un lato di questa sala fu scavato un canale, pel quale scorre
un rapido torrente, che, passando per un’arcata, va a cadere al
basso della montagna: questa caduta forma uno dei bellissimi
fiocchi di acqua di cui si gode dalla parte delle cascatelle. Dal
terrazzo di quest’ edifizio si offre agli sguardi una veduta molto
estesa sulla campagna romana.
In una vigna poco distante da queste belle rovine, vedesi un
edifizio rotondo, ben conservato, il quale rassomiglia un poco al
preteso tempio di Minerva Medica a Roma. Esso è un edifizio
del V o VI secolo, e l’hanno voluto chiamare il tempio della
Digitized by Google
587
Villa d'Este.
Tosse. È probabilissimo che questa fabbrica sia stata sempre
una chiesa cristiana: ma è fuori di dubbio che tale fosse nel me-
dio evo. — Rientrando in Tivoli per la porta Romana si trova la
VILLA D ESTE.
Il cardinale Ippolito d’ Este, figlio di Alfonso duca di Ferra-
ra, fece costruire questa magnifica villa nel 1549. Essa era una
delle ville più sontuose dell’Italia; ma ora è ridotta in pessi-
mo stato. Si vuole che V Ariosto vi componesse una parte del
suo poema ; ma ciò non può sussistere , poiché la costruzione
della villa stessa è posteriore alla morte del celebre poeta. Il pa-
lazzo va adorno di affreschi di Federico Zuccari, di Muziano, ecc.:
sono relativi alla storia di Tivoli, ed hanno molto sofferto.
Diecèmiglia sopra a Tivoli, sulla via Valeria trovasi Vicovaro,
già Varia, ove si osservano gli avanzi di un antico ponte, sul
quale passava l’acqua Claudia, e vi si scorgono pure le rovine
delle mura dell’ antica città, costruite in grossi blocchi di pietra
del paese. Presso la chiesa principale è una cappella ottagona,
isolata, la quale fu eretta verso la metà del secolo XV dagli Or-
sini, conti di Tagliacozzo. Il V asari dice che questo piccolo tem-
pio fu costruito da un allievo del celebre Brunelleschi, di nome
Simone, il quale morì in Vicovaro. Di là, dopo cinque miglia di
cammino, si giunge a Licenza, villaggio che anticamente chia-
mavasi Digentia. Nei dintorni di esso villaggio era la celebre
villa di Orazio. — A 12 miglia lungi da Tivoli, ed a 24 da Roma,
è la
• CITTA’ DI PALESTRITA.
Essa è l’ antica Premeste, città assai celebre nella storia ro-
mana, e la cui origine è anteriore alla guerra di Troia. Secondo
Virgilio, fu fabbricata da Ceculo, figlio di Vulcano^ altri però
pretendono che sia stata fondata da I’reneste, figlio di Latino
re degli Aborigeni. La situazione elevata, e l’aria pura vi atti-
ravano spesso gl'imperatori romani, ed altri personaggi. Ma ciò
che la rendeva celebratissima era il famoso tempio della Fortuna,
che fu ristaurato ed ingrandito da Siila: il medesimo era tanto
vasto che occupava quasi tutta l’estensione della città attuale.
Nel principio del XV secolo, questa città rimase affatto distrutta,
ed in seguito fu rifabbricata sulle rovine dell’ accennato tempio,
di cui si vedono ancora degli avanzi, costruiti con pietra locale.
Eravi un pavimento di musaico, una parte del quale si conserva
Digitized by Google
588
Vicinanze di Roma.
nel palazzo Barberini, esistente nella città medesima. In questo
celebre musaico veggonsi differenti animali, molte piante, una
tenda con dei soldati, delle figure egizie che suonano degli stru-
menti musicali, delle figure occupate a’ lavori della campagna,
ed altri oggetti. Molti antiquarii hanno dato diverse spiegazioni
di questo musaico; e la più probabile è quella che vi riconosce
le feste che si celebravano in Egitto sotto i re greci per l’ inon-
dazione del Nilo, e gli usi che accompagnavano questo avveni-
mento.
Otto miglia lungi da Palestrina, incontrasi un piccolo villag-
gio, chiamato la Colonna, presso cui trovasi la sorgente dell’ac-
qua Felice. A piè di esso villaggio è un laghetto, che senza al-
cun fondamento credesi l’ antico lago Regillo, presso il quale
ebbe luogo la famosa battaglia fra i Romani ed i Latini, a causa
della quale i Tarquinii perderono og-ni speranza d’ esser «Ristabi-
liti. A qualche miglio in distanza, verso Roma, nella tenuta di
Pantano, si vede il lago del Castiglione, già Calino, presso cui
era l’antica città di Gabii. Questa città fu scoperta nell’ultimo
secolo, ed in quell’occasione, nel 1792, vi furono trovati molti
monumenti di antica scultura , coi quali , da principio , ven-
ne arricchito il museo della villa Borghese in Roma, e poi nel
1808 furono trasportati a Parigi, ove tuttora si ammirano. Ve-
desi ancora la cella del tempio di Giunone, menzionato da Vir-
gilio, ed alcuni avanzi delle mura della cittadella, in blocchi qua-
drati di pietra vulcanica locale, simile al peperino, che i Romani
chiamavano pietra gabina, e della quale facevano grande uso.
A 6 miglia dalla Colonna, e a 12 da Roma, è la
CITTA’ DI FRASCATI.
Essa è stata sostituita all’ antica città, chiamata in latino Tu-
sculum, che sorgeva sulla sommità della collina. Dicesi che Te-
legone, figlio di Ulisse, ne fosse il fondatore; ma ciò non si ac-
corda coll’origine del suo nome di Tusculum. La medesima fu
la patria di Catone il censore, bisavolo di Catone d’Utica e sti-
pite della casa Porcia. Questo illustre romano si distinse per co-
raggio, per sapere, e per il disprezzo delle ricchezze e de’ pia-
ceri. Cicerone pure illustrò Tusculum a causa della villa che vi
ebbe, e diede il nome di Tusculane alle dissertazioni filosofiche
che vi compose.
Anche dopo la caduta dell’ impero romano questa città con-
tinuò ad essere ragguardevole; ma nel 1191, i Romani l’ attac-
Digitized by Google
Città di Frascati.
589
earono e la distrussero totalmente. Allora fu che gli abitanti di
Tusculum vennero a stabilirsi sul pendio della collina, e si pre-
tende che, per ripararsi dalle ingiurie del tempo, vi costruissero
delle capanne coperte di frasche, e che per ciò la novella città
appellossi Frascati; ma da parecchi documenti del IX secolo si
rileva che a que’ tempi chiamavasi Frascata il luogo appunto
in cui fu fondata la nuova città.
Entrando in Frascati dalla porta principale, si trova subito
una bella piazza sulla quale osservasi la grande chiesa cattedra-
le, dedicata a s. Pietro, ed una fontana a tre gitti d’acqua.
Frale ville propinque alla città, la più magnifica è l’Aldo-
brandini', chiamata di Belvedere, a motivo della sua deliziosa
situazione, e rimane al di sopra di Frascati. Essa appartiene alla
/iasa Borghese, o venne fondata sotto Clemente Vili, dal card.
Aldobrandini, suo nipote, colla direzione di Giacomo DellaPorta.
La disposizione generale di questa villa è assai bella: vi si tro-
vano spaziosi ed ameni viali, graziosi giardini, stupende fonti,
statue, dilettevoli giuochi' d’acqua, e belli punti di vista. Il ca-
sino è rimarchevole per la ricchezza de’ marmi rari, e per le belle
pitture del cav. d’Arpino. È anche ragguardevole una sala ter-
rena, detta di Apollo, poiché vi si osserva un gruppo in rilievo
rappresentante il monte Parnaso, Apollo colle Muse ed il cavallo
Pegasèo: le dette figure suonavano, altre volte, i loro istromenti
mediante un meccanismo idraulico. Questa sala andava adorna
di alquanti paesi dipinti a fresco da Domeuichino, i quali ven-
nero segati dai muri, e trasportati in Roma.
Ascendendo verso la cima del monte, dov’era l’antico Tusco-
lo, dopo la chiesa de’cappuccini,si trova la Bujinella, villa assai
deliziosa tanto per la sua situazione, quanto per gli ornamenti di
cui è abbellita. Cicerone aveva su questo monte la sua villa, i cui
avanzi si appellano le Grotte di Cicerone. In una posizione ele-
vatissima, fra le rovine di Tuscolo, si vedono quelle di un teatro,
de’bagni e di un acquidotto nel sito appunto ove l’acqua usciva
dalle mura della città. Molte statue, busti ed altri marmi di me-
rito, che sono stati trovati negli scavi fatti in questi luoghi, ne
danno a conoscere la magnificenza di quest’antica città.
La villa Mondragone, che appartiene pure alla casa Borghese,
è rimarchevole per i viali, i giardini, e le fontane; il casino poi,
costruito con disegno di Flaminio Ponzio, è magnificentissimo.
In una estremità di una spaziosa area vedesi un bel portico, ar-
chitettato dal Mignola, ed è composto di cinque arcate decorate
con colonne e pilastri ionici. All’altra estremità avvi un gran
Digitized by Google
Vicinanze di Roma.
590
fondo architettonico, decorato con colonne e nicchie. — Dalla
villa Mondragone si passa, senza interruzione, alla villa Taver-
na, fondata dal card. Scipione Borghese, il quale nulla rispar-
miò per renderla aggradevole e magnifica.
Uscendo da Frascati si trova subito la villa Conti, e questa
pure è assai bella e deliziosa; oggi appartiene al duca Giulio
Torlonia. Segue la villa già Bracciano o Odescalebi, nel casino
della quale veggonsi dei dipinti del Pannini e degli scolari di
Domenichino. — A due miglia da Frascati, trovasi la celebre ab-
1 tacila di
GROTTA FERRATA.
In questo piccolo villaggio v’è una chiesa dedicata alla Ma-
donna, la quale è in cura de’monaci greci dell’ordine di s. Basi-
lio. Allorché questa chiesa fu ristaurata dal card. Farnese, che
erane abbate commendatario, egli fece dipingere a fresco la con-
tigua cappella dal celebre Domenichino, il quale vi rappresentò
alquanti fatti della vita di s. Bartolonrtneo e di s. Nilo, che, verso
l’anno 1000, vennero a stabilirsi in questo luogo, per isfuggire
gli Arabi che desolavano la Calabria.
Il quadro più rimarchevole di questa cappella, è quello espri-
mente un esorcismo; vi si vede un fanciullo in convulsioni che
viene guarito dal santo, mettendogli in bocca una goccia d'olio
della lampada che sta innanzi ad un piccolo quadro coll'imma-
gine della Madonna: il disegno, la composizione e l’espressione
delle figure, rendono ammirabile quest’opera di Domenichino.
L’altro dipinto, ch’è assai pregevole per la bellezza de 'dettagli,
rappresenta l’imperatore Ottone III, che portasi a trovare s. Ni-
lo, il quale lo riceve colla croce, alla testa della sua comunità.
La lunetta sull’altare fu pure dipinta a fresco da Domenichino;
ed il quadro dello stesso altare venno condotto ad olio dal mae-
stro di lui, Annibaie Caracci.
In fondo al vallone adiacente a questo villaggio, serpeggia
un ruscello che chiamasi la Marrana: esso è formato dalle ac-
que Giulia e Crabra. — Circa 2 miglia lungi da Grotta ferrata
si trova la
CITTA’ DI MARINO.
Si pretende che questa piccola città tragga il suo nome da
Mario, o da Lucio Murena, che vi avevano le loro ville; ma è
certo però che essa occupa il luogo di Castromoenium, città an-
tichissima del Lazio, di cui fanno menzione Dionigi d’Alcarnas-
Digitized by Google
Città di Marino.
591
so, e Plinio, come ancora alquante antiche iscrizioni . Questa cit-
tà, veduta da lontano, produce un bellissimo effetto, poiché pre-
senta una grande strada, fìancht ggiata da casamenti, sull’ alto
di una collina.
Nella chiesa dedicata a s. Barnaba, il quadro sull’ altare della
crociata, dal lato della sacrestia, è una bell’ opera della prima
maniera di Guercino, e rappresenta il martirio di s. Bartolom-
meo. Il quadro dell’altor maggiore, in cui vedesi espresso il mar-
tirio di s. Barnaba, è della scuola del detto Guercino. Nella chie-
sa della Trinità, osservasi un dipinto di Guido, rappresentante
la Triade santissima.
Uscendo da questa città si scende nella valle Ferentina, così
chiamata perchè eravi un tempio dedicato alla dea di questo no-
me: ed in questa valle i popoli del Lazio, prima d’essere soggio-
gati da’ Romani, tenevano le loro adunanze nazionali. La sor-
gente d’ acqua che nasce nel cono di questa valle medesima, e
che appellavasi l’acqua Ferentina, fu resa celebre dalla morte
che vi fece dare Tarquinio il Superbo a Turno Erdonio, depu-
tato della città di Aricia, il quale, siccome leggesi in Tito Livio,
si opponeva a’suoi ambiziosi disegni. — A tre miglia da Marino,
trovasi
CASTEL GAXDOLFO.
Questo piccolo villaggio è così ridente ed aggradevole per la
sua bella situazione, e per l’ aria pura e salubre, che i papi, da
Paolo V in poi, lo prescelsero per passarvi una parte della sta-
gione autunnale; perciò Urbano Vili fecevi edificare un gran-
dioso palazzo, poscia ampliato e compiuto da Alessandro VII.
All’ ingresso orientale del medesimo villaggio si vede la viltà
Barberini, la quale racchiude avanzi considerevoli della villa
dell’imperator Domiziano.
La chiesa principale, la quale rimane sulla piazza del villag-
gio, fu edificata coi disegni del Bernini. Essa è in forma di cro-
ce greca, ed è sormontata da una bella cupola. Sull’altar mag-
giore vedesi un quadro ovale sorretto da alcuni angeli: rappre-
senta s. Tommaso da Villanova, opera di Pietro da Cortona: e
sull’altare a sinistra si osserva un’ Assunzione, lavoro di Carlo
Maratta.
Il lago circondato da montagne, che rimane sotto CasteLGan-
dolfo, e che fu il cratere di un vulcano, presenta una sorpren-
dente veduta pittoresca; esso ha 5 in 6 miglia di circonferenza,
e circa 156 metri di profondità. Scendendo al livello di questo
Digitized by Google
592
Vicinanze di Roma.
lago, si trovano due Ninfèi, cioè due grotte, che già furono or-
nate di statue rappresentanti Ninfe, e destinate per sollevarsi
da’calori della stagione estiva.
Il canale di questo lago è una delle più antiche e delle più
singolari opere de’ Romani. Questo è un emissario, pel quale le
acque del lago, allorché sono troppo elevate, vanno a scaricarsi
nel piano al di là de’monti. Esso fu fatto 394 anni prima dell’era
eristiana, in occasione di una straordinaria escrescenza delle ac-
que, avvenuta nel tempo medesimo che i Romani erano occupa-
ti all’assedio di Veio. Roma avendo spedito de’deputati a Delfo
per consultare Apollo Pizio, l’oracolo rispose che i Romani non
avrebbero soggiogato i V eienti se non che dopo dato uno sco-
lo alle acque di questo lago: la risposta dell’oracolo l'impegnò a
forare la montagna che bordeggia il lago medesimo, e l’ opera
fu eseguita con tanto vigore, che nel termine di un anno fu fatto
un canale lungo più di un miglio, largo quasi un metro, aven-
done poco meno di due in altezza. Questa costosissima opera,
eseguita nella roccia a colpi di scarpello, fu fatta con tanta mae-
stria d’arte, che serve ancora all’uso medesimo senza avere avuto
giammai bisogno di riparazione alcuna. — Da’ Castel Gandolfo,
per una piacevole strada fiancheggiata da alberi e lunga circa
un miglio, si va alla
CITTA’ DI ALBANO.
Circa 400 anni prima della fondazione di Roma, Ascanio, tì-
glio di Enea, fondò la città di A Iba-Longa, nel sito ove in oggi
è Paianola, cioè tra il descritto lago e la montagna. Questa
città fu distrutta da Tulio Ostilio terzo re di Roma, dopo il tra-
dimento di Mezio Sufezio, dittatore degli Albani. Nella seconda
guerra punica, i Romani stabilirono un campo nel luogo ov’ è
la città attuale, per guardare la via Appia, e da ciò ebbe origine
la novella Alba. Le sontuose ville di Pompeo il Grande, e di Do-
miziano vi attirarono gran popolazione, e nella decadenza del-
l’impero si formò quivi una città che prese il nome di Albanum
dal territorio ove trovavasi.
Prima di entrare in Albano vedesi, a sinistra della via, mi se-
polcro assai alto, spogliato affatto de’suoi ornamenti, e nel suo
integro v’ è una camera che ha 3 met. e 55 c. di lunghezza, e 2
met. e 20 c. di larghezza. Ancorché questo sepolcro si attribui-
sca volgarmente ad Ascanio, nulladimeno però s’ignora a chi
appartenesse. Ma siccome questo monumento fu innalzato nella
Digitized by Google
Città di Albano.
593
villa di Pompeo, incontro al suo palazzo, crediamo piuttosto,
seguendo Plutarco, che venisse eretto dal medesimo eroe per
racchiudervi le ceneri di Giulia, sua moglie, figlia di Cesare;
poscia, seguendo lo stesso scrittore, servì per lo stesso Pompeo,
le cui ceneri vi furono poste da Cornelia, seconda moglie del
medesimo.
Dall’ altro Iato della città di Albano, presso la chiesa della Ma-
donna della Stella, vedesi un altro magnifico monumento sepol-
crale consistente in un grande basamento quadrato , sopra cui
sorgevano quattro piramidi rotonde, poste agli angoli, delle quali
ne restano soltanto due con un gran piedistallo rotondo nel mez-
zo, che forse sosteneva un qualche trofeo oppure una statua.
Questo monumento non ha alcuna camera sepolcrale , e senza
ragione di sorta appellasi volgarmente il sepolcro degli Orazi e
deiCuriazi. L’architettura di questo monumento rimonta ad un’e-
poca antichissima , e crediamo che possa essere quello eretto ad
Arunte , figlio di Porsenna , il quale cadde estinto in questi din-
torni , allorché volle attaccare la città di Aricia l’ anno 247 di
Roma, 506 anni avanti l’era volgare.
Il clima di questa piccola città è molto salubre; vi sono piace-
voli passeggiate, casini di delizia, sontuosi alberghi; e perciò gli
agiati cittadini della capitale, come pure molti oltramontani vi si
recano in villeggiatura tanto nella stagione estiva, quanto nel-
l’autunno. Vi sono eziandio alquante chiese, e presso quella de-
dicata a s. Paolo veggonsi gli avanzi dell’anfiteatro costruito da
Domiziano, di un grande serbatoio d’acqua, e del recinto del
campo pretoriano. — Presso il sopra descritto sepolcro incomin-
cia la strada che conduce al
NUOVO PONTE DELL' ARICIA.
A rendere sempre più sicura ed agevole la strada che, da que-
sta parte, conduce da Roma a Napoli, il governo pontificio fece
costruire un ponte gi gantesco , il quale riunisce il monte di Al-
bano a quello ove esiste il villaggio di Aricia ; e mediante tale
ponte rimase abbreviato il cammino di circa mezzo miglio. Un’o-
pera così imponente ed utile venne promossa da un ricco possi-
dente di Genzano, il signor Camillo Jacobini, il quale, nomi-
nato in seguito ministro del commercio, dei lavori pubblici, ecc.,
ne sollecitò con ogni cura il compimento.
Nel dicembre 1846 furono cominciati i lavori colla direzione
dell’ architetto ingegnere cav. Giuseppe Bertolini. L’elevazione
Digitized by Google
594
Vicinanze di Roma.
del ponte di cui parliamo, presa dal fondo della valle che separa
i due monti surricordati fino al livello della strada, ascende a me-
tri 59 e 49 c.; la sua lunghezza è di 304 metri , e la larghezza ,
da un parapetto all’altro, essendo di 9 metri, viene a sorpassare
quella dei ponti di Roma , e supera anche la larghezza del ponte
s. Angelo, di 3 palmi e mezzo romani (metri 0. 78), quantunque
esso sia il più largo di tutti.
Il ponte dell’ Arida si compone di tre ordini di arcuazioni ,
presso a poco di eguale altezza, costruite in pietra albana, detta
peperino. L’ordine primo, lungo 109 metri, ha sei archi, il se-
condo dodici, e si estende 225 metri, il terzo ne ha diciotto, e la
sua lunghezza misura 304 metri. Le sommità del primo e del se-
cond’ ordine di tali arcuazioni, sono praticabili da una estremità
all’altra, mediante una specie eh piccola galleria aperta a traverso
la spessezza dei piloni ; lo che ne agevolò la costruzione, e potrà
successivamente tornare utile in caso che siavi bisogno di ese-
guirvi dei ristauri. — Questo gigantesco ponte, degno veramen-
te de’ nostri antichi, fa capo alla piazza dell’
ARICI A.
Questo grazioso villaggio conserva il nome dell’ antica città
d' Arida, fondata da Archiloco l’anno 1400 avanti l’era volgare :
il medesimo villaggio occupa l’area della cittadella dell’antica
Aricia , e presso la porta occidentale se ne veggono gli avanzi
delle antiche mura , costruite in blocchi quadrati regolari di pie-
tra del paese. Nel sito poi chiamato l’orbo di mezzo, che rimane
a piè del paese sulla via Appia , veggonsi le rovine dell’ antica
città: queste consistono nella cella del tempio di Diana Aricina,
in alcuni avanzi di mura di sostruzioni, costruite in blocchi irre-
golari , in un emissario per lo scolo delle acque della cittadella ,
ed in un muro di mattoni appartenente alle terme. Questo vil-
laggio appartiene al principe Chigi, e perciò Alessandro VII
Chigi vi fece costruire dal Bernini una bella chiesa éd un gran
palazzo.
FINE.
Digitized by Google
INDICE
595
N. B. Tutto ciò che è più interessante a vedersi
è marcato con questo segno *.
A
pag.
Accademia di Francia 239
di s. Luca 85
Acqua Acetosa 2
dis.Damaso 481
Felice 203
Paola 389
Santa 148
Vergine o di Trevi 229
Acquidotto dell' acqua A-
lessandrina 152
dell’ Aniene nuova 150
dell’ Aniene vecchia 151
'della Claudia 150
della Felice 151
della Giulia ivi
della Marcia 151
della Neroniana 112
della Paola 389, 392
della Tepula 151
della Vergine 229
Ao'gere di Ser. Tullio 208, 222
Alba Longa 592
"Albano, città ivi
Almone, fiumicello 342
Ammazzatoio pubblico 3
Anfiteatro Castrense 149
di Corea, ved. Mauso-
leo di Augusto
"Flavio , d° il Colosseo 104
di Statilio Tauro 16
Aniene o Teverone 221
Appartamento Borgia 509
"del palazzoLateranense 132
"Arazzi di Raffaele 544
Arcadia , ved. Bosco Par-
rasio
pag.
Archiginnasio Romano ,
ved. Università
Archivio urbano 404
Arco della Ciambella 219
di Claudio 21
"di Costantino 108
eretto da Dolabella e
Silano 112
di Druso 341
di Gallieno 1.55
"di Giano Quadrifronte 327
di Gordiano III 25
di Graziano, Valenti-
mano II, e Teodosio 298
di Marco Aurelio 12
detto de’ Pantani, ved.
Tempio di Nerva
"di Settimio Severo al .
Foro Romano 84
di Settimio Severo al
Velabro 328
"di Tito 96
Aricia, villaggio 594
Armilustro 364
Ateneo 44
B
Bagni del! Acqua, detta
Santa 148
detti di Livia 191
detti di Paolo Emilio 179
Banco del Monte di Pietà 410
di s. Spirito 299
Basiliche antiche
"di Costantino 94
Emilia 83
Digìtized by Google
596
INDICE
Basilica Giulia
Basiliche cristiane
*di s. Croce in Gerusa-
lemme 148
'Lateranense 135
'di san Lorenzo fuori le
mura 156
*di s. Maria Maggiore 1M
'di s. Paolo 347
'di s. Pietro 442
di s. Sebastiano 345
(li s. Stefano sulla via
Latina 145
Bastioni del Sangallo 360, 361
•Battistero di s. Costanza 212
'di Costantino al Late-
rano 134
Biblioteca Alessandrina, o
della Sapienza 281
Angelica 293
Aracoelitana 72
Barberina _ 229
'Casanatense 278
Chigiana 14
del Collegio Romano 23
'Corsiniana 400
Lancisiana * 441
Campo Scellerato
'Cappella di Niccolò V al
Vaticano
Paolina al Quirinale
Paolina al Vaticano
'Sistina idem
di Sancta Sanctorum
'Carcere Mamertino
Tulliano
'Casa dell’ antica Roma
di Augusto sul Pala-
tino 98,
Aurea di Nerone
di Cola di Rienzo
della Fornarina
della Missione
di Raffaele
di Tiberio
Casino di papa Giulio HL
'Cascata grande di Ti-
voli 584,
Castels. Angelo, ved. Mau-
soleo di Adriano
Gandolfo, villaggio
Castra peregrina
'Catacombe 345,
Chiesa di s. Adriano
497
IM
501
498
141
73
ivi
103
29
369
407
16
298
102
585
591
112
323
m
Ulpia, già nel Foro
• Traiano
181
'di s. Agnese fuori le
mura
210
Vallicelliana
301
'di s. Agnese in piazza
'Vaticana
502
Navona
306
Bosco Parrasio 386,
381
'di s. Agostino
287
Boville, città distrutta
569
di s. Alessio
365
'Braccio Nuovo del museo
di s. Alfonso de’Liquori
155
Chiaramonti al Va-
di s. Anastasia
330
ticano
511
di s. Andrea delleFratte 231
C
'di s. Andrea a Monte
Cavallo
202
'Camera della Concezione,
di s. Andrea fuori la
porta del Popolo
2
ved. sala
'di s. Andrea della Valle 310
'Camere di Raffaele
489
di s. Angelo in Pesche-
'sepolcrali sulla via La-
ria
320
tina
142
di s. Antonio Abbate
164
'Campidoglio moderno
Campo Marzio
44
'di s. Antonino de’ Por-
260
toghesi
223
Pretoriano
208
di s. Apollinare
294
Digitized by Google
INDICE
597
pag.
‘Chiesa de’ ss. Apostoli 188
*di Aracoeli 11
di s. Bartolommeo al-
l’Isola 313
di s. Bernardo alle Ter-
me 203
di s. Biagio 431
dis.Bibiana 154
della Bocca della Ve-
rità, ved. s. Maria in
Cosmedin
di s. Callisto 382
‘dei Cappuccini 225
*di s. Carlo a’ Catinari 412
*di s. Carlo al Corso IO
di s. Carlo alle quattro
Fontane 201
di s . Caterina da Siena a
Monte Magnanapoli 199
di s.Caterinade’Funari 311
di s. Caterina della Rota 424
di s. Caterina da Siena
in via Giulia 421
*dis. Cecilia 376
de’ ss. Celso e Giulia-
no 298. 299
di s. Cesareo in Paiatto 339
‘di s. Clemente 114
de’ ss. Cosma e Damia-
no , ved. tempio di
Romolo e Remo
‘di s. Costanza 212
Hi s.Crisogono 384
‘di s. Croce e di s . Bona-
ventura dei Lucchesi 199
‘di s. Croce in Gerusa-
lemme ,ved. Basilici ie
di s. Croce della Peni-
nitenzaallaLungara 403
di s. Dionisio 201
de’ss.DomenicoeSisto 199
di Domine quo vadis 342
dis.Dorotea 401
di s.Elena 313
di s. Eligio dei Ferrari 324
di s. Eligio degli Ore-
fici 421
Chiesa di s. Eusebio lo5
di s. Eustachio 280
de’ ss. Faustino e Gio-
vila de’Bresciani 431
di santa F rancesca Ro-
mana 95
di s. Francesco di Paola 133
di s. Francesco a Ripa 381
‘del Gesù 49
di Gesù e Maria 9
di s. Giacomo degli In-
curabili ivi
di s. Giacomo alla Lun-
gara 404
di s. Giorgio inVelabro 329
di s. Giovanni Calabita
de’Benfratelli 315
di s. Giovanni Decol-
lato 325
‘di s. Giovanni de’Fio-
rentini 432
‘di s. Giovanni in La-
terano 135
de’ss.GiovanniePaolo 111
de’ ss. Giovanni e Pe-
tronio de’ Bolognesi 423
di s. Giovanni, detto
della Malva 408
di s. Girolamo della Ca-
rità 425
‘di s. Girolamo degli
Schiavoni 253
di 8. Giuliano dei Fiam-
minghi 313
di s. Giuseppe de’ Fa-
legnami 14
di s. Giuseppe alla Lun-
gara 404
‘di s. Gregorio 109
‘di s Ignazio 22
di s. Isidoro 226
de’ ss. Lorenzo e Da-
maso 415
‘di s. Lorenzo fuori le
mura, ved. Basiliche
‘di s. Lorenzo in Lu-
cina 11
v
Digilized by Google
598
INDICE
‘Chiesa di s. Lorenzo in Mi-
randei, ved. tempio di
Antonino e Faustina
di s. Luca 64
di s. Lucia alle botte-
ghe oscure 314
‘di s. Lucia del Gonfa-
lone 429
'di s. Luigi de 'Francesi 263
della Maddalena, ved.
s. Maria Maddalena
di s . Marcello 23
di s. Marco 38
‘di s. Maria degli Angeli 205
'di s. Maria dell* Anima 303
'di s. Maria in Aquiro 261
‘di s. Maria d’ Aracoeli 71
di §. Maria Aventinense
del Priorato di Malta 36;>
di s.Mariain Campitelli 311
di s. Maria della Con-
solazione 324
'di s. Maria inCosmedin 367
di s. Maria in Domni-
. ca, detta laNavicella 112
di s. Maria Egiziaca ,
ved. tempio dellaFor-
tuna Virile
di s. Maria di Loreto 183
di s. Maria Maddalena 261
'ili s. Maria Maggiore,
ved. Basiliche
'di s. Maria ad Marty-
res, ved. Pantheon
'di s. Maria sopra Mi-
nerva 271
di s. Maria de’ Miracoli 8
'di s. Maria di Mouser-
rato 425
di s. Maria di Monte
Santo 8
di s.Mariain Monticelli 410
di s. Maria de’Monti 173
di s. Maria dell’Orazio-
ne della confrater-
nita della Morte 424
di s. Maria dell’Orto 378
pa//.
'Chiesa di s . Mri* della Pace 301
di s. Maria delle Pian-
te 342, 343
'di s. Maria del Popolo 5
di s. Maria Regina Coeli 404
di s. Maria della Scala 385
di s. Maria Scala Coeli
alle tre Fontane 358
'di s. Maria del Sole ,
ved. tempio di Vesta
dis.MariadelSuffragio 431
di s. Maria in Traspon-
tina 441
'di s. Maria in Traste-
vere 382
di s. Maria tw Trivio 231
'di s. Maria in Vallicel-
la, detta la Chiesa
Nuova 299
di s. Maria Via Lata 25
'di s . Maria della V itto-
ria 208
di s. Marta 476
'di s. Martino ai Monti 170
della ssma Natività di
N. S., detta degli
Agonizzanti 308
de’ss.NereoedAchilleo 336
di s. Niccolain Carcere 322
di s.Niccolaa’Cesarini 314
di s.Niccola da Tolen-
tino 224
del Nome di Maria
'di s. Onofrio 405
di s. Pancrazio 393
di s. Pantaleo 309
di s. Paolo primo Ere-
. mita 200
di s. Paolo alle tre Fon-
tane 358
'di s. Paolo sulla via O-
s ti enee , cerf.Basilich e
de’ ss. Pietro e Marcel-
lino a TorPig-nattara 152
'di s. Pietro in Carcere,
ved. Carcere Mamer-
tino
Digitized by Google
INDICE
pag.
•Chiesa di s. Pietro in Mon-
torio 387
*di s.Pietroin Vaticano,
ved . Basiliche
*di s. Pietro in Vinculis 173
*di s. Prassede 17 Q
dei Preti della Missione 17
di s. Prisca 366
di s. Pudenziana 172
de' ss. Quaranta Martiri 382
de’ss. Quattro Coronati 123
di s. Rocco 25Q
di s. Sabina 366
di s. Salvatore in Lauro 296
di s. Salvatore in Ther-
mis 282
di s. Sebastiano fuori
le mura,fl<?</.Basiliche
di s. Silvestro in Capite 12
*di s. Silvestro al Qui-
rinale 198
di s. Sisto 336
di s. Spirito in Sassia 441
dello Spirito Santo dei
Napolitani 427
*di s. Stefano Rotondo 113
delle Stimmate 279
del Sudario de’Piemon-
tesi 313
di s. Susanna 203
di s. Teodoro 91
della Trinità de’ Monti 234
della Trinità de’ Preti
della Missione 17
della Trinità in via
Condotti 11
‘della Trinità de’ Pelle-
grini 409
di s. Urbano, ved. tem-
pio di Bacco
de’ss. Vincenzo ed A-
nastasio alle tre Fon-
tane 358
de’ss. Vincenzo ed A-
nastasio a Trevi 231
di s. Vitale 200
599
pag
Chiesa di s.Vito 155
Cimiterio comune 163
Circo di Adriano 439
di Alessandro Severo 304
di Caligola, detto di
Nerone 447
di Eliogabalo 149
Flaminio 316
di Flora 225
‘Massimo 331
‘di Romolo, detto di Ca-
racalla 571
di Sallustio 222
Clivo Capito Uno 42, 43, 75, 77
Clivus Sacer 52
‘Cloaca Massima 329
Collegio Americano 191
Ghislieri 428
Inglese 425
Innocenziano 307
Nazareno 231
di Propaganda Fide 232
Romano 23
Colombario di L.Arrunzio 153
Colonna, villaggio 588
Colonna Bellica 316
‘della Concezione, ved.
Monumento
‘di Foca 88
‘di Marco Aurelio, det-
ta Antonina 14
di s. Maria Maggiore 164
‘Traiana 180
Columna Lactaria 322
‘Colosseo, ossia Anfiteatro
F’iavio 104
Colosso di Nerone ivi
Comizio 90
‘Corridoio delle iscrizioni
lapidarie al Vaticano 501
‘Chiaramonti 517
‘Cortile di Belvedere 5.10
'di s.Damaso 480
Curia Calabra 43
Ostilia e Giulia 91
di Pompeo 312
Digitized by Google
600
INDICE
yag.
yag.
D
Foro di Augusto
172
Boario
326
Direzione Generale di Po-
di Giulio Cesare
m
lizia
16
‘Palladio, di Nerva, e
E
Transitorio
ivi
Olito rio
321
‘Edifizi del Foro
82
‘Romano
29
‘Emissario in Tivoli 584,
585
‘di Traiano
180
in Castel Gandolfo
592
Fosse Cluilie
554
F
«
Farnesina presso la via dei
‘Gabinetto de’ Papirii al
Bauilari
416
V aticano
506
‘alla Lungara
401
dei bolli antichi idem
509
Fontana dell’ Acqua Ace-
‘Galleria dell’ Accademia,
tosa
2
detta di s. Luca
85
‘dell’ Acqua Felice a
203
'Barberini
227
Termini
‘Borghese, in città
255
dell’ Acqua Giulia, ved.
‘Borghese, nella villa
245
Trofei, detti di Mario
‘Capitolina
64
'dell’Acqua Paola sul
Chigi 13j
14
Gianicolo
389
'Colonna
183
della Barcaccia in piaz-
‘Corsini
394
za di Spagna
234
‘Doria
26
sulla piazza della Boc-
‘Farnese
418
ca della Verità
368
‘della Farnesina
401
‘del Campidoglio
46
'Rospigliosi
196
della piazza di s. Gia-
'Sciarra-Colonna
18
como Scossacavalli
della piazza di s. Maria
442
‘Spada
*V aticana de’ Candela-
421
in Trastevere
382
bri
543
*di Monte Cavallo 1 OH
di Piazza Colonna la
di Ponte Sisto 408
di piazza dellaRotonda 205
‘detta delle Tartarughe 316
*di Trevi, ossia dell’Ac-
qua V ergine 229
'del Tritone in piazza
Barberini 225
Fontane di Piazza Farnese 416
'di Piazza Navona 305, 306
‘della Piazzadis. Pietro 448
della Piazza del Popolo 3
alle quattro Fontane 201
Foro di Antonino Pio 12
‘idem delle Carte Geo-
grafiche 544
‘idem de’ Quadri 4M
Giardino, o Orto Botanico 404
pontificio alQuirinale 195
idem al Vaticano 545
pubblico presso il Co-
losseo 108
‘Girandola xxxm, xxxiv
Grecostasi 90
‘Grotta Ferrata, abbadia 590
‘Grotta di Nettuno 585
‘delle Sirene ivi
Grotte Vaticane, ved. Sot-
terraneo
Digitized by Google
INDICE.
601
Va9-
Ta9
1
•Monumento delle acque
Claudia ed Aniene
'Illuminazione della Basili
.
Nuova, ossia porta
ca Vaticana
449
Maggiore
I5Q
lntermonzio o Asilo
42
•della Concezione in
Isola Tiberina
373
piazza di Spagna
233
•Museo Capitolino
43
li
’Chiaramonti al Vati-
cano
511
‘Lago di Albano, o di Ca-
"Egizio idem
538
stei Gandolfo
391
* Etrusco-Gregoriano al
Curzio
83
V aticano
541
G abino
588
Kircheriano
23
delle Isole Natanti
379
•Pio-Clementino al Va»-
di Piazza Navona
306
ticano
324
Regillo
388
•Profano al Laterano
128
de’ Tartari
338
• Sacro idem
131
'Logge di Raffaele, al Va
'Sacro al Vaticano
500
ticano
480
"della villa già Albani
‘della villa Borghese
215
M
239
•della villa Ludovisi
222
Macello pubblico
3
Macellum magnwm
III
N
Marino, città
300
‘Mausoleo di Adriano
436
Nana Ha
381
di Augusto
248
Ninfeo, detto di Egeria
577
di 8. Costanza , ned.
Battistero
di s. Glena
132
O
Mercato pubblico
Meta Sudante
308
'Obelisco del Laterano
123
104
di a. Maria Maggiore
189
Monte Aventino
383
della Minerva
271
Capitolino
42
del Pantheon
285
Catillo in Tivoli
583
di Piazza Navona
303
Celio
110
"della piazza del Po-
Citorio
13
polo 3,
del Pincio
4
Esquilino ITI,
200
232
Gianieolo
m
del Quirinale
193
Giordano
299
Solare di Monte Cito-
Mario
540
rio
15
Palatino
98
dolla Trinità de "Monti
234
di Pietà
410
"del Vaticano
447
Pincio 3, 237
della villa già Mattei
112
Quirinale
192
Offici civili e criminali or-
Sacro
213
dinarii
16
Testacelo
380
del Comune di Roma
48
Viminale
200
delle Finanze
282
Digitized by Google
602
INDICE.
va a-
Officio generale di Polizia,
ved. Direzione
delle poste, o delle let-
tere 282
Oratorio di s. Alessandro
sulla via Nomentana 213
di s. Maria in Carinis 123
della Chiesa Nuova 3Q1
della Via Crucis
‘Orti Farnesiani 100
di Sallustio 221
Variani 149
Orto, o Giardino Botanico 404
‘Osservatorio astronomico’ 23
Ospedale di s. Gallicano 384
di s. Giacomo 10
di s. Giovanni Calabita 325
di s. Hocco ‘252
di s. Spirito in Sassia 439
Ospedali della Consola-
zione 324
di s. Giovanni 125
Ospizio de’ convalescenti
e pellegrini 409
‘di s. Michele a Ripa 329
de’ Poveri a Termini 203
de' Sordo-Muti idem ivi
P
Palazzo dell’Accademia di
Francia al Pincio 236
già dell’ Accademia di
F ran eia al Corso , og-
gi del duca Salviati-
Borghese 32
già Albani 201
Altemps 295
Altieri 40
‘Barberini 226
Bolognetti 40
‘Borghese 255
‘Braschi 308
del Bufalo 231
già Caffarelli 43
‘della Cancelleria 415
‘de" Cesari 98
yaq.
‘Palazzo Chigi l3
‘Cicciaporci 299
Colonna 183
‘de’ Conservatori 58
della Consulta 196
de’ Convertendi 442
Corèa 248
‘Corsini 394
Costa guti 316
‘Doria 26
Falconieri 424
‘Farnese 416
della Farnesina, pres-
so la via dei Baullari ivi
‘della Farnesina alla
Lungara 401
F erraiuoli giàN iccolini 15
Firenze (detto di) 260
Gabrielli, già Orsini 299
„*Giraud, oggi Torlonia 442
Giustiniani 283
Grazioli 40
Imperiali ora Yalentini 181
Lancellotti ai Coronari 296
Idem in via della Cuc-
cagna ' 309
Laute 280, 281
^Lateranense 125
‘Maccarani 281
Madama 282
‘Massimi 309
‘Mattei 314
‘di Monte Citorio 16
Niccolini in Banchi 299
Odesealchi 189
Orsini o Savelli, ved.
Teatro di Marcello
Ottoboni-Fiano 12
Pamphily-Doria a piaz-
za Navona 307
di Papa Giulio III 2
Pio 312
Piombino 15
Poli, oggi Piombino 231
‘pontificio al Quirinale 193
‘Idem al Vaticano 478
Uandanini, oggi Feoli 9
Digitized by Google
Palazzo Ricci
Rinuccini, oggi do'Bo-
naparte
Rospigliosi
‘Ruspoli
Sacchetti
già Salviati alla Lun-
gara
Sciarra
Senatorio
Simonetti, oggi Buon-
compagni
Sora
di Spagna
Strozzi
‘Torlónia , già Bolo-
gnesi
‘di Venezia
Verospi, oggi Torlonia
‘Vidoni, già Stoppani
Palestrina, città
‘Pantheon di Agrippa
‘Parti superiori di s. Pietro
in Vaticano
Pasquino , ved. Piazza di
Pasquino
‘Passeggio pubblico sul
Pincio
Idem lungo il Tevere
a Ripetta
Piazza de’ss. Apostoli
Barberini
‘di Campidoglio
di Campo di Fiore
della Cancelleria
delle Col lonnacce
‘Colonna
‘di Colonna Traiana ,
ved. Foro Traiano
Farnese
di s. Giovanni in La-
terano
di s. Maria Maggiore
della Minerva
Montanara
indice. 803
S'
"Piazza di Monte Cavallo,
ossia del Quirinale
192
32
di Monte Citorio
15
ISO
‘Navona o Agonale
304
11
di Pasquino
308
432
di Pietra
12
‘di s. Pietro in Vaticano 440
401
di Poli
231
18
‘del Popolo
3
48
della Rotonda, o Pan-
theon
284
23
di Sciarra
18
3Q1
‘di Spagna
232
420
della Suburra
122
232
' di Termini
203
229
della Trinità de’Monti
234
di Venezia
32
32
Pile i Horatia
83
38
‘Piramide di Caio Cestio
359
13
‘Ponte dell’Ancia
593
313
‘Elio o s. Angelo
435
£32
Fab rido, detto quattro
205
-Capi
322
Sospeso di ferro 404,
,432
425
Graziano, o di s. Bar-
tolommeo
328
Lucano
580
Molle o Milvio
1
232
Nomentano o Lamen-
tano
213
248
Palatino o Rotto
320
183
Salario
221 «
225
Sisto
408
45
Sublicio
303
414
Vaticano
434
415
Porta Angelica
548
122
Appia o s. Sebastiano
342
14
Asinaria
141
Capena
339
Carmentale
321
410
Cavalleggeri
548
Collina o Salaria
214
125
Flaminia o del Popolo
3
104
s. Giovanni
141
221
Labicana
150
321
Latina
339
Digìtized by Google
604
INDICE.
■pag.
Porta Ostiense o s. Paolo 359
s. Pancrazio 389
Pia 209
. Piuciana - 247
Portuensis o Portese 280
*Prene8tinao Maggiore 15Q
Settimiana 393, 407
Santo Spirito 407
‘Tiburtina o s. Lorenzo lòfi
'Portico degli Dei Consenti 77
•Portico di Ottavia 319
Porto di Ripa grande 379
di Ripetta 232
•Protomoteca Capitolina 69
pag.
•Sepolcro della famiglia
Plauzia 58Q
*di Gallieno 566
•d’ Ilario Fosco 552
*di Marco Virgilio Eu-
risace 151
di Numa Pompilio 386
detto degli OrazieCu-
riazi 593
di Priscilla ‘ 343
•degli Scipioni 340
•preteso di Seneca 550
ai M. Servilio Quarto 549
•detto il Porraccio 566
’d’Usia Prima 553
H
*di Q. Verannio
565
•Sepolcri che si credono
Roma vecchia
370
degli Orazi e Curiazi 554
Rostri, cosa fossero
•incogniti sulla via La-
•Rotonda, ossiail Pantheon 205
tina, vcd. Camere se-
Rupe Tarpeia 42, 43, 70
polcrali
'Sette Sale
177
S
Septizonium
333
Solfatara
579
‘Sacrestia di s. Pietro in
•Sotterraneo die. Pietro in
Vaticano
473
Vaticano
473
Sala Ducale al Vaticano
498
Stazione centrale delle fer-
Regia idem
ivi
rovie romane
207
•dell' Immacolata Conce-
'della vii coorte de’Vi-
zione al V aticano
495
gili
384
Scala Santa
140
'Studio del Musaico
545
• Sc.kalae Genioniae, perchè
così dette
73
■
Se ho la Xantha, cosa fosse 77
Taberna Meritoria
382
Seminario Romano
295
•Tabulano
46
di s. Pietro
546
Teatri antichi
Pio
295
•di Marcello
320
•Sepolcro d’Arunte figlio
di Pompeo
312
di Porsenna
593
Teatri moderni
detto di Ascanio
592
di Apollo, o Tordinona 298
*di Caio Cestio, vedi. Pi-
1
di torre Argentina
313
ramide
Capranica
261
‘di C. Poblicio Bibulo
39
Metastasio
260
‘di Cecilia Metella
548
Valle
282
*di Cotta
557
Tempietto di Bramante
388
'Dorico
552
‘Tempio, detto di Antoni-
di s.Elena
152
no Pio
17
Dìgitized by GoOi
le
INDICE-
yag.
'Tempio di Antonino e Fau-
stina 92
di Bacco 576
delle Camene 339
della Carità Romana,
ossia della Pietà 322
di Castore e Polluce 83
di Cerere e Proserpina 367
della Concordia 78
della Dea Bona 364
detto del Dio Ridicolo 537
di Ercole Custode 314
di Esculapio 373
della Fortuna Capito-
lina _ 75, 76
della Fortuna Muliebre 142
della Fortuna Prene-
stina ' 583
•della Fortuna Virile 369
di Giove Capitoli-
no 42, 43, 31
di Giove Feretrio 43
preteso di Giove Sta-
tore 20
di Giove, presso la via
Appia 551
di Giunone Matuta 321
d’Iside e Serapide 271
di Marte Estramuraneo 339
di Minerva 271
•preteso di Minerva Me-
dica 153
‘di Nerva 178
‘detto della Pace 94
di Pallade 177, 138
*del Pantheon 265
della Pietà 321
detto della Pudicizia
Patrizia 367
*di Romolo e Remo 93
di Romolo figlio di
Massenzio 574
•detto della Sibilla Ti-
hurtina 585
della Speranza 321
detto della Tosse 586, 587
605
l'a9-
Tempio preteso di Venere
e dì Amore 149
preteso di V enere negli
Orti Sallustiani 222
*di Venere e Roma 96
*di Vespasiano 35
_ di Vesta nel Foro Ro-
mano 91
*di Vesta presso il Te-
vere 368
•detto di Vesta a Tivoli 584
Terme di Agrippa 265, 270
*di Caracalla, o Anto-
niane 334
di Costantino 193, 196
‘di Diocleziano 204
di Nerone, dette Ales-
sandrine 282
*di Tito 175
di Traiano, ved. di Tito
583
133
199
152
ivi
561
372, 335
Triclinio Lateranense 14JL
Trofei di Mario 154
•Tnsculo 588, 589
V
Università Gregoriana, o
Collegio Romano 23
della Sapienza S&l
\
Valle d’Egeria 338
Velabro 326
Vestibolo, o Atrio di Sil-
vano 564
'Via Appia 548
Araeatina 343
Aurelia 391
‘Tivoli, città
Tor de’ Conti
delle Milizie
Pignattara
de’ Schiavi
Selce
Trastevere
Digitized by Google
60(5
INDICE.
Via Flaminia
W2
Ville antiche
pag.
Labicana
151
di Quintilio Varo
586
Latina
142
*dei Quintilii
570
Nomentana
209
Tusculana di Cicerone 589
Ostiense
359
Ville moderne
Prenestina
152
■Albani, oggi Torlonia 214
Aldobranaini in Roma 199
Sacra
92
Salaria
214
■Aldobrandiui presso
Tiburtina
156
Frascati
589
Vitellia
391
già Bolognetti
'Borghese
210
Vieovaro, già Varia, città
237
antica
587
d’Este
587
Viene Ciprius
173
già Lante
401
Patricius
171
•Ludovisi
222
Sceleratus
173
Madama
547
Ville antiche
Massimi
210
‘Adriana
581
già Mattei
•Medici
112
di Basso
565
236
di Gallieno
566
• Millini
546
de’ Gordiani
152
'Mondragone
589
di Orazio
587
Palatina
103
di Giulio Marziale
400
‘Pamphily-Doria
391
di Mecenate
586
Taverna
590
di Persio
565
'Torlonia
210
REIMPRIMATUR
Fr. Rapii. Salini 0. P. S. P. A. M. Socius
REIMPRIMÀTUR
Joseph Angelini Archiep. Corinth. Vicesg.
Digite ed by Cpogle
Digitized by Google
Digitized by Google
Digitized by Google
Digilized by Google